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domenica, gennaio 24, 2010

Gran Rabbi nato /13

Il 21 gennaio 2009 il filosofo Jean-Luc Marion prendendo posto del Seggio 4 tra gli "immortali" membri della Accademia di Francia, principava con il solenne panegirico del proprio predecessore tra "Grandi di Francia", ovvero: l'Eminentissimo Jean-Marie Lustiger deceduto il 5 Agosto 2007 ( Arcivescovo di Parigi dal 1981 al 2005).

L'Osservatore Romano nell'edizione 23 gennaio 2010 pubblica la traduzione della parte finale del lungo discorso titolando: "EBREO E CARDINALE. Jean-Marie Lustiger e il «caso serio» della Francia".
A seguire si ripropone la fine della fine, in cui il filosofo propone una autentica "fenomenologia" di quel bambino ebreo di nome Aaron che divenne il Lustiger sommo sacedote dei francesi:

«“Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Luca, 22, 42).
Nella crisi della Chiesa, Jean-Marie Lustiger vedeva il centro della crisi universale della razionalità, una crisi talmente profonda che il nichilismo rendeva ineluttabile. Vi rispondeva con una sola rivendicazione, per i cristiani naturalmente, ma anche per tutti gli uomini, “il diritto di ricercare la verità e di obbedirle” (Devenez dignes de la condition humaine, p. 66).

Forse il suo destino fu di vivere e di morire come Péguy. Scoprendo un racconto del maresciallo Juin, non ho potuto evitare di associarli. Nel 1953, nel suo elogio di Jean Tharaud, l’amico e collaboratore di Péguy, ricordava la morte del poeta cristiano e socialista, avvenuta il 5 settembre 1914 fra Peuchard e Montyon, “a qualche passo da me”. E raccontava “il miracolo di un nemico, che credevamo vittorioso, che si ferma nel punto preciso in cui egli (Péguy) era caduto, per poi retrocedere nella notte”. L’avanzata tedesca si sarebbe così letteralmente bloccata sulla morte di Péguy, persino a causa di essa. E se, oserei dire, Jean-Marie Lustiger, morto e vivo, segnasse per noi il punto di avanzata ultima del nichilismo, dunque il segno della sua ritirata?
Cosa suggeriva d’altro canto nel ripetere che “siamo all’inizio dell’era cristiana” (Dieu merci, les droits de l’homme, p. 451)?
Corriamo qui nuovamente il ragionevole rischio di credergli.

Noi abbiamo seguito la storia di Jean-Marie Lustiger sulla scia della scelta, ossia della risposta alla parola, essa stessa intesa come una chiamata. Ma, nel suo caso più che in qualsiasi altro, questa parola diceva la parola per eccellenza, poiché si diceva come il Verbo – e questo “Verbo era Dio”. E dunque la scelta si deve qui intendere come la Promessa, fatta dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, di scegliere un popolo e, attraverso di esso, adottare l’umanità lasciata a se stessa e smarrita. Nessun caso quindi qui, in risposta al colloquio intitolato Le Choix de Dieu (1987), La Promesse designa un libro pubblicato il più tardi possibile (nel 2002), ma divenuto inevitabile dal 1982 e l’intervista concessa al quotidiano israeliano “Yedot Haharonot”, con il titolo di Puisque’il faut… (ripreso in Osez croire, 1985). Era necessario, in effetti, cardinale Lustiger! Se lei constatava che la sua “nomina era una provocazione; che metteva il dito nella piaga; che obbligava la gente a riflettere e a sapere la verità” (Le Choix de Dieu, p. 401), era perché essa mostrava pubblicamente quello che lei aveva scoperto dal 1936, quando Aron non si chiamava ancora Jean-Marie: “Divenendo cristiano, non ho voluto smettere di essere l’ebreo che ero allora. Non ho voluto sfuggire alla condizione di ebreo”, perché al contrario “l’ebraismo non aveva per me allora altro contenuto di quello che ho scoperto nel cristianesimo” (Osez croire, pp. 56 e 60). Una simile evidenza non solo di una continuità, ma persino di un’identità, anche altri, come Bergson, l’hanno vista; ma essa può, in seno a una lunga storia di conflitti fra le due religioni, sorprendere, anzi scioccare. E, da una parte e dall’altra, non è mancato lo stupore, persino l’indignazione. Testimoniano quanto meno la serietà di un dibattito essenziale fra i due interlocutori, poiché di fatto questi imparano a confrontarsi, ognuno per sé e l’uno in rapporto con l’altro, con la scelta e la promessa che li definiscono e che essi rischiano sempre, sebbene in modi diversi, di disconoscere, e dunque di alterare. Cerchiamo dunque di comprendere quello che Aron Jean-Marie Lustiger voleva far intendere.

