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lunedì, dicembre 17, 2007

Parole sante, Signora mia! 5


Ad un anno dall'uscita del suo famigerato libro sul "Quarto segreto di Fatima" il buon Antonio Socci "appare" (mai termine fu più azzeccato!) sempre più convinto che la nostra epoca sia un'epoca: di grandi calamità, di grandi sconvolgimenti, di grandi destabilizzazioni, ma anche sia al contempo epoca di "magni" pontefici al timone della mistica navicella della Chiesa. Ovvero, sia un'epoca in cui -come sempre!- il soprannaturale vuole entrare prepotentemente nella storia feriale per trasfigurarla in storia sacra.

In un suo appassionato (e meno apocalittico del solito) articolo -su Libero di venerdì 14 dicembre 2007- il buon Socci esprime tutto il proprio giubilante stupore, nonchè intimo compiacimento, nel sottolineare e rimarcare doviziosamente le espressioni usate nell'omelia di sabato 8 dicembre 2007 dall'Emimentissimo Ivan Dias, delegato pontificio all'apertura delllo speciale giubileo per il centocinquantesimo anniversario delle apparizioni di Lourdes.

Così ci istruisce il buon Socci:

"Si tratta delle apparizioni della Madonna a Bernadette Soubirous, che iniziarono l'11 febbraio 1858. Nella solenne circostanza l'inviato del Papa ha portato «il saluto molto cordiale di Sua Santità» e poi ha detto: «La Madonna è scesa dal Cielo come una madre molto preoccupata per i suoi figli... È apparsa alla Grotta di Massabielle che all'epoca era una palude dove pascolavano i maiali ed è precisamente là che ha voluto far sorgere un santuario, per indicare che la grazia e la misericordia di Dio superano la miserabile palude dei peccati umani. Nel luogo vicino alle apparizioni, la Vergine ha fatto sgorgare una sorgente di acqua abbondante e pura, che i pellegrini bevono e portano nel mondo intero significando il desiderio della nostra tenera Madre di far arrivare il suo amore e la salvezza di suo Figlio fino all'estremità della terra. Infine, da questa Grotta benedetta la Vergine Maria ha lanciato una chiamata pressante a tutti per pregare e fare penitenza e così ottenere la conversione dei poveri peccatori». Il cardinale ha inquadrato queste apparizioni nel «contesto della lotta permanente, e senza esclusione di colpi, tra le forze del bene e le forze del male». Una lotta che sembra arrivata, nella nostra generazione, all'epilogo finale, preparato dalla «lunga catena di apparizioni della Madonna» nella modernità, iniziate «nel 1830, a Rue du Bac, a Parigi, dove è stata annunciata l'entrata decisiva della Vergine Maria nel cuore delle ostilità tra lei e il demonio, come è descritto nei libri della Genesi e dell'Apocalisse».

È un vero affresco di teologia della storia quello tracciato dal cardinale che richiama anche Fatima e - ritengo - Medjugorje:
«Dopo le apparizioni di Lourdes, la Madonna non ha smesso di manifestare nel mondo intero le sue vive preoccupazioni materne per la sorte dell'umanità nelle sue diverse apparizioni. Dovunque, ha chiesto preghiere e penitenza per la conversione dei peccatori, perché prevedeva la rovina spirituale di certi Paesi, le sofferenze che il Santo Padre avrebbe subìto, l'indebolimen to generale della fede cristiana, le difficoltà della Chiesa, la venuta dell'Anticristo e i suoi tentativi per sostituire Dio nella vita degli uomini: tentativi che, malgrado i loro successi splendenti, sono destinati tuttavia all'insuccesso».
È una frase breve, ma folgorante questa del prelato: la Madonna è apparsa così frequentemente in questo tempo «perché prevedeva» una grande aposta- sia dalla fede, le persecuzioni alla Chiesa, la sofferenza del Papa e - testualmente - «la venuta dell'Anticristo».
È una frase dirompente che si rifà, evidentemente, alle parole pronunciate dalla Vergine in qualcuna delle apparizioni citate. (...) Nel Nuovo Testamento questa figura non si colloca necessariamente alla fine dei tempi. Gesù stesso preannuncia l'arrivo di «falsi cristi e falsi profeti» capaci di «indurre in errore, se possibile, anche gli eletti» e profetizza «una grande tribolazione», mai vista così terribile nella storia umana (Mt 24, 24). San Paolo spiega che si verificherà l'«apostasia» (2 Tes. 2, 3), ovvero l'abbandono di Dio e della Chiesa, quindi esploderà «la manifestazione dell'uomo iniquo», «il figlio della perdizione», colui che «nella potenza di Satana... si contrappone a Dio» fino a sedersi «nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (2 Tes. 2, 3-4)..."


"Il cardinale Dias nella clamorosa omelia di sabato spiegava: «Qui, a Lourdes, come dovunque nel mondo, la Vergine Maria sta tessendo un'immensa rete nei suoi figli e figlie spirituali per lanciare una forte offensiva contro le forze del Maligno nel mondo intero, per chiuderlo e preparare così la vittoria finale del suo divin Figlio, Gesù Cristo. La Vergine Maria oggi ci invita ancora una volta a fare parte della sua legione di combattimento contro le forze del male». Il monito di Wojtyla

Il prelato ripete - se non fosse chiaro - che «la lotta tra Dio e il suo nemico è sempre rabbiosa, ancora più oggi che al tempo di Bernadette, 150 anni fa» e «questa battaglia fa delle innumerevoli vittime». Quindi rivela delle parole - forse inedite - pronunciate dal cardinale Karol Wojtyla il 9 novembre 1976, pochi mesi prima di essere eletto Papa: «Ci troviamo oggi di fronte al più grande combattimento che l'umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l'abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e le Anti-Chiesa, tra il Vangelo e gli Anti-Vangelo».
Parole clamorose. Un'ulteriore conferma.

Sembra evidente che il Vicario di Cristo e i suoi più stretti collaboratori conoscano qualcosa di più e desiderino preparare i cristiani a quella "lotta finale". I loro ripetuti appelli a rispondere alla chiamata della Madonna sono già sufficienti per riflettere seriamente su ciò che sta accadendo e che accadrà alla Chiesa e al mondo. Un futuro prossimo che noi non conosciamo, ma che, spiega Dias, sarà vittorioso grazie a Maria. Come lei stessa annunciò a Rue du Bac: «Il momento verrà, il pericolo sarà grande, tutto sembrerà perduto. Allora io sarò con voi»."

domenica, settembre 23, 2007

A SECRETIS, IV

Ovvero: Bertone mormorò: non passa "Lo Straniero"!


Ai vespri del venerdì 21 settembre 2007, a Roma nella splendida cornice extraterritoriale dell'Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana si è svolta la presentazione ufficiale de L'ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia” (Edizioni Rai-Eri e Rizzoli, Milano 2007, pp. 196, Euro 17,50): libello del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di sua Santità, scritto a quattro mani con il Vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli; tomo che si fregia dell'augusta presentazione del sedici volte Benedetto.
Moderatore della serata il "gesuitico" direttore della Sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi.

Gli interventi sono stati aperti dal "padrone di casa" monsignor Ambrogio Spreafico, rettore dell' Urbaniana, che ha laudato l'importanza ecclesiale e culturale del felice evento.
Il Vescovo emerito di Leiria-Fatima, monsignor Serafim de Sousa Ferreira e Silva, ha raccontato del come e quando ha personalmente acconpagnato nell'anno 2000 l'allor monsignor Bertone a Coimbra da Suor Lucia per i colloqui propedeutici alla rivelazione del "Terzo Segreto": "Lei le verificò attentamente, riconoscendo le pagine scritte di proprio pugno 56 anni prima, e riconoscendo persino la carta”.
Poi è stato il turno del giornalista Vittorio Messori "Arci-scrittore-cattolico" che, dal suo "emporio" di nozioni mariologiche, ha tracciato un alato excursus della costante presenza parallela della Madre celeste nelle vicende terrestri.
Il vaticanista televisivo De Carli ha presentato due documenti video: prima un reportage tutto girato nel monastero di clausura di Coimbra, dove Suor Lucia a partire dal 1950 visse stabilmente fino alla morte, poi una video-intervista con monsignor Capovilla.
L'antico segretario personale di Papa Roncalli nonchè unico sopravvissuto alla lettura del "terzo segreto" fatta da Giovanni XXIII nel 1959, e che è stato -forse- l'involontaria leva su cui si sollevata la diatriba sulla possibile esistenza di un ulteriore "messaggio" di Nostra Signora di Fatima, ha nuovamente e solennemente smentito categoricamente l'esistenza di un "Quarto Segreto": “Quando ho sentito parlare di 'Quarto Segreto' sono rimasto strabiliato. Non mi era mai passato per la testa che esistesse un quarto segreto. Nessuno me lo ha detto né io ho affermato una cosa del genere”.
Anche Messori ha escluso che che vi possa essere ancora un "Quarto segreto" occulto ed occultato.
Personalmente prendo piacevolmente atto della svolta "razionalistica" del cattolico Messori che fino a non pochi anni addietro pubblicava libelli infarciti di apocalittiche profezie di Madonne, di Santi, e quel che è più grave, di proprie congetture su catastrofiche palingenesi della Chiesa e del Mondo!

Dulcis in fundo -o se si preferisce: in cauda venenum!- l'Eminentissimo Bertone, introdotto dall'onorevole Francesco Rutelli, ha tenuto a giustificare la somma prudenza adottata dalla Chiesa nei casi di fenomeni soprannaturali per evitare delirii collettivi “di tipo 'apocalittico'”, così come il “protagonismo da parte dei 'veggenti'”. “Bisogna evitare il pericolo di una 'Chiesa delle apparizioni' diffidente della Gerarchia della Chiesa".

Volenti o nolenti, insomma, ha aleggiato sulle teste dell'eletto uditorio l'espressione "Quarto segreto" nonchè il fantasma dell'innominato suo coniatore: Antonio Socci. Giornalista, ardente cattolico, nonchè fumantino toscano assai facile all'infervoro, Antonio Socci per la verità non s'è paventato all'Urbaniana solamente sotto specie ed accidenti ma in carne e -soprattutto- sangue!

Già i suoi colleghi vaticanisti si erano affrettati ad interperlarlo telefonicamente intorno alla possibilità di una sua eventuale "marcia su Roma" ed infatti così si esprimeva il buon Socci: "Stasera andrò alla presentazione del libro di Bertone, anche come parte in causa perchè è contro il mio libro ma chiederò al cardinale un solo minuto per rispondere a una semplice domanda, con un sì o con un no".

