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martedì, marzo 09, 2010

...entre todas las Mujeres! [20]

Sive: ANNO SACERDOTALI


Andando di notte a scaldare i panni per il marito infermo,
Santa Francesca Romana incontrò tre diavoli sotto l’aspetto
di religiosi che, con espressioni di finta umiltà, la sbeffeggiavano

domenica, febbraio 22, 2009

Ecclesia Dei afflicta, II

Sive: In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


"Gesù l'eterno Re
Nostro Signore, quando s'incarnò nel grembo della Beata Vergine Maria fu chiamato Gesù. L'angelo Gabriele disse a Maria: "Concepirai un figlio, lo darai alla luce, e lo chiamerai Gesù" (Lc1, 21).
Quantunque solo allora ricevesse un nome nuovo, egli era esistito da tutta l'eternità. Non ebbe mai principio, per questo il suo vero nome è quello di Re eterno. Egli, un solo Dio in tre Persone, ha regnato sempre col Padre e con lo Spirito Santo. Alla vigilia della sua Passione disse: "Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (Gv 17,5).
Colui che era già il Re eterno in cielo venne per essere il Re, il Signore, il Legislatore ed il Giudice della terra. Annunziando la sua venuta il profeta Isaia scrisse: "Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un Figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace" (Is.9,5)
Quando Gesù salì al cielo, lasciò il suo potere a coloro che aveva scelti come apostoli. Ne diede la pienezza a San Pietro e ai suoi successori, che sono i suoi vicari in terra.
Anche i vescovi, i pastori d'anime e tutti i cristiani ricevono da Gesù il potere e lo esercitano in suo nome.
Preghiamo per il Santo Padre e per tutti coloro che governano la Chiesa
O Emmanuele, Dio con noi, tu che sei la luce che illumina tutti gli uomini, che -da quando venisti sulla terra- non li abbandonasti mai a se stessi; tu che dopo aver evangelizzato gli apostoli hai ordinato loro di evangelizzare i loro successori; che hai affidato specialmente a San Pietro e ai vescovi di Roma la missione di occupare il tuo posto di fronte a noi, e di guidarci in tuo nome nel corso dei secoli; già da molti anni hai mandato alla Sede di Roma delle prove ben dure.
Signore, noi crediamo senza esitare che tu hai promesso alla Chiesa di durare sino alla fine del mondo e riconosciamo dinnanzi a te di non aver alcun dubbio su tale verità.
Noi non sappiamo oggi cosa sia meglio per la tua Chiesa e per gli interessi della Fede cattolica, per il papa e per i vescovi di tutto il mondo ma ci affidiamo interamente a te. E lo facciamo senza provare alcuna ansia, ben sapendo che tutto coopera al bene del tuo Regno sulla terra.
Ti supplichiamo solo di concedere al tuo servo e vicario, il Papa, la vera sapienza e il coraggio, la forza e le consolazioni della grazia su questa terra e poi una corona immortale e gloriosa nella vita futura."

(John Henry Newman ; Meditations and Devotions)

venerdì, ottobre 24, 2008

DEVOTIO MODERNA [12]

Ovvero: Come avvenne che un bambino genovese battezzato nella confessione della Fede Cattolica, per inappellabile decreto della Suprema Corte di Cassazione della Repubblica Italiana, debba assumere il gloriosissimo nome di un Santo Pontefice Romano.


Quando il 3 settebre dell'anno di Nostra Salvezza bismillesimo sesto, nella "superba" Genova i neo genitori Roberto e Mara -gestori di un bar nella centralissima Piazza Caricamento- si recarono all'Anagrafe per registrare la nascita della propria creatura si sentirono opporre dell'addetto preposto il metto rifiuto di obbedire alla genitoriale volontà di imporre all'ignaro infante il nome "Venerdì".
E spiegando agli increduli genitori che "Venerdì" era nome improprio per un bambino, l'impiegato dell'Ufficio Anagrafe ha, quindi, seduta stante registrando il neonato con il nome del santo menzionato sul calendario in data 3 settembre, ovvero: del Santo pontefice Gregorio Magno.

Il Tribunale di Genova ha ratificato l'operato del Comune e motivato il diniego del nome "Venerdì" ai sensi dell’art. 34 del Dpr 396 del 2002 in base al quale «è vietato imporre al bambino nomi ridicoli e vergognosi». Il nome di Venerdì, diceva la motivazione della sentenza, «evocava il personaggio romanzesco creato dallo scrittore Daniel Defoe nell’opera "Robinson Crusoe", una figura umana caratterizzata dalla sudditanza e dall’inferiorità che non raggiungerebbe mai lo stato dell’uomo civilizzato». Di qui il diniego in previsione di un futuro «disagio per il bambino e il futuro adulto, facilmente esposto al senso del ridicolo, in ragione di quel richiamo al personaggio letterario».

Roberto e Mara non si sono dati per vinti appellandosi alla Cassazione, portando ad esempio dell'infondatezza della sentenza del Tribunale di Genova il caso concreto di nomi altrettanto "inappropriati" come "Chanel" (la figlia di Francesco Totti e Ilary Blasi) o Oceano (rampolla di Lavinia Borromeo e Jaki Elkann). Ma per la inappellabile sentenza 25452 del 23 ottobre 2008 la Suprema Corte di Cassazione ha decretato che «il ricorso non ha precisato quale sia stato il fatto controverso in relazione al quale assumono rilievo le censure relative alla motivazione della decisione impugnata». Cioè: la Cassazione ha praticamente confermato e ratificato la decisione del Tribunale di Genova per cui il primogenito dei signori Roberto e Mara, nato a Genova il 3 settembre 2006, in nome della democratica Repubblica Italiana dovrà essere chiamato "inappellabilmente" Gregorio.

Immaginabile la costernazione dei genitori che, ancora inceduli e trasecolati, hanno dichiarato ai giornalisti: «il bimbo a gennaio è stato battezzato in chiesa e nemmeno il sacerdote ha avuto nulla da ridire».

venerdì, ottobre 17, 2008

DEVOTIO MODERNA [11]

Ovvero, amplio stralcio dell' articolo -nell'edizione del 17 Ottobre 2008 dell'Osservatore Romano- nel quale la storiografa Barbara Frale avanza la suggestiva ipotesi:
"Sant'Ignazio di Antiochia. Un Papa in incognito?"


"Sulla fine d'estate dell'anno 107 dell'era cristiana giungeva a Roma da Brindisi uno strano convoglio. Aveva risalito la penisola italiana lungo la via Appia, ma il viaggio era cominciato alcune settimane prima molto più lontano, a Oriente, nella grande metropoli di Antiochia in Siria (oggi in Turchia). Dieci guardie scelte erano state mobilitate dall'imperatore Traiano per sorvegliare e impedire la fuga di un uomo solo, un vecchio vicino agli ottant'anni in un'epoca in cui la vecchiaia cominciava a sessanta. Il vecchio si chiamava Ignazio ma curiosamente usava presentarsi con un secondo nome, Teoforo (in greco "portatore di Dio"), che era piuttosto un soprannome.
[...]
In Antiochia il giovane Ignazio conobbe di persona san Pietro ed entrò nella sua cerchia; più tardi Pietro lo scelse come suo successore prima di lasciare la città.

Fino a questo punto la vicenda di Ignazio non è molto diversa da quella di altri personaggi che furono tra i seguaci di Gesù Nazareno della seconda generazione; ma il prosieguo della storia ha caratteri davvero unici.

In un anno che molti storici credono essere il 107, l'imperatore Traiano condanna a morte l'anziano vescovo con una delle forme di supplizio più crudeli: ad bestias, essere sbranato dalle belve nell'anfiteatro.
Dieci guardie hanno il compito di recarsi nella metropoli di Siria, arrestare il vecchio e trasferirlo addirittura fino a Roma, luogo prescelto per l'esecuzione pubblica: un viaggio di settimane che avrebbe praticamente attraversato il Mediterraneo.
Legato a questi soldati che egli chiama "leopardi", Ignazio parte da Antiochia e arriva a Smirne, dove riceve il vescovo Policarpo: qui scrive tre lettere pastorali dirette rispettivamente alle Chiese delle città di Efeso, di Magnesia sul Meandro e di Tralli, e le consegna personalmente nelle mani dei loro vescovi Onesimo, Dama e Polibio che sono venuti fino a Smirne con una delegazione dei fedeli locali per salutarlo e rendergli omaggio.
Poi scrive ai cristiani di Roma: alcuni membri di quella Chiesa, persone influenti che possono accedere alla cerchia dell'imperatore, vogliono cercare di salvargli la vita; però Ignazio li frena: non è il caso di esporsi a rischi gravissimi per evitare la morte di un uomo molto vecchio, destinato comunque a morire in breve; inoltre egli crede che il suo martirio stia giungendo in un momento molto propizio, e gli darà occasione di consolidare con il suo gesto la comunità dei cristiani che vive un momento di confusione.
Si definisce "frumento di Dio": infatti Dio lo sta usando per alimentare la fede di tutti gli altri.

Partiti da Smirne, Ignazio e i suoi guardiani arrivano a Troade: qui il vecchio scrive e spedisce altre tre lettere alla Chiesa di Filadelfia, a quella di Smirne che ha appena lasciato e un'altra a Policarpo, per comunicargli che lo ha eletto vescovo della sua Antiochia.
Da Troade Ignazio è condotto via mare fino a Neapolis, nella regione della Macedonia, poi a Filippi, e da qui il convoglio risale l'antica via Egnatia fino al porto di Durazzo (o di Apollonia). Laggiù si imbarcano fino a Brindisi, poi sbarcati in Puglia risalgono via terra fino a Roma.
Secondo la tradizione il supplizio avvenne il 17 ottobre.

Il contenuto della vicenda, che gli autori antichi non hanno mai messo in discussione, sotto il profilo storico è quanto mai eccezionale. Innanzitutto non si capisce come mai l'imperatore Traiano, sotto il regno del quale ci fu un'ondata violentissima di persecuzioni contro i cristiani, si dette la pena di inviare fino alla remota Antiochia di Siria un drappello di soldati al puro scopo di scortare fino a Roma questo vecchio, che poteva benissimo essere giustiziato laggiù.

La vicenda è un vero unicum nella storia del cristianesimo antico; infatti conserviamo un solo caso del genere: quello del fariseo convertito Saulo di Tarso, più noto con il soprannome di Paolo, che dalla Palestina fu tradotto fino a Roma per subire la pena capitale. San Paolo però ebbe questo singolare "privilegio" perché aveva la cittadinanza romana [...]. Si era appellato a Roma, ne aveva legalmente il diritto e fu trasferito nella capitale.
Il caso di Ignazio è completamente diverso: lui non possiede la cittadinanza romana, altrimenti avrebbe avuto diritto a subire la decapitazione, che era un supplizio più decoroso, rapido e molto meno atroce.
I motivi di questa singolarissima scelta vanno cercati altrove.

Anche il numero delle guardie che lo sorvegliano è veramente alto: dieci soldati sono davvero troppi per impedire la fuga a un povero vecchio. Il modo con cui li soprannomina, cioè "leopardi" potrebbe essere una spia interessante: infatti la pelle di leopardo era usata dai soldati dell'esercito romano che appartenevano a un'unità speciale: i signiferi, coloro che avevano il sommo onore di portare in guerra le insegne militari. Erano coperti sin dalla testa dalla pelle di un animale potente e feroce, che aveva un significato simbolico e dava loro un aspetto impressionante. I rappresentanti delle legioni usavano generalmente pelli di lupo e d'orso, mentre i grandi predatori felini come il leone e il leopardo erano prerogativa dei pretoriani, membri della temibile, potentissima guardia personale dell'imperatore.
Se davvero Traiano mandò laggiù anche solo uno di questi soldati (figuriamoci dieci!), allora decisamente Ignazio non era un uomo qualunque, bensì un sorvegliato speciale sotto il potere personale dell'imperatore: il che spiega bene l'eccezionalità assoluta del suo caso.
Forse questo strano viaggio verso il martirio possedeva un volto istituzionale che dobbiamo riscoprire completamente: infatti il contenuto delle lettere di Ignazio presenta degli aspetti che sembrano confermare questo sospetto.

