Ovvero: COSE TURCHE! (di Francesco Colafemmina)
«Il Ministro della Cultura turco ha annunciato alla stampa locale che è sua intenzione procedere alla richiesta ufficiale della restituzione delle ossa di San Nicola, venerate nella Basilica Pontificia di Bari.Lo ha fatto in occasione del Meeting degli Albergatori del Mediterraneo, un incontro d’affari, tenutosi ad Antalya, nei pressi dell’antica Myra, città nella quale San Nicola esercitò il suo episcopato e morì intorno all’anno 343 d.C..Il Ministro Ertuðrul Günay ha spiegato ad Hurryet che chiederà all’Italia ed al Vaticano la restituzione delle ossa del Santo, in Turchia chiamato “Noel Baba” (Babbo Natale). Questa restituzione si inquadrerebbe nel tentativo di realizzare un “Museo della Civiltà Licia” a Myra (Demre): “abbiamo realizzato un museo in questa città, ora chiederemo le ossa di Babbo Natale per il museo”, ha affermato il Ministro. D’altra parte – ha proseguito – : “Babbo Natale o San Nicola ha nomi diversi per diverse religioni, pure questo nome appartiene ad un uomo nato a Patara e vissuto a Demre (Myra). Le sue ossa furono rapite intorno all’anno mille da alcuni corsari di una città italiana, Bari. Ora devono ritornare per essere esposte nel loro luogo d’origine.”
.Sono evidenti assurdità quelle pronunciate dal ministro turco che ha accusato i 62 marinai baresi del 1087 di "rapimento corsaro" [...] : come a dire che tutto ciò che è stato su quella terra prima dell'invasione ottomana è da considerarsi senza ombra di dubbio "turco"!
[...]
Il recente richiamo del Ministro della Cultura turco affinché vengano “restituite” alla Turchia le ossa di San Nicola è da inquadrarsi quindi all’interno di questa opera di riscrittura della storia incessantemente operante in Turchia. Non è un caso se questa richiesta è stata preceduta qualche anno fa dalla trasformazione in Museo della chiesa di San Nicola a Myra (Demre). Una trasformazione che ha impedito la possibilità di celebrare messe in quel luogo, come auspicato da una potente lobby pseudo pacifista denominata Santa Claus Peace Council. »
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domenica, gennaio 03, 2010
martedì, dicembre 29, 2009
Carenza di Bosforo / 6
Ovvero: "Il basileus che siede a Costantinopoli vince sempre."
_____ Cecaumeno, Strategikon (XI secolo d.C.)

L’archimandrita Tichon Sevkunov del monastero moscovita della Presentazione al Tempio, è il padre spirituale di Vladimir Putin.
Racconta l'archimandrita: "è venuto da noi in Chiesa, poiché il nostro monastero è situato non lontano dal suo precedente posto di lavoro". Il monastero della Presentazione è, infatti, vicino al palazzo della Lubjanka, sede del Kgb.
L'archimandrita Tichon salì all'onore delle cronache quando nell'anno Domini 2000 si mise alla testa di una campagna contro l'introduzione del codice fiscale considerato come l'apocalittico marchio dell'Anticristo. Ci fu bisogno di un solenne intervento del Santo Sinodo del Patriarcato di Mosca che negò ogni legame tra i codici a barre e il numero della bestia dell'Apocalisse.
Nell'aprile 2002, in un periodo di forti tensioni tra il Vaticano e il Patriarcato Moscovita, la rivista 30 Giorni dava conto di un'intervista al quotidiano Izvestija in cui l'archimadrita Tichon definiva Putin: "un cristiano ortodosso vero, e non solo per modo di dire. Un uomo che si confessa, fa la comunione ed è consapevole della responsabilità che ha dinanzi a Dio per l’alto compito affidatogli e per la salvezza della sua anima". E accompagnando l'ascesa dell'anima di Putin, Tichon Sevkunov è divenuto il punto di riferimento dei "teo-con" russi.
Per lo slavista Adriano Dell'Asta si tratta niet'altro che dei vecchi ideologhi sovietici riciclati: "I neoconservatori rivendicano una parentela con Solzenicyn, ma le loro posizioni sono agli antipodi. Questi autori parlano di espansione della Russia, invece la prospettiva che Solzenicyn indicava al potere era di rinunciare al perseguimento della via imperiale e di rivolgersi a uno sviluppo interno politico e umano, vero ambito della grandezza russa."
Or dunque: telegenico, sorridente, con lunghi capelli chiari raccolti in un codino, e con tanto di diploma in cinematografia, l'archimandrita Tichon in un cortometraggio realizzato nel 2008 con la benedizione del Cremlino, espone e pubblicizza l'ideologia "teo-con" imperialista russa di stampo putiniana. E del resto, l'imperialismo russo -anche quello sovietico- ebbe sempre come proprio ideale l'impero ortodosso di Costantinopoli: si deve a Stalin il potenziamento gli studi bizantini nelle università sovietiche.
Nel proprio saggio "Lo Stato Bizantino" la bizantinologa Silvia Ronkey osservava che non è un caso che la bizantinistica russa sia la più suggestiva del Novecento: "Il sospetto che l'analisi del passato bizantino sia debitrice di un'osservazione del presente sovietico riaffiora continuamente negli studi della generazione che fu annunciata da Levcenko. Il che non ne compromette la validità e lucidità. Anzi, l'attualizzazione dei problemi, la loro proiezione nel presente, ha fatto sì che gli studiosi dell'ex Urss abbiano nutrito verso Bisanzio un interesse meno casuale e meno marginale di altre culture europee."

