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mercoledì, gennaio 27, 2010

MEMORARE

Le fonti storiche concordano nell'indicare quale istigatore delle violenze antiebraiche verificatesi in territorio germanico al tempo della predicazione della Seconda Crociata un tale Raoul, monaco cistercense, cioè, appartenente al medesimo Ordine monastico di San Bernardo abate di Claveux il quale si affrettò a condannare tali atrocità a ad esortare le autorità temporali ad impedire il propagandarsi di consimili violenze.
La eco della gratitudine ebraica verso l'operato del "Dottor Mellifluo" è testimoniata, persino a quattro secoli di distanza da quei luttuosissimi eventi, da una cronaca ebraica "Emeq-ha-bakhà" -ovvero: "La valle del pianto"- composta al dotto medico e storiografo Joseph Ha-Cohen (Avignone 1496 - Genova 1575) tramandata in varie edizioni manoscritte e data alle stampe soltanto durante il XIX secolo:

«Il monaco Rodolfo era venuto in Germania per percorrerla e imporre il segno di croce a coloro che si riunivano per andare a Gerusalemme. Egli diffuse delle falsità contro gli Ebrei. Quando gli Ebrei lo seppero [...] implorarono l'Eterno dicendo: "Ah, Signore ecco che non sono passati tanti anni quanti ne passano da un giubileo all'altro da quando abbiamo sparso il nostro sangue come acqua per la santificazione del Tuo Nome, grande, potente, maestoso, nel giorno della grande carneficina! Ci rigetterai per sempre, Signore? E che cosa farai per il Tuo Nome glorioso? Ci susciterai Tu nuove afflizioni?"
Allora il Signore ascoltò i loro gemiti; si ricordò della Sua Alleanza, si volse dalla loro parte ed ebbe pietà di loro, nella immensità della Sua misericordia.
Egli inviò a questi mascalzoni
San Bernardo di Chiaravalle in Francia, che li chiamò, anch'egli, nelle forme a loro consuete e disse loro: "Andiamo e saliamo verso Sion, al sepolcro del nostro Salvatore ma guardatevi dal parlare agli Ebrei tanto in bene quanto in male, perché toccarli è toccare la pupilla dell'occhio di Gesù. Essi sono infatti sue ossa e sua carne e Rodolfo, discepolo di Gesù Cristo, non ha parlato giustamente, perché è di essi che si dice nei Salmi: Non ucciderli perché il mio popolo non li dimentichi (Sal 59,12)."
Ed essi ascoltarono la sua voce, perché godeva di considerazione tra di loro.
Si ravvidero della loro collera e smisero di fare del male agli Ebrei, come avevano avuto l'intenzione.
E quest'uomo non richiese agli Ebrei alcun riscatto, con cuore sincero egli aveva detto bene di Israele. Per questo io dico: "Ti ringrazio, oh Eterno, perché se Tu sei stato in collera contro di me, la tua collera si è allontanata e Tu mi hai consolato, lasciando di noi un resto sulla terra e conservando la vita a molti in quel giorno. Perché se la misericordia di Dio non avesse inviato questo sacerdote nemmeno uno sarebbe scampato.
Sia lodato Colui che libera e che salva! Amen, amen!".»

martedì, gennaio 19, 2010

Quella Roma onde Cristo è romano [2]

Ovvero: Le "Mirabilia Urbis Romae" nel ricodo autobiografico del barnabita Padre Giovanni Semeria (1867-1931):


"...nel 1883, mettevo il piede per la prima volta nella città eterna. Avevo sedici anni; ero fresco di fervori mistici del Noviziato, lievemente infarinato di studi classici: doppiamente attrezzato per sentire la grandezza umana e divina di Roma.
Correva il mese di ottobre, sacro allora per gli studenti alle vacanza, pei Romani autentici alle magnifiche ottobrate. E realmente, se non imperversava e quando imperversava lo scirocco autunnale colle sue pioggie, risultava fulgidamente razionale l'usanza tradizionale di sudare in città durante il luglio-agosto per respirare poi l'aria fresca in campagna nel settembre-ottobre, o almeno nella seconda parte.
Anche noi studenti barnabiti si stava in campagna a Monteverde, in una villetta graziosa che oggi col resto fu incorporata alla città; allora era tutto all'intorno alberi e viti. Per raggiungerla subito dovetti, appena arrivato, traversare la parte vecchia e bassa della città dove oggi sorge sul Lungo Tevere la Sinagoga.


Ero troppo Piemontese per non essere impressionato di ciò che la vecchia Roma aveva di urtante, colle sue viuzze strette, addirittura chiassiuoli, colla sua pulizia molto ma molto relativa, colla gente tutta fuori di casa o di bottega: troppo poco Romano per sentire la grandezza dell'Urbe. Ma la Roma cristiana la sentii passando davanti alla piccola chiesetta del Crocifisso sacra agli Ebrei convertiti, la sentii traversando il Ghetto.
Anche a Torino c'era un Ghetto, ma ormai scomparso quando io ero giovanetteo: quel di Roma in quel 1883 era ancora in piena efficienza, salvo il non chiudere più all'Ave Maria le ferree porte come prima del '70.
Strano fenomeno ad ogni modo, curioso per un giovinetto un po' riflessivo, il trovare proprio nella città dei Papi un nucleo così forte e ben organizzato di Israeliti, accolti tutt'insieme con un senso di ospitalità, e una dose uguale di diffidenza.
Le persone pie recitavano percorrendo il Corso (che Corso!) di quel lurido Ghetto, il Credo. Lo recitai io pure e sentii di essere nella città della fede «che vince ogni errore»."

Tristitia Christi / 7

OVVERO: "A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!" (Lc 7,31-32)



"Come hanno seguito gli ebrei che vivono in Israele la visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma?
Nonostante la presenza all’evento del vice-premier Silvan Shalom, l’attenzione dell’opinione pubblica è stata abbastanza limitata. Sui siti dei quotidiani di Gerusalemme si è dato spazio a una cronaca molto sobria e – soprattutto – rigidamente ristretta al dibattito sulla figura di Pio XII.
Colpisce – in particolare – lo scarso interesse per le parole pronunciate da Benedetto XVI sul tema più generale del rapporto tra cristiani ed ebrei. «Alla sinagoga di Roma il Papa difende il Vaticano dell’era nazista», è il titolo scelto dal quotidiano israeliano Haaretz. Dove nell’articolo la frase sull’«azione discreta e nascosta» della Santa Sede è l’unica a essere citata del lungo discorso del Pontefice.
Ancora più radicale la scelta del sito di Yediot Ahronot , il più diffuso quotidiano israeliano, che dedica il titolo alle parole del presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici: «Il leader degli ebrei romani incalza il Papa sul 'silenzio' di Pio XII » .
Su Arutz Sheva , l’agenzia vicina alla destra religiosa, lo stesso episodio diventa addirittura: «Parole brusche per il Papa durante la storica visita in sinagoga » , un’immagine assolutamente lontana dalla realtà. «Il Vaticano si adoperò per salvare gli ebrei» è infine il titolo scelto dal Jerusalem Post , che curiosamente non pubblica nemmeno la foto di Benedetto XVI in sinagoga: preferisce ricorrere a un’immagine d’archivio, in cui il Papa compare accanto a una grande croce.
Nessuno, dunque, a Gerusalemme ha raccontato agli ebrei israeliani che a Roma il Pontefice domenica ha anche ripetuto le parole scritte da Giovanni Paolo II nel biglietto deposto al Muro Occidentale, ha condannato con parole nette l’antisemitismo, ha invitato i cristiani a conoscere più a fondo l’ebraismo e ha indicato nuove strade per un’amicizia più profonda tra ebrei e cristiani.
[...]
Del resto la prospettiva non è che cambi molto se si analizzano le reazioni nell’altra maggiore comunità ebraica mondiale, quella degli Stati Uniti. Anche sul sito di Forward , la più importante rivista ebraica americana, sulla visita del Papa in Sinagoga non si va oltre un lancio di agenzia in cui l’unica frase citata di Benedetto XVI è sempre la stessa. E nonostante la condanna dell’antisemitismo sia stata tutt’altro che marginale nel discorso del Pontefice, non se ne trova traccia nemmeno nella sezione dedicata ai rapporti interreligiosi del sito dell’ Anti defamation league , l’organismo che si occupa della lotta ai pregiudizi contro gli ebrei."

[© Copyright Avvenire, martedì 19 gennaio 2010
"Da Israele agli Usa, l’occasione perduta dei media ebraici"
di GIORGIO BERNARDELLI ]

sabato, gennaio 16, 2010

Mirabilia Urbis Romae

Ovvero: "di quella Roma onde Cristo è romano"


"Ecco quanto viene tramandato.
Chanoch ben Esra viveva negli anni in cui si susseguirono disastrosi terremoti. In quel tempo a Roma molti Ebrei furono tricidati perché si credeva che con i loro magici scongiuri avessero evocato le forze degli inferi per condurre alla rovina la città da cui Gerusalemme era stata vinta. (E' noto infatti che, secondo una profezia di S.Benedetto, Roma non potrà cadere che per violenza di elementi ed è questo il motivo per cui i Romani s'abbandonano ad un folle e selvaggio terrore alla minima scossa tellurica ben più che alla vista di interi eserciti di barbari.)

In quei giorni, come già seicento anni prima per ottenere la cessazione di una terribile epidemia di peste, si tolse dalla cappella del palazzo del Santo Padre un'icona di Cristo (quella che S.Luca dipinse con le sue proprie mani) e la si portò in solenne tridua processione per tutte le vie della città.
Nel momento in cui la testa del corteo con la croce dorata usciva dai vicoli stretti e bui dirigendosi verso il bianco ponte sul Tevere detto "Pons Senatorum", la terra sussultò di nuovo così violentemente che il ponte precipitò sotto gli occhi di quelli che stavano per porvi il piede. Allora nacque tra i fedeli un tumulto spaventoso: alcuni caddero come morti per il terrore mentre alcuni invocavano i Santi e altri ancora ripensavano agli Ebrei e gridavano che bisognava punirli lapidandoli con le macerie da loro stessi prodotte.
Quelli che portavano le croci e gli stendardi ne piantarono le aste nel terreno, afferrarono come gli altri le pietre dei distrutti pilastri del ponte crollato, così armati, tutti si precipitarono nelle vicine contrade degli Ebrei. (Il Pons Senatorum, come si sa, segue da vicino il Pons Judeorum presso il quale abitano, sulle due rive del fiume, molti Ebrei.)
Uno di quelli che caddero subito nelle mani di quei forsennati fu appunto Chanoch ben Esra, un degno vegliardo che, spaventato dal terremoto, era uscito dalla sua casa. Egli poté però divincolarsi e, con le vesti a brandelli, sanguinante orribile a vedersi, fuggì lungo la schiera dei fedeli che i moniti dei sacerdoti erano riusciti a frenare. I più vicini all'immagine sacra circondata d'oro e di candidi drappi pregavano ancora quando l'Ebreo, sempre aizzato dalle pietre lanciategli dai suoi inseguitori, penetrò tra di essi. Si levò allora improvviso, quasi più per dolore che per ira, un grido: "Sacrilegio! Sacrilegio!". Chanoch ben Esra portato ben più dal terrore della morte che dai suoi vecchi piedi oltrepassò i sacerdoti le cui dalmatiche bianche e dorate formavano come un baluardo e andò a cadere tutto intriso di sangue ai piedi del Papa.

