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giovedì, aprile 10, 2008

Santa anche subito /12


"Tutti i miei conoscenti di sinistra e di centrosinistra vogliono una politica di destra.
Di destra-destra, mica Pdl. Quando fanno il test elettorale su www.voisietequi.it immancabilmente scoprono di condividere il programma della Lega e della Destra. Per ritrarsi subito dopo inorriditi: Bossi e Santanchè mai!

La democrazia italiana è cinquanta per cento brogli e cinquanta per cento bon ton. Sui brogli c’è poco da fare, è una tradizione che risale al 1860.
Il bon ton è appena più recente ma non meno consolidato: non sta bene dichiararsi di destra, nemmeno a sé stessi. E così vogliono bloccare l’immigrazione e votano Veltroni, frenare la deriva morale e votano Casini."

(Camillo Langone; PREGHIERA;
Il Foglio di giovedì 10 aprile 2008)

sabato, aprile 05, 2008

VOS ET IPSAM Campagnam Electoralem BENEDICIMUS

Ovvero: Fenomenologia della Madonna della Lettera.


Una nota di folclore cattolico durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del domenica 13 e lunedì 14 aprile 2008, è pervenuta dal clamore mediatico intorno ad una lettera "della Madonna" composta e propagandata dal sacerdote genovese Paolo Farinella in data 4 febbraio 2008, ovvero durante i giorni giubilari per i centocinquant'anni delle apparizioni della Beata Vergina Maria di Lourdes.
Proprio in vista della festività marina dell'11 febbraio, infatti, il prete per lamentare il proprio sdegno per la caduta del secondo governo Prodi ed il proprio livore contro una iniqua legge elettorale e pertanto contro l'inetta classe politica tutta, non ha trovato niente di più originale che indiraizzare una lettera aperta alla Madre di Dio:
"Non ci resta che la Madonna di Lourdes, nella speranza che almeno lei possa fare qualcosa per l’Italia dove Padre Pio protegge il clan Mastella, Santa Rosalia piange il cattolicissimo Cuffaro e Sant’Agata di Catania si affida alla mafia per la sua onorata processione. Madonna di Lourdes, confidiamo in te! "

Indagare il perchè, tra tutti i titoli mariani sotto cui invocare aiuto e protezione dalla Vergine Santa, don Farinella abbia scelto proprio quello della Madonna di Lourdes potrebbe essere oggetto di meditazione assai proficua.

Il non aver scelto una qualche Madonna italiana (dalla Madonna di Pompei a quella "delle lacrime" di Siracusa, dalla romana Madonna del Divino Amore (salvatrice dell'urbe) alla "prodiana" Madonna di San Luca, per non parlare della poi della a lui familiare genovese Madonna della Guardia) può non essere considerato come l'ennesima manifestazione di quella cronica esterofilia che permea la mentalità italiana?
Forse a don Farinella le italiche madonne appaiono troppo "compromesse" con l'establishment , con lo statu quo quando non addirittura conniventi col malaffarre:
"Si manda a casa Prodi per fare posto al senatore (prossimo) Cuffaro, uomo integerrimo e di specchiata virtù, certificata dall’autorità del vice papa Pierferdinando Casini, cristiano spocchioso di chiara moralità coniugale insieme al suo compagnuccio di merende Gianfranco Fini: costoro, insieme al loro padrone e capo, cattolici dichiarati, amano tanto la famiglia da averne anche due sul modello poligamico arabo. Costoro, che hanno votato cristianamente in silenzio tutte le leggi immorali del governo Berlusconi, di cui, fino a ieri dicevano peste e corna, oggi strisciano ai suoi piedi proni al bacio della sacra pantofola con la benedizione del santo padre e figli devoti, sotto la direzione del cerimoniere Giuliano Ferrara."

La Madonna di Lourdes "appare" pertanto super partes, lontana dai centri di qualsiasi potere mondano, civile ed ecclesiarico.
Ella, la purissima, la senza peccato, colei che sola ha il privilegio unico di autodefinirsi "l'Immacolata" per antonomasia e che illumina con la sua specchiata illibatezza una grotta in cui solitamente pascolavano i porci, pare allegoricamente esprimere il suo celeste, chiaro e severo giudizio sulle vicende terrene.
Ella chiede preghiere e mortificazioni per i poveri peccatori.
Il suo linguaggio è scarno, diretto ed essenziale; anche quando chiede a Bernadette di indirizzare le proprie richiesta agli uomini di Chiesa la Santa Vergine si esprime senza deferenze curiali con quel: "và a dire ai preti" che non piacque per niente al curato Peyramale, il parroco di Lourdes.

