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lunedì, febbraio 01, 2010

De Obitu Theodosii /3

SIVE: IN CAUDA VENENUM

Il vaticanista Carlo Falconi dava alle stampe nell 1958, ovvero: nell'incombenza della morte di Pio XII, il saggio dal titolo divenuto proverbiale:
"Il Pentagono Vaticano".
Il Falconi, nel fare una panoramica sullo "status" del cattolicesimo italico nella stagione dell'estremo autunno pacelliano, delineava, dell'allora "rampante" Cardinale Giuseppe Siri (1906-1989), un impareggiabile ritratto che, nonostante ignori fatalmente il successivo trentennio di storia "siriana", riesce ancora, non di meno, a trasmettere la possanza di un assai gustoso ritratto a tutto tondo:

"IL DELFINO DI GENOVA

Fu sulla fine del 1928, nel giorno della beatificazione del cappuccino ligure fra Francesco da Camporosso, che il cardinal Pizzardo, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XI, udi per la prima volta il nome del suo futuro collega e collaboratore Siri.
Quel mattino di domenica, il Siri, sacerdote da poche settimane, era partito dal Seminario lombardo, di cui era ospite, per recarsi in un centro della campagna romana a celebrare la messa. Poi, inforcata la bicicletta, s'era messo a pedalare di gran lena per giungere in tempo alla funzione in San Pietro. Ancor fuori Roma, però, una macchina lo investiva ferendolo gravemente. Quando lo portarono al Seminario lombardo, era privo di conoscenza e in preda a una grave commozione cerebrate.
Il cardinal Minoretti, allora ancora semplice arcivescovo di Genova, che ebbe appena il tempo di vederlo, ne resto cosi costernato da non saper quasi dir altro al Papa, non appena fu ammesso alla sua presenza. Il Siri era la miglior speranza del giovane clero genovese. Inviato a Roma due anni prima si era subito rivelato tra le intelligenze piu notevoli della Gregoriana, l'universita dei gesuiti. L'apprensione del Minoretti colpi papa Ratti, che non si accontentò di inviargli subito una sua speciale benedizione, ma continuò per parecchio tempo a chieder di lui al suo sostituto, anch'egli ligure ed ex-alunno dello stesso Collegio lombardo.
Nelle sue visite in piazza Santa Maria Maggiore 5, dove ha sede il Collegio, mons. Pizzardo ebbe presto occasione di conoscere direttamente il beniamino del cardinal Minoretti. Poi la laurea summa cum laude in teologia riportò il giovane Siri alla sua Genova, dove l'attendeva la cattedra di «fondamentale» del Seminario. Invano mons. Pizzardo, che in quello stesso anno (1929) era diventato segretario della Sacra Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, aveva tentato di convincere il Minoretti ad avviare alla carriera diplomatica il suo protetto. Benchè figlio d'uno scaricatore del porto e d'una portinaia, il Siri aveva la distinzione di tratto e di portamento d'un rampollo della piu genuina e storica aristocrazia; non solo, ma una padronanza di se, un linguaggio cosi controllato e incisivo, e persino, gia allora, un po' aulico, da fargli facilmente prevedere sicuri successi nella via diplomatica.
Ma il cardinal Minoretti non aveva sbagliato a puntare sulla genialità teologica del suo giovane sacerdote e a non privarsene. II Siri fu subito il professore più discusso e seguito del Seminario. Nel 1940 la casa editrice Studium annuncio un suo Corso di teologia per laici, di cui pubblicava intanto il primo volume: La rivelazione. Qualche anno dopo uscì anche La Chiesa. Poi piu nulla. Ma bastano quei due primi volumi a dar la misura del suo eccezionale magistero.
Da quell'epoca ad oggi [1958, ndr] c'e stata persino un'inflazione in materia di testi teologici per laici: ma nessuno e ancora riuscito ad eguagliare quei due. Eppure son tutt'altro che privi di difetti: disturba soprattutto lo stile, per lo piu essenziale e scabro fino alla mania, ma spesso anche ricercato e magniloquente fino all'enfasi. L'impostazione, tuttavia, e spesso originale, il procedimento logico ineccepibile e la ricchezza delle deduzioni e delle applicazioni quasi sempre inesauribile. E facile capire l'effetto di quelle lezioni ascoltate anziche lette. Ben presto penò non fu solo il Seminario a vantarsi del nuovo professore: il cardinal Minoretti volle che accettasse anche l'insegnamento di religione nel liceo Doria. Nominato quasi subito assistente degli universitari, poi dei laureati cattolici, quest'ultimo movimento se ne impadroni, lanciandolo, per cosi dire, su scala nazionale, coll'affidargli le lezioni delle note Settimane di Camaldoli.
In quegli stessi anni, spiccavano nel clero genovese altri nomi: quelli, ad esempio, di Emilio Guano e di Giacomo Lercaro. Sia l'attuale assistente dei Laureati cattolici che l'attuale cardinale arcivescovo di Bologna erano più anziani del Siri. Forse continuarono ad essere piu amati. Siri fu subito il piu ammirato. Amarlo era piu difficile. Anche se mostrava desiderio d'esser circondato dai suoi alunni, era soprattutto la loro intelligenza ch'egli cercava: e questo equivaleva a operare gia una selezione. I meno dotati non potevano far a meno di notare in lui, sia che parlasse dalla cattedra o dal pulpito, e nonostante quel tono pacato di sicurezza con cui porgeva, un'appena dissimulata ironia: come se egli sentisse la sua sconfinata superiorità intellettuale sugli ascoltatori e sapesse di esercitare una specie di magia sulle loro intelligenze.

