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martedì, gennaio 05, 2010

DEVOTIO MODERNA [16]

Ovvero: leggiamo sul Foglio di martedì 5 gennaio 2009 come avvenne che in Melesia i cristiani possano pregare "Allah"

I cristiani possono chiamare il loro Dio col nome di Allah: cosi ha deciso il 31 dicembre [2009, ndr]l'Alta Corte della Malesia, accogliendo il ricorso del Catholic Herald. Un settimanale in inglese, cinese, tamil e malese, questo, la cui sezione malese era stata messa al bando dal governo il 10 dicembre del 2007, per aver violato questo copyright teologico. L'allora premier Abdullah Badawi da ministro dell'Interno, nel 2002, aveva invece bloccato un sequestro, per ragioni analoghe, di copie della Bibbia cristiana in malese e dayak "Colpa di burocrati troppo zelanti", aveva spiegato. Ma poi l'agitazione islamista a montata, il governo si a lasciato condizionare, e ora lo stesso Najib Tun Razak, successore di Badawi alla testa del governo, annuncia ricorso contro la decisione dell'Alta Corte. La sentenza a stata invece elogiata dal capo dell'opposizione Anwar Ibrahim, ex vicepremier che, dopo aver rotto con l'allora uomo forte Mahathir, fini in carcere con l'accusa di "sodomia": e tomato l'anno scorso in Parlamento, nelle elezioni che hanno visto una spettacolare avanzata della sua coalizione, ma ora a di nuovo sotto processo.
A decidere il caso del Catholic Herald e stata Lau Bee Lan, giudice cristiana, a suo tempo nominata da Badawi.
In arabo, in effetti, Allah e nome generico di Dio, per tutte le fedi. Al massimo i cristiani specificano a volte Allah al Ab, "Dio il Padre"; accanto ad Allah al Ibn, "Dio il Figlio", e ad Allah al Ruh al Quds, "Dio lo Spirito Santo". I malesi, che con una proporzione del 98 per cento sono il popolo più cattolico della Terra, parlano una lingua che deriva dall'arabo e pregano pero anche loro Allah. La cosa diventa diversa in altri paesi islamici di lingua non araba. Ma anche in indonesiano, lingua strettamente imparentata al malese, e normale che i cristiani chiamino Dio Allah col vocabolo arabo: lì, semmai, a la prassi imposta nel 1945 dal Padre della patria Ahmed Sukarno a "consigliare" il termine Maha Esa, "Essere Supremo", a tutte e cinque le religioni riconosciute: islamismo, cattolicesimo, protestantesimo, buddismo e induismo. "In malese i cristiani possono dire Tuhan, `Signore', o Isa, `Gesu"', argomentano in Malesia i sostenitori del copyright teologico. Il direttore del Catholic Herald, padre Larence Andrew, ha avuto però buon gioco nel mostrare un dizionario malese-latino del 1631 e un libro di preghiere cattolico stampato a Hong Kong nel 1631, entrambi con traduzioni inequivocabili: Dio = Allah.
I musulmani accusano però i cristiani di voler "creare confusione" tra i "bumiputra". E' questo il nucleo del problema. In Malesia, paese multietnico, un 54 per cento di malesi convive con un 25 per cento di cinesi, un 7,5 per cento di indiani e un 11,8 per cento di altri malesi che si considerano a parte, in quanto estranei all'islamizzazione (in malese sono detti "orang asli", aborigeni). Sebbene la Costituzione li distingua dai malesi doe, le leggi poi li mettono tutti assieme nella categoria dei bumiputra "figli della terra", un'etnia pin uguale delle altre, che non soltanto ha diritto di precedenza nei posti pubblici. Gli stessi cinesi, che hanno in mano 1'economia, sono obbligati sempre ad assumere un certo numero di bumiputra, e addirittura di fame soci nelle loro society. Dopo aver nel 1965 espulso Singapore dalla Federazione per mettere i cinesi in minoranza, i malesi hanno cercato di assimilare gli "aborigeni", proprio per mantenere quel primato numerico che giustifica i loro privilegi. Ma per gli aborigeni a stato proprio il cristianesimo la bandiera contro 1'assimilazione: 9,1 per cento della popolazione malese, i cristiani sono il 7,7 per cento degli indiani, it 9,6 dei cinesi, ma oltre la meta degli "aborigeni". Per essere riconosciuti malesi puri, la Costituzione prescrive la fede islamica.

domenica, marzo 23, 2008

l'allodola di Frisinga /9

Ovvero: "...affinchè si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall'Egitto ho chiamato il mio figlio" (Mt.2,15)


"Nella sua vita terrena Gesù, come tutti noi, era legato alle condizioni esterne dell’esistenza corporea: a un determinato luogo e a un determinato tempo. La corporeità pone dei limiti alla nostra esistenza. Non possiamo essere contemporaneamente in due luoghi diversi. Il nostro tempo è destinato a finire. E tra l’io e il tu c’è il muro dell’alterità. Certo, nell’amore possiamo in qualche modo entrare nell’esistenza dell’altro.
Rimane, tuttavia, la barriera invalicabile dell’essere diversi.

Gesù, invece, che ora mediante l’atto dell’amore è totalmente trasformato, è libero da tali barriere e limiti. Egli è in grado di passare non solo attraverso le porte esteriori chiuse, come ci raccontano i Vangeli (cfr Gv 20, 19). Può passare attraverso la porta interiore tra l’io e il tu, la porta chiusa tra l’ieri e l’oggi, tra il passato ed il domani.
[...]
Il suo andare via diventa un venire nel modo universale della presenza del Risorto, in cui Egli è presente ieri, oggi ed in eterno; in cui abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi. Ora può oltrepassare anche il muro dell’alterità che separa l’io dal tu.
Questo è avvenuto con Paolo, il quale descrive il processo della sua conversione e del suo Battesimo con le parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).
Mediante la venuta del Risorto, Paolo ha ottenuto un’identità nuova. Il suo io chiuso si è aperto. Ora vive in comunione con Gesù Cristo, nel grande io dei credenti che sono divenuti – come egli definisce tutto ciò – “uno in Cristo” (Gal 3, 28).

[...]

Nel capitolo conclusivo della Lettera agli Ebrei [...] si legge: “Il Dio della pace ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna” (cfr 13, 20). In questa frase echeggia una parola del Libro di Isaia, nella quale Mosè viene qualificato come il pastore che il Signore ha fatto uscire dall’acqua, dal mare (cfr 63, 11).
Gesù appare come il nuovo Pastore, quello definitivo che porta a compimento ciò che Mosè aveva fatto: Egli ci conduce fuori dalle acque mortifere del mare, fuori dalle acque della morte.

Possiamo in questo contesto ricordarci che Mosè dalla madre era stato messo in un cestello e deposto nel Nilo. Poi, per la provvidenza di Dio, era stato tirato fuori dall’acqua, portato dalla morte alla vita, e così – salvato egli stesso dalle acque della morte – poteva condurre gli altri facendoli passare attraverso il mare della morte. Gesù è per noi disceso nelle acque oscure della morte. Ma in virtù del suo sangue, ci dice la Lettera agli Ebrei, è stato fatto tornare dalla morte: il suo amore si è unito a quello del Padre e così dalla profondità della morte Egli ha potuto salire alla vita. Ora eleva noi dalla morte alla vita vera.

Sì, è ciò che avviene nel Battesimo: Egli ci tira su verso di sé, ci attira dentro la vera vita. Ci conduce attraverso il mare spesso così oscuro della storia, nelle cui confusioni e pericoli non di rado siamo minacciati di sprofondare.


Nel Battesimo ci prende come per mano, ci conduce sulla via che passa attraverso il Mar Rosso di questo tempo e ci introduce nella vita duratura, in quella vera e giusta.
Teniamo stretta la sua mano!
Qualunque cosa succeda o ci venga incontro, non abbandoniamo la sua mano! Camminiamo allora sulla via che conduce alla vita."

Benedictus PP XVI

sabato, agosto 18, 2007

POST Mortem 5



E' durata ben poco l'illusione sulle prime timide aperture al principio sacrosanto della libertà religiosa da parte delle massime autorità dell'islam sunnita dell'università Al Azhàr del Cairo (che viene dai media volgarmente rappresentato come "il Vaticano islamico").

"Il muslim che rinnega l'islam per passare ad altro credo compie un grave peccato la cui punizione spetta a Dio solo" aveva suppergiù dichiarato Ali Gomaa Gran Muftì d’Egitto, ma la dichiarazione del "maestro della legge" ora ci appare puramente accademica e avulsa dalla realtà socio-politica di un paese come l'Egitto, in cui pur regna l'islam cosiddetto "moderato", dove però poi in concreto il rinnegamento dell'islam è considerata una macchia da lavare col sangue.

