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sabato, giugno 27, 2009

Vite Parallele /17

Ovvero: Dell' arguta esposizione, ad opera di Stefano Di Michele sul Foglio di sabato 27 giugno 2009, intorno alle concordanze semiserie tra le vite del "Re Sole" e di Silvio Berlusconi (nell'era di Patrizia D'Addario).


"Bisogna diffidare di se stessi, sorvegliare le proprie inclinazioni e stare sempre in guardia contro la propria natura"
(Memorie di Luigi XIV)

"Quando si assume un ruolo come questo la vita cambia. I cattolici la chiamano Grazia dello Status..."
(Silvio Berlusconi, primavera 1994)



" Dell’inizio.

Si comincia così: c’era (una volta) un re. Poi si continua così: e c’è (ancora) un presidente del Consiglio. Uno era francese, l’altro è italiano; quello si chiamava Luigi, questo Silvio. Il primo fu noto (e una certa notorietà, diciamo, ha ancora) come il Re Sole; il secondo più democraticamente ondeggia tra Presidente Operaio e Presidente Imprenditore – e a tacer del resto. Ma un primo indizio – traccia labile, impronta leggera, criptico enigma: sorta di “Codice da Arcore” – che riconduce il rutilante Silvio all’abbagliante Luigi del XVII secolo è possibile rintracciarlo nell’antica raccomandazione che il Cavaliere usava indirizzare ai seguaci: “Bisogna sentirsi con il sole in tasca!”. [...]
L'intreccio tra l'uomo che protesse Moliere e quello che valorizzò Apicella corre di secolo in secolo: passione per passione, atto per atto, fobia per fobia.
La grandeur come un laurà de la Madona.

Dell'inizio, avec Dieu.

Alla nascita avvenuta nello stesso mese di settembre, pur se in anni diversi, s'intende: il 5 per il francese, il 29 per l'italiano - il piccolo Luigi fu subito appellato Dieudonnè o Deodatus: insomma, Dio c'è l'ha dato. "Si disse anche - scrive Antonia Frazer ne "Gli amori del Re Sole" (Mondadori)- che il sole era eccezionalmente vicino alla terra, come per salutare il futuro sovrano", praticamente alla portata della tasca del futuro Presidente del Consiglio.
Nel momento in cui vide la luce il piccolo Silvio, nessuno ebbe pubblicamente una tale opportuna prontezza di riflessi, ma in seguito il richiamo all'Unto del Signore ha perlomeno, prima di qualunque finale di partita, riallineato nella volontà celeste i due destini. Fatto sta che Luigi mai venne in mente di farsi chiamare, neanche per scherzo (e mica aveva manifesti da fare stampare ad ogni elezione) Re Operaio o Re Villano. Fu Deodatus e Sole, e basta. La funzione di Unto quindi si applica meglio alla società moderna.

Della nobiltà della caduta (dei capelli).

"Il Re, quindi, a venticinque anni portava i capelli lunghi, sparsi sulle spalle e sulla schiena, com qualche ciocca a tirabaci sulla fronte: ed è in questo modo che Le Brun l'ha dipinto, come un re galante, che il Bernini l'ha scolpito, come un eroe, e sempre in questo modo che Nocret o Werner l'hanno rappresentato, come l'Apollo: perché un Dio può anche essere nudo, ma non avere i capelli corti. Così nel quadro Luigi XIV scopre il petto ma non il cranio. Orbene, il Re fu colpito, poco dopo che Le Brun l'ebbe dipinto, da una calvizie precoce. Suo nonno Enrico si sarebbe adattato. Il suo avo Francesco avrebbe potuto inaugurare per due o tre secoli un'Europa rasata. Luigi scelse la parrucca. Che l'avrebbe avuta vinta su tutte le capigliature." Questo è possibile leggere nel bel libro di Philippe Beaussant "Anche il Re Sole sorge al mattino" (Fazi).
E ciò letto, è possibile intendere quale fraternità, quantomeno tricologia, possa ancora a distanza di secoli legare Sovrano e Cavaliere nella dura tenzone contro l'avanzata delle calvizie.
non avendo Sua Maestà a disposizione copertine di Panorama, doveva necessariamente ricorrere alla bravura dei mastri parrucchieri di corte, e del resto Berlusconi non può certo entrare a Palazzo Chigi con in testa un trionfo di boccoli e cipria. Dunque una comune pena che attraversa i secoli e travalica le Alpi. La guerra ai capelli (intesa come all'assenza degli stessi) unisce simbolicamente il Donato e l'Unto: ove Luigi innalzò la parrucca, Silvio impiantò nuovo pelo; dove uno si protesse con la regalità, l'altro scelse la bandana. La sommità della testa appare il punto più vulnerabile, e insieme il più considerato, dai due uomini di Stato.
Se le Chevalier ha avuto modo di lodare il pettinino a maglie fitte, che meglio valorizza la deprecabile penuria, le Roi fece infinitamente meglio. "La parrucca si vede, deve vedersi. Cessa di essere un ripiego, un riempitivo, diviene un ornamento. Si afferma come parrucca e non si dissimula più come capelli finti. Poiché Luigi XIV era il Re Sole avrebbe fatto della parrucca il segno della sua grandezza e il suo lascito al mondo(...) Di un trucco, Luigi faceva una verità, e ogni uomo degno di questo nome avrebbe portato ormai sulla testa un giardino all'italiana, invece di un semplice orto" (Beaussant "Anche il Re Sole sorge al mattino").
Così dovrebbe funzionare un maggioritario ben fatto. Nell'indeterminatezza attuale, Silvio invece non riuscirebbe ad imporre un tirabaci nemmeno al ministro Ronchi: identica volontà tricologica, condizioni politiche troppo diverse.

Della danza, della musica e di altre sciocchezze

Protettori entrambi delle arti - da quella di La Fontaine a quella delle Veline, dal canto alla danza - tanto Luigi quanto Silvio hanno dato prova di eccellenza, pur nelle mutate situazioni. Le gazzette reali del XVII secolo sapevano certamente apprezzare e raffigurare gli sforzi reali. Ecco il resoconto di un ballo del sovrano: "Senza pari eleganza! Gloriosissima andatura! Quale mai del ciel creatura si vedrà a sua somiglianza?"
Per Silvio, nelle vesti di appassionata vocazione di stornellatore apicelliano,le cronache sono state incomprensibilmente più caute pur vantando egli un intero cd. Anzi ecco l'Espresso che lo visualizza in giacca bianca "come Tony Manero" in compagnia di Simon Le Bon e bone varie mentre al microfono attacca con "L'ultimo amore", subito dopo si catena in pista al grido di "Gioca juer".
Ma come Silvio si traveste da John Travolta, Sua Maestà si abbigliava come Giove, come Alessandro, come Apollo, "quando danza Apollo è se stesso, ed è se stesso che espone agli sguardi di chi assiste" - comunque sempre lucente Sole, "con jetès-batùs, tombès-batùs, scivolate a capo, passi in controtempo" - una faticaccia che si fa prima a far ministro la Brambilla.
In soli nove anni dal 1661 al 1670, si registra nel volume di Beaussant, "il Re Sole danza una dozzina di balletti, in tutto ventinove ruoli". Parimenti, quando canta con Apicella, la stessa identica cosa si può dire di Silvio,"è se stesso ed è se stesso che espone agli sguardi di chi assiste". Chi assiste è la corte - che sempre una corte accompagnò il real ballerino nei suoi balli non meno del presidente canterino nei suoi acuti.
Nessuno dei due nega protezione all'arte e agli artisti.
Stoico il tentativo del Signor Presidente di portarne illustri rappresentanti nelle istituzioni, storica la battuta con cui Sua Maestà avvertì Molìere dei malumori dei bigotti per le sue commedie: "Non irritate i devoti, è gente implacabile".

Della presa del potere e della salita sul predellino

Il 10 Marzo 1661 Luigi XVI che è già re da quando aveva cinque anni - ora ne ha ventidue ed ha ancora i capelli - prende il potere. Letteralmente, come racconta un vecchio bellissimo film televisivo di Roberto Rossellini: appunto "La presa del potere da parte di Luigi XVI". Quasi un colpo di Stato. A favorirlo la morte del cardinale Mazzarino, potentissimo primo ministro.
Scriverà in seguito nelle sue memeorie: "La morte del cardinale mi obbligò a non differire più quello che desideravo e insieme temevo da tanto tempo: la presa del potere". Per lo storico Pierre Goubetr di questo si trattò: "tutto rimase come prima, non cambiò nulla, tranne l'uomo che era al comando".
Il cadavere del cardinale primo ministro è ancora caldo. I potenti del regno -cancelliere, ministri, nobili- si affollano attorno al giovane re cercando di sapere chi sarà il successore. "A chi dovremo rivolgerci ora, maestà?" E quello: "A me!"
Li convoca nella camera della regina madre: "Voi mi aiuterete con i vostri consigli, quando ve lo domanderò... Signori vi diffido dal firmare anche un solo salvacondotto o passaporto senza mio ordine; vi ordino di rendere conto ogni giorno a me in persona, e di non favorire nessuno dei vostri incarichi..." E dunque: "Ora voi sapete le mie volontà. Tocca a voi adesso, signori, eseguirle".
Ha scritto Guido Gerosa nel suo "Il Re Sole" (Mondadori): "Diventavano dei sorvegliati speciali dopo aver goduto per anni di un potere e di un'autonomia illimitati".
Silvio III (ma è sempre lo stesso) prese il potere (o almeno ci provò) il 18 Novembre 2007. Ha già settantun anni, è stato già due volte primo ministro, ha già dei nuovi capelli. Più prosaicamente - non disponendo né di un castello né di un cadavere di cardinale né di ministri da intimorire - sale sul predellino di una macchina a piazza San Babila e annuncia che sta per arrivare il terremoto: scioglimento di Forza Italia, un partito nuovo "per tutti quelli che ne vogliono far parte". Perciò: chi c'è c'è.
[...]

Della Corte e dei cortigiani

Dell'inutilità di tante chiacchere e di troppi poteri intorno, le Chevalier non ne è meno convinto di quanto lo fu le Roi. E se Luigi pose a fondamento del suo potere la riduzione della nobiltà a Corte, dei potenti del regno a cortigiani - tutti trasferiti in massa nello splendore abbagliante e inutile di Versailles, costretti a combattersi tra di loro per un sorriso o un posto a tavola accanto al sovrano, oziosi e rammolliti, ridotti a spettatori di un'altra grandezza- Silvio ha sempre avuto ben chiaro (e avendo ben presente il teatrino della politica) che se voleva combinare qualcosa gli seviva un partito di nome ma non di fatto, una classe dirigente delle più varie attitudini e intelligenze, ma sempre con gli occhi puntati sull'Apollo di Arcore.
[...]

Del cardinal Giulio e del cardinal Gianni

A due prelati di gran classe, tanto il Re di Francia quanto il primo Ministro d'Italia, devono le loro fortune. Quello di Luigi era in tonaca reale (anche se poco praticata: "Si dice che il Signor Cardinale voglia diventar Papa e che per questo scopo si farà prete", si ironizzava quando cominciò a circolare la voce che il cardinale Giulio Mazzarino mirasse al papato), e se per lunghi anni cercò di mantenerlo in una sorta di limbo adolescenziale, negli ultimi mesi, prima di morire, fu fondamentale nell'indicare al giovane Re come sopravvivere politicamente e come radicare il suo potere. Gli lasciò persino il suo intero patrimonio, immenso - denari,abbazie, titoli e centinaia e centinaia di capolavori d'arte.
"Era un ministro assi abile e assai accorto che mi amava e che io amavo, e che mi aveva reso grandi servigi ma i cui pensieri e i cui modi erano naturalmente molto differenti dai miei". Parole che al Presidente vanno bene anche per il suo personale cardinale - non in tonaca reale ma di sicuro praticata: Gianni Letta.
I due non potebbero essere più diversi, e pure se Letta fu una volta ripreso in calzoncini mentre lo seguiva in una corsetta salutista, preferirebbe chiaramente trovarsi più in una Casa del Popolo che a Villa Certosa. Ma nonostanti tali differenze non è un caso che Silvio l'abbia così consacrato agli occhi della nazione: "è un dono di Dio all'Italia". Ma principalmente è un dono di Dio al Cavaliere, per non finire ramingo tra Capezone e Quagliariello. Come Mazzarino fu dono di Dio (poi che Dio lo sapesse e tutta un'altra questione) per il suo Re.