La fatidica domanda avrebbe dovuto essere la seguente: «Eminenza, lei è pronto a giurare sul Vangelo che alla famosa frase “In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede etc” contenuta nel Terzo Segreto di Fatima reso noto dal Vaticano nel 2000 non segua nient’altro?».
Se l'Eminentissimo Bertone in coscienza avesse ritenuto di non poter dire un "no" assoluto Socci alla fine avrebbe trionfato (assieme al Cuore Immacolato)!
Se l'Eminentissimo Bertone avesse invece detto il suo "sì" convinto, Socci avrebbe chiesto seduta stante di far ascoltare al Cardinale e all'uditorio la registrazione autentica della dichiarzione che monsignor Loris Capovilla rilasciò ad un cultore di Fatima tal Solideo Paolini, nella quale, sempre secondo l'adamantino Socci, Monsignor Capovilla dichiarava papale-papale: «oltre alla quattro paginette, c’era anche qualcos’altro, un allegato, sì» .

Pertanto -nell'attesa di constatare se Tarcisio Bertone fosse capace di esercitare la virtù della pazienza nel grado eroico di una Giovanna Melandri- prima che principiasse la presentazione, Socci varcava il portone della gianicolense Università pontificia chiededendo gentilmente che l'Eminentissimo concedesse la grazia di farsi porre la mistica questione ma poichè gli è stato risposto che nessuno avrebbe avuto la libertà di interrogare l'Eminentissimo ospite d'onore, il perseverante Socci ha aspettato paziente nel cortile dell'Università Urbaniana l'arrivo del Cardinal Bertone per ottenere soddisfazione in faccia ai giornalisti e ai teleoperatori schierati, ma invano poichè l'Eminentissimo, avvertito "del pericolo" incombente, è sgattaiolato velocemente all'interno dell'Urbaniana!

Rimasto fuori dell'Aula Magna nel cortile dell'Urbaniana, come San Pietro nel Cortile del Palazzo del Sommo Sacerdote, a differenza dell'Apostolo, Antonio Socci non si è sottratto all'interrogatorio dei colleghi giornalisti! A quel punto è intervenuto il discreto personale della sicurezza vaticana che -con fermezza- ha pregato Socci di non dare spettacolo e di accomodarsi (assieme a chi lo stava ad ascoltare) fuori dal cancello dell'università Urbaniana che a norma dei Patti lateranensi sorge su proprietà extraterritoriale della Santa Sede. Ma poichè l'autore del "Quarto Segreto di Fatima" (Rizzoli) si mostrava palesemente insensibile verso le ragioni delle norme concordatarie e del diritto internazionale è stato, contro la proria volontà, ricondotto "in partibus infidelium".



Dalla meditazione di questo ennesimo "Fioretto" dal sapore francescano della biografia di Antonio Socci bisogna ricavare tre gravi condiderazioni:

1) La totale mancanza di solidarietà da parte del mondo giornalistico, financo da parte di quei giornalisti anticlericali che trattandosi del caso particolare dell'inviso Socci hanno plaudito (poichè hanno detto: "è la prova che anche l’assolutismo serve a qualcosa") mentre se un Gad Learner o un Michele Santoro, un Eugenio Scalfari od anche un'umile Barbara Palombelli fossero stati sbattuti fuori dal territorio vaticano poichè -legittimamente!- ritenuti ospiti non graditi, noi oggi staremmo assistendo ad una campagna stampa per l'abolizione del Concordato e per l'occupazione di San Pietro manu militari!

2) Non si può non rimanere sorpresi per il fatto che il Cardinal Bertone non batta ciglio ma anzi si compiaccia nel sentire il nonagenario Capovilla che, per dare ragione alla tesi Bertone, riaffermare esattamente -ed anzi direi: "canonizza"- ciò che è sostenuto nel libro di Socci: ovvero che ci furono due distinte date in cui Paolo VI aprì la busta del "terzo segreto" solo che una delle due date non compare nella documentazione del Sant'Uffizio!
Ma se questo fosse vero vorrebbe dire che è tranquillamente possibile ipotizzare che anche altre volte quella busta uscì dalla "Suprema Congregazione" senza che nei registri della medesima Congregazione del Sant'Uffizio rimanesse traccia!
Questo vorrebbe dire che Bertone non può più sostenere, solo sulla base delle carte d'archivio, ad esempio che Papa Luciani non lesse il Terzo Segreto o che Papa Wojtyla lo lesse solo dopo l'attentato del 13 maggio 1981!

3) Terzo -vero!- "mistero" su cui interrogarsi relativamente alla serata del 21 Settebre all'Urbaniana è stata "l'apparizione" al fianco di Bertone, al tavolo dei relatori, del vice-premier Francesco Rutelli!

mercoledì, settembre 12, 2007

Parole sante, Signora mia! 4

Ovvero: "Ella è più Madre che Regina"


"Su Fatima non ci sono due verita', ne' un quarto segreto: il testo che ho letto con Papa Giovanni XXIII nell'agosto 1959 e' lo stesso diffuso dal Cardinale Tarcisio Bertone e dal Papa"
Questa è la dichiarazione rilasciata dal nonagenario monsignor Loris Capovilla che fu il segretario particolare di Giovanni XXIII e che ogni italica massaia ha potuto leggere sul settimanale "Diva e Donna".
Monsignor Capovilla e' l'unico ancora vivente che fu diretto testimone (ma sarebbe meglio dire uno degli attori principali) della apertura della busta contenente il testo del "terzo segreto di Fatima" che Nostra Signora rivelò ai tre pastorelli portoghesi il 13 luglio 1917 e che suor Lucia (unica sopravvissuta dei tre veggenti)trascrisse e sigillò in una busta (su richiesta del vescovo di Leiria-Fatima) che, avvicinandosi la fatidica data del 1960 quando secondo le indicazioni di Suor Lucia il segreto si sarebbe potuto rivelare, nel 1957 la suddetta busta venne trasferita in Vaticano e, in data 17 agosto 1959, presentata alla lettura del Papa Buono che preferì non rivelarne il contenuto rimandando la decisione di pubblicare il segreto al beneplacito dei pontefici venturi.

Dice Capovilla agli inviati di "Diva e Donna":
"Il testo che lessi con Papa Giovanni XXIII e' lo stesso presentato al mondo nel giugno 2000 dall'allora Cardinale Joseph Ratzinger e da Tarcisio Bertone. Non ci sono due testi diversi: basta coi falsi teoremi".
Perche' allora si parla del testo originale nascosto e di un'altra versione?
"Non e' cosi'. Semplicemente il Papa disse: "L'ho visto, l'ho fatto leggere, lo richiudiamo e nessuno dei presenti gli chiese di pubblicarlo". Papa Giovanni, semplicemente, rimando' ogni decisione al futuro”.

In realtà se si è creato un vero e proprio filone di letteratura complottistica intorno al "Quarto segreto di Fatima", che al confronto il "Codice da Vinci" sembra il Catechismo di san Pio X, lo si deve proprio all'antico segretario di papa Roncalli che in data 5 luglio 2006 concesse un'intervista a tale "fatimida" Solideo Paolini dando risposte sibilline ed ammiccati e facendo capire all'interlocutore che la storia ufficiale del "terzo segreto" fatta dall'allora monsignor Bertone non era corretta: “No guardi, anche per evitare imprecisioni, visto che nel 2000 è stato rivelato ufficialmente (il Terzo Segreto, nda), io mi attengo a quanto è stato detto. Anche se potrei sapere pure dell’altro, bisogna attenersi a quanto detto nei documenti ufficiali”. Dando, insomma, l'idea di sapere dell'esistenza di "altarini" -come suol dirsi- che direttamente egli non poteva rivelare ma di cui egli lasciava all'acume del Paolini lo scoprire l'arcano tramite una documentazione fornita dal medesimo Capovilla. Tuttò ciò è raccontato da Antonio Socci nella introduzione del libro "Il Quarto Segreto di Fatima" la cui fortuna editoriale ha assai fatto imbufalire l'Eminentissimo Bertone che ha dovuto scrivere un proprio libello per dire "tutta la verità" su Fatima al fine -in vero senza successo- di controbattere ai "profeti di sventura".

Infatti più che verso l'adamantino Socci, l'Eminentisimo avrebbe dovuto scagliare i propri fulmini contro il nonagenario monsignore veneziano che ha fatto proprio l'insegnamento evangelico di essere "candido come la colomba e astuto come il serpente".
Nessuno avrebbe mai notato le incongruenze delle date tra il "Plico Bertone" e il "Plico Capovilla" se in data "14.VII.2006 A.D" non fosse stato proprio Capovilla ad aver spedito a Solideo Paolini quel "plico" di stralci delle proprie personalissime carte d'archivio.

Ciò che personalmente faccio oggetto di meditazione è, invece, il perchè mai per fare una tale smentita l'antico segretario di Papa Roncalli abbia scelto le assi poco vereconde pagine di una rivista di pettegolezzi.
Ma poi mi rendo conto che non è stato il monsignore a cercare i gionalisti ma sono stati i collaboratori di quella "somma sacerdotessa del pettegolezzo" di Silvana Giacobini a cercare il vetusto uomo di Chiesa per parlare di "cose di religione" poichè alla buona donna italica e cattolica fa sempre piacere, tra uno scandalo a luci rosse e l'altro, leggere dei miracoli dei Padri Pii e del Papi Buoni.

Una tale dichiarazione ad una rivista femminile sarà più utile al ridimensionamento "l'affaire Fatima" più di mille libri scritti da Tarcisio Bertone. Epperò più che una "eminente" pressione dall'alto, a muovere il venerando Loris Capovilla è stata forse la paura di aver indirettamente distratto tante pie donne devote dal vero messaggio della Santa Vergine di Fatima: cioè la preghiera per la conversione dei peccatori. Dove apporre il proprio ammonimento se non sulle colonne di un settimanale su cui solitamente trionfano i pubblici peccatori?
Immagino che, Capovilla scegliendo la testata "Diva e Donna" abbia voluto fare un -da par suo, velato- invito al muliebre sesso a guardare con grande fiducia e non con timore e paura alle manifestazioni della Santa Vergine poichè come diceva Santa Teresina del Bambin Gesù: "Sappiamo bene che la Vergine santa è la Regina del cielo e della terra; ma ella è più Madre che Regina."
Insomma: la Madonna, più che "Diva" è "Donna".

mercoledì, giugno 27, 2007

LASCIA CH'IO PIANGA [4]


"Le lacrimazioni di sangue erano iniziate il 2 febbraio 1995, alle 16.30, nel giardino della famiglia Gregori. Si sono poi ripetute, nei giorni successivi, per altre 12 volte, davanti a un totale di 40 persone, diverse in ogni episodio, che “hanno visto le lacrime formarsi e scendere”. Le analisi hanno accertato che si tratta di sangue appartenente ad un unico individuo e che la statuetta di gesso pieno non ha cavità al suo interno, né marchingegni o trucchi.