Il Santo Padre che teneva l'immagine di Cristo tra le sue mani ed era assorto in preghiera e oppresso dall'oro delle sue corone e dei suoi manti così da parere egli stesso figura irreale al servizio della sacra Icona, indietreggiò senza volerlo d'un passo; ma il vecchio, disperato, sulle ginocchia tremanti, si trascinò vicino e nascose la testa sotto i lembi purpurei del suo manto.
Ci fu più tardi chi affermò che il Papa per un'improvvisa illuminazione riconoscesse allora, attraverso il proprio mantello, nel volto nascosto di quel vecchio Ebreo il modello originario sul quale il Creatore aveva forgiato le sembianze di S.Pietro e che questo fosse il motivo per cui aveva protetto il disgraziato. In realtà però era avvenuto il contrario: era stato cioè l'Ebreo e il popolo romano a ritrovare per la prima volta nei lineamenti del loro Papa l'apostolica maestà di S.Pietro. [...]
Non una visione egli ebbe ma pensò al comando della misericordia cristiana e alle disposizioni dei suoi santi predecessori che avevano prescritto alla Chiesa primitiva di considerare intangibili corpo e vita degli Ebrei affinché potessero convertirsi o, se ciò non avveniva, continuassero ad essere a modo loro testimonianza della crocifissione di Cristo.
I Romani non osarono toccare le sacre vesti pontificali, ma chiesero a gran voce al papa che aprisse il suo manto e consegnasse loro il malfattore affinché cessasse il terremoto. Intanto i più lontani e più minacciosi già accusavano i più vicini di troppi riguardi e chiedevano se fossero paralizzate le mani che un tempo si erano levate contro Benedetto IX.

Il Santo Padre sentiva il proprio cuore tremare poiché anche lui era un uomo e il popolo era sfrenato: nei tempi passati si era visto più d'un Papa percosso rudemente dai laici, più d'uno vittima delle violenze subite. Molti poi gli erano avversi, lo sapeva, perché non tollerava che si vendessero le cariche ecclesiastiche. Ma portava tra le mani l'immagine di Colui che morì anche per gli Ebrei e doveva essere disposto a morire a sua volta, se era necessario, per questo Ebreo. Non pronunciò una parola, tenne lo sguardo fisso all'Immagine che egli stesso reggeva e solo la sollevò un poco più in alto in modo che sovrastasse la folla e gli nascondesse il volto. Così rimasero insieme, quasi legati ad un'unica radice, di fronte al popolo fremente il Papa con la sua corona e il vecchio Ebreo ai suoi piedi.

La folla esitava: avrebbe attaccato il Papa ma l'Immagine sacra gli incuteva timore. Però non indietreggiò. Rimase dov'era, minacciosa, simile a una muraglia di silenzio e di corpi che ad ogni istante può crollare addosso uccidendo.
A un tratto si levò da sotto il manto del Santo Padre la voce dell'Ebreo, quasi implorazione di pietà: "Credo in Deum Patrem omnipotentem, Creatorem caeli et terrae!".
E il Papa proseguì tranquillo, annunciando Colui di cui serrava tra le mani l'Immagine (e parve che la sua voce si confondesse con quella che proveniva dall'uomo ai suoi piedi): "Et in Iesum Christum, Filium eius unicum, Dominum nostrum, qui conceptus est de Spiritu Sancto...". Per un momento il silenzio all'intorno fu così assoluto come se nessuno potesse respirare. Si sarebbe detto che si udiva il silenzio. Poi da esso un grido si sciolse: "L'Ebreo recita il Credo! L'Ebreo si è convertito! Un miracolo ai piedi del Santo Padre!".
La muraglia cedette, il popolo si inginocchiò.
Intanto alcuni chierici trasportarono via l'Ebreo svenuto.

La sera stessa già s'era diffusa per tutta Roma la persuasione che il terremoto non si sarebbe più ripetuto perché uno degli Ebrei che ne erano stati causa per miracolosa illuminazione s'era improvvisamente convertito a Cristo [...] e quei Romani stessi che al mattino volevano lapidarlo si affollavano ora alle porte dei monasteri, dove supponevano fosse ospitato il miracolato, per baciargli le mani"
GERTRUD VON LE FORT
("Il Papa del Ghetto. La leggenda dei Pierleoni")

martedì, dicembre 22, 2009

Gran Rabbi nato /11

Sive: Ecclesia Dei afflicta

Il film sulla leggenda nera di Pio XII continuerà ad andare in onda perché frutto di un’antica partita interna al mondo cattolico. Lo ha spiegato il rabbino americano David G. Dalin
in appendice al volume di Burkhart Schneider, “Pio XII”.
“Quasi nessuno degli ultimi libri su Pio XII e sull’Olocausto” spiega “parla di Pio XII e dell’Olocausto.
Il vero tema di questi libri risulta essere una discussione interna al cattolicesimo circa il senso della chiesa oggi, dove l’Olocausto diviene semplicemente il bastone più grosso
di cui i cattolici progressisti possono disporre come arma contro i tradizionalisti”.

[Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro: "Gli attacchi a Pio XII nascono nella Chiesa"; Il Foglio, martedì 22 dicembre 2009]

giovedì, maggio 14, 2009

Per il Pellegrinaggio Apostolico di Benedetto XVI in "Terra Santa"


MIRIAM E MARIA

"La Bibbia non spiega il significato del nome Miriam.
Durante il Medio Evo si considerava per lo più "Miriam" come avente il significato di "stella del mare", un'interpretazione puramente empirica, voluta, e che però era una fonte di ispirazione per molti.
[...] "Quando la vita diventa procellosa, quando ti senti sbattuto dalle onde, rivolgi il tuo sguardo verso il cielo, cerca la stella del mare, invoca Maria; quando le passioni ti travolgono e vanno dilaniando l'animo tuo, scruta il cielo e volgi la tua mente alla stella del mare, invoca Maria". Il pensiero pieno di pietà e di poesia di San Bernardo si riflette nella predicazione e nelle opere di San'Antonio. Questi spiega "Miriam" (Mariam) con "stella del mare" o "mare amaro" ("mar" in ebraico: amaro; "jam", mare).
Noi -così il Santo- siamo in mezzo al mare, circondati da onde, sommersi dalla tempesta ed è per ciò che eleviamo l'invocazione: Oh, Stella del mare! E' in grazia di Maria che, pur ondeggiando nell'amarezza, possiamo dirigerci, alla luce che emana dalla stella del mare, verso il porto, verso la salvezza.
Il nome "Maria" viene interpretato come "Mare amaro" con riferimento alla Passione di Gesù, ma il nome in se stesso è giubilo del cuore, miele nella bocca, nell'orecchio un canto.
Maria viene detta "Stella del mattino" perché fu data da Dio per essere luce ai popoli.

A proposito dell'interpretazione di "Miriam", "Mare amaro", ci sia concesso di notare: partendo dal Mar Rosso verso il nord s'incontrano il Grande Lago Amaro e il Piccolo Lago Amaro, che forse comunicavano per libera espansione delle onde, con il
Mar Rosso. Ad occidente delle coste dei due laghi correva un canale d'acqua dolce. Secondo Strabone questo canale attravesava i Laghi Amari e ne rendeva potabili le acque. Secondo Esodo 15,23ss., gli ebrei giunsero a Marah, "Amarezza".
A proposito della località [...] sorgenti di acqua più o meno salmastre esistono ancora sulla costa orientale della penisola sinaitica. Una di queste si chiama ancor oggi "Ajn Musa", fontana di Mosè a quasi 40 km dal punto approssimativo del passaggio del Mar Rosso; con essa può identificarsi il luogo di Mara. [...]

A proposito di Maria considerata largitrice di acqua nella tradizione popolare, va menzionato quanto segue.
Chi vuol vedere la sorgente di Miriam -così la tradizione popolare ebraica- raggiunga la cima del Carmelo e di lì potrà vedere come una specie di staccio nel mare; questa è la sorgente di Miriam.
Secondo gli antichi rabbini si tratta di una pietra in forma di staccio e che accompagnava il popolo d'Israele nel deserto e ciò per merito di Miriam. Dopo la morte di lei la sorgente cessò di fornire acqua, il che può desumersi dal fatto che la narrazione biblica avvicina nell'esposizione (Num 20) i due fatti: la morte di Miriam e la mancanza d'acqua, cioè la presenza dell'acqua è associata all'assistenza di Miriam.
Alcuni sono dell'opinione che la sorgente si trova nel mare vicino al Carmelo; secondo altri nel Lago di Genezaret presso Tiberiade.
C'è chi dice che si usa attingere acqua alla sera dell'uscita dal sabato e la ragione sarebbe: in ognuna di queste sere la sorgente di Miriam va ad incontrarsi con le consorelle. Chi attinge al momento del felice incontro, ottiene la guarigione da ogni malattia; ossia Miriam, sia pure sotto le sembianze di "sorgente", apporta sempre guarigione.

A proposito di Maria che largisce acqua e abbondanza va ricordato fra l'altro il costume che vige tuttora in Palestina tra la popolazione cristiana di cantare davanti alla sorgente di Maria ('en- el-bedrye) per invocare il suo aiuto. Va notato: il nome di Maria fu sostituito da quello di una santa islamica, el-bedrije, sepolta a Sherafat, la sostituzione mira a porre - come ebbe a notare il Kahle- la santa islamica al posto della Vergine. Il canto suona:
Oh Signora, di bedrije
abbevera la nostra semenza bagnata.

In grazia di Maria il contenuto acquoso delle olive diventa denso ed è così che si dice, riferendosi al 15 agosto:
Nella festa della Vergine (fi 'id el-'adra),
madre della luce,
affluisce l'olio alle olive
.

Varie popolazioni arabe palestinesi osservano con pratiche religiose durante l'inverno un periodo di 40 giorni in cui deve cadere la pioggia. I Beduini presso Aleppo contano la mumbaria dal Natale sino alla festa della Purificazione di Maria il 2 (o il 3) di febbraio.
Alla maturazione del grano, piuttosto che alla pioggia, si riferisce la festa che viene celebrata dai Giacobiti siriani il 15 maggio: la festa della Madre di Dio (la Theotokos). Si tratta della Festa "delle spighe" (che coincide, con la festa delle rose, da altri menzionata) e cioè del grano che matura e diventa commestibile.
(cf Dt 23,26; Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1).

Infine: la sorgente di Siloe che zampilla al lato est della parte meridionale del tempio, nella valle di Giosafat [...], a sud del Monte degli Ulivi, si chiama pure la "Sorgente di Maria" ('ain Sitti Mariam) oppure "la sorgente della Madre delle scale" perché, secondo la leggenda, la Beata Vergine vi ha attinto dell'acqua quando passò in Gerusalemme qualche tempo. Anche i Turchi -così viene riferito- prendono parte alle celebrazioni in onore di questa sorgente.