Pertanto incalza don Farinella nel suo sfogo alla Vergine di Lourdes:
"Mi addolora che in questo attentato alla democrazia si possa scorgere la longa manus della gerarchia ecclesiastica cattolica, perché il colpo di grazia al governo Prodi, da sempre inviso oltre Tevere, forse perché da quelle parti non si tollerano i cristiani adulti, è avvenuta in una sincronia di fatti e interventi che definire casuali significa bestemmiare il Nome di Dio...

Ora le destre e le armate di Ruini, il grande regista dell’asse atei-devoti e devoti-atei, possono avanzare a tenaglia e, travolta la suicida maggioranza del governo Prodi, installarsi nelle casseforti del potere e spartirsi con immorale cupidigia le spoglie di ciò resta del malaffare, del conflitto d’interessi, dell’economia, della cassa e della dignità di un popolo...

...Onore alla Cei, a Ruini, a Bertone, a Betori e a Bagnasco che ora benedicono, senza dirlo espressamente, le falangi fasciste, casiniane, finiane, storaciane, mastelliane e berlusconiane, dimenticandosi – ahimé! – che tutti questi lanzichenecchi hanno fatto scempio della morale cattolica e della dottrina sociale alla quale pure dicono di doversi ispirare, avendo fatto solo i loro interessi e quelli del padrone, infischiandosene di quelli del Paese, delle famiglie, dei poveri, degli immigrati e di quanti non hanno nemmeno lacrime per piangere.

Onore a tutti i cristiani, figli devoti del papa, che in nome dei sacri valori della famiglia e del "sano laicismo" voteranno per cattolici divorziati, concubini, conviventi, mafiosi, condannati, ladri, atei e devoti capaci di vendere Cristo, l’etica e l’onore per meno di trenta denari. Quando si tratta di battere e riscuotere cassa, ciò che conta è la forza del potere, mai la coerenza del cuore e la dignità della coscienza che sono appannaggio degli spiriti deboli. Non ci resta che sperare in un miracolo! Madonna di Lourdes, pensaci tu, per piacere! Anche in articulo mortis! "


Se a molti piissimi cattolici la "sacra" missiva del prete genovese è parsa addirittura blasfema, essa in realtà dal punto di vista teologico-dogmatico appare perfettamente in linea con la più rigida tradizione spirituale che in diversi secoli, e sebbene con differenti sensibilità, ha visto da parte dei devoti la formulazione di voti e promesse, per certi versi dei veri e propri contratti con la Madonna stessa: si ricordi che il termine "omaggio" nel diritto feudale indicava la cerimonia di vassallaggio.

"Totus Tuus ego sum et omnia mea Tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor Tuum, Maria" è la formula della "schiavitù mariana" promossa da San Luigi Grignon de Monfort che ne fu il grande apostolo dei tempi moderni (e di tale formula di "consacrazione" a Maria il Papa Giovanni Paolo II ne fu novello propugnatore). Già in età patristica Sant'Ildefonso di Toledo giustificava una simile spiritualità di sottomissione a Maria: “Per questo io sono tuo schiavo, perché il mio Signore è tuo figlio. Per questo tu sei la mia Signora, perché tu sei la schiava del Signore.”

Tipico dell'età medievale e barocca fu quello di suggellare la propria consacrazione mariana con veri e propri documenti formali; e magari controfirmati col proprio sangue; come ad esempio il giuramento "immacolatista" con cui nei secoli precedenti alla definizione dogmantica del 1854 moltissimi teologi si impegnavano a difendere "usque ad effusionem sanguinem" la dottrina della "Immacolata Concezione".

Spesso agli atti di devozione privata si accompagnavano petizioni pubbliche e solenni di città, di intere nazioni e regni con cui solennemente le pubbliche autoritò civili e militari supplicavano la protezione della "Vergo Potens" "Refugium peccatorum" ed "Auxilium Christianorum".