Innanzitutto voleva dire che (cosa che non può che provocare i cristiani) per un ebreo senza un’educazione religiosa precisa, in altre parole senza una pratica talmudica né una cultura rabbinica, la lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento in continuità fa apparire la Bibbia come un solo blocco. Chiunque conosce la Legge e i profeti, la storia della scelta di Israele e le vicissitudini dell’Alleanza, l’attesa del Messia nella figura del Servo sofferente, può ammettere che il cristianesimo “mi era come già noto. Ero persino sorpreso dal fatto che gli altri non comprendevano quello che io comprendevo” (Le Choix de Dieu, p. 71) . In altre parole, è più utile essere ebreo che non ebreo per comprendere Cristo: “Quando, per la prima volta, mi son trovato veramente dinanzi a dei cristiani, conoscevo meglio di loro quello in cui credevano” (Osez croire, p. 59). Entrare nel secondo testamento non implicava alcuna rottura con il primo né con l’identità ebraica, poiché si trattava della stessa promessa.

“Per me, non si è mai trattato di rinnegare la mia identità ebraica. Al contrario, percepivo Cristo Messia d’Israele e vedevo cristiani che non nutrivano stima per l’ebraismo” (Le Choix de Dieu, p. 51). Questa continuità si può ammettere solo se i cristiani rinunciano, anch’essi e per primi, alla rottura, in altre parole se rinunciano a una perversa teologia del verus Israël, all’eresia di Marcione, sempre viva, che mormora all’orecchio che la Chiesa sostituisce Israele e lo annulla. No! Essa vi s’innesta come l’oleastro s’innesta sull’olivo buono secondo un’orticultura ribaltata che l’Apostolo dice “contronatura” (Romani, 11, 24) intendendo per pura grazia. Un cristiano non può accedere al rango di discepolo di Cristo, ebreo, se non con l’inquieta consapevolezza che la “Chiesa non è un altro Israele, essa è il compimento stesso in Israele del disegno di Dio” (La Promesse, pp. 15, 99, 127). “Nel suo Messia, Dio ha compiuto le promesse fatte a Israele” (La Choix de Dieu, p. 76). “Il Cristo, che Dio ha fatto Signore di tutti e Primogenito dei morti, non si sostituisce a Israele; ne è la suprema figura e il frutto perfetto. Non è la negazione d’Israele, è la sua redenzione” (La Choix de Dieu, pp. 359 e 446). La redenzione d’Israele si è compiuta nella redenzione di tutti gli uomini che Cristo integra in se stesso. Poiché tutti i popoli saliranno a Gerusalemme, purché sia la Gerusalemme che discende dal cielo.

Ne consegue che la Chiesa nasce ebrea e che il primo dibattito ha luogo fra gli ebrei che riconoscevano Gesù di Nazaret come Cristo, il Messia, che ha sofferto ed è stato risuscitato da Dio, e gli ebrei che non lo riconoscevano come tale. La prima divisione, dopo la distruzione del secondo Tempio, separò quelli che riconoscevano il corpo di Cristo come l’unico sacrificio che si potesse rendere a Dio e quelli che ormai senza tempio e senza sacrificio, instauravano il culto sinagogale e la lettura talmudica. Cristo ha provocato innanzitutto l’elezione degli ebrei e la Chiesa si definisce innanzitutto fra gli ebrei, che tutti restano però legati all’unica elezione, destinati all’unica promessa. Poiché mai un ebreo può smettere di restare tale nella sua carne, e questo è uno dei suoi privilegi rispetto al cristiano. In poche parole, come si vanta Paolo di Tarso: “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Romani, 11, 29). Se condivisione ci doveva essere, non ci fu tra gli ebrei e i cristiani, ma essenzialmente e prima di tutto fra gli ebrei restati fedeli alla loro elezione e che, per questo, hanno creduto di dover rifiutare a Gesù la dignità di Cristo e gli ebrei che, per restare fedeli all’unica elezione, si sono decisi a riconoscere Gesù come il Messia.