In considerazione di quanto esposto ci sia concesso di porre una domanda: Visto che sinora nessuna supposizione sul significato di Mar-jam si è affermata, non sarebbe il caso di riprendere in esame l'idea di acqua amara, amara e -forse- raddolcita?
[...]"
Eugenio Pio Zolli ( "Da Eva a Maria"; 1954)

mercoledì, maggio 13, 2009

Per la visita di Benedetto XVI a Betlemme e Territori dell'Autorità Palestinese


REBECCA E MARIA

La coesione di componenti di una famiglia, in quanto clan primitivo, è talmente forte che talvolta la consapevolezza del proprio io individuale viene assorbita dalla coscienza dell'io collettivo cioè da da tutto il clan. Ognuno vive in grazia della collettività: da solo non potrebbe che morire, ed è così che ognuno cerca di essere qualche cosa, o, per meglio dire, qualcuno, nell'organismo associato.
Lo sviluppo della civiltà e delle condizioni di vita, la spartizione dei beni, il maggiore sviluppo della coscienza di possesso privato, individuale, non più collettivo, la divisioni in famiglie, tutto ciò fa sorgere gelosie, complicazioni, odii, fratricidi.
Caino uccide Abele e, come in tutta la storia del periodo di allora, si notano sempre e ovunque le interferenze dell'elemento divino. Il primo fratricidio, che poi è il primo omicidio, fu occasionato dal fatto che il Signore ha gradito il sacrificio dell'uno più di quello dell'altro. Comunque gelosia.

Nella vita di Rebecca, la moglie di Isacco, che è sterile e che diventa madre soltanto per intercessione delle preghiere del marito, nella vita di Rebecca, diciamo, il grave dissidio tra fratelli si annuncia molto presto, cioè quando Esaù e Giacobbe si trovano ancora nel ventre materno. La madre percepisce lo stato di tensione tra i due minuscoli esseri. Le madri sono sensibili e percepiscono molto col cuore.
E' il Signore stesso che annuncia a Rebecca che la lotta fra i due piccoli esseri va proiettata sullo schermo della storia futura: i due bambini sono destinati ad essere in futuro i capi di due stirpi, fra cui non ci sarà pace e armonia. Esaù sarà capostipite degli Edomiti, Giacobbe di Israele. Ecco che lo stesso corpo della madre, della donna gestante, diventa il campo di battaglia.


Come la vita, così anche il riflesso della vita, la storia viene considerata come l'eterna contesa, un'eterna lotta, come una espressione dell'eterna necessità di affermarsi e per conseguenza necessità di negare il diritto di affermarsi, se non addirittura di vivere, ad altri.
E' così che si vive ed è così che le madri, generando figli, preparano nuove contese, nuove lotte, nuovi lottatori, nuove sconfitte, nuove uccisioni nuove vittorie; i vincitori diverranno, tosto o tardi, vittime di altri vincitori. Ecco un triste quadro della concezione della vita e della storia.
Il desiderio di rinchiudersi in sé da parte di chi è nato in una data stirpe, significa esclusione di altri, ed è così che le varie stirpi, i vari gruppi, i vari partiti, i tanti uomini non vanno più in cerca l'uno dell'altro per amarsi, ma per sopprimere l'uno l'altro e, ove ciò non fosse possibile, per reprimerlo, per comprimerlo, e -in extremis- sopprimerlo. Ed è così che gli oppressi hanno un solo sogno e un solo desiderio: diventare oppressori. Nascono le tempeste nella storia; di una di quelle tempeste parla Isaia profeta (10,33-34).


E a Betlemme vi è una madre fuggiasca, senza patria.
E' la sorte dell'antico cristianesimo, il quale per crescere ed affermarsi deve vivere così come ha vissuto il Cristo stesso: la volpe ha la sua tana, l'uccello il suo nido, ma il Figlio dell'Uomo non ha dove posar la testa. Gesù Cristo è il Figlio della Donna sublime, che non trovava un posto dove partorire il suo Divin Figliolo, e fu così che ella si avvia verso la stalla per partorire il suo Fanciullo, tra gli animali. Fra gli uomini la Madre di Dio non trovò un posto dove partorire; suo Figlio non trovò un posto dove dormire.
I primi cristiani sentivano la grandezza e la santità di essere senza patria, sempre raminghi, sempre espatriati, sempre pellegrini, pellegrini sulla terra che essi percorrono per trovare la via, che li condurrà al Padre nei cieli.
Maria è la madre di Colui che fonderà un Regno anch'Egli, ma non sarà un regno di questo mondo. Sarà perseguitato, oppresso, odiato anche Lui, e andrà incontro alla Passione e alla morte, ma non già in seguito a una contesa per dominii, ma per essere stato un lottatore strenuo contro il male, per aver vissuto per un più grande amore, per quell'amore che verso tutti si protende, che tutti chiama, che tutti ama, tutto sopporta, a tutti perdona, anche ai nemici.



[Eugenio Pio Zolli; "Da Eva a Maria"; 1954]

martedì, maggio 12, 2009

Per la visita di Benedetto XVI alle autorità politiche e rabbiniche dello Stato d'Israele


I CANTI DELLE DONNE BIBLICHE E IL MAGNIFICAT

I canti delle donne bibliche sono per lo più canti di vittoria. Vanno definiti -con un termine forse un po' troppo moderno- "nazionali", oppure "religiosi"?
E' difficile fare un taglio netto, per le ragioni a cui ebbi ad accennare altrove, cioè: nell'Antico Oriente le vittoria dei popoli sono opera della divinità, mentre le sconfitte vanno considerate per i pagani un segno di debolezza del dio; per Israele le sconfitte sono segno dell'assenza di Dio a causa dei peccati, dell'infedeltà del popolo.

Le sconfitte degli Egizi, all'atto dell'esodo, vanno considerate interamente opera di Dio ed è così che Mosè e i figli d'Israele prima, e Miriam la profetessa, poi, intonano l'epinicio il cui "leitmotiv" è nella bocca di Miriam e delle donne "Cantate al Signore, perché ha compiuto opere superbe: cavallo e cavaliere egli gettò nel mare"; Mosè e gli uomini rispondono: "Voglio cantare al Signore".
L'iniziativa di intonare il canto è presa da Miriam e dalle sue compagne. Immensa è la gioia per avere il Signore "distrutti" gli avversari, per avere la Sua ira divorato i nemici come "paglia".
Secondo i dottori postbiblici, il Signore all'udire i canti si rattrista e dice: Come, le opere delle mie mani (gli Egizii) affondano nel mare e voi intonate un canto?... .

La profetessa Debora, "giudice" in Israele esorta il condottiero, Barac ad attaccare il nemico. Questi pone una condizione: "Se tu vieni con me, andrò; ma se tu non vieni con me, io non andrò" (Gdc 4,8). Debora acconsente. Il condottiero nemico, Siserà, marcia a capo delle truppe. La vittoria di Israele è decisiva.
Siserà, fuggiasco, viene accolto da Giaele, moglie di un guerriero kenita. Ella accoglie l'infelice; lo assicura della sua protezione, gli offre del latte da bere e lo copre. Egli si addormenta.
Per tema, si comprende, che il nemico vinto potesse destarsi, la donna, preso un piolo da tenda e dato di mano a un martello, gli conficcò il piolo nella tempia...
Per celebrare "le gesta del Signore", Debora intona un canto il cui "leitmotiv" è: "Benedite il Signore!". Non solo le varie tribù d'Israele, ma anche "i cieli" presero parte alla battaglia. Dall'alto dei cieli "le stelle", uscite dalle orbite loro combattono contro Siserà, il condottiero canaaneo.
Debora esalta l'atto compiuto da Giaele. Si descrive l'angoscia della madre dell'ucciso, la madre che invano attende il ritorno del figlio sventurato. "Così - è la fine del canto - possano perire tutti i tuoi nemici, o Signore, mentre quelli che amano il Signore siano come il sole, quando risplende in tutta la sua potenza".

Quanto lontani siamo dall'insegnamento: "Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano".



[Eugenio Israel Zolli; "Da Eva a Maria"; 1954]

lunedì, maggio 11, 2009

Per la visita di Benedetto XVI allo "Yad Vashem"

SIVE: CASTRUM DOLORIS

LEA, RACHELE, MARIA

"La donna preferita dal patriarca Giacobbe non è Lea, la sorella maggiore, e Giacobbe domanda a Labano in moglie non Lea, ma Rachele. E in grazia di Rachele, Giacobbe sposa prima Lea. E' il trauma di un'anima femminile: Lea entra nella vita coniugale sotto l'auspicio di preferenza per la sorella più giovane e più avvenente.
Il Signore si mostra sempre nella vita dei patriarchi protettore di donne umiliate e di bambini sofferenti e che corrono il pericolo di morire. Egli, il Signore, Dio giusto, rende sterile Rachele, mentre Lea dà alla luce un bambino. Come tante altre donne delle narrazioni bibliche, anche Lea ha il cuore desto, è piena di comprensione: ella sente e valuta la voce di Dio, sente e venera la mano di Dio che si manifestata nelle sorti di chi soffre. Lea accoglie il bambino come dono di Dio, come dono di consolazione da parte di Dio, e all'atto della nascita dice: "Il Signore ha visto la mia afflizione".

Lea spera che ora il marito l'avrebbe amata. La non amata spera di essere amata; è il motivo che poi tornerà nella predicazione dei profeti, ove non si parlerà più di una donna vera e propria, ma di una donna che assurge a simbolo: la nazione d'Israele.
Anche all'altro figlio, al secondogenito Simeone, la madre conferisce il nome con l'intenzione di esprimere: "Il Signore ha saputo che io ero odiata, e così mi diede anche questo figlio". Il terzo bambino si chiamerà Levi. Egli sarà il capostipite dei leviti del Signore nel culto dell'Antico Patto. La madre interpreta il nome del figlio come derivante dal verbo "accompagnare": ora mio marito si accompagnerà me, perché ormai gli ha dato tre figli.
Al quarto ed ultimo bambino, Lea, come guidata dal presentimento profetico, conferisce il nome di Giuda, dicendo: "Questa volta io ringrazio il Signore".
Questo nome che era destinato ad essere glorioso nella storia di Israele e doloroso nella storia del cristianesimo, nelle intenzioni pure e sante della madre esprime qualche cosa, che potrebbe essere definito, e sia pure da lontano, di eucaristico; è un ringraziamento che ella porge al Signore in un momento in cui il suo cuore è profondamente commosso, in cui sente il vivo desiderio di esprimere dinnanzi alla maestà del Signore tutta la sua infinita riconoscenza.


Il Signore ricorda, fa tornare al suo cuore paterno, anche Rachele, gelosa della ricca prole di Lea, e concede anche a lei il dono della maternità. Rachele è grata a Dio, al Dio che ha tolto ('asàph) la mia umiliazione, la mia vergogna; il nome però che dà al figlio, Joseph (Giuseppe), vien fatto derivare dal verbo jasàph, cioè accrescere, aumentare.
Rachele dà vita ad un altro bambino. Ella gli dà la sua vita e muore all'atto della nascita del figlio, che ella vorrebbe chiamare "figlio del mio dolore" e che il padre preferisce chiamare Beniamino: "figlio della mia destra".
Il cambiamento del nome da parte del padre non ha cancellato il dolore provato ed il pensiero espresso dalla madre al momento di morire.