Propongo di seguito ampli stralci del commento che (la Stampa 25 Marzo 2008), con la perfidia degna di una basilissa, Silvia Ronchei fa delle tesi dell'archimandrita:
« “La distruzione dell’impero: una lezione bizantina” è il titolo del cortometraggio di 45 minuti in cui Sevkunov passa dalle cupole innevate di Mosca a quelle di Santa Sofia a Istanbul e di San Marco a Venezia. Qui, davanti al celebre tesoro che include il bottino della conquista crociata di Costantinopoli nel 1204, il regista-narratore lancia l’accusa centrale: fin dal protocapitalismo delle repubbliche mercantili il rapace Occidente ha dissanguato il millenario impero bizantino, custode dei valori dell’ortodossia e della tradizione antica. Ha arraffato e predato quel che poteva — “Guardate, guardate, qui tutto è bizantino”, mostra Tichon alla cinepresa — per abbandonare poi Costantinopoli all’orda islamica del 1453.
L’equazione è chiara. Lo stesso accade oggi alla Terza Roma, Mosca, erede dell’autocrazia bizantina fin da quando il matrimonio del Gran Principe Ivan III con l’ultima erede dei Paleologhi trasmise al nascente impero russo il DNA di Bisanzio. Ma è altrettanto “genetico”, secondo il film, l’odio antibizantino degli occidentali. Se il primo errore di Bisanzio era stato fidarsi dell’Occidente [...] lo stesso può accadere alla Russia di oggi, insidiata dallo “spirito giudaico dell’usura” che anima il demone del capitalismo americano.
Bisanzio è caduta perché si è lasciata contagiare dalla modernizzazione importata dai mercanti genovesi e veneziani, infiltrare dal “satanico spirito del commercio” e del profitto. Oggi rischia lo stesso la Russia, minacciata dagli imprenditori americani e tradita dagli avidi oligarchi loro alleati.
“Lotta contro gli oligarchi” è chiamata senza mezzi termini la campagna vittoriosa di Basilio II contro i “ricchi e potenti” dell’impero. [...] Perché i veri traditori dell’impero, quelli che lo consegnarono all’Occidente, si annidavano all’interno della classe dominante, esattamente come oggi in Russia. Solo dimostrando che neppure la ricchezza può proteggerli dalla prigione gli oligarchi possono essere domati e trasformati in apparatciki, come nell’XI secolo i “ricchi e potenti” dell’impero erano stati costretti nei ranghi della burocrazia di corte al servizio dell’autocrator.
[...]
Così, mentre Solgenitsin è ormai uno sbiadito revenant che nessuno ascolta, è il fantasma di Stalin nell’immaginario dell’intelligencija, e nei talk show televisivi una vecchia leva di bizantinisti direttamente passati dalla fede nel partito a quella nella chiesa proclama apertamente: “L’Occidente è sempre stato contro Bisanzio così come è oggi contro la Russia”. E mentre nelle librerie di Mosca e Pietroburgo i libri di storia bizantina vanno a ruba, l’antico antioccidentalismo dei grandi reazionari contagia in versione mediatica le masse.»
_____ Cecaumeno, Strategikon (XI secolo d.C.)

L’archimandrita Tichon Sevkunov del monastero moscovita della Presentazione al Tempio, è il padre spirituale di Vladimir Putin.
Racconta l'archimandrita: "è venuto da noi in Chiesa, poiché il nostro monastero è situato non lontano dal suo precedente posto di lavoro". Il monastero della Presentazione è, infatti, vicino al palazzo della Lubjanka, sede del Kgb.
L'archimandrita Tichon salì all'onore delle cronache quando nell'anno Domini 2000 si mise alla testa di una campagna contro l'introduzione del codice fiscale considerato come l'apocalittico marchio dell'Anticristo. Ci fu bisogno di un solenne intervento del Santo Sinodo del Patriarcato di Mosca che negò ogni legame tra i codici a barre e il numero della bestia dell'Apocalisse.
Nell'aprile 2002, in un periodo di forti tensioni tra il Vaticano e il Patriarcato Moscovita, la rivista 30 Giorni dava conto di un'intervista al quotidiano Izvestija in cui l'archimadrita Tichon definiva Putin: "un cristiano ortodosso vero, e non solo per modo di dire. Un uomo che si confessa, fa la comunione ed è consapevole della responsabilità che ha dinanzi a Dio per l’alto compito affidatogli e per la salvezza della sua anima". E accompagnando l'ascesa dell'anima di Putin, Tichon Sevkunov è divenuto il punto di riferimento dei "teo-con" russi.
Per lo slavista Adriano Dell'Asta si tratta niet'altro che dei vecchi ideologhi sovietici riciclati: "I neoconservatori rivendicano una parentela con Solzenicyn, ma le loro posizioni sono agli antipodi. Questi autori parlano di espansione della Russia, invece la prospettiva che Solzenicyn indicava al potere era di rinunciare al perseguimento della via imperiale e di rivolgersi a uno sviluppo interno politico e umano, vero ambito della grandezza russa."
Or dunque: telegenico, sorridente, con lunghi capelli chiari raccolti in un codino, e con tanto di diploma in cinematografia, l'archimandrita Tichon in un cortometraggio realizzato nel 2008 con la benedizione del Cremlino, espone e pubblicizza l'ideologia "teo-con" imperialista russa di stampo putiniana. E del resto, l'imperialismo russo -anche quello sovietico- ebbe sempre come proprio ideale l'impero ortodosso di Costantinopoli: si deve a Stalin il potenziamento gli studi bizantini nelle università sovietiche.