Ma il professor Siri sapeva sostituire la sua mancanza di calore umano col tatto e la raffinatezza dei modi e della parola. Come imponeva ordine nelle sue idee, così sapeva padroneggiare i suoi gesti, dominare le sue reazioni, calcolare l'opportunita delle sue prese di posizione. Alla morte del cardinale Minoretti, nel 1938, divenne pupillo del successore, il gesuita piemontese Pietro Boetto. Piu tardi, all'inizio del 1944, il Boetto ottenne da Roma di farne il suo vescovo ausiliario. La nomina sorprese molti in citta e diocesi, dove si dubitava delle capacita di governo del «professore», proprio in ragione della stima con cui si apprezzavano le sue qualità intellettuali. Il parroco Lercaro, ad esempio, sembrava piu adatto e maturo a un ufficio del genere (il Siri, tra l'altro, aveva appena 42 anni). Ma il Siri, che non volle abbandonare la cattedra in seminario, stupì tutti un'altra volta. Raccolse subito l'alta direzione dell'ONARMO, fondata l'anno prima dal cardinale Boetto per l'assistenza religiosa degli operai; ma si consacrò soprattutto a un'opera nuova, l' «Auxilium », una specie di «Pontificia» genovese, che offriva minestre e generi alimentari a poveri e sinistrati (metà città lo era dopo i micidiali bombardamenti), come pure agli istituti e alle opere pie, inviando ovunque i suoi camion bianchi a strisce gialle per raccogliere i viveri necessari. La rivelazione dell'uomo d'azione non era ancora completa. Presto si sparse per Genova la notizia che mons. Siri aveva dovuto lasciare la città perchè ricercato dai tedeschi e dalle brigate nere pei suoi rapporti coi partigiani. La sua assenza non durò molto, ma aumento enormemente il suo prestigio. Al momento di evitare la resistenza ad oltranza dei tedeschi, che avrebbe finito per distruggere la città (il porto era gia minato), fu mons. Siri, in rappresentanza del cardinale Boetto, a esercitare i suoi uffici di mediatore presso il generale tedesco Meinhold.
Poi, nel gennaio del 1946, il Boetto moriva e, nel maggio, il Siri ne raccoglieva l'eredita. Oltre che arcivescovo, diveniva cosi anche «legato trasmarino», Gran cancelliere del Collegio teologico di san Tommaso d'Aquino, abate di San Siro, ecc. Per il figlio della popolana di piazza dell'Immacolata era un traguardo sbalorditivo e raggiunto a soli 44 anni. Ma questo non l'aiutò a superare il complesso delle sue origini. Molti a Genova sostengono ch'egli, gia dai primi anni del suo sacerdozio, non abbia piu voluto metter piede nella portineria dove aveva visto la luce. E si racconta anche d'una udienza negata all'umile donna del popolo che l'aveva aiutato coi piccoli risparmi a pagare la sua retta di seminario, desiderosa d'incontrare finalmente il suo arcivescovo a tu per tu nella solennita dell'episcopio. Veri o no, questi episodi vogliono probabilmente alludere soprattutto alla fredda aristocraticita che distingue oggi, nonostante le sue molte opere in favore dei diseredati, il vero capo della Superba. Quest'involuzione fu certamente lenta, ma ebbe il primo avvio nell'educazione tipicamente borghese del seminario, accentuandosi specialmente dopo il passaggio da Genova a Roma. Ritornato in citta, gli fu istintivo far di tutto per strappare da se ogni legame col passato, fors'anche per un bisogno di reazione allo squallore dell'infanzia e alle sue dure privazioni.