Tutti ricordano il forte scetticismo iniziale del vescovo, monsignor Grillo. Il quale, nelle pagine di Diario che ha pubblicato, riferisce che il giorno 13 marzo ricevette una telefonata dal famoso esorcista della diocesi di Roma, padre Gabriele Amorth (una vera autorità, che fu peraltro amico di padre Pio). Padre Amorth pregò il vescovo di aver fede, “perché egli era venuto a conoscenza fin dalla scorsa estate, da un’anima da lui diretta spiritualmente, che una Madonnina avrebbe pianto a Civitavecchia e che questo segno sarebbe stato di non buon auspicio per l’Italia, ragion per cui sarebbe stato opportuno far penitenza e pregare molto”.

Il vescovo annota di non avergli creduto e di averne parlato poi con la sorella, Grazia, con accenti ironici. La sorella però restò turbata e l’indomani, il 15 marzo 1995, alle 8.15 del mattino, dopo la messa, ricordando le parole di padre Amorth, manifestò il desiderio di pregare davanti alla statuetta che era custodita da giorni in un armadio del vescovado. Monsignor Grillo acconsentì e insieme ad altri iniziarono a recitare il “Salve Regina”: al versetto “rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi” la statuetta iniziò a piangere ancora sangue, per la quattordicesima volta, ma ora fra le mani del vescovo scettico. Per il prelato fu un duro choc, tanto che dovette essere soccorso urgentemente dal cardiologo.
Dopo quell’evento sconvolgente ovviamente si convinse.


Ma cosa gli aveva detto padre Amorth poche ore prima? Perché lo aveva invitato a credere che lì c’era davvero il dito di Dio? E a quali eventi tragici per l’Italia alludeva? L’ho chiesto allo stesso padre Amorth. L’anziano sacerdote è il più famoso esorcista incaricato dalla Chiesa, quindi si occupa di liberare nel nome di Cristo persone che sono vessate o possedute da entità diaboliche: ogni settimana, in una chiesa del centro di Roma, svolge questo compito drammatico e lì si assiste a scene sconvolgenti, analoghe a quelle narrate nei Vangeli (mi dice che quelle “entità” urlano e inveiscono molto, per esempio, quando lui invoca l’intercessione di Giovanni Paolo II).

Ma, per il suo profondo discernimento, padre Amorth fa anche da guida spirituale a persone che hanno carismi soprannaturali. Si deve sapere infatti che ci sono nella Chiesa persone che vivono, con umiltà, nel nascondimento e nella preghiera, dei doni particolari (come locuzioni interiori o apparizioni e altro ancora). Una di queste, da lui guidata, una signora che viveva in una città toscana, aveva saputo per vie “soprannaturali”, nell’estate del 1994, che una statuetta della Madonna avrebbe pianto alle porte di Roma, a Civitavecchia, perché eventi tragici potevano verificarsi in Italia se non si fosse pregato molto e fatto penitenza: sconvolgimenti sociali, guerra civile, tanto sangue e pure l’uccisione da parte delle Brigate rosse di “un certo Prodi, eletto al governo”.

Va detto che nell’estate del 1994 nessuno parlava di Prodi (non faceva politica) e nessuno più parlava di Br (che solo negli anni successivi tornano fuori e uccidono). Di quella donna sono riuscito a sapere solo questo: che “si offrì come vittima” per risparmiare al suo Paese questa tragedia e che di lì a poco in effetti si è ammalata di una patologia strana e grave. Dopo la lacrimazione del 15 marzo anche il vescovo di Civitavecchia chiese a tutti i monasteri di clausura d’Italia di pregare ardentemente per il nostro Paese..."
[Antonio Socci]

venerdì, giugno 01, 2007

A SECRETIS, III

ovvero: visioni private

La sera dell'ultimo giorno del mese mariano, mentre su Raidue si concludeva la tanto deprecata trasmissine Anno Zero di Michele Santoro intorno al famigerato "Sex crimens and the Vatican" su Raiuno invece il serafico Bruno Vespa appariva alla Madonna di Fatima, verrebbe da dire se non chè qualcuno non ritenesse l'espressione blasfema.

L'antico volpone di un conduttore di Porta a Porta, rivolto all'eminentissimo cardinal Tarcisio Bertone che gli appariva "come in uno specchio" chiede "la busta" e ci manca poco che Bertone replichi come un Mike Bongiorno d'antan : "vuole la uno, la due o la tre?"
Il cardinal Segretario di stato, infatti, prima mostra la busta con il testo della traduzione italina del terzo segreto di fatima, ma non la apre e non la mostra; Bruno vespa legge la data sulla busta: 1967.
Poi apre la grande busta in cui era conservato il segreto presso il vescovo di Leiria e che nel 1958 fu trasferito al Sant'Uffizio "per conservarlo meglio".
All'intero una busta su cui Suor Lucia scrisse che "per ordine di Nostra Signora" il segreto poteva essere rivelato dopo il 1960 dal vescovo di Leiria-Fatima o dal patriarca di Lisbona. All'interno un'altra busta su cui la medesima veggente aveva scritto il medesimo "ordine" di Nostra Signora e poi finalmente ecco spuntare tra le candide mani del porporato -in prima visione mondiale- le originali quattro paginette del racconto della visione del vescovo vestito di bianco colpito a mortre da arma da fuoco e frecce.

Una prima considerazione di chi vede Porta a Porta è quella di scoprire che il terzo segreto nei piani di Nostra Signora non doveva per forza essere rivelato solo al papa.
Sul perchè il cardinal Ottaviani "in illo temore" disse che il segreto era composto di un solo foglio di venticinque righe, Bertone non sà proprio come spiegare un lapsus del genere. Inoltre per avvalorare il fatto che quello da lui presentato nel 2000 è l'unico possibile terzo segreto di Fatima (e non vi è un "quarto segreto")sostiene che Ottaviani non era l'unico oltre al papa a conoscere il testo del segreto ma era stato letto e discusso da tutti i cardinali membri della plenaria del sant'Uffizio.
Saremo anche noi ignoranti delle procedure inquisitoriali del sant'uffizio al pari dei giornalisti della Bbc ma questa è la prima volta in cui Bertone fa emerge questo aspetto della procedura che precedette la decisione giovannea di non rivelare il Segreto nel 1960.
Di una cosa però il telespettatore "veggente" di Porte a Porta che ha letto il libro di Socci si è convinto: che cioè è umanamente impossibile poter intravedere in controluce il testo del segreto addirittura attraverso tre diverse buste e sostenere tranquillamente che all'interno vi era un unico foglio con un testo di circa venti righe come invece affermò di aver fatto nel 1958 il vescovo coadiutore di Leiria-Fatima.

Post Scriptum: Ovviamente c'è la possibilità che la busta fosse un'altra come argomenta beatamente il buon Antonio Socci che Vespa non ha opportunamente invitato in trasmissione (per evitargli la scomunica dato che di fronte agli incalzanti "Perchè? perchè? perchè!!!" di Socci sicuramente Bertone avrebbe reagito con meno carità cristiana di Giovanna Melandri).

BERTONE NEL “VESPAIO” : "...a un certo punto il prelato mostra le buste che sono state aperte nel 2000, quando fu svelata la parte del terzo segreto con la visione del “vescovo vestito di bianco”. Ebbene, su queste buste manca qualcosa che doveva assolutamente esserci: una frase di papa Giovanni. Infatti monsignor Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, riferì in due interviste a Orazio la Rocca (Repubblica, 26.6.2000) e a Marco Tosatti (nel libro “Il segreto non svelato”) che quando – nel 1959 – papa Roncalli lesse il Terzo segreto e decise di secretarlo, disse allo stesso Capovilla di “richiudere la busta” scrivendoci sopra “non dò nessun giudizio” perché il messaggio “può essere una manifestazione del divino e può non esserlo”.

Ebbene dov’è la scritta voluta da Giovanni XXIII ? Nelle buste mostrate da Bertone non c’è. Dunque sta altrove..."

E poi: "...Bertone a “Porta a porta” ha fornito involontariamente un’ altra prova, ancora più clamorosa, che il “quarto segreto” esiste. Infatti della busta contenente il testo della visione ha dato le misure: “9 centimetri per 14”. Il prelato evidentemente ignora che dal 1982 all’Archivio del Santuario di Fatima è conservato un documento di monsignor Venancio il quale portò materialmente la busta col “quarto segreto” alla nunziatura per inviarlo a Roma. Il monsignore trascrisse le esatte misure della busta di Lucia che era di 12 centimetri per 18. Dunque dagli atti ufficiali risulta che quella era un’altra busta".

martedì, maggio 15, 2007

A SECRETIS, II

Ovvero: la paura fa 90!



Sul quotidiano LIBERO del 12 maggio 2007, alla vigilia del novantesimo anniversario della prima apparizione della Santa Vergine a Fatima, in un suo articolo il buon Antonio Socci come un novello Giobbe ha espresso tutte le sue doglianze contro le invettive lanciategli contro nientemeno che dall'Eminentissimo Bertone Segretario di Stato di sua Santità.

Socci è l'autore di un ormai celeberrimo panphlet "Il quarto segreto di Fatima" che analizza la suggestiva ipotesi di un terzo segreto composto di due parti: il testo della visione pubblicata nel 2000 e un testo con le parole della Santa Vergine a commento della visione (cioè il "vero" segreto) ancora secretato.

Il libro, che è stato assunto ad un clamore ed una fama certamente insperata dall'autore, ha il suo punto di forza proprio nella sincera ed autobiografica analisi della propria costernazione di fronte (alle incongruenze tra ciò che per quarant'anni era trapelato intorno al Terzo Segreto di Fatima e cio che poi si è rivelato essere), e soprattutto, alla mancanza di trasparenza con cui monsignor Tarcisio Bertone, l'allora Segretario della Congregazione per la dottrina della Fede, aveva gestito la pubblicazione del segreto e massimamente i suoi incontri di ore con la nonagenaria Suor Lucia di cui ben poco è trapelato.