Passeranno molti anni, secoli interi, e il vate del dolore di Israele, Geremia, il profeta che può essere considerato l'incarnazione delle tragiche sorti di Israele, dirà come in una visione ai suoi fratelli ed uditori dolenti: "Odi, a Rama si sente l'eco di un pianto amaro: è Rachele che piange per i suoi figli, perché non sono più" (31,15). Una sorte crudele li ha decimati, ha inflitto loro tante ferite e tante sofferenze, e i superstiti furono trascinati in terre lontane, in terre nemiche, nell'esilio.
Qui, in patria, nel cuore della notte, si sente una voce misteriosa, un lamento: è la madre che si eleva sul dolore del popolo suo, è Rachele che invoca e ottiene dal Signore per la prima volta la promessa che gli esiliati un giorno sarebbero tornati.
Rachele è madre dolorosa.


Il figlio, che nascendo fece morire, involontariamente, la madre, vive nella storia d'Israele come capo-stipite della tribù di Beniamino; così ha voluto il terzo patriarca. Il dolore di Rachele continua a vivere, vive e rivive nella storia tormentata del popolo eletto.

Rachele è la prefigurazione di Maria, la madre dolorosa, la madre che darà alla luce il Figlio, che accrescerà il bene e la salvezza dell'umanità intera di tutti i tempi. Le madri bibliche, come abbiamo visto, danno un nome al neonato, muovendo da circostanze contingenti. Non così Maria, Madre del Figlio di Dio: Il Figlio suo è Figlio di Dio e il nome che gli viene conferito si riferisce alla missione, che Egli è chiamato a compiere, cioè liberare l'umanità dal peccato. In lui Iddio si rivela, non più come nell'Antico Testamento, salvatore di un popolo, ma dell'umanità intera, e Maria parteciperà alla Via Crucis, all'esistenza dolorosa di Gesù sulla terra; ella starà ai piedi della Croce e assisterà alle indicibili sofferenze del Figlio suo: Figlio di Dio.
Gesù resterà figlio del dolore di Maria all'ora della Passione; resterà il figlio suo per sempre, resterà nella storia e nella gloria del padre suo nei cieli, e dell'umanità dolente sulla terra, dell'umanità che in ogni prece e in ogni ora di dolore lo invoca.
A Lui e alla Madre sua, corredentrice nella liberazione dal male, sono rivolte tutte le preci e tutte le speranze dell'umanità di ogni tempo."


(Eugenio Israel Zolli; "Da Eva a Maria"; 1954)

giovedì, maggio 07, 2009

Gran Rabbi nato /10

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica d'Israele come venne esposta nell'anno Domini 2000 dal Cardinale ANDREA CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO -all'epoca Nunzio in Italia- primo Nunzio Apostolico in Israele.
Ovvero: Come avvenne che gli scrupoli dottrinarii del "buon cardinal Ratzinger" insidiarono gravemente i negoziati per l'allacciamento delle relazioni ufficiali tra la Santa Sede e lo Stato di Israele.

"Vorrei insistere su questo. La prima funzione del rappresentante pontificio è rappresentare il Santo Padre, la Santa Sede presso la Chiesa locale.
Se ci sono anche relazioni ufficiali diplomatiche con il governo di quel Paese allora il nunzio è anche rappresentante ufficiale accreditato. Allora lo si chiama Nunzio. Se non ci sono relazioni diplomatiche ufficiali lo si chiama delegato apostolico.
In tempi passati c’erano anche pro-nunzi, inter-nunzi e funzioni diverse previste dalla convenzione di Vienna. [...]

Prima di essere nunzio a Roma, dove sono da quasi due anni, ho lavorato otto anni a Gerusalemme come delegato apostolico per Gerusalemme, Palestina e Giordania. Là mi è toccato iniziare delle relazioni – dico iniziare perché prima non c’erano – per arrivare a normalizzare il rapporto tra Santa Sede e Chiesa cattolica da una parte e autorità civile e istituzioni civili dall’altra, sia nei rispetti di Israele sia nei rispetti della Palestina sia nei rispetti della Giordania. Mi toccò quindi sviluppare, portare avanti questi negoziati che sono stati per me di un interesse enorme ma di difficoltà non comune.

Proponemmo allo Stato d’Israele, fondato nel 1947, di riconoscere (secondo la risoluzione delle Nazioni Unite che metteva fine al mandato britannico e stabiliva uno Stato di Israele a ovest uno Stato arabo a est) Gerusalemme internazionale, cosa assolutamente rifiutata da parte loro. E allora abbiamo preso come definizione lo Stato d’Israele uscito dalla Dichiarazione unilaterale d’indipendenza del maggio '48. Accettarono subito, dandosi un pochino la zappa sui piedi, perché in quel caso non erano compresi i territori occupati nel ’67.
Quando facemmo, dopo più di due anni di negoziati, un trattato internazionale e un accordo firmato a Gerusalemme il 30 dicembre 1993, immediatamente i palestinesi ci chiesero di farlo anche con loro e si pose subito il problema [...] di come poter fare un trattato internazionale con chi non ha sovranità, con chi non è ancora uno Stato. Cercammo inizialmente di mantenere un dialogo. Quando poi facemmo un secondo trattato con Israele per tutti gli aspetti economici e per il riconoscimento delle identità giuridiche della Chiesa cattolica per avere tutti gli effetti civili, immediatamente anche l’Olp si fece avanti chiedendoci di farlo anche con loro. Ma non c’era ancora una sovranità riconosciuta. Poi si trovò una formula già usata in altri casi anche da parte britannica in situazioni precedenti. Ossia abbiamo chiesto loro di indicarci se l’interlocutore dovesse essere l’Olp oppure l’Autorità Palestinese, che era già praticamente riconosciuta da Israele perché aveva fatto dei trattati almeno di fatto (se non addirittura internazionalmente) riconosciuti. La loro risposta fu estremamente chiara: ci chiedevano di trattare con l’Olp in favore e a beneficio dell’Autorità Palestinese che tendeva a diventare uno Stato sovrano; però l’interlocutore era l’Olp. Così è stato fatto, così sono stati portati avanti i negoziati, almeno per conto mio. Poi io andai via. È stata apposta la firma pochi giorni or sono con questa formula: la Santa Sede da una parte e l’Olp dall’altra in favore e a beneficio dell’Autorità Palestinese che prepara il riconoscimento di uno Stato palestinese. Anche questo è un aspetto di come la Santa Sede tratta come se fosse uno Stato.

Israele ci continuava a chiedere un accordo tra due Stati e noi continuavamo a insistere che la Santa Sede non è uno Stato, che la Santa Sede equivale forse ad uno Stato nel modo di trattare nel diritto internazionale perché tratta con una sovranità che è una vera sovranità, ma non è la sovranità di uno Stato, la sovranità di diritto internazionale. Cosa che Israele ha capito, però ce n’è voluto del tempo.
Ricordo che il giorno stesso che concludemmo il primo trattato con Israele, il ministro che firmò, in un suo discorso alla televisione disse: «Oggi è una giornata storica perché abbiamo firmato un accordo tra un piccolo Stato e un altro ancora più piccolo». Non potevo fermarlo perché parlava in tv, ma poi gli dissi: «Signor ministro, non so a che cosa allude, forse il piccolo Stato è Israele e l’altro ancora più piccolo è la Città del Vaticano… Guardi però che lei ha firmato con la Santa Sede che esiste da duemila anni, che ha un miliardo di cattolici e come territorio ha tutto il mondo…». Rimase bloccato e mi disse: «Non ripeterò l’errore». «Grazie», risposi.
Questo per dire che spesso noi stessi, con la nostra educazione che abbiamo anche a Roma, facciamo una confusione tremenda fra Stato della Città del Vaticano e Santa Sede. Io stesso, quando mi dicono: «Lei è nunzio apostolico, rappresenta il Vaticano», sono uso rispondere con chiarezza: «No, non ho mai rappresentato il Vaticano». La Città del Vaticano non ha rapporti diplomatici, è un vero Stato ma non ha rapporti diplomatici con nessuno, non invia e non riceve ambasciatori. È la Santa Sede che è un ente morale, che è il governo centrale della Chiesa cattolica nel mondo.

Quando con Israele ho usato l’espressione «governo centrale della Chiesa cattolica nel mondo», non ho avuto difficoltà con loro, ho avuto difficoltà dietro le spalle, perché il buon cardinale Ratzinger disse di non usare questi termini di governo o di sovranità in quanto sono termini troppo politico-sociali. La Chiesa non deve usare sovranità, la Chiesa non è un governo.
Ma se non possiamo usare questi termini quando parliamo “a tu per tu” con uno Stato… Dobbiamo usare terminologie che loro riconoscono e accettano …
Hanno fatto una riunione speciale di cardinali in Vaticano per riuscire ad approvare o no. Poi mi hanno mandato a dire: andate avanti con i termini di governo e di sovranità. Meno male, ho pensato, sennò dovevamo interrompere tutto … " .

(30GIORNI; Marzo 2000; "A che serve il Vaticano")

domenica, aprile 26, 2009

Gran Rabbi nato /9

Ovvero: "Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno"
(Mt.VI,9-10a)

L'Avvenire nelle sue pagine culturali di domenica 26 aprile 2009 proprone ampli stralci del lucido intervento del Cardinal Ratzinger intorno al -sempre foriero di polemiche- tema sul corretto rapporto di mutua e reciproca collaborazione tra cattolici ed ebrei.
In una nota per la pubblicazione del testo della conferenza, tenuta a Gerusalemme nel febbraio 1994 al simposio interreligioso "Molte religioni un’unica Alleanza", il Cardinale Razinger poi commenterà che il proprio argomentare aveva sorpreso l'uditorio interreligioso:
"Solo più tardi compresi che l’incontro non era propriamente dedicato al dialogo religioso tra cristiani ed ebrei, ma doveva trattare la questione di come esercitare una guida religiosa in un mondo secolarizzato. Dal momento però che la questione dei fondamenti non poteva essere messa del tutto da parte, parve sensato che io mi attenessi alla mia traccia originaria".


«[...] Pur sapendo che Auschwitz è la terrificante espressione di un’ideologia che non si limitava a volere la distruzione dell’ebraismo, ma che odiava l’eredità ebraica anche nel cristianesimo e cercava di cancellarla, dinanzi a eventi di questo genere resta la domanda sulle ragioni della presenza nella storia di tanta ostilità tra coloro che, invece, avrebbero dovuto riconoscere la propria affinità in forza della fede nell’unico Dio e della professione della sua volontà.
Questa ostilità proviene forse proprio dalla fede dei cristiani, dalla "essenza del cristianesimo", così che per giungere a una vera riconciliazione bisognerebbe di necessità astrarre da questo nucleo e negare il contenuto centrale del cristianesimo?