Così si percepiscono la grandezza e la debolezza della Chiesa dei cristiani che la visione di Aron Jean-Marie Lustiger provoca qui fino in fondo. Una volta associati di diritto i pagani alla salvezza venuta attraverso gli ebrei, certamente, la “Chiesa è allo stesso tempo quella degli ebrei e quella dei pagani” (La Promesse, p. 17). Di conseguenza, però, occorre, perché questi pagani diventino anch’essi autentici cristiani, che smettano di comportarsi come pagani e dunque accettino il loro innesto sull’olivo buono, sulla radice ebraica. Rimettere in discussione questo innesto, dunque qualsiasi forma di antisemitismo, equivale a rinnegare Cristo in loro. “Si può dire che l’atteggiamento concreto dei pagano-cristiani nei confronti del popolo d’Israele è il sintomo della loro infedeltà reale a Cristo o della loro menzogna nella loro pseudo-fedeltà a Cristo. È la confessione involontaria del loro paganesimo e del loro peccato” (La Promesse, pp. 74, 80, 162). Oppure: “Al centro della storia, il rapporto con l’ebraismo è un test della fedeltà cristiana” (Le Choix de Dieu, p. 82). E ancora: “Quello che le nazioni fanno degli ebrei verifica quello che esse fanno di Cristo” (ivi, p. 84).

Come non pensare qui alle riflessioni critiche di Lévinas a proposito di Montherlant, che vedeva “alleato di un cristianesimo che è soprattutto il cristianesimo dei pagani e non il cristianesimo degli ebrei” (Carnets de captivité, p. 183)? Come non pensare alle tentazioni e ai tentativi di fabbricare un cristianesimo esplicitamente degiudaizzato, un Gesù “dolce galileo”, persino provenzale o francamente ariano? Se dunque l’antisemitismo diviene “veramente il test assoluto” (ivi, p. 156) dell’apostasia cristiana, allora un cristiano antisemita semplicemente non è più cristiano: “Ai miei occhi, gli antisemiti non erano fedeli al cristianesimo” (Le Choix de Dieu, p. 51). Non si deve dunque confondere l’antiebraismo, disputa fra eredi per sapere chi resta più fedele e merita meglio l’elezione – disputa falsata d’altronde da entrambi i lati, in quanto ogni eletto non può giudicare la propria risposta a un’elezione che gli viene da un altro – confondere, dicevamo, l’antiebraismo con l’antisemitismo, che vuole niente di meno che rifiutare categoricamente quella stessa eredità, e che per riuscire a farlo nega agli ebrei la loro elezione, al punto di annientarli perché incarnano irrimediabilmente la promessa di Dio. La Shoah non costituì solo la più grande violazione dei diritti dell’uomo, essa rappresentò anche la più grande blasfemia contro la legge di Dio, poiché si abbatté sul popolo da Lui scelto, sugli ebrei e, permettetemi di aggiungere, in definitiva anche sui cristiani, sul popolo immenso della promessa universale. L’ateismo moderno, per lo meno nelle sue figure totalitarie compiute, si è voluto non solo anticristiano, ma alla fine anche antisemita, perché “non (poteva) sopportare la presenza “particolare” dell’Assoluto nella storia” (Le Choix de Dieu, p. 84). Non pretese solo di annullare Dio, ma anche di cancellare qualsiasi traccia dell’elezione attraverso la quale Dio si rivela nel mondo.