Il vecchio riceve delegazioni delle Chiese locali che sono venute per onorarlo e avere istruzioni da lui. Nomina vescovi, scrive encicliche: nella lettera a Policarpo dice espressamente che aveva intenzione di scrivere a tutte le Chiese ma non ha fatto in tempo perché i soldati l'hanno costretto a imbarcarsi all'improvviso.
Ignazio ha preoccupazioni ecumeniche che trascendono i compiti e le responsabilità di un semplice vescovo locale. Si rivolge a una comunità di fedeli che chiama Chiesa cattolica, cioè "universale", ed è il primo a coniare questa denominazione. Esorta tutti a mantenersi uniti e obbedienti nella fede e soprattutto a tenersi lontani dall'eresia degli gnostici, i quali vanno diffondendo un'idea di Gesù diversa da quella di Pietro e dei vangeli.
Circa la figura di Gesù Cristo, Ignazio esprime una posizione netta su questioni teologiche fondamentali come la sua nascita a opera dello Spirito Santo e la sua divinità. Alcune espressioni che usa sono sorprendenti e anticipano di secoli gli sviluppi futuri della teologia: per esempio di Cristo dice "procedendo dal Padre", e con ciò intende che Gesù non fu creato bensì generato da Dio, un'idea che precede di due secoli il "generato, non creato" sancito nel Credo del concilio di Nicea dell'anno 325.

Infine afferma che la Chiesa di Roma ha un primato spirituale su tutte le altre, fatto decisamente molto strano visto che a quel tempo le Chiese di Gerusalemme, Alessandria e Antiochia (la sua Antiochia) possedevano una dignità pari alla sede romana. Insomma, quest'uomo si comporta proprio come se fosse un Papa (diremmo oggi). Anche le Chiese che lo vengono a omaggiare si aspettano da lui consiglio e direttive spirituali.
L'idea che Ignazio fosse ben più che un vescovo al pari di altri, che cioè avesse un ruolo guida nella Chiesa del tempo, spiegherebbe pienamente il suo stranissimo destino.
Se davvero quest'uomo fu per un certo tempo il capo dei cristiani, allora si capisce perché Traiano volle prendersi la briga di farlo viaggiare per metterlo a morte fino a Roma: la sua esecuzione doveva essere eclatante e spettacolare, doveva essere un monito per tutti. L'imperatore poteva raggiungere chiunque, e decapitare quella setta togliendone di mezzo il capo in qualunque angolo dell'impero si trovasse nascosto.

Il periodo in cui avvenne il supplizio di Ignazio è anche uno di quelli per cui sappiamo meno in assoluto sulla società cristiana e sulla successione apostolica.
Il primo catalogo dei vescovi di Roma sembra fosse scritto dallo storico Egesippo nell'anno 160, dunque decenni dopo i fatti narrati, e in ogni caso le prime attestazioni concrete che possediamo risalgono solo all'anno 354 (il cosiddetto Catalogo Liberiano) o addirittura al vi secolo (la lista dei Papi contenuta nel Liber Pontificalis).
Sappiamo che la successione apostolica avveniva nei primi tempi in maniera diretta, per scelta personale: Pietro nominò Lino come suo successore, e Lino pare nominasse Cleto (o secondo altri autori antichi un certo Anacleto). Poi venne Clemente Romano, il quale continuò la lotta di Pietro contro l'eresia gnostica scrivendo una famosa lettera alla Chiesa di Corinto: è lo stesso tipo di impegno nel quale si adopererà anche Ignazio di Antiochia, che dunque prosegue la tradizione pastorale di Pietro e di san Clemente.

Clemente morì nell'anno 97, esiliato in Oriente e, secondo la tradizione, gettato in mare con al collo una pesante ancora. Gli successe Evaristo, riguardo al quale sappiamo davvero poco: secondo lo storico Eusebio di Cesarea, vissuto sotto Costantino, il pontificato di questo Papa era avvenuto fra l'anno 99 e il 108 ed era durato otto o nove anni. La durata dei nove anni è confermata anche dal Liber Pontificalis, ma se questo periodo si aggiunge alla morte di Clemente (avvenuta nel 97) si arriva appena all'anno 106, ovvero un anno prima della morte di Ignazio.

Il livello di informazione che le fonti antiche presentano non ci permette di essere più precisi, però salta subito all'occhio che un pontificato molto breve (di un anno se non addirittura mesi) poteva sfuggire benissimo a chi molti decenni più tardi dovette raccogliere le tradizioni per compilare le prime liste dei Papi. E questo in special modo se per qualche motivo, dinanzi a una situazione del tutto anomala, il Papa in quei mesi non aveva abitato in Roma.

Di fatto non sappiamo nulla circa la fine di Evaristo, anche se è estremamente probabile che morisse martire dato il tenore dei tempi. La sua scomparsa nel nulla fa pensare che fu eliminato dalle autorità romane in maniera diversa da un'esecuzione ufficiale, di quelle che lasciavano una traccia forte nella memoria collettiva, come nel caso di altri vescovi o santi.

Se davvero Evaristo un giorno "sparì" dalla circolazione senza aver avuto il tempo di nominare un successore, la Chiesa di Roma si trovò in grave difficoltà perché la successione apostolica rischiava d'essere interrotta. Per evitarlo non c'era che un modo, cioè ricorrere a un uomo che fosse stato scelto da Pietro in persona: così la continuità si manteneva inalterata grazie (per così dire) a un ramo collaterale uscito dalla stessa radice.
Agli inizi del ii secolo l'anziano Ignazio, stando a quanto sappiamo, era l'ultimo vescovo ancora vivo ad aver ricevuto la consacrazione direttamente da Pietro; se così fu, la scelta era obbligata, e la città di Antiochia rappresentava un rifugio abbastanza sicuro trovandosi lontana da Roma.

Possiamo pensare a Ignazio di Antiochia come a un "Papa in incognito", una persona che guidò la comunità dei cristiani in maniera diversa dal solito in un frangente di particolare emergenza?

Quando si rivolge alla Chiesa di Roma, Ignazio non fa il nome di alcun vescovo, proprio come se in quel momento un Papa non ci fosse (oppure si trattasse di se stesso).
Anche il fatto di usare un nome in codice, cioè Teoforo, è qualcosa di unico e la dice lunga sul bisogno che aveva quest'uomo di proteggere la sua identità.
È difficile dire se Ignazio tenesse una specie di reggenza della Chiesa o avesse solo assunto la guida spirituale dei cristiani per ragioni di necessità; forse le due cose non si escludono, perché la Chiesa a quel tempo non aveva certo l'assetto istituzionale che assumerà poi. Lo studio più analitico delle fonti sta dando risposte interessanti e altre darà ancora.
Sta di fatto che nella tradizione cristiana la figura di Ignazio è stata sempre considerata in maniera speciale.

Nell'anno 861 san Cirillo trovò in un'isola della Grecia i resti di Papa Clemente; le ossa furono trasportate a Roma, e Papa Adriano II (867-872) volle che venissero sepolte vicino ai resti di sant'Ignazio di Antiochia. Forse perché i due famosi Padri della Chiesa erano stati anche "colleghi"?
Non lo sappiamo con certezza, però c'è una cosa su cui non abbiamo dubbi: al tempo di Papa Adriano II la Chiesa di Roma possedeva ancora tanti documenti antichi che oggi sono per noi irrimediabilmente perduti."
(©L'Osservatore Romano - 17 ottobre 2008)


[Unica pecca - come suol dirsi in quei lidi: "unicuque suum"!- della giovane storica dell'Archivio Segreto Vaticano sta nel confondere la data in cui "secondo la tradizione" è avvenuto il martirio del Santo antiocheno con la commemorazione liturgica fissata dal (nuovo) Calendario Romano al 17 ottobre che invece deriva dalla commemorazione liturgica della traslazione delle reliquie nella basilica romana di San Clemente.
"Secondo la tradizione" egli morì sbranato dalle fiere il 20 dicembre dell'anno 107:
"Sant'Ignazio, Vescovo di Antiochia e Martire, il quale subì gloriosamente il martirio il 20 Dicembre nella persecuzione di Traiano, fu condannato alle fiere, e spedito legato a Roma, dove alla presenza del Senato, prima fu afflitto con crudelissimi supplizi, poi fu gettato in pasto ai leoni, da cui denti sbranato, divenne ostia di Cristo..."
"Il 17 dicembre la Traslazione di sant'Ignazio, Vescovo e Martire, il quale fu il terzo che, dopo il beato Pietro Apostolo, governò la chiesa di Antiochia. Il suo corpo da Roma fu trasportato ad Antiochia, ed ivi riposto nel cimitero della chiesa, fuori della porta Dafnitica; in quella occasione san Giovanni Crisostomo fece un discorso al popolo. In seguito le sue reliquie furono di nuovo trasportate a Roma, e con somma venerazione riposte nella chiesa di san Clemente, insieme al corpo del medesimo beatissimo Papa e Martire."
Martirologio Romano,1956]

giovedì, dicembre 27, 2007

CASTRUM DOLORIS XII



Entrando nella (già "patriarcale") Basilica romana di Santa Maria Maggiore, definita molto suggestivamente quale "il più antico santuario dela Madre di Dio in Occidente", si è presi dalla profonda impressione di star respirando un'arcaico profumo di cristiana devozione che quasi trasuda dai marmi secolari impregnati dall'incenso delle liturgie che, nell'augusta e più solenne Aula Regia edificata in onore della Madre di Dio nell'Urbe, quotidianamente si susseguono da quando, intorno all'anno 440, la basilica fu donata "al popolo di Dio" per opera della devozione mariana di papa Sisto III (come si legge al vertice del mosaico dell'arco trionfale).

La motivazione prossima dell'erigenda basilica fu quella di rimarcare da parte della Chiesa di Roma la dichiarazioni dogmatiche del Concilio di Efeso del 431, cioè che essendo la persona umana di Gesù di Nazaret, che fu partorito a Betlemme dalla Vergina Maria, la stessa e medesima eterna Seconda Persona della Santissima Trinità ciò significa che veramente (e non solo metaforicamente o per analogia) la madre di Gesù è realmente "Madre-di-Dio".

La basilica sorse sulle rovine di una più piccola chiesa edificata dal Papa Liberio, secondo la nota tradizione nel luogo di una miracolosa nevicata avvenuta sulla cima del colle Esquilino il 5 agosto dell'anno 351 : da qui l'origine della devozione e del culto per la "Madonna della neve".
Il nuovo tempio cristiano fu adornato con le colonne ioniche di marmo pario che originariamente formavano il peristilio del vicino tempio di Giunone Lucina: ovvero la dea romana protrettrice delle partorienti.

Ben presto nella devozione popolare così come del cerimoniale pontificio la chiesa "maggiore" della Vergine Maria in Roma divenne la Betlemme dell'Urbe in cui solennemente si recavano i pontefici il 24 dicembre per presiedere la solenne messa della vigilia di Natale.