Nel proprio saggio "Lo Stato Bizantino" la bizantinologa Silvia Ronkey osservava che non è un caso che la bizantinistica russa sia la più suggestiva del Novecento: "Il sospetto che l'analisi del passato bizantino sia debitrice di un'osservazione del presente sovietico riaffiora continuamente negli studi della generazione che fu annunciata da Levcenko. Il che non ne compromette la validità e lucidità. Anzi, l'attualizzazione dei problemi, la loro proiezione nel presente, ha fatto sì che gli studiosi dell'ex Urss abbiano nutrito verso Bisanzio un interesse meno casuale e meno marginale di altre culture europee."

Propongo di seguito ampli stralci del commento che (la Stampa 25 Marzo 2008), con la perfidia degna di una basilissa, Silvia Ronchei fa delle tesi dell'archimandrita:
« “La distruzione dell’impero: una lezione bizantina” è il titolo del cortometraggio di 45 minuti in cui Sevkunov passa dalle cupole innevate di Mosca a quelle di Santa Sofia a Istanbul e di San Marco a Venezia. Qui, davanti al celebre tesoro che include il bottino della conquista crociata di Costantinopoli nel 1204, il regista-narratore lancia l’accusa centrale: fin dal protocapitalismo delle repubbliche mercantili il rapace Occidente ha dissanguato il millenario impero bizantino, custode dei valori dell’ortodossia e della tradizione antica. Ha arraffato e predato quel che poteva — “Guardate, guardate, qui tutto è bizantino”, mostra Tichon alla cinepresa — per abbandonare poi Costantinopoli all’orda islamica del 1453.
L’equazione è chiara. Lo stesso accade oggi alla Terza Roma, Mosca, erede dell’autocrazia bizantina fin da quando il matrimonio del Gran Principe Ivan III con l’ultima erede dei Paleologhi trasmise al nascente impero russo il DNA di Bisanzio. Ma è altrettanto “genetico”, secondo il film, l’odio antibizantino degli occidentali. Se il primo errore di Bisanzio era stato fidarsi dell’Occidente [...] lo stesso può accadere alla Russia di oggi, insidiata dallo “spirito giudaico dell’usura” che anima il demone del capitalismo americano.
Bisanzio è caduta perché si è lasciata contagiare dalla modernizzazione importata dai mercanti genovesi e veneziani, infiltrare dal “satanico spirito del commercio” e del profitto. Oggi rischia lo stesso la Russia, minacciata dagli imprenditori americani e tradita dagli avidi oligarchi loro alleati.
“Lotta contro gli oligarchi” è chiamata senza mezzi termini la campagna vittoriosa di Basilio II contro i “ricchi e potenti” dell’impero. [...] Perché i veri traditori dell’impero, quelli che lo consegnarono all’Occidente, si annidavano all’interno della classe dominante, esattamente come oggi in Russia. Solo dimostrando che neppure la ricchezza può proteggerli dalla prigione gli oligarchi possono essere domati e trasformati in apparatciki, come nell’XI secolo i “ricchi e potenti” dell’impero erano stati costretti nei ranghi della burocrazia di corte al servizio dell’autocrator.
[...]
Così, mentre Solgenitsin è ormai uno sbiadito revenant che nessuno ascolta, è il fantasma di Stalin nell’immaginario dell’intelligencija, e nei talk show televisivi una vecchia leva di bizantinisti direttamente passati dalla fede nel partito a quella nella chiesa proclama apertamente: “L’Occidente è sempre stato contro Bisanzio così come è oggi contro la Russia”. E mentre nelle librerie di Mosca e Pietroburgo i libri di storia bizantina vanno a ruba, l’antico antioccidentalismo dei grandi reazionari contagia in versione mediatica le masse.»
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lunedì, dicembre 28, 2009
Carenza di Bosforo / 5
Dall'alto delle colonne della Stampa di domenica 27 dicembre 2009,
con la perfidia degna di una basilissa, la bizantinologa Silvia Ronchey recensisce il saggio del politologo statunitense esperto di strategie militare Edward Luttwak, definendo benevolmente il tomo, tradotto e pubblicato dalle edizioni Rizzoli: "un esercizio di erudizione di più di 500 pagine, in cui prenda a parlare non più dell’impero romano, su cui a suo tempo ha scritto un libro molto discusso, ma di un impero studiato da pochi e conosciuto da ancora meno: l’impero bizantino."
"La grande strategia dell’impero bizantino" è stato un ingegnoso esercizio di attualizzazione della politica bizantina attraverso attraverso cui Luttwak paradgmaticamente interpreta l'insuccesso statunitense nell'esportazione armata della democrazia occidentale nei paesi islamici: "così da spiegare da un lato il fallimento della recente strategia di quest’ultima e predire dall’altro la sua continuazione quale massimo impero mondiale. Ecco che Bisanzio diventa la ricetta per il futuro dell’America[...]".
Per la "basilissa" Ronkey: "L’idea di Luttwak di studiare la strategia di Bisanzio è geniale oltre che attuale, poiché il fantasma di quel millenario impero multietnico aleggia sulle aree geopolitiche interessate dai conflitti del XXI secolo, e non solo su quelli scatenati dalle dottrine strategiche dell’amministrazione Bush — Iraq, Afghanistan, Pakistan — ma di fatto su tutte le zone nella cui odierna proliferazione bellica la strategia militare americana (e non solo) è intervenuta dopo la fine della Guerra Fredda: dai Balcani al Medio Oriente, dalla Mesopotamia al Caucaso.
Per questo, e per molte altre ragioni, le riflessioni di Luttwak sarebbero più che legittime. Se non partissero, tuttavia, da premesse sbagliate.