“Dio è morto”. Certo, ma quale Dio? Nietzsche ha constatato il primo fatto, ma poneva anche la seconda domanda. Per un ebreo “e dunque” un cristiano, la risposta viene da sé: “Il dio rifiutato non è che il dio dei pagani mascherato da Dio dei cristiani” (La Promesse, p. 101), “l’idolo dei pagano-cristiani” (ivi, p. 134), la folla degli “dei degradati, idoli degradanti” (Devenez dignes de la condition humaine, p. 23).
Così meditata da Aron Jean-Marie Lustiger, ebreo e cardinale della Chiesa cattolica, l’elezione non è più un incidente della storia, ma ne fissa il senso e ne schiude le ultime dimensioni.
Certo, si può temere, come il suo predecessore su questo stesso seggio, Pierre Emmanuel, che l’elezione resti spesso incerta: “Il cielo/ È sempre così lontano dalle sue due braccia che tendono/ tutto il peso del dolore dell’uomo verso l’alto/ In una invettiva o in una invocazione, chi può dirlo?”.
Ma, nel profondo di ognuno di noi, sappiamo bene che, persino per noi nelle nostre povere blasfemie, risuona sempre una chiamata, eco persistente dell’elezione di Aron Jean-Marie Lustiger.

Mentre vorrei cercare di esprimervi, signore e signori dell’Accademia, la mia gratitudine per l’onore che mi avete fatto ricevendomi fra di voi, un timore più grande mi fa tacere: voi mi avete eletto al seggio che occupava e che occuperà sempre questa figura troppo alta. E, nella sua luce, tutto ci appare più grande e dunque più difficile. Ma anche di questa difficoltà vi sono grato. Che esista dunque, utinam».

domenica, ottobre 04, 2009

Parigi val bene una messa?

OVVERO: "SGUARDI ROMANI SULLA CAPITALE FRANCESE NEL TERZO MILLENNIO, TRA ANIMAZIONE LITURGICA E MUSEALE... " (ALMANACCO ROMANO)

"Animazione liturgica - Nella chiesa di Saint Marri, alle spalle del Beaubourg, alle sei di sera di un dì di festa, un gruppo è seduto intorno al tavolinetto da bar che sostituisce l’altare maggiore. Cuscini e candeline fuor dalle regole anche per la disinvolta Chiesa gallica, una specie di party mogio. Nel programma affisso sulla porta del tempio, la funzione che sta per cominciare è indicata come «animazione liturgica». Dopo aver visto quella fastidiosissima del Petit Palais si è pronti a tutto, ma ci si chiede ugualmente perché mai la liturgia abbia bisogno di animatori piuttosto che di sacerdoti, predicatori e officianti, di fedeli oranti e meditanti.
Un giovanotto pallido va al microfono e annuncia che questa è una liturgia di omosessuali cristiani. Santificherà il tempo alla maniera di quella delle Ore? Come il vizio possa conformare una comunità di preghiera è davvero un mistero. Naturalmente non vale solo per gli omosessuali, sarebbe altrettanto insensato per i peccatori della carne eterosessuali che si riunissero in quanto peccatori della carne o di seguaci del peccato di gola. Basterebbe recitare il vecchio Confiteor per dire della miseria creaturale: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Non mancano invece in questa chiesa riti per immigrati, disoccupati e altre vittime di questioni sociali.
Un tempo si ricorreva alle Rogazioni e alle Litanie per tenere lontano i malanni di questo mondo, peste o carestia, temporali o siccità: «A peste, fame et bello - Libera nos Domine». La questione di fondo del cattolicesimo essendo la vita eterna.

Nelle chiese parigine, comunque, successe anche di molto peggio nei secoli scorsi. La parrocchia di Saint Eustache, per esempio, fu trasformato dai rivoluzionari in tempio dell’Agricoltura, Notre-Dame in quello della Ragione. Neppure la stupidità umana può essere valutata con il metro progressista: talvolta in passato si sono commesse atrocità più inique.