E' capitato spessissimo, con suor Lucia viva ma soprattutto con suor Lucia morta, che se qualcuno avanzi un'ipotesi temeraria o meno sulla vicenda delle apparizioni di Fatima ecco subito scendere in campo monsignor Bertone nel frattempo divenuto cardinale di Genova e e poi Segretario di Stato vaticano, a puntualizzare, smentire, chiarificare la verità dei fatti in virtù di ciò che Suor Lucia gli ha detto nelle lunghe ore di "interrogatorio" cui fu sottoposta per mandato di Papa Giovanni Paolo II il quale con una missiva rassicurava la veggente di rispondere senza reticenze al monsignore inviatio da Roma.

Niente vieta di credere in buona fede alle dichiarazioni del cardinal Bertone anche se è opinione non condannabile quella di chi ritiene che colloqui così importanti avrebbero dovuto essere registrati accuratamente, e che se sono stati verbalizzati (cosa di cui Bertone diede indiretta conferma in un'intervista dopo la morte di suor Lucia) avrebbero dovuto essere resi pubblici dato che "l'interrogatorio" cui Bertone sottopose la novantenne carmelitana riguardava solo ed esclusivamente il cosiddetto "terzo segreto di Fatima" intorno al quale dopo il 13 maggio 2000 non ci dovrebbero essere più segreti.


Così si angustia il buon Socci:
"Che errore. Chissà perché il cardinal Bertone si è cacciato in questo guaio mettendo nei pasticci il Vaticano.
Personalmente dovrei essere strafelice che il Segretario di Stato (quindi il numero 2 della Chiesa) abbia pubblicato un libro, "L'ultima veggente di Fatima", per ribattere al mio "Il quarto segreto di Fatima". È un unicum. Neanche Dan Brown ha avuto un tale onore. Evidentemente quelle mie pagine devono scottare molto. Al prelato è scappata la frizione perché - con tanti saluti alla carità cristiana - inveisce contro di me: le mie sarebbero «pure farneticazioni», la mia inchiesta farebbe il gioco «dell'antica massoneria per screditare la Chiesa» ...

...
Ma qual è il cuore della nostra diatriba? Sta in questa domanda: il famoso "terzo segreto" di Fatima, contenente la profezia di ciò che dovrà accadere alla Chiesa e al mondo nel futuro prossimo, è stato pubblicato per intero nel 2000? Io ho cominciato la mia inchiesta convinto che fosse così. Poi mi sono reso conto che i fatti dicevano il contrario. Ne ho dovuto lealmente prendere atto, dichiarandolo e rilevando un quantità incredibile di "buchi" e contraddizioni della versione ufficiale. "


Ben si vede che il cardinal Bertone ha letto il panphlet socciano dove nella narrazione della secretazione ed ella dissecretazione del "terzo segreto" coloro che fanno meno bella figura sono papa Giovanni XXIII e Bertone.
Quest'ultimo, a differenza del "Papa Buono" a propria discolpa non può vantarre l'aureola della santità nè la mitezza di carattere.

Prova che la lettura de "Il quarto segreto di Fatima" ha provocato a Sua Eminenza un gran "giramento dei santissimi" è l'aver ingaggiato il vaticanista di Raiuno Giuseppe de Carli per un libro-intervista da contrappore al libro di Antonio Socci. Ecco pertanto vedere le stampe per le edizioni Rizzoli "L'ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia" in cui l'Eminentissimo racconta per l'ennesima volta tutta la verità sui suoi incontri con suor Lucia. Fa problema che ogni volta che il cardinal Bertone assicura di dire "tutto" su Fatima aggiunge sempre qualcosa di nuovo!

Di ciò continua a dolersene Socci: "A Bertone, che da monsignore ebbe una parte da protagonista nella pubblicazione del segreto fatta nel 2000, chiesi un colloquio nel corso dell'inchiesta.
Pur conoscendomi bene, me lo negò e anzi si attivò subito per pubblicare un libro di risposta al mio. Come poi ha fatto in questi giorni (il 13 maggio è il 90° anniversario delle apparizioni).
Il problema è che questo libro non dà neanche una risposta agli interrogativi. E anzi pone ulteriori problemi.

Ho provato addirittura imbarazzo a leggere una cosa tanto pasticciata e autolesionista.
Per qualunque autore sarebbe un colpo eccezionale vedersi attaccato personalmente dal Segretario di Stato vaticano senza uno straccio di argomento. Ma per me è un disastro, perché mi sento prima cattolico che giornalista.

Avrei preferito aver torto marcio ed essere confutato. Oppure avrei voluto che la Santa Sede si decidesse a rivelare tutta la verità sul "terzo segreto" di Fatima, pubblicando - come la Madonna aveva chiesto - la parte ancora nascosta. Altrimenti avrei preferito essere ignorato, snobbato, boicottato. L'unica cosa sbagliata, l'unica cosa da evitare è precisamente ciò che Bertone ha fatto: esporsi pubblicamente senza rispondere a nulla e anzi aggiungendo trovate disastrose. Per lui e per il Vaticano.

Innanzitutto c'è il problema della "gestione" della testimone di Fatima, suor Lucia: per anni tutti hanno potuto strologare su Fatima tranne lei che dal 1960 è stata silenziata dal Vaticano. Cosa si temeva? Prima della pubblicazione del testo, nel 2000, il papa invia Bertone dalla suora, a Coimbra. Lo invierà ancora una volta nel novembre 2001. Infine il prelato tornerà da lei nel dicembre 2003. Questi tre colloqui erano la grande occasione perché l'unica veggente in vita, ormai quasi centenaria, lasciasse a tutti i cristiani e all'umanità la sua completa e preziosissima testimonianza sulla più importante apparizione mariana della storia. Un'opportunità epocale. Anche per mettere a tacere tante voci e leggende e per proteggere il Vaticano da accuse di manipolazione, Bertone avrebbe dovuto registrare (magari anche far filmare) questi eccezionali colloqui da lasciare ai posteri. O quantomeno disporre di verbalizzare tutto, domande e risposte, da far firmare alla veggente. Per evitare future e prevedibili contestazioni. Ma incredibilmente questi tre interrogatori, della durata - dice il prelato - di «almeno dieci ore», non furono né registrati, né filmati, né verbalizzati.

Il prelato ci spiega oggi che lui «prese appunti».
Così nei documenti ufficiali di Fatima sono riportate solo poche frasette attribuite alla suora, frasi di discussa credibilità e per nulla esaurienti perché le domande decisive, quelle che servivano per chiarire tutti i dubbi, non le furono poste, o almeno non sono riportate da Bertone ...

...
E quel che è peggio attribuisce oggi alla suora - che nel frattempo è morta e non può smentire nulla - delle frasi che non furono riportate nel resoconto ufficiale del 2000. Secondo Bertone la suora avrebbe detto, davanti al testo del 2000, che «questo è il Terzo Segreto», «l'unico testo» e «io non ho mai scritto altro».
Perché una frase così importante non fu riportata da Bertone nella pubblicazione ufficiale? E perché il prelato non chiese alla veggente se aveva mai scritto il seguito delle misteriose parole della Madonna sospese dall'eccetera («In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede ecc») che sono sempre state considerate dagli esperti l'incipit del Terzo Segreto?

Davvero strano. Come l'altra frase che oggi - e solo oggi, morta la veggente - il prelato le attribuisce, secondo cui suor Lucia, quando seppe dell'attentato al papa del 1981, «pensò subito che si era attuata la profezia del Terzo Segreto». Perché mai una conferma così decisiva non fu riportata nel resoconto ufficiale? Perché nel dossier vaticano, che pubblicava il testo della visione (col «vescovo vestito di bianco ucciso»), nessuno - né suor Lucia, né i cardinali Sodano e Ratzinger e neanche Bertone stesso - scrisse esplicitamente che l'attentato del 1981 era la realizzazione del Terzo Segreto?
E perché Ratzinger disse che tale interpretazione era solo un'ipotesi e non c'erano «interpretazioni ufficiali» della Chiesa, mentre oggi Bertone pretende di imporla come versione ufficiale?
E perché suor Lucia, nella lettera al pontefice allegata al dossier vaticano, scritta nel 1982, quindi un anno dopo l'attentato, spiegò che «non constatiamo ancora la consumazione finale di questa profezia» (del Terzo Segreto), ma che «vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi»?
Perché in quella lettera al pontefice Lucia non fa menzione dell'attentato appena verificatosi se proprio quello era la realizzazione del Segreto?

C'è chi ha sostenuto che Bertone non abbia registrato, né verbalizzato i colloqui con la veggente perché ne sarebbero emerse pressioni psicologiche, sulla suora di clausura, per indurla ad avallare certe tesi.
Mi è tornato in mente leggendo la pagina del libro di Bertone dove il cardinale ricorda che ad un certo punto la veggente era «irritata» e gli disse: «Non mi sto confessando!».
A cosa poteva rispondere con queste dure parole Lucia? Forse qualcuno ricordava all'anziana suora di clausura il potere ecclesiastico e ventilava «non assoluzioni»? Non si sa, perché il prelato - che ricorda bene la risposta (per le rime) della suora - dice di aver «rimosso» (testuale) la sua domanda. È evidente che il "quarto segreto" di Fatima (ovvero la parte nascosta del terzo) esiste e nel mio libro penso di averlo dimostrato...


...Non ho spazio qui per elencare tutte le gaffe del libro. Ma qualcuna sì. Bertone c'informa per esempio che «suor Lucia non lavorò mai col computer». Notizia preziosa perché in un'intervista alla Repubblica del 17 febbraio 2005 aveva dichiarato che Lucia «usava alla fine perfino il computer». La cosa allora serviva ad accreditare certe lettere del 1989 di suor Lucia che non erano auto- grafe e contraddicevano quanto aveva detto in precedenza sulla «consacrazione della Russia».