"Se fa come Bisanzio, l’impero americano durerà ancora a lungo”.
Ma l’America non è mai stata un impero.
Del particolare e peraltro desueto sistema di governo del territorio basato sulla dialettica fra centro e periferie anche remote, dunque sulla reciproca interazione di culture, geografie, etnie, linguaggi, élites, l’America non ha la storia, le tradizioni, l’apertura, che sono state invece proprie di poteri oggi in declino e in passato più o meno funzionali, ma certamente imperiali, come la Gran Bretagna o la Francia, la Turchia o la Russia. Ancora meno ha quelle di Bisanzio.
Conferire all’America status di impero significa da un lato alimentare un equivoco storico e dilatare un paragone incongruo fino al paradosso, dall’altro implicitamente giustificare ex post proprio quel ruolo di invadente gendarme internazionale che è stato causa dei fallimenti e dell’impopolarità dell’amministrazione Bush nel mondo e presso i suoi stessi cittadini.
Oltre all’equivoco di fondo, vari equivoci più circostanziati contribuiscono alla deformazione generale di un quadro che per altri versi Luttwak ha còlto (l’uso delle armi per contenere o punire piuttosto che per attaccare con spiegamento di forze; l’alleggerimento del potenziale militare e l’uso della diplomazia o della “dissuasione armata”; le varie forme di incentivo date agli stati satelliti sotto forma di sussidi, doni, onori, e così via). Ma, ad esempio, affermare che il punto di forza dei governanti bizantini sia stata “la fiducia indiscussa di essere gli unici difensori dell’unica vera fede”, presentare i rapporti con il nascente mondo arabo in termini di accesa contrapposizione religiosa, parlare addirittura, a proposito del califfato, di “offensiva jihadista”, spingersi a considerare “guerre sante” le iniziative militari bizantine — tutti questi sforzi di attualizzazione sono arbitrari e dunque insidiosi.
Non può essere certo paragonato all’islamismo odierno il tollerante e multireligioso mondo arabo ommayyade e abbaside preso in considerazione da Luttwak.
E, anzi, proprio nella periodizzazione si registra il maggior limite del libro, che lo colloca, come quello sull’impero romano, nel peraltro interessante genere dell’esercitazione storiografica praticata dal personale politico di ogni epoca. Nel definire quello che chiama il “codice operativo” della strategia di Bisanzio, Luttwak si basa su una “continuità” effettiva, che tuttavia attinge ai vari periodi in modo incostante. Se avesse approfondito di più l’età macedone, e quella comnena e paleologa, si sarebbe dovuto misurare con paradossi strategici ancora più significativi per il presente: ad esempio, l’ambiguo rapporto tra la potenza marittima bizantina e le repubbliche mercantili, la compenetrazione con i turchi osmani e così via. Come scrive nel suo Strategikon un bizantino dell’XI secolo, Cecaumeno: “Se prendi un libro, leggi tutte le pagine e non limitarti a estrarre solo le cose che ti piacciono di più”.
con la perfidia degna di una basilissa, la bizantinologa Silvia Ronchey recensisce il saggio del politologo statunitense esperto di strategie militare Edward Luttwak, definendo benevolmente il tomo, tradotto e pubblicato dalle edizioni Rizzoli: "un esercizio di erudizione di più di 500 pagine, in cui prenda a parlare non più dell’impero romano, su cui a suo tempo ha scritto un libro molto discusso, ma di un impero studiato da pochi e conosciuto da ancora meno: l’impero bizantino." "La grande strategia dell’impero bizantino" è stato un ingegnoso esercizio di attualizzazione della politica bizantina attraverso attraverso cui Luttwak paradgmaticamente interpreta l'insuccesso statunitense nell'esportazione armata della democrazia occidentale nei paesi islamici: "così da spiegare da un lato il fallimento della recente strategia di quest’ultima e predire dall’altro la sua continuazione quale massimo impero mondiale. Ecco che Bisanzio diventa la ricetta per il futuro dell’America[...]".
Per la "basilissa" Ronkey: "L’idea di Luttwak di studiare la strategia di Bisanzio è geniale oltre che attuale, poiché il fantasma di quel millenario impero multietnico aleggia sulle aree geopolitiche interessate dai conflitti del XXI secolo, e non solo su quelli scatenati dalle dottrine strategiche dell’amministrazione Bush — Iraq, Afghanistan, Pakistan — ma di fatto su tutte le zone nella cui odierna proliferazione bellica la strategia militare americana (e non solo) è intervenuta dopo la fine della Guerra Fredda: dai Balcani al Medio Oriente, dalla Mesopotamia al Caucaso.
Per questo, e per molte altre ragioni, le riflessioni di Luttwak sarebbero più che legittime. Se non partissero, tuttavia, da premesse sbagliate.
"Se fa come Bisanzio, l’impero americano durerà ancora a lungo”.
Ma l’America non è mai stata un impero.
Del particolare e peraltro desueto sistema di governo del territorio basato sulla dialettica fra centro e periferie anche remote, dunque sulla reciproca interazione di culture, geografie, etnie, linguaggi, élites, l’America non ha la storia, le tradizioni, l’apertura, che sono state invece proprie di poteri oggi in declino e in passato più o meno funzionali, ma certamente imperiali, come la Gran Bretagna o la Francia, la Turchia o la Russia. Ancora meno ha quelle di Bisanzio.