Della villa e del castello

Sia Sua Maestà che Sua Eccellenza hanno cercato di creare un luogo di stupori
...

mercoledì, giugno 24, 2009

Vite Parallele /16

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro , sul Foglio di mercoledì 24 giugno 20O9, fanno panegirico del commentatore giornalistico più influente d'Italia.
Ovvero: "CAPOVOLGETE BORDIN A RADIO RADICALE E AVRETE PADRE LIVIO A RADIO MARIA"


"Lungi dal voler essere irriverenti, se si definisce "programma di culto" una trasmissione condotta da un sacerdote, lo si fa solo per rendere omaggio alla realtà in linguaggio corrente. Perché non si può dire nulla più obiettivo a proposito del "Commento alla stampa" di padre Livio Fanzaga, in onda tutti i giorni su Radio Maria alle 8.45.
Se il maturo professionista ferma la macchina e manda subito qualche decina di sms per avvisare che padre Livio le ha cantate come bisognava cantarle, se la casalinga le suona verbalmente secondo i canoni di padre Livio al marito laicizzato, se il camionista radioamatore catechizza i fratelli di onde corte con le ultime di padre Livio sulla bioetica, allora siamo al cospetto dì un "programma di culto". Se poi il clero progressista butta fanghiglia sul "Commento" di padre Livio e mostra disprezzo verso i cristiani-infanti che lo ascoltano tutte le mattine, allora siamo al cospetto di un "programma di culto" e pure cattolico.

Chi non avesse ancora un’idea di che cosa siano padre Livio e il "Commento alla stampa" di Radio Maria, deve andare su Radio Radicale, prendere Massimo Bordin e il suo "Stampa e regime" e poi capovolgere con decisione.
Padre Livio sta al Papa come Bordin sta, o forse stava, a Pannella. Lo si può verificare nel giro di tre quarti d’ora: appena terminato il "Commento" su Radio Maria, ci si sintonizza su Radio radicale, dove sta andando in onda la trentesima replica di "Stampa e regime", e se ne avrà la prova.
Classe, professionalità e, dedizione da vendere in entrambi i casi, una spanna sopra tutte le altre rassegne. Poi, però, bisogna scegliere e ci spiace per Bordin, ma noi scegliamo senza indugio il direttore di Radio Maria.

Il "Commento" di padre Livio è qualche cosa di veramente unico nelle frequenze radiofoniche in quota a parrocchie, diocesi e associazionismo cattolico, dove, quando va bene, si moraleggia o si spiritualeggia. Il motivo di questa differenza è presto detto. Intanto, perché Radio Maria non appartiene a nessuna diocesi, a nessun movimento religioso, a nessuna conferenza episcopale.
A tenerla in piedi sono gli ascoltatori, che la sostengono versando il loro libero contributo. Padre Livio aggiungerebbe che la radio vive se piace alla Madonna. E poi, questa emittente è unica perché in una radio cattolica difficilmente si trova qualcuno che legga veramente i giornali e non solo Avvenire, e quando questo pure avvenga, si finisce sempre per parlare di ecologia, di sociologia, di psicologia, per dare in testa al consumismo e, naturalmente, a Berlusconi. A meno che non si sia scelto di ritrarsi dal mondo, che è così brutto perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, si estinguono le foche monache, è invaso dai centri commerciali e, naturalmente, è governato da Berlusconi.
Così si è formato un popolo
Da una ventina d’anni, padre Livio ha scelto un’altra strada, quella che il cattolico aveva fruttuosamente percorso prima di praticare la cosiddetta opzione spirituale: giudicare la storia, la politica e la cronaca alla luce del Vangelo e del Magistero della chiesa, E, quando è necessario, dare anche un buon cazzotto in testa a chiunque se lo meriti, fosse anche Berlusconi, ma non per partito preso.

Padre Livio è un prete che non ha alcun pregiudizio clericale contro il centrodestra. E questa, scusate se è poco, è già una notizia. Il direttore di Radio Maria non ha paura di sistemare sulla graticola le derive laiciste del cattoprogressismo e di quanti lo rappresentano nel mondo politico. Peccato gravissimo, secondo lo svirilizzato mondo cattolico contemporaneo che non osa nemmeno chiamare omicidio l’aborto e si appresta a benedire un compromesso legislativo sul testamento biologico che porterà diritto filato all’eutanasia. Peccato gravissimo per uno svirilizzato mondo cattolico abituato, quando è tosto, a giudicare il mondo secondo l’ultima circolare della Conferenza episcopale invece che secondo i Dieci comandamenti. Eppure, questa lettura, diciamo pure brutale secondo i canoni correnti, ma diremmo franca secondo quelli perenni, dà frutto.

Con gli anni, attorno a Radio Maria e al suo "Commento alla stampa" si è formato un popolo cattolico che ha preso gusto a ragionare cattolicamente e a farlo in pubblico. Se in un luogo di lavoro uno si alza a difendere la chiesa o il Papa durante una discussione, otto volte su dieci è un ascoltatore di Radio Maria. Oppure appartiene a un movimento apertamente cattolico, certo: ma le due cose spesso si sovrappongono.
Padre Livio fa, via onde medie, quello che facevano i parroci fino a qualche decennio fa con omelie, catechismo e conferenzine. Forma il laicato che, una volta uscito di chiesa, ha il compito di testimoniare la sua fede nel mondo argomentando e resistendo. E lo fa con un di più perché, attraverso Radio Maria, si formano anche tanti sacerdoti usciti un po’ stortignaccoli da seminari che, magari, hanno le piscine per attirare i giovanotti, ma scarseggiano di dottrina quando li devono mandare a nuotare in mare aperto.
Un operato come quello di padre Livio, lo svirilizzato mondo cattolico d’oggi lo chiama clericalismo e non capisce che è il suo esatto contrario.
Non si troverà mai in castagna il direttore di Radio Maria su argomenti opinabili. Sui tassi d’interesse, il pil, il ponte sullo Stretto di Messina, le beghe per la composizione delle liste elettorali, padre Livio sa di poter dire solo ciò che pensa in proprio. E siccome sa anche che questo, con tutto il rispetto, interessa sì e no i suoi ascoltatori, di solito se ne astiene.

Coloro che gli danno del clericale, invece, quando intervengono nel mondo da cattolici, lo fanno proprio sull’opinabile, massimamente sulla composizione delle liste elettorali. E misurano il loro successo sui punti percentuali di cattolicità di una legge fatta approvare dal politico sponsorizzato fin dentro le aule di catechismo. Clericali che vivono e si alimentano di "male minore" e di "maggior bene possibile", mentre la rassegna stampa di Radio Maria tiene la rotta guidata da una sola stella polare: il bene. Il bene e basta, senza aggettivi e senza sconti comitiva.
E’ difficile immaginare padre Livio computare i punti percentuali di cattolicità davanti a una legge strombazzata dalla stampa laica come una nuova conquista di civiltà, Basta ascoltarlo quando le polemica entra nel vivo. Un vero e proprio spettacolo che rinfranca tanti sani cattolici dopo anni trascorsi con rassegnazione sulle panche a sorbirsi omelie che, in nome del dialogo col mondo, non dicevano più nulla di cattolico. In questi casi, il direttore di Radio Maria dà il meglio di sé perché usa volentieri uno strumento caro a Gioppino, la maschera della sua terra bergamasca: il randello.
Mettetegli sotto il naso un editoriale di "Repubblica" o dei "Corriere" sulla famiglia o sul testamento biologico e ne sentirete delle belle. Perché l’uomo è così, ha uno spirito rustico, che magari non farà ridere i salotti radical e clerical-chic, ma lascia il segno.

Detto questo, non bisogna pensare che padre Livio ritenga, come sosteneva Hegel, che la preghiera del mattino dell’uomo moderno sia la lettura del giornale. No: padre Livio Fanzaga prega in cappella, celebra la Messa e dopo, solo dopo, legge i giornali. Forse, proprio per questo non moraleggia e non spiritualeggia. Legge i giornali alla luce del Vangelo e non il Vangelo alla luce dei giornali.
In due parole, è cattolico."

domenica, gennaio 27, 2008

ADVERSUS HAERESES, XII


Ovvero:
"O papa Bonifazio,
eo porto el tuo prefazio
d'emmaledizione
e scommunicazione."


Era il 20 aprile dell'anno 1303 quando, in solenne concistoro, Papa Bonifacio VIII emanava la bolla "In Supremae praeminentia Dignitatis" con la quale istituiva lo Studium Urbis , ovvero l'Università di Roma che poi avrebbe assunto il nome di "Sapienza". Papa Caetani faceva rientrare la decisione difondare una Università a Roma tra i suoi doveri pastorali di Vescovo: "alla Città delle città , cioè alla città di Roma, che la clemenza divina ha costituito capitale del mondo, Noi riserviamo un'interesse tanto più attento in quanto in essa la Provvidenza celeste ha principalemte stabilito la sede del Nostro ministero apostolico e consolidato i fondamenti della Chiesa".

Nello stesso giorno Bonifacio VIII emanava un'altra bolla con cui confermava l'elezione fatta dai principi tedeschi dell'imperatore Rodolfo d'Asburgo e in tale bolla riaffermava la dottrina della preminenza del potere spirituale su quello temporale, ammonendo: "Noi possimo dire arditamente che se tutti i principi del mondo fossero oggi alleati contro di Noi e contro questa Chiesa saremmo sempre Noi a detenere la verità e per la forza della verità Noi non arretreremmo. Noi non consideriamo [i suddetti principi] più che un fuscello di paglia".

Interessante notare che invitato a parlare alla Università della Sapienza in occasione delle celebrazioni ufficiali per l'apertura del settecentocinquesimo anno accademico, Benedetto XVI ha preparato una allocuzione tutta incentrata intorno ai due temi trattati congiuntamente dal suo antecessore di imperitura memoria all'epoca della stessa fondazione della Sapienza, cioè il ruolo e i compiti dell'Università ed il ruolo ed i compiti del Papa:
"...che cosa può e deve dire il Papa nell'incontro con l'università della sua città?
Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell'università?"


Ma il preventivo, e quanto mai volgare, schiaffo mediatico dei professori del dipartimento di Fisica, non tanto all'autorità pontificia di Papa Benedetto ma alla intelligenza di professore universitario di Joseph Ratzinger, ha consigliato al sedici volte e vieppiù ragionevole Benedetto di non compiere in data 17 gennaio 2008 quel pubblico segno di stima e rispetto per la "laica" Università della Sapienza, al fine di evitare che l'assembramento dei "sapienti" contestatori della "Libertas Ecclesiae" fosse per gli studenti, causa oltre che di danni intellettuali, anche causa di danni corporali.


La contestazione alla presenza fisica di un Romano Rontefice alla cerimonia accademica è stata difesa in nome della laicità dell'Università, in quanto Università statale, di quello stesso laico Stato italiano le cui massime cariche istituzionali avevano accolto -ossequiato nonchè plebiscitariamente applaudito- un papa nell'aula del Parlamento a Camere riunite!

Essendo il Papa un'autorità religiosa, che governa i fedeli con argomenti dogmatici non criticabili col metodo scientifico, pertanto, nonostante il mondo sia pieno di Università pontificie, la presenza della Sua Santità avrebbe significato un'onta per il prestigio internazionale dello scientifico lavoro accademico dei professori e studenti tutti.

Contestando poi quelli che hanno sostenuto che essendo il Pontefice anche un Capo di Stato avrebbe dovuto essere accolto con la cortesia che la diplomazia impone, si è ribattuto altresì che proprio essendo Benedetto XVI "un sovrano straniero" egli non avrebbe dovuto intervenire in un consesso che con la politica non ha nulla a che fare e men che meno con la qualsivoglia ideologia politica e religiosa! Poi però al Corriere della Sera del 16 gennaio 2008 l'adamantino professor Marcello Cini confessa: «Ho passato gran parte della mia vita concentrandomi sul comunismo e sulla fisica. Ora viviamo in un mondo in cui non c'è il comunismo e non c'è la fisica».