Il popolo cristiano della città di Messina venera la Santissima Vergine come propria specialissima patrona sotto il peculiare appallativo di Madonna "della lettera" , piamente tramandando l'antica divota nuova secondo cui i primi messinesi battezzati da san Paolo, avendo saputo per bocca dell'apostolo che la Madre di Gesù era ancora in vita -quando nell'anno 42 l'apostolo Paolo tornò a Gerusalemme- decisero di indirizzare alla Madonna una lettera che sarebbe stata poi consegnata nelle sue mani sante e venerabili da una delegazione di messinesi stessi, per ancor meglio esprimere "coram santissima" i sensi della propria devozione.
Non solo, ma addirittura la santissima Vergine Maria rispose all'ambasciata con una propria breve ma pregnante missiva che non poteva non concludersi che con la sua materna benedizione (e con la promessa della propria perpetua intercessione).

A ben guardare, però, il culto apparentemente singolarisimo verso una Madonna compositrice di missive alla blebe cristiana, è ben più diffuso e capillare nella storia della Chiesa, nella storia della devozione, e soprattutto nella forma mentis dei fedeli cattolici!

Esemplare, in tal senso, è il culto spoletino per la Santissima Icone della Madre di Dio. Piccola immagine di foggia bizantina ispirata alla icona costantinopolitana detta “Haghiosoritissa”; fu donata nell'anno 1155 ai cittadini di Spoleto da Federico I "il Barbarossa" quale segno di pace dopo la guerra in cui le truppe dello svevo sacro romano imperatore avevano raso al suolo la città di Spoleto.

La Madre di Dio, raffigurata a mezzo busto, mesta e dolente, leva in altro le mani in segno di intercessione presso Cristo quale avvocata dei peccatori e regge il seguente cartiglio:
“Che chiedi o Madre? -La salvezza dei viventi -
Mi provocano a sdegno -Compatiscili, Figlio mio
-Ma non si convertono!
-E tu salvali per grazia”.
La sacra immagine divenne il palladio della città, baluardo della propria indipendenza ed "icona" della propria sovranità politica; poichè se i fedeli cristiani indirizzano le proprie petizioni alla Madre di Dio, ciò vuol dire che essi ritengono che ella non solo abbia la posibilità di rispondere positivamente ma anche di agire fattivamente a loro favore!

Soprattutto nella lunga serie delle apparizioni mariane dell'età contemporanea viene dagli agiografi evidenziato come le manifestazioni di Nostra Signora abbiano avuto lo scopo di rispondere alle pubbliche richieste di soccorso e persino di prevenire e mitigare futuri più gravi pericoli, non più locali ma di portata planetaria.
Il culto tutta moderno verso le apparizioni di una Santa Vergine propagandatrice di messaggi più o meno segreti per i papi, per i governanti, per la Chiesa e per il mondo in genere, nasce pertanto già antica: i reiterati brevi messaggi ai fedeli di tutto il mondo da parte della Madonna di Medjugorie in realtà in nulla innovano nel contenuto rispetto a quel presunto primo messaggio dell'anno 42 indirizzato ai fedeli messinesi.

Se don Farinella ha deciso di scrivere proprio alla Vergine di Lourdes -e pertanto implicitamente ne aspettava anche risposta!- forse il motivo sta nel fatto che la Bella Signora della grotta è la meno politicizzata tra tutte le madonne; e benedetto da tutti (persino dai laicisti ed anticlericali) è il frutto delle apparizioni di Massabielle: ovvero la cura amorevole dei malati, disabili, handicappati e della varia umanità sofferente.
Una Madonna "del fare", una Madonna di poche parole che chiede a Bernadette di scavare nel fango, una Madonna che, pertanto, chiede ai cristiani di "sporcarsi le mani" per il bene comune invece di rinchiudersi nella propria "turris eburnea".

Come ai messinesi di duemila anni prima anche per Don Paolo Farinella è giunta celermente la risposta della Mamma Santissima con lettera raccomandata tramite messaggero angelico:
"Caro Paolo prete,
Sono la Madonna, la mamma di Gesù, e rispondo alla lettera aperta che esprimeva disillusione e disorientamento di fronte alle elezioni politiche dell’aprile 2008.
Moltissimi cittadine e cittadini non riescono a capire le posizioni della gerarchia cattolica, nonostante la politica di formale «non coinvolgimento» che il Presidente della Cei ha annunciato con grande enfasi il 10 marzo 2008 nella sua prolusione al consiglio permanente dell’organismo che raggruppa i vescovi italiani. «Non coinvolgimento» apparente, perché poi tutto, l’atteggiamento, il clima, il respiro, il contesto, lo sguardo, tutto converge verso alleanze implicite in nome di valori o singoli temi, perdendo di vista la visione complessiva del «bene comune» che è il criterio di fondo che la stessa gerarchia cattolica scrive nei suoi documenti ufficiali. Nello stesso tempo c’è il rifiuto di fronte alle liste così come sono fatte.
Molti si chiedono se sia giusto votare, se sia utile, se sia doveroso. Da persona seria, rispondo e non mi sottraggo al dovere di offrire una valutazione e di dare un consiglio...