Conferire all’America status di impero significa da un lato alimentare un equivoco storico e dilatare un paragone incongruo fino al paradosso, dall’altro implicitamente giustificare ex post proprio quel ruolo di invadente gendarme internazionale che è stato causa dei fallimenti e dell’impopolarità dell’amministrazione Bush nel mondo e presso i suoi stessi cittadini.
Oltre all’equivoco di fondo, vari equivoci più circostanziati contribuiscono alla deformazione generale di un quadro che per altri versi Luttwak ha còlto (l’uso delle armi per contenere o punire piuttosto che per attaccare con spiegamento di forze; l’alleggerimento del potenziale militare e l’uso della diplomazia o della “dissuasione armata”; le varie forme di incentivo date agli stati satelliti sotto forma di sussidi, doni, onori, e così via). Ma, ad esempio, affermare che il punto di forza dei governanti bizantini sia stata “la fiducia indiscussa di essere gli unici difensori dell’unica vera fede”, presentare i rapporti con il nascente mondo arabo in termini di accesa contrapposizione religiosa, parlare addirittura, a proposito del califfato, di “offensiva jihadista”, spingersi a considerare “guerre sante” le iniziative militari bizantine — tutti questi sforzi di attualizzazione sono arbitrari e dunque insidiosi.
Non può essere certo paragonato all’islamismo odierno il tollerante e multireligioso mondo arabo ommayyade e abbaside preso in considerazione da Luttwak.
E, anzi, proprio nella periodizzazione si registra il maggior limite del libro, che lo colloca, come quello sull’impero romano, nel peraltro interessante genere dell’esercitazione storiografica praticata dal personale politico di ogni epoca. Nel definire quello che chiama il “codice operativo” della strategia di Bisanzio, Luttwak si basa su una “continuità” effettiva, che tuttavia attinge ai vari periodi in modo incostante. Se avesse approfondito di più l’età macedone, e quella comnena e paleologa, si sarebbe dovuto misurare con paradossi strategici ancora più significativi per il presente: ad esempio, l’ambiguo rapporto tra la potenza marittima bizantina e le repubbliche mercantili, la compenetrazione con i turchi osmani e così via. Come scrive nel suo Strategikon un bizantino dell’XI secolo, Cecaumeno: “Se prendi un libro, leggi tutte le pagine e non limitarti a estrarre solo le cose che ti piacciono di più”.
giovedì, aprile 16, 2009
LA DIVINA PASTORA [14]
"Superior stabat lupus, longeque inferior agnus" (Phaedrus)Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum
La Molto Reverenda Geralyn Wolf, "vescovessa" episcopaliana (cioè degli anglicani statunitensi) "intronizzata" nel 1996 quale dodicesimo "vescovo" della diocesi anglicana di Rhode Island (USA), è notoria esponente dell'area più "progressive" dell'anglicanesimo (la vescovessa è stata tra i vescovi più favorevoli alla ordinazione del primo vescovo anglicano dichiaratamente omosessuale Gene Robinsons, vescovo del New Hampshire, divorziato e risposatosi col proprio sacrestano).
La vescovessa Geralyn Wolf ha, pertanto, recentemente stupito l'opinione pubblica statunitense per aver espulso dalla comunione anglicana (cioè "scomunicato") una sua "pretessa" rea -incredibile dictu!- di aver deviato dal dogma anglicano [sic!]!
La pretessa Ann Holmes Redding è incorsa nell'eresia sincretista, ovvero, in questo caso: non trovare alcuna cotraddizione tra la professione di fede cristiana (cioè tra quel cristianesimo così come predicato dalla sua Chiesa "progressive") e la professione di fede musulmana. La presbitera Ann Holmes Redding, perciò, dal pulpito evangelizzava i suoi parrocchiani anglicani sulla possibilità di appartenere ad entrambe le fedi, cristiana ed islamica, poichè emtrambe le fedi insegnano che esiste un unico Dio ed a lui solo và reso culto ed adorazione: "Both religions say there's only one God, and that God is the same God. It's very clear we are talking about the same God! So I haven't shifted my allegiance."
Poichè la pretessa islamica è una afroamericana, partendo dalla sua doppia appartenenza etnico-culturale aveva cercato di teorizzare la concreta ed effettiva possibilità che ogni singola persona possa esperimentale la consustanzialità della fede cristiana e musulmana: "I am both Muslim and Christian, just like I'm both an American of African descent and a woman. I'm 100 percent both".
Tutto molto chiaro. Un vero capolavoro teologico della reverenda pretessa che si è concretizzato nella fondazione della (nuova comunità ecclesiale?) "Abrahamic Reunion West" mirante alla ricerca di una vera unità e concordia tra le tre fedi abramitiche. Una vera profetessa dell'ecumenismo e del dialogo che un cristiano progessista dovrebbe solo applaudire, e magari candidare quanto prima alla dignità vescovile.
Ma perchè allora la vescovessa tanto "liberal" da benedire la celebrazione in chiesa delle nozze "gaie" invece si inalbera per il fatto che in una chiesa si fa la lettura delle sure del Corano assieme ai versetti del Vangelo?
Forse a causa delle dichiarazioni della presbitera Ann Holmes Redding in cui dubitava della condizione divina dell'uomo Gesù di Nazareth (o meglio: secondo la quale Gesù avrebbe solo voluto insegnare che in tutti gli uomini c'è "il divino"?
Non credo che ciò basti ad essere scomunicato dalla Chiesa Anglicana: la vescovessa è ben conscia che se dovese cacciare tutti i prevosti che dubitano delle formulazioni dogmatiche dei primi sette Concili Ecumenici si ritoverebbe -lei, Wolf- senza pastori.