Si tratta di una ipotesi che, dinanzi agli orrori della storia, è stata formulata negli ultimi decenni proprio da alcuni pensatori cristiani. Ma allora la professione di fede in Gesù di Nazareth come figlio del Dio vivente e la fede nella croce come redenzione dell’umanità implicano necessariamente una condanna degli ebrei per la loro ostinazione e cecità, in quanto colpevoli della morte del figlio di Dio?

Davvero le cose stanno così, quasi che il nucleo stesso della fede cristiana porti all’intolleranza, anzi all’ostilità nei confronti degli ebrei e che, al contrario, l’auto-considerazione degli ebrei, la difesa della loro dignità storica e delle loro convinzioni più profonde esiga da parte dei cristiani la rinuncia al centro stesso della propria fede, e dunque una rinuncia alla tolleranza?
Il conflitto è insito nella natura più intima della religione e può essere superato solo con il suo abbandono?

In questa sua drammatica acutizzazione il problema si pone oggi ben al di là di un dialogo puramente accademico tra le religioni, coinvolgendo le scelte fondamentali di questo momento storico.
Si cerca spesso di sdrammatizzare il problema presentando Gesù come un maestro ebreo che, nella sostanza, non si è di molto scostato da quel che era concepibile nella tradizione giudaica. La sua uccisione dovrebbe allora essere intesa nel quadro delle tensioni tra giudei e romani: in effetti, la sua condanna a morte fu eseguita secondo modalità che l’autorità romana riservava alla punizione dei ribelli politici.
La sua esaltazione come figlio di Dio sarebbe quindi avvenuta in seguito, nel quadro del contesto culturale ellenistico, e la responsabilità della sua morte in croce sarebbe stata trasferita dai romani ai giudei proprio in considerazione della situazione politica dell’epoca.
[...] Tuttavia letture di questo genere non parlano del Gesù delle fonti storiche, ma costruiscono un Gesù nuovo e differente; relegano nell’ambito mitico la fede storica della Chiesa in Cristo. Egli appare così come un prodotto della religiosità greca e di particolari interessi politici nell’impero romano. In tal modo, però, non si rende ragione della serietà della questione, semplicemente ci si ritrae da essa.

Resta allora la domanda: può la fede cristiana, senza perdere il suo rigore e la sua dignità, non solo tollerare l’ebraismo, ma accoglierlo nella sua missione storica?
Può esserci vera riconciliazione senza abbandono della fede oppure la riconciliazione è legata a una simile rinuncia?

Per rispondere a questa domanda non voglio esporre le mie riflessioni, ma piuttosto cercare di mostrare quale sia la posizione del Catechismo della Chiesa cattolica edito nel 1992.
Questo libro fu pubblicato dal magistero della Chiesa come espressione autentica della propria fede; allo stesso tempo, proprio avendo davanti agli occhi Auschwitz e il compito lasciato dal Vaticano II, la questione della riconciliazione vi è affrontata come intimamente connessa alla questione stessa della fede. [...]
Non c’è nulla di tanto discusso quanto la questione del Gesù storico. Il Catechismo, come libro della fede, muove dalla convinzione che il Gesù dei Vangeli è l’unico Gesù autenticamente storico.

Qui ci occuperemo in particolare del capitolo centrale su Gesù e Israele, che è fondamentale anche per l’interpretazione del concetto di regno di Dio e per la comprensione del mistero pasquale. Ora, sono proprio i temi della Legge, del Tempio, dell’unicità di Dio a portare in sè tutta la carica esplosiva delle lacerazioni ebraico-cristiane.
È possibile comprenderli in maniera storicamente corretta, coerente con la fede e nel primato della riconciliazione?

A dare di farisei, sacerdoti e giudei un’immagine generalmente negativa non sono state solo le prime interpretazioni della storia di Gesù. Proprio la letteratura liberale e moderna ha riportato in auge il cliché delle contrapposizioni: farisei e sacerdoti vi compaiono come sostenitori di un rigido legalismo, come rappresentanti della legge eterna del potere costituito, delle autorità religiose e politiche, che impediscono la libertà e vivono dell’oppressione altrui.
In linea con queste interpretazioni ci si pone a fianco di Gesù e si ritiene di continuare la sua battaglia, impegnandosi contro il potere clericale nella Chiesa e contro l’ordine stabilito nello Stato. Le immagini del nemico di certe battaglie moderne per la libertà si confondono con le immagini della storia di Gesù e tutta la sua storia è in fondo interpretata, in tale prospettiva, come una battaglia contro il dominio dell’uomo sull’uomo mascherato dalla religione. Se Gesù dev’essere visto così, se la sua morte va intesa in un contesto del genere, il suo messaggio non può essere la riconciliazione.

È di per sè chiaro che il Catechismo non condivide questa ottica. Per tali questioni esso si attiene soprattutto all’immagine di Gesù del Vangelo di Matteo e vede in Gesù il Messia, il più grande nel regno dei cieli; come tale egli si sapeva obbligato a «osservare la Legge, praticandola nella sua integralità fin nei minimi precetti» (578).
Il Catechismo collega dunque la particolare missione di Gesù alla sua fedeltà alla Legge; vede in lui il Servo di Dio, che porta davvero il diritto (Is 42,3) e diventa perciò «Alleanza del popolo» (Is 42,6; Catechismo 580). Il nostro testo è dunque molto lontano dai superficiali tentativi di armonizzazione della storia di Gesù carica di tensioni. E anziché interpretare il suo cammino in modo superficiale, nel senso di un presunto attacco profetico al rigido legalismo, cerca di far emergere la sua autentica profondità teologica. Lo si vede chiaramente nel passo che segue: «Il principio dell’integralità dell’osservanza della Legge, non solo nella lettera ma nel suo spirito, era caro ai farisei. Mettendolo in forte risalto per Israele, essi hanno condotto molti ebrei del tempo di Gesù a uno zelo religioso estremo. E questo, se non voleva risolversi in una casistica 'ipocrita', non poteva che preparare il popolo a quell’inaudito intervento di Dio che sarà l’osservanza perfetta della Legge da parte dell’unico Giusto al posto di tutti i peccatori» (579).
Questo pieno adempimento della Legge implica che Gesù prenda «su di sé "la maledizione della legge" (Gal 3,13 ), in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli "a tutte le cose scritte nel libro della Legge" (Gal 3,10)» (580).
La morte in croce trova così una spiegazione teologica a partire dall’intima solidarietà con la Legge e con Israele; in questo contesto il Catechismo pone un legame con il giorno dell’Espiazione e intende la morte di Cristo come il grande evento espiativo-conciliativo, come piena e completa realizzazione di ciò che i segni del giorno dell’Espiazione significano (433; 578).

Con queste affermazioni siamo giunti al centro del dialogo ebraico-cristiano, al decisivo punto nodale tra riconciliazione e lacerazione.
Laddove il conflitto di Gesù con il giudaismo del suo tempo viene presentato in maniera superficialmente polemica, si finisce per derivarne un’idea di liberazione che può intendere la Torah solo come una servitù a riti e osservanze esteriori. La visione del Catechismo porta logicamente a una prospettiva del tutto diversa: «La Legge evangelica dà compimento ai comandamenti della Legge (= della Torah).
Il Discorso del Signore sulla montagna, lungi dall’abolire o dal togliere valore alle prescrizioni morali della Legge antica, ne svela le virtualità nascoste e ne fa scaturire nuove esigenze [...]. Così il Vangelo porta la Legge alla sua pienezza mediante l’imitazione della perfezione del Padre celeste [...]» (1968).

Questa visione di una profonda unità tra l’annuncio di Gesù e l’annuncio del Sinai viene ancora una volta sintetizzata con riferimento a un’affermazione neotestamentaria, che non è solo comune alla tradizione sinottica, ma ha un carattere centrale anche negli scritti giovannei e paolini: dall’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo dipendono tutta la Legge e i Profeti.
Per i popoli l’inclusione nella discendenza di Abramo si compie concretamente aderendo alla volontà di Dio, in cui precetto morale e confessione dell’unicità di Dio sono inseparabili, come risulta particolarmente chiaro nella versione marciana di questa tradizione, in cui il duplice comandamento è espressamente legato allo Shema’ Isra’el, al sì all’unico Dio. All’uomo viene comandato di assumere come criterio la misura di Dio e la sua perfezione.
Con ciò si palesa anche la profondità ontologica di queste affermazioni: con il sì al duplice comandamento l’uomo assolve il compito della sua natura, che è stata voluta dal creatore come immagine e somiglianza di Dio e che, in quanto tale, si realizza nella condivisione dell’amore divino.

Qui, al di là di tutte le discussioni storiche e strettamente teologiche, veniamo a trovarci proprio al cuore della responsabilità presente di ebrei e cristiani dinanzi al mondo contemporaneo.
Questa responsabilità consiste precisamente nel sostenere la verità dell’unica volontà di Dio davanti al mondo e di porre così l’uomo davanti alla sua verità interiore, che è al tempo stesso la sua via. Ebrei e cristiani devono rendere testimonianza all’unico Dio, al creatore del cielo e della terra [...].

Con le riflessioni svolte fin qui[...] Si sono quindi poste le basi per affrontare la questione del rapporto Israele-Chiesa[...]: ebrei e cristiani devono accogliersi reciprocamente in una più profonda riconciliazione, senza nulla togliere alla loro fede e, tanto meno, senza rinnegarla, ma anzi a partire dal fondo di questa stessa fede.
Nella loro reciproca riconciliazione essi dovrebbero divenire per il mondo una forza di pace. Mediante la loro testimonianza davanti all’unico Dio, che non vuole essere adorato in nessun altro modo che attraverso l’unità tra amore di Dio e amore del prossimo, essi dovrebbero spalancare nel mondo la porta a questo Dio, perché sia fatta la sua volontà e ciò possa avvenire in terra così come «in cielo»: «perché venga il Suo Regno».

(© Copyright Avvenire, domenica 26 aprile 2009)

giovedì, gennaio 29, 2009

Gran Rabbi nato /8

Ovvero: "Poi udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d'Israele: dalla tribù di Giuda dodicimila; dalla tribù di Ruben dodicimila; dalla tribù di Gad dodicimila; dalla tribù di Aser dodicimila; dalla tribù di Nèftali dodicimila; dalla tribù di Manàsse dodicimila; dalla tribù di Simeone dodicimila; dalla tribù di Levi dodicimila; dalla tribù di I'ssacar dodicimila; dalla tribù di Zàbulon dodicimila; dalla tribù di Giuseppe dodicimila; dalla tribù di Beniamino dodicimila."
(Apocalisse VII,4-8)

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Il rabbino Giuseppe Laras, presidente dell'assembea rabbinica italiana (già Rabbino Capo di Milano) ha esternato tutto il proprio dolore e rincrescimento per le parole pronunziate dal Papa all'Angelus di domenica 18 gennaio 2009 nelle quali Benedetto XVI manifestava tutta la propria "trepidazione" per le vittime civili (e quindi innazitutto palestinesi) dello scontro militare tra Israele ed Hamas nella Striscia di Gaza: "Ricordiamo anche oggi al Signore le centinaia di bambini, anziani, donne, caduti vittime innocenti dell’inaudita violenza, i feriti, quanti piangono i loro cari e coloro che hanno perduto i loro beni".
Per il rabbino Laras invece un tale atteggiamento contabilistico sarà ancora più di ostacolo al dialogo ed alla comprensione ebrei e cattolici.
Alla giornalista Alessia Gallione del quotidiano "La Repubblica" che gli contestava il dato inoppugnabile che le vittime palestinesi erano almeno mille e duecento mentre quelle israeliane soltanto tredici, Laras rispondeva: "Non possiamo fare questione di numeri. Ogni morte è una tragedia infinita".
Rimarcava il concetto il rabbino capo di Venezia Elia Enrico Richetti: "Il problema non è il numero delle vittime."