Forse è troppo candido chiedersi quale attentato per la libertà di coscienza degli uomini e per la democrazia dei popoli rappresenti l'esistenza stesa del Papato?
Un atteggiamento veramente laico (e non ideologicamente prevenuto) dovrebbe prendere serenamente atto del fatto che la Santa Sede agisce (ed ha sempre agito) "opportune et importune" nel campo internazionale con l'autocoscienza di rappresentare una autorità morale. Pertanto ogni italico e provinciale scandalizzato piagnisteo per l'ingerenza del Vaticano nella sfera politica, appare strumentale nonchè ideologicamente anacronistico dato che la Santa Sede ha sempre perseguito l'opera di intervento nella sfera sociale (anche durante quel lungo periodo tra il 20 settembre 1870 e l'11 febbraio 1929 in cui fu priva del potere temporale).
Non solo, proprio nel dopo Concilio c'è stato un'aumento vertiginoso del riconoscimento diplomatico del ruolo della Santa Sede da parte degli Stati delle più disparate parti del Mondo proprio perchè, venute meno le aprioristici motivazioni ideologiche, si è dovuto francamente riconoscere l'indiscusso ruolo planetario del Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica:
"questa comunità della quale il Vescovo si prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità.
Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa - le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità
."



I più ragionevoli hanno apologizzato che Benedetto XVI doveva essere accolto in quanto professore emerito di degnissime università statali tedesche ma dall'empireo del dipartimento di Fisica si è aristocraticamente risposto che il professor Ratzinger essendo professore di Teologia si occupava di propagandare dottrine dogmatiche perciò non criticabili con i parametri della "vera" scienza.

Ora, da tali argomentazione parrebbe evidente concludere che da parte dei professori del dipartimento di Fisica c'è un sostanziale pregiudizio non tanto e solo verso la superstizione religiosa ma verso tutto lo scibile umano non classificato e classificabile dalle scienze naturali e matematiche.
Oltre lo sfoggio di pose da ottocentesco anticlericalismo positistico, gli "scienziati" de La Sapienza non hanno fino in fondo confessato che per loro le "Scienze umane", ampiamente studiate presso la Sapienza stessa, sono pseudo-scienze, non potendo usufruire dei medesimi parametri veritativi delle scienze esatte.
Conseguenza inevitabile di un simile forma mentis è la ragion per cui nella vexata qaestio dell'invito al Papa essi presuppongono che, all'interno del corpo accademico,le loro argomentazioni e valutazioni contarie alla visita papale dovessero avere un peso esponenzialmente superiore al parere del resto dei docenti.

La presunzione che li ha spinti fino ad ignorare completamente gli assunti del contemporaneo dibattito epistemologico, svela così il loro immortale odium anche quando, abbandonati i toni ottocenteschi, si camuffa da dottrina del pluralismo culturale che definisce la laicità come: il neutro terreno su cui ogni diversità può esprimersi in libertà nel rispetto dell'alterità.
Dispiace poi che l'applicazione pratica di queste larghe dottrine si riduca a plaudire al diniego a lasciar parlare il Papa in un ambiente laico al fine di evitare l'impressione che il mondo accademico approvi le pontificie e cattoliche tesi a tutto discapito e discrimine degli altri orientamenti culturali, religiosi ed ideologici. Per questi novatori del multiculturalismo (ed inventori dei una nuova categoria dello spirito quale :"l'arte dell'arredamento delle aule magne") il modello alto cui ispirarsi sarebbe una specie di Maurizio Costanzo show, o una sua mimesi.

Essendo quella della Chiesa Romana una voce del della contemporanea e secolarizzata società pluralista si sarebbe dovuto invitare il Sommo Pontefice ad una tavola rotonda con gli esponenti delle altre religioni. Purltroppo una volta assolto al tributo del politically correct rimarrebbe totalmente insoddifatta la domanda sostanziale, ovvero quello del diritto del Pontefice romano di esprimersi intorno alla categoria del "Vero" ed al concetto di "Verità"! Poichè il papa, il rabbino, il mufti, il bonzo e lo sciamano, messi attorno ad un tavolo, potranno dire delle cose classificabili come Teologia, filosofia o anche sociologia, poesia e filologia, ma per i professori del dipartimento di Fisica e per i loro seguaci, nè la teologia, nè la filosofia, nè la sociologia, nè la letteratura non sono vere scienze in quanto non rispondono appieno allo scopo di definire "la verità" e che sarebbe pertanto il campo su cui regna sovrana solo la scienza matemantica, fisica e chimica.

Invece, per il professore emerito Joseph Ratzinger (e per tutti coloro che non hanno trovato controproducente il suo ingresso nella cittadella romana del sapere scientifico) tutti i risultati dello sforzo della ragione umana sono degni di rispetto e di tale proposizione l'esistenza stessa delle Università ne è il corollario.
Ebbe a dire nel famigerato discorso all'Università statale di Ratisbona: "nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa."

La laicità dello Stato pertanto non può nè deve essere confuso con la pretesa imporre l'agnosticismo alla società e alla cultura come ha ben espesso il Presidente francese Nicolas Sarkozy nella sua allocuzione ai notabili mussulmani durante il suo viaggio ufficiale in Arabia Saudita: "In quanto capo di uno stato che si fonda sul principio di separazione tra chiesa e stato, ho il dovere di fare in modo che ciascuno, che sia ebreo, cattolico, protestante, musulmano, ateo, massone o razionalista (...) si senta libero, si senta rispettato nelle proprie convinzioni, nei propri valori, nelle proprie origini. Ma ho anche il dovere di preservare l’eredità di una grande storia, di una cultura e, oso la parola, di una civiltà. E non conosco paesi la cui eredità, la cui cultura, la cui civiltà non abbiano radici religiose. In fondo a ogni civiltà c’è qualcosa di religioso, qualche cosa che viene dalla religione. Forse ciò che vi è di universale nelle civiltà è l’aspetto religioso. Sono le religioni, malgrado tutti i misfatti che hanno potuto essere perpetrati in loro nome, che ci hanno insegnato per prime i principi della morale universale, l’idea universale della dignità umana, il valore universale della libertà e della responsabilità, dell’onestà e della rettitudine."



Insomma il Papa recandosi alla Sapienza aveva deliberatamente l'obbietivo di corrompere le menti dell'augusto uditorio riaffermano che l'uso della Ragione non può mai prescindere dalla formulazione di una qualsivoglia impostazione metafisica: "Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga" come ha sostenuto garibaldinamente il fisico Cini.

Degna di nota la posizione dei cari fratelli protestanti italiani per bocca dell'autorevole pastore Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia che così ammonisce le "pecore matte":
"Il Papa non è un semplice accademico che sostiene tesi controverse o formula ipotesi non condivise da pochi o da molti. Il Papa parla di valori non negoziabili, non formula ipotesi; pretende di esplicitare la verità; si pronuncia non come esponente di una delle varie religioni e confessioni presenti sulla agorà, ma come esperto di umanità in grado di indicare i fondamenti dello Stato e i criteri di una corretta laicità. Il Papa pretende di sapere per tutti noi come si debbano rettamente coniugare fede e ragione. Se vogliamo, il Papa è anche l’ultimo sovrano assoluto per diritto divino. Benedetto XVI bolla la ricerca del pensiero scientifico e filosofico della modernità “post-cristiana” come dittatura del relativismo. Cioè pronuncia una drastica censura nei confronti di quello che è lo spirito della ricerca libera e senza presupposti che spero presieda all’insegnamento nelle nostre università. Benedetto XVI persegue, con grande intelligenza, una strategia di rimonta nei confronti della società laica e pluralista."

Una novella islamica racconta che il buon Gesù diceva sempre bene di tutti tanto che un giorno volgendo lo sguardo sulla fetida carogna di un cane ebbe a lodare la bianchezza dei denti. Il buon pastore valdese non lesina di riconoscere la "grande intelligenza" del sedici volte Benedetto. E visti i tristi tempi non appare affatto pleonastico il riaffermare che al Pontefice l'intelleto ed il ragionamento non difettano! Appare comunque sconsolante che da simili pulpiti si faccia un ritatto caricaturali di una Chiesa e del suo Papa per il fattio che: "Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e lá da qualsiasi vento di dottrina, appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni."

Ma per il sedici volte e vieppiù raziocinante Benedetto, avere una fede chiara, sifnifica avere anche fiducia nella forza della Ragione che chiarifica, purifica, illumina ed addita il "quid est veritas". Perciò in virtù di tale dede e di tale fiducia può aferanare: "Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono.

Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile.
(...)Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità"


martedì, dicembre 11, 2007

Benedictus benedicat IV

Sive: "Spe salvi"



"Hai visto l'ultimo Spiritual Journal?", chiese a voce bassa il numero 1 al numero 2.
Il numero 2 l'aveva appena letto.
"Articolo davvero notevole", disse il numero 1, "quello sul letto di morte del papa".
"Nessuno è irrecuperabile", rispose il numero 2.
"Ne ho sentito parlare, ma non l'ho visto", disse il numero 3.
Pausa.
"Di che cosa parla?" chiese Reding.
"Di papa Sisto XVI", disse il numero 3; "pare che sia morto da credente".
Sensazione. Charles sembrava volerne sapere di più.
"Il Journal la dà per certa, la notizia! disse il numero 2;
"Mr O'Niggins, Presidente della Associazione degli opuscoli, Settore della conversione dei preti romani, era a Roma durante la sua ultima malattia. Chiese un'udienza al papa, che gli fu concessa. Cominciò subito della necessità di cambiare il cuore, di credere nell'unica speranza che hanno i peccatori, e di lasciar perdere ogni mediatore umano. Gli annunciò la buona novella, assicurandogli che era perdonato. Lo mise in guardia contro la fandonia della rigenerazione battesimale; poi, procedendo ad applicare la parola, lo esortò, seppur all'undicesima ora, a ricevere la Bibbia, tutta la Bibbia e null'altro che la Bibbia.
Il papa ascoltava con grande attenzione, mostrando molta emozione. Alla fine espresse a Mr O'Niggins la sua ardente speranza che loro due non sarebbero morti senza trovarsi nella stessa comunione, o qualcosa di simile. Dichiarò inoltre, cosa stupefacente, che poneva tutta la sua speranza in Cristo, "fonte di ogni merito", diceva: espressione davvero notevole".

"In che lingua hanno parlato?", domandò Reding.
"L'articolo non lo dice", rispose il numero 2; "ma sono sicuro che Mr O'Niggings conosce molto bene il francese".
"A me non pare" disse Charles, "che le ammissioni del papa siano più grandi di quelle che fanno continuamente certi membri della nostra Chiesa, che però vengono accusati di papismo".
"Ma a loro vengono estorte", disse Freeborn, "mentre quelle del papa sono volontarie"."Questi qui tornano dentro le tenebre", disse il numero 3; "il papa invece veniva verso la luce".
"Nel papista autentico tutto va interpretato nel senso migliore", disse Freeborn, "ma nel seguace di Pusey tutto va interpretato nel senso peggiore. E' questione di carità e di buon senso".

"Ma non è tutto", proseguì il numero 2; "convocati i cardinali, dichiarò che desiderava dal profondo del cuore la gloria di Dio, che la religione interiore era tutto, e che senza la contrizione del cuore le forme non servivano a niente, e che sperava di essere presto in paradiso - con questa frase, notate, negava la dottrina del purgatorio".
"Salvato in tempo, mi auguro", disse il numero 3.

"S'è detto spesso", disse il numero 4, "anzi, l'idea ha colpito anche me, che il modo migliore per convertire i cattolici romani è quella di convertire per primo il papa".
"Metodo sicuro, nulla da dire", disse Charles sommessamente, temendo di aver detto troppo; ma nessuno colse la sua ironia.

[John Henry Newman, romanzo "Perdita e Guadagno"]

giovedì, settembre 20, 2007

vite parallele /14

Ovvero: Lo chiamavano "bocca d'oro".


Era il mercoledì 19 Settembre 2007, ed era trascorsa meno di una settimana dal mille e seicentesimo anniversario della morte di San Giovanni Crisostomo "Arcivescovo di Costantinopoli", quando il sedici volte Benedetto nella consueta udienza generale volle tracciare ai pellegrini convenuti nel "Foro petriano" un breve profilo del santo Padre della Chiesa antica, essenso la Storia della Chiesa il filo conduttore scelto da Benedetto XVI per le sue catechesi del mercoledì.

Nel considerare la prima parte della vita del Santo (cioè precedente alla sua elevazione sulla cattedra costantinopolitana) descrivendo i suoi natali antiocheni; la sua formazione e vocazione sacerdotale; l'essere un così grande predicatore che gli valse l'appellativo di "Chrysostomos" ovvero "Bocca d'oro"; il sedici volte Benedetto non ha trovato di meglio che additare ad esempio di tanta somma sacra eloquenza i ventidue sermoni quaresimali che l'allora prete Giovanni tenne all'irrequeto popolo di Antiochia in seguito alla rivolta detta "delle statue":
"Il 387 fu l’“anno eroico” di Giovanni, quello della cosiddetta “rivolta delle statue”. Il popolo abbatté le statue imperiali, in segno di protesta contro l'aumento delle tasse."