Esotismi monastici - A Saint Gervais e Saint Protais, a pochi passi dall’Hôtel de Ville, una chiesa che con la sua facciata seicentesca sovrapposta a un edificio goticheggiante, svela l’anima di Parigi, eternamente medioevale nonostante le mode susseguitesi nella storia, all’ora di pranzo di un giorno feriale, si può assistere a una ‘liturgia monastica’ ben cantata e devota, con tanto di prostrazione, con i corpi cioè distesi davanti all’altare, sia pure con la piccola eccentricità della presenza fianco a fianco di monaci e monache, un tempo divisi dalle rispettive clausure, che cantano insieme.
Tace l’antico organo dove si alternò la dinastia dei Couperin, organo affiancato da una copia della Morte della Vergine di Caravaggio, la spiritualità trionfante attualmente pretende canto senza accompagnamento strumentale e icone sull’altare, prestiti del cristianesimo bizantino. Si cercano anche in questo campo modelli esotici, si prova quasi vergogna per gli antichi riti, ormai difficilissimi da trovare, del cattolicesimo romano.

Nella chiesa manzoniana - A Saint Roch, dove Alessandro Manzoni si sarebbe convertito dall’illuminismo familiare al cattolicesimo – complice forse il nimbo barocco che sovrasta il pulpito, con un angelo e per di più dorato che esce da un tendaggio marmoreo come fa lo scheletro berniniano nella tomba papale, e che si libera il braccio non per agitare la clessidra, come nella statua romana, ad annunciare che l’ora del singolo è suonata, bensì per dar fiato alla squillante tromba apocalittica che abolisce il tempo – ebbene in questa chiesa si è ora colpiti da una vastissima predella in legno con su un cubo egualmente ligneo, autentico contraltare, senza neanche una tovaglia, né un cero, men che mai una croce, insomma un palcoscenico modernista di marca protestante, un vuoto leggermente angosciante, con le sedie intorno in forma assembleare.
Chissà se Henriette Blondel, la moglie calvinista di don Lisander, davanti a questo altare si sarebbe convertita?
Probabilmente si sarebbe convinta nel luogo comune, opportunamente arredato, che tutte le religioni sono uguali.

Una messa in latino - A Saint Germain l’Auxerrois, la parrocchia dei re di Francia che si apre nella piazza del Louvre, di fronte al brutto palazzo di chi, per miopia e per sciovinismo, respinse l’eccelso progetto di Gian Lorenzo Bernini, salito fin quassù per illuminare anche Parigi dell’arte romana (così come respinse quello pure incantevole del rivale, Pietro da Cortona), si resta sorpresi leggendo gli orari delle messe, quando accanto a quelle vespertine vi si trova tra parentesi la scritta: San Pio V. Sì, ogni sera, nell’immensa Saint Germain, gotica soprattutto per i restauri di Viollet-le-Duc, si celebra una messa in latino, secondo il rito tridentino, quello promulgato appunto dall’austero papa Ghislieri.
Proprio a Parigi, nell’anno turbinoso, si arrivò a inventare riti – se ne dava conto in un numero di «Christianisme social» (Paris, 1968, nn.7-10) – con un messale senza tradizione, la liturgia della parola incentrata sulla politica, i con-celebranti cattolici e protestanti, la predica di Paul Ricoeur, le musiche di Xenakis. Eppure non sembrava esserci intento provocatorio, quanto il tentativo di dare corpo alla sensazione di vivere un’ora ‘profetica’; gli ‘eventi del maggio’, i miti della primavera, i Calendimaggio d’ogni folklore parevano annunciare come una ricomparsa del sacro nel nuovo mondo della tecnocrazia in via di affermazione a quell’epoca. Candore e furore. Gli studenti si prodigavano in riti vudù – diceva Edgar Morin – per risvegliare gli spiriti della rivoluzione.
Oggi torna sommessa la tradizione liturgica, quella millenaria. Nella chiesa dove Lacordaire tentò di rilanciare l’arte sacra.

Fermo-immagine con Bloy - Un sabato mattina, prima comunione nella chiesa di Saint Paul al Marais, dal pulpito della quale predicava Bossuet, un fermo-immagine anni Cinquanta: famiglie numerose e all’apparenza liete, donne con la gonna ed eleganti. Il pane e il vino eucaristici possono avere una risonanza unica nel paese che celebra a tutte le ore il pane e il vino terreni. Ne era convinto Léon Bloy che trovava in questi beni tipicamente francesi l’essenza della cattolicità della ‘Figlia prediletta della Chiesa di Roma’, e che imprecava contro i luterani danesi che non mangiavano pane e non bevevano vino.