Il trevigiano e lefebvriano Don Floriano Abrahamowicz in un'intervista pubblicata sulla Tribuna di Treviso del 29 gennaio 2009 con l'eloquente titolo "Le camere a gas? Per disinfettare", rispondendo alle domande della giornalista Laura Canzian -dopo aver rimarcato di essere anch'egli d'origine ebraica- cercava di difendere l'indifendibile vescovo lefebvriano Richard Williamson dalle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni dubitative intorno alla funzione delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti.
La giornalista, perciò, incalza don Abrahamowicz: "Lei mette in dubbio il numero delle vittime dell’Olocausto?
Lo sventurato rispose: "No, non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all’essenza del genocidio, che è sempre un’esagerazione."

domenica, gennaio 18, 2009

Dialogo ebraico-cristiano /4

Sive: Scena ex pellicula italice "Il marchese del Grillo", anno MCMLXXXI a Mario Monicelli facta
GIUDICE: "Christi nomine invocato pro tribunalis sedentes hanc nostram definitivam sentenziam emanamus.
Addi' 18 febbraio 1809,
accertato dai periti che il lavoro in discussione non e' stato eseguito dal Piperno Aronne a regola d'arte, che etiam, un antico portale e' stato rovinato e diminuito sensibilmente nel suo valore originario, che etiam, provato che il Piperno, di religione ebraica, per portare a termine quel lavoro e' rimasto fuori del ghetto oltre la chiusura serale dei cancelli:
il tribunale respinge le richieste di Piperno Aronne ebanista, nei confronti dell'eccellentissimo marchese Onofrio Del Grillo, e lo condanna alle spese di questo giudizio.

E per lite temeraria del reato contro disposizioni del coprifuoco, ad essere etiam esposto alla pubblica gogna."

ARONNE PIPERNO: "Pure!"

GIUDICE: "In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen."

venerdì, ottobre 24, 2008

Non è bene che un profeta muoia fuori da Gerusalemme /3

Isaac Herzog Ministro per gli Affari Sociali del Governo israeliano, che ha anche l’incarico dei rapporti con le comunità cristiane, in un'intervista rilasciata al quotidiano Haaretz ha bollato come «inaccettabile» l’intenzione della Santa Sede di procedere alla ratifica del decreto sulle virtù eroiche esercitate dal Servo di Dio Eugenio Pacelli: «Durante il periodo dell’Olocausto – ha detto Herzog – il Vaticano sapeva molto bene quello che stava accadendo in Europa». E «Non c’è ancora nessuna prova di alcun provvedimento preso dal Papa, come avrebbe dovuto suggerire la statura della Santa Sede. Il tentativo di canonizzarlo è uno sfruttamento dell’oblio e una mancanza di consapevolezza. Invece di agire in base al versetto biblico “Non coopererai alla morte del tuo prossimo”, il Papa è rimasto silenzioso e forse ha fatto anche di peggio».

Isaac Herzog è il figlio di Chaim Herzog che fu Presidente della Repubblica di Israele dal 1983 al 1993, nonchè omonimo nipote di Isaac HaLevi Herzog che fu Gran rabbino ashkenazita di Gerusalemme il quale, omonimo nonno, il 9 ottobre 1958, in morte di Papa Pacelli, ebbe a dichiarare:
«La morte di Pio XII è una grave perdita per tutto il mondo libero.
I cattolici non sono i soli a deplorarne il decesso».

sabato, ottobre 11, 2008

Non è bene che un profeta muoia fuori da Gerusalemme /2

Sive: Vox clamantis in deserto

Il rabbino capo ashkenazita di Haifa Shear Yshuv Cohen, invitato al Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio al fine di dilettare l'eletto uditorio con una lectio magistralis intorno ai legami d'amore che vincolano ogni pio ebreo ai rotoli delle Sacre Scritture, ha ritenuto opportuno esternare ai Padri sinodali le sue lamentazioni sui pericoli derivanti dell'antisemitismo.
Nell'allocuzione tenuta nel pomeriggio del 6 ottobre 2008 all'assemblea di vescovi e cardinali provenienti da tutto l'Ecumene (che probabilmente il rabbino avrà giudicato erroneamente essere una sessione a camere riunite dei deputati e senatori dello Stato del Vaticano), il rabbino ashkenazita ha ricordato il dovere d'ogni civile consesso umano nel deprecare i costanti attacchi alla sopravvivenza dello Stato di Israele, solleticando in tal modo il senso di colpa nei cristianissimi uditori:
«Noi ebrei non possiamo dimenticare il triste e doloroso fatto di come molti, inclusi grandi capi religiosi, non levarono una voce nello sforzo di salvare i nostri fratelli, ma scelsero di rimanere in silenzio e di aiutarli in segreto».

Uscito poi dal sacro recinto sinodale il rabbino Cohen non ha avuto più remore -davanti ai microfoni dei giornalisti- a disvelare che l'oggetto "principe" della sua lamentazione in seno all'episcopato era la figura del "servo di Dio" papa Pio XII.

«Siamo contrari alla beatificazione Pio XII» ha dichiarato il rabbino capo di Haifa. Quanto di più opportuno da parte ebraica che solennizzare il cinquantenario della morte del Pastor Angelicus con le dichiarazioni di uno dei rabbini più importanti dello Stato d'Israele:
«Crediamo che non dovrebbe essere beatificato o preso come modello chi non ha levato la sua voce, anche se ha cercato segretamente di aiutarci; resta il fatto che non ha parlato, forse perché aveva paura o per altri motivi suoi, e questo noi non possiamo dimenticarlo».

Dobbiamo ritenere che anche il sedici volte Benedetto Ratzinger "non ha dimenticato" se, proprio due giorni dopo le esternazioni del rabbino Cohen, nell'omelia pronunziata nella Basilica Vaticana durante la messa in commemorazione dei cinquantesimo della morte del "servo di Dio" Eugenio Pacelli, tra le miriadi di attestazioni di gratitudine a Pio XII provenienti dal mondo ebraico ( sia da parte di singoli individui, sia da parte di associazioni ed istituzioni), Benedetto XVI ha scelta di citarne volutamente una sola, e cioè: quella che proprio cinquant'anni prima era stata la dichiarazione ufficiale dello Stato Ebraico in morte di Pio XII per tramite del «Ministro degli Esteri d’Israele Golda Meir, che così scrisse: "Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime", concludendo con commozione: "Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace".»

giovedì, maggio 22, 2008

Gran Rabbi nato /7

Sive: "Sequebatur autem Iesum Simon Petrus et alius discipulus.
Discipulus autem ille erat notus Pontifici et introivit cum Iesu in atrium Pontificis" (Gv.18,15)


Non ci erano ignote -oh lettori carissimi e dilettissimi- le dottrine variamente definite "lefevbriane" , "sedevacantiste" o "fatimidi" accomunate dalla convergente interpretazione del Concilio Vaticano II quale catastrofe teologica, causa di una vera e propria apostasia dalla "vera fede"; quale satanico capovolgimento delle più sacrosante ed inveterate dottrine insegnate costantemento dal Magistero ecclesiastico sino a tutto il pontificato di Pio XII.
L'"aggiornamento" auspicato dal buon Giovanni XXIII, pertanto, altro non sarebbe stato che un complotto criminale giudaico-massonico-satanista in cui il ruolo di freddo e spietato sicario sarebbe stato assolta dal "Servo di Dio" Paolo VI.

In tali esecrandi ambienti "refrattari", infatti, Papa Montini che dovette portare la croce di portare a termine il Concilio è assi più malvisto di Papa Giovanni che fortissimamente volle quel Concilio e quell'aggiornamento (ma che poi vestiva baroccamente, indossava il triregno e si dondolava pacioso sulla sedia gestatoria).
Sarebbe stato, quindi, Giovan Battista Montini che avrebbe trasformato il Concilio ed il Papato nella "sentina di tutte le eresie".
Paradigmatico di tali correnti di pensiero sono gli scritti di tale Daniele Arai che nel suo "sillabico" articolo " La libertà religiosa di Paolo VI" afferma che: "nel 1965 quasi tutti i padri del Vaticano II furono indotti da Paolo VI a sottoscrivere errori ed eresie già condannate dal Magistero. Alcuni ne erano coautori, ma la maggioranza cadde nell’abbaglio dell’«ubbidienza assoluta» a chi era in veste papale."
E poco dopo aggiunge:
"Paolo VI usò spesso in pubblico, l’«ephod» dei grandi sacerdoti, il simbolo di Caifa che condannò Gesù.
Un giorno si capirà meglio le ragioni per le quali ritenne d’inviare il messaggio di un Papa in veste di gran sacerdote al mondo. Per ora conosciamo solo i risultati giudaizzanti di tale iniziativa in Vaticano."
E altrove:
"Ora, il Vaticano II giustificando un’unità, una comunione e una libertà religiosa, contrarie alla fede cattolica, rappresenta una «perfidia» che, materialmente, supera in gravità quella del sinedrio giudaico.
Del resto, Paolo VI è apparso molte volte indossando l’Ephod di Caifas. Non era forse questo il mistero dell’iniquità profetizzato come segno precursore della fine dei tempi?"


Ignoravamo, infatti- oh miei cinque lettori-, che in tanto sottobosco pseudo-tradizionalista tanti severi moniti antiereticali portassero quale indegno corollario -in ossequio alla categoria logica detta del: "e cheste và pe' chelle"- la protestantica perversa dottrina del Papa quale manifesto Anticristo!
Papa Montini (e i suoi pseudo-successori: poichè essendo tutti eretici conclamati sarebbero papi solo "de facto" ma non "de iure"!), secondo tali apocalittiche ricostruzioni, per significare il capovolgimento della sana dottrina si sarebbe fatto confezionare blasfeme suppellettili sacre!

Come contenere il giusto sdegno di fronte a tanta sfrontata propaganda da cabalisti da strapazzo! Come resistere all'impeto di stracciarsi le vesti di fronte a tanta insipienza, se non ci sorreggesse la premura di non scoprire il fianco a chi non attende altro che trafiggerci il cuore con l'accusa di essere dei marrani giudaizzanti?

Tralasciamo di sottolineare più diffusamente che non può essere considerato degno di venerazione solo ciò che corrisponde ai canoni dell'orificeria e della sartoria barocca; sarebbe interessante indagare per quali angusti e tortuosi percorsi della mente non si riesca -da parte di assai eruditi fedeli cattolici!- a "ricapitolare in Cristo" i segni dell'Antica Alleanza come invece ci ammonisce di fare l'Apostolo!