Mistero della fede anglicana dove un prete (così come una pretessa) è liberissimo di credere e predicare tutto ciò in cui credevano gli eretici del IV secolo, ma non è libero di giungere alle logiche conclusioni, cioè: se la persona di Gesù Cristo non è l'oggetto della fede cristiana, alla fine della fiera, un monoteismo vale l'altro.
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mercoledì, febbraio 11, 2009
L'Ospizio dei cento preti /1

Ovvero: Da un’articolo dell’orrido Camillo Langone su Il Foglio di martedì 10 febbraio 2008 intorno ai “cattodisidratatori che hanno abbandonato Cristo per adorare la Costituzione”
“…monsignor Giuseppe Casale, il Williamson di Puglia, un altro che fa danni ogni volta che apre bocca.
Noi di Trani lo conosciamo bene: è il classico vescovo democristiano, corrente morotea, lo ascoltavi e ti veniva voglia di diventare missino, brigatista, buddista, tutto meno che democratico e cristiano. Ha convertito all’ateismo migliaia di foggiani.
“Neanche io vorrei vivere attaccato alle macchine come Eluana, anche per me chiederei di staccare la spina”. Di che macchine parla? Non sa niente (la ragazza non viveva attaccata alle macchine!) però parla. Ha un bel dire il cardinal Ruini che “la Chiesa non può consentire – tanto più quando un caso ha rilevanza pubblica – che si rivendichi allo stesso tempo l’appartenenza al cattolicesimo e l’autonomia nel decidere sulla propria vita”.
Qui bisogna passare al fare: degradare i prelati che seminano scandalo e zizzania.
Gesù per gente simile parla di una macina al collo ed un tuffo dove l’acqua è più blu, ma anche Pio XI ebbe un’idea non male: convocò il riottoso cardinale Billot che entrò nello studio papale con zucchetto, anello e croce pettorale e ne uscì senza: semplice prete.
C’è bisogno di umili lavoratori nella vigna del Signore.”
DEVOTIO MODERNA [14]
Ovvero: Dell’omelia - intorno al vangelo della guarigione della suocera di Pietro- pronunziata domenica 8 febbraio 2009 dal reverendo parroco della chiesa romana della Natività di N.S. Gesù Cristo, così come ci viene riassunta dalla divota Nicoletta Tiliacos su “Il Foglio” di mercoledì 11 febbraio 2009:
“Roma. Andare a messa una domenica mattina – due giorni prima che morisse Eluana, sapendo che già non la lasciavano bere da due giorni – e aspettare delle parole del sacerdote un commento a una vicenda che, si sentiva, toccare il cuore di tutti. Si capisce, quando c’è quell’attesa particolare durante la messa, perché sembra che sia diversa anche la qualità del silenzio prima della predica.
Aspettare la parola del sacerdote, dunque, e coprire che effettivamente il parroco è scandalizzato, indignato, arrabbiato come quasi mai abbiamo sentito.
Perché si sta consumando in una clinica di Udine il primo caso di eutanasia in Italia comminato per sentenza, e in assenza di una legge che lo consenta?
Perché una vita che poteva durare ancora anni nella quiete vera dell’amore e dall’accudimento delle suore misericordie è stata innaturalmente spezzata dalla mancanza di acqua e cibo nella Quiete caricaturale dove hanno agito, in perfetta e protetta privacy, i volenterosi volontari di un protocollo di morte?
Perché si è violato quel “dar da bere agli assetati, dar da mangiare agli affamati” che è umanità elementare, prima ancora che cristianesimo elementare?
Ma no. Il parroco è indignato perché, spiega, l’enfasi che in quelle ore si stava dando alla difesa di una “vita vegetativa” era soltanto frutto di una strumentalizzazione della politica. Non si stava infatti varando, in quelle stesse ore la norma infame che prescrive ai medici di denunciare i clandestini?
Il sacerdote dice che la vicenda Eluana Englaro è importante: chi potrebbe negarlo? Ma lo è perché simboleggia il dovere del dubbio, l’importanza del silenzio e della rinuncia a dare giudizi, la necessità di lasciar dire e fare "alla scienza": la sola a poter dire una parola di verità di cui nulla sappiamo e a fare, di conseguenza, le cose giuste. E comunque – reperita iuvat – rimane lo scandalo della persecuzione contro le vite degli immigrati, e il delitto inqualificabile di aver introdotto il reato di immigrazione clandestina. Mentre ci si sta sbracciando per che cosa?
"Per una “vita vegetativa”!”
Non basta: perché chiede il prete furioso, l’arcivescovo di Udine non va al capezzale di Eluana? E speriamo che stavolta non ci sia chi neghi alla povera Eluana Englaro i funerali religiosi, così come furono colpevolmente negati a Welby…

È successo – mi è successo – davvero domenica scorsa, nella parrocchia della Natività a Roma. Una chiesa viva, anche per merito del suo parroco: uomo simpatico, appassionato e amato, sempre pronto a ricordare i doveri concreti della carità, della solidarietà , dell’accoglienza. Un pastore informato e attento; la scorsa settimana aveva chiamato da un’altra città nientemeno che Alberto Melloni, per parlare del Concilio Vaticano II.
Quel prete ha spiegato, durante la predica domenicale, che non vale la pena di scaldasi tanto per una “vita vegetativa”. Ha sostenuto che qualcuno avrebbe addirittura potuto negare ad Eluana i funerali religiosi (ma chi glielo ha detto?). Ha fatto immaginare ai fedeli attoniti un arcivescovo omissivo, un pastore di anime che si rifiuta di andare a trovare la morente (morente per volontà di altri: questo non l’ha detto) a causa di chissà quale astrusa e rigida opposizione dottrinaria (e non perché magari nessuno lo avrebbe fatto entrare, o perché la cosa sarebbe stata considerata intrusiva dal grande club laicista che circondava la famiglia Englaro).