Il segretario del partito democratico è certamente serio, fotogenico, televisivo, ma anche è un monsignore: basta guardarlo per vedere subito «le physique du role». Berlusconi gli è debitore in eterno (infatti non lo attacca mia direttamente) perché fu Monsignor Dabliu Veltroni a salvare Berlusconi dalla bancarotta, consegnandogli, chiavi in mano, il monopolio televisivo.
Era il 4 febbraio 1985. Al senato era in scadenza il decreto sulle tv voluto da Craxi e detto «decreto Berlusconi». La sinistra indipendente fece ostruzionismo e bastava che il Pci prestasse un suo uomo che parlasse per venti minuti e quel decreto non sarebbe mai più passato perché era stato bocciato una prima volta alcuni mesi prima. Dabliu Veltroni, che già studiava da prete, era responsabile dell’informazione di Botteghe Oscure e in questa veste diede ordine ai suoi di fare passare il decreto perché De Mita aveva concesso la direzione di Rai 3 all’allora PCI. Per venti minuti di ostruzionismo mancato, l’Italia si trova con il flagello Berlusconi e le sue tv... Di questo l’Italia deve ringraziare Monsignor Dabliu Veltroni...

...Alla storia si aggiunge anche la promessa che Monsignore Dabliu Veltroni fece diventando sindaco di Roma per la seconda volta: allo scadere del mandato, sarebbe andato in Africa e lavoro per lo sviluppo di quel continente che ama tanto e avrebbe lasciato la politica. Oggi si è dimesso da sindaco e dirige il nuovo partito democratico, in omaggio alle promesse e alla coerenza.
Detto questo, per chiarezza, bisogna rilevare che ha saputo dare l’unico e rilevante segno di rinnovamento, almeno iniziale, della politica, scegliendo di non allearsi con quella sinistra (si fa per dire!) recidiva che ha litigato tanto da riconsegnare per la seconda volta l’Italia a Berlusconi. Nelle sue liste bloccate come quelle degli altri, ha svecchiato il parlamento e ha fatto un programma credibile e possibile, anche se ha fatto l’errore di allearsi con i radicali, cortigiane a buon mercato che ieri erano di là...

Se gli Italiani e le Italiane dovessero scegliere onestamente, secondo coscienza, non dovrebbero votare alcuno degli attuali pretendenti. Non votare però è un brutto segno...

IN SINTESI

Se io, la Madonna, dovessi essere in Italia e votare, seguirei questi criteri, in quanto cittadina e in quanto cristiana:

1. Non voterei per i partiti o liste e/o individui suggeriti o appoggiati, direttamente o indirettamente dall’autorità ecclesiastica perché non ne ha competenza e perché in Italia vige un concordato che vincola le parti a fronte di reciproci benefici. La Chiesa deve pretendere la liberta di parola, di aggregazione, di culto, di insegnamento, senza oneri per lo Stato.

2. Non voterei simboli e scritte che portano il nome «cristiano» o immagini religiose, come croci, campanili: è un uso improprio, segno di ateismo pratico.

3. Non voterei partiti e liste che presentano inquisiti di qualunque genere: il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, giustamente ha detto (aveva il diritto di dirlo) che i politici devono essere «esemplari». Un cristiano non può votare la lista di Berlusconi che ripresenta oltre trenta inquisiti più Marcello Dell’Utri già condannato in via definitiva e per la seconda volta i 1° grado; non può votare Udc di Casini che presenta Cuffaro «vasa-vasa», condannato in 1° grado per associazione mafiosa. I cattolici che li votano tradiscono tutto il loro codice etico.