Una delle citazioni piu frequenti sulle labbra del cardinal Siri e oggi questa: homo sine pecunia imago mortis. E può anche meravigliare la sua frequente difesa del diritto di proprietà: essa s'innesta senza alcun dubbio su motivi psicologici molto personali. Nell'esporla, il cardinale muove sempre dalla rivendicazione dell'autonomia come elemento base della personalità. La persona — egli dice — è autonoma o non è; e per esserlo ha bisogno di avere a sua disposizione beni di consumo e di produzione. Senza di essi, muore o è mortificata: l'uomo non è uomo se non ha l'indipendenza dal bisogno. Per questo motivo la sua difesa dei poveri non è senz'altro demagogica, ma sincera. Difendendoli, egli continua ad abolire parte dei suoi anni d'infanzia e della vita dei suoi genitori. Per questo ha creato l'«Auxilium», ha promosso l'iniziativa delle «case minime», ha fondato la Casa san Giorgio per l'emigrante, dato vita a un'intera organizzazione di spacci alimentari ed ha di mira di rendere autosufficienti dal punto di vista caritativo tutte le parrocchie della sua diocesi, se non altro per assicurare l'eliminazione dei casi di miseria piu disumana. Perciò, appena nominato arcivescovo della sua città, scrisse una pastorale per sollecitare maggiori aiuti economici al clero; e, appena ricevuto la nomina a cardinale, declinò ogni regalo per se, invitando invece a dare a «coloro che mancano ancora di una casa e che son privi di lavoro».
Tutto questo, pero, spiega anche il perchè egli subisca contemporaneamente e soprattutto il fascino della grande potenza finanziaria e dei suoi magnati; non solo ma persino quella degli avventurieri, tutt'altro che rari in un mondo come quello. Solo in questi ultimi anni, le cronache genovesi hanno portato alla ribalta parecchi di costoro, per lo piu assai vicini, per le loro quanta di cattolici praticanti, alla Curia e alla persona stessa del cardinale.
Nel '56 ci fu lo scandalo Nicolay-SFIAR, due società che si erano appropriate circa 700 milioni promettendo interessi spettacolari. Il personaggio dominante in questa ridda di speculazioni risulto essere Antonio Loi, gia segretario, nei primi anni del dopoguerra, della Democrazia cristiana genovese, poi vice segretario amministrativo del partito e infine amministratore di tutti i giornali della DC. Fu arrestato nell'estate di quell'anno, immediatamente dopo il suo rientro dalla Spagna, dove aveva accompagnato il cardinal Siri, legato pontificio per le celebrazioni centenarie di S.Ignazio di Loyola. La recente rincarcerazione di Ebe Roisecco, infine, ha fatto ricordare la voce diffusa e non mai smentita nella primavera del '53: e cioè che, mentre la tentata suicida di allora era piantonata dalla polizia all'ospedale di san Martino per il suo deficit di mezzo miliardo, il cardinale Siri aveva promosso una riunione dei suoi creditori per tentare un accomodamento.
Salvo la più compromettente fiducia nel Loi, i rapporti del cardinale con la Roisecco non vanno certo sopravvalutati. Le vere relazioni del cardinale Siri sono ben altrimenti fondate, basate essenzialmente su famiglie ed enti il cui solo nome basta a dire potenza e solidità: si tratta infatti dei Costa, dei Dufour, dei Piaggio, dei Cameli, ecc., insomma dei grandi armatori e industriali che negli anni critici del dopoguerra hanno trovato nell'arcivescovo Siri il piu sicuro baluardo per la difesa dei loro interessi e della loro politica economica.
Tra il cardinale e loro non si trattava d'una vera e propria alleanza: anche se si sentiva personalmente lusingato di allacciar legami con una aristocrazia dalla quale le sue origini avrebbero dovuto tenerlo per sempre lontano, l'arcivescovo era sicuro di non tradire, avvicinandoli, la causa dei poveri: o perlomeno era certo di esercitare quell'opera di mediazione interclassista che la dottrina sociale cattolica ritiene il dovere d'ogni fedele e tanto più d'ogni vescovo.
Nel suo scritto piu ambizioso sulla questione sociale, destinato al clero della sua diocesi nell'Epifania del 1956 dove sono raccolte idee sostenute da anni, egli ha scritto tra l'altro : «non riconosciamo a nessuno di poterci trarre a fazioni ispirate ai mutevoli venti, a facili opportunità, a peccaminose popolarita: noi siamo solamente di Cristo. Le parole 'destra e sinistra' non ci appartengono, come non ci appartiene qualunque altra che significhi semplicemente 'diverso da destra e da sinistra'».
Ma l'ingenuità della soluzione mediatrice non tarda ad apparire: «Molti dei nostri fratelli hanno ridotto le cose buone e belle al denaro, al dominio, al senso (veramente poco!) e queste tre risorse hanno ristrette a pochissime variazioni. Così accade che i più siano colpevolmente poveri e che i poveri si sentano immensamente più poveri di quello che sono. Tutti hanno il sole, la natura, l'arte, il sentimento, la poesia, l'amicizia e soprattutto la verità e la bontà! Perche non ne godono?... Che bisogno c'è di chiudere il Cielo, di spegnere il sole e di versar veleno in tutte le bevande, per far la giustizia nel mondo?». E ancora: «La questione non e tanto di sapere in quali mani andranno le riserve, ossia il Capitale (che ci deve essere perchè nessuno fa vivere la società senza riserve), ma quella di sapere se chi dirige (e chi dirige ci sarà sempre) sapra rispettare la dignità di chi e diretto e saprà non chiudergli le porte».
Con idee come queste — tutt'altro che originali nella sostanza, ma spesso molto abili nello sviluppo — il cardinal Siri e riuscito a consolidare e a diffondere le sue opere caritative, ma anche ad attenuare — non senza valersi dei suoi larghi appoggi politici — la tensione tra masse operaie e imprenditori, giunta non di rado, specie nei primi anni del suo governo, al limite.
Un altro più vasto strumento di avvicinamento degli ambienti del capitale egli seppe darsi con l'UCID (Unione cattolica imprenditori dirigenti). Nata a Milano nel 1946 in forme ancora assai imprecise, essa assunse una fisionomia adeguatamente organizzata solo a Genova, nel febbraio del 1947, sotto il nome di Gruppo ligure imprenditori dirigenti. Fondatori: coll'arcivescovo Siri, il conte Lo Faro, l'ingegner Pautrier e gli avvocati Sciaccaluga e Borasio. Un forte nucleo di industriali aderì al movimento sotto la presidenza Lo Faro e poi sotto quella del dottor B. Vaccari. Il Siri ne fu il consulente ecclesiastico: carica che ancor oggi [1958] ricopre nell'organizzazione nazionale, nei congressi della quale prende spesso la parola.
Durante la presidenza di Angelo Costa alla Confindustria (un altro fratello Costa, Giacomo, e il suo braccio destro alla testa dell'Azione cattolica diocesana), l'influenza del cardinale Siri si estese sempre in questo settore, da Genova a tutte le altre regioni. Specie dopo il 1950, il Siri non appartiene più soltanto a Genova e alla sua diocesi (appena 750.000 abitanti, distribuiti in 234 parrocchie, 63 delle quali nel solo capoluogo), ma all'Italia. Le tappe del suo crescente prestigio sono segnate soprattutto da queste date: 1951: nomina a presidente delle Settimane sociali dei cattolici italiani; 1953, elevazione al cardinalato; 1955, nomina a presidente della Commissione episcopale per l'alta direzione dell'Azione cattolica italiana.
Quest'ascesa aveva nel valore indiscutibile dell'uomo la sua giustificazione fondamentale, ma, come gia la sua nomina ad arcivescovo nel '46, aveva trovato a Roma dei fautori irresistibili: il Triumvirato cardinalizio Canali-Pizzardo-Micara (per merito soprattutto del secondo) e la Curia generalizia dei gesuiti.
Il successo ottenuto nel reggere e riorganizzare la diocesi dopo il ciclone bellico, le sue aderenze nell'alta classe dirigente e finanziaria settentrionale, le impressioni lasciate nei partecipanti alle Settimane sociali, furono decisivi per ottenergli la promozione al cardinalato a soli 48 anni.
Quando poi Gedda riusci a liberarsi del cardinal Piazza, che gli era divenuto progressivamente ostile, il Triumvirato gli fece assegnare dal Papa la presidenza della Commissione episcopale per l'alta direzione dell'A.C. (e quindi dei Comitati civici), per mantenere sotto il proprio controllo questo delicatissimo settore della vita italiana. Piazza, irritato dall'ingerenza di Gedda, ne aveva richiesto il sacrificio; il Triumvirato lo giocò facendogli credere di affidare il compito dell'eliminazione al Siri, di cui era nota l'antipatia per il dittatore dell'A.C. E cosi il Triumvirato salvò Gedda, non scontentò Piazza (che incaricò di dirigere l'alleanza latina per il prossimo conclave) e consigliò Siri di disarmare con «l'indispensabile» Gedda.
In tal modo, il Triumvirato, divenuto Pentagono nel '53, adottava il proprio Delfino. Nel Pentagono l'elemento più giovane, ma non certo papabile era, ed è, l'Ottaviani (67 anni contro gli 83 di Canali, gli 80 di Pizzardo, i 78 di Micara e i 75 di Mimmi).
Oggi [1958] Siri ne conta appena 52. Anche se non dovesse essere subito eletto (potrebbe esserlo nell'ulteriore conclave), il Pentagono avrà comunque in lui, nel frattempo, il suo migliore alfiere. Chi vuol conoscere il pensiero intransigentista del Pentagono (e il cardinale Siri, in un suo discorso, non ha temuto di richiamarsi al Sillabo, affermando che, se nel secolo scorso lo si fosse meditato, quel documento, non si sarebbe commesso l'errore capitalista!) non ha infatti da far altro che seguire le molte e notevoli affermazioni oratorie del cardinale di Genova. Le parole piu pacate, in apparenza, ma gravi nella sostanza, sono state pronunciate in questi ultimi anni proprio da lui. Come nel recente Convegno nazionale dei Comitati civici a proposito dell'intervento politico dell'Azione cattolica, e come a Trento, nel '55, per la Settimana sociale a proposito della scuola, quando disse che, nel campo dell'educazione, Chiesa e famiglia hanno diritto di priorità sullo Stato, il quale non solo deve tollerarne la concorrenza, ma anche finanziarla.