Alla fine della predica – che Dio mi perdoni – ero furiosa pure io. Ho pensato che il parroco legge certamente Repubblica e che avrà apprezzato la posizione del direttore Mauro: la vita deve avere un senso. E che senso ha una vita vegetativa?
Ho pensato che il parroco non legge l’Avvenire, che senza tiepidezze e pacatezze ha chiamato sempre le cose col loro nome: su Eluana c’è stata eutanasia. Ho pensato addirittura che ha qualche ragione Maurizio Mori, comandante in capo della compagnia della dolce morte: il caso Englaro è la nuova breccia di Porta Pia.
Solo che stavolta non si sono visti nemmeno gli zuavi.”
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venerdì, febbraio 06, 2009
CASTRUM DOLORIS, XVIII
Nella notte di martedì 3 febbaio 2008 Eluana Englaro, in stato vegetativo persistente a seguito di un incidente stradale nel 1992, dalla casa di cura "Beato Luigi Talamoni" di Lecco, dove per quindici anni era stata devotamente assistita da Suor Rosangela della Congregazione delle Suore Misericordine di San Gerardo", veniva traslata alla casa di riposo "La Quiete" di Udine, affinchè medici e paramedici volontari, appositamente costituitasi in associazione ad hoc, avessero la possibilità di sospenderle l'alimentazione e l'idratazione, poichè come asserito dal capo-equipe, dottor Amato De Monte: "Eluana è morta diciassette anni fà".
Ovvero: Del suggestivo articolo di Lucia Bellaspiga sull'Avvenire di venerdì 6 febbraio 2009 "NOTTE DI DOMANDE A 'LA QUIETE'. QUELLA TOSSE SQUASSA LE PRIME COSCIENZE", intorno all'agonia di Eluana Englaro.

"Mettiamoci nei suoi panni: un viaggio allucinato e allucinante.
Di notte, su un’ambulanza, lui e lei da soli, costretti dallo spazio angusto a una vicinanza che non era mai avvenuta prima, per ore uno in compagnia dell’altro, muti in due silenzi diversi. Vicini, terribilmente vicini.
Si sono incontrati così, Eluana e il dottor Amato De Monte, e lui ne è uscito «devastato»: per l’aspetto di Eluana – si è detto e ha fatto intuire lui stesso, ma senza spiegarsi mai troppo, lasciando vaghi i contorni della sua «devastazione» – o forse per qualcos’altro che in quel viaggio gli ha ingombrato l’anima come un fastidio sottile e insistente, che lui ha voluto scacciare ma ogni tanto ancora gli torna?
Va, l’ambulanza, incrocia gocce di acqua e neve e i fari di altre vite viaggianti nella notte, ignare di quel carico di vita trasportato a morire, mentre Eluana dorme, perché questo fa di notte, da molti anni.
Avrà vegliato, invece, il dottor De Monte, e quante volte avrà guardato quel sonno forse un po’ agitato dalla mancanza di un letto, sempre lo stesso da quindici anni, del tepore di una stanza, dei rumori e degli odori sempre uguali e rassicuranti, della carezza frequente di una suora?
Poi è arrivata l’alba e un cancello si è inghiottito Eluana, nessuno l’ha più vista se non i volontari e il medico, ancora lui, taciturno con i giornalisti, scuro in volto, sempre frettoloso, anche la sera quando si allontana pedalando sulla bicicletta per le strade di Udine.
«Eluana è morta diciassette anni fa», aveva detto in quell’alba di martedì scorso, lasciando con sollievo l’ambulanza e quella strana compagna di viaggio che l’aveva devastato, lui, medico anestesista e rianimatore che chissà quante ne deve aver viste in vita sua... Ma dopo una notte ne segue sempre un’altra, e un altro confronto con Eluana, che morta non è e quindi si agita... Passa la prima notte, la seconda andrà meglio – si dice il medico – ma così non è, perché Eluana non pare più la stessa, poche ore fuori casa e qualcosa è già cambiato. Tossisce, Eluana. Tossisce?
Sì, tossisce, e di una tosse che squassa i suoi (forti) polmoni ma forse di più l’udito e le coscienze di chi l’ascolta e non sa che fare. Tossisce, si scuote, quasi si strozza e intanto, proprio come farebbe ciascuno di noi, tende e tirarsi su, cerca aria, solleva le spalle ma non riesce. Dove sono quelle mani che a Lecco sapevano sempre cosa fare? Perché non accorre chi immediatamente compiva quel piccolo gesto che dava sollievo?
Eluana tossisce sempre più, una tosse che accenna ad essere ribellione di un corpo, che è richiesta, che è grido. Una tosse che, beffarda, sembra fare il verso a chi dice 'Eluana è morta diciassette anni fa': no, un morto non si agita nel letto sconosciuto.
Gli infermieri-volontari provano di tutto, ma appartengono all’équipe di De Monte, conoscono a memoria il protocollo per farla morire, che ne sanno ora dei piccoli gesti che sono propri di una vita, di quella vita?
Come si gestisce una «morta» che fa i capricci e nel solo modo che conosce pesta i piedi? Dovevano essere devastati anche loro, l’altra notte, se alla fine si decidono a fare il fatidico numero di Lecco e con nuova umiltà chiedono al medico curante di Eluana: come facevate a farla stare bene?