A questo punto il Pontefice sedici volte e vieppiù Benedetto ha alzato gli occhi dai fogli ed ha aggiunto la glossa: "Si vede che alcune cose nella storia non cambiano!"
Gli italici pellegrini abbracciati dal colonnato del bernini e solleticati dall'arguzia del teutonico umorismo hanno applaudito e - mentre tutte le agenzie di stampa annunciavano "urbi et orbi" che il papa "ha fatto la battuta!"- il Pontefice "ccioiosamente" regnante ha proseguito:
"In quei giorni di Quaresima e di angoscia a motivo delle incombenti punizioni da parte dell'imperatore, egli tenne le sue 22 vibranti Omelie sulle statue, finalizzate alla penitenza e alla conversione."

La "battuta" ratzingeriana seppur formalmente ecumenica (poichè a nessun cittadino di qualunque fede, di qualunque nazionalità e di qualunque periodo storico, piace pagare troppe tasse), è stata interpretata dai vaticanisti italiani come un sibillino commento alla situazione socio-politica del "Bel Paese" mille e seicento anni dopo la morte del Crisostomo.

In illo tempore. L'euforia per la fine dell'era Berlusconi -a seguito delle elezioni politiche del 2005- nel "popolo della sinistra" durò ben poco a causa dello sconfortante spettacolo della continua litigiosità tra partiti eterogenei che -accantonato con estrema nonchalance il programma elettorale- continuamente disputavano su quali dovessero essere le "vere" priorità dell'azione governativa senza approdare a nessun provvedimento che potesse essere sensibilmente esperimentabile dal cittadino quale utile giovamento.
Di contro ad un aumento del numero dei ministri e sottosegretari senza precedenti nella storia della Repubblica c'è stato una vero e proprio arenarsi dell'azione legislativa, causa proprio della risicata maggiornaza parlamentere, ragion per cui ben pochi furono i provvedimenti varati dal Parlamento e solitamente furono provvedimenti su cui incombeva l'esplicita richiesta della fiducia da parte del Governo.
Così al malcontento degli elettori di centro-destra per essere governati dai "comunisti" si unì la rabbia della -ex- "meglio gioventù" per un Governo che non dice "cose di sinistra"!
Emerse un generale e generalizzato malcontento popolare verso la classe politica tout court descritta come una "casta" facente parte di una più ampia "casta" di "potenti" prevaricatori delle leggi penali ed economiche cui invece debbono sottostare tutti i poveri cittadini onesti.
I privilegi che le leggi della Repubblica riconoscono agli uomini politici vennero considerati ingiusti ed eccessivi e per di più scandalosi di fronte ai mille balzelli e corvè cui senza scampo deve sottostare l'uomo qualunque. La stessa Chiesa cattolica venne additata da vari esponenti del Centro-Sinistra come causa diretta (per i più benevoli come causa indiretta) della difficile situazione economica del popolo italiano.

"Antipolitica" venne definita questa ondata di indignazione dal basso verso la classe politica italiana che ebbe nel comico Beppe Grillo un eccezionale catalizzatore e un sorprendente successo mediatico l'8 settembre 2007 con il "Vaffa-Day" organizzato a Bologna e in tante altre piazze d'Italia.
Una giornata in cui gli attivisti coagulati da Beppe Grillo (e dal suo Blog ) hanno potuto pubblicamente "mandare a quel paese" ogni potente e potentato: uno sfogo liberatorio, un pò come quello dei cittadini di Antiochia che nel 387 abbatterono le statue dell'Imperatore e della famiglia imperiale.



Se si vuole procedere col giochino ratzingeriano di paragonare la vita e l'opera del Crisostomo alla attualità italiana allora per una nuova "rivolta delle statue" più che pensare a Umberto Bossi e ad altri esponenti della Casa delle Libertà che hanno minacciato lo scioprero fiscale per protestare contro il Governo Prodi e la sua politica di aumento delle imposte, io volgerei lo sguardo verso Beppe Grillo: il sommo oratore italico che con la sua verve estenuante riesce a creare opinione, a fare informazione, ad additare le storture della politica e della finanza italiana nonchè a denunciarne le reciproche complicità.

I parallelismi sono comunque ideologici, quando non perniciosi come dimostra l'editoriale del direttore del TG2 Mauro Mazza che ha paragona Beppe Grillo ai cattivi maestri degli anni di piombo che con i loro proclami additavano chi colpire mortalmente.

I parallelismi storici sono assai perniciosi come ammonisce "la basilissa" Silvia Ronkey intervistata da Alessandro Trocino (Corriere della Sera; 20 settembre 2007):
E Crisostomo? Si schierò con il popolo contro l'oppressione fiscale?

«Niente affatto, si schierò apertamente dalla parte dell'imperatore. Nelle sue omelie, insiste sull'importanza del rispetto dell'autorità costituita».

Avevano abbattuto solo delle statue.

«Ma Crisostomo spiega che abbattere le statue è come mettere in discussione il potere e non si deve mai. L'imperatore vuole una buona immagine. Le statue di allora sono come la tv di oggi».


Quindi nonostante il suo probabile pessimo giudizio sulla classe dirigente italiana, dalla boutade di Papa Ratzinger emergerebbe il retro pensiero di un Benedetto XVI che preferirebbe il vecchio Prodi-Teodosio "baciapile" e "repressore" invece delle popolari rivendicazioni di maggior giustizia sociale ed economica.

Ma se è pur vero che quei lunghi sermoni fatti in piazza al popolo di Antiochia servivano a calmare il malcontento popolare e allo stesso tempo a dar ragione del dovere di obbedire ai legittimi governanti, è pur vero che avevano lo scopo schiettamente mediatico-propagandistico di provocare nell'imperatore Teodosio un cambiamento della sua politica verso la popolazione della metropoli antiochena!

I lunghi sermoni fatti nelle piazze principali delle città con largo uso delle tecniche per destare l'interesse, la curiosità e la vivacità dell'uditorio oggi li chiameremmo comizi e tali erano le omelie sulle statue del Crisostomo. Egli attaccava i vizi pubblici, le pubbliche corruttele ed invitava al rigore morale, e alla solidarietà tra classi sociali un pò come Beppe Grillo che per anni ha girato le piazze e i teatri con i suoi spettacoli comici che in realtà erano delle documentate denuncie di macroscopiche italiche storture.

Se Grillo si stupisce ironicamente che "oggi" in Italia la classe politica debba rispondere ai j'accuse di un comico è certo che anche nel IV secolo la classe senatoria dovesse essere molto sorpresa di vedersi interpellata e giudicata dagli uomini di Chiesa. E ancor più ci sarebbe stupiti quando pochi anni dopo l'arcivescovo di Milano Ambrogio impedirà all'imperatore Teodosio di andare a messa il giono di Pasqua se prima non avesse fatto pubblica penitenza per i propri peccati al pari di un cristiano qualsiasi!

Nella sua catechesi Benedetto XVI puntualizza che dopo quelle "eroiche" omelie per il Crisostomo "Seguì il periodo della serena cura pastorale (387-397)."

Beppe Grillo ha più volte dichiarato che non intende "scendere in campo": la sua è una battaglia da laico predicatore che dal pulpito del proprio Blog, il più seguito in Italia, si lancia contro la corruzione della Politica, le storture dell'Economia e della Finanza promuovendo campagne di opinione e promuovendo la raccolta di firme per acconcie leggi popolari che dettino le linee di specchiata moralità per chi voglia occuparsi della Cosa Pubblica.
Beppe Grillo si occuperà soltanto di dare il suo appoggio alle "liste civiche" che si formeranno via via nelle varie ed eventuali campagne elettorali al fine di incoraggiare i buoni operai nella vigna dell'elettore.

Ma uno sguardo alla Vita del santo "Bocca d'oro" ci inculca il dubbio che, forse volente o nolente, prima o poi, non si sa bene neanche come, Beppe Grillo potrebbe ritovarsi con un potere mediatico che si traduca -Berlusconi docet- in suffragi elettorali. O magari, più prosaicamente, lo schieramento vincitore di qualche futura competizione elettorale incoroni Grillo quale proprio mentore e per premiarlo gli dia una poltrona.

Ci provarono anche con Giovanni Crisostomo. Lo scelsero come nuovo Arcivescovo di Costantinopoli credendo che la sua abilità dialettica, come quella di tutti gli Oratori dell'epoca, potesse essere messa al servizio del "despota illuminato".
L'arcivescovo Giovanni giunto a frequentare la classe senatoria della "Nuova Roma" cominciò invece a scagliarsi contro le feste mondane e i divertimenti continui della corte imperiale (persino durante la Settimana Santa!) e contro lo sfarzo esagerato e la sfacciata ostentazione del lusso da parte della "casta" dei potenti dell'epoca.

Le agiografie raccontano di una cospirazione ordita dall'establishment.
Si ipotizzò di trovare un capo d'accusa per gettarlo in prigione ma -dicevano dubbiosi- così egli avrebbe "soffrire per il Signore" e ne sarebbe uscito rafforzato, non solo spiritualmente ma anche "mediaticamente". Meglio quindi direttamente condannarlo a morte, però come strategia politica alla lunga non avrebbe pagato l'averne fatto un martire.
Più insidiosa la terza proposta: indurlo a compiere qualche peccato che ne delegittimasse presso il popolo la fama di santità (cioè il potere mediatico) di cui godeva. Nel caso del Crisostomo l'obbiezione fu che: "è impossibile convincerlo a commettere un peccato volontariamente".

Non voglio continuare oltre il parallelismo perchè non sono in grado di mettere la mano sul fuoco sull'impeccabilità del comico genovese poichè se da una parte abbiamo l'ascetico monaco dall'altra abbiamo il ricchissimo uomo di spettacolo e come ammonisce il Vangelo "là dov'è il tuo tesoro l'ha sarà il tuo cuore".
Ma ammesso che di fronte a qualche basso ricatto proveniente dai piani alti Grillo si riveli ancor più adamantino di quello che egli crede di essere ci potrebbe essere la -per lui non nuova!- soluzione adottata anche per Giovanni Crisostomo: l'esilio.
E se il Crisostomo patì due esilii è da ricordare che l'esilio mediatico fu già una volta decretato per Beppe Grillo tra la fine della prima Repubblica ed il sorgere della seconda.

Nell'anno 403 un gruppo di alti gerarchi filo governativi capeggiati dal Patriarca di Alessandria Teofilo giunto a Costantinopoli per discolparsi dall'accusa di eresia riuscirono a cambiare le carte in tavola e dichiararono invece eretico San Giovanni Crisostomo: quel sinodo episcopale fu detto il "conciliabolo della Quercia". Qui, cautamente, pongo fine alle elucubrazioni sui corsi e ricorsi storici.

giovedì, agosto 09, 2007

vite parallele /13

Ovvero: "L'Udienza del baciamano"



Il religioso redentorista polacco Tadeuz Rydzyk (che aveva passato nella libera Germania Occidentale la fine di quegli anni Ottanta in cui il Papa Polacco stava dando le ultime spallate al comunismo sovietico), venuto a conoscenza del successo italico della comasca Radio Maria, appena crollato il Muro di Berlino, si presentò negli studi radiofonici di Erba proponendo di far sbarcare la Radio della Madonna nella cattolicissima Polonia, proprio nel momento in cui Radio Maria Italia stava aprendo le varie succursali estere (poi riunite nell'associazione Word Family of Radio Maria di cui però l'omonima radio polacca non fa parte).

Radio Maria finanziò la nascente emittente polacca che però si chiamò Radio "Maryja" poichè i mille cavilli della polacca legislazione comunista e statalista -e sciovinista- impediva a degli stranieri di registrare un marchio estero ragion per cui si dovette mutare nome e logo ed anche statuto (mentre la Radio Maria italiana è un'associazione giuridicamente laica quella polacca è una radio di proprietà ecclesiastica) con la spergiurata promessa di padre Tadeuz Rydzyk di uniformarsi appena la legge polacca lo avesse consentito agli standard della emittente madre.

Inutile dire che la cattolica "Radio Maryja" ebbe subito un enorme successo mediatico nella cattolicissima polonia euforicamente devota al suo Papa e alla sua Chiesa che l'avevano liberata dal demone comunista per riconsegnala nelle mani di Dio per intercessione della sua Santissima Madre!
La radio di padre Rydzyk trasmette su onde medie e via satellite avendo dai 4 ai 6 milioni di ascoltatori al giorno.
Il successo mediatico si è accompagnato al successo economico tanto che padre Rydzyk controlla anche il quotidiano Nasz Dziennik, la cui tiratura supera le 250.000 copie ed il canale televisivo TV TRWAM, inoltre tre fondazioni e un istituto superiore di sociologia e di mediologia ed una scuola di giornalismo.