È curioso che il Segretario di Stato nel suo libro accrediti pure la voce che Gorbacev, nella storica visita a papa Wojtyla del 1° dicembre 1989, «abbia fatto mea culpa» davanti al papa, quando fu ufficialmente smentita dalla Sala Stampa vaticana il 2 marzo 1998. Del resto Bertone oggi accredita come autentiche addirittura le esplosive dichiarazioni sul Terzo Segreto attribuite a Giovanni Paolo II a Fulda nel novembre 1980, quando esse furono smentite sia dalla Sala Stampa vaticana che dal cardinal Ratzinger («questo incontro a Fulda è falso, non ha avuto luogo e il papa non ha detto queste cose»).
Del resto Bertone si premura di dire che «l'interpretazione del cardinal Ratzinger» relativa al Terzo Segreto «non era un dogma di fede». Ma lascia che il suo intervistatore presenti il Bertone-pensiero così: «le sue parole, davanti a tante interpretazioni del messaggio della Madonna..., sono l'imprimatur di una versione definitiva». Addirittura superiore a Ratzinger..."

martedì, aprile 17, 2007

L'aringa rosa /6



"PADOVA-La scoperta di Giuliano Pisani: le 4 figure affrescate a fianco del Cristo Giudice agli Scrovegni non sono i simboli tradizionali, ma animali ben più insoliti"

Ovvero: Articolo di Marco Bussagli sull'Avvenire di martedì 17 aprile 2007: "Giotto perde gli evangelisti?
Assieme a due esseri alati, sono raffigurati un centauro (che alluderebbe alla natura umana e divina di Gesù) e un orso che tiene tra le zampe un luccio: altro simbolo cristologico"




«E' assolutamente sorprendente come, talvolta, negli studi, si continuino a ripetere le medesime affermazioni senza nessuno spirito critico, un po’ per pigrizia, un po’ per autoconvinzione.
Mi spiego meglio. Quando, per inveterata tradizione, studiosi autorevoli si abbandonano ad affermazioni banali e scontate che, però, sono comode in quanto non sollevano problemi e, in fondo, sembrano la soluzione più ovvia, anche nel caso di una riconsiderazione della questione ab imis, come per la Cappella degli Scrovegni di Padova, si finisce per vedere con gli occhi della tradizione, orale o scritta che sia.

Non si può certo dire, infatti, che negli ultimi anni la Cappella dell’Arena, come pure viene chiamata l’edificio di Enrico Scrovegni, non sia stata studiata. Basterebbe la campagna di restauro condotta magistralmente da Giuseppe Basile nel 2002, nel corso della quale gli affreschi sono stati ripuliti, restaurati, studiati e fotografati, letteralmente, centimetro per centimetro.
Eppure, la lettura data fin qui di alcuni particolari è sempre stata la medesima. Tutti, infatti, hanno continuato ad affermare che il Cristo giudice sia seduto su un trono di luce sostenuto dalle figure simboliche degli evangelisti. Così, per esempio Claudio Bellinati, nel suo bellissimo Giotto. Padua felix. Atlante iconografico della Cappella di Giotto (1996), scrive: «Sotto il trono di diaspro verde stanno i quattro simboli degli Evangelisti: Aquila (Giovanni), Vitello (Luca), Angelo (Matteo), Leone (Marco)». Ugualmente, gli studiosi precedenti e quelli successivi, con qualche distinguo.

Il fatto è che le cose non stanno così. Allora, in questi casi, ci vuole qualcuno che guardi con occhi nuovi e dica che «il re è nudo». Così, a gettar via gli occhiali del preconcetto e a dire finalmente che quelli non sono gli evangelisti che la tradizione vorrebbe, ci ha pensato Giuliano Pisani, appassionato di Giotto, grecista e latinista, già assessore alla Cultura del Comune di Padova, non storico dell’ arte e forse proprio per questo capace di osservare i fatti da un nuovo punto di vista.

Per capire che quelli dipinti da Giotto a Padova non sono i simboli degli evangelisti secondo l’iconografia canonica, in realtà, era sufficiente guardarli; ma solo Pisani l’ha fatto con un articolo che sarà pubblicato nel prestigioso Bollettino dei Musei Civici di Padova.
In realtà, come ricorda lo stesso Pisani, già Aldo Foratti, nel 1921, metteva in guardia nei confronti di un’identificazione, per così dire, automatica di quelle figure come evangelisti, ma poi tutti avevano dimenticato l’avvertimento e nessuno aveva più affrontato il problema, rifugiandosi nella versione di comodo.
Il fatto è che – mentre a destra guardando compaiono due figure alate, una con la testa di leone ed una con la testa di uomo che assume l’aspetto di un cherubino con le ali ripiegate sul corpo, così come l’altro – a sinistra le cose si complicano.

La figura più vicina al Cristo è una sorta di centauro, con zampe da quadrupede e busto umano (notato anche da studiose come Irene Hueck e Chiara Frugoni che, però, lo riconduce forzatamente al simbolo di Luca), mentre quella più lontana è ancora più inspiegabile. Si tratta di un orso in posizione eretta che stringe fra le zampe ungolate un pesce, verosimilmente un luccio, come Pisani afferma nell’articolo e conferma alla luce delle perizie degli zoologi.

Una cosa, intanto, è certa: l’aquila che tutti hanno visto non c’è e neppure il vitello di Luca, anche se il presunto centauro ha gli zoccoli fessi degli ovini. Il mistero s’infittisce e per darne spiegazione Pisani ricorre giustamente all’impostazione generale del programma della Cappella, che si basa, come ha dimostrato in un altro articolo pubblicato sul Bollettino (2004), sul rapporto fra la Giustizia umana (dipinta da Gotto a monocromo fra le Virtù contrapposte ai Vizi) e quella divina rappresentata da Cristo come «sole di Giustizia». Ne deriva, secondo Pisani, che l’aggiunta di queste singolari f igure simboliche voglia esaltare alcuni aspetti del Cristo, a cominciare dal Centauro che allude alla doppia natura del Redentore, umana e divina.

A sua volta, il pesce e l’orso sono due altri aspetti cristologici che ritornano coerentemente in questo contesto. È ben noto, asserisce Pisani, che il pesce sia uno dei più antichi simboli di Cristo; ma la scelta del luccio, non farebbe altro che rafforzare questa simbologia perché «il lucius dei latini è il "pesce-luce" cui già i primi cristiani attribuivano accostamenti al Signore luce del mondo», come spiega sinteticamente. Non solo, ma il pesce alluderebbe all’umanità "pescata", ossia salvata dalla Chiesa, come specifica sant’Agostino in un passo del De Civitate Dei (XVIII, 49), nel quale non manca certo il paragone con la rete da pesca definita evangelica («sagenam evangelicam»), come sottolinea lo studioso.
Infine, l’orso sulla scorta dell’interpretazione d’Isidoro di Siviglia – uno degli enciclopedisti più frequentati dai teologi medievali come Altegrado de’ Cattanei, probabile ispiratore del programma e canonico della Cattedrale di Padova – alluderebbe alla Provvidenza divina.
Pisani invita gli studiosi ad approfondire, ma – grazie a lui – un bel pezzo di strada è stato percorso».

sabato, marzo 03, 2007

Parole sante , Signora mia! 3


La rivista "30 Giorni", nel numero di Gennaio 2007, pubblica un interessante intervista a Monsignor Mario Senigaglia che fu segretario particolare di Albino Luciani negli anni dell'episcopato veneziano. Alla giornalista Stefania Falasca racconta come e perchè avvenne -il lunedì 11 Luglio 1977- l'incontro tra il futuro pontefice Giovanni Paolo I e suor Lucia di Fatima.

Si dimostra così -contro ogni posteriore mitologia agiografica!- che non fu una suor Lucia divinamente ispirata a chiamare a Coimbra il cardinal Luciani, ma Luciani andò al convento carmelitano di Coimbra perchè quella tappa era prevista nel programma del pellegrinaggio. Peraltro non fu certo suor Lucia a chiedergli un incontro a quattrocchi e che di quell'incontro di cui molto si è romanzato ci furono dei testimoni oculari!

"...Ma come avvenne l’incontro con suor Lucia nella clausura di Coimbra?
SENIGAGLIA: Innanzitutto Luciani non entrò da solo.
Come? Non era solo a quell’incontro?
SENIGAGLIA: No. Lo accompagnò e vi assistette una nobildonna veneziana.
E chi era?
SENIGAGLIA: La marchesa Olga Morosini de Cadaval.

Un momento... ci faccia capire bene i fatti dall’inizio. Da dove viene fuori questa nobildonna? E perchè Luciani era andato a Fatima? C’era un motivo, una ricorrenza particolare…
SENIGAGLIA: No. Nessuna motivazione particolare. Andò a Fatima semplicemente per un pellegrinaggio.
Ogni anno, qui a Venezia, il padre gesuita Leandro Tiveron, che era stato anche il confessore di Luciani, organizzava un pellegrinaggio in qualche santuario mariano. E quell’anno decise per Fatima.
Luciani era stato a Lourdes diverse volte. A Fatima invece non era mai stato. Il padre Tiveron gli propose allora di andare e lui accettò. Così il patriarca si unì alla comitiva dei pellegrini. Una cinquantina circa.
Il 10 luglio visitarono il santuario e parteciparono alla celebrazione eucaristica a Fatima. E il giorno seguente si spostarono a Coimbra per assistere alla messa nel convento delle suore carmelitane. A proporre e a organizzare la tappa al monastero di clausura di Coimbra fu proprio la marchesa de Cadaval, che aveva legami con il convento.

E come mai questa nobildonna aveva tanta familiarità con il convento di Coimbra da avere persino accesso alla clausura?

SENIGAGLIA: La marchesa de Cadaval era sposata a un portoghese, tenutario del sud. Era una donna di elevata cultura e sensibilità ma anche di profonda pietà, e durante le sue permanenze in Portogallo si adoperava come crocerossina al santuario di Fatima divenendo ben presto anche benefattrice del convento di Coimbra. Lì ebbe modo di conoscere suor Lucia, con la quale instaurò uno stretto rapporto di fiducia. Per anni fu sua collaboratrice. Assisteva suor Lucia nelle traduzioni della corrispondenza. Durante la guerra, ebbe persino l’incarico di portare personalmente, e spesso a memoria, messaggi a Pio XII e messaggi di questi a suor Lucia.
Pacelli conosceva la marchesa fin dagli anni della sua giovinezza. La Cadaval, infatti, aveva frequentato l’università a Roma ed era in buone relazioni con la famiglia del futuro Pontefice. Si trovò così a svolgere anche il ruolo di trait d’union tra suor Lucia e il Papa. Nel ’77 era anziana ormai, avrà avuto più di una settantina di anni.
Luciani l’aveva conosciuta prima di quell’occasione?
SENIGAGLIA: L’aveva vista in qualche occasione a Venezia.
E lei, la conosceva personalmente?
SENIGAGLIA: Sì. Era una mia parrocchiana. Durante i suoi soggiorni a Venezia abitava a due passi dalla chiesa di Santo Stefano e ogni giorno, al mattino presto, veniva a messa in parrocchia. Così ebbi modo di conoscerla. E fu in una di quelle mattine dopo la messa che, parlando del pellegrinaggio a Fatima, venne fuori l’idea della visita a Coimbra.