Accade che intorno alla solennità della Madonna Assunta, forse perchè il teatrino della politica è in vacanza, dai giornali emergano notizie inquietanti provenienti da paesi islamici in cui avvengono episodi di "intolleranza di Stato" verso quei cittadini mussulmani convertiti a Cristo.
Mentre in Iran un uomo il 14 agosto è stato arrestato e rischia la condanna a morte per impiccagione "solo" per essere stato trovato in possesso di un libro dei Vangeli, e mentre nella parte di Cipro occupata militarmente dalla "laica" Turchia una sedicente milizia turco-cipriota ha impedito con la violenza la celebrazione della divina liturgia nel monastero di San Barnaba di Famagosta (mentre già quasi tutte le chiese sono state trasformate dagli occupanti in moschee, depositi militari, stalle, discoteche e -quando è andata bene- in musei): ecco che in Egitto il venticinquenne Mohammed Hegazy, nato mussulmano e convertitosi a quindici anni alla confessione cristiana copta, è costretto a vivere in clandestinità per non essere sgozzato dal primo buon mussulmano che lo riconosca.
Il suo "peccato" è quello di aver richiesto di cambiare la dicitura sulla sua carta d'identità alla voce "Religione" poiché per lo Stato egiziano egli risulta mussulmano ragion per cui non si è potuto sposare secondo il rito cristiano-copto ma è stato costretto a sposarsi secondo il rito islamico, pena la dichiarazione da parte dello Stato di nullità del matrimonio.

Molte fatwe cioè vere e proprie "sentenze" di morte sono state lanciategli contro, l'ultima in ordine di tempo da Soad Saleh, il preside della facoltà di Scienze islamiche di Azhar, ha commentato la foto diffusa via internet di Hegazy con in mano un vangelo e con la moglie in un luogo di culto cristiano accanto ad una immagine dell Santa Vergine Madre di Dio: «Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso, tanto più se ci si vanta facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo».

Riassume la questione Carlo Panella nell'articolo "La voce di al Azhar" (Il Foglio; sabato 18 agosto 2007) paventando i possibili rischi che queste dottrine vengano poi placidamente insegnate, predicate ed eseguite (!) anche presso le moschee europee che alla grande mosche a di Al Azhar fanno riferimento.

Pungente e puntuto è poi il riferimento al Nunzio Apostolico in Egitto Sua Eccellenza Monsignor Fitzgerald che Panella erroneamente chiama "cardinale" poichè è risaputo che il sedici volte Benedetto poco dopo la propria elezione spedì in Egitto l'allora segretario del "Pontificio Consiglio del dialogo interreligioso" proprio per evitargli la promozione a presidente dello stesso (e perciò per evitargli la porpora cardinalizia).
Monsignor Fitzgerald era solito organizzare conferenze di dialogo fra le tre religioni monoteiste in cui a rappresentare la voce all'islam comparivano sommi ideologhi del terrorismo jadista (dall'articolo di Panella intendo che non gli è punto passata la smania di organizzare inutili "dialoghi" tra il papa e i leader maomettani!).


«Roma. “Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso”: questa terribile sentenza non è stata pronunciata da un membro di al Qaida, o da un estremista musulmano, ma da un esponente di spicco dell’islam “moderato”: Soad Saleh, rettore della facoltà di Ricerche islamiche dell’Università al Azhar del Cairo. E’ dunque il parere di uno dei massimi dirigenti della più autorevole fonte del diritto islamico, membro del consiglio che guida l’ateneo e che quindi ha voce in capitolo nella scelta dell’imam della preghiera della Grande moschea di Roma (che per statuto spetta ad al Azhar), e che poche settimane fa, con ogni probabilità, avrebbe accompagnato lo sheikh al Tantawi, rettore di al Azhar, nella sua visita a Benedetto XVI in Vaticano, se soltanto questa non fosse stata posticipata per motivi tecnici.

Questo parere giuridicoteologico è di fondamentale importanza, perché unisce nella barbarie totalitaria l’islam terrorista che ha ucciso in Iraq, Indonesia e in Turchia centinaia di cristiani accusati di proselitismo e centinaia di islamici accusati di apostasia, con l’islam moderato, incarnato, appunto, nella guida di al Azhar.
La sola distinzione tra questi due islam, certo non secondaria, ma ininfluente dal punto di vista dell’essenza totalitaria della teologia, sta nel fatto che Soad Saleh ritiene che “ciò non significa che i fedeli comuni sono tenuti a uccidere l’apostata, ma che questo è il dovere dello stato” e ha anche aggiunto che “gli apostati che non si vantano e non annunciano in pubblico la loro apostasia non sono passibili di morte”.
Pena che invece, a suo parere, la giustizia egiziana dovrebbe comminare al venticinquenne Mohamed Hegazy, nato musulmano, convertitosi al cristianesimo, che ha chiesto di essere riconosciuto come cristiano nella sua carta d’identità, e ha dovuto nascondersi in clandestinità dopo aver ricevuto minacce di morte, “tanto più che si vanta e si felicita d’aver lasciato l’islam facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo”.
Questo giudizio di Soad Saleh va ben oltre dunque il dibattito politico interno all’Egitto, perché quando uno dei massimi esponenti della massima autorità religiosa sunnita teorizza l’obbligo dell’uccisione dell’apostata e quindi del cristiano che tenti di convertire il musulmano, questo ha terribili ricadute non soltanto nel mondo musulmano, ma anche in Europa. Proprio su pressione di questo islam “moderato”, agli stati musulmani che già applicano la pena capitale per gli apostati (Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Sudan e Mauritania), si aggiungono oggi altri stati “laici” come l’Algeria e la Siria che la puniscono con forti pene detentive o pecuniarie o che la considerano reato grave. Ma questa tendenza liberticida ha immediate conseguenze anche in Europa, perché gli imam che fanno riferimento alle strutture religiose dei regimi più moderati (Marocco, Tunisia, Egitto) sono spinti, proprio dall’insegnamento di al Azhar, a predicare nelle moschee europee una teologia che prevede la pena di morte per chi abbandoni l’islam.
L’incontro (saltato) con il Papa
E’ evidente che questo terribile freno alla libertà religiosa e alla libertà di pensiero, costituisce sia un vulnus inaccettabile per le libertà personali, sia un freno formidabile alla integrazione delle stesse comunità musulmane nel contesto europeo. Il fallimento dei vari modelli europei di integrazione dei musulmani (ma solo dei musulmani, non degli indù, o dei filippini, o degli ortodossi extracomunitari), ha in questa minaccia di morte per chi abbandoni l’islam una sua evidente radice, gravida di infinite conseguenze. Tra queste, anche quella di chi, in terra non musulmana, applica questo precetto di persona, come fece il padre di Hina Salem a Brescia due anni fa, uccidendola proprio perché apostata, perché stava per sposare un cristiano (fatto esplicitamente proibito dalla sharia, proprio perché induce alla conversione della donna, sottoposta all’autorità tutoria dell’uomo).
Stupisce infine, in questo contesto, la mancanza di reazione pubbliche – a quanto consta – del nunzio apostolico al Cairo, il cardinale Michael L. Fitzgerald, già responsabile nella Curia per il dialogo interreligioso.
A suo tempo defenestrato da Benedetto XVI, col seguito di autorevoli voci ufficiose vaticane che lo accusavano di “dilettantismo”, Fitzgerald si è poi molto speso per fare incontrare con il Papa in Vaticano lo sheikh al Tantawi, (che concorda con Saleh sulla pena di morte per gli apostati) e ora tace a fronte di questo segnale di intolleranza e di violenza che proviene dalla loro autorevolissima al Azhar.»


martedì, giugno 05, 2007

Pro Missa bene cantata /3

In morte di padre Ragheed Ganni sacerdote della Chiesa Cattolica Caldea assassinato a Mossul assieme a tre diaconi la domenica di Pentecoste dopo che aveva celebrato la divina liturgia nella chiesa parrocchiale dedicata allo Spirito Santo.


Dopo la celebrazione eucaristica, padre Ragheed si stava allontanando dalla chiesa in macchina insieme ai tre diaconi e alla moglie di uno di questi, Gassan Isam Bidawed.
Negli ultimi giorni i tre accompagnavano sempre il sacerdote per cercare di proteggerlo. «Erano giovani pieni di fede, che viaggiavano con il loro parroco rischiando la vita credendo in Cristo», raccontano gli amici. All'improvviso, proprio all'angolo della strada, la macchina è stata fermata da uomini armati.
Gli aggressori, fatta allontanare la donna, hanno ucciso con più colpi d'arma da fuoco i quattro ecclesiastici.

Intorno ai cadaveri, hanno poi piazzato alcune autobomba, progettando di far morire altra gente che si fosse avvicinata a recuperare i corpi. Nelle prime ore successive all'attentato, le salme sono rimaste abbandonate per strada perché nessuno osava avvicinarsi. Solo verso le 22 (ora di Mosul), le forze dell'ordine sono riuscite a disinnescare le bombe e recuperare le salme, ricomposte nella chiesa del Santo Spirito.