Nessuno in Italia parla oggi cosi frequentemente e autorevolmente, dopo il Papa, come il cardinal Siri. E, si puo ben dire, niente oggi avviene nell'Italia cattolica (ma anche in quella politica ed economica, per tacere, ma siamo solo agli inizi, di quella cinematografica) di cui non sia al corrente o garante o consigliere il Siri. Con una prontezza e versatilità sorprendenti (tanto piu che egli non dispone certo di schiere di competenti ai suoi ordini per ammannirgli il materiale) e con quella lucidità e originalità che gli sono caratteristiche, egli è sempre presente ovunque. Non forse sempre compreso, almeno dal grosso pubblico, colpiscono se non altro gli slogans coi quali suole punteggiare i suoi discorsi. (Parlando qualche anno fa del cinema, disse ad es.: «A proposito del cinema, la Chiesa non e una suocera irragionevole»; e ancora: «il cinema è il terreno sul quale s'incontra tutto quanto il mondo. Tutto quanto il mondo non lo incontro sul campo di gioco. Il mondo non lo trovo tutto in chiesa, purtroppo. Me ne dispiace, ma devo prendere atto di questo. Il mondo non lo trovo tutto in piazza. Il mondo lo trovo tutto quanto al cinema»; e inoltre: «Una volta il nartece, il protiro era l' ingresso della Chiesa. Ora in certi casi il nartece della Chiesa è il cinematografo»)

Se si guarda alla rapidità della sua ascesa e alla posizione di meritato prestigio ora raggiunta dal Siri, non sembra possibile che il prossimo conclave non debba puntare su di lui con quell'unanimità che ha concentrato nel '39 sull'ex-segretario di Stato Pacelli. II Pentagono, certo, lavora in questa direzione, ed egli lo sa. Negli anni scorsi, ad esempio, ha sostenuto un'alacre fatica linguistica, dedicando metodicamente qualche ora al giorno allo studio delle lingue. Al momento opportuno, non sarà certo inferiore a Pio XII nel parlar pentecostale e nella fecondità oratoria. Secondo alcuni intimi, poi, avrebbe gia scelto il suo futuro nome: «Se dovessi venir eletto Papa — avrebbe detto — prenderei ii nome di Gregorio. E da tempo che i Papi non assumono piu questo nome. Eppure e tutto un programma di energia e di intransigenza. Basterebbe pensare al compito svolto da Gregorio VII alla sua epoca».
Ma qualche mese fa (nel dicembre '57), in una conferenza sui rapporti tra Chiesa e Stato, a Genova, e caduto in un lapsus che farebbe ritenere già sorpassata quella scelta: infatti, piu volte, anziche dire Innocenzo IV, disse Innocenzo XIV."

martedì, gennaio 19, 2010

Quella Roma onde Cristo è romano [2]

Ovvero: Le "Mirabilia Urbis Romae" nel ricodo autobiografico del barnabita Padre Giovanni Semeria (1867-1931):


"...nel 1883, mettevo il piede per la prima volta nella città eterna. Avevo sedici anni; ero fresco di fervori mistici del Noviziato, lievemente infarinato di studi classici: doppiamente attrezzato per sentire la grandezza umana e divina di Roma.
Correva il mese di ottobre, sacro allora per gli studenti alle vacanza, pei Romani autentici alle magnifiche ottobrate. E realmente, se non imperversava e quando imperversava lo scirocco autunnale colle sue pioggie, risultava fulgidamente razionale l'usanza tradizionale di sudare in città durante il luglio-agosto per respirare poi l'aria fresca in campagna nel settembre-ottobre, o almeno nella seconda parte.
Anche noi studenti barnabiti si stava in campagna a Monteverde, in una villetta graziosa che oggi col resto fu incorporata alla città; allora era tutto all'intorno alberi e viti. Per raggiungerla subito dovetti, appena arrivato, traversare la parte vecchia e bassa della città dove oggi sorge sul Lungo Tevere la Sinagoga.


Ero troppo Piemontese per non essere impressionato di ciò che la vecchia Roma aveva di urtante, colle sue viuzze strette, addirittura chiassiuoli, colla sua pulizia molto ma molto relativa, colla gente tutta fuori di casa o di bottega: troppo poco Romano per sentire la grandezza dell'Urbe. Ma la Roma cristiana la sentii passando davanti alla piccola chiesetta del Crocifisso sacra agli Ebrei convertiti, la sentii traversando il Ghetto.
Anche a Torino c'era un Ghetto, ma ormai scomparso quando io ero giovanetteo: quel di Roma in quel 1883 era ancora in piena efficienza, salvo il non chiudere più all'Ave Maria le ferree porte come prima del '70.
Strano fenomeno ad ogni modo, curioso per un giovinetto un po' riflessivo, il trovare proprio nella città dei Papi un nucleo così forte e ben organizzato di Israeliti, accolti tutt'insieme con un senso di ospitalità, e una dose uguale di diffidenza.
Le persone pie recitavano percorrendo il Corso (che Corso!) di quel lurido Ghetto, il Credo. Lo recitai io pure e sentii di essere nella città della fede «che vince ogni errore»."

domenica, gennaio 17, 2010

Gran Rabbi nato /12

Ovvero: dall'articolo "Pio XII Papa progressista"
di Marco Burini ( © Il Foglio; sabato 16 gennaio 2010)