Il Liber Pontificalis narra che a causa dell' invasione persiana della Palestina i monaci della Basilica della Natività di Betlemme, per salvare la reliquia della magiatoia in cui era nato Gesù Cristo da sicura distruzione, pensarono bene di mandarla al papa Teodoro I (642-649) già monaco "greco" che prima di giungere a Roma era vissuto presso la comunità cenobitica di Betlemme.
Quei monaci non potevano certo sospettare che dalle distruzione capillare di tutti i santuari cristiani di Terra Santa i persiani avrebbero risparmiato solo la loro Basilica della Natività poichè profondamente impressionati dal mosaico, all'ora presente sulla facciata, che raffigurava i Magi venuti da Oriente abbigliati alla maniera dei sacerdoti persiani del culto di Zoroastro.


Giunta che fu a Roma papa Teodoro ritenne conveniente destinare la reliquia della mangiatoia (per essere archeologicamente più esatti trattasi di parte di una antichissima culla di legno d'acero!) alla chiesa della "Madre di Dio". Perciò nel medioevo la basilica romana fu universalmente nota come Sancta Maria "ad praesepe" cioè Santa Maria presso la mangiatoia.

Difficile districare la storia sacra dalle pie leggende, difficile provare che fu l'arrivo della reliquia a fare di Santa Maria Maggiore un luogo natalizio per antonomasia o fu il contrario come invece sostengono gli antichi agiografi. Il fatto è che nella basilica vi era un precipuo altare su cui i Papi pontificavano la notte di Natale; esso era rivolto ad oriente e racchiuso in un piccolo sacello tutto adorno di sassolini strapati dalla grotta sottostante la basilica di Betlemme e portati a Roma dai pellegrini di ritono dai luoghi santi.
L'altare papale di Santa Maria Maggiore non era nè al centro del presbiterio ne tanto meno "verso il popolo" poichè l'altare era rivolto a quell'Oriente da cui - come dice il vangelo di San Luca- "sorge un sole per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra di morte".


Fino alla fine del quattrocento, all'epoca di papa Sisto IV (1471-84) Santa Maria Maggiore non ebbe un altare al centro del presbiterio ma in compenso ne aveva ben due, uno di fronte all'altro ai lati della navata centrale, esattamente dove adesso si aprono i due grandi arconi che, interrompendo il ritmico succedersi delle due file di colonne, immettono alle due grandi cappelle laterali: la Cappella funeraria di Sisto V (del Santissimo Sacramento) e quella di Paolo V Borghese (dedicata alla Madonna "Salus populi romani").

I due altari erano stati in epoca gotica sormontati da due ciborii, certamente simili seppur più piccoli del ciborio che ancora sovrasta l'altare papale di San Giovanni in Laterano (e simili allo scomparso altare della Veronica nell'antica basilica vaticana).
Mentre il ciborio lateranense regge un tabernacolo ogivale che conserva busti reliquiarii dei due apostoli fondatori della Chiesa di Roma, similmente, nella "basilica liberiana" sopra ad un ciborio era conservata l'icona "Salus populi romani" veneratissima nel medioevo e la cui ostenzione al popolo romano era sempre salutato quale un grande evento. Sopra l'altro altare, l'altare del presepe, era il gotico tabernacolo che conteneva la cassa reliquiario della mangiatoia. Questo tabernacolo veniva aperto solo durante le festività natalizie e la cassa veniva solennemente calata per gli atti di venerazione.
La parte inferiore di questo ciborio che inglobava l'altare papale non deve essere immaginato come uno spazio aperto, a differenza degli altri ciborii dell'epoca, ma esso era chiuso quasi a formare una piccola stanza, anzi una grotta per via delle pietruzze che adornavano i muri.

Papa Niccolò IV nel 1288 incaricò ad Arnolfo di Cambio di adornare la parete di fronte dell'altare del presepe in Santa Maria Maggiore proprio con una raffigurazione scultorea della Natività. Essa è nota come "il primo presepe della storia" perchè mai fino ad all'ora la scena del Natale di Gesù era stata raffiguato per mezzo di sculture (cosa che invece per noi moderni parrebbe lapalissiana).
In realtà si trattava non di "statuine" a tutto tondo ma di un altorilievo marmoreo raffigurante l'ingresso dei tre Magi in una stanza in cui si trova San Giuseppe, il bue e l'asinello e Maria col Bambino. La scultura marmorea era dipinta e decorata con intarsi a mosaico.
In un unico monumento erano racchiusi, pertanto, tre venerandi manufatti in perfetto dialogo armonico: in alto il reliquiario della mangiatoia (in cui sarebbe nato il Redentore), perpendicolarmente in basso l'antico altare su cui i pontefici annualmente ne commmeravano solennemente il ricordo avendo di fronte agli occhi una delle più antiche raffigurazioni della Natività stessa.

L'equilibrio artistico devozionale fu rotto da Papa Sisto V (1585-90), papa urbanista che diede ordine al proprio architetto Domenico Fontana di erigere al lato della basilica paleocristiana una vasta cappella a croce greca sormontata da un'alta cupola. La novella cappella "Sistina" doveva soddisfare a tre finalità: essere cappella funeraria del pontefice regnante, essere Cappella per il culto del Santissimo Sacramento (in omaggio ai decreti tridentini), essere nuovo sacrario per la reliquia della Natività.


Ai piedi del nuovo altare venne scavata una piccola cripta che nella mente del pontefice sarebbe dovuto essere il nuovo sacrario per conservare l' altare medievale del presepe.
Domenico Fontana, cui era riuscito di progettare e realizzare lo spostamento dell'obelisco vaticano dal lato della basilica di san Pietro al centro della piazza, progettò un sistema per segare i marmi, staccare e trasportare in un'unico blocco l'antico altare ed il presepe di Arnolfo nella cripta della vicina cappella di Sisto V. Il trasporto si rivelò più difficoltoso e rovinoso del previsto ed il presepe di Arnolfo di Cambio andò in frantumi.


L'antico altare cosmatesco su cui per secoli i papi avevano celebrato e, nei tempi moderni, davanti al quale San Gaetano ebbe l'apparizione della Vergine che gli poneva il Bambinello tra le braccia dopo avervi celebrato la propria prima messa il 6 gennaio 1517; lo stesso altare che aveva visto celebrare la prima messa sant'Ignazio di Loyola nella Notte di natale del 1538, venne posto nella nuova cripta. Per pala d'altare venne scolpita una moderna natività per nulla rispondente al modello antico mentre i personaggi del presepe di Arnolfo di Cambio, ridotti a statuine, furono posti quasi come reliquie in un vano rettangolare scavato nel muro del corridoio che gira attorno alla nuova cripta.



Venti anni dopo papa Sisto, Papa Paolo V Borghese fece edificare una cappella gemella per meglio onorare l'antica icona della Vegine "Salus populi Romani". Questa, calata per l'ultima volta dal tabernacolo gotico, il 27 gennaio 1613 venne portata processionalmente per le vie di Roma e al suo ritorno in basilica sistemata al centro del maestoso altare della Cappella Paolina.

Quasi cento cinquantanni dopo la basilica divenne nuovamente un cantiere per volontà di Papa Benedetto XIV che, in vista del giubileo del 1750, affidò all'architetto Ferdinando Fuga il "restauro" esterno ed interno del vetusto edificio. Il Fuga pertanto si ripropose di ridisegnare l'assetto del presbiterio. e fece abbattere tutti e tre i ciborii per erigere sopra quattro grandi colonne di granito rosso un magniloquente baldacchino roccocò di preziosi marmi e bronzi dorati.


Per la cassa reliquiario della mangiatoia non venne trovata alcuna nuova collocazione nella rimodernata basilica, pertanto essa venne spostata in un ambiente della Sacrestria dalla quale usciva per essere esposta alla venerazione dei fedeli durante il Tempo Natalizio per poi tornare ad essere negletta per il resto dell'anno. Solo la sensibile indole religiosa di Pio IX venne a porvi rimedio col riproporre in forme maestose la stessa idea di Sisto V. Papa Mastai, infatti, diede ordine al proprio architetto Virgilio Vespignani di scavare davanti all'altare maggiore una "Confessione" cioè una cripta sul modello di quelle presente in San Pietro (e in altre basiliche) per conservarvi le reliquie della mangiatoia che nel frattempo erano state composte in un artistico reliquiario in cristallo ed argento dorato della scuola del Valadier.
La "Confessione" riccamente decorata da intarsi marmorei e pietre dure, fu inaugurata nel 1864 da papa Pio IX. Non senza giusto motivo ivi, di fronte all'altare della Sacra Culla venne poi posto il monumento funerario di Pio IX. Raffigurato in atteggiamento orante l'immagine di Papa Mastai Ferretti indirizza verso il reliquiario la curiosità del turista e l'attenzione del pellegrino.



Ma se nell'ipogeo sotto l'altare papale della basilica di Santa Maria Maggiore il Natale dura tutto l'anno ecco che proprio tra il 24 dicembre ed il 6 gennaio il reliquiario viene solennemente traslato nella sovrastante aula basilicale per un particolare atto di venerazione ed omaggio alla "memoria" del presepe in cui nacque Gesù Cristo.

Il Capitolo liberiano, ovvero i monsignori che formano il clero della basilica di S. Maria Maggiore, nella Natività del Signore dell'anno 2007 dell'Incarnazione ha decretato di non traslare la reliquia a causa degli evidenti segni di "un preoccupante deterioramento" sia dell'urna reliquiario sia del legno contenutovi. Si è voluto non sottoporre il reliquiario agli inevitabili scossoni ed a sbalzi termici. Monsignor Franco Gualdrini, prefetto della sagrestia di Santa Maria Maggiore, ha spiegato che il reliquiario del Valadier risulta seriamente "compromesso" e abbisogna di urgente restauro mentre le cinque assicelle di di legno d'acero appartenenti ad una culla del I secolo circa si stanno sbriciolando: "ci siamo accorti che era necessario un lavoro di analisi e di restauro di questo oggetto tanto caro alla pietà dei romani e di tutti i cristiani".

I fedeli che la notte di Natale 2007 hanno partecipato al solenne pontificale in Santa Maria Maggiore, non potendo venerare la Sacra Culla, hanno avuto la specialissima e singolare possibilità di venerare un'altra reliquia della Natività da moltissimo tempo tolta alla venerazione dei fedeli: il "Panniculum Chisti", il "pannolino" di Gesù. Conservato in un prezioso reliquiario (sempre dono di Pio IX!) trattasi di un brandello di stoffa, di circa 20x15 cm che, secondo la medievale tradizione, sarebbe una piccola porzione delle fasce con cui Maria ha avvolto Gesù Bambino prima di porlo nella mangiatoia.

domenica, agosto 26, 2007

Dialogo ebraico-cristiano /3

Ovvero: 26 Agosto. Memoria liturgica di Santa Teresa di Gesù "nella Trasverberazione del suo cuore"



"Poichè i battesimi dei neofiti costituivano uno spettacolo di grande richiamo per il pubblico, oltre ad essere un'occasione religiosa e un atto di vasta portata politico-ideologica, dei casi più straordinari o eccezionali venivano diffuse descrizioni e relazioni, anche a stampa [...]

Della cerimonia celebrata il 12 marzo 1704 da papa Clemente XI in S.Pietro ci resta una minuta relazione redatta da Francesco Posterla [...]
Ma per capire le ragioni della pubblicazione e del rilievo che, attraverso di essa,era dato all'evento bisogna prima chiarire il contesto più ampio da cui essa uscì.
L'11 marzo 1704, infatti, cioè il giorno antecedente a quello in cui fu celebrato il solenne battesimo fu pubblicata dal pontefice la bolla Propagandae per universum[...]