Il dottore deve aver provato a spiegare come mai in quindici anni non era stato necessario aspirare il catarro (l’incubo dei disabili come lei), avrà indicato al collega le mosse da fare, ma il resto non poteva spiegarlo: accarezzatela, osservate il suo respiro e ascoltate il battito del suo cuore – si erano tanto raccomandati da Lecco quella notte lasciandola partire per Udine –, sono i tre elementi che vi porteranno ad amarla... Ma questo nel protocollo non sta scritto e nessuno lo può insegnare. Questo raccontano tra i sussurri dalla «Quiete», la casa di riposo in cui la notte è passata agitata un po’ per tutti.
Inutile invece chiedere conferme alla clinica di Lecco: medici e suore hanno giurato silenzio e quella è gente che ha una sola parola. Tacciono e pregano. Ma a Udine avevano giurato sul protocollo di morte, mentre quella tosse di vita «devasta» già le prime coscienze."
Ovvero: Del suggestivo articolo di Lucia Bellaspiga sull'Avvenire di venerdì 6 febbraio 2009 "NOTTE DI DOMANDE A 'LA QUIETE'. QUELLA TOSSE SQUASSA LE PRIME COSCIENZE", intorno all'agonia di Eluana Englaro.

"Mettiamoci nei suoi panni: un viaggio allucinato e allucinante.
Di notte, su un’ambulanza, lui e lei da soli, costretti dallo spazio angusto a una vicinanza che non era mai avvenuta prima, per ore uno in compagnia dell’altro, muti in due silenzi diversi. Vicini, terribilmente vicini.
Si sono incontrati così, Eluana e il dottor Amato De Monte, e lui ne è uscito «devastato»: per l’aspetto di Eluana – si è detto e ha fatto intuire lui stesso, ma senza spiegarsi mai troppo, lasciando vaghi i contorni della sua «devastazione» – o forse per qualcos’altro che in quel viaggio gli ha ingombrato l’anima come un fastidio sottile e insistente, che lui ha voluto scacciare ma ogni tanto ancora gli torna?
Va, l’ambulanza, incrocia gocce di acqua e neve e i fari di altre vite viaggianti nella notte, ignare di quel carico di vita trasportato a morire, mentre Eluana dorme, perché questo fa di notte, da molti anni.
Avrà vegliato, invece, il dottor De Monte, e quante volte avrà guardato quel sonno forse un po’ agitato dalla mancanza di un letto, sempre lo stesso da quindici anni, del tepore di una stanza, dei rumori e degli odori sempre uguali e rassicuranti, della carezza frequente di una suora?
Poi è arrivata l’alba e un cancello si è inghiottito Eluana, nessuno l’ha più vista se non i volontari e il medico, ancora lui, taciturno con i giornalisti, scuro in volto, sempre frettoloso, anche la sera quando si allontana pedalando sulla bicicletta per le strade di Udine.
«Eluana è morta diciassette anni fa», aveva detto in quell’alba di martedì scorso, lasciando con sollievo l’ambulanza e quella strana compagna di viaggio che l’aveva devastato, lui, medico anestesista e rianimatore che chissà quante ne deve aver viste in vita sua... Ma dopo una notte ne segue sempre un’altra, e un altro confronto con Eluana, che morta non è e quindi si agita... Passa la prima notte, la seconda andrà meglio – si dice il medico – ma così non è, perché Eluana non pare più la stessa, poche ore fuori casa e qualcosa è già cambiato. Tossisce, Eluana. Tossisce?
Sì, tossisce, e di una tosse che squassa i suoi (forti) polmoni ma forse di più l’udito e le coscienze di chi l’ascolta e non sa che fare. Tossisce, si scuote, quasi si strozza e intanto, proprio come farebbe ciascuno di noi, tende e tirarsi su, cerca aria, solleva le spalle ma non riesce. Dove sono quelle mani che a Lecco sapevano sempre cosa fare? Perché non accorre chi immediatamente compiva quel piccolo gesto che dava sollievo?
Eluana tossisce sempre più, una tosse che accenna ad essere ribellione di un corpo, che è richiesta, che è grido. Una tosse che, beffarda, sembra fare il verso a chi dice 'Eluana è morta diciassette anni fa': no, un morto non si agita nel letto sconosciuto.
Gli infermieri-volontari provano di tutto, ma appartengono all’équipe di De Monte, conoscono a memoria il protocollo per farla morire, che ne sanno ora dei piccoli gesti che sono propri di una vita, di quella vita?
Come si gestisce una «morta» che fa i capricci e nel solo modo che conosce pesta i piedi? Dovevano essere devastati anche loro, l’altra notte, se alla fine si decidono a fare il fatidico numero di Lecco e con nuova umiltà chiedono al medico curante di Eluana: come facevate a farla stare bene?
Il dottore deve aver provato a spiegare come mai in quindici anni non era stato necessario aspirare il catarro (l’incubo dei disabili come lei), avrà indicato al collega le mosse da fare, ma il resto non poteva spiegarlo: accarezzatela, osservate il suo respiro e ascoltate il battito del suo cuore – si erano tanto raccomandati da Lecco quella notte lasciandola partire per Udine –, sono i tre elementi che vi porteranno ad amarla... Ma questo nel protocollo non sta scritto e nessuno lo può insegnare. Questo raccontano tra i sussurri dalla «Quiete», la casa di riposo in cui la notte è passata agitata un po’ per tutti.
Inutile invece chiedere conferme alla clinica di Lecco: medici e suore hanno giurato silenzio e quella è gente che ha una sola parola. Tacciono e pregano. Ma a Udine avevano giurato sul protocollo di morte, mentre quella tosse di vita «devasta» già le prime coscienze."
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