Inutile dire che a questo punto padre Rydzyk (e la Provincia polacca della Congregazione Redentorista che è proprietaria della radio ) non ebbe più alcuna intenzione di far rientrare il prorio impero mediatico "della Madonna" sotto il controllo della "famiglia mondiale" di Radio Maria Italia, non rinunciando a copiare anche il nome di quest'altra associazione fondando il movimento "Rodzina Radio Maryja" cioè la “Famiglia di Radio Maria” cui aderiscono tra i 5 e i 6 milioni di "fedelissimi" polacchi che si attengono in tutto alle direttive di padre Rydzyk non solo in materia religiosa ma anche politica.
Infatti, identificanto parossisticamente la fede cattolica con patriottismo polacco, dai microfoni della sua radio, padre Rydzyk si scaglia contro tutto ciò che non è polacco come se ciò che polacco non è fosse di per se stesso un pericolo per la fede cattolica: protestanti, ebrei, massoni, europeisti, tedeschi, russi, omosessuali e socialisti per lui pari sono.
Egli sogna una Polonia baluardo della "vera fede", ma che egli confonde con gli usi e costumi delle popolazioni contadine, vedendo in ogni modernizzazione della Polonia un attentato alla sua tradizione religiosa e, pertanto, facendo esplicita campagna elettorale per i partiti delle destre e in particolare per il "Pis" il partito "Legge e Giustizia" dei fratelli Kaczynski addirittura ospitando, tra una messa ed un rosario, i comizi di uomini politici delle Destre che sono ormai ospiti abituali della radio.
Padre Tadeuz Rydzyk si è appellato al "suo" popolo per il boicottaggio del referendum sull’adesione all’Unione Europea, per l'introduzione in Polonia della pena di morte oppure ha minacciato che le teste dei deputati favorevoli alla liberalizzazione dell’aborto saranno rasate a zero, proprio come i polacchi che collaboravano coi nazisti in tempo di guerra.
Il nazionalismo becero di padre Rydzyk è evidente soprattutto nell'acceso antisemintismo e nel suo continuo denunciare ovunque complotti ebraici contro la Chiesa cattolica -cioè contro la Polonia- e nell'accettazione di forme di negazionismo che attenuino l'importanza dell'"olocausto" ebraico e che invece enfatizzino il "martirio" del popolo polacco.

Il malcontento pontificio per la brutta china presa dall radio più ascoltata di Polonia è emerso dagli eloquenti silenzi di Giovanni Paolo II che in più occasioni omise di salutare i partecipanti alle udienze papali giunti in Vaticano con pellegrinaggi organizzati da Radio Maryja mentre Benedetto XVI tramite il Nunzio Apostolico a Varsavia ha papale-papale ordinato alla Conferenza episcopale polacca di mettere un freno a Radio Maryja, ricevendo il plauso innanzitutto delle organizzazioni ebraiche ma anche di tutti coloro che -nella gerarchia e tra i fedeli- in Polonia vivono nella continua polemica verso padre Rydzyk secondo il quale se si è un buon cattolico si deve votare per i fratelli Kaczynski e viceversa solo chi vota per i partiti che piacciono a padre Rydzyk è da considerarsi un vero cattolico.

La polemica è riesplosa furente martedì 7 agosto 2007 quando il quotidiano Nasz Dziennik, organo di stampa del colosso mediatico di padre Rydzyk, è uscito in edicola con un articolo -con tanto di eloquente foto al seguito- che annunziava che domenica 5 agosto a Castel Gandolfo il Papa sedici volte Benedetto ha concesso a padre Rydzyk un'udienza privata, a margine di un incontro con alcuni Redentoristi polacchi. Secondo il giornale polacco:"Benedetto XVI ha invitato Padre Rydzyk, impartendo la sua benedizione a Radio Maryja e a tutti i suoi collaboratori e ascoltatori".

Evidentemente, l'integerrimo padre Rydzyk può resistere a tutto tranne che alla tentazione di strumentalizzare la persona e l'autorità del pontefice, trasformando un veloce baciamano concesso ad una schiera indistinta di redentoristi polacchi, in una "udienza privata" al solo Tadeusz Rydzyk.
Non c'è stato nessun faccia a faccia, nessun incontro a quattrocchi e nessun segno di benevolenza da parte del Romano Pontefice ma mentre il papa -finito l'Angelus ritornava nei suoi appartamenti- velocemente porgeva la mano al bacio di una fila di indistinti figli di San'Alfonso schierati; padre Tadeusz avrà sicuramente chiesto una benedizione apostolica per gli ascoltatori della propria radio presentandosi poi in Polonia brandendo la benedizione papale come una "benedizione" al proprio modo di operare.

Nel polacco sconcerto generale, immediata c'è stata mercoledì 8 l'isterica reazione dell'Ejc cioè il "Congresso ebraico europeo" (organismo cui aderisce anche l'Unione delle comunità ebraiche italiane) che con una nota ha vivamente protestato la propria indignazione: "Il Congresso ebraico europeo è scioccato di apprendere che Papa Benedetto XVI ha ricevuto in udienza privata e nella sua residenza estiva Tadeusz Rydzyk, il direttore dell'antisemita Radio Maryja"; insinuando, non troppo velatamente, che un simile "gesto" del pontefice regnante fosse "dimostrativo" di una politica di maggior tolleranza della Chiesa ratzingeriana verso l'antisemitismo.


Non si è fatto attendere il Comunicato della Sala Stampa vaticana che seccamente (e un pò seccatamente) rimarcava che riguardo "al "baciamano" avuto dal P. Tadeusz Rydzyk al termine dell'Angelus di domenica 5 agosto u.s., si comunica che il fatto non implica alcun mutamento nella ben nota posizione della Santa Sede sui rapporti tra Cattolici ed Ebrei."

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Oscar Wilde a metà del 1897 aveva finito di scontare i due anni di lavori forzati cui era stato condannato per "gross indecency" cioè "grave immoralità" (come nell'età vittoriana si definiva eufemisticamente la pratica omosessuale), distrutta la reputazione, annientata la sua attività letteraria ed economicamente ridotto alla bancarotta, si trasferisce sotto falso nome all'estero vivendo con sussidi di vecchi amici e di un piccolo vitalizio della moglie (morta nel 1898).
Si trasferisce a Parigi e viaggia in Italia sotto lo pseudonimo di Sebastian Melmoth dove a Napoli reincontra Alfred Douglas il giovane lord che era stata la causa della propria rovina.
I due tentano di vivere insieme nella "esotica" Italia lontani dalla "puritana" Inghilterra ma i pettegolezzi sulle equivoche frequentazioni dei due gentiluomini inglesi con giovani maschi autoctoni si diffondono rapidamente, raggiungono in Patria le rispettive famiglie che ordinano perentoriamente di mettere fine allo scandalo pena la revoca dei vitalizi che erano la loro unica fonte di sostentamento.
Nel febbraio 1898 Wilde orfano del suo "Bosei" partì per Parigi.

Ritornò in Italia l'anno dopo, infatti nell'aprile 1899 Oscar Wilde è a Genova per pregare sulla tomba della moglie Constance Lloyd sepolta nel cimitero di Staglieno. Ma quello non fu l'unico motivo poichè nelle sue stesse lettere agli amici ammette che il fine del suo soggiorno ligure è la possibilità di poter -viste le proprie ristrettezze economiche - vivere con soli dieci franchi al giorno "ragazzo compreso": cioè la maggior possibilità di trovare a basso costo prostituti in un Paese sottosviluppato qual'era l'Italia umbertina.
In maggio era di nuovo a Parigi.

L'ultimo viaggio di Wilde in Italia avvenne nel 1900, poco prima della morte. Stavolta Wilde visitò Palermo e della sua permanenza siciliana descrive con molto gusto le molte visite che fece tra il 2 e il 9 aprile 1900 alla cattedrale di Monreale: "Ci andavamo spesso in carrozza, essendo i cocchieri ragazzi modellati nel modo più squisito."
"Ho anche fatto amicizia con un giovane seminarista ...Gli ho dato molte lire, e gli ho predetto un cappello cardinalizio, se fosse rimasto molto buono, e non mi avesse più dimenticato. Lui ha detto che non mi avrebbe dimenticato mai più; e veramente non credo che mi dimenticherà, perché ogni giorno lo baciavo dietro l'altar maggiore."


Partito da Palermo, si reca poi a Napoli per tre giorni e poi a Roma, dove soggiorna per circa un mese dalla metà di aprile fino alla metà di maggio.
Era esattamente il Sabato Santo di quell'Anno Santo 1900 quando Oscar Wilde recatosi per il the all'Hotel d'Europa fu avvicinato da un uomo sconosciuto che gli chiese se avesse avuto piacere di vedere papa Leone XIII il giorno successivo. Wilde, sempre ironico, esibendosi in un deferente inchino rispose "Non sum dignus!", parodiando una frase della messa cattolica.
L'uomo consegno il biglietto necessario per essere ammessi alla cerimonia pontificia. Così il giorno di Pasqua -15 aprile 1900- Oscar Wilde si presento in prima fila tra i pellegrini convenuti a ricevere la benedizione "urbi et orbi".
"Ieri ero in prima fila con i pellegrini in Vaticano ed ho ricevuto la benedizione del Santo Padre [...]. Era meraviglioso mentre sfilava di fronte a me portato sulla sua sedia gestatoria, non era né carne né sangue, ma un’anima candida vestita di bianco, un artista ed un santo [...]. Non ho mai visto nulla di simile alla straordinaria grazia dei suoi modi; di tanto in tanto si sollevava probabilmente per benedire i pellegrini, ma certamente le sue benedizioni erano rivolte a me".
Wilde più tardi scrisse: "Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentì la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e io ne provai piena consapevolezza".
Oscar Wilde rimase entusiasta del vecchio Leone che "non è più di carne e sangue: non ha tracce di corruzione mortale".
La sua devozione per il nonagenario papa Pecci è totale fino al punto di imputare al pontefice di averlo miracolato: Wilde soffriva infatti da cinque mesi di una grave forma di dermatite con eruzioni cutannee che egli imputava ad un avvelenamento da frutti di mare avariati (anche se molti suoi biografi ipotizzano che potesse essere un effetto della sifilide o una reazione allergica alla tintura per capelli o una dermatite per insufficienza vitaminica per abuso di bevande alcoliche).

Dopo la benedizione papale i sintomi sparirono e Wilde nelle sue missive propaganderà la propria convinzione che la dermatite fosse scomparsa per merito del papa: "il Vicario di Cristo ha fatto tutto".
Convintosi, pertanto, che le benedizioni papali facessero bene alla salute durante il suo soggiorno romano cominciò a procurarsi i biglietti per partecipare alle "udienze pontificie".

Le "udienze generali" e le "udienze del baciamano" erano state inventate dai papi che, dopo la Breccia di Porta Pia, dichiaratisi "prigionieri in Vaticano" (e rifiutando di mettere piede fuori dal Vaticano) pur tuttavia volevano continuare ad avere il caloroso contatto con i fedeli.
Le udienze erano rare, sempre in occasione di pellegrinaggi ufficiali di città, diocesi o nazioni, ma essendo quell'anno 1900 un anno giubilare vi fù con l'aumento dei pellegrini anche un'aumento delle udienze pubbliche.
Molte volte, pertanto, Oscar Wilde tra la fine di aprile e l'inizio di maggio si mise pazientemente in fila per salire i gradini del trono papale e inginocchiarsi rapidamente davanti al bianco vegliardo e baciargli la mano.

A questo "invaghimento" di Wilde per il cattolicesimo non fece seguito alcun concreto atto di "conversione" poichè egli tra una benedizione papale e l'altra continuava nelle sue solite frequentazioni di "ragazzi di vita" dei quali parla con nonchalance nelle sue lettere: "Robbie mi ha lasciato in eredità una giovane guida, che non sa niente di Roma. Si chiama Omero, e gli sto mostrando la città"; oppure: "Ho abbandonato Armando, un giovane Sporo romano molto sveglio e elegante. Era bello, ma le sue richieste di indumenti e cravatte erano incessanti: abbaiava letteralmente per degli stivali, come un cane verso la luna.
Ora mi piace Arnaldo: era il più grande amico di Armando, ma l'amicizia è finita."