"L'Istorico Ragguaglio della solenne Funzione fatta nel darsi il Battesimo dalla Santità di Nostro Signore Papa Clemente XI a tre persone ebree alla nostra Santa Fede" iniziava, sulla falsariga del documento papale, con l'esaltazione dello zelo apostolico e evangelizzatore di papa Clemente XI esplicato sia nei confronti di eretico ed infedeli, attraveso le missioni spedite «fino nelle Regioni più barbare, e più remote», sia nei confronti del più vicino popolo ebreo [...]

L'Istorico Ragguaglio ricorda anche la nuova bolla papale emanata l'11 marzo -il giorno prima della cerimonia che si accingeva a descrivere- che aveva ribadito e soprattutto ampliato il decreto cinquecentesco di Paolo III relativo ai privilegi dei neofiti «quanto ai beni temporali», privilegi concessi per facilitare le conversioni «degl'Infedeli, e particolarmente degl'Ebrei». Risulta perciò ulteriormente confermato come il decreto pontificio mirasse proprio a questi ultimi che costituivano il vero nodo della tematica conversionistica.


La sacra liturgia del 12 marzo 1704 riguardava un facoltoso mercante ebreo di Livorno, Angelo Vesino, che si era convertito al cristianesimo insieme con la moglie Bianca e la figlia Anna di quattordici anni.
La relazione era scandita in due parti.
Nella prima, con andamento sapientemente narrativo e con forte uso di colpi di scena e di moduli retorici, si raccontava la storia dei tre neofiti e della "miracolosa" conversione.
Nella seconda parte, invece, lo svolgimento della lunga e complicata cerimonia del battesimo. Entrambe le sezioni della relazione obbedivano tanto alla funzione politico-religiosa di propaganda e di apologia svolti da tali racconti, quanto anche nella loro cifra narrativa di lettura godibile e, nello stesso tempo, edificante rivolta ad un vasto pubblico.
Era evidente, infatti che gli obbiettivi sia delle cerimonie che delle loro descrizioni a stampa erano non soltanto la comunità ebraica da «confondere» con gli esempi e gli incentivie, soprattutto, da convertire, ma anche l'intera comunità cristiana dei fedeli. essa andava consolidata e rafforzata nella fede attraverso il grandioso "teatro" del trionfo della vera religione.



La vicenda della «mirabile conversione» iniziava da Angelo che, si diceva, da molti anni aveva dimostrato forte inclinazione verso la religione cristiana fino a decidersi di convertirsi dopo le pressioni esercitate dal granduca di Toscana in persona, Cosimo III de'Medici, e di un parente del papa stesso. Tuttavia, la moglie e soprattutto la figlia, che «aveva col latte succhiata ogni Ebraica superstizione», si mostravano «ostinate» e rifiutavano di seguirlo nella scelta del battesimo: era così ribadita anche nel modulo narrativo la realtà della maggiore resistenza femminile alla conversione.
Inoltre a conferma dell'ulteriore diffuso e ben noto stereotipo cristiano della «ostinazione» degli ebrei in genere nell'errore e della loro «dura cervice», lo stesso rifiuto venne anche dall'anziano padre David: co lui «fu lo stesso che persuadere uno scoglio, e pregare un'Aspido sempre sordo alle voci, sempre duro all'incanto». Mentre Angelo si trasferiva a Roma ove, accolto con grandi feste e onore dallo stesso pontefice, ricevette la sua istruzione cristiana preso il noviziato dei gesuiti, le donne, pur restando «ostinate», accettarono però di raggiungerlo nell'Urbe per assistere al battesimo e poi tornarsene a Livorno: ma già questo cedimento fu interpretato dal mondo cristiano come un «un occulto lavoro della Divina provvidenza. che le chiamava nel Gran Capo del Mondo e nella Reggia della Cattolica Religione per farle rinascere a Dio».
Provviste per ordine del Granduca di abiti e di ogni cosa necessaria per il viaggio, «per maggiormente disporle ad abbacciare la Fede Cattolica», e dotate di due comode lettighe con accompagnatori, servitori ed altro seguito, le due donne partirono cariche di regali e gioielli. Nel corso del viaggio, mentre la madre accettava di convertirsi, la figli continuò a mostrarsi «pertinace, e costante nella Giudaica superstizione», non accettando neppure di nutrirsi con i cibi che le venivano offerti.

L'ingresso a Roma delle due donne, da Ponte Milvio, si configurò come una vera entrata trionfale, del tutto simile agli ingressi solenni nell'urbe di sovrani e ambasciatori.
La relazione racconta che, per ordine del papa, fu loro mandato incontro un esponente della nobiltà romana, il conte Filippo Rinaldi, maestro di camera del cardinale Sacripante, con carrozze e cavalli e che dunque le due ebree fecero la loro entrata, al tramonto, con un corteo di quattro lettighe, due carrozze, tre calessi, sette soldati e tre servitori. Attraversata in lungo la città, percorrendo l'asse del Corso, furono condotte, per esservi accolte e ospitate, al palazzo del duca Mattei, peraltro assai vicino al ghetto romano.
Restava però il problema della fanciulla «pertinace».


La giovane fu accompagnata in giro per Roma a visitare le chiese della città, «per procurare d'affezionare anche per questo mezzo alla nostra Santa Fede», e finalmente accade il "miracolo".
Infatti, proprio nel «memorabile» giorno anniversario della conversione di S.Paolo, fu condotta alla visita della chiesa di Santa Maria della Vittoria dove le fu innanzi tutto mostrata la miracolosa immagine mariana, detta "della Vittoria", che vi era conservata. L'immagine era quella che, dopo il trionfo della lega cattolica contro i riformati di Boemia e Palatinato nella battaglia della Montagna Bianca (1620), nel corso della guerra dei Trent'anni, era stata portata dalla Boemia a Roma come trofeo.

Successivamente, la giovane fu accompagnata davanti alla famosa statua di Gian Lorenzo Bernini che raffiguta santa Teresa in estasi e trafitta nel cuore dalla lancia dell'angelo, collocata nella cappella Cornaro; davanti ad essa, la ragazza venne esortata alla preghiera.

La giovane ebrea venne così a trovarsi di fronte al tema iconografico più celebre e noto relativo alla santa e che, peraltro, era stato anche raffigurato nello stendardo della canonizzazione del 1622.


Il ruolo delle due immagini per la conversione della fanciulla fu determinante, perchè - racconta l'autore del Ragguaglio- la fanciulla «dalla Vergine Santissima della Vittoria apprese a riportar Vittoria di se stessa, e da Santa Teresa a farsi piagare il Cuore da un santo amore innocente, che allora solamente sa godere quando ferisce».


La dimenzione retorica del racconto, con le sue palesi metafore simboliche, non nasconde però un fenomeno reale e costante nel tempo, fino ad oggi poco indagato, quale quello dell'importanza centrale delle immmagini e della iconografia in genere nelle conversioni.

Se per Teresa - la grande santa della Controriforma fondatrice dell'ordine riformato delle carmelitane scalze e di numerosi conventi femminili, oltre che grande scrittrice- la visione del Cristo sofferente aveva determinato la sanzione definitiva delle grazie mistiche ricevute, così era ora la visione di Teresa estatica e annichilita, sospera tra cielo e terra, tra gioia e sofferenza, ad essere rappresentata come una vera apparizione in grado di accendere la conversione della giovane ebrea."

( Marina Caffiero; Battesimi forzati; Viella)

domenica, luglio 15, 2007

Carenza di Bosforo /4



Nell'udienza di venerdì 6 luglio 2007 accordata all' Eminentissimo Saraiva Martins Cardinale Prefetto della Congregazione per le cause dei santi, il sedici volte Benedetto ha autorizzato la promulgazione dei decrei " sui miracoli di due Beati e cinque Venerabili e riconosciuto le virtù eroiche di otto Servi di Dio. Inoltre Benedetto XVI ha riconosciuto "il martirio dei Beati Antonio Primaldo e Compagni Laici; uccisi in odio alla Fede il 13 agosto 1480 ad Otranto (Italia)".

In realtà già nel 1539 l’Arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua istruì il processo per il riconoscimento del martirio degli ottocento idruntini. Il popolo ne invocava l’intercessione come patroni, particolarmente proprio durante il pericolo di altri assedi (nel 1537 e nel 1644). Il processo canonico si concluse il 14 dicembre 1771 con il decreto del Papa Clemente XIV, che li dichiarava essere Beati.
I beati Ottocento Martiri Idruntini sono Patroni dell’Arcidiocesi e compatroni della città di Otranto, e la loro memoria liturgica si celebra il 14 agosto.
Dal 1711 le loro ossa sono custodite in una cappella della cattedrale, in sette grandi armadi mentre in piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne ancora integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli; sotto all’altare vi è il ceppo della decapitazione.
In quella cattedrale e in quella cappella si recò -il 5 ottobre 1980 - "presso le tombe gloriose dei martiri d’Otranto" Papa Giovanni Paolo II in ocasione del cinquecentesimo anniversario del martirio.

Verrebbe da domandarsi il perchè di questo "tardivo" riconoscimento pontificio. In realtà, essendo quella dei beati idruntini una "causa storica", prima di poter procedere ad una canonizzazione degli ottocento beati, su richiesta dell'Arcidiocesi di Otranto, è stata rifatta l'indagine canonica per stabilire se la motivazione scatenante il massacro degli idruntini nel 1480 fu l'odio alla fede cattolica. Il nuovo processo, sia in sede diocesana sia in sede romana, ha confermando in pieno le conclusioni dell'antico processo di beatificazione ed una "ricognizione canonica" effettuata tra il 2002 e il 2003 ha ribadito l'autenticità delle reliquie.



Il "beatissimo" Foglio di Giuliano Ferrara in data sabato 14 luglio 2007 propone un acconcio articolo vergato da Alfredo Mantovano di cui qui di seguito vi sono amplissimi stralci:
"ALTRO CHE LEONESSA D’ITALIA. COSI’ OTRANTO SALVO’ ROMA.
La Chiesa rende l’onore degli altari agli ottocento martiri che nel 1480 opposero resistenza alle truppe del sultano ottomano. Il suo nome era Fatih. Voleva conquistare la città dei Papi"



"[...] L’esecuzione di massa ha un prologo, il 29 luglio 1480.
Sono le prime ore del mattino: dalle mura comincia a scorgersi all’orizzonte e diventa sempre più visibile una flotta composta da 90 galee, 15 maone e 48 galeotte, con 18 mila soldati a bordo.
L’armata è guidata dal pascià Agomath; costui è agli ordini di Maometto II (1430-1481), detto Fatih, “il Conquistatore”, cioè del sultano che nel 1451, ad appena ventun anni, era salito a capo della tribù degli ottomani, a sua volta impostasi sul mosaico degli emirati islamici un secolo e mezzo prima.
Nel 1453, alla guida di un esercito di 260 mila turchi, Maometto II aveva conquistato Bisanzio, la “seconda Roma”, e da quel momento coltivava il progetto di espugnare la “prima Roma”[...] Nel giugno 1480 valuta i tempi maturi per completare l’opera: toglie l’assedio a Rodi, difesa con coraggio dai suoi cavalieri, e punta la flotta verso il mare Adriatico.
L’intenzione è di approdare a Brindisi, il cui porto è ampio e comodo: da Brindisi progettava di risalire l’Italia fino a raggiungere la sede del Papato. Un forte vento contrario costringe però le navi a toccare terra 50 miglia più a sud, e a sbarcare in una località chiamata Roca, a qualche chilometro da Otranto.
1.Otranto, 1480: assedio alla cristianità.