[...]

Una santa liberatrice - L’otto maggio, anniversario della liberazione di Parigi dall’occupazione tedesca, cittadini e autorità portano mazzi di fiori e corone ai piedi di Giovanna d’Arco, la santa giovinetta che svetta nella sua statua dorata in Place des Pyramides.
Che succederebbe da noi se per celebrare la liberazione si ringraziasse un santo e lo si omaggiasse? ..."

martedì, aprile 28, 2009

Pro Missa bene cantata [10]

Sive: Respondit Iesus: Si male locutus sum, testimonium perhibe de malo; si autem bene, quid me caedis? (Jh.XVIII,23)


Il vescovo della diocesi francese di Bayeux con decreto del primo settembre 2008 aveva destituito il padre Jean-Clode Cheval, parroco (come dicono i francesi: "curato") di St Jean de Brébeuf sur Seulles dopo le lamentazioni degli zelanti membri del "consiglio presbiterale" che reputavano intollerabile che il Signor Curato avesse preso l'abitudine di celebrare una volta al mese una messa domenicale festiva non nella bella lingua di Voltaire ma bensì nella lingua di Cicerone.
La trigesimale celebrazione eucaristica in questione non è quella "di Pio V" -benchè a norma del Motu proprio Summorum Pontificum (07/07/07) il buon curato avrebbe tutta la libertà di celebrere "Vetus Ordo"- bensì la messa dello "scandalum" altro non è che la stessa e medesima messa post-conciliare ordinariamente celebrata in "gallice loqui" che però -una volta al mese!- il padre Cheval amava celebrare attenendosi alla Editio Typica approvata da Paolo VI nella Pasqua del 1969 con la Costituzione Apostolica "Missalem Romanum". "Editio Typica" dicesi la versione ufficiale del "Novus Ordo Missae", ovviamente in latino, da cui poi derivano tutte le traduzioni nelle lingue volgari. E se ciò non bastasse a rassicurare gli scrupolosi sulla piena cattolicità del Novus Ordo Missae nella sua formulazione in latino, bisognerà ricordare che nel 1974 la Congregazione per la dottrina della fede con la dichiarazione "Instauratio liturgica", per evitare ogni spiacevole polemica in caso che le traduzioni dei messali volgari non fossero specchiatamente fedeli alla Editio Tipyca, decretava che "il significato da intendersi per esse è, nella mente della Chiesa, quello espresso dall'originale testo latino".

La destituzione di un parroco per aver commesso la colpa di celebra la messa "di Paolo VI" nella versione solennemente approvata da Paolo VI, e nella medesima versione latina in cui viene quotidianamente celebrata nella Basilica di san Pietro in Vaticano, è stato davvero un indicativo "segno dei tempi": un quanto altro mai eloquente modo per principiare le celebrazioni del quarantesimo anniversario della riforma liturgica post-conciliare.

Presentato ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, il Venerdì Santo 10 aprile 2009* il padre Cheval ha fatto ritorno nella propria parrocchia accompagnato dal vicario generale della diocesi di Bayeux il quale, ai fedeli riuniti per i riti della Passione, ha dato lettura del decreto della Santa Sede Apostolica con cui si ordinava al vescovo diocesano di procedere all'immediato reintegro del parroco latinista nelle sue piene funzioni.

lunedì, dicembre 08, 2008

LA DIVINA PASTORA [10]


Ovvero: "HA GUARDATO ALL'UMILTA' DELLA SUA SERVA"

Nel suo secondo concistoro per la creazione di ventitrè nuovi cardinali, Benedetto XVI cooptò tra i membri del Sacro Collegio anche l’arcivescovo di Parigi, monsignor Andrè Armand Vingt-Trois. E poiché il cognome del suddetto prelato suona come il numero ventitrè in lingua francese ciò diede adito negli ambienti ecclesiastici ad allusioni umoristiche e divertiti calambour.