“...Io andrei molto piano a definirlo un papato reazionario, ebbe dei notevoli spunti di modernità che furono il terreno di coltura del Concilio Vaticano II”, ci dice Paolo Prodi, uno dei nostri storici più insigni, autore di opere fondamentali sul papato come istituzione originaria dell’occidente. Secondo il professore di Bologna, “basterebbe leggere il discorso che tenne il 7 settembre 1955 ai partecipanti al decimo Congresso internazionale di scienze storiche. Ricollegandosi alla riapertura degli Archivi vaticani dall’epoca di Leone XIII, Pacelli poneva tra parentesi un cupo periodo, il cinquantennio della lotta antimodernista, e si apriva alla critica storica riconoscendo i grandi progressi da essa compiuti. La chiesa come realtà storica, affermava, partecipa al mutamento dei tempi e non può essere legata ad alcuna cultura determinata” (“L’Eglise catholique ne s’identifie avec aucune culture; son essence le lui interdit”, nell’originale francese).
Un senso acuto della storia e quindi una libertà intellettuale che in qualche modo Pio XII mostrò sempre di avere, sia quando tolse le briglie agli esegeti con la “Divino afflante Spiritu” (1943) sia quando le mise ai teologi con la “Humani generis” (1950), per citare le sue encicliche più significative. Allora ci fu chi provò a metterle una contro l’altra, o a privilegiare una per svalutare l’altra (vizio ricorrente nel caso di pronunciamenti papali), vietandosi così il gusto della dialettica. In realtà meritano di essere lette per quello che dicono, senza troppi retropensieri.
La prima, in particolare, dà il via libera definitivo a una lettura moderna, scientifica, della Scrittura dopo decenni di diffidenza e qualche timida apertura. Come spesso capita, il testo nasce per celebrare un anniversario, il cinquantesimo della “Provvidentissimus Deus” (1893), l’enciclica di Leone XIII che tentava di rilanciare gli studi biblici cattolici alla fine di un secolo, l’Ottocento, dominato dalle ricerche di area protestante o positivista. Erano anni in cui si respirava un clima di assedio, come ricorda la “Divino afflante Spiritu” nelle prime righe: “Nei tempi più recenti, venendo minacciata da speciali assalti la divina origine dei Sacri Libri e la retta loro interpretazione, con ancor maggiore impegno e diligenza la Chiesa ne prese la difesa e la protezione”. Il “razionalismo dilagante” con cui veniva letta la Bibbia non risparmiava gli esegeti cattolici (esemplare il caso di Alfred Loisy, massimo esponente del modernismo) che andavano richiamati all’ordine; al tempo stesso, bisognava rimettere mano agli studi biblici assicurando uomini e mezzi e riformando i programmi di insegnamento nei seminari.

Pio XII non si accontenta di un tributo ai predecessori (Leone XIII, Pio X e Pio XI), capisce che nel frattempo le condizioni “sono grandemente cambiate”. Le esplorazioni archeologiche ormai “sono cresciute enormemente di numero e si praticano con più severo metodo e con arte raffinata dalla stessa esperienza, sicché più copiosi e più certi derivano i risultati”. Ma chi ha il compito di valutarli? “Quanto poi da quelle indagini si tragga lume a meglio e più a fondo comprendere i Sacri Libri, lo sanno gli esperti, lo sanno tutti coloro che si applicano a questo genere di studi”. Gli specialisti sul campo (archeologi, filologi, etnologi, storici) non sono più dei temibili rivali né tantomeno dei fastidiosi scocciatori, ma degli alleati. L’esegeta cattolico, da parte sua, dovrà conoscere le lingue antiche e i testi originali superando, senza abolirla, la Volgata di san Girolamo, la versione latina della Bibbia. Una svolta rispetto al Concilio di Trento che aveva decretato la Volgata come la versione “di cui tutti dovessero valersi come autentica”. Pio XII precisa che “quell’autenticità va detta non critica, in prima linea, ma piuttosto giuridica” perché legittima un uso secolare e dunque non esclude l’uso dei testi originali né la possibilità di traduzioni della Bibbia nelle lingue nazionali. Ben equipaggiato dal punto di vista linguistico e critico, “l’esegeta cattolico si applichi a quello che fra tutti i suoi compiti è il più alto: trovare ed esporre il genuino pensiero dei Sacri Libri”. Per farlo deve individuare il significato letterale del testo; esercizio indispensabile, tra l’altro, “per ridurre al silenzio coloro che, asserendo di non trovare nei commenti biblici nulla che innalzi la mente a Dio, nutra l’anima e fomenti la vita interiore, mettono innanzi, quale unico scampo, un genere d’interpretazione spirituale e, com’essi dicono, mistica”.

In effetti, contro l’esegesi storica si era compattato un movimento spiritualista che scongiurava il magistero di non cedere al metodo scientifico ed esaltava l’ermeneutica dei Padri della Chiesa; d’altronde in quegli anni anche esponenti di spicco del rinnovamento teologico, come Henri de Lubac e Jean Daniélou, prediligevano le allegorie e le tipologie di Origene e colleghi. Ma Pio XII non ha dubbi: “Anche dai nostri tempi possiamo aspettarci che si apporti del nuovo per meglio approfondire e con più accuratezza interpretare le Sacre Carte. Infatti non poche cose, specialmente in ciò che riguarda la storia, a malapena o imperfettamente furono spiegate dagli espositori dei secoli scorsi, mancando ad essi quasi tutte le notizie necessarie per maggiori schiarimenti. Quanto ardui e quasi inaccessibili agli stessi Padri siano rimasti alcuni punti, ben lo mostrano, per tacer d’altro, i ripetuti sforzi di molti fra essi per interpretare i primi capi della Genesi, ed anche i ripetuti tentativi di San Girolamo per tradurre i Salmi in guisa che il loro senso letterale, cioè espresso nelle parole stesse del testo, chiaramente trasparisse. In altri libri o testi solamente l’età moderna scoperse difficoltà prima insospettate, poiché una conoscenza ben più profonda dei tempi antichi fece sorgere nuove questioni, per le quali si getta più addentro lo sguardo nel soggetto. A torto perciò alcuni, mal conoscendo lo stato della scienza biblica, vanno dicendo che all’odierno esegeta cattolico nulla resta da aggiungere a quanto ha prodotto l’antichità cristiana; al contrario bisogna dire che il nostro tempo molte cose ha tirato fuori, che nuovo esame richiedono le nuove ricerche e non leggero sprone mettono all’attività dell’odierno scritturista”.