I simboli più venerabili della Storia Sacra, che i Padri della Chiesa magistralmente si sforzarono di interpretare come segni e simboli dell'avvento di Cristo e della Chiesa, rimangono perciò un'oscura selva in cui intelletti tanto scopertamente fallaci non sanno fare di meglio che interpretare in riferimento a Satana, o a Dan Brown: come se solo la Cabbala, la Massoneria e il Satanismo avessero l'autorità di definire il significato simbolico delle cose!
La Chiesa “esperta in umanità” secondo la felice espressione di Paolo VI (usata durante la sua visita all'ONU) sin dall'età apostolica non ebbe alcun imbarazzo ad usare qualunque figura della sacra scrittura ma anche dalla cultura profana quale figura e profezia di "Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore": il pesce, l'ancora, il sole, Orfeo etc. Come disse in visione la voce a San Pietro: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano".

Ma prima di cercare di intellegere -oh già spazientiti miei quattro lettori!- gli arcani simbolismi bisognerà pur chiarire cosa fosse quell'oggetto, impropriamente detto "efod", che Paolo VI avrebbe spesso portato appeso al collo!
PARTE PRIMA
Ma che cos'è l'Efod?

"Ephod" (termine che in verità nella Bibbia viene usato per indicano tre vestimenti differenti) è uno degli abiti propri del Sommo Sacerdote della religione Giudaica. Viene descritto nel Libro dell'Esodo tra gli indumenti che Iddio comandò fossero realizzati per rivestire Aronne, il primo Sommo Sacerdote:
"Farai per Aronne, tuo fratello, abiti sacri, che esprimano gloria e maestà. Tu parlerai a tutti gli artigiani più esperti, ai quali io ho dato uno spirito di saggezza, ed essi faranno gli abiti di Aronne per la sua consacrazione e per l'esercizio del sacerdozio in mio onore.
Ed ecco gli abiti che faranno: il pettorale e l'efod, il manto, la tunica damascata, il turbante e la cintura. Faranno vesti sacre per Aronne tuo fratello e per i suoi figli, perché esercitino il sacerdozio in mio onore. Essi dovranno usare oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso.
Faranno l'efod con oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto, artisticamente lavorati. Avrà due spalline attaccate alle due estremità e in tal modo formerà un pezzo ben unito. La cintura per fissarlo e che sta sopra di esso sarà della stessa fattura e sarà d'un sol pezzo: sarà intessuta d'oro, di porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto.
Prenderai due pietre di ònice e inciderai su di esse i nomi degli Israeliti: sei dei loro nomi sulla prima pietra e gli altri sei nomi sulla seconda pietra, in ordine di nascita. Inciderai le due pietre con i nomi degli Israeliti, seguendo l'arte dell'intagliatore di pietre per l'incisione di un sigillo; le inserirai in castoni d'oro.
Fisserai le due pietre sulle spalline dell'efod, come pietre che ricordino presso di me gli Israeliti; così Aronne porterà i loro nomi sulle sue spalle davanti al Signore, come un memoriale." (Es28, 2-12)

L'efod vero e proprio perciò sarebbe una specie di grembiule legato ai fianchi da una cintura e su cui sono incastonare due pietre all'altezza delle spalle. ma l'oggetto causa della nostra indagine è invece quello che detto impropriamente "efod" in realtà è indossato sopra l'efod e pende sul petto del Sommo Sacertote: "il pettorale" appunto, detto anche "Pettorale di giustizia".
"Farai il pettorale del giudizio, artisticamente lavorato, di fattura uguale a quella dell'efod: con oro, porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto.
Sarà quadrato, doppio; avrà una spanna di lunghezza e una spanna di larghezza. Lo coprirai con una incastonatura di pietre preziose, disposte in quattro file. Una fila: una cornalina, un topazio e uno smeraldo: così la prima fila. La seconda fila: un turchese, uno zaffìro e un berillo. La terza fila: un giacinto, un'àgata e un'ametista. La quarta fila: un crisòlito, un ònice e un diaspro. Saranno inserite nell'oro mediante i loro castoni. Le pietre corrisponderanno ai nomi degli Israeliti: dodici, secondo i loro nomi, e saranno incise come sigilli, ciascuna con il nome corrispondente, secondo le dodici tribù.
Poi farai sul pettorale catene in forma di cordoni, lavoro d'intreccio d'oro puro. Farai sul pettorale due anelli d'oro e metterai i due anelli alle estremità del pettorale. Metterai le due catene d'oro sui due anelli alle estremità del pettorale. Quanto alle due altre estremità delle catene, le fisserai sui due castoni e le farai passare sulle due spalline dell'efod nella parte anteriore."(Es.28, 15-25)

Il pettorale, l'oggetto della nostra diatriba, è pertanto una specie di borsello all'interno del quale sono consevati due oggetti detti "Urim" e i "Tummim" (fino all'esilio di Babilonia il loro sorteggio servirà per interrogarre la volontà di Dio) mentre nella parte esterna è fissata una quadrangolare lamina metallica su cui sono incastonate dodici pietre simbolo delle dodici tribù di Israele: "Così Aronne porterà i nomi degli Israeliti sul pettorale del giudizio, sopra il suo cuore, quando entrerà nel Santo, come memoriale davanti al Signore per sempre. Unirai al pettorale del giudizio gli urim e i tummim. Saranno così sopra il cuore di Aronne quando entrerà alla presenza del Signore: Aronne porterà il giudizio degli Israeliti sopra il suo cuore alla presenza del Signore per sempre." (Es.28,29-30)

Ora, Paolo VI ha davvero (magari al posto della croce pettorale, come si vorrebbe subdolamente insinuare!) indossato appesa a due catenelle e pendente dul suo petto il "pettorale di giustizia" erroneamente detto "efod"?

Se si fa ben attenzione, in tutte le foto in cui dul busto di Papa Montini penzola una placca rettangolare con incastonate dodici pietre dure egli indossa anche una stola rossa, e sempre la stessa stola rossa.

A differenza di quanto noi profani possiano ritenere, vi sono stole di differenti fogge, non solo a causa dei differenti periodi storici e differenti riti liturgici e perciò anche nello stesso Rito Romano.
Vi è, ad esempio, la stola "dritta" cioè quella dello stesso colore liturgico (e confezionato con la medesima stoffa) del paramento liturgico indossata sopra il bianco camice, la quale viene legata con la funicella all'altezza sei fianchi ed è nascosta dalla sovrastante veste liturgica (dello stesso colore) e che viene indossata dal presbitero o dall'episcopo per la celebrazione della santa Messa.
Vi è poi un'altro tipo di stola detta "stola pastorale" che i preti, vescovi, cardinali e papi indossano sopra il proprio "abito corale", cioè per presiedere quelle celebrazioni religiose che si svolgono fuori dalla Messa (amministrazione dei sacramenti, benedizioni, liturgia delle ore, predicazioni al popolo, etc).

Il Romano Pontefice è l'unico a godere del privilegio di poter indossare la stola "pastorale" anche in cerimonie non religiose ragion per cui la stola pontificia non viene indossata in ossequio al colore liturgico del giorno ma è sempre rossa ornata d'oro (tranne durante le festività pasquali quando il cerimoniale prescrive il bianco).

Chi osservi la gran quantità di stole indossate da Benedetto XVI si accorgerà facilmente che, solitamente, proprio all'altessa del petto, dalla parte interna dei due lembi della stola partono due cordoncini dorati che unendosi, in una specie di nodo, terminano con una specie di piccolo pon-pon (o anche due).
I manuali di moda "prêtre a portè" confermano:
"Spesso più decorata delle altre stole perché più in evidenza, la stola pastorale presenta all'altezza del petto una pattina di stoffa, un nastro o un cordone generalmente terminante con ghiande o nappe, per riunire le due metà del paramento."

La stola rossa con catenelle che si congiungono in una placchetta rettangolare ispirato all'efod; così come un'altra assai simile stola bianca da cui partivano due catenelle che si congiungevano in una placca a forma di scudo su cui era raffigurato lo stemma araldico di Papa Montini; perciò è parte di una serie di vesti liturgiche create per il novello pontefice e secondo le sensibilità stilistiche dell'epoca, in ossequio al generale spirito di riforma liturgica.

Tra l'altro, se ben si osserva la formella metallica -a metà strada tra l'efod ed il cubo di Rubik-, le pietre sono disposte in modo che, al guizzo dell'intelleto del divoto fedele cattolico che osserva, dall'ornamento pontificio appaia una "croce latina": formata dalla seconda fila orizzontale (ovviamente partendo dall'alto) e dalla seconda fila verticale (che è formata da quattro pietre). Nell'ideale punto di intersezione vi è una pietra di colore più intenso delle altre.

PARTE SECONDA

Chiarito il primo arcano, e che quindi il cosiddetto "Efod" di Paolo VI aveva la funzione ornamentale di congiungere i due lembi di una stola pontificia (probabilmente quale ardita ispirazione alle placche artisticamente decorate dette "Razionale" che chiudono il piviale) rimane da rispondere a coloro che trovano oltremodo incresciosa l'appropiazione (seppur contingente) di in simbolo del Sommo Sacerdote del Giudaismo da parte del Sommo Pontefice del Cattolicesimo.

Ma davvero dobbiamo discettare dell'analogia tra Antica e Nuova Alleanza, tra il sacerdozio biblico ed il sacerdozio definitivo del Cristo Risorto di cui tratta la neotestamentaria Lettera "agli Ebrei"?

"Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli rivestito di debolezza; proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo. Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.
Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato.
Come in un altro passo dice: Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchìsedek." (Eb.5,1-6)

Davvero dei pii cattolici hanno bisogno che - noi misserrimo tapino- si parli loro del della "Economia" del sacrificio espiatorio, del significato dell'agnello sacrificale? Dell'analogia sottolineata e voluta da Cristo stesso tra il Tempio ed il proprio corpo, dell'analogia tra il Tempio e la vita (e la morte) di Cristo stabilita dagli Evangelisti, in special modo da Luca (e Giovanni)?