Sull'Avvenire di martedì 5 giugno il seguente profilo a firma di Lorenzo Fazzini:

«Non ho paura: si deve compiere la volontà di Dio»

Per lui il patriarca caldeo Emmanuel Delli ha speso l'impegnativa parola di «martire». In effetti non esiste termine più appropriato per la figura di padre Ragheed Ganni, il sacerdote caldeo assassinato domenica scorsa a Mosul insieme a tre suddiaconi davanti alla chiesa dello Spirito Santo, di cui era parroco da pochi anni. Sì, perché padre Ragheed aveva chiara la coscienza che vivere da cattolico nell'Iraq martoriato dalla crescente persecuzione anticristiana poteva voler dire la morte. Una strada su cui il giovane sacerdote caldeo (aveva 35 anni) si era incamminato volontariamente: nel 2003 aveva deciso di rientrare nella sua città, Mosul, nel Nord dell'Iraq, un tempo ritenuto più sicuro per la minoranza cristiana irachena. «Questo è il mio Paese, qui c'è la mia gente: dopo sette anni di studio in Italia (a Roma aveva frequentato il collegio irlandese, ndr) dovevo tornare» aveva confidato in un'intervista ad AsiaNews nel 2004. Diventato segretario del vescovo caldeo di Mosul, monsignor Paul Faraj Raho, e docente anche all'istituto teologico di Baghdad (a Roma aveva conseguito una licenza in Ecumenismo), era stato diretto spettatore» dell'escalation di violenze contro i cristiani. Il 7 dicembre 2004 aveva visto con i propri occhi lo sfregio all'arcivescovado di Mosul: si trovava lì quando 5 terroristi erano penetrati nell'edificio e lo avevano disseminato di bombe per poi farlo saltare in aria. «È rimasto in piedi un muro, sopra c'è la foto di Giovanni Paolo II» raccontò dicendo di sentirsi un «sopravvissuto a morte certa». Poi, il 2 marzo e il 30 marzo del 2006, altre bombe contro la chiesa dello Spirito Santo: «Ma non smetteremo di celebrare la messa, lo faremo sotto terra» diceva ai giornalisti; la sua parrocchia aveva subito un'altra azione ostile il primo aprile scorso. Padre Ganni era intervenuto al Congresso eucaristico di Bari il 28 maggio 2005 nella veglia precedente l'arrivo di Benedetto XVI: «Proprio fra le difficoltà stiamo comprendendo il valore della domenica, giorno dell'incontro con Gesù il Risorto, giorno dell'unità e dell'amore fra di noi - aveva scandito nella piana di Marisabella -. Qualche volta mi sento fragile e pieno di paura. Quando, con in mano l'Eucarestia, dico "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo", sento in me la Sua forza: io tengo in mano l'ostia, ma in realtà è Lui che tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e ci tiene uniti nel suo amore senza fine». A Bari, padre Ganni rifletteva sul paradossale dono «elargito» dal terrorismo ai cristiani iracheni: «In tempi tranquilli ci si dimentica il grande dono che ci è fatto. L'ironia è questa: attraverso la violenza abbiamo scoperto che l'Eucarestia, il Cristo morto e risorto, ci dà la vita. E questo ci permette di resistere e sperare». «Qualcuno pensa che dovremmo combattere, ma io dico che con la nostra fede dobbiamo insegnare agli altri il nostro modo di vivere»: questo il punto di vista di padre Ragheed sul ruolo dei cristiani nell'Iraq insanguinato.

Di recente aveva confidato ad una giornalista di AsiaNews: «Stiamo per crollare». A sminuire la fiducia dell'incrollabile prete caldeo - giunto al sacerdozio dopo una laurea in ingegneria - erano le vessazioni degli estremisti contro i cristiani, la solitudine che questi ultimi sentivano, la mancanza di acqua, luce e gas; i rapimenti che non risparmiavano i religiosi. Un giorno, in un colloquio telefonico, gli chiesero: padre, ma perché è tornato in Iraq dove rischia la vita? «Non ho paura - rispose -. Ho sempre pregato perché si compia la volontà di Dio. Qui a Mosul c'è la mia diocesi, ci sono i miei cristiani. Dovevo tornare perché la gente ha bisogno di guide spirituali; e io non sono migliore di loro per stare lontano da qui».


giovedì, maggio 17, 2007

POST Mortem 4

Articolo di Giulio Meotti sul Foglio di giovedì 17 maggio 2007:
"Uccisioni, crocifissioni, minacce, sequestro delle case, imposizioni della jiza (la tassa sui dhimmi). Molti fuggono"


2007, CRISTIANI IN FUGA DALL’IRAQ
«Nel 1976 un team di archeologi iracheni scoprì una chiesa del quinto secolo vicino alla città santa sciita di Kerbala. Costruita centoventi anni prima dell’avvento dell’islam in Mesopotamia, la chiesa, durante quell’enorme campo di concentramento in superficie con fosse comuni sotto terra che era il regime di Saddam Hussein, fu trasformata in un poligono di tiro.
“In quel periodo un milione di persone fu deportato, per la maggior parte curdi e cristiani” ha detto il vicepremier Barham Salih.
Saddam pose le chiese sotto il controllo del ministero delle proprietà islamiche, noto come “Awqaf”, ne bombardò a centinaia. I nuovi nati non potevano essere chiamati con i nomi cristiani e il siriaco fu bandito. In cambio il regime garantiva una certa tranquillità alla comunità caldea, alla quale apparteneva il ministro degli Esteri di Saddam, Tareq Aziz.

I cristiani iracheni ora stanno soccombendo di fronte a una minaccia più terrificante dell’arabizzazione di Saddam, che distrusse duecento villaggi cristiani fra il 1960 e il 1988: l’estinzione fisica di massa, la caccia all’uomo scatenata da al Qaida e dall’insorgenza.
“Faremo tutto il possibile per salvarli” ha detto il premier Nouri al Maliki. Agenzie di stampa come Fides e AsiaNews, ma soprattutto organi di informazione assiri e caldei, diffondono le cronache sul massacro degli eredi degli apostoli nella terra dei due fiumi. Un eccidio che ricorda le immagini dei quattro padri bianchi uccisi in Algeria nel 1992, dei sette monaci trappisti sgozzati nel 1996 e delle tre missionarie crivellate in Yemen nel 1998. Un’ecatombe senza precedenti. La fine di un mondo. La distruzione delle origini.


“C’è un’altra guerra in Iraq: la guerra contro la cristianità” dice Arnold Beichman della Hoover Institution. Nina Shea, che dirige il Freedom House’s Centre for Religious Freedom, definisce i cristiani “canarini nella miniera del medio oriente”. E parla di “pulizia etnica”.
Lawrence Kaplan di New Republic scrive che “sunniti e sciiti concordano su poco, tranne che sulla persecuzione dei cristiani”. Andy Darmoo, presidente di Save the Assiryans, ha parlato di “fine della cristianità in Iraq”.

Oltre la metà dei cristiani ha già abbandonato il paese. “Entro vent’anni non ci saranno più cristiani” dice Wijdan Mikha’il, ministro per i Diritti umani nel nuovo Iraq. “Mi sono sempre considerato prima iracheno, poi cristiano. Oggi si dice che un cristiano è ‘infedele’”.

Liquidata la comunità ebraica, quella dei Profeti e degli scribi del Talmud, anche l’ottanta per cento dei mandei, il più antico culto gnostico, ha lasciato l’Iraq.
Nel gennaio 2005 una delle loro figure di spicco, Read Radhi Habib, fu ucciso dopo aver rifiutato di convertirsi all’islam.
Poi fu la volta dei tre fratelli Juhily, rapiti e sgozzati. “I fanatici islamici ci attaccano per ciò che siamo” dice Yonadam Kanna, parlamentare cristiano di Baghdad.
E’ stata appena assassinata la segretaria di una clinica cristiana di Mosul. Il giorno dopo un fedele della parrocchia di San Paolo. Quattro mesi fa padre Munthir, settantenne reverendo della chiesa presbiteriana di Mosul, fu ritrovato con un proiettile nel cranio.
“Uccideremo tutti i cristiani iniziando da lui” avevano detto i rapitori. Poi due suore caldee, Fawzeiyah e Margaret Naoum, pugnalate a morte a Baghdad. Il direttore del Museo nazionale iracheno, l’assiro Donny George, è fuggito in Siria.


“Centinaia di cristiani sono stati uccisi e le loro chiese distrutte”, denuncia Romeo Hakkari, leader di House of the Two Rivers Democratic Party. Una buona notizia è che al monastero di Mar Gorghis di Mosul è stato inaugurato l’anno accademico di teologia. Classi rigorosamente miste, nonostante la minaccia della sharia.

Una bambina caldea di Baghdad è stata riconsegnata morta alla famiglia dopo il sequestro. A Tell el Skop sono appena stati uccisi nove cristiani, fra cui due bambini. “I cristiani sono ormai considerati in via di estinzione”. Sono le parole di Bashar Warda, rettore del Seminario maggiore trasferito da Baghdad in Kurdistan per motivi di sicurezza.

La chiesa di Baghdad dedicata alla Vergine è stata bombardata nel settembre scorso, uccidendo due fedeli. Il 5 agosto 2005 una studentessa assira dell’Università di Mosul, Anita Tyadors, venne giustiziata perché parlava inglese, vestiva occidentale, era orgogliosamente cristiana. Pochi giorni dopo ci fu il massacro di quattro assiri che scortavano Pascale Warda, l’unico ministro donna del governo Jafaari.