Della inconciliabilità dei suoi sentimenti Wilde si rendeva lucidamente conto: "La mia posizione è curiosa" -epigrammò- "Non sono un cattolico: sono semplicemente un violento Papista".

E del suo personalissimo "furore" papista Oscar Wilde racconta divertito di averne fatto partecipe anche un suo ennesimo giovane pupillo: "Avevo dato un biglietto a un nuovo amico, Dario.
Mi piace tanto il suo nome: era la prima volta che vedeva il papa: e ha trasferito su di me la sua adorazione per il successore di Pietro: mi avrebbe baciato, temo, all'uscita della Porta di Bronzo se non lo avessi respinto con severità. Sono diventato crudelissimo con i ragazzi, e non gli consento più di baciarmi in pubblico".


lunedì, luglio 23, 2007

vite parallele /12


Con l'Angelus di domenica 22 luglio 2007 il Papa sedici volte Benedetto si è ostenso al secondo ed ultimo "bagno di folla" delle sue vacanze (dal 9 al 27 luglio) a Lorenzago di Cadore, su quelle medesime Dolomiti che per sei volte videro le escursioni montanare dell'assai più sportivo predecessore polacco. Papa Ratzinger alle scarpinate per i ripidi sentieri di montagna preferisce le vespertine passaggiate alle devote chiesette di campagna.

Trovandosi in una zona di confine tra due diocesi, l'Angelus di domenica 14,svoltosi nel castello di Mirabello poco distante dall villetta che ospita il Papa, è stato particolarmente indirizzato ai fedeli della diocesi di Treviso il cui vescovo ha tenuto il discorso di benvenuto, mentre domenica 22 sul palco allestito nella piazza principale di Lorenzago è stato il turno del vescovo di Belluno-Feltre nell'omaggiare il Santo Padre.

Immancabile l'accenno ad un altro papa Giovanni Paolo, il "Primo", che in provincia e diocesi di Belluno -in un'altro paesello di montagna: Canale d'Agordo- ebbe i natali. Presente, come in una perfetta coreografia, anche Edoardo Luciani il nonagenario fratello di Papa Luciani cui Papa Benedetto ha indirizzato un grato pensiero affermando -en passaint e con nonscialance- che il mite ed umile pontefice bellunese fu: «mio grande amico».
Se l'affermazione ha prevedibilmente scaldato i cuori e bagnato il ciglio dei convenuti nella piazzetta di Lorenzago, e dei triveneti tutti, scatenando gli applausi e gli evviva, epperò non poteva non sorprendere chi ha in gran concetto l'amicizia! Non si può che rimanere piùche perplessi al pensiero di quale grande amicizia ci sia mai potuta essere tra i due futuri papi dato che prima del conclave dell'agosto 1978 il cardinale Albino Luciani e Joseph Ratzinger s'erano incontrati solamente un'altra ed unica volta! Dichiarò il Cardinal Ratzinger in una intervista a "30Giorni":
"RATZINGER: Sì, lo conoscevo personalmente. Durante le vacanze estive del ’77, ad agosto, mi trovavo nel seminario diocesano di Bressanone e Albino Luciani venne a farmi visita. L’Alto-Adige fa parte della regione ecclesiastica del Triveneto e lui, che era un uomo di una squisita gentilezza, come patriarca di Venezia si sentì quasi in obbligo di recarsi a trovare questo suo giovane confratello. Mi sentivo indegno di una tale visita. In quella occasione ho avuto modo di ammirare la sua grande semplicità, e anche la sua grande cultura. Mi raccontò che conosceva bene quei luoghi, dove da bambino era venuto con la mamma in pellegrinaggio al santuario di Pietralba, un monastero di Serviti di lingua italiana a mille metri di quota, molto visitato dai fedeli del Veneto. Luciani aveva tanti bei ricordi di quei luoghi e anche per questo era contento di tornare a Bressanone.
Prima non l’aveva mai conosciuto di persona?
RATZINGER: No. Io ero vissuto, come ho già detto, nel mondo accademico, molto lontano dalle gerarchie, e non conoscevo di persona i vertici ecclesiastici."


Immancabili all'appuntamento di preghiera col Santo Padre i dirigenti politici del Veneto "bianco": le autorità politiche regionali e provinciali e con tutti i sindaci del circondario -fascia tricolore muniti- e in primis il "devoto" sindaco di Lorenzago che solo pochi giorni prima aveva abbandonato polemicamente la sala in cui veniva presentato un libro di foto dei soggiorni di Giovanni Paolo II in Cadore perchè, essendo sindaco anche all'epoca, nel volume non vi è nemmeno una foto che lo immortali accanto al defunto pontefice "Santo Subito".

Intanto Papa Benedetto, dopo aver rivolto l'appello alla pace tra i popoli e rinnovato la definizione della "guerra" quale "inutile strage" ad imitazione del suo omonimo precedessore, così concludeva:
"Trovandomi nella Piazza di Lorenzago, desidero rivolgere il mio saluto più cordiale agli abitanti di questo bel paese, che mi hanno accolto con tanto affetto, e ringrazio nuovamente il Sindaco e l'Amministrazione comunale per la solerte ospitalità: oggi la prima Lettura e il Vangelo parlano dell'ospitalità e mi sono venute in mente le parole di san Benedetto "Accettare l'ospite come Cristo".
Mi sembra che tutti siete "benedettini" perché mi avete accettato così."
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Dovendo regnare su di un Impero su cui non tramontava mai il sole, Carlo V dovette, fino al giorno in cui abdicò, barcamenarsi su più fronti combattendo tutti i più disparati avversari del suo immenso impero.
Nel 1541 riuscito ad ottenere l'ennesima tregua nella infinita guerra con il Re di Francia, riuscito a placare la sommossa dei principi protestanti in Germania ed ottenuto dal Papa l'indizione di un Concilio che ponesse una soluzione allo scisma all'interno della cristianità (e soprattutto all'interno del "suo" Sacro Romano Impero) Carlo V si propose di spostare le sue armate nella mediterranea lotta contro i turchi.
La meta della spedizione punitiva fu individuata in Algeri cioè la base logistica di quei pirati barbareschi che al soldo del Sultano di Costantinopoli infestavano il Mediterraneo rendendo insicura la navigazione dei legni cristiani, e che mettevano sontinuamente a repentaglio l'incolumitò delle cattoliche popolazioni costiere del cantinente europeo.
Carlo V per l'ottobre 1541 radunò una flotta imponente formata da 40 galere da guerra affidata ai comandi di valorosi ed esperti condottieri quali Andrea Doria, Ferrante Gonzaga e Hernán Cortés.

La spedizione fece sosta nel porto di Alghero, la città sarda in cui più viva era rimasta la comunanza di usi e costumi con la frontaliera Catalogna. L'imperatore venne alloggiato nell'elegante palazzo gotico della nobile famiglia de Ferrera (poi degli Albis).
Acclamato dalla folla, l'Imperatore si affacciò ad una finestra e lodò la bellezza di Alghero: "Bonita, por mi fé, y bien assentada" ("Bella, in fede mia, e ben solida") e, forse divertito o forse scocciato dal fracasso della blebe ossannante, avrebbe rivolto agli algheresi la celeberrima frase "Estade todos caballeros!" cioè: "Siete -nominati- tutti cavalieri".

La Municipalità ricorderà l'evento murando la storica finestra ed apponendovi un'acconcia targa a perpetua memoria.
E'certo invece che in Alghero Carlo V concesse il cavalierato solo a tre illustri cittadini algheresi che si erano uniti alla spedizione militare.

sabato, giugno 23, 2007

vite parallele /11

Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum


Morta nel 1901 la Regina Vittoria l'ormai attempato Principe di Galles diventato Re Edoardo VII , dopo aver atteso il tempo tradizionalmente stabilito per il lutto e assolte le farraginose cerimonie per l'incoronazione in Westminster (1902), iniziò una lunga serie di viaggi internazionali che lo condussero presso tutte le capitali europee, aiutato dal fatto che di tutti i monarchi europei egli era parente stretto.
Nel primo viaggio del 1903, dopo essere passato da Parigi, arrivò a Roma ove, dopo esser stato omaggiato dai Savoia al Quirinale, si recò ad omaggiate il "prigioniero in Vaticano": evento di portata storica poichè era la prima volta dopo lo scisma di Enrico VIII che un Re d'Inghilterra incontrava un Papa. Edoardo ben consapevole dell'etichetta (e dei principi del diritto feudale) si inginocchiò e baciò la mano di Leone XIII.
Il bianco vegliardo, quale segno di favore, donò al monarca britannico una propria fotografia con dedica autografa.

Scriveva il seminarista Angelo Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) nel suo "Giornale dell'Anima" in data 29 aprile 1903:

"In questi giorni la Roma ufficiale è in festa per la venuta di Edoardo VII, re d'Inghilterra .[...]
Quest'uomo è rivestito di una grande autorità, egli è un re di una delle più grandi nazioni e perciò merita che gli si faccia onore, lo si rispetti. Ma è sempre un povero uomo questo re d'In­ghilterra, questo imperatore dell'Indie, e, per somma umiliazione, questo protestante, capo di una religione che non è la vera ed al quale un mondo ufficiale che si dice cattolico, per combattere la propria Chiesa, presenta le sue corone, il suo tributo di applausi.

Il mondo fa baccano intorno a questo uomo, che piace per­ché è ben vestito e sfarzosamente accompagnato, e crede che tutto finisca qui quanto vi ha di bello e di grande, non si pensa che sulla cima di monte Mario non si sente, non si distingue più nulla di quanto avviene in città; e tanto meno si pensa che al di sopra di monte Mario, e di tutti i monti della terra dove non si sa nulla delle bagatelle di quaggiù, vi ha un Dio che vede ed ascolta tutto, e dinnanzi al quale tutti questi gaudenti d'oggi, ed anche lui, que­st'uomo, sono come atomi di polvere; un Dio che un giorno li giu­dicherà, e staranno umiliati, annichiliti, schiacciati.
Ah, come è stolto il mondo nei suoi apprezzamenti, come è cieco nei suoi giu­dizi! Lo scintillare di una livrea, un ondeggiare di pennacchio lo commuove, lo mette in visibilio, e nessuno intanto pensa a Dio, se non per offenderlo e per bestemmiarlo, e anche le persone serie si lasciano trascinare, distrarre come gli uomini del secolo.

Anch'io l'ho veduto, questo uomo; ma tutta questa baldo­ria mi ha annoiato, lasciato il cuore scontento. Il rapido passaggio dei cocchi sfarzosi della gran corte delle maestà reali mi ha ricor­dato più evidente il «sic transit gloria mundi» (IC 2.6) e il «va­nitas vanitatum et omnia vanitas» (Qo 1,2).

Eppure questo uomo, tuttoché protestante, qualche cosa di ve­ramente buono l'ha fatto qui in Roma.
E che cosa ha fatto? Ren­dendosi superiore a certe voglie tendenziose dell'anticlericalismo italiano e straniero, egli nel fastigio della sua grandezza non si ver­gognò, anzi se l'ebbe ad onore, di visitare e di chinarsi davanti ad un altro uomo, ad un povero vecchio perseguitato, ma che egli ha riconosciuto siccome più grande di sé: davanti al Papa, al vicario di Gesù Cristo.

E questo fatto oggi è così solenne da segnare una pagina gloriosa nella storia del pontificato romano; fatto altamente figu­rativo, questo, di un re eretico dell'Inghilterra protestante e da più che tre secoli persecutrice della Chiesa cattolica, che va a presenta­re personalmente i suoi omaggi al povero vecchio Papa, tenuto co­me prigioniero in casa sua.

È un segno dei tempi (Mt 16,4) che dopo una notte burrasco­sa si irradiano di una luce novella sorgente dal Vaticano, un ritor­no lento ma vivo e reale delle nazioni in braccia al Padre comune che da tanto tempo le attende, piangendo la loro stoltezza, un trion­fo di Cristo Re che sollevato sulla croce trae un'altra volta a sé tutte le cose (Gv 12,32). E per questo la visita del re Edoardo mentre mi conferma nella vanità dei rumori mondani, mi eccita a ringraziare il buon Dio che tiene le chiavi del cuore umano e, attraverso a tutti gli intrighi del­la politica, trova modo di far risplendere la gloria del suo nome e della sua Chiesa cattolica."
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A seguito di un accordo all'interno del Partito Laburista, dopo dieci anni, da leader del partito e leader governativo, Tony Blair avrebbe dovuto lasciare le consegne a Gordon Brown, in data 24 giugno cedergli la carica di leader laburista e il seguente 27 giugno la carica di Primo Ministro. Nei due ultimi mesi del suo Governo quindi Blair ha pianificato un vero e proprio "tour" mondiale conclusosi con la visita in Vaticano. Sabato 23 giugno 2007 l'uscente premier britannico Tony Blair è stato ricevuto in udienza ufficiale dal Sommo Pontefice.