L’enciclica cita la teoria dei generi letterari che era un po’ l’ultimo grido in fatto di esegesi. Da allora, di strada se n’è fatta: abbiamo sentito parlare di Formgeschichte (storia delle forme), Redaktionsgeschichte (storia delle redazioni), di ipotesi documentale, di critica delle fonti, critica formale o critica canonica, e tutte le infinite ramificazioni. Forse qualcuno ha perso di vista la meta, magari perché confonde i piani.
Nel “Rapporto sulla fede” (1985) l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, Joseph Ratzinger, sosteneva che “grazie al lavoro dell’esegesi, noi percepiamo la parola della Bibbia in modo nuovo, nella sua originalità storica, nella varietà di una storia che diviene e che cresce, carica di quelle tensioni e di quei contrasti che costituiscono contemporaneamente la sua insospettata ricchezza”; ma senza una teologia biblica all’altezza, che sappia decifrare con l’occhio del credente i risultati dell’esegesi, la Bibbia rimane un “libro chiuso”.
Nella prefazione al documento della Pontificia commissione biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” (1993), Ratzinger dice che a suo tempo Pio XII fece bene ad accettare il metodo storico-critico ma che il dibattito sulla sua “utilità” e sulla sua “giusta configurazione” non si è affatto concluso, anche perché “nel frattempo la gamma metodologica degli studi esegetici si è ampliata in un modo che non era prevedibile trent’anni fa. Nuovi metodi e nuovi approcci vengono proposti, dallo strutturalismo all’esegesi materialista, psicanalitica e liberazionista”.

Di recente Benedetto XVI è tornato sull’argomento, più nei panni di teologo che in quelli di Papa. Nell’introduzione al suo “Gesù di Nazaret” mette in guardia dai limiti e dai rischi che nascono dalle distinzioni sempre più sottili di tradizioni stratificate e dalle trasformazioni di ipotesi in verità indiscutibili: l’ibrido Gesù della storia/Cristo della fede è l’emblema di questa deriva. Come per lo scriba evangelico, dunque, la vera sapienza sta nell’estrarre dal tesoro della Scrittura cose vecchie e cose nuove insieme. Certo, senza vagheggiare un futuro in cui tutti gli enigmi saranno sciolti. Pio XII nella “Divino afflante Spiritu” lo dice bene: “Non vi sarebbe pertanto motivo di meravigliarsi se a questa o quell’altra questione non si avesse mai a trovare una risposta appieno soddisfacente, perché si ha da fare più volte con materie oscure e troppo lontane dai nostri tempi e dalla nostra esperienza, e perché anche l’esegesi, come le altre più gravi discipline, può avere i suoi segreti, che rimangono alle nostre menti irraggiungibili e chiusi ad ogni sforzo umano”.

A dare man forte a Pio XII nella stesura dell’enciclica fu un personaggio straordinario, Augustin Bea.
Gesuita tedesco, aveva insegnato Sacra Scrittura prima di diventare, nel 1930, rettore di quel Pontificio istituto biblico che era il fiore all’occhiello del rinnovamento esegetico e per questo bersaglio di attacchi molto duri. Nella primavera del 1941 era stato spedito a tutti i vescovi italiani un libello anonimo e il cardinale di Napoli, Alessio Ascalesi, lo aveva portato al Papa. Il titolo diceva tutto: “Un gravissimo pericolo per la chiesa e per le anime. Il sistema critico-scientifico nello studio e nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Le sue deviazioni funeste e le sue aberrazioni”. Lo aveva scritto un prete, don Dolindo Ruotolo, coagulando il malumore e la diffidenza di molti. Prendeva di mira il Pontificio istituto biblico dove si insegnava un’esegesi scientifica che causava la “rovina delle anime” e una “profonda decadenza”. Ma l’attacco ebbe l’effetto opposto. Pochi mesi dopo, la Pontificia commissione biblica scrisse una lettera per difendere con vigore l’esegesi storica. Il Papa era pienamente d’accordo e due anni dopo, il 30 settembre, “nella festa di San Girolamo, Dottor Massimo nell’esporre le Sacre Scritture”, firmò la “Divino afflante Spiritu”, frutto della stretta collaborazione con Bea che, due anni dopo, diverrà anche il suo confessore.

Scrive Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Bologna che ha studiato a lungo la questione biblica: “Bea fu forse il principale artefice del rinnovamento dell’esegesi cattolica romana. Egli perseguì instancabilmente questo rinnovamento, anche se in un modo estremamente accorto e cauto che consisteva nell’occupazione di precise posizioni nelle istituzioni romane e nella costruzione di una fitta rete di rapporti personali e mediazioni diplomatiche. A partire dal 1949, quando cessò di essere rettore del Pontificio istituto biblico, Bea cercò di instaurare un rapporto di collaborazione e di fiducia con il cardinal Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio, e con il cardinal Pizzardo… I suoi numerosi commenti ai documenti ecclesiastici sulla Bibbia e gli sviluppi degli studi biblici sono un capolavoro di diplomazia che tende a evidenziare, nei documenti di Pio XII, i passi che costituiscono effettivamente delle novità, senza tuttavia sottolinearne la discontinuità col passato”. Un paziente lavoro di tessitura che fu prezioso anche in seguito, quando Giovanni XXIII lo fece cardinale e presidente del neonato Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, autentica centrale dell’ecumenismo e del dialogo con gli ebrei. In quegli anni di fermento che sfoceranno nel concilio, Bea non dimenticherà il magistero illuminato di Pio XII: “Ci sarebbero da dire tante cose belle che molti forse non sospettano”. Senza dubbio la “Divino afflante Spiritu” ha preparato il terreno alla “Dei Verbum”, vertice teologico del Vaticano II, sgombrando il campo da malintese letture spirituali – cioè astratte – della Bibbia. Perché la parola di Dio è incarnata in una storia, quella di un ebreo fedele fino in fondo al patto tra Dio e il popolo d’Israele. Promuovere lo studio storico dell’Antico Testamento, cioè la radice giudaica della fede cristiana, e farlo solennemente, con un’enciclica, mentre gli ideologi del nazismo sollecitavano i cristiani a rinnegare la Torah e riconoscere in Gesù il Signore della razza ariana, non è stato certo sintomo d’ignavia."