La Society for Threatened Peoples pubblica un rapporto sulle violenze contro i cristiani all’Università di Mosul, “aggrediti come ‘agenti americani’”. I jihadisti usano contro i cristiani la stessa accusa che la monarchia hashemita, spodestata dal fascismo baathista, utilizzò per la loro collaborazione con l’impero inglese.
“Uniamoci per mettere fine a questa follia” è la richiesta di aiuto che i vescovi hanno lanciato al vertice di Sharm el Sheikh di due settimane fa. Il portavoce della conferenza dei vescovi americani, Thomas Wenski, chiede a Condoleeza Rice di intervenire.
La popolazione cristiana che nel 2003 contava un milione e 200 mila persone, ora è scesa a 600 mila.


A Ninive, antico nome di Mosul, è nato il profeta Jonah.
Qui caldei e assiri, i più antichi abitanti dell’Iraq, pregano ancora in aramaico, la lingua di Gesù.
Ancora per buona parte del Novecento sono state censite minoranze di ebrei, yezidi e cristiani, e, tra questi, cattolici, protestanti, mandei, armeni, ortodossi, nestoriani e monofisiti giacobiti. Ora a migliaia i cristiani fuggono verso la città curda di Ain Kawa. Qui il mullah wahabita Krekar aveva imposto la chiusura dei negozi durante la preghiera, il burqa alle donne, le parabole satellitari e la musica strumentale, eliminando le foto femminili da ogni prodotto importato dall’estero. La libertà tornò sovrana nel 2003, al seguito delle truppe americane.
Città fiore all’occhiello del generale Petraues, Mosul è oggi terra di conquista anticristiana. Negli ultimi quindici giorni decine di famiglie, le poche che resistono all’esilio, hanno ricevuto intimidazioni in cui si chiede di pagare un “contributo alla resistenza; pena la vita”.
A Baghdad la famiglia di Mazen Sako è stata attaccata da miliziani vestiti di nero: “Siamo venuti a sterminarvi. Sarà la fine per voi cristiani”. Hanno ucciso Majed di dieci anni.

Il patriarcato caldeo ha trasferito nel Kurdistan il Babel College, che detiene la più antica biblioteca cristiana, e il Seminario di San Pietro. A nord i cristiani sono protetti dai peshmerga, leggendaria milizia curda.
Gruppi islamici vanno imponendo la tassa sui “sudditi” a Baghdad e Mosul, la celebre jiza, l’imposta abolita dall’Impero ottomano. “I non musulmani devono pagare il tributo al jihad se vogliono avere il permesso di continuare a vivere e professare la fede in Iraq”.
I cristiani sono anche costretti a lasciare le case dopo che lettere minatorie ne assegnano la proprietà a musulmani.
Quelli che vogliono vendere non riescono a trovare acquirenti, gli imam hanno detto: “Non comprate dagli infedeli, lo avremo gratuitamente”.
Una fatwa vieta di compiere in pubblico gesti rituali. “Togliete le croci dalle chiese o le daremo alle fiamme”. E’ la minaccia alla chiesa caldea di San Pietro e Paolo di Dora, il grande quartiere cristiano di Baghdad. Nel febbraio 2004 a Erbil, i tagliateste di Ansar al Sunna, assassini dei dodici nepalesi, provocarono cento morti nelle sedi dei partiti curdi. “I crociati sono entrati nelle province di Kirkuk” si lesse nella rivendicazione.
Nel 2004 fu ucciso l’assiro Ra’aad Augustine Qoryaqos, docente di medicina della al Anbar University. Nella rivendicazione Zarkawi mise assieme “la Guardia nazionale pagana” e i “collaborazionisti crociati”. Nel marzo 2004 due cristiani di Baghdad, Ameejon Barama e sua moglie Jewded, furono ritrovati con la gola recisa. Il 21 ottobre la morte si avventò sul traduttore assiro Layla Elias Kakka Essa. Sono oltre trecento i traduttori assassinati dai terroristi. Un numero di poco superiore a quello degli accademici uccisi dal 2003.
Un mese dopo al Qaida passò al lancio di granate sulle chiese.

Shlemon Warduni, vescovo dei caldei di Baghdad, ha detto che “da due mesi molte chiese non hanno più croci sulle loro cupole”, come la chiesa assira di San Giorgio, a cui gli islamisti hanno staccato la croce, per quella caldea di San Giovanni ci hanno pensato i fedeli. L’agenzia Sir rende noto che i cristiani di Dora possono rimanere solo se accettano di dare in moglie una figlia o una sorella a un musulmano, creando i presupposti di “una progressiva conversione dell’intero nucleo familiare all’islam”.
Raymond Moussalli, portavoce dei rifugiati cristiani, ha detto che sette chiese a Dora hanno chiuso. Una fatwa vieta di portare la croce al collo.
“I cristiani stanno morendo” dice Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, mentre giungono notizie di autobombe e uccisioni di cristiani anche dalle zone curde.
Padre Adris Hanna avverte che “i preti vengono rapiti, le donne violentate, a Bassora un ragazzo di 14 anni è stato crocefisso”. “Quella dei cristiani iracheni è stata fra le prime comunità al mondo, con il rito siriaco e la lingua aramaica” dice padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews. “E’ in corso una guerra contro il cristianesimo e ‘la’ radice cristiana. Queste comunità sono importanti nella storia dell’evangelizzazione. La difesa dei cristiani non è confessionale, ma di civiltà. Il tradimento dell’occidente è complice dell’islamismo panarabo”.


Nel mirino anche i pagani.
Tre settimane fa sono stati giustiziati 23 yazidi, antichissima setta prezoroastriana, sulla strada fra Mosul e Ba’ashika, villaggio a maggioranza cristiano. Hanno fermato l’autobus e li hanno uccisi dopo aver fatto scendere i cristiani, a cui hanno imposto la tassa. Il 21 ottobre 2004 i corpi di due yazidi furono trovati senza testa fra Talafar e Sinjar. Alle donne cristiane viene chiesto di rispettare la sharia, altrimenti rischiano la morte, e alcune sono state uccise.
Anche la nuova Costituzione, la prima antifondamentalista del mondo islamico e sostenuta dai cristiani, è al centro della furia jihadista perché all’articolo 14 dice che “gli iracheni sono tutti uguali senza distinzione di sesso, etnia, nazionalità, origine, colore, religione”, e all’articolo 7: “Ogni comportamento che appoggi, aiuti, istighi o propaghi il razzismo, il terrorismo, il takfir (dichiarare infedele), la pulizia etnica sono proibiti”.
Nell’ideologia takfir è lecito uccidere gli “infedeli”, compresi i musulmani che non seguono la sharia. E’ ammesso l’omicidio di bambini perché non pecchino in futuro.

“Avete goduto della pace nella terra dei musulmani. La vostra malevolenza è diventata evidente quando sono penetrati gli invasori. Hanno trovato grande sostegno fra i cristiani come interpreti e informatori. I cristiani sono agenti degli occupanti”. Questo mandato di morte fu diffuso dalle “Brigate per la liquidazione degli agenti cristiani”.
A settembre fu decapitato padre Amer Iskander, sequestrato dopo il discorso a Ratisbona di Benedetto XVI dai “Leoni dell’islam”. “Il ciarlatano Benedetto XVI ricorda Urbano II a Claremont” disse il successore di Zarkawi, Abu Ayyub al Masri. L’uccisione del coreano Kim Sun-il fu rivendicata contro “un cristiano che voleva evangelizzare la terra dell’islam”. I rapitori di Iskander volevano trenta cartelle di scuse affisse sulle chiese di Mosul. Il ministro curdo Sarkis Ghajan doveva bloccare la costruzione di case per i cristiani in arrivo. Il giorno della morte di Iskander, padre Joseph Petros fu ucciso a Baghdad.

All’Agenzia Fides una suora dice che “la responsabilità è degli imam che dicono che uccidere un cristiano non è reato. E’ una caccia all’uomo”. Tra i mestieri più colpiti i commercianti di alcolici, un lavoro permesso sotto Saddam. Dalla “Rabbia di Allah” all’“Organizzazione della dottrina islamica”, i wahabiti vanno a caccia di mercanti di alcol. Il 95 per cento dei negozi di liquori gestiti da cristiani ha già chiuso. Nel maggio 2003, lo sceicco sadrista Mohammed al Fartousi emise una fatwa contro alcolici e cinema. Fra i primi a morire ci fu Sabah Sadiq, mentre andava a pagare il riscatto del fratello. La categoria dei barbieri è un’altra fra le più insanguinate.
Dopo Baghdad e Mosul, negli ultimi giorni sono stati colpiti a Kirkuk. Nel 2005 a Baghdad quaranta barbieri crivellati o sgozzati. A Mosul situazione anche peggiore. Sulle vetrine ci sono volantini di “Monoteismo e Jihad”, l’organizzazione di Zarqawi. Il testo invita i barbieri a non offendere l’islam col taglio rasato. Pena “la decapitazione del barbiere e del cliente di fronte ai famigliari”.
Altri crimini: ascoltare musica occidentale, indossare jeans, vendere film, danzare, commettere adulterio e, nel caso delle donne, non coprirsi o camminare senza un uomo.
Una campagna è stata lanciata contro l’“arte non islamica”. Una serie di sculture pagane sono state polverizzate. Una famosa statua nella parte nord di Mosul è stata distrutta perché ritraeva donne con le giare sulle spalle.
Sono stati frustrati dei cristiani accusati di bere alcol. Il corpo di una donna in vestaglia è stato ritrovato per strada. “Una prostituta punita” diceva il cartello. Che tutti prendessero nota. I barbieri hanno esposto cartelli in cui si legge che “non si effettuano né il taglio rasato né la rasatura della barba”. I cristiani che non si sono dati alla clandestinità hanno messo scritte cautelative: “Niente massaggi al viso”. Su un autobus di linea il conducente ha imposto la divisione fra uomini e donne. Altri volantini obbligano i negozi di abbigliamento a coprire i manichini.