4. Non voterei liste o partiti che presentano coloro che sono passati da una parte all’altra senza battere ciglio, tradendo gli elettori. Chi tradisce una volta è pronto per la seconda se il prezzo è congruo: non bisogna votare, ad es. De Gregorio, Dini, Bordon, Manzione, ecc.

5. Non voterei i difensori della famiglia che nella loro vita privata sono divorziati o conviventi, se pubblicamente urlano sulla indissolubilità della famiglia fondata sul matrimonio: non possono imporre agli altri i pesi che essi non sono stati capaci di portare. O stanno zitti o si ritirano a vita privata: se non lo fanno, devono mandarceli gli elettori.

6. Non voterei chi vuole imporre agli altri la propria visione della vita sia religiosa che politica, senza tenere conto delle esigenze delle minoranze di qualunque natura e cultura, nel rispetto assoluto della dignità della persona, sia essa residente o immigrata.

7. Non voterei liste o partiti che non abbiano candidato almeno un 30% di presenze femminili.
8. Non voterei liste o partiti che non abbiano almeno un 30% di candidati e candiate sotto i 40 anni.
9. Non voterei liste o partiti che presentano oltre il 30% di candidati con più di tre legislature.

10. Non voterei liste o partiti xenofobi che discriminano uomini e donne in base al sesso, alla religione, alla nazionalità, al bisogno e alla dignità come la lega di Bossi che venera il «dio Po» e rinnega anche la decenza.

Io, la Madonna, voterei per salvare l’Italia dal baratro della barbarie berlusconiana e poi dal giorno dopo le elezioni… sarà un altro giorno.
Con la mia materna benedizione
Maria di Nazaret, 11 marzo 2008"


La lettura di cotanto circostanziato messaggio della Madonna non può che lasciare costernati!
Se infatti la lettera del parroco genovese invocante il soccorso della "Regina delle Vittorie" appare legittima, poichè implicitamente riconosce la prerogativa della Santa Vergine quale "mediatrice di tutte le grazie", la risposta celeste invece appare macroscopicamente come un falso grossolano poichè innova decisamente rispeto a tutti i precedenti mistici interventi della Santa Vergine nelle vicende terrene.
Lo stile dialogico della Bella Signora di Don Farinella è di una prolissità imbarazzante che contrasta insanabilmente con il modo di esprimersi di Nostra Signora di Lourdes: nelle apparizioni che si susseguirono dall'11 febbraio al 16 luglio 1858 rimase per il più delle volte silenziosa, limitandosi a sgranare la corona del rosario.

martedì, gennaio 22, 2008

Breve ai Principi, V

Ovvero: "Gli disse allora Pilato: "Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?".
Rispose Gesù: "Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto."

A tutti coloro che hanno lamentato la mancanza di laicità nella politica italiana, additando l'ingerenza clericale , e disgustandosi per l'opportunismo ed il clericalismo della classe politica italiana che, rispondendo all'invito del "vicario del vicario" cardinal Ruini, in gran numero e prescindendo dalla propria personale conformazione ai dictat sulla fede e sulla morale di Santa Romana Chiesa, si sono presentati in Piazza San Pietro per l'Angelus di domenica 20 gennaio 2008 per significare la propria solidarietà a Benedetto XVI dopo la mancata visita all'Università della Sapienza, vorrei segnalare gli Stati Uniti d'America quale sommo modello di vera ed autentica laicità.

La medesima mattina di domenica 20 gennaio, nella città di Columbia nello Stato del South Carolina, Stato in cui si sarebbe dovuto scegliere il candidato denocratico per la Casa Bianca, la moglie di Barak Obama e la figlia di Hillary Clinton si sono presentate a lodare Iddio nella stessa chiesa la "Bible Way Church", una chiesa frequentata solo da afroamericani. La scelta manifestamente politica di mostrare la vicinanza dei due candidati democratici alla gente di colore è avvenuta a ridosso della ricorrenza del Martin Luther King Day, "la festa dei diritti civili" una festa nazionale che si celebra ogni anno il terzo lunedì di gennaio per commemorare il grande apostolo della lotta contro il razzismo e la discriminazione.

Forse se ci fosse un Eugenio Scalfari americano tuonerebbe dall'alto delle colonne di un suo editoriale che i Clinton e gli Obama sono degli ipocriti e degli schifosi che dovrebbero solo vergognarsi per aver deliberatamente usato la religione per accaparrarsi voti. Ma proprio perchè l'America è una Nazione laica nessuno si sognerebbe di inveire contro Michelle Obama Chelsea Clinton per le loro convinzioni religiose.