Otranto era – ed è – la città più orientale d’Italia. Ha un passato ricco di
storia [...] Nella sua splendida cattedrale, costruita fra il 1080 e il 1088, nel 1095 era stata impartita la benedizione ai dodicimila Crociati che, al comando del principe Boemondo I d’Altavilla (1050-1111), partivano per liberare e per proteggere il santo Sepolcro.
Di ritorno dalla Terra Santa, proprio a Otranto san Francesco d’Assisi era approdato nel 1219, accolto con grandi onori. A Otranto, l’11 settembre 1227, era morto a seguito di malaria il langravio di Turingia, sposo di santa Elisabetta di Ungheria.
* * *
Al momento dello sbarco degli ottomani la città può contare su una guarnigione di 400 uomini in armi, e per questo i capitani del presidio si affrettano achiedere aiuto al re di Napoli, Ferrante d’Aragona (1431-1494), inviandogli una missiva.
Cinto d’assedio il castello, nelle cui mura si erano rifugiati tutti gli abitanti del borgo, il pascià, attraverso un messaggero, propone una resa a condizioni vantaggiose: se non resisteranno, uomini e donne saranno lasciati liberi e non riceveranno alcun torto.
La risposta giunge da uno dei maggiorenti della città, Ladislao De Marco: se gli assedianti vogliono Otranto – fa sapere –, devono prenderla con le armi. Al nuncius è intimato di non tornare più, e quando arriva un secondo messaggero con la medesima proposta di resa, costui viene trafitto dalle frecce; per togliere ogni sospetto, i capitani prendono le chiavi delle porte della città, e in modo visibile, da una torre, le buttano in mare, alla presenza del popolo.
Durante la notte, buona parte dei soldati della guarnigione si cala con le funi dalle mura della città e scappa.
A difendere Otranto restano soltanto i suoi abitanti.
* * *
L’assedio che segue è martellante: le bombarde turche rovesciano sulla città centinaia di grosse palle di pietra (molte sono state conservate e sono ancora oggi visibili per le strade del centro storico idruntino, all’ingresso del municipio o a fianco di ristoranti e di negozi).
Dopo quindici giorni, all’alba del 12 agosto, gli ottomani concentrano il fuoco contro uno dei punti più deboli delle mura: aprono una breccia, irrompono nelle strade, massacrano chiunque capiti a tiro, raggiungono la cattedrale, nella quale in tanti si sono rifugiati. Ne abbattono la porta e dilagano nel tempio, raggiungono l’arcivescovo Stefano, lì presente con gli abiti pontificali e con il crocifisso in mano: all’intimazione di non nominare più Cristo, poiché da quel momento regnava Maometto, l’arcivescovo risponde esortando gli assalitori alla conversione, e per questo gli viene reciso il capo con una scimitarra.
Il 13 agosto Agometh chiede e ottiene la lista degli abitanti catturati, con esclusione delle donne e dei ragazzi di età inferiore ai 15 anni.
* * *
2. L’“amore della patria terrena” degli ottocento martiri.

Così racconta il cronista (De Marco): “In numero di circa ottocento furono presentati al pascià che aveva al suo fianco un miserrimo prete, nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede. Costui impiegò la satannica sua eloquenza a fin di persuadere a’ nostri santi che, abbandonato Cristo, abbracciassero il maomettismo, sicuri della buona grazia d’Acmet, il quale accordava loro vita, sostanze e tutti qui beni che godevano nella patria: in contrario sarebbero stati tutti trucidati. Tra quegli eroi ve n’ebbe uno di nome Antonio Primaldo, sarto di professione, d’età provetto, ma pieno di religione e di fervore. Questi a nome di tutti rispose: “Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui”.
Aggiunge un altro cronista (Laggetto): “E voltatosi ai cristiani disse queste parole: “Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della patria e per salvar la vita e per li signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la gloria del martirio”.
A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che più tosto volevano mille volte morire con qual si voglia sorta di morte che di rinnegar Cristo”.
* * *
Agomath proclama la condanna a morte di tutti e ottocento i prigionieri.
Al mattino seguente, costoro vengono condotti con la fune al collo e le mani legate dietro la schiena al colle della Minerva, a poche centinaia di metri dalla città. Scrive, ancora, De Marco: “Ratificarono tutti la professione di fede e la generosa risposta data innanzi; onde il tiranno comandò che si venisse alla decapitazione e, prima che agli altri, fosse reciso il capo a quel vecchio Primaldo, a lui odiosissimo, perché non rifiniva di far da apostolo co’ suoi, anzi in questi momenti, prima di chinare la testa sul sasso, aggiungeva a’ commilitoni che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori; che stessero saldi nella fede e mirassero il cielo già aperto a riceverli.
Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizzò in piedi: e ad onta degli sforzi de’ carnefici, restò immobile, finché tutti non furono decollati.
Il portento evidente ed oltremodo strepitoso sarebbe stata lezione di salute a quegl’infedeli, se non fossero stati ribelli a quel lume che illumina ognuno che vive nel mondo. Un solo carnefice, di nome Berlabei profittò avventurosamente del miracolo e, protestandosi ad alta voce cristiano, fu condannato alla pena del palo”.

Durante il processo per la beatificazione degli ottocento, nel 1539, quattro testimoni oculari riferiscono il prodigio di Antonio Primaldo, che resta in piedi dopo la decapitazione, e della conversione e del martirio del boia.
Così racconta uno dei quattro, Francesco Cerra, che nel 1539 aveva 72 anni: “Antonio Primaldo fu il primo trucidato e senza testa stette immobile, né tutti gli sforzi dei nemici lo poter gettare, finché tutti furono uccisi. Il carnefice, stupefatto per il miracolo, confessò la fede cattolica essere vera, e insisteva di farsi cristiano, e questa fu la causa, perché per comando del Bassà fu dato alla morte del palo” (Laggetto).
* * *
500 anni dopo, il 5 ottobre 1980 Giovanni Paolo II si reca a Otranto per ricordare il sacrificio degli ottocento.[...]Sottolinea che “i Beati Martiri ci hanno lasciato – e in particolare hanno lasciato a voi – due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena; l’autenticità della fede cristiana. Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana”.
* * *

3. Roma “salvata” da Otranto.

Il sacrificio di Otranto non è importante soltanto sul piano della fede. Le due settimane di resistenza della città consentono all’esercito del re di Napoli di organizzarsi e di avvicinarsi a quei luoghi, così impedendo ai 18 mila ottomani di dilagare per la Puglia.
I cronisti dell’epoca non esagerano nell’affermare che la salvezza dell’Italia Meridionale fu garantita da Otranto: e non solo quella, se è vero che la notizia della presa della città inizialmente aveva indotto il pontefice allora regnante, Sisto IV (1414-1484), a programmare il trasferimento ad Avignone (Pastor), nel timore che gli ottomani si avvicinassero a Roma. Il Papa recede dall’intento quando il re Ferrante incarica il figlio Alfonso, duca di Calabria, di trasferirsi in Puglia, e gli affida il compito di riconquistare Otranto: il che accade il 13 settembre 1481, dopo che Agomath era tornato in Turchia e Maometto II era morto.
* * *

Ciò che rende questo straordinario episodio pieno di significato, anche per l’europeo di oggi, è che nella storia della cristianità non sono mai mancate testimonianze di fede e di valori civili, né sono mai mancati gruppi di uomini che hanno affrontato con coraggio prove estreme. Mai però è accaduto un episodio di proporzioni così vaste: un’intera città dapprima combatte come può, e tiene testa per più giorni all’assedio; poi risponde con fermezza alla proposta di abiura.
Sul Colle della Minerva, al di fuori del vecchio Primaldo, non emerge alcuna individualità, se è vero che degli altri martiri non si conosce il nome, a riprova del fatto che non sono pochi eroi, bensì è una popolazione intera che affronta la prova.
* * *
Il tutto succede anche per l’indifferenza dei responsabili politici dell’Europa dell’epoca di fronte alla minaccia ottomana.
Nel 1459 il papa Pio II (1405-1464) aveva convocato a Mantova un congresso, al quale aveva invitato i capi degli stati cristiani, e nel discorso introduttivo aveva delineato le loro colpe di fronte all’avanzata turca; benché nella circostanza venga decisa la guerra per contenere quest’ultima, poi non segue nulla, a causa dell’opposizione di Venezia e della non curanza della Germania e della Francia. Dopo che i musulmani conquistano l’isola di Negroponte, appartenente a Venezia, una nuova alleanza contro gli ottomani, proposta da Papa Paolo II (1464-1471), viene fatta arenare dai milanesi e dai fiorentini, pronti ad approfittare della situazione critica nella quale si trova la Serenissima.
Il decennio successivo, con Sisto IV che diventa pontefice nel 1471, fa assistere all’omicidio di Galeazzo Sforza, duca di Milano, all’alleanza antiromana del 1474 fra Milano, Venezia e Firenze, alla Congiura dei Pazzi del 1478, e alla guerra che ne segue, fra il Papa e il re di Napoli da una parte, e dall’altra Firenze, aiutata da Milano, da Venezia e dalla Francia. “Lorenzo il Magnifico, che aveva ammonito Ferrante di non prestarsi al gioco ed alle aspirazioni degli stranieri, fu proprio lui a sollecitare Venezia perché si accordasse con i turchi e li spingesse ad assalire le sponde adriatiche del Regno di Napoli, al fine di turbare i disegni di Ferdinando e del figlio. (…) La Serenissima, firmata da poco la pace con i turchi (1479), aderì al disegno del Magnifico nella speranza di riversare sulla Puglia l’orda musulmana che da un momento all’alto poteva abbattersi sulla Dalmazia, dove sventolava il vessillo di san Marco. (…) E gli uomini di Lorenzo il Magnifico non esitarono neppure (…) a sollecitare Maometto II a invadere le terre del re di Napoli, ricordandogli i vari torti subiti da questi. Ma il sultano non aveva bisogno di questi consigli: da 21 anni attendeva il momento buono per sbarcare in Italia, e sin allora era stata proprio Venezia, la diretta avversaria sul mare, ad impedirglielo” (Pastor).
* * *

4. La “naturalezza” del sacrificio di
Otranto.

Se la storia non è mai identica a sé stessa, tuttavia non è arbitrario cogliere dai suoi sviluppi analogie e similitudini: esattamente mille anni dopo il 480, anno della nascita di San Benedetto da Norcia, un umile monaco alla cui opera l’Europa deve tanto della sua identità, altri umili interpretano l’Europa meglio e più dei loro capi, pronti a combattersi reciprocamente piuttosto che a fronteggiare il nemico comune.
Quando gli idruntini si trovano di fronte alle scimitarre ottomane, non invocano la distrazione dei re per motivare un proprio disimpegno; forti della cultura nella quale sono cresciuti, pur se la gran parte di loro non ha mai conosciuto l’alfabeto, sono convinti che resistere e non abiurare costituisca la scelta più ovvia, quella in qualche modo naturale.[...]
Per due settimane 15 mila pacifici idruntini hanno bollito olio e acqua, finché ne hanno avuto, e li hanno rovesciati dalle mura sugli assedianti. Quando sono rimasti in vita soltanto 800 uomini adulti e sono stati catturati,[...] ottocento teste
sono state tagliate una per una, senza che all’epoca cronisti politically correct ne abbiano censurato i dettagli; se oggi conosciamo bene questa straordinaria vicenda, è perché chi l’ha descritta è stato preciso e rigoroso.
* * *
Oggi l’Europa è attaccata non – come nell’episodio storico richiamato – da una realtà islamica istituzionalmente organizzata, bensì dall’equivalente di più organizzazioni non governative di ultrafondamentalisti islamici. Tenuta presente questa differenza strutturale, non è fuori luogo chiedersi quanto c’è oggi in occidente, in Europa, e in Italia, di quella “naturalezza” che ha portato una intera comunità “a difendere la pace della propria terra” fino al sacrificio estremo.
Il quesito non è fuori luogo, se si riflette che nella lotta al terrorismo un elemento realmente decisivo è la tenuta del corpo sociale, o comunque di gran parte di esso, di fronte alla minaccia e ai modi più efferati di concretizzazione della stessa. E’ ovvio che la memoria di Otranto non vale soltanto a sottolineare che vi sono momenti in cui resistere è un dovere, ma prima ancora a ricordare a noi stessi chi siamo e da quali comunità discendiamo.
* * *
Vale la pena di ricordare che nel 1571, novant’anni dopo il martirio di Otranto, una flotta di stati cristiani ferma finalmente la minaccia turco-islamica nel Mediterraneo al largo di Lepanto.
Lo scenario europeo non era migliorato: la Francia faceva lega con i principati protestanti per contrapporsi agli Asburgo e si compiaceva della pressione che i turchi esercitavano contro l’Impero nel Mediterraneo; Parigi e Venezia non avevano mosso un dito per difendere i cavalieri di Malta nell’assedio condotto contro di loro da Solimano il Magnifico. Questo vuol dire che la vittori di Lepanto non è stata il frutto della convergenza di interessi politici; al contrario, il trionfo – tale è stato – si è realizzato nonostante le divergenze.