Fu dunque iniziativa della marchesa l’incontro di Luciani con suor Lucia, non fu la veggente di Fatima a chiedere di lui…
SENIGAGLIA: Mentre si parlava della visita a Coimbra la marchesa disse: «Se dovesse venire il patriarca… avrei piacere di presentarlo, con l’occasione, a suor Lucia». Ecco come venne fuori. E il seguito andò così: «Se le fa piacere…», risposi allora, «provi a chiederglielo…». «Guardi però», aggiunsi anche, «che se lei fa presente al patriarca questa possibilità, prima di partire, è probabile che le dica di no». Luciani, infatti, era sempre discreto e restio a queste cose. Attento a non dare mai incomodo a nessuno. E, «di sicuro», dissi alla Cadaval, «se lei glielo chiede prima, obietterà che staccarsi dai pellegrini non sarebbe opportuno, che farebbe perdere del tempo… Ma se glielo dice stando lì, all’ultimo, allora… può darsi che alla fine per un saluto accetti». E così fece, in accordo col padre Tiveron.

E l’incontro come si svolse?

SENIGAGLIA: La Cadaval si trovava già al monastero quando arrivarono i pellegrini e aveva informato suor Lucia della presenza del patriarca Luciani. Venuto il momento, al termine della celebrazione eucaristica, disse al patriarca che suor Lucia avrebbe avuto piacere di salutarlo. Insieme alla priora del convento entrarono in clausura.
La Cadaval lo accompagnò da suor Lucia e restò con loro.
Visto poi che Luciani riusciva a capire abbastanza bene il portoghese, si fece in disparte, e finito il colloquio lo riaccompagnò dove lo aspettava il segretario don Diego Lorenzi per andare a pranzo con gli altri.

Don Diego disse che quell’incontro durò un’ora e mezzo. Altri ritengono di più. Luciani stesso riferì di aver parlato a lungo… SENIGAGLIA: Ma… vero è che un tempo lungo per Luciani poteva essere già mezz’ora. Per chi aspettava forse potrà esser sembrato ancora più lungo… Ad ogni modo, né Luciani, né la Cadaval mi hanno mai rilevato questo fatto del tempo come qualcosa di eccezionale. So che raggiunse gli altri al ristorante e che dopo il pranzo, con la macchina messa a disposizione dalla Cadaval, tornò a Lisbona per poi rientrare a Venezia, dove aveva degli impegni. Tutto qui.

Lei incontrò Luciani al suo rientro da Fatima. Che cosa le disse?
SENIGAGLIA: Ricordo che entrai nel suo studio e mi disse: «Siediti». Questo significava che era in vena di raccontare.
Mi parlò del viaggio, del clima di autentica preghiera e dei gesti di penitenza commovente che aveva visto a Fatima. Dei pellegrini che avevano fatto un lungo tragitto a piedi nudi sui sassi nella spianada, sotto il sole, e delle pie donne che all’occorrenza medicavano, all’arrivo, i piedi di quei pellegrini.
Parlammo allora della differenza con Lourdes e poi ancora di queste diverse forme di pietà, e andando avanti nel discorso, a un certo punto, gli chiesi di Coimbra: «So che è stato lì e ha avuto modo anche di incontrare suor Lucia…».
E lui: «Sì, sì l’ho vista… Ah! ’sta benedeta monèga», mi disse, «m’ha preso le mani tra le sue e ha cominciato a parlare…».
Rimase quindi un po’ a pensare con le mani giunte, poi riprese: «… ’Ste benedete monèghe quando cominciano a parlare non la finiscono più…». Mi disse però che delle apparizioni non aveva parlato e che lui le chiese solo qualcosa sulla famosa “danza del sole”.
E poi?
SENIGAGLIA: E poi basta. Entrammo nelle questioni di Venezia. Prima di chiudere l’argomento gli dissi però, essendo allora direttore di Gente Veneta: «Eminenza, perché non ci fa un pezzo su questo incontro?». E lui: «Va bene, volentieri, lo faccio». Ed è quello che poi ha scritto.
Si riferisce alla relazione pubblicata il 23 luglio del ’77…
SENIGAGLIA: Esattamente. E lì scrisse quello che mi aveva accennato e tutto quello che, a riguardo, aveva in animo di dire. Scrisse, non senza il suo fine e abituale humour, del carattere gioviale, del parlare spedito della piccola suora, che con tanta energia e convinzione insisteva sulla necessità di avere oggi suore, preti e cristiani dalla testa ferma, e dell’interesse appassionato che rivelava, parlando, per tutto ciò che riguardava la Chiesa con i suoi problemi acuti. Scrisse poi che le rivelazioni, anche approvate non sono articoli di fede, che in merito si può pensare quello che si vuole senza far torto alla propria fede, e concluse con quello che sempre ripeteva riguardo al significato di questi luoghi mariani, e cioè: che apparizioni, non apparizioni, messaggi, non messaggi, i santuari sono lì solo per ricordarci l’insegnamento del Vangelo, che è quello di pregare.
[...]
E la marchesa, ebbe modo di rivederla dopo? Che cosa le riferì riguardo a quell’incontro?
SENIGAGLIA: La rividi a Venezia a settembre, in occasione della Biennale. Mi disse che era rimasta contenta per come era andato il pellegrinaggio. Che anche suor Lucia era rimasta contenta, e che, parlando con lei, dopo quel colloquio, la suora le disse che trovò Luciani una bella persona.
Non fece nessun altro riferimento alle parole dette da suor Lucia?
SENIGAGLIA: No.
[...]
Un anno dopo, nel marzo del ’78, ci fu però un episodio che fu all’origine delle successive dichiarazioni su quell’incontro a Fatima. Luciani disse al fratello Edoardo di aver incontrato suor Lucia e, vedendolo turbato, Edoardo mise in relazione questo fatto con le predizioni che la suora gli avrebbe riferito sul suo futuro…
SENIGAGLIA: Sono impressioni, ipotesi, deduzioni personali, che Edoardo espresse subito dopo la morte del fratello. E delle quali io non posso rispondere. Edoardo, tuttavia, non sapeva come era andata quella circostanza. Luciani gli disse solo che aveva incontrato suor Lucia. Nient’altro.

Resta però quel turbamento…
SENIGAGLIA: Ma quante volte, quando andavamo a trovare le suore di clausura a Venezia, lo sentivo dopo commentare: «Queste donne benedette… non escono mai e non se ne perdono una… conoscono i problemi della Chiesa meglio di noi!». Con suor Lucia ha parlato di questi in generale. Della Chiesa con i suoi odierni, acuti problemi, del pericolo dell’apostasia. L’ha detto. E quindi su questi può essere tornato, non senza preoccupazione, a riflettere.

Insomma, lei non ha mai dato peso a quell’incontro, non lo ha mai messo in relazione con l’elezione di Luciani e la sua repentina morte…
SENIGAGLIA: No. Né prima né dopo la morte.
Gliel’ho detto. Guardi, rividi Luciani anche quel mattino presto quando lasciò Venezia per il conclave. Era preparato a quello che sarebbe successo in quel conclave, sapeva, ne era cosciente. Come lo sapevano gli altri. Nessuna sorpresa. A Venezia erano passati a trovarlo vescovi e cardinali da tutto il mondo. Lo conoscevano, lo stimavano tutti. Del resto era stato indicato già nel ’72. Proprio qui, a Venezia, Paolo VI gli aveva messo la stola sulle spalle. È noto. Quella fu più di un’autentica profezia ad personam. E sotto gli occhi di tutti. Più di così… non ce n’era bisogno di altre.
Questo quindi è tutto, per quanto riguarda Luciani.
Quanto alla Cadaval…

Quanto alla Cadaval?
SENIGAGLIA: Morì quasi centenaria nel 1997. Vent’anni dopo, dunque, quell’incontro a Coimbra. E fino alla fine rimase attiva e lucidissima. Mai fece allusioni, né mai intuii, dalle sue parole, il minimo accenno a preveggenze, profezie di suor Lucia nei confronti della persona di Luciani.
L’anno precedente la morte della Cadaval, nel giugno del ’96, trovandomi a Fatima per gli esercizi spirituali, celebrai la messa nel convento di Coimbra insieme a un altro sacerdote, e anche a noi, la marchesa, permise di incontrare brevemente suor Lucia. Ci mise persino cortesemente a disposizione la macchina per andare e tornare. Questo anche per dire dell’amicizia, intercorsa e continuata nel tempo con lei, e di quante occasioni ho avuto, in tutti questi anni dopo la morte di Luciani, per vederla e parlarle."

sabato, dicembre 16, 2006

Parole sante, Signora mia! 2

Ovvero: Il quarto segreto di Fatima



All'inizio del suo libro, Antonio Socci narra la genesi del suo pamphlet: ovvero la volontà polemica di zittire i cosiddetti "fatimidi" che accusano il Vaticano di non aver detto tutto sui segreti di Fatima; i più oltranzisti dei quali addirittura sostengono che il testo del terzo segreto svelato nel 2000 sia null'alto che un falso!

Il libro di Socci è pertanto il frutto dell'inquieta costatazione che a guardare attentamente le carte i "fatimidi" non hanno poi tutti i torti.

Il libro è, pertanto, sconsigliato ai paladini di Giovanni XXIII così come agli estimatori del cardinal Tarcisio Bertone che, al pari del Richelieu di Dumas padre, per il buon Socci è il responsabile di errori e leggerezze madornali (o dovrei dire "madonnali" visto l'argomento?).

E' a Tarcisio Berone, oggidì cardinale Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI e allora segretario della Congregazione "per la dottrina della fede" (presieduta dall'allor cardinal Ratzinger)che da Antonio Socci vengono imputati una mancanza di chiarezza nei metodi che hanno portato alla rivelazione del terzo segreto di Fatima e soprattutto mancanza di limpidezza sul come si siano svolti i colloqui di Bertone con Suor Lucia prima e dopo il 13 maggio del 2000.

Il giallo sul "quarto" segreto di Fatima nasce proprio dalle parole di Tarcisio Bertone nella "Presentazione" del testo del segreto pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana.
Per Bertone è incontestabile che Giovanni Paolo II abbia letto il segreto solo dopo l'attentato del 13 maggio 1981. Gli fu portato dall'allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede cardinal Seper e il papa lo lesse in data 18 luglio 1981.
Fin qui nulla da eccepire. Ma poi Bertone al capoverso successivo dice che "dopo" Giovanni Paolo II volle che si facesse un solenne atto di affidamento del mondo al cuore immacolato di Maria e che scrisse di suo pugno una preghiera a tale scopo che fu letta in una celebrazione apposita in Santa Maria Maggiore in data 7 giugno 1981.
Come è possibile che Giovanni Paolo II "dopo" aver letto il segreto il 18 luglio conponga una preghiera che viene fatta leggere il 7 giugno cioè un mese e mezzo prima?
Il giallo parte da qui. E' solo una svista o Bertone è stato involontariamente troppo sincero?