sabato, gennaio 16, 2010

Mirabilia Urbis Romae

Ovvero: "di quella Roma onde Cristo è romano"


"Ecco quanto viene tramandato.
Chanoch ben Esra viveva negli anni in cui si susseguirono disastrosi terremoti. In quel tempo a Roma molti Ebrei furono tricidati perché si credeva che con i loro magici scongiuri avessero evocato le forze degli inferi per condurre alla rovina la città da cui Gerusalemme era stata vinta. (E' noto infatti che, secondo una profezia di S.Benedetto, Roma non potrà cadere che per violenza di elementi ed è questo il motivo per cui i Romani s'abbandonano ad un folle e selvaggio terrore alla minima scossa tellurica ben più che alla vista di interi eserciti di barbari.)

In quei giorni, come già seicento anni prima per ottenere la cessazione di una terribile epidemia di peste, si tolse dalla cappella del palazzo del Santo Padre un'icona di Cristo (quella che S.Luca dipinse con le sue proprie mani) e la si portò in solenne tridua processione per tutte le vie della città.
Nel momento in cui la testa del corteo con la croce dorata usciva dai vicoli stretti e bui dirigendosi verso il bianco ponte sul Tevere detto "Pons Senatorum", la terra sussultò di nuovo così violentemente che il ponte precipitò sotto gli occhi di quelli che stavano per porvi il piede. Allora nacque tra i fedeli un tumulto spaventoso: alcuni caddero come morti per il terrore mentre alcuni invocavano i Santi e altri ancora ripensavano agli Ebrei e gridavano che bisognava punirli lapidandoli con le macerie da loro stessi prodotte.
Quelli che portavano le croci e gli stendardi ne piantarono le aste nel terreno, afferrarono come gli altri le pietre dei distrutti pilastri del ponte crollato, così armati, tutti si precipitarono nelle vicine contrade degli Ebrei. (Il Pons Senatorum, come si sa, segue da vicino il Pons Judeorum presso il quale abitano, sulle due rive del fiume, molti Ebrei.)
Uno di quelli che caddero subito nelle mani di quei forsennati fu appunto Chanoch ben Esra, un degno vegliardo che, spaventato dal terremoto, era uscito dalla sua casa. Egli poté però divincolarsi e, con le vesti a brandelli, sanguinante orribile a vedersi, fuggì lungo la schiera dei fedeli che i moniti dei sacerdoti erano riusciti a frenare. I più vicini all'immagine sacra circondata d'oro e di candidi drappi pregavano ancora quando l'Ebreo, sempre aizzato dalle pietre lanciategli dai suoi inseguitori, penetrò tra di essi. Si levò allora improvviso, quasi più per dolore che per ira, un grido: "Sacrilegio! Sacrilegio!". Chanoch ben Esra portato ben più dal terrore della morte che dai suoi vecchi piedi oltrepassò i sacerdoti le cui dalmatiche bianche e dorate formavano come un baluardo e andò a cadere tutto intriso di sangue ai piedi del Papa.

Il Santo Padre che teneva l'immagine di Cristo tra le sue mani ed era assorto in preghiera e oppresso dall'oro delle sue corone e dei suoi manti così da parere egli stesso figura irreale al servizio della sacra Icona, indietreggiò senza volerlo d'un passo; ma il vecchio, disperato, sulle ginocchia tremanti, si trascinò vicino e nascose la testa sotto i lembi purpurei del suo manto.
Ci fu più tardi chi affermò che il Papa per un'improvvisa illuminazione riconoscesse allora, attraverso il proprio mantello, nel volto nascosto di quel vecchio Ebreo il modello originario sul quale il Creatore aveva forgiato le sembianze di S.Pietro e che questo fosse il motivo per cui aveva protetto il disgraziato. In realtà però era avvenuto il contrario: era stato cioè l'Ebreo e il popolo romano a ritrovare per la prima volta nei lineamenti del loro Papa l'apostolica maestà di S.Pietro. [...]
Non una visione egli ebbe ma pensò al comando della misericordia cristiana e alle disposizioni dei suoi santi predecessori che avevano prescritto alla Chiesa primitiva di considerare intangibili corpo e vita degli Ebrei affinché potessero convertirsi o, se ciò non avveniva, continuassero ad essere a modo loro testimonianza della crocifissione di Cristo.
I Romani non osarono toccare le sacre vesti pontificali, ma chiesero a gran voce al papa che aprisse il suo manto e consegnasse loro il malfattore affinché cessasse il terremoto. Intanto i più lontani e più minacciosi già accusavano i più vicini di troppi riguardi e chiedevano se fossero paralizzate le mani che un tempo si erano levate contro Benedetto IX.

Il Santo Padre sentiva il proprio cuore tremare poiché anche lui era un uomo e il popolo era sfrenato: nei tempi passati si era visto più d'un Papa percosso rudemente dai laici, più d'uno vittima delle violenze subite. Molti poi gli erano avversi, lo sapeva, perché non tollerava che si vendessero le cariche ecclesiastiche. Ma portava tra le mani l'immagine di Colui che morì anche per gli Ebrei e doveva essere disposto a morire a sua volta, se era necessario, per questo Ebreo. Non pronunciò una parola, tenne lo sguardo fisso all'Immagine che egli stesso reggeva e solo la sollevò un poco più in alto in modo che sovrastasse la folla e gli nascondesse il volto. Così rimasero insieme, quasi legati ad un'unica radice, di fronte al popolo fremente il Papa con la sua corona e il vecchio Ebreo ai suoi piedi.