La straordinarietà di Lepanto sta nel fatto che, nonostante tutto, per una volta principi, politici e comandanti militari hanno saputo accantonare le divisioni e unirsi per difendere l’Europa. Questa unione si è certamente realizzata per l’impegno di uomini che non hanno disdegnato il nobile esercizio della leadership – come si dice oggi –, ma soprattutto perché la politica europea del XVI secolo aveva ancora un residuo di visione del mondo sostanzialmente comune, fondata sul rispetto del cristianesimo e del diritto naturale. E se oggi tante testoline allegramente agnostiche girano liberamente, senza essere costrette ad avvolgersi nei burqa, accade anche perché qualcuno a suo tempo ha speso tempo, energie, e anche la propria vita, per la buona causa, dal momento che la vittoria degli altri avrebbe fatto cadere in mani musulmane l’Italia, e forse anche la Spagna.
* * *
5. Otranto, città martire per l’Europa.

[...] Nel dialogo fra Dio e Abramo, Dio mette a conoscenza Abramo dell’intenzione di distruggere Sodoma e Gomorra (Gen, 18, 16 ss). Abramo tenta di intercedere e gli dice: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse ci sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”
Ricevuta l’assicurazione da Dio che, per riguardo a quei cinquanta giusti avrebbe perdonato l’intera città, Abramo va avanti, in una sorta di ardita trattativa: e se ce ne fossero 45, 40, 30, 20, o soltanto 10?
La risposta di Dio è la medesima: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”.
Ma non se ne trovarono né 50, né 45, né 30, né 20, e neanche 10; e le due città furono distrutte.
Questa pagina scritturale è terribile per la sorte di annientamento che prospetta alle civiltà che rinnegano i valori scritti nella natura dell’uomo: è una pagina che è stata dolorosamente riletta tante volte, soprattutto nel XX secolo, di fronte alle rovine del nazionalsocialismo e del socialcomunismo realizzato. Ma è altrettanto confortante per chi ritiene che la centralità dell’uomo e la coerenza con i principi costituiscano non soltanto il punto di partenza, ma pure la strategia per chiunque voglia fare politica.
* * *
Nel 1480 quel brano del Genesi trova un’applicazione particolare: l’Europa, ma in particolare la sua città più importante, Roma, vengono risparmiate dalla distruzione non “per riguardo”, bensì “per il sacrificio” di 800 sconosciuti pescatori, artigiani, pastori e agricoltori di una città periferica. Colpisce che quanto accaduto a Otranto non abbia avuto, e ancora non abbia, il riconoscimento diffuso che merita. La stessa Chiesa ha atteso cinque secoli, e un Pontefice straordinario come Karol Wojtyla, per proclamare “beati” quegli 800.

Il decreto del quale Benedetto XVI ha autorizzato la pubblicazione il 6 luglio 2007 equivale a dire che il “martirio” deve intendersi come storicamente e teologicamente accaduto.
Il 31 luglio il decreto sarà formalmente consegnato all’arcivescovo di Otranto: è la premessa per la canonizzazione, che seguirà quando sarà accertato il miracolo.
La Chiesa, anche quella idruntina, mantiene un doveroso riserbo sul punto, ma tutti sanno che l’intercessione degli 800 di miracoli ne ha già procurati tanti; manca il riconoscimento ufficiale.
I martiri di Otranto non hanno fretta: le loro ossa accolgono chi visita la cattedrale ordinate in più teche, nella cappella situata alla destra dell’altare maggiore. Ricordano che non solo la fede, ma anche la civiltà, hanno un prezzo: un prezzo non monetizzabile, paradossalmente compatibile con l’aver ricevuto la fede e la civiltà come doni inestimabili.
Quel prezzo viene chiesto a ciascuno in modo differente, ma non ammette né saldi né liquidazioni."

giovedì, luglio 12, 2007

Padre Pio in vacanza (della Sede Apostolica)

Ovvero: E' l'ora che Pio...


Il vaticanista Andrea Tornielli animato da soda devozione triveneta ha vergato e pubblicato varie monografie agiografiche tra cui nel 2001 una dedicata a Papa Pio XII "Il Papa degli Ebrei" in risposta polemica ad una laida operetta di uno pseudo-storico inglese dedicato al "papa di Hitler". Del 2007 è invece la biografia "Pio XII. Un uomo sul Trono di Pietro" nella quale Tornielli ha potuto attingere ampiamente ai carteggi della famiglia Pacelli fino a quel punto inediti.

Da un articolo pubblicato sul Giornale di giovedì 12 luglio 2007 s'evidenzia che la passione di Tornielli per le segrete carte riguardanti il "Pastor Angelicus" non s'è quietata dopo la stesura delle biografie pacelliana poichè Tornielli vi proclama "urbi et orbi" l'esistenza di una lettera in cui si dà notizia che san Pio da Pietralcina poche ore dopo il decesso del pontefice "vide" Papa Pacelli nella gloria del Paradiso!

In verità non è il primo caso di rivelazioni di tal fatta: l'agiografia cattolica trabocca di episodi in cui si racconta che il tal santo o la tal santa ebbero per divina disposizione- la chiara percezione della sorte ultaterrena di questa o di quell'altra persona. Evidentemente la pia cuorità si sofferma sulla sorte eterna di personaggi famosi tra cui non poco interesse godono le sorti ultraterrene dei Sommi Pontefici.

La Chiesa nella sua azione pastorale ha nel passato assai utilizzati tali mistici e mortuali exempla per inculcare nel popolo cristiano la dottrina dei Novissimi e per educare i fedeli alle pie pratiche di suffragio delle anime del Purgatorio.
In questa particolare specie di "fioretti" abbiamo quindi due tipologie: la prima è quella di mistici che "in visione" hanno visto l'anima del defunto circonfuso dalla gloria divina (come ad esempio santa Maria Maddalena de'Pazzi che "vide" San Luigi Gonzaga varcare la soglia del Paradiso subito dopo la morte). La seconda, che è anche la tipologia più nutrita, è quella in cui abbondano le apparizioni di anime purganti che si rivolgono direttamente al "veggente" per chiedere suffragi e in special modo celebrazioni di sante messe per essere al più presto liberato dalle pene del Purgatorio (come ad esempio Benito Mussolini che apparve tra le fiamme alla serva di Dio Edvige Carboni chiedendo -con tono irruentemente perentorio- suffragi per la propria anima).

Per quanto poi attiene alla sorte ultraterrena dei Romani Pontefici l'agiografia è assai nutrita (ad esempio: Papa Braschi e papa Wojtyla); Innocenzo III sarebbe apparso a Santa Ludgarda rivelando di essere stato condannato a penare in Purgatorio fino al Giudizio universale.

Anche sulla collocazione ultraterrena di Eugenio Pacelli sin da quell'ottobre 1958 in cui spirò non sono mancate "voci" di private rivelazioni sulla di lui sorte beata ma ciò di cui riferisce Andrea Tornielli acquista una rilevanza particolare poichè si tratta della parola di un Santo canonizzato dall Chiesa Cattolica!
E seppure è vero che la Madre Chiesa non obbliga nessun fedele a credere alle rivelazioni private fossero anche quelle proferite da santi canonizzati e che le "rivelazioni private" debbono essere oggetto di sola "fede umana" e non appartengono pertanto al "depositum fidei". Sarebbe però ben arduo sostenere che una tale "rivelazione" fatta da Padre Pio dovrebbe essere presa colle molle più di altre sue esperienze mistiche per il solo fatto che oggetto della sua "divinazione" sia un Pontefice che -col senno di poi- è considerato poco affine a ciò che viene reputato essere lo "spirito conciliare" (anche Padre Pio era per nulla "ecumenico").

Il 9 novembre 1958, quindi, ovvero nel trigesimo della morte di Pio XII, suor Pascalina Lehnert, la suora bavarese che dall'epoca della sua nunziatura a Monaco di Baviera si prese cura della persona del futuro papa Pacelli, scrisse una lettera indirizzata a San Pio da Pietralcina in cui raccontò all'umile frate della mortale l'agonia del pontefice con la segreta speranza di ottenere dallo stimmatizzato cappuccino una autorevole conferma della fama di santità di cui -già in vita- godeva Pio XII.
La lettera fu scritta in tedesco e allo "Stimmatizzato del Gargano" fu letta e tradotta da padre Domenico da Milwaukee, un cappuccino americano che comprendeva anche il tedesco che era stato dai superiori inviato a San Giovanni Rotondo per aiutare Padre Pio nel disbrigo della corrispondenza proveniente dai cinque continenti.


"...Non possediamo la lettera di suor Pascalina. Ma il tono e le richieste si evincono benissimo dalla risposta che padre Domenico fornisce a nome di Padre Pio qualche giorno dopo, nel testo dattiloscritto con firma originale in calce. Il frate ringrazia la religiosa per aver raccontato le circostanze della morte di Papa Pacelli.

Padre Domenico informa suor Pascalina con queste parole: «Ieri sera, verso le ore 18.45, sono andato nella sua stanza. Non conosco il motivo, ma mi riceve sempre con una particolare amabilità… Poi gli ho detto tutto ciò che lei mi aveva comunicato: la pia morte del Santo padre, il Magnificat (la preghiera di lode a Dio che le suore e i collaboratori di Pacelli recitarono subito dopo la morte del pontefice, ndr), ecc. - e anche la convinzione sua e di altri che egli ora stia contemplando Dio. Padre Pio ha ascoltato tutto con grande stupore».

Poi padre Domenico racconta in quale modo ha posto la delicata domanda che stava a cuore alla religiosa bavarese e cioè quale fosse stato il destino del Pontefice subito dopo il trapasso. «Poi la sua domanda: “Cosa direbbe Padre Pio?”. Ho posto la domanda in questo modo: “Madre Pascalina domanda: che pensa Padre Pio?”. Con un volto quasi trasfigurato egli ha risposto: “È in Paradiso. Lo ho visto nella Santa messa”.
Non mi sono fidato dei miei orecchi e ho chiesto: “Lo ha visto in Paradiso?”. “Sì”, mi ha risposto con un sorriso quasi celeste».