La prospettiva è affacinante, ma la spiegazione che io modestamente darei a Socci (e ai suoi compari complottisti) è che monsignor Bertone non si stesse riferendo al "dopo" la lettura del segreto ma al "dopo" l'attentato del 13 maggio! Infatti la richiesta di consacrazione del mondo - in verità della Russia e solo della Russia!- al cuore immacolato di Maria non è contenuto nel terzo ma nel secondo segreto di Fatima noto fin dal 1941.

Facciamo allora un passo indietro.
Sempre nella cronistoria del segreto fatta ne 2000 da Berone egli scrive che Paolo VI lesse "il segreto" in data 27 marzo 1965 e che lo rimandò all'archivio del Sant'Uffizio. Loris Capovilla sostiene invece che Paolo VI lesse il segreto il 27 giugno del 1963.
Monsignor Capovilla era il segretario personale di Giovanni XXIII e dopo la morte del papa continuò a lavorare in Segreteria di Stato.
Papa Roncalli morì il 3 giugno 1963 ed il 21 giugno fu eletto Paolo VI. Sei giorni dopo l'elezione, quando ancora non si era svolta nemmeno la cerimonia dell'incoronazione, la mattina del 27 giugno Papa Montini ricevette in privata udienza il vescovo di Fatima. Nel pomeriggio a casa di Monsignor Capovilla dall'appartamento papale gli giunse una telefonata in cui gli si chiedeva dove fosse il terzo segreto di Fatima.
Monsignor Capovilla non rispose dicendo di chiedere al Sant'Uffizio ma rispose: "Sta nel cassetto di destra della scrivania detta Barbarigo, in stanza da letto"!
Come faceva il testo del terzo segreto a trovarsi contemporaneamente nell'archivio segreto del Sant'Uffizio e nella camera da letto del Papa? Come spiegare razionalmente tale bilocazione?

La risposta razionale che io darei sarebbe quella di ritenere la possibilità di due versioni del medesimo segreto. Giovanni XXIII dopo aver letto il segreto nel 1959 potrebbe averne fatto fare una copia in italiano che tenne presso di se rimandando l'originale al Sant'Uffizio. La mia ipotesi troverebbe una chiara conferma nel fatto che il cardinal Seper nel 1981 portò a Papa Wojtyla due buste di colore diverso una contenente la versione originale l'altra una traduzione italiana (fatta fare da Giovanni XXIII?).
Mi è parso strano (e colpevole) che questo particolare delle due buste non venga mai rivelato da Socci.



Facciamo un'altro passo indietro.
Il 4 aprile 1957 la busta con il terzo segreto assieme ad altri scritti e memorie di Suor Lucia giungono all'Archivio Segreto del sant'Uffizio guidato dal cardinal Alfredo Ottaviani. Il cardinale Ottaviani dal Sant'Uffizio portò la busta a Giovanni XXII in data 17 agosto 1959; la busta era ancora sigillata; papa Giovanni la aprì e la lesse, decise di non rivelarne il contenuto e la rimandò al Sant'Uffizio.

Però nei racconti di come avvenne e di chi fu presente a quella lettura le testimonianze divergono. Alcuni sostengono che quando Giovanni XXIII lesse il segreto era presente solo Ottaviani e che il papa capì il significato senza bisogno di traduzioni, altre versioni parlano di più persone presenti oltre ad Ottaviani e del fatto che fu chiamato un monsignore portoghese per tradurre delle "espressioni ostiche".
Come è possibile, si chiede Socci, che di uno stesso evento vengano date "letture" così poco combacianti?
A meno che le testimonianze non si riferiscano alla lettura di due diversi e distinti segreti di Fatima. Noi conosceremmo, perciò, la data in cui fu letto il segreto conservato dal sant'Uffizio.

Altro passo indietro.

Nel 1957 Pio XII diede il permesso alla rivista "Paris-Match" di realizzare un servizio fotografico nel suo appartamento privato. Quando il 14 maggio '57, cioè un mese dopo l'arrivo del terzo segreto a Roma, il fotografo Robert Serrou entrò nella camera da letto di Pio XII fu subito attratto da una piccola cassaforte di legno accanto al letto su cui era la scritta "Secretus Sancti Offici". Quando il fotografo curioso chiese spiegazioni a suor Pascalina Lehnert, la fida collaboratrice di Papa Pacelli, si sentì rispondere: "lì dentro è contenuto il terzo segreto di Fatima".

Perchè il segreto si trovava lì mentre risulta essere stato posto nell'archivio segreto del Sant'Uffizio?
Si potrebbe obbiettare che il Papa in persona era il prefetto del Sant'uffizio e perciò che se il segreto stesse presso il papa o presso "la suprema congregazione" era la medesima cosa.
Se però la cassaforte col segreto rimase nell'appartamento di Pio XII fino alla sua morte, perchè risulta che a Giovanni XXIII il segreto fu portato dal cardinal Ottaviani? E se il segreto lo aveva il Cardinal Ottaviano chi aveva osato, durante la sede vacante, aprire la cassaforte del papa nell'appartamento chiuso con i sigilli?
E' mai plausibile?
Ecco che riemerge pressante l'ipotesi che tutto diverrebbe plauisibile se si ammettesse la possibilità dell'esistenza di due differenti segreti di Fatima.



Nel 1967, nel cinquantenario delle apparizioni, il cardinal Ottaviani, uno dei pochissimi ad essere a conoscenza del segreto di Fatima, in una conferenza alla domanda su dove si trovasse materialmente "ora" il testo del segreto rispose di non saperlo e che il Santo Padre lo aveva mandato in uno di quegli archivi che sono "come un pozzo nero" dove le carte spariscono.
Dichiarazione che non può non lasciare allibiti dato che noi sappiamo che in qualità di pro-prefetto del Sant'Ufficio era lui, e il suo archivio, il responsabile della custodia del segreto! Risulta infatti dagli atti che dopo averlo letto nel 1965 Paolo VI rimandò la busta all'archivio del Sant'Ufficio e da quel medesimo archivio (della ribattezzata Congregazione per la dottrina della Fede) il cardinal Seper, successore di Ottaviani, la consegnò nel 1981 a papa Wojtyla!

Sempre Ottaviani nel '67 dice che Lucia: "ha scritto su un unico foglio ciò che le ha detto la Vergine di riferire al Santo Padre".

Da questa affermazione al buon Socci scaturiscono due considerazioni:

1) Il testo reso noto nel 2000 si potrebbe anche definire "un unico foglio", ma si tratta di un foglio staccato dal mezzo di un quaderno perciò si potrebbe dire anche che sono due fogli, o anche quattro paginette di quaderno.
E se non bastassero i dubbi abbiamo la "confessione" del vescovo ausiliare di Fatima nel 1957 che, dopo aver preso la busta dalle mani dell'anziano vescovo di Fatima che si rifiutà ripetutamente di aprirla e prima di consegnarla al Nunzio apostolico, ha dichiarato di aver osservato controluce il contenuto della busta. Non è riuscito però a leggere il testo che ha dichiarato essere di venti o venticinque righe vergate su di un unico foglio.
Possiamo anche biasimare la curiosità del monsignore, ma dobbiamo riconoscere che la descrizione che ne fa è difforme dal testo a noi tutti noto.

2) Per quarantanni le alte gerarchie hanno sempre detto che il segreto non veniva rivelato perche "le parole" della Madonna avrebbero potuto impressionare ed essere mal interpretate. Lo stesso Ottaviani nel passo citato dice che Lucia mise per iscritto "un messaggio" della Madonna al Papa.

Nel processo di beatificazione dei cuginetti Francesco e Giacinta, Suor Lucia interrogata nel 1946 dichiarò che: "Il testo delle parole di Nostra Signora" fu scritto e sigillato in una busta consegnata al vescovo di Fatima.

Ma nel segreto svelato nel 2000 non ci sono parole della Madonna! E' una visione: a narrarla è Lucia che ha visto la città in rovina e il vescovo vestito di bianco cadere morto. Vede la Madonna e vede un angelo, con in mano una spada di fuoco, che dice per tre volte "Penitenza!". Le uniche "parole" sono quelle dell'angelo e non di Nostra Signora che per tutto il racconto della visione compare come attore muto.

La domanda che ci si può porre è: dove sono le parole di Nostra Signora?

Si trovano forse alla fine del "secondo segreto" dove si dice che: "In Portogallo si manterrà il dogma della fede ecc..."?
Stà forse in quell'eccetera "le parole" e "il messaggio" dell Vergine di Fatima a commento della visione del "vescovo vestito di bianco"?

L'ipotesi potrebbe essere non del tutto peregrina. Che cos'è infatti il "primo segreto di Fatima" se non la visione dell'Inferno? E che cos'è il "secondo segreto di Fatima" se non un commento e una giustificazione del perchè di quella visione?

Seguendo questo sche ma si potrebbe ipotizzare che anche per la seconda visione, il cui contenuto è stato reso noto nel 2000, la Santa Vergine abbia voluto dare ai tre pastorelli delle spiegazioni di ciò che avevano appena visto: sarebbero queste le "parole" che Pio XII conservava in camera sua e che i Papi successivi hanno letto disgiuntamente dal testo della visione conservato dal Sant'Uffizio.

Paura e...?



La grande critica che mi sento di fare a Socci e a molti altri con lui, è lo stupirsi per il fatto che la Santa Sede abbia voluto nascondere per quarant'anni il racconto- seppur allegorico- di un attentato al papa.
A me non sembra affatto che sia una rivelazione poco sensazionale perchè il mondo è pieno di pazzi esaltati che in ogni tempo e con ogni papa sarebbero stati onorati di adempiere la profezia omicida.

Il merito di Sodano -vista la ferma volontà di Giovanni Paolo II di renderla nota- è stato quello di presentare la profezia come già realizzata ottenendo tre risultati.
1)Evitare che altri fanatici in nome della Madonna di Fatima attentassero nuovamente a Giovanni Paolo II e ai suoi successori.
2) Presentare Giovanni Paolo II quale miracolo vivente poichè era "scritto" che "doveva" morire ma La Madonna lo ha salvato; implicitamente presentando tutto il pontificato wojtiliano quale opera più divina che umana.
3) A gloria della fede cattolica e della dottrina del primato pontificio e ad incremento della devozione per la Vergine Maria.