I bagni pubblici hanno chiuso a causa di una fatwa sul sapone, “non esisteva all’epoca di Maometto”. Gli ordini arrivano fino all’assurdità: i ristoranti, molti cristiani, non possono preparare insalate di cetrioli e pomodori, uno è femmina e l’altro maschio. Le donne cristiane non si mostrano in pubblico senza il velo. I muri della città sono tappezzati di volantini che intimano di “seguire le orme della nostra signora Maria che si copriva il capo. Pena la morte”.
All’indomani dell’11 settembre, le televisioni di tutto il mondo trasmisero uno spot di al Qaida. Un drappello di jihadisti fa irruzione in una casa, marcia sotto il funebre stendardo, spara contro un bersaglio. Una croce cristiana. Simbolo da abbattere, come le bellissime giare di Mosul, come i meravigliosi Buddha di Bamyan, come padre Iskander. Pochi compresero la simbologia.

Nel 1998 il vescovo pachistano John Joseph si sparava alla tempia davanti a un tribunale in cui era stato condannato a morte il cristiano Ayub Masih. Oggi come allora, le ciglia del mondo libero si abbassano sulla sorte dei cristiani. In Iraq, la terra dell’Eden, la patria di Abramo da cui partirono gli evangelizzatori della Cina, una storia millenaria si sta spegnendo come cenere fredda.
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lunedì, aprile 23, 2007

Carenza di Bosforo /3


Sul Giornale di lunedì 23 aprile 2007 un articolo di Marta Ottaviani sul persistente atteggiamento "ottomano" della "laica" Repubblica turca.

"...La riapertura, dopo un lungo restauro, della chiesa armena della Santa Croce sull'isola di Akdamar, nel lago di Van, è stata accolta da tutti come un gesto di distensione nei frapporti fra Ankara ed Erevan. Si tratta di uno dei monumenti armeni più importanti sul suolo turco, dopo la città di Ani, vicino a Kars.

La presenza di una delegazione del governo armeno e il fatto che era stato restaurato un luogo sacro a una religione che non era quella musulmana, aveva riacceso la speranza. L'evento era stato anche opportunamente reclamizzato dal governo turco, come gesto di apertura.

Un primo tentativo di dialogo su quello che in Turchia è chiamato «Ermeni Soykirim Iddialari», il «cosiddetto genocidio armeno», e che è considerato dalla comunità internazionale il primo grande massacro del XX secolo. Una tesi che la Turchia non ha mai accettato, negando il numero dei morti (la versione ufficiale dice circa un milione, Ankara al massimo 300mila), negando che si sia trattato di un'eliminazione sistematica della popolazione armena. Di contro, ha accusato alcune potenze europee (soprattutto la Russia) di aver perpretato l'eccidio al suo posto e soprattutto sostiene che all'epoca dei fatti persero la vita anche oltre mezzo milione di turchi.

Storie di odio e dolore, avrebbero dovuto trovare in quell'isola nel lago di Van un nuovo punto di partenza.
Il condizionale sembra quanto mai d'obbligo, perché nella stessa località, oltre alla chiesa della Santa Croce, sorge anche un museo, il Museo di Van per la precisione, che ha una sezione intitolata «ai massacri compiuti dagli Armeni». Il suo obiettivo è dimostrare e documentare i massacri compiuti dalle truppe russe e armene nella regione nel 1915. Praticamente un genocidio al contrario.
Secondo i dati ufficiali locali, solo nella zona di Van furono sterminati oltre 2500 turchi. Il massacro, sempre secondo la versione, si estese anche ad altre zone dell'Anatolia orientale. I pannelli illustrativi del museo spiegano che sono state trovate fosse comuni con medaglie e rosari di chiara fattura ottomana insieme con proiettili di fabbricazione russa e che questa sarebbe la prova tangibile dell'avvenuto massacro.Della versione ufficiale, che solo a Van furono 80mila gli armeni sterminati dai turchi e curdi (che a quei tempi combattevano paradossalmente dalla stessa parte), nessuna traccia. Chiesa della riconciliazione contro museo della negazione, insomma.

Ma non solo. Sulla riapertura del luogo di culto sull'isola di Akdamar, che di quell'eccidio è stata imponente testimone, si è addensata più di una nube. È stato riaperto al culto classificato come «museo». Ma, soprattutto, quella consacrata nel X secolo come «Chiesa della Santa Croce», sulla sua sommità la croce non la porta più da tempo. L'argomento in Turchia ha fatto discutere e diviso giornalisti, politici e esperti d'arte. Stando alla versione ufficiale dei restauratori, il simbolo sacro non è stato rimesso sulla cupola perché assente già dalla fine del 1800, ossia da quando l'edificio fu abbandonato.

La polemica non è mancata, anche perché lo stesso Patriarca armeno di Istanbul, Mesrob II, è intervenuto chiedendo con forza che la croce venisse rimessa sulla sommità dell'edificio e che la chiesa potesse ospitare almeno una funzione religiosa all'anno. Il ministro della Cultura, Atilla Koc, che fa parte di un governo di orientamento «islamico-moderato» ha riferito di aver preso in seria considerazione entrambe le richieste, ma che ci vorrà tempo.

La Diaspora Armena, che ha rifiutato l'invito del governo turco a partecipare all'inaugurazione ha fatto anche sapere che i turchi hanno trasformato il nome della Chiesa da Akhtamar in Akdamar. Il giorno della riapertura, fra l'esecuzione dell'inno turco e ritratti di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore dello Stato laico e moderno, il passato armeno della chiesa non è mai stato menzionato e nonostante la presenza di una delegazione proveniente da Erevan, non c'era una sola bandiera armena a sancire definitivamente quel tentativo di riconciliazione.

Oggi, a Van, c'è una chiesa chiamata museo: senza croce, senza Messa, senza fedeli. E un museo che racconta una storia diversa. Nonostante tutto, però, forse adesso c'è anche un filo di speranza."


giovedì, novembre 23, 2006

Veni de Libano /2



Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l'amato del mio cuore;
l'ho cercato, ma non l'ho trovato.

"Mi alzerò e farò il giro della città;
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l'amato del mio cuore".
L'ho cercato, ma non l'ho trovato.

Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:
"Avete visto l'amato del mio cuore?".

Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l'amato del mio cuore.
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò
finché non l'abbia condotto in casa di mia madre,
nella stanza della mia genitrice.
(Cantico dei Cantici III,1-4)

domenica, ottobre 15, 2006

Fortezza d'Europa



Ovvero: "Lettere dalla Turchia"

"Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria.
Perché dico questo?
Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, un a piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata.
Il cammino da fare è lungo e non facile.
Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o l’assetto giuridico degli Stati."

Dall'ultima lettera di Don Andrea Santoro

lunedì, settembre 18, 2006

Novissima Verba /2

Ovvero: "Lettere dalla Turchia"


In Turchia, un libercolo di fantapolitica scritto dal giornalista turco Yücel Kayaha, pubblicato a fine agosto sta avento uno straordinario successo di vendite.
Il titolo del best-seller?
Attentato al papa. Chi ucciderà Benedetto XVI a Istanbul?”.

venerdì, agosto 25, 2006

Sacra Conversazione /8



Sul Foglio di giovedì 24 agosto 2006, l'ateo devoto Ruggero Guarini discetta di Cristo e di Maometto.
Ovvero:"SULLA TESTIMONIANZA DELLA FEDE, L’ALDILÀ E L’IRONIA LE DUE RELIGIONI HANNO CONCEZIONI ASSOLUTAMENTE INCONCILIABILI".