«Cara Madre Pascalina - conclude la lettera - siamo tutti convinti che il Santo padre è un santo. Queste parole di Padre Pio, comunque, sono una conferma gioiosa e piena di consolazione. Come sono lieto di poterle comunicare tutto questo… Ancora una cosa vorrei menzionare: il giorno della morte (di Pio XII, ndr), Padre Pio ha sentito la notizia appena prima della sua Santa Messa. Poiché ogni padre celebra una Santa messa per un Papa defunto, ha potuto subito dire la messa per lui. Forse già lì ha visto il Santo padre nella sua gloria. Durante tutta la messa Padre Pio ha pianto».

Il legame fra il frate stimmatizzato e il pontefice non si era limitato dunque alla vita ma era in qualche modo andato oltre. Questa testimonianza, rimasta per quasi cinquant’anni in un cassetto, è importante, perché rappresenta la «visione» di un santo..."

venerdì, giugno 29, 2007

Accipe Thiaram tribus Coronis ornatam!


In solemnitate Sanctorum Petri et Pauli, anno bismillesimo septimo sono andato a consultare Wikipedia alla voce "Tiara papale" dove si afferma che:
"In occasione della festività di San Pietro e Paolo, il 29 giugno di ogni anno, si usava rivestire della tiara e dei paramenti pontificali la famosa statua bronzea di San Pietro nella Basilica di San Pietro per onorare l'Apostolo di cui i papi si dichiarano successori. Questa usanza è stata abbandonata nel 2006."
Probabilmente quando tornerò sul sito dell'enciclopedia telematica qualche zelante avrà già apportato le dovute correzioni poiche in data 29 giugno 2007 la bronzea statua di san Pietro -universalmente nota per aver i piedi consumati dai baci dei fedeli- indossa come consuetudine il grosso e prezioso triregno solitamente esposto nel "Museo del Tesoro" della Sagrestia della Basilica Vaticana.

L'usanza è stata ripresa quindi? Noi ci domandiamo.
Il problema non ha facile risoluzione poichè mai nessuno aveva dichiarato "papale-papale" l'intenzione di non più coronare il simulacro dell'Apostolo Pietro attribuito ad Arnolfo di Cambio nella solennità liturgica di San Pietro, anzi sarebbe meglio dire nelle solennità liturgiche di San Pietro: il 29 giugno data della commemorazione del martirio ed il 22 febbraio nella commemorazione della "Cattedra di san Pietro".
Tradizionalmente, infatti, in tali date la bronzea statua raffigurante San Pietro in trono, benedice mentre nella sinistra stringe saldamenti al petto le chiavi del Regno dei Cieli, viene vestita con un bianco camice ricamato sul quale è una stola rossa damascata in oro, della medesima preziosa stoffa è l'ampio piviale chiuso sul petto da un spilla "il razionale" di foggia esuberantemente barocca.
In questo preziosissimo guardaroba pontificale non può mancare al collo della bronzea statua una catena d'oro da cui pende una croce pettorale tempestata di diamanti ed un vistoso anello all'indice della negra mano benedicente. Sul capo viene posto un triregno di argento massiccio decorato con perle e pietre preziose.
Or bene, nella festa dei Santi Apostoli patroni dell'Urbe del 2006 la statua venne rivestita come descritto eccetto che per il triregno.
Il fatto, assai marginale in vero, ha fatto ipotezzare che si trattasse del segnale -seppur folkloristico- del più profondo e generale ripensamento del ruolo "più evangelico" del papato romano seguito del Concilio Vaticano II ed alla fine della cosiddetta "era costantiniana". Siccome il cerimoniale pontificio non contempla più l'uso del triregno nemmeno nella cerimonia di inizio del pontificato e dato che Benedetto XVI ha financo tolto la tiara dal suo stemma sostituendolo con la mitra parebbe la conseguenza di una ferrea logica teutonica che: poichè il Romano pontefice, successore di san Pietro e sua vivente immagine nella Storia, non indossa più il triregno devesi concludere che anche tra i simboli pontificali con cui viene per devozione addobbata l'immagini di San Pietro venga abolito il Triregno.

Però ecco che nuovamente in data 22 febbraio 2007 festa della Cattedra di San Pietro la statua opera di Arnolfo di Cambio risultava rivestita di tutto punto (compreso il triregno!) mentre il 22 febbraio dell'anno precedente essa si mostrava nuda di ogni superfluo vestimento nella sua bronzea ieraticità.
Che cosa -o meglio chi- ha provocato la linea di "austerità" nelle manifestazioni di devozione verso l'effige del Pescatore di Galilea nell'anno 2006? E chi invece ha voluto che nel 2007 non solo in giugno ma persino in febbraio si tornasse alla "tradizione"? Infatti il papa è il medesimo Benedetto così come l'arciprete è il medesimo monsignor Angelo Comastri.

Fare illazioni su chi fra papa Benedetto e monsignor Comastri fu nel 2006 più austeramente motivato da ardore per una spiritualità tutta interiore, ed aliena da incrostazioni mondane, non ha molto senso dato che di contro, alla luce di ciò che è avvenuto nel 2007, al medesimo personaggio dovremmo rimproverare una sconfessione del proprio operato e -quel che è peggio!- dei proprii ideali!

Per amor di verità, spetterebbe all'Arciprete prendersi cura dei cimeli spirituali della basilica vaticana; quindi dovremmo imputare a monsignor Comastri la decisione di non addobbare baroccamente il simulacro di San Pietro.
C'è da chiedersi come mai, seppur uomo ascetico che fu amico personale e confidente di Madre Teresa di Calcutta, da arcivescovo di Loreto non ebbe nulla da ridire sulla "dalmatica" della Vergine Lauretana cioè l'abito su cui sono cucite gemme e pietre preziose che riveste la statua della Madonna -pur sapendo benissimo che la Santa Vergine nella casa di Nazaret vestiva assai modestamente-, il medesimo Comastri una volta diventato amministratore della basilica vaticana ha cominciato ad avere simili scrupoli pauperistici?
O forse che, essendo quel 22 febbraio 2006, la prima "cattedra di San Pietro" sotto il "regno" di Ratzinger (e giorno in cui il papa annunciò la sua prima infornata cardinalizia) si sia voluto, non adornando baroccamente l'effige del Principe degli Apostoli, indicare attraverso una politica dell'immagine l'ideale non di monarchia assoluta ma di servizio alla collegialità che Joseph Ratzinger ha del papato (e del proprio pontificato in particolare)? Proseguendo nel medesimo programma didattico il successivo 29 giugno decretando di non opprimene il capo bronzeo di San Pietro sotto il peso dell'argenteo triregno ma lasciando la sua testa circondata solo dal'aurea aureola simbolo della santità?
Però staremmo parlando dello stesso Benedetto XVI che poi indossa sbarazzino il medievale camauro come Giovanni XXIII e si siede con nonchalance sul barocco trono di Leone XIII!
E allora?
Forse da un lato la volontà (del papa o dell'arciprete poco importa) di innovare la simbologia petrina alla luce della sensibilità contemporanea, o forse la convinzione che dell'eliminazione di un superfluo apparato barocco nessuno si sarebbe dato pena; salvo poi, quando ci si è resi conto che in troppi se ne erano accorti e lamentati, di "soprassedere".
A me piace pensare che lo stesso sedici volte Benedetto abbia pensato bene di "soprassedere" poichè anche se una tal manifestazione di devozione barocca non è più in accordo con la sensibilità del XXI secolo essa non è nemmeno dannosa per cui bisognerà pur concordare con l'Apostolo che: "tutto concorre al bene di coloro che amano Dio".

Alla fine mi convinco che (in questa presunta occulta battaglia dei simboli) non c'è nessun retropensiero teologico ma soltanto una certa dose di sciatteria nella gestione della "Reverenda Fabbrica di San Pietro" poichè, se per la gioia dei cattolici conservatori che anelano al ritorno della messa in latino, il ritorno del folklotistico triregno in capo al simulacro di San Pietro sarebbe un buon auspicio, dall'altro lato non saprei che auspici verranno tratti dalla "abolizione" di un'altra inveterata tradizione: nell'anno di grazia 2007 non penzola sotto la loggia centrale di San Pietro la cosiddetta "rete del pescatore" cioè la decorazione floreale a forma di nassa che veniva appesa sul portale principale della facciata della basilica vaticana.
La trama s'infittisce?

lunedì, maggio 28, 2007

CASTRUM DOLORIS, IX

Ovvero: Tutti "Pazzi" per Mary



In occasione del IV centenario della Morte ( 25 maggio 1607) di Santa Maria Maddalena de'Pazzi l'urna che conserva il corpo incorrotto della mistica fiorentina è stata solennemente portata in processione per le vie di Firenze.
Sabato 19 maggio, l’urna con il corpo della Santa è stata traslata dal monastero carmelitano di via dei Massoni a Careggi, dove è conservata da quando nel 1888 fu sfrattata dalle autorità civili dalla "sua" bella chiesa di Borgo Pinti (dove nel corso del ’700 si era trasferito il monastero carmelitano), sino alla Cappella del Seminario arcivescovile, dove la santa ebbe la prima sepoltura.
La sera di domenica 20 maggio, festa dell’Ascensione, il corpo incorrotto della Santa ha percorso con una processione notturna le vie del centro storico fino al Duomo di Santa Maria del Fiore dove, sotto la cupola del Brunelleschi, per una settimana ha ricevuto l'omaggio dei fedeli.

In occasione delle celebrazioni maddaleniane, il sedici volte Benedetto ha inviato una acconcia lettera di felicitazioni al Cardinal Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze mentre nel Seminario arcivescovile fiorentino (Lungarno Soderini, 19) che fu il convento carmelitano di Santa Maria degli Angeli in cui visse e morì la santa è stata ideata una mostra iconografica (gratuita!) aperta dal 19 maggio al 20 luglio 2007 dal titolo: Maria Maddalena de’ Pazzi. Santa dell’“Amore non amato” .

Venerdì 25 maggio nel gaudio quattrocentenario della solennità della festa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi; dopo il Pontificale vespertino in Duomo presieduto dal Cardinale Arcivescovo; alle ore 21 nella "mistica" cornice del Battistero v'è stato lo spettacolo «Venite ad amare l’Amore», ovvero una lettura di testi scelti tratti dalle opere della santa alla quale ha "prestato la voce" l'attrice "redenta" Claudia Koll: beniamina dell'universo clero mercè la sua biografia tanto somigliante con quella di santa Maria Maddalena, quell'altra e più celebre Maddalena però.