"Le parole sono importanti" e leggendo il panphlet di Socci ci si accorge che l'autore ha notato che nel 2000 da nessuna parte si dice che il terzo segreto è stato "pubblicato" ma si dice sempre che ormai è stato tutto "rivelato", dando così la stura a tutte le congetture che già sappiamo.

Socci congettura che in realtà i papi pur non rivelando le parole esatte del segreto ne hanno comunque a più riprese comunicato lo "spirito" che sarebbe l'invito alla conversione per scongiurare i castighi di Dio. Quale pezza d'appoggio cita le omelie dai riferimenti apocalittici usati sia da Paolo VI sia da Giovanni Paolo II nelle loro omelie pronunciate a Fatima.

Su questo punto bisogna tirargli le orecchie perchè Antonio Socci dovrebbe ben sapere che le omelie si fanno a commento delle letture della messa e la messa votiva della Madonna di Fatima ha la prima lettura tratta dal capitolo 12 dell'Apocalisse. Cioè la visione della donna vestita di sole, del dragone rosso, e della guerra di san Michele e dei suoi angeli contro il drago!

I papi a Fatima hanno sempre fatto delle omelie "apocalittiche" perchè stavano commentando un passo del libro dell'Apocalisse di Giovanni e non del terzo segreto di suor Lucia!

Epperò confesso che, nonostante le obbiezioni che mi son fatto, leggendo Socci il dubbio mi è venuto e non mi abbandona più.

venerdì, marzo 03, 2006

Parole sante, Signora mia!


Il più noto fenomeno di devozione mariana contemporaneo, in ambito cattolico, è quello legato alle ininterrotte apparizioni della Santa Vergine che si ripetono regolarmente ad un gruppo di veggenti sin dal 24 giugno 1981 a Medjugorie: (allora) un paesello sperduto della Bosnia-Erzegovina oggi noto ai devoti di Maria al pari di Lourdes e Fatima.

Il primo giorno la Santa Vergine non disse nulla. Fu il giorno appresso, il 25 giugno 1981 -esattamente 10 anni prima della dichiarazione di guerra della Serbia con cui iniziarono le pulizie etniche nell'ex-Jugoslavia!-, che l'Apparizione dichiarò di essere la "Regina della Pace" e di essere venuta a chiedere (a tutti ma innanzitutto) ai parrocchiani di Medjugorie: la'assidua preghiera e il sacrificio di intere giornate di digiuno a pane ed acqua per scongiurare il pericolo della guerra. I giovani veggenti convinsero il parroco e i parrocchiani e così a Medjugorie si cominciò a pregare per la pace nei cuori, nelle famiglie e "per la pace nel mondo" non immaginando lontanamente che dopo pochi anni la guerra sarebbe scoppiata a casa loro.

Chi conosce anche superficialmente i fatti di Medjugorie sà che la "Gospa": cioè "la Signora" in serbo-croato, appare ogni venticinque del mese per dare un (breve) "messaggio" di esortazione nel percorso spirituale. Ma è molto meno risaputo che la Santa Vergine ha chiesto a Mirjana, una delle giovani veggenti del 1981 (che ormai è anch'ella diventata una "gospa"), di indirizzare tutte le sue preghiere e sacrifici per la conversione degli atei e dei non credenti (e miscredenti) che però la Bella Signora, con sensibilità tutta femminile e materna chiama : "quelli che non hanno ancora conosciuto l'amore di Dio".
Mirjana prega e fa pregare per quell'intenzione dando così vita ad uno specifico gruppo di preghiera che si riunisce ogni due del mese. In tale data la Regina della Pace appare alla veggente dandole uno speciale messaggio mensile mirato a chi prega e si dedica all'apostolato verso i non credenti.


Nell' apparizione del 2 marzo 2006 la Santa Vergine, contrariamente al suo solito, non ha dato alcun messaggio ma -come ha poi spiegato Mirjana- s'è mostrata molto triste, fino alle lacrime, parlando della sua pena per la difficile situazione mondiale.
Ovviamente la veggente s'è tenuta per se le confidenze fattele dalla Vergine Maria. Mirjana ha solo accennato che alla fine dell'apparizione, piangendo, la Madonna ha scandito per ben tre volte:
"Dio è amore!
Dio è amore!
Dio è amore!"

A Maria di Nazaret và, quindi, il premio per la migliore e più incisiva recensione alla prima enciclica di Benedetto XVI

giovedì, marzo 03, 2005

Bertinotti e Liberazione…




...e la Regina mundi






Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, in una intervista a Panorama ammette che la sua professione d’ateismo è in crisi, se non addirittura accantonata definitamene insieme alle matrioske, ai busti di Lenin, le foto di Stalin e gli altri souvenir della Mosca sovietica. Tra i giornali della sua personale rassegna stampa c’è sempre L’Osservatore Romano; accanto all’amicizia di preti (e spretati) progressisti non disdegna la frequentazione dei cardinali; vorrebbe incontrare il papa che stima per la sua opera per la pace nel mondo (ovvero per non allineamento del pontefice alla politica USA), e confessa di “provare – ignazianamente – gusto” nell’assistere alle cerimonie religiose.
Ciò non vuol dire che si sia convertito o mediti l’approdo al “dogma della santa Fede”, ma che con la maturità – non solo dell’età –, con l’affievolirsi delle strumentali contrapposizioni ideologiche, si possa raggiungere la libertà di dare nome a quel desiderio d’infinito e d’eternità che geme silenzioso in fondo al cuore di ogn’uno. Quel sentimento “religioso” connaturato all’essere umano, desiderio di una felicità e di una pienezza al di là del contingente.
Il comunismo voleva in fondo estirpare “scientificamente” la causa dell’ingiustizia, del male, immanentemente individuato nei rapporti di forza economici.
Giustamente spesso si sente dire che il comunismo era una Chiesa non meno dogmatica dell’altra, che richiedeva non meno devozione e ascesi ai suoi fedeli, e che ugualmente prometteva una vita “liberata” dal male (economico) e dalle sue manifestazioni (sovrastrutture!). Inteso in quest’ottica, ben dice Bertinotti che il suo interesse per la dimensione spirituale non è in contrasto con i suoi progetti politici: “Si tratta sempre dell’idea di liberazione”afferma Fausto l’illuminato.
Ma la sua posizione non è considerata “innocente” da coloro che nel suo partito sono cultori dell’ortodossia marxista: il loro partito è pur sempre quello della rifondazione comunista, no?

Ammettere l’esigenza, di una dimensione spirituale, ed ancor più cercare le risposte ignorando il catechismo marxista-leninista, vuol dire relativizzare il comunismo alla “sola” sfera politica-economica, ammettendo che quindi non è l’unica. Bertinotti abbatte involontariamente il tendone del “gran circo Marx-Engels” ammettendo che esistono nell’essere umano modalità d’essere che non trovano appagamento all’ombra della tesi marxista.
Io mi trovo costretto a dar ragione ai leninisti ed ai trotzkisti duri e puri: essi capiscono perfettamente che questo “slittamento metafisico” di Bertinotti implicitamente si pone contro l’impostazione metafisica ( Materialismo storico) di chi definisce il comunismo la vera e “scientifica” soluzione ai problemi dell’umanità.
Spero lo capisca anche Bertinotti che immaginarsi un Marx pacifista che sventola la bandiera arcobaleno indossando il saio francescano ad una manifestazione antiglobalizzazione, è ridicolo. Ridicolo in primis perché Marx sarebbe stato entusiasta della globalizzazione in quanto è la cosa più simile a ciò che venne “profetizzato” nel Manifesto del partito comunista del 1848

Se io fossi il capo di un partito che volesse “rifondare” il comunismo vedrei nell’attuale concentrazione del potere economico in poche mani le basi per una futura rivoluzione del proletariato, che meglio potrebbe riuscire di quella ‘d’Ottobre’. Ma non sarebbe possibile fondare un regime marxista che abolisca la proprietà privata e al contempo lasci libertà di coscienza nelle cose spirituali e del culto? Per i compagni di Bertinotti no: e se lo dicono loro, n’avranno ben d’onde!

Quelli che Karl Marx definisce “economisti classici” - Adam Smith e David Ricardo da cui ricavò le sue previsioni sulla futura rivolta del proletariato -, nell’Inghilterra capitalista del Settecento non hanno alcuna remora a dichiarare che nel processo produttivo borghese il re, la nobiltà e il clero sono solo dei parassiti: non solo sono inutili, poiché improduttivi, ma dannosi perché consumano il capitale che razionalmente sarebbe potuto essere meglio impiegato per ricavarne profitti. Nonostante la palese veridicità di tali affermazioni, lo Stato britannico ritenne che avrebbe potuto prosperare ugualmente pagando le spese del monarca, facendo salvi i privilegi dell’aristocrazia e sovvenzionando la Chiesa Anglicana. Il comunismo invece per “prosperare” deve preventivamente azzerare ogni differenza in nome di un progetto totalizzante in cui non c’è posto per Dio, perché Dio sarebbe la proiezione di quella infelicità umana che il comunismo eliminerà. La fede in Dio è quindi un ostacolo; l’ateismo non è una posizione di coscienza personale ma principio e fondamento necessario del socialismo scientifico. I testi lo dicono, la storia ce lo insegna.
Avendo chiaro questo, se, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, “la bella Signora” era preoccupata degli errori che la Russia avrebbe diffuso nel mondo, la ragione era proprio dovuta a quell’odio inculcato verso un Dio nemico del “popolo”,nemico del bene dell’umanità.
A causa di questo veleno culturale – prima che politico – la Madre di Dio chiese la consacrazione della Russia e del mondo al suo 'cuore immacolato', ovvero ad un cuore che ha piena fiducia nell’amore che Dio ha per l’uomo.

Il trionfo quel cuore di Maria sul boscevismo.


Dopo il solenne atto di affidamento a Maria compiuto dal papa,il 25 marzo 1984 ai piedi dell’immagine della Madonna di Fatima – incoronata ai tempi di Pio XII col significativo titolo di Regina Mundi -, ecco che il 13 maggio successivo, meno di 2 mesi dopo, salta in aria l’arsenale militare di Severomorsk senza il quale è impossibile attuare uno scontro militare con gli Usa, seguì la scelta di Gorbaciov come ultimo estremo e fallito tentativo riformatore, fallitimento firmato l’8 dicembre 1991 – Immacolata Concezione – e conclusosi con l’ammaino della bandiera rossa il successivo 25 dicembre.
Se questo è un messaggio dell'antiumanità cui ha portato l'idolatria della liberazione marxista, beh, questo messaggio è limpido, nonostante ci siano quelli che non vogliono capire o non possono.