Sin dai tempi patristici, nella veste di lino e tessuta tutta d'un pezzo (sulla quale ai piedi della croce i soldati romani tirarono la sorte) di cui parla il Vangelo secondo Giovanni, gli esegeti viderono un voluto riferimento alla tunica cerimoniale con cui il Sommo Sacerdote nel "giorno dell'espiazione" doveva attraversare il velo del 'Santo dei Santi' portando -al cospetto di Dio- il sangue degli animali sacricati per ottenere il perdono delle colpe di tutto il popolo ebraico:
"Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso un Tabernacolo più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?
Per questo egli è mediatore di una Nuova Alleanza" (Eb.9 11-15)


San Luca, che aveva principiato la propria narrazione evangelica con l'apparizione angelica ad un sacerdote mentre celebrava all'interno del Tempio, conclude il suo Vangelo con l'Ascensione al cielo di Gesù il quale si stacca da terra mentre è intento a celebrare un rito di benedizione sui suoi discepoli. Luca utilizza una terminologia che richiama espressamente la figura del sommo sacerdote e sullo sfondo si sente come echeggiare un passo del Levitico: "Poi Aronne, alzate le mani verso il popolo, lo benedisse"(Lv 9,22).
La scena "liturgica" dei discepoli attorno al Cristo benedicente richiama le lodi del Siracide per il sommo sacerdote Simone:
"Il popolo supplicava il Signore altissimo
in preghiera davanti al Misericordioso,
finché fosse compiuto il servizio del Signore
e terminasse la funzione liturgica.
Allora, scendendo, egli alzava le mani
su tutta l'assemblea dei figli di Israele
per dare con le sue labbra la benedizione del Signore,
gloriandosi del nome di lui.
Tutti si prostravano di nuovo
per ricevere la benedizione dell'Altissimo." (Sir 50,19-21)

Gesù è sottratto alla vista degli apostoli a causa delle nuvole, così come il Sommo Sacerdote è sottratto alla vista degli altri leviti a causa del velo del Sancta Sanctorum. Infatti come dice l'autore della Lettera agli Ebrei:
"Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito"(Eb.8, 1-3).
"Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui" (Eb.9-24-24)
.

Ma l'obiezione che, a questo punto, un pertinace assertore della perversità satanica implicita nell'uso di un simbolo proprio del cerimoniale dell'Antica Alleanza da parte del Vicario di Cristo potrebbe avanzare è che, proprio come insegna la Lettera agli Ebrei, essendo il culto mosaico ombra e figura del sacrificio "perfetto" di Cristo esso avrebbe esaurito la sua simbolica valenza cristica proprio nel momento in cui veniva sacrificato sulla croce il vero 'agnello di Dio che porta su di se i peccati del mondo' e non solo degli israeliti; "Ed ecco che il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo" (Mt. 27, 51).

Tra l'altro -poichè Gesù di Nazaret appartiene alla tribù di Giuda e non a quella di Levi- l'autore sacro si compiace nel dimostrare che il sacerdozio di Gesù Cristo è di natura differente e superiore a quello di Aronne (e pertanto anche di Caifa!): Gesù è stato "proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek".
Misterioso Re ed insieme (evidentemente Sommo) Sacerdote della città che in futuro sarà Gerusalemme: "Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dalla sconfitta dei re e lo benedisse; a lui Abramo diede la decima di ogni cosa; anzitutto il suo nome tradotto significa re di giustizia; è inoltre anche re di Salem, cioè re di pace. Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno.
Considerate pertanto quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino." (Eb.7, 1-4)


Il Genesi dice che "Melchisedek offrì pane e vino", e pertanto Melchisedek sin dall'epoca apostolica è icona dell'offerta eucaristica della nuova ed eterna alleanza istituita da Gesù; come proclama lo stesso Canone Romano:"come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote.
Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina
".

Quindi usando indebitamente e dubdolamente le stesse parole dell'autore sacro: "Or dunque, se la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico - sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge - che bisogno c'era che sorgesse un altro sacerdote alla maniera di Melchìsedek, e non invece alla maniera di Aronne? Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della legge."
Quindi: se Papa Paolo VI, Vescovo di Roma e successore dell'Apostolo Pietro, "alla maniera di Melkisedek" è un sacerdote della "nuova ed eterna alleanza" perchè non trovò sconveniente abbigliarsi "alla maniera di Aronne"?

Si potrebbe rispondere gesuiticamente con un'altra domanda (Negli Esercizi Spirituali Sant'Ignazio nel sostenere che la prima apparizione del Risuscitato fu alla sua Madre Santissima ammonisce: "la Scrittura suppone che noi siamo intelligenti, come è scritto: Anche voi siete privi di comprendonio?").
Perchè allora -ribattiamo- se il nuovo ed eterno sacerdozio di Cristo "alla maniera di Melchisedec" non deriva assolutamente dal sacerdozio giudaico invece lo stesso autore della lettera agli Ebrei continuamente rappreasenta continuamente Gesù che misticamente agisce "alla maniera di Aronne"?

L'autore ispirato non sostiene che il sangue degli animali offerti in olocausto, ed i conseguenti riti espiatorii, non avessero efficacia che, invece: "se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo" (Ebr.9,13-14)

Ripetere che essi erano solo prefiguarzioni e profezie del "definitivo" sacrificio espiatorio di Cristo; contrapponendo il valore contingente del sacerdozio ebraico "alla maniera di Aronne" di contro al valore redentivo "eterno" del sacrificio della Croce; in realtà non coglie pienamente quelli che sono i due termini del paragone: non il sacerdozio ebraico contrapposto al sacerdozio di Gesù Cristo "alla maniera di Melkisedec" ma da una parte il sacerdozio levitico e dall'altra il sacerdozio cristiano!

Se i sacrifici espiatori dell'antico Israele avevano verace e reale valore santificante (come attesta l'autore della lettera agli Ebrei) questa "grazia santificante" derivava proprio dal loro essere profezia del sacrificio espiatorio di Cristo: "E ora, invece una volta sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso." (Ebr 9,26)
Il fatto che tali antichi riti dovessero essere ripetuti non toglie di per sè nulla alla loro efficacia propiziatrice altrimenti, se la ripetività dell'offerta sacrificale fosse indizio di aver a che fare con un sacrificio incompleto ed ad un culto non definitivo, allora si dovrebbe negare (come infatti fanno i protestanti!) la dottrina cattolica dull'Eucaristia: il rinnovarsi misticamente ed incruentemente della Morte in Croce di Gesù Cristo ad ogni Santa Messa.
Se giudichiamo i rituali dei sacerdoti del Tempio di Gerusalemme quali ombre e figure dell'eterno ed incomparabilmente unico sacerdozio di Cristo, quanto poi dovremmo giudicare inutile il sacerdozio cristiano poichè stridente con la dottrina del valore unico eterno (e perciò irripetibile) dell'atto espiatorio compiuto una volta per sempre in quel primo Venerdì Santo?

Che differenza allora tra i sacerdoti levitici ed i sacerdoti cattolici?
Ci risponde il Sacro Magistrero per mezzo del Caechismo:
"Il sacrificio redentore di Cristo è unico, compiuto una volta per tutte. Tuttavia è reso presente nel sacrificio eucaristico della Chiesa. Lo stesso vale per l'unico sacerdozio di Cristo: esso è reso presente dal sacerdozio ministeriale senza che venga diminuita l'unicità del sacerdozio di Cristo. « Infatti solo Cristo è il vero Sacerdote, mentre gli altri sono i suoi ministri ». (CCC n.1545)
"...il sacerdozio ministeriale [...] È uno dei mezzi con i quali Cristo continua a costruire e a guidare la sua Chiesa. Proprio per questo motivo viene trasmesso mediante un sacramento specifico, il sacramento dell'Ordine." (CCC n.1547)

Come si diceva in illo tempore , il sacerdote agisce "In Persona Christi". Il sacerdote ha ricevuto da Cristo stesso la vocazione e per mezzo della Chiesa l'autorità di partecipare al suo eterno sacerdozio. Un tempo le divote vegliarde insegnavano ai pargoli titubanti che quando il signor curato dice "Io ti assolvo dai tuoi peccati" in quel momento non è il signor curato a perdonarci ma è il buon Gesù stesso che parla. Il ministro ordinato esercita quindi, per la salvezza del popolo di Dio, la funzione che senza imbarazzo possiamo tranquillamente definire di "Vicario di Cristo", titolo di cui il Papa -quale Sommo Sacerdote del Cristianesimo- si fregia per antonomasia.

Il sacerdozio ministeriale con tutti i suoi riti e cerimonie sono perciò i "mezzi" escogitati dalla volontà divino-umana del Redentore, nell'ambito della "Economia della salvezza", per partecipare all'umanità l'infinito potere di santificazione scaturito dall'opera della redenzione.
Se pertanto nella "pienezza dei tempi" i sacerdoti cristiani operano la santificazione dei fedeli non per virtù propria ma "in persona Christi" analogamente dobbiamo dedurne che anche gli antichi sacerdoti israeliti, anche non ne avevano coscienza, agivano "in persona Christi", e perciò l'autore della lettera agli Ebrei presentare per analogia Cristo "in persona" di Aronne!
PARTE TERZA

Poichè -Oh mie sconfortati due lettori rimasti- il sacrificio espiatorio del Figlio di Dio fatto uomo ha un valore eterno giustificò anche i giusti vissuti prima dell'Incarnazione del Verbo poichè lo stesso e medesimo "Verbo della vita" che gli apostoli hanno "palpato" come dice San Giovanni è lo stesso "Verbo", la stessa "Parola" che Iddio rivolse ad Abramo ed ai patriarchi ed a Mosè ed ai profeti tutti. L'Ebreo Gesù di Nazaret è pertanto la stessa e medesima Sapienza che ha creato e governa l'universo! Per il cristianesimo nascente quindi ciò che aveva detto Iddio nell'antico Testamento non potevano essere in contraddizione con le parole di Gesù Cristo poichè colui che parlava nell'antico come nel nuovo Testamento è la stessa e medesima persona: "per mezzo di Lui tutte le cose sono state create e per noi uomini e per la nostra salvezza si è incarnato nel grembo della Vergine Maria e si è fatto uomo".
Non si comprenderebbe altrimenti come mai i Padri della Chiesa traevano sommo diletto spirituale nel commentare libri come il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio che altro non sono che interminabili elenchi di quei ritualismi e di quella precettistica tipicamente giudaici da cui Cristo Signore è venuto a liberare come dice san Paolo ai Galati: "Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità."

Ma come ammette san Paolo nella stessa lettera ai Galati:"la Legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo" e con questo atteggiamento i Padri della Chiesa leggevano la storia sacra cercando analogie e riverberi dei "misteri" della vita di Gesù e della Chiesa.

Ecco che, per rimanere nell'ambito del sacerdozio levitico, nell'immagine del Sommo Sacerdote Aronne che solo entra alla presenza di Dio si vide la profezia di Gesù Cristo: "Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1Timoteo 2,5). Il Sommo Sacerdote andava ad intercedere per il popolo avendo sulle spalle due pietre con incisi nomi delle dodici tribù di Israele, così come Gesù Cristo fu oppresso dal peso dei peccati dell'intero genere umano avendo sulle proprie spalle il patibolo della croce.

Nell'efod, poi, era simbolicamente riunivo strettamente popolo. Ponendo sul proprio cuore le dodici tribù di Israele il sommo sacerdote Aronne intercedendo per loro.
Il Pettorale di giustizia posto sul cuore di Aronne fu pertanto interpretato dagli antichi Dottori della Chiesa quale figura della della Chiesa scaturita dal costato di Cristo e della volontà di Cristo che la Chiesa fosse una ed i membri della Chiesa uniti fraternamente tra loto come ebbe accoratamente as pregare durante l'ultima Cena come enarra il Vangelo di Giovanni (Gv,17,21).
Nel Prologo l'evangelista proclama che Gesù è "la luce":
"Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio"
Il nome di Aronne significa proprio "Portatore di luce".