La creazione del cardinal Vingt-Trois in un concistoro in cui i cardinali erano esattamente “ vingt-trois” è stata davvero l’unica nota di vivacità nella biografia di un’Eminenza per molti versi assai grigia: parigino, ha frequentato il Seminario di San Sulpicio, laureatosi in teologia morale all'Institut Catholique per poi tornare a San Sulpicio quale professore di Morale e particolarmente edotto nelle problematiche della morale sessuale e della bioetica (quasi un Tettamanzi alla francese).

La sua fortuna fu di essere mandato a fare il viceparroco di monsignor Jean-Marie Lustiger e quando nel 1981, contro ogni previsione, Lustiger fu prescelto da Giovanni Paolo II quale nuovo arcivescovo della capitale francese lo volle suo "Vicario Generale" e poi Vescovo ausiliare.
Per i buoni uffici del suo patrono divenne membro di un dicastero della Curia Romana (il Pontificio Consiglio della famiglia) e nel 1999 fu elevato ad arcivescovo nella piccola ma prestigiosa cittadina di Tours; l’11 di febbraio del 2005, festa di Notre Dame de Lourdes, la Santa Sede annunciava che il vescovo Vingt-Trois da successore di San Martino diventava successore di Jean-Marie Loustiger del quale, dopo avergli dato personalmente l’estrema unzione, con il concistoro del 24 novembre 2007 ne ereditava anche il Titolo cardinalizio di San Luigi dei Francesi.
Presidente della Conferenza Episcopale francese, nonchè Ordinario militare di Francia, ha cercato di declinare al meglio la nuova dottrina Sarkozy sulla laicità “positiva”, ovvero sul benemerito contributo delle religioni alla costruzione dell’etica pubblica.


Il 6 novembre 2008 durante i lavori dell’Assemblea plenaria dei vescovi francesi, riunita a Lourdes in occasione del giubileo delle apparizioni, il ventitrè volte Presidente dei vescovi gallici è stato la causa di una polemica intra ecclesiale:“cherchè la fame”.
Se, infatti, il presidente Sarkozy ha rischiato di perdere il favore dei cittadini francesi a causa della passione per la bella “Carlà”, il presedente dei vescovi francesi è stato oggetto del giusto sdegno dei cattolici francesi a causa della propria misogenia; ai microfoni di una radio cattolica ha risposto negativamente intorno all’ipotesi del conferimento del sacerdozio alle donne con frasi del tipo: “non basta portare la gonna, bisogna avere qualcosa nella testa” ed “è difficile avere delle donne ben preparate”.

Probabilmente, primi e principali vittime di una cultura “presidenzialista” sono stati i corrispondenti dell’emittente cattolica i quali avranno ritenuto loro dovere -e fonte di salvezza- rendere edotti i fedeli ascoltatori sul “programma di governo” del "presidente dei cattolici francesi". Quasi che, intorno a decisioni su cui si è già, -più volte e diffusamente- solennemente espresso il magistero pontificio, il vescovo della ville lumiere abbia il potere di prendere decisioni più “illuminate”!
Il test sul tasso di progressismo o di integralismo presente nel sangue dei porporati è giochino idiota (e quanto mai inutile) che i giornalisti cattolici dovrebbero lasciar fare a quei commentatori cui l’orgoglio del proprio laicismo è pari solo alla propria ignoranza religiosa. Inoltre non si capisce che bisogno ci fosse nel tirare in ballo il sacerdozio femminile dato che l'argomento dibattuto in quei giorni dall'episcopato francese era la bioetica, o per meglio dire una maggior e migliore preparazione del clero e degli operatori pastorali in genere, nel pernicioso dibattito tra etica e progresso della tecnologia medica! A meno che l'intervistatore non partisse dal presupposto che una donna sia a priori più preparata su argomenti medici e ginecologici in paricolare, e di conseguenza, che per una donna avere un "padre spirituale" femmina sarebbe un gran vantaggio.