Post scriptum:
Anche se "Si può allora dire che Roma è il nome concreto della cattolicità" come ha infatti detto al "Regina Coeli" di Pentecoste il Papa sedici volte Benedetto, nel centro della cattolicità poco sentore si hanno avute delle solennità fiorentine in onore della Maria Maddalena de'Pazzi.
Nella basilica romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini, la chiesa "Nazionale" fiorentina , il secondo altare laterale alla destra di chi entra fu dedicato proprio alla santa fiorentina per volere del papa fiorentino che la beatificò. Sull'altare domina una grande tela che raffigura una delle innumerevelo visioni della Santa in cui la Beata Vergine Maria le fa dono di un candidissimo velo simbolo della grazia del perpetuo e perfetto esercizio della virtù della castità. Orbene, il venerdì 25 maggio -cioè nell'anniversario quattrocentenario!- la cappella risultava assediata da legni e tubi metallici rimasugli di impacature smontate o da montare, mentre l'altare era occultato da una grande tela poggiata verticalmente raffigurante il fiorentino San Filippo Benizi in Gloria: pala d'altare proveniente dalla cappella esattamente di fronte momentaneamente in restauro; ai piedi dei gradini dell'altare un vaso conteneva un piccolo palmizio torto ed essiccato.
Non si vuol negare che nei monasteri carmelitani maschili e femminili dell'Urbe molto si sia pregato e meditato in vista del felice anniversario epperò fuori dai sacri recinti claustrali poco o nulla parrebbe essere trapelato. Anchè perchè nell'immaginario collettivo tra le mistiche carmelitane troneggia incontrastata la santa madre Teresa di Gesù, ma Maria Maddalena de'Pazzi non è santa meno povera di estasi o meno munifica nel descrivere le sue barocche visioni rispetto alla santa di Avila!
Nell'evo contemporaneo una pietà come quella vissuta da Maddalena de'Pazzi non può che sconcertare anche il più benevolo fedele cattolico che si accosti ai resoconti dei suoi deliqui. Per di più, se vogliamo continuare nel paregone con Santa Teresa, mentre i testi della Santa riformatrice del carmelo furono editi ben prima della sua elevazione agli altari invece la Prima edizione di Tutte le Opere di S. Maria Maddalena de' Pazzi la si ebbe nel non lontano 1966 per l'occasione del IV centenario della sua nascita. Per di più la secentesca grammatica fiorentina è assai ostica ed indigesta!
Di questa generale italica disconoscenza del ricchissimo patrimonio di resoconti mistici lasciateci dalla grande monaca carmelitana fiorentina dell'età barocca, forse il grande vantaggio è che, fortunatamente ignorandoli, a nessun regista verrebbe in mente di fare un film su Maddalena de'Pazzi come invece pultroppo e disgraziatamente accade per Teresa de Cepeda y Ahumada!

sabato, maggio 26, 2007

dei Sepolcri, XVI

In occasione delle celebrazioni per il Quarto Centenario della morte del venerabile cardinale Cesare Baronio , la Confederazione internazionale della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri (poichè ogni "casa oratoriana" è autonoma ed indipendente dall'altra) ne ha ufficialmente e solennemente reintrodotto la Causa Canonizzazione. Ragion per cui, preceduta da una “Giornata di preghiera pro Beatificatione”, in data 20 aprile 2007 si è proceduto alla riesumazione dei resti mortali per una solenne ricognizione: "ad iniziativa della Postulazione della Causa e con il consenso del Vicariato di Roma, della Congregazione per le Cause dei Santi e della Congregazione dell’Oratorio Romano.

L’atto si è compiuto (...)nella cripta sotto il presbiterio di S. Maria in Vallicella e nella cappella “interna” di S. Filippo Neri, alla presenza del Rev.mo mons. Gianfranco Bella, Protonotario Apostolico, a ciò delegato dall’Em.mo Sig. Card. Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità per l’Urbe, del Rev.mo mons. Giuseppe D’Alonzo, Promotore di Giustizia, del Cav. Dr. Giuseppe Gobbi, Cancelliere, del dr. Nazareno Gabrielli, perito anatomico.


Aperta la cassa di piombo nella quale nel 1694 i resti venerati del Servo di Dio erano stati collocati in occasione della prima ricognizione, si è trovata la cassetta metallica sigillata che li contiene dal 1960 quando vi furono posti a seguito di un’altra ricognizione effettuata per sistemare le sepolture custodite nel sepolcreto dei Padri (...) Venerando con commozione le Reliquie del Ven. Baronio, il Procuratore Generale vi ha deposto, come omaggio di tutta la Famiglia Oratoriana, una croce d’argento ed ha voluto che la piccola urna, nel trasporto alla cappella interna di S. Filippo, sostasse qualche istante presso l’urna preziosa del Santo Padre dove su tutta la Famiglia Oratoriana è stata invocata l’intercessione di S. Filippo Neri e del suo grande discepolo e primo successore."


"Nell’imminenza della solennità di S. Filippo Neri, si sono concluse le operazioni della ricognizione canonica delle Reliquie del Ven. Card. Cesare Baronio.
Il Protonotario apostolico mons. Bella ha posto i sigilli sulla nuova urna che le racchiude e con una semplice ma partecipata cerimonia essa è stata trasportata nella Cappella Spada della chiesa di S. Maria in Vallicella. Hanno presenziato al rito il Procuratore Generale, il Postulatore della Causa di Beatificazione, alcuni confratelli dell’Oratorio di Roma ed una rappresentanza di fedeli.
Gli umili resti del Venerabile discepolo di S. Filippo Neri, adeguatamente ricomposti ed avvolti, per una migliore conservazione, in tela di lino"
fino al 30 giugno 2007, giornata centenario della morte del venerabile, sono state esposte alla venerazione dei fedeli nella Chiesa Nuova dentro la cappella di San Carlo Borromeo meglio nota come Cappella Spada.


Come denota il loro pessimo stato di conservazione, i resti mortali del venerabile Cesare Baronio nei secoli hanno subito notevoli danni dovuti al cattive condizioni della cripta della Chiesa Nuova: uno spazio cui si accede attraverso una piccola porta sulla destra dell'altare maggiore ed una stretta e ripida scala dalla quale si entra in due locali che si trovano sotto al presbiterio e sotto la cupola.
Lo stato di degrado della cripta è testimoniato da un articolo a firma Locatelli tratto dal mensile "San Filippo Neri - S. Maria in Vallicella - Chiesa Nuova" n.6 del giugno 1923: "...In breve accendiamo delle candele e ci mettiamo per la rapida scaletta che da accesso ad un breve corridoio. Il mistero ci rende per un momento sospetti: varchiamo il regno silenzioso della morte, ma nessun sentore ce ne dà la terribile presenza. C'è solo dell'umidità che gocciola dai muri e buio greve da catacomba.
Adesso scendiamo pochi gradi e ci troviamo in una cella abbastanza grande con due fornici laterali. Quando abbiamo fatto un po' di abitudine con l'oscurità, rotta dalla scialba zona di luce dei cieli, ci si presenta alla vista uno spettacolo che ha del macabro e del pietoso al tempo stesso. Sotto ai nostri piedi scricchiolano fradici rottami di legni e detriti di ossa, sparsi ovunque in terra e a torno su di un muretto di riporto, in fondo a cui è un rozzo altare, ove furono deposte le fragili casse oggi un ammasso di cose informi (...). Con tutto questo i morti, visti così, non fanno terrore: fanno riflettere, questo sì, alla verità del motto Hic pulvis, cinis et nihil. E' uno specchio - possiamo dire - tetro magari, in cui ciascuno di noi può vedersi riflesso, non per cagione di avvilimento, ma per sentirsi cantare nello spirito un'altra sublime verità, che anche divina promessa: Non omnis moriar.
Ecco dei sarcofagi: sono di grosse lamine di piombo, con sul coperchio - vanità delle vanità - leggiadri stemmi gentilizi di nomi incisi su delle targhette con la data della nascita e della morte (...). Notiamo due sarcofagi più piccoli degli altri: chiniamo la candela per leggere: Ossa Caesaris Card. Baronii hic reposita anno sal. MDCIV, e nell'altro: Cineres Franciscii Mariae Card. Taurusii hic collecti anno sal. MDCXCIV.
Sono i due grandi luminari, dopo il maestro Filippo de Neri, della Congregazione dell'Oratorio. Il Baronio successore nel 1607 del santo apostolo di Roma, fu confessore di Clemente VIII, bibliotecario della Vaticana. Fautore degli Annalis ecclesiastici che giungono fino al 1158, inesauribile miniera di notizie cui ampliamente attinse anche Ludovico Muratori. Il Tarugi fu arcivescovo di Avignone, anima pia ed umile tanto che recavasi ad onore di essere stato per 50 anni verso Filippo come un novizio religioso. Si compiva così il voto che leggiamo in un'epigrafe dell'abside del tempio che dice pressappoco questo: "Perché non siano disgiunti nella morte i corpi di coloro, le cui anime furono così congiunte in vita - la congregazione li ha voluti collocare in un unico monumento (...)".


Dopo questa ricognizione furono fatti degli interventi di bonifica perciò nel resoconto della successiva ricognizione delle salme del luglio 1960, come viene raccontato sulla rivista dall'oratorio di S.Filippo Neri del settembre del 1960, la situazione era un poco migliorata:
"Nei giorni 19 e 20 luglio scorsi il sepolcreto è stato accuratamente visitato e sono state identificate una decina di salme, nelle relative casse o in quello che di esse rimaneva. Per le rimanenti spoglie, come per il cumulo degli avanzi ossei della sepoltura comune di congregazione, gli inviati dell'ufficio comunale hanno predisposto la conservazione in loco e la muratura dei locali, mentre il grande vano centrale, che si estende fin sotto l'altare maggiore, sarà nel prossimo mese, completamente ristrutturato.
Frattanto i corpi venerandi dei cardinali Baronio e Taruggi e del P. Virgilio Spada, nonchè degli altri prelati ivi sepolti e riconosciuti, liberati dalle casse di piombo, ormai rovinate dal tempo e dall'umido, ricomposte in urne nuove di metallo e racchiusi in altre urne di pietra, con sopra scritti i nomi dei defunti.
I lavori di muratura e di sistemazione del pavimento saranno svolti prima dell'autunno, così il sepolcreto storico potrà essere comodamente visitato e decorosamente conservato per i posteri.
Le ricognizioni avvenute alla presenza del P. Preposito e di tre padri della congregazione sono state registrate in apposito verbale ed un verbale a parte è stato fatto per le spoglie del Baronio (...). La postulazione, in collaborazione con la Congregazione romana, curerà poi la dedicazione della cappella di S.Carlo alla memoria dei discepoli di S.Filippo, come già da tempo deciso e annunziato."




Nativo di Sora ( quel che a Roma viene definito un "Burino") studiò a Napoli, venuto a Roma per completare lo studio del Diritto divenne penitente di San Filippo Neri e partecipe delle iniziative di gioioso apostolato di "Pippo Buono" fatto di: conversazioni, intrattenimenti musicali e gite "fuori porta", che fu sintetizzato con un parola: "Oratorio".
Poiché nei suoi interventi all’Oratorio prediligeva i temi della morte, delle pene infernali e degli spasimi delle anime purganti, con una delle sue straordinarie intuizioni Padre Filippo gli comandò invece di parlare solo e soltanto della storia della Chiesa: per trent’anni Cesare vi si dedicò, riprendendo dall’inizio, ogni quattro anni, la sua esposizione.

Dopo la morte di San Filippo, che si era sempre opposto, accettò la nomina a Cardinale e fu Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.
Visse poveramente in Vaticano, conservando “in saccoccia” la chiave della sua camera nella "Vallicella" dove ogni quindici giorni si recava a sermoneggiare sempre obbediente al comando di San Filippo. Sentendo avvicinarsi la morte abbandonò il suo appartamento in Vaticano per trasferirsi definitivamente presso i suoi fratelli della "Chiesa Nuova" pesso cui sprirò il 30 Giugno 1607. Trenta cardinali presenziarono al suo funerale (praticamente un conclave dell'epoca) ed una folla immensa di fedeli partecipò alle esequie e per tanta devozione alla salma strapparono vesti e capelli come “si suole in morte di un gran servo di Dio”.
Papa Benedetto XIV riconobbe nel 1745 le virtù eroiche del Baronio e gli conferì il titolo di venerabile. La causa proseguì (e cioè non proseguì affatto) con la solita lentezza di tutte le cause di beatificazione dei membri dell'Oratorio a causa delle vicissitudini storiche (e soprattutto alla mancanza di gerarchia) della congregazione filippina. Finché nel 1968 la Congregazione delle Cause dei Santi diede alla causa del Baronio il "reponatur" proprio mentre il Postulatore P. Carlo Gasbarri aveva già compiuto un notevolissimo lavoro per la stesura e la presentazione della "Positio".