La "laicità" è quel principio politico-filosofico secondo cui le autorità religiose non hanno alcun potere nè pertanto il diritto in forza della loro potere spirituale di intervento diretto nell'amministazione dello Stato. Ma escludere il clero dall'esercizio del potere temporale non significa negare a Dio il potere di intervenire nella sfera temporale.
Laicità non è sinonimo di ateismo o di agnosticisno elevato al rango di religione di Stato.

A Bonifacio VIII cui gli ambasciatori di Filippo il Bello rimproveravano di aver sostenuto in una sua bolla che il Re di Francia era politicamente assoggettato al Papa, egli indignato rispose: "Quadraginta anni sunt, quod Nos sumus experti in iure, et scimus, quod duae sunt potestates ordinatae a Deo; quis ergo debet credere vel potest, quod tanta fatuitas, tanta insipientia sit vel fuerit in capite Nostro? Dicimus quod in nullo volumus usurpare iurisdictionem regis".
Pertanto la questione sulla laicità non è una disputa tra la fede e indifferentismo religioso, o clericalismo o non clericalismo, ma la formula della "sana laicità" stà nella capacità o meno di individuare, distinguere e separare i compiti e quindi le finalità della Chiesa e dello Stato.

In quella America dove c'è una assoluta separazione tra Stato e Chiesa e dove pertanto non c'è un "Concordato" con la Santa Sede nè "le intese" con le altre confessioni, dove pertanto non sarebbe nemmeno lontanamente immaginabile che sia direttamente lo Stato a distribuisce a nome dei cittadini il sostegno economico alle confessioni religiose, ma dove sono invece i cittadini a finanziare direttamente le istituzioni religiose, ecco che laicità significa che, in tutta libertà e con pieno diritto, gli uomini politici possono "strumentalizzare" Dio direttamente senza necessità di attaccarsi alla bianca sottana del Suo Vicario in Terra.
In tutti i culti monoteistici si rivolgono preghiere affinchè Dio protegga i governanti e custodisca la pace sociale perchè anche quando in uno "Stato laico" si è eliminata l'invadenza dei preti nella politica non si può eliminare invece l'etica dalla sfera pubblica. Non si può non teren conto del fatto che gli individui ed i gruppi che costituiscono la società civile abbiano delle convinzioni intorno a ciò che è "vero" e a quello che è non lo è, ciò che è "bene" e ciò che è "male", ciò che è "giusto" e ciò che è "sbagliato".
"Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l'autonomia delle realtà temporali.
Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace tra gli aderenti alle diverse religioni; la Chiesa come espressione sociale della fede cristiana, da parte sua, ha la sua indipendenza e vive sulla base della fede la sua forma comunitaria, che lo Stato deve rispettare." (Deus Charitas).

Nella democratica e laica America nessuno voterebbe per qualcuno che dichiarasse apertamente di non credere in Dio, così come in Inghilterra nessun cittadino ateo sente minacciata la propria libertà dal fatto che Sua Maestà Britannica regni per diritto divino!

Nella conservazione e nella promozione del bene comune, pertanto, non si può negare ai governanti, e ai cittadini che li hanno scelti come propri rappresentanti, di ispirarsi ai propri personali principi etici o religiosi seppur nella nettissima distinzione tra peccato e reato. Soprattutto non si può negare ai cittadini e alle loro libere e legittime forme associative riconosciute legalmente dallo Stato stesso tra cui è anche "la Chiesa" di manifestare il proprio giudizio di valore: "vagliate ogni cosa e trattenete ciò che è buono" insegnava San Paolo.
La "Chiesa" come ogni comunità religiosa è un corpo sociale pienamente inserito nella più ampia società civile e ne fa parte legittimamente, la Chiesa non è un corpo estraneo, quasi un cancro sociale. Cinquant'anni di imperio democristiano dovrebbero essere la prova provata che nella Repubblica Italiana i cattolici non si sono comportati da pericolosi sudditi di un sovrano straniero!