La risposta del porporato, per cui il diniego al sacerdozio femminile veniva giustificato da presunta congenita deficienza intellettiva muliebre (oltre che dar prova del pessimo senso dell’umorismo dell’eminentissimo Vingt-Trois), più che sintomo di misogenia è sintomatica dell’autocomprenzione e dell’autorappresentazione del clero francese: il clero gallico non si considera tanto una casta sacerdotale quanto piuttosto un club intellettuale (proprio questo ha impedito al cattolicesimo francese di essere una Chiesa di popolo).

Lo sdegno, lo scandalo ed il raccapriccio per le misogine dichiarazioni del cardinal Andrè Vingt-Trois si sono eloquentemente manifestati nelle migliaia di e-mail e telefonate di protesta che hanno subissato la redazione della radio così come l’arcivescovado parigino, costringendo a pubbliche prese di posizione di esponenti del mondo ecclesiale transalpino.
L’associazione cattolica "Le Reseaux des parvis" ha indirizzato all’Eminentissimo una lettera aperta per esecrare «il disprezzo nei confronti delle donne [che] mette in pericolo l’equilibrio di tutta la società, anche dietro la copertura dell’umorismo». Lo stesso portavoce dell’arcidiocesi di Parigi ha dovuto riconoscere che: «si tratta di una frase maldestra, è vero, ma non si può per questo accusarlo di misoginia». Al colmo dell'ignominia, mercè comunicato stampa, il medesimo Vingt-Trois pubblicamente si batteva il petto invocando il perdono per aver peccato contro l’altra metà del cielo.

La mite sottomissione del porporato alla gogna mediatica non è bastato ad estinguere il fuoco dello zelo per la casa di Dio di un gruppo di devote intellettuali cattoliche che unitesi in un comitato battezzato acconciamente "Comitato in gonnella" ha chiesto che sia un tribunale a condannare il cardinale alle pubbliche scuse.
Ma poichè come ci ammonisce la Sacra Scrittura, la donna sà essere "Terribile come un esercito schierato per la battaglia", il tribunale a cui il "Comitato in gonnella" ha sporto denuncia non è un tribunale dello Stato francese ma il tribunale ecclesiastico dell'Arcidiocesi di Parigi! Il comitato delle pie filosofe e teologhe attende con fiducia che il tribunale ecclesiastico condanni il cardinal Vingt-Trois per aver esposto una dottrina contraria a quello che invece viene solennemente proclamato nei sacri canoni del Codice di Diritto Canonico, ovvero l'uguale dignità di tutti i fedeli cattolici:"che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo" (canone 204).

Ed in effetti, fossimo Noi i giudici del ventitrè volte grigio arcivescovo parigino, non potremmo far altro che condannare le sue dichiarazioni radiofoniche poichè la teologia cattolica ha sempre insegnato che: alle donne il sacerdozio è negato in quanto donne e non in quanto le donne siano meno intelligenti dei maschi o meno capaci di cogliere, assimilare e trasmettere le verità dogmatiche della fede cattolica. Anzi da un punto di vista che potremmo definire della "intelligenza della fede" lo stesso vertice del Magistero ecclesiastico ha definito solennemente che la dottina secondo cui l'autorità di pascere i fedeli è riservato per diritto divino agli Apostoli ed ai loro successori "non significa in nessun modo una minore stima della sublime missione che la donna ha in mezzo al Popolo di Dio.
Al contrario, la donna, entrando a far parte della Chiesa con il Battesimo, partecipa del sacerdozio comune dei fedeli, che la abilita e le fa obbligo di professare dinanzi agli uomini la fede ricevuta da Dio per mezzo della Chiesa. E in tale professione di fede tante donne sono arrivate alle cime più elevate, fino al punto che la loro parola e i loro scritti sono stati luce e guida dei loro fratelli. Luce alimentata ogni giorno nel contatto intimo con Dio, anche nelle forme più nobili dell’orazione mistica, per la quale San Francesco di Sales non esita a dire che posseggono una speciale capacità": così dichiarava solennemente il Papa Paolo VI nel 1970 proclamando Santa Teresa d'Avila, prima fra tutte le donne, Dottore della Chiesa Universale.