La folla esitava: avrebbe attaccato il Papa ma l'Immagine sacra gli incuteva timore. Però non indietreggiò. Rimase dov'era, minacciosa, simile a una muraglia di silenzio e di corpi che ad ogni istante può crollare addosso uccidendo.
A un tratto si levò da sotto il manto del Santo Padre la voce dell'Ebreo, quasi implorazione di pietà: "Credo in Deum Patrem omnipotentem, Creatorem caeli et terrae!".
E il Papa proseguì tranquillo, annunciando Colui di cui serrava tra le mani l'Immagine (e parve che la sua voce si confondesse con quella che proveniva dall'uomo ai suoi piedi): "Et in Iesum Christum, Filium eius unicum, Dominum nostrum, qui conceptus est de Spiritu Sancto...". Per un momento il silenzio all'intorno fu così assoluto come se nessuno potesse respirare. Si sarebbe detto che si udiva il silenzio. Poi da esso un grido si sciolse: "L'Ebreo recita il Credo! L'Ebreo si è convertito! Un miracolo ai piedi del Santo Padre!".
La muraglia cedette, il popolo si inginocchiò.
Intanto alcuni chierici trasportarono via l'Ebreo svenuto.

La sera stessa già s'era diffusa per tutta Roma la persuasione che il terremoto non si sarebbe più ripetuto perché uno degli Ebrei che ne erano stati causa per miracolosa illuminazione s'era improvvisamente convertito a Cristo [...] e quei Romani stessi che al mattino volevano lapidarlo si affollavano ora alle porte dei monasteri, dove supponevano fosse ospitato il miracolato, per baciargli le mani"
GERTRUD VON LE FORT
("Il Papa del Ghetto. La leggenda dei Pierleoni")

lunedì, dicembre 28, 2009

Carenza di Bosforo / 5

Dall'alto delle colonne della Stampa di domenica 27 dicembre 2009, con la perfidia degna di una basilissa, la bizantinologa Silvia Ronchey recensisce il saggio del politologo statunitense esperto di strategie militare Edward Luttwak, definendo benevolmente il tomo, tradotto e pubblicato dalle edizioni Rizzoli: "un esercizio di erudizione di più di 500 pagine, in cui prenda a parlare non più dell’impero romano, su cui a suo tempo ha scritto un libro molto discusso, ma di un impero studiato da pochi e conosciuto da ancora meno: l’impero bizantino."

"La grande strategia dell’impero bizantino" è stato un ingegnoso esercizio di attualizzazione della politica bizantina attraverso attraverso cui Luttwak paradgmaticamente interpreta l'insuccesso statunitense nell'esportazione armata della democrazia occidentale nei paesi islamici: "così da spiegare da un lato il fallimento della recente strategia di quest’ultima e predire dall’altro la sua continuazione quale massimo impero mondiale. Ecco che Bisanzio diventa la ricetta per il futuro dell’America[...]".

Per la "basilissa" Ronkey: "L’idea di Luttwak di studiare la strategia di Bisanzio è geniale oltre che attuale, poiché il fantasma di quel millenario impero multietnico aleggia sulle aree geopolitiche interessate dai conflitti del XXI secolo, e non solo su quelli scatenati dalle dottrine strategiche dell’amministrazione Bush — Iraq, Afghanistan, Pakistan — ma di fatto su tutte le zone nella cui odierna proliferazione bellica la strategia militare americana (e non solo) è intervenuta dopo la fine della Guerra Fredda: dai Balcani al Medio Oriente, dalla Mesopotamia al Caucaso.
Per questo, e per molte altre ragioni, le riflessioni di Luttwak sarebbero più che legittime. Se non partissero, tuttavia, da premesse sbagliate.
"Se fa come Bisanzio, l’impero americano durerà ancora a lungo”.
Ma l’America non è mai stata un impero.
Del particolare e peraltro desueto sistema di governo del territorio basato sulla dialettica fra centro e periferie anche remote, dunque sulla reciproca interazione di culture, geografie, etnie, linguaggi, élites, l’America non ha la storia, le tradizioni, l’apertura, che sono state invece proprie di poteri oggi in declino e in passato più o meno funzionali, ma certamente imperiali, come la Gran Bretagna o la Francia, la Turchia o la Russia. Ancora meno ha quelle di Bisanzio.

Conferire all’America status di impero significa da un lato alimentare un equivoco storico e dilatare un paragone incongruo fino al paradosso, dall’altro implicitamente giustificare ex post proprio quel ruolo di invadente gendarme internazionale che è stato causa dei fallimenti e dell’impopolarità dell’amministrazione Bush nel mondo e presso i suoi stessi cittadini.
Oltre all’equivoco di fondo, vari equivoci più circostanziati contribuiscono alla deformazione generale di un quadro che per altri versi Luttwak ha còlto (l’uso delle armi per contenere o punire piuttosto che per attaccare con spiegamento di forze; l’alleggerimento del potenziale militare e l’uso della diplomazia o della “dissuasione armata”; le varie forme di incentivo date agli stati satelliti sotto forma di sussidi, doni, onori, e così via). Ma, ad esempio, affermare che il punto di forza dei governanti bizantini sia stata “la fiducia indiscussa di essere gli unici difensori dell’unica vera fede”, presentare i rapporti con il nascente mondo arabo in termini di accesa contrapposizione religiosa, parlare addirittura, a proposito del califfato, di “offensiva jihadista”, spingersi a considerare “guerre sante” le iniziative militari bizantine — tutti questi sforzi di attualizzazione sono arbitrari e dunque insidiosi.
Non può essere certo paragonato all’islamismo odierno il tollerante e multireligioso mondo arabo ommayyade e abbaside preso in considerazione da Luttwak.

E, anzi, proprio nella periodizzazione si registra il maggior limite del libro, che lo colloca, come quello sull’impero romano, nel peraltro interessante genere dell’esercitazione storiografica praticata dal personale politico di ogni epoca. Nel definire quello che chiama il “codice operativo” della strategia di Bisanzio, Luttwak si basa su una “continuità” effettiva, che tuttavia attinge ai vari periodi in modo incostante. Se avesse approfondito di più l’età macedone, e quella comnena e paleologa, si sarebbe dovuto misurare con paradossi strategici ancora più significativi per il presente: ad esempio, l’ambiguo rapporto tra la potenza marittima bizantina e le repubbliche mercantili, la compenetrazione con i turchi osmani e così via. Come scrive nel suo Strategikon un bizantino dell’XI secolo, Cecaumeno: “Se prendi un libro, leggi tutte le pagine e non limitarti a estrarre solo le cose che ti piacciono di più”.