«Sulla differenza che passa fra Cristo e Maometto [...] qualche timida glossa su tre temi che giudico essenziali ai fini di qualsiasi riflessione sulla differenza evocata.
I tre temi a cui mi riferisco sono il martirio, la morte e il riso. Incominciamo dal primo, che è anche quello che a ogni cristiano credente dovrebbe sembrare decisivo. Ma che tale sembra anche a me, che appartengo alla specie dei cristiani non credenti.
A proposito dunque del martirio: è da un pezzo che mi chiedo perché mai né questo Papa né il suo predecessore hanno avvertito il bisogno di emanare su questo argomento un’enciclica all’altezza della straordinaria gravità che il tema ha assunto oggi.
All’alba di un secolo ormai sfregiato per sempre dalle imprese del terrorismo islamista ci sono forse compiti più urgenti, per la chiesa, della lotta contro l’empia concezione del “martirio” che glorifica e fomenta lo stragismo suicidario? Certo la chiesa, su questo argomento, ha già detto tutto fin dai tempi in cui l’autore dell’Apocalisse, definendo Cristo “il testimone fedele”, decretò implicitamente che “martirio” vuol dire affrontare la propria morte (non quella altrui) per “testimoniare la fede”. Ora però che va molto di moda, fra i nostri cuginetti maomettani, quell’orribile idea di “martirio” che consiste nel votarsi simultaneamente al suicidio e al massacro, non sarà forse il caso di proclamare alto e forte (non in una comune omelia ma in uno di quei documenti del “magistero ordinario” che sono appunto le encicliche) che non si tratta di martiri bensì di indemoniati?
Si dice che la chiesa esita a farlo per evitare che la collera di Allah si abbatta sui suoi figli, specialmente su quelli sparsi nel mondo islamico. Ma esitare a condannare apertamente come diabolica una così aberrante concezione del “martirio” non comporta la tacita rinuncia a testimoniare la propria?
Mai come in questo caso sarebbe comunque opportuno che la chiesa tornasse a parlare del Diavolo. Potrebbe farlo del tutto legittimamente, visto che non ne ha ancora mai negato l’esistenza. Anzi negli ultimi tempi ne ha spesso evocato il potere per segnalare insidie molto meno manifestamente demoniache del “martirio” in salsa maomettana. O si preferisce pensare che quella pratica ributtante che è la produzione in serie di angioletti-bomba programmati fin dall’infanzia per volarsene al più presto nel paradiso di Allah facendosi saltare in aria con un bel grappolo di infedeli non sia abbastanza infernale per meritare un’enciclica che vi riconosca
l’opera del demonio?

Non meno abissale della differenza fra la loro idea di martirio e il martirio cristiano è quella fra il loro sentimento della morte e il nostro. Del coraggio con cui i terroristi islamici affrontano la morte si dice sempre che nasce dalla certezza di meritarsi il cielo col martirio. Già: ma che genere di cielo?
Un cielo di eterna pace o un cielo di eterna guerra?
Nell’aldilà musulmano c’è spazio sia per l’uno che per l’altro.

L’immagine canonica del primo è il paradiso descritto nella sura 52 del Corano: un giardino in cui tutti i maschietti di provata fedeltà ad Allah se la spassano dalla mattina alla sera con sciami di bellissime fanciulle dette “huri”, liete dispensatrici di incessanti voluttà.
L’immagine più classica del secondo è quella del giudizio universale. Che anche nell’islam, come in tutte le religioni, spacca la massa dei morti nei due gruppi dei beati e dei dannati. Assumendovi, però, un aspetto bellicoso che nelle altre religioni è assai meno accentuato.
Qui i due gruppi contrapposti sono infatti presentati come due schiere votate a una perpetua battaglia. Il loro destino, per sempre diviso, è cioè quello di combattersi a vicenda per tutta l’eternità. La guerra santa, insomma, continua anche nell’aldilà.
Quale di questi due cieli (quello di eterna pace promesso dalle huri o quello di eterna guerra annunciato dalla tromba del giudizio) alletta maggiormente il terrorista islamico?
La parola agli esperti del ramo Psiche & Fede.

Che prima di rispondere al quesito dovrebbero comunque esaminarlo alla luce del famoso predicozzo che Maometto, dopo la battaglia di Bedr, prima sua grande vittoria sui suoi rivali della Mecca, tenne ai nemici morti. Ai quali si rivolse, tuttavia, solo dopo averli fatti gettare in una cisterna. Perché questa precauzione? Il Profeta temeva forse che quei defunti, durante il suo sermoncino, potessero tornare a contraddirlo? O pensava che quegli infami, che quando erano vivi avevano sempre respinto la sua parola, adesso che erano morti si sarebbero invece decisi ad apprezzarla, e che l’avrebbero ascoltata meglio se invece di restare sparpagliati sulla sabbia, si fossero ammucchiati tutti insieme in fondo a una cisterna?
La parola agli esperti del ramo Profeti & Cadaveri.

Ma ecco come Ibn Ishak, il primo biografo di Maometto, riferisce l’episodio: “Dopo la battaglia, Maometto fece gettare in una cisterna i nemici uccisi.
Solo uno di essi fu sepolto sotto terra e pietre poiché era tanto gonfiato che non gli si poteva facilmente levare la corazza. Così rimase solo e lo si lasciò a giacere. Appena gli altri furono gettati nella cisterna, Maometto vi si pose dinanzi e gridò: ‘O voi, uomini della cisterna! Si è compiuta la promessa del vostro Signore? Io ho trovato vera la promessa del mio!’ I suoi compagni allora dissero: ‘Oh, inviato di Dio, ma sono cadaveri!’cadaveri!’ Maometto, rispose: ‘Essi sanno lo stesso che la promessa del Signore si è compiuta’”.

A questo edificante episodio Elias Canetti, in una pagina di “Masse e potere”, dedica queste sobrie osservazioni: “Così egli ha radunato coloro che prima non volevano ascoltare le sue parole. Nella cisterna essi sono ben sistemati e stretti gli uni agli altri.
Non conosco alcun esempio più impressionante di questo resto di vita e di questo carattere di masse attribuiti al gruppo dei nemici morti. Essi non minacciano più, ma possono ancora essere minacciati. Ogni infamia verso di loro rimane impunita. Ne abbiano o meno la percezione, si suppone che essi effettivamente se ne accorgano, perché così si può meglio innalzare il proprio trionfo”. Lo stesso Canetti, in un altro suo libro (“La provincia dell’Uomo”) scrisse che “nell’islam il comando di Allah ha in sé molto di una condanna a morte”. Dal che ognuno può dedurre che il cielo che hanno in testa i terroristi islamici, sia esso un cielo di eterna pace o un cielo di eterna guerra, è innanzitutto un cielo di eterna morte.

Per scorgere infine l’abisso che separa Cristo da Maometto anche nell’attitudine al riso basta tornare a chiedersi quando, dove e perché esplose la prima guerra fra musulmani ed ebrei. Sospetto tuttavia che la vicenda sia nota soltanto a pochi esperti del ramo Maometto & Cº.
Io stesso, del resto, l’ho appreso soltanto di recente, leggendo l’eccellente saggio su Maometto di Maxime Rodinson (“Maometto”. Einaudi 1995, pp. 348, euro 8,50). Eppure l’episodio (che Rodinson riferisce riassumendo il racconto riportato nella prima biografia ufficiale del Profeta: quella redatta nell’ottavo secolo dallo storico arabo Ibn Ishak) è fragorosamente gravido di senso.

Correva l’anno 622. Il primo, cioè, dell’Egira.
L’anno dunque del trasferimento di Maometto e dei suoi primi seguaci dalla Mecca, dove erano stati a lungo osteggiati e derisi, nella città-oasi di al-Madinah (la Medina), dove furono accolti garbatamente dai diversi gruppi religiosi (ebrei, cristiani, pagani) che da un pezzo vi convivevano in santa pace. I primi due anni passarono senza incidenti.
La predicazione del Profeta, il suo inflessibile monoteismo, la sua implacabile lotta contro le tre dee femminili allora venerate da tutti gli arabi insieme ad Allah, non suscitarono alcuna protesta.
I medinesi, insomma, si rivelarono assai tolleranti.

Ma a rovinare tutto provvide un bel giorno un semplice pezzo di stoffa: quel velo che Maometto (il quale aveva in orrore, com’è noto, le audacie vestimentarie delle infedeli) aveva subito imposto alle donne convertite alla sua fede.
L’incidente avvenne nel suk, presso la botteguccia di un orafo ebreo. Arriva una donna beduina, naturalmente velata, e alcuni ragazzi ebrei, prendendola un po’ in giro, la invitano a togliersi il velo. La donna protesta. I ragazzi insistono. L’orefice, inoltre, le fa lo scherzo barbino di fissarle a terra, di soppiatto, un lembo della veste. Sicché, quando lei fa per andarsene, la sottana si strappa lasciandola col didietro scoperto. La donna si mette a urlare invocando vendetta.

Un maomettano accorre e ammazza l’artigiano. Arrivano altri ebrei e ammazzano il maomettano. Mentre la zuffa si allarga altri arabi corrono ad avvertire il Profeta. Questi s’infuria, minaccia di far massacrare tutti gli ebrei dell’oasi e provoca in tal modo lo scoppio della prima guerra araboebraica.
Che dopo una serie abbastanza convulsa di scontri, agguati, battaglie e massacri, si concluderà con l’espulsione di tutti gli ebrei e il trionfo dei maomettani. I quali diventarono così i nuovi padroni della Medina, ossia della stessa città che soltanto tre anni prima li aveva accolti benignamente come fuggiaschi sprovvisti di tutto e bisognosi di comprensione e di aiuto.
Tutto dunque incominciò con uno scherzo.
E con l’incapacità del Profeta e dei suoi seguaci di sopportarlo. Giacché a provocare i massacri gli scherzi da soli non bastano. Occorre il contributo di qualcuno che sia ben deciso a far progredire la Storia opponendo la serietà dell’eccidio alla fatuità del dileggio, la dignità della strage alla frivolezza dello scherno, la gravità del bagno di sangue alla leggerezza della beffa. Spremendo insomma sangue dai pernacchi. E magari dalle vignette. Il che richiede – è evidente – gusti intellettuali, estetici e morali bissalmente diversi da quelli che oggi permettono al nostro povero Gesù di Nazareth di sorridere cristianamente di un mondo che pur professandosi cristiano, e onorandolo in innumerevoli forme, e dedicandogli affettuosissime cure, non soltanto sacre ma anche profane, tuttavia non soltanto permette che si dubiti del suo supposto rango divino, ma anche di contestare le sue pretese teologiche, e a volte persino di farsi beffe del suo messaggio».

domenica, luglio 30, 2006

Carmen Doloroso [2]

ovvero: Il Gesù della Pace




Che cos'è che sale dal deserto
come una colonna di fumo,
esalando profumo di mirra e d'incenso
e d'ogni polvere aromatica?

Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d'Israele.
Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.

Un baldacchino s'è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
Le sue colonne le ha fatte d'argento,
d'oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d'amore
delle fanciulle di Gerusalemme. (Cantico dei Cantici III, 6-10)

martedì, luglio 25, 2006

Veni de Libano

Ovvero: Carmen Doloroso y Jesùs de la Paz



«Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!

Osserva dalla cima dell'Amana,
dalla cima del Senìr e dell'Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.

Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!

Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d'alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Fontana che irrora i giardini,
pozzo d'acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano». (Cantico dei Cantici IV, 7-15)

domenica, luglio 16, 2006

Carmen Doloroso

Ovvero: il Gesù della Pace
(el Jesùs de la Paz)

«In questi ultimi giorni le notizie dalla Terra Santa sono per tutti motivo di nuove gravi preoccupazioni, in particolare per l'estendersi di azioni belliche anche in Libano, e per le numerose vittime tra la popolazione civile. All’origine di tali spietate contrapposizioni vi sono purtroppo oggettive situazioni di violazione del diritto e della giustizia. Ma né gli atti terroristici né le rappresaglie, soprattutto quando vi sono tragiche conseguenze per la popolazione civile, possono giustificarsi. Su simili strade - come l’amara esperienza dimostra – non si arriva a risultati positivi.

Questo giorno è dedicato alla Madonna del Carmelo, Monte della Terra Santa che, a pochi chilometri dal Libano, domina la città israeliana di Haifa, anch’essa ultimamente colpita...»

mercoledì, giugno 14, 2006

Sacra Conversazione /7

Ovvero: "Mariopoli"



Magdi Allam la sera di sabato 10 giugno, in quanto musulmano, è stato invitato a tenere un "sermone" sulla «possibilità del dialogo fra tutti gli uomini di ogni razza e religione a partire da quel valore che è in ogni cosa e che è l'esigenza di verità e bellezza presente in ognuno di noi», in faccia all'inclita schiatta dei ciellini riuniti nello stadio di Macerata prima del pellegrinaggio notturno che li condurrà al santuario della Madonna di Loreto.

«Forse molti di voi non sanno che Maria è venerata nell'islam. Nel Corano vi è un capitolo, La sura di Maria, a lei dedicato; complessivamente il suo nome vi compare una quarantina di volte: viene citata direttamente 16 volte, mentre in 23 casi parlando di «Gesù figlio di Maria» o il «Messia figlio di Maria». Ebbene proprio Maria è la figura unificante del cristianesimo e dell'islam. Il Corano le riserva la massima considerazione: «E quando gli angeli dissero a Maria: "O Maria! In verità Dio t'ha prescelta e t'ha purificata e t'ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!" (III, 42)». Al pari del cristianesimo, l'islam condivide il mistero della verginità di Maria: «E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote (LXVI, 12)».
Il francescano Giulio Basetti-Sani, nella sua opera Maria e Gesù figlio di Maria nel Corano, scrive entusiasticamente: «Da quattordici secoli, basandosi sui testi del Corano nei quali si esalta Maria Santissima, anche le generazioni musulmane l'hanno chiamata Beata! Maria è così un vincolo di unione tra cristiani e musulmani, perché anche nel Corano essa è il modello dell'anima credente che si è abbandonata completamente nel Signore per compiere sempre e generosamente la sua divina volontà. Per tutti, cristiani e musulmani, rappresenta il modello privilegiato di coloro che vogliono cercare Dio».

La dimensione teologica su Maria è confortata da una secolare e straordinaria condivisione popolare del suo culto da parte di cristiani e musulmani.
Dal 18 al 25 maggio scorso, in occasione della nascita della Vergine [ops!], ben due milioni di egiziani di entrambe le religioni si sono riversati nel santuario mariano sul monte Al Tir, a Samallut nella provincia di Al Minya. La Sacra famiglia vi avrebbe sostato per tre notti, nel corso dell'esodo in Egitto che, secondo la tradizione islamica, si sarebbe protratto per dodici anni.

Se visitate il sito www.zeitun-eg.org/zeitoun1.htm potrete vedere le immagini dell'apparizione della Madonna sulla Chiesa copta di Maria nel quartiere di Zeitun al Cairo, immortalata da un fotografo la notte del 2 aprile 1968.
Un'altra apparizione della Madonna è stata registrata il 25 marzo 1986, in un primo tempo da due meccanici musulmani e poi da un numero crescente di persone, sopra la Chiesa di Santa Demiana Martire a Shoubra al Cairo.

In Pakistan c'è una città, Mariamabad, che prende nome da Maria. Il 3 settembre di ogni anno, circa 500 mila fedeli, in gran parte cristiani ma tra loro ci sono anche dei musulmani, partecipano a un pellegrinaggio mariano.
In Turchia il piccolo santuario di Maria a Efeso consta di tre locali: nella sala d'ingresso i fedeli accendono le candele, la camera da letto è stata trasformata in chiesa, mentre una sala con camino è adibita a luogo di preghiera per i musulmani.

Ebbene se i musulmani condividono la devozione e i pellegrinaggi mariani nei Paesi musulmani, perché mai non lo dovrebbero fare nei Paesi cristiani?
Ecco perché lancio un appello ai musulmani d'Italia: facciamo del culto di Maria un momento unificante della spiritualità con i cristiani e facciamo del pellegrinaggio di Loreto un momento di condivisione della fratellanza religiosa tra tutte le persone di buona volontà.»

giovedì, aprile 27, 2006

Non sono Mosè! Chiamatemi Patriarca /2


A seguito della presentazione delle dimissioni di Sua Beatitudine il Cardinale Stephanos II Ghattas ottantaseienne Patriarca dei copti cattolici, il 30 marzo 2006 nella città del Cairo , secondo quanto prevede il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, si è svolta l'elezione del nuovo patriarca dei copti cattolici nella persona del settantunenne monsignore egiziano Antonios Naguib: un vescovo in pensione.
Il Papa Benedetto XVI ha dato la sua benedizione all'elezione canonica fatta dal Santo Sinodo della Chiesa Copto-cattolica. Ha fatto seguito lo scambio delle "litterae communionis" : le lettere ufficiali con cui si sancisce la comunione di fede tra la Sede di san Pietro e la Sede di San Marco.
SCAMBIO DI LETTERE FRA SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
E SUA BEATITUDINE ANTONIOS NAGUIB,
PATRIARCA DI ALESSANDRIA DEI COPTI,
PER LA CONCESSIONE DELLA COMUNIONE ECCLESIASTICA

LETTERA DI SUA BEATITUDINE ANTONIOS NAGUIB



Santità,

il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Copta cattolica riunitosi nel convento dì "San Giuseppe" delle Suore Egiziane del Sacro Cuore a Madinet el-Obour dal 27 al 30 marzo 2006, come convenuto nell'ultima riunione, ha eletto me indegno, a succedere a Sua Beatitudine Stéphanos II, Cardinal Ghattas, che ha saputo essere per tutta la nostra Chiesa copta cattolica un vero "Pater et Caput" dando un esempio di paternità, carità, sacrificio per ben 20 anni, lungo il suo ministero.

Con la presente imploro di Vostra Santità la concessione della "comunione ecclesiastica", promettendo di essere fedele al Nostro Signore e di fare tutto quello che posso per servire nel miglior modo il Suo gregge affidatomi, esprimendo la mia fedeltà, venerazione e obbedienza al Supremo Pastore della Chiesa, Successore di Pietro e Nostro amatissimo Papa.

Implorando la Sua benedizione Apostolica e chiedendo le Sue preghiere per l'imminente Sinodo e il futuro periodo decisivo nella vita della nostra chiesa, assicuriamo la nostra piena fedeltà alla "Sancta Mater Ecclesiae" e la nostra devozione alla Sua amatissima persona.

di Vostra Santità, dev.mo in Cristo

Antonios Naguib
Patriarca di Alessandria dei Copti cattolici


* * *


LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI



A Sua Beatitudine Antonios Naguib,
Patriarca di Alessandria dei Copti

Con grande gioia ho ricevuto l’annuncio dell’elezione di Vostra Beatitudine alla Sede patriarcale di Alessandria dei Copti e la Sua richiesta di Comunione ecclesiastica. La Chiesa rende grazie a Dio Onnipotente per il dono che è stato ad essa fatto nella persona di Vostra Beatitudine.

Nell’esprimere le mie fraterne e caldissime congratulazioni, L’assicuro della mia più fervida preghiera affinché Cristo, Buon Pastore, La sostenga nel compiere la missione da Lui ricevuta.