L'udienza è stata particolarmente attesa dai media a causa delle voci insistenti di una conversione di Blair al credo cattolico professato dalla consorte Charie (e nel quale sono stati battezzati ed allevati i loro figli). Conversione di cui si sarebbe volutamente dare nunzio solo dopo la fine del mandato politico dell'ufficialmente anglicano primo ministro britannico, per non mettere in crisi il proprio Governo -cioè il Governo di sua Maestà Britannica la quale è anche Capo della Chiesa d'Inghilterra- poichè, seppur godendo di un regime democratico, non di meno, costituzionalmente l'Inghilterra è una teocrazia, al pari del'Iran.

Di fronte al tamtam mediatico proprio sabato mattina a Roma, prima di recarsi dal Papa, per la prima volta Blair ha parlato "papale-papale" della sua presunta conversione ai microfoni della Bbc dichiarando che il suo passaggio al cattolicesimo «non è ancora definito». Nel frattempo il Times usciva con un'intervista al medesimo Blair il quale affermava che il passaggio formale alla Chiesa Cattolica Romana è una questione «in sospeso» e altresì "rassicurava" che non ci sarebbe stato un annuncio formale dopo la visita a San Pietro (rassicurando il puritano uditorio britannico che sabato 23 giugno non ci sarà nessuna fumata bianca è che il cardinale protodiacono potrà starsene tranquillamente a casa sua).


Blair è arrivato in Vaticano poco prima delle undici.
Sedutosi alla scrivania della Bibilioteca dell'appartamento pubblico di fronte al candido pontefice che si congratulava per il successo dell'appena conclusosi vertice europeo di Bruxelles, Tony Blair forse un pò disturbato degli insistenti flash dei fotografi pontifici ha confessato al venerando Pontefice: "A volte mi sembra che passiamo tutta la vita sotto i riflettori".
I commentatori vi hanno letto uno sfogo del cuore del pio Tony addolorato per la continua disamina con cui della sua più intima vita spirituale e religiosa si pascolano cinicamente i media.

Singolare anche la dinamica dell'incontro, infatti dopo circa venticinque minuti di colloquio privato tra Pontefice e Primo ministro inglese, e' stato introdotto nella Biblioteca anche il cardinale Murphy O'Connor arcivescovo di Westmister e primate cattolico d'Inghilterra e il colloquio a tre e' proseguito per altri dieci minuti. Solo dopo e' entrata la moglie di Blair e le altre persone del seguito.

"Emblematico" è stato valutato il dono del'uscente Primo ministro britannico: un quadretto con tre foto d'epoca del cardinale John Henry Newman ovvero il più celebre anglicano convertito al cattolicesimo dell'età vittoriana e "padre spirituale" di tutti i successivi "ritorni a Roma" degli anglicani nell'ultimo secolo e mezzo.
Compiaciuta del fatto che il sedici volte Benedetto abbia assi gradito l'omaggio è intervenuta nel dialogo Cherie "la cattolica": "Questa è la firma di Newman!" ha sottolineato la moglie del premier britannico,indicando una firma apposta sopra una delle tre foto.
Benedetto XVI ha contraccambiato con rosari e medaglie del pontificato.

vite parallele /10

"IL TESORETTO" di Brunetto Latini
e di Tommaso Padoa Schioppa .



Ovvero:Ampli stralci di un gustosissimo articolo di Siegmund Ginzberg sul Foglio di sabato 23 giugno 2007.
ALTRO CHE PRODI. PER UN TESORETTO MESSER LATINI FINI’ ALL’INFERNO
Destra e sinistra, giustizia e mercato, politica ed economia. Il poeta che fu maestro di Dante ha scrritto un’opera sulla quale Padoa-Schioppa avrebbe di che riflettere. Il bestseller della crisi perfetta:


"Siete voi qui ser Brunetto?” gli chiede Dante sorpreso incontrandolo nell’Inferno (Canto XV, 30). Ai giorni nostri l’avrebbe potuto incontrare, inferno per inferno, altrove, in una delle bolgie in cui si fa o si discute della politica italiana, magari nel comitato promotore del partito democratico.
No, no, che avete capito? Non per quello. In questo articolo che vi accingete a leggere non si parla di family day, matrimoni gay e pederastia, anche se da qualche tempo si è avuta quasi l’impressione che questi argomenti avessero, come dire, sequestrato la politica italiana. Del resto, non sono così sicuro che Messer Brunetto si trovi all’inferno perché omosessuale.

Leggendo il suo Tresor, nella curatissima, preziosa (anche per il costo) edizione nei Millenni Einaudi, col testo a fronte nell’originale francese (pagine LIX, 890, euro 85), ho avuto piuttosto l’impressione che soffrisse le pene dell’inferno per altre ragioni: perché, dopo aver passato una vita a considerare la politica come la cosa più seria di cui ci si possa occupare, si era accorto che, come si suol dire, la situazione era “grave, gravissima, ma non seria”; e dopo aver passato la vita a dare buoni consigli ai politici, si era reso conto di aver sprecato il suo talento.

“Sieti raccomandato il mio Tesoro/, nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”, è il modo in cui alla fine del Canto XV Ser Brunetto si congeda da Dante che era stato suo allievo. Tresor in francese. Tesoretto nella versione italiana, che non è affatto identica, tanto che a lungo fu attribuita ad un altro autore [...].

Sin dall’esordio ci viene spiegato che il libro si chiama “Tesoro” perché raccoglie sapienza in pillole, esattamente come “il signore che vuole accumulare in poco spazio cose di grandissimo valore, non soltanto per il proprio piacere, ma per accrescere la propria potenza e rendere sicuro il proprio stato in guerra e in pace, raccoglie le cose più care e i gioielli più preziosi”.
Si tratta di un’enciclopedia, come ce n’erano molte nel Medioevo, una raccolta, un compendio di conoscenze in pillole, su quasi ogni ramo del sapere del tempo. Qualcuno ha notato: una sorta di Wikipedia di quei tempi, cui anche Dante aveva abbondantemente attinto. Parla di tutto, di anime e corpi, santi e fanti, asini e cammelli, ma anche di zoologia fantastica, alla Borges. A differenza delle altre compilazioni enciclopediche e bestiari, questa ha però un filo conduttore di un’attualità impressionante.
Ecco come, sin dalle prime righe, ci viene anticipato il contenuto delle tre parti in cui il libro si divide.

“La prima parte di questo tesoro è paragonabile al denaro contante, da spendere sempre in cose necessarie; vale a dire che tratta sommariamente del principio del mondo, dell’antichità delle vecchie storie, della composizione del mondo e della natura di tutte le cose…”. Con l’avvertenza che “come senza denaro non ci sarebbe alcuna mediazione tra le opere degli uomini, che regolasse gli uni nei confronti degli altri, similmente nessuno può conoscere pienamente le altre cose se non conosce questa prima parte…”.

Della seconda parte ci viene detto che “è di pietre preziose”, perché “tratta dei vizi e delle virtù… cioè tratta di quali cose si devono e quali non si devono fare, e mostra per quale ragione…”.
Mentre “la terza parte del tesoro è d’oro puro, vale a dire che insegna a parlare… e come il signore deve governare le genti… in particolare secondo gli usi degli italiani”. Con l’avvertenza che “come l’oro supera tutte le specie di metalli, così la scienza del ben parlare e governare gli uomini è la più nobile di ogni arte del mondo” (Tresor, I,1.1-4).

Sa di politica, e sa di economia Messer Brunetto. Il suo “tesoretto” non è quello di cui leggiamo in questi giorni, ma è sorprendentemente più affine agli argomenti dei tempi di Tommaso Padoa-Schioppa che di Tommaso d’Aquino. Scrive di denaro e di economia, e del loro rapporto con la politica in termini che suonano sconvolgentemente moderni, e insieme sanno di antica saggezza senza tempo. State a sentire:
“Il giusto equilibramento dell’amicizia riequilibria i tipi di amicizia che sono diversi, come avviene nelle città; il calzolaio infatti vende le sue scarpe per quanto valgono, e altrettanto fanno gli altri. Tra tutti loro c’è una cosa in comune amata da tutti, per mezzo della quale essi preparano e confermano la transazione, e cioè l’oro e l’argento” (Libro II, capitolo 44,“Qui parla del governo”, paragrafo 18). Scommetto che il vecchio Karl Marx si roderebbe le dita per non aver trovato questa citazione mentre lavorava sul suo grande romanzo del Capitale.

E quest’altra? “Se un uomo canta con la speranza di guadagnare, se gli rendi in cambio del canto non se ne riterrà soddisfatto, perché si aspettava un’altra ricompensa. Non ci sarò dunque concordia nei commerci se questi non sono concordati secondo volontà, e ciò avviene quando ciascuno riceve ciò che desidera in cambio di ciò che dà” (II, 44.21).

Non so se ci sia altro autore pre-moderno tanto convinto che il mercato faccia bene, sia il luogo d’equilibrio per eccellenza.
Sa benissimo che il mercato è un campo di battaglia, in cui ciascuno pensa al proprio interesse, e lo persegue anche a discapito degli altri. E che “essendo un uomo cavaliere, un altro mercante, altri contadini, e recando perciò danno il profitto dell’uno al guadagno dell’altro, nascerebbero odi e guerre, e porterebbero alla rovina l’umanità, se non ci fosse la giustizia a tutelare e difendere la vita in comune ; la giustizia, la cui forza è così grande che quegli stessi che si pascono di fellonia e di torti non possono vivere senza almeno un po’ di giustizia”.
Tutti la vogliono, tutti la chiedono, la giustizia, “anche i ladri che rubano insieme, infatti, vogliono che sia osservata giustizia tra loro e, se il loro capo non spartisce equamente la preda, i suoi compari lo uccideranno o lo abbandoneranno”.
Senza giustizia non funzionerebbe nulla, nemmeno il mercato, ragione per cui, quanto e più ancora che a tutti gli altri, “la giustizia è necessaria a quelli che vendono e comprano, prendono e danno in affitto e si occupano di commercio”.

Ma c’è chi ha osservato che la giustizia di Brunetto Latini non ha la rigidità, la precisione matematica di quella di Aristotele, è una giustizia pragmatica, approssimativa. Una “iustitia mediatrix”, giustizia mediatrice, verrebbe da dire col Kantorowicz. “La giustizia sta a metà tra il guadagnare e il perdere, e non può essere senza un dare, un prendere e uno scambiare”. Ed è così “perché il mercante di stoffe dà stoffa in cambio di un’altra cosa di cui ha bisogno, e il fabbro dà del ferro per un’altra cosa ancora; ed è poiché in quello scambio c’era grande difficoltà che fu inventata una cosa che lo regolasse, cioè il danaro, in modo che l’opera di chi costruisce la casa si possa commisurare in denaro con l’opera del calzolaio” (II, 38.6).
[...]
Nella carretta che trasporta ed espone il tesoro di Ser Brunetto c’è mercanzia per tutti i gusti. Ci sono perle e molta fuffa. C’è il costante invito al “giusto mezzo”, tanto ricorrente e insistente da farlo apparire “cinese”, farmi pensare a Lao Tse e alla sua “via del tao”. “La premiere vertu c’est prudence” si intitola il capitolo 57 del II Libro. “Ancore de prudence”, quello successivo. Poi passa a parlare della “previdenza” (cap. 60) e della “cautela” (cap. 61).
Maestro Brunetto è un “centrista” sfegatato, non un estremista come il suo allievo Dante. E’ un “riformista”, e anche molto cauto e prudente, non un “rivoluzionario”.
Trasuda moderazione da tutti i pori.

“La cautela consiste nel guardarsi dai vizi opposti… seguire in ogni cosa il giusto mezzo; si devono conservare i propri averi in modo tale che, per fuggire l’avarizia, non si diventi poi dissipatori, e ci si deve mantenere tanto lontani dalla stolta temerarietà da non cadere però nella paura, perché è infatti veramente ardito chi intraprende ciò che è da intraprendere, e fugge ciò che è da fuggire, mentre il pauroso non intraprende né l’una né l’altra cosa e lo stolto temerario le intraprende entrambe” (II, 61.1). E’ l’esatto contrario del fanatico, mette in guardia dallo sposare con eccessivo entusiasmo e in modo acritico qualsiasi causa, diffida di tutte, comprese quelle che gli sono care. “Riguardo a ciò che è dubbio non dare giudizi, ma tieni i tuo parere in sospeso, senza definirlo, perché non tutte le cose verosimili sono vere, e non è falsa ogni cosa che sembra incredibile. La verità ha molte volte l’aspetto della menzogna e la menzogna è coperta da una parvenza di verità; perché come l’adulatore copre le sue cattive intenzioni con un atteggiamento accattivante del viso, così la falsità può ricevere il colore e l’aspetto della verità per meglio indurre in errore” (II, 58.3).