Resiste però dilagante il pregiudizio "laico" secondo cui se un sedicente cattolico esprime un'opinione in sintonia col Magistero cattolico ciò vuol dire che il tale individuo non è in grado di ragionare con la propria testa.
Scriveva magnificamente il cardinal Newman: "L'accusa è questa: io, come cattolico, non solo dichiaro di aderire a dottrine a cui è impossibile che io creda col cuore, ma credo anche che sulla terra esista un potere che per sua volontà e a suo compiacimento impone qualsiasi nuova serie di 'credenda' per la sua pretesa infallibilità; ne consegue che io non sono più padrone dei miei pensieri, e che chissà se domani non mi tocchi rinunciare a quello che affermo oggi; necessariamente l'effetto di una tale condizione di spirito dev'essere una schiavitù degradante o un'amara ribellione interiore che si sfoga in'unincredulità segreta, o la necessità di abbandonare ogni pensiero religioso per una sorta di disgusto, affermando meccanicamente tutto ciò che dice la Chiesa".
Ragion per cui i "laici" sostenitori di una tale ipotesi considerano ogni pubblica dichiarazione della gerarchia ecclesiastica come la messa in opera di un plagio di fragili menti confuse.

La vera domanda ragionevole su cui interrogarsi "laicamente", pertanto non mi pare essere quella intorno al diritto del cardinal Bagnasco di additare "l´ignavia delle istituzioni" quanto piuttosto il diritto dei politici italiani di prendere posizione su temi prettamente religiosi.
Con quale autorità la Ministra della Salute Livia Turco dichiara ai mass media di non approvare la decisione di Benedetto XVI di celebrare la messa dando le spalle ai fedeli?
Con quale autorità la senatrice Manuela Palermi del Partito della Rifondazione Comunista emana una nota "teologica" a commento della lettera pastorale del Cardinale Tettamanzi alla diocesi di Milano?
La apprendista teologa Palermi infatti, che ritiene innammissibile che un cardinale come Bagnasco si faccia portavoce dei cattolici italiani, ritiene legittimo invece farsi portavoce dei fedeli e ringrazia "Dionigi il piccolo" a nome di tutti quei cattolici divorziati "che non si riconoscono nelle idee di intolleranza e chiusura dell'attuale Papa, che hanno fede e vogliono praticarla senza sentirsi peccatori. Dal cardinale Tettamanzi arrivano finalmente prime parole di comprensione e di pietà verso tante situazioni dolorose".

All'intervistatore che domandava di esprimere il suo autorevole parere sul ritono in auge del messale di San Pio V e del latino nella Chiesa Cattolica, il Patriarca di Mosca Alessio II ha risposto: "Penso che la questione della lingua liturgica e le relazioni tra le diverse componenti della Chiesa romano-cattolica siano questioni interne".

mercoledì, gennaio 16, 2008

Nel nome di Allah, Clemente (Mastella) e Misericodioso! 4

Ovvero: C'erano con Lui i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni. (Lc VIII, 2-3)


Nel primo mattino di mercoledì 16 gennaio 2008 la signora Sandra Lonardo , la bella consorte del Ministo della Giustizia, senatore Clemente Mastella, nonchè essa stessa Onorevole Presidente del Consiglio regionale della Campania ha appreso, mercè gli organi di informazione, di essere stata posta agli arresti domiciliari dal giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Chiaromonte, su richiesta del pubblico ministero Alessandro Cimmino. Il capo d'imputazione per l'onorevole signora Mastella è quella di "concussione" o per meglio dire "tentata concussione" sul direttore generale dell’ospedale di Caserta.

Appresa la trista notizia Sandra Mastella ha dichiarato "sconcertata" che ad ella non era inputabile alcuna macchia di peccato e, pertanto: "anche questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica"!

giovedì, settembre 20, 2007

vite parallele /14

Ovvero: Lo chiamavano "bocca d'oro".


Era il mercoledì 19 Settembre 2007, ed era trascorsa meno di una settimana dal mille e seicentesimo anniversario della morte di San Giovanni Crisostomo "Arcivescovo di Costantinopoli", quando il sedici volte Benedetto nella consueta udienza generale volle tracciare ai pellegrini convenuti nel "Foro petriano" un breve profilo del santo Padre della Chiesa antica, essenso la Storia della Chiesa il filo conduttore scelto da Benedetto XVI per le sue catechesi del mercoledì.

Nel considerare la prima parte della vita del Santo (cioè precedente alla sua elevazione sulla cattedra costantinopolitana) descrivendo i suoi natali antiocheni; la sua formazione e vocazione sacerdotale