Accolgo con tutto il cuore, Venerabile Fratello, la Sua richiesta di comunione ecclesiastica, secondo l’usanza e il desiderio di tutta la Chiesa cattolica. Sono sicuro, Beatitudine, che, colmo della forza del Risorto, Lei saprà guidare con saggezza e prudenza la Chiesa Copta Cattolica con i Padri del Sinodo patriarcale, nostri Fratelli nell’Episcopato. Adornata della gloria dei santi e pronta come la Sposa dell’Apocalisse, la Chiesa Copta Cattolica potrà andare incontro allo Sposo che viene.

Possa il Signore assisterLa nel Suo nuovo ministero, per poter proclamare la Parola che salva, affinché sia vissuta e celebrata con amore, secondo le antiche tradizioni spirituali e liturgiche della Chiesa Copta Cattolica. I fedeli a Lei affidati trovino consolazione nella Sua paterna sollecitudine.

Trasmetto a Lei, Beatitudine, così come a tutti i membri del Sinodo, un fraterno saluto e Le concedo una particolare e affettuosa Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i Vescovi, ai Sacerdoti, ai Religiosi, alle Religiose e a tutti i fedeli del Suo Patriarcato.

Dal Vaticano, il 6 aprile 2006.
BENEDICTUS PP. XVI


[© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana]




La Chiesa copta (ortodossa) il cui capo porta titolo di Papa d'Alessandria e Patriarca della Predicazione di San Marco e di tutta l'Africa (si ritiene infatti il successore dell'evangelista Marco)prima della costituzione del patriarcato di Costantinopoli era la seconda sede vescovile del mondo cristiano dopo Roma (e perciò la prima in Oriente). L'onore del secondo posto per volontà di Teodosio le venne scippato dalla nuova capitale imperiale cosicchè Alessandria fu declassata a "terza sede del mondo cristiano" e la cosa non fu mai digerita dai cristiani d'Egitto. Infatti il patriarcato di Alessandria che rimarcava la sua peculiare identità egiziana (e teologica e politica) si mise in disaccordo con Costantinopoli (e con Roma) dopo il Concilio di Calcedonia dell’anno 451 le cui enunciazioni dogmatiche seguivano la dottrina dei teologi "bizantini" mentre nei concili precedenti (Nicea, Costantinopoli ed Efeso)la teologia alessandrina aveva dettato legge.

I copto-cattolici d’Egitto sono una sparuta minoranza di circa 250.000, in un Paese di più di 74 milioni di abitanti, per il 94% musulmani e per quasi il 6% copti ortodossi che dal 1971 hanno come capo Sua Santità Papa Shenuda III.

Nel 1741, un Vescovo copto a Gerusalemme si convertì al cattolicesimo e fu nominato da Papa Benedetto XIV vicario apostolico della piccola comunità di copti (allora erano circa duemila) che erano entrati nella Chiesa cattolica in seguito alla predicazione dei francescani a partire dal XVI secolo.
Nel 1895, Papa Leone XIII ristabilì il patriarcato copto-cattolico che però a differenza del suo omologo ortodosso non assume il titolo di "Papa" e di "Santità" per rispetto (forse eccessivo) verso Sua Santità il papa di Roma, accontentandosi del titolo di "Beatitudine".

giovedì, marzo 30, 2006

Sacra Conversazione /4

Ovvero: EL SEÑOR DE LA SENTENCIA


Abdul Rahman, l'afghano convertito al cristianesimo che rischiava la pena di morte per la sua nuova fede, è stato liberato la notte di lunedì 27 marzo dal penitenziario di Kabul. Il ministro della Giustizia afghano ha giustificato la scarcerazione, dovuta alle pressioni internazionali - principalmente di George W. Bush-, facendo riferimento alla perizia psichiatrica svolta nel carcere di Pol i Charki, dalla quale risulterebbe che Rahman non è completamente sano di mente: il mussulmano che diventa cristiano non può essere, infatti, se non un «pazzo».

Questo il processo:

"Due sole udienze e Abdul Rahman è stato condannato a morte, per aver abbandonato l'Islam. Solo dopo la Corte suprema è intervenuta annullando il processo e aprendo la strada alla sua scarcerazione....

«Lo confesso, sono un cristiano, ma non un apostata ­ sostiene Rahman in tribunale ­. È vero, mi sono convertito dall'Islam arrendendomi a Dio. Credo in Giovanni, nello Spirito Santo e in Gesù».
Quarantun anni, magro, capelli a spazzola e volto scavato, il cristiano afghano si difende da solo. Il giudice Ansarullah Maoulawizadah non gli permette di sedersi, e attacca subito chiedendogli: «Sei nato nella casa di un musulmano. Tuo padre ti ha denunciato, ma perché ti sei convertito?».

Rahman risponde difendendo il cristianesimo:«Signor giudice, non si tratta di una cattiva religione. Ho fatto la mia scelta grazie alla benevolenza di Dio. Penso che tutti devono poter scegliere. Rispetto chiunque abbia una fede. Credo in Gesù e nella libertà di religione». .
A questo punto denuncia «maltrattamenti, pestaggi e insulti da parte del procuratore». Non solo durante gli interrogatori, ma anche nel centro di detenzione di Kabul sarebbe stato minacciato e preso a schiaffi per la sua scelta di fede. Indica anche le guardie facendo dei cenni con il capo

Il giudice taglia corto e chiede all'imputato di raccontare la storia della sua conversione, che è avvenuta a Peshawar, in Pakistan, il giorno di Pasqua di 16 anni fa grazie a Interlet, un'organizzazione non governativa per cui lavorava, diretta da un americano. Gli fa presente che è stato denunciato non solo da suo padre, ma da tutta la famiglia, compresa la moglie e le figlie. «Sono vittima di un complotto ­ sostiene -. Una volta mia madre ha addirittura bruciato la Bibbia, spinta dall'odio».

Il giudice gli mostra la Bibbia sequestrata chiedendogli di cosa si tratta, e Rahman risponde orgoglioso: «È il libro sacro in cui credo». Allora il magistrato replica: «Questo vuol dire che non credi nel Corano?», cercando di farlo cadere nella trappola dell'apostasia. Lui se ne rende conto e risponde: «Non ho nulla contro l'Islam. Sto solo dicendo che prima ero musulmano e ora sono cristiano».

Interviene il procuratore, Wasih Khan, un ometto vestito di grigio con la camicia bianca senza cravatta e la barba spruzzata d'argento.Spiega il fondamento dell'accusa, ovvero il fatto che Abdul Rahman creda nel Taslis (il Padre, il Figlio e lo Spirito santo) e che abbia «partecipato a cerimonie religiose del cristianesimo diventando apostata».
Il procuratore invita più volte Rahman a pentirsi e a tornare ad abbracciare l'Islam. «Purtroppo non ha mostrato timore e non ha voluto accettare la realtà rimanendo un eretico ­ spiega il pubblico accusatore ­. Per questo motivo deve essere punito secondo la legge islamica». Questo è il momento più grave,in cui il pubblico ministero si appella a una shura del Corano e cita le parole del profeta Maometto secondo il quale «chi si converte deve essere ucciso».
Secondo Wasih Khan, «la punizione per il tradimento è la pena di morte, e un apostata è un traditore che insulta Allah e il suo Profeta violando la legge di 1,6 miliardi di musulmani nel mondo»....

Rahman si difende con coraggio: «Accetto la decisione della Corte, anche se dovesse essere la sentenza capitale, ma non sono un infedele, sono un cristiano». L'imputato coinvolge anche alcuni esponenti in vista del nuovo potere afghano spiegando di aver deciso di tornare dalla Germania,dove viveva in esilio, dopo aver ascoltato alla radio l'appello del presidente Hamid Karzai rivolto ai rifugiati. «Gente come Yahya Massoud (numero due dell'ambasciata afghana in Svizzera, nda) fratello di Ahmad Shah (il famoso comandante anti-talebano ucciso da Al Qaida due giorni prima l'11 settembre, nda) e il viceministro degli Esteri, Haider Reza (appena nominato ministro del Commercio e dell'Industria, nda), sono credenti come me e figure di spicco» sostiene Rahman.
L'udienza in cui è stata chiesta la condanna a morte è del 16 marzo.
Pochi giorni dopo Rahman è di nuovo in aula. Il giudice Maoulawizadah lo invita a rinnegare il cristianesimo e Rahman rifiuta ancora. Allora il giudice emette la sentenza: «Se non si pente della sua conversione non resta che punirlo con la morte»."


(Fausto Biroslavo da Il Giornale del 30 Marzo 2006)

giovedì, marzo 09, 2006

Perdere la trebisonda /3

" ...Le chiese distrutte e saccheggiate? “C'è stata una guerra e cose brutte sono successe su entrambi i fronti”, spiega.

Gli faccio notare che la maggior parte delle moschee sul territorio greco-cipriota sono state restaurate, mentre il suo governo ha autorizzato la trasformazione delle chiese in ristoranti ed hotel, un insulto al sentimento dei credenti. “L'hanno fatto per non lasciare andare in rovina gli edifici e comunque sono decisioni prese dal governo precedente, che non condivido”, si schermisce Ozel.

Insisto: cosa mi dice delle chiese che, anche in questi giorni, vengono trasformate in moschee? Il funzionario turco-cipriota allarga le braccia: “È un’usanza ottomana…”."

(Luigi Geninazzi "Avvenire" 26 febbraio 2006)