Per governare bisogna saper parlare alla gente. Farsi capire è più importante ancora del governare bene.
Sono, dovrebbero essere cose ovvie.
Trovo straordinario però che l’importanza cruciale, per la politica, del saper comunicare l’avesse afferrata già tutta un uomo del 1200.
Ser Brunetto è maestro di retorica, anzi rettorica, con la doppia t, che, come spiega suggestivamente Pietro Beltrami nell’introduzione a questa edizione del Tresor, “non è semplice variante formale di retorica, ma il segno di una sovrapposizione mentale e culturale, che si impone nel Duecento italiano, fra la figura del rètore, di colui che sa pronunciare discorsi persuasivi, e quella del rettore, di colui che ‘regge’, governa il comune”.
[...]
Ser Brunetto è un maestro nell’arte governare e di spiegarsi, della politica come gestione del “bene comune”, e insieme del cimento per “indurre ad unità gli animi molti”; insomma è esperto tutt’uno di politica e scienza della comunicazione, come diremmo oggi.
Allora non c’erano le tv. Non c’erano ancora nemmeno i giornali. Lui conosce due modi per comunicare, per spiegarsi, “due maniere di parlare”: “de boche o par letres”, con la bocca o con le lettere. E li padroneggia entrambi, cavalcando le spalle dei giganti antichi, da Aristotele e Cicerone, ma aggiungendovi anche del suo. Non lo fa gratis. E’ un maestro anche nel vendere i suoi discorsi.
I suoi Tesori e Tesoretti furono innanzitutto anche grandi bestseller della sua epoca, venivano copiati e ricopiati, miniati, trasformati in edizioni di gran lusso, non c’era corte europea degna di rispetto che non sentisse il bisogno di averne almeno una copia, di manoscritti ce ne sono tanti da far perdere la testa agli studiosi, e per giunta diversi tra loro, al punto da dire cose completamente diverse, talvolta opposte, in passaggi cruciali.
[...]
Ser Brunetto non è solo un teorico della politica. E’ un tecnico, un virtuoso, un acrobata. Che da muoversi in una politica che appare per certi versi anche più aggrovigliata di quella cui siamo abituati. Altro che bipartitismo imperfetto: le città di quei tempi sono lacerate da conflitti che si intrecciano tra di loro, in una miriade di sottoconflitti all’interno di quelli che a prima vista potrebbero anche apparire come due schieramenti contrapposti.

Non ci sono solo la destra e la sinistra, il popolo grasso e il popolo minuto, nobili e mercanti, i partigiani del Papa e quelli dell’Imperatore, Guelfi e Ghibellini. Ci si divide a morte anche tra Guelfi bianchi e Guelfi neri, tra le famiglie capeggiate dai Cerchi e quelle capeggiate dai Donati, e all’interno della stessa famiglia. Ci sono guelfi che propugnano l’alleanza con il Papa e l’Angiò, e accusano altri guelfi di tradimento e intelligenza coi ghibellini. Ci sono i poteri forti che si contendono le amicizie politiche, si schierano in base a strategie contrapposte, ci sono cordate di banchieri in concorrenza con altre cordate di banchieri.
Ser Brunetto, notaio, avvocato d’affari, sottile diplomatico, legato a grandi interessi bancari con ambizioni europee, li conosce a menadito, si muove con competenza nella giungla.
[...]
Eppure Li Livres du Tresor è un bestseller datato.
L’originale risale a quando Ser Brunetto, notaio e alto funzionario della repubblica fiorentina, era stato sorpreso, mentre si trovava all’estero, da un improvviso cambio di governo a Firenze. In un momento confuso, in cui si moltiplicavano le candidature al sacro romano impero quasi come sembrano moltiplicarsi le candidature a leader del partito democratico (ma si potrebbe dire lo stesso per l’altro Polo), l’avevano mandato a svolgere una delicata missione diplomatica presso Alfonso X di Castiglia.
[...]
La Siviglia in cui Ser Brunetto fu ricevuto da Alfonso il Saggio nell’Alcazar, da poco riconquistato ai Mori, era uno dei cuori pulsanti dell’Europa, un eccezionale laboratorio dove cristiani, ebrei e musulmani collaboravano strettamente. Brunetto ne fu certamente impressionato. E’ possibile che proprio in quella occasione il notaio fiorentino abbia acquisito stimoli culturali, libri e manoscritti che poi avrebbe trasmesso ai suoi migliori allievi.
Forse anche alcune delle “fonti musulmane” della Divina commedia. Che Dante possa essersi ispirato, nell’immaginare il suo viaggio dall’inferno fino al paradiso a uno e l’altro dei molti testi sui viaggi ultraterreni di Maometto...

...grazie anche a tutto quel che aveva appreso a Siviglia, la New York di allora, Brunetto Latini aveva messo momentaneamente da canto la politica e s’era poi messo a scrivere il suo Tesoro. E’ lui stesso a raccontarlo in un passo scherzoso, deliziosamente carico di humour, del Tesoretto, con versi nei quali qualcuno ha addirittura creduto di vedere il modello per l’incipit della della Commedia di Dante: “E poi sança soggiorno/ Ripresi il mio ritorno,/ Tanto che nel paese/ Di terra navarrese, / Venendo per la valle/ Del piano di Roncisvalle,/ Incontrai uno scolaio/ Sovr’un muletto baio/ Che venia da Bolongnia/… Ed io pur domandai/ Novelle di Toscana/ In dolce lingua e piana;/ Ed e’cortesemente/ Mi disse immantinente/ Che Guelfi di Fiorença/ Per mala Provedença/ E per forza di guerra/ Eran fuori de la terra,/ E il dannagio era forte/ Di pregione e di morte”.

I guelfi fiorentini “vennero cacciati fuori dalla città e le loro cose messe a fuoco e fiamme e distrutte” e “con costoro fu cacciato Maestro Brunetto Latini, e per quella guerra era esiliato in Francia quando compose questo libro per amore del suo amico”, il modo in cui la mette nel Tresor (I, 99.1). Comunque la si voglia mettere, sul comico o sul drammatico, in tragoedia o in comoedia, la sostanza è che Ser Brunetto aveva capito al volo che non tirava più aria. Anche questo è una dote non da poco per un leader politico. Non è forse a caso che diversi dei capitoli finali del Tresor siano dedicati all’argomento dell’uscita di scena del leader, non meno importante della sua entrata in scena, al “come il signore deve comportarsi alla fine della sua signoria”, alle “cose che il signore deve fare al termine della sua funzione”, a “come il signore deve trattenersi a rispondere di sé”, cioè di come ad un certo punto deve rendere conto del suo operato e di quello dei suoi (III, 103-104-105).

Altro tratto particolare, che colpisce per la sua attualità, è che il signore di cui parla e dà consigli Ser Brunetto nel suo Tresor, è un signore democraticamente eletto. A differenza del Principe di Machiavelli, del suo potere deve rendere conto a degli elettori, la sua potestà è a termine.

Brunetto Latini si stacca da altri esponenti del pensiero medievale, e dallo stesso Dante, che come è noto invocava la “monarchia”, la leadership pura, il “Veltro” (no, non il Veltroni) salvatore, perché nella democrazia elettiva sembra crederci davvero, anche quando tutto direbbe che non funziona, o non la lasciano funzionare.
Ci crede al punto di forzare, anzi falsificare Aristotele, pur fingendo di farne una semplice traduzione. “Il governo è di tre tipi: il primo è dei re, il secondo è dei buoni, il terzo è dei comuni, il quale è di gran lunga il migliore tra questi altri”, esordisce il capitolo del Tresor in cui “ci dit de signorie”, cioè, si parla del governo. La tripartizone è fedelmente ripresa da Aristotele. La così netta dichiarazione di preferenza per la democrazia, invece è tutta di Ser Brunetto. Si doveva arrivare a Churchill perché in occidente qualcun altro dicesse chiaro e tondo di ritenere la democrazia una pessima forma di governo, tranne per il fatto che tutte le altre sono peggiori.

Ad ogni modo sapeva come e quando mettersi da parte. E forse aveva fiducia nell’alternanza. [...] Persa la partita in politica, Brunetto Latini era tornato a guadagnarsi la vita “nel settore privato”, facendo il notaio tra Parigi e Arras, per i mercanti e finanzieri fiorentini. Ma quando l’alternanza funziona, c’è speranza anche per gli sconfitti. Ridivenuta Firenze nuovamente guelfa, Ser Brunetto vi era tornato, per candidarsi con successo al priorato nel 1287 e poi morirvi, a tarda età, nel 1293, al colmo di onori e prestigio, e al culmine della carriera.
L’“amico” dei tempi dell’esilio, cui aveva dedicato anni prima il Tresor, era l’allora re di Francia Carlo d’Angiò (Anjou).

Il clou della terza parte del Tresor, un modello di lettera, è niente meno che un invito ufficiale, “col comune assenso della città”, al re di Francia perché assuma la signoria (nel testo si dice Roma, ma è chiaro che ci si riferisce a Firenze), con regolare stipendio, “un salario di 10 lire di tornesi”, portandosi dietro “dieci giudici e dodici notai”, “voi e tutto il vostro seguito”, epperò “a vostro rischio per le persone e le cose”, insomma intervenga con le sue truppe in Italia, contro gli eredi dell’imperatore Federico.
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Il Tresor non è “pacifista”, ma ha buoni consigli per tutti, sulla necessità di avere comunque obiettivi chiari, una exit strategy: “In tempo di guerra, quando è necessario combattere, i signori devono in primo luogo cominciare la guerra con l’intenzione di poter vivere in pace dopo il combattimento, senza fare torti (II, 86).
Il problema è che anche chi aveva approvato, o addirittura invocato l’intervento, tende a cambiare idea quando le cose si mettono male. L’entusiasmo per Carlo si erano rapidamente raffreddato, anche per coloro che l’avevano poco prima invocato ed “eletto” salvatore d’Italia. Persino Papa Clemente VI, che lo aveva nominato re di Sicilia e addirittura proprio vicario, si mise a rampognarlo di malgoverno, e di aver disatteso i suoi consigli.

Sotto accusa erano in particolare le sue politiche fiscali, che avevano scontentato tutti. Scoppiarono rivolte contro l’eccesso di tasse. In particolare, la “decima” per finanziare una crociata contro Costantinopoli ortodossa (anziché per la “liberazione” di Gerusalemme musulmana) aveva rovinato la Sicilia. Anche gli amici di un tempo cominciarono a prendere le distanze.

Una copia della prima edizione italiana del Tesoro già dice che è stata scritta da Ser Brunetto “per amor del suo nimico”, anziché “amico” come diceva il Tresor in francese.
Gli danno ormai del tiranno, del “più Nerone che Nerone”, peggio persino dei saraceni: “Tu vero Nerone Neronior, et crudelior saracenis”. Finché con la rivolta dei Vespri siciliani, per i francesi di Carlo si mette davvero male. C’è persino chi ritiene che nei Vespri ci fosse lo zampino di Ser Brunetto.
Faceva finta di essere dalla parte di Carlo “ma in tutte cose al segreto gli fu contrario… acconsentì e diede aiuto e favore al trattato e rubellazione ch’al re Carlo fu fatto dell’isola di Cicilia”, sostiene il Villani.

Se a questo punto volete sapere perché, pur con tutto l’affetto e il rispetto che gli porta, Dante lo manda all’inferno, a rischio di deludervi, vi confesso che non lo so.
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Anche per gli altri, nominati in sua compagnia, di cui ci viene detto che “saper d’alcuno è buono; de li altri fia laudabile tacerci”, e che “tutti fur cherci e letterati grandi e di gran fama, d’un peccato medesimo al mondo lerci”, può far venire in mente Pasolini o l’argomento preti e pedofilia, ma non è accertato che di questo si tratti. C’è chi ha osservato che i nominati occupavano quasi tutti di finanza, quindi Dante che è un po’ moralista potrebbe avercela con loro perché troppo “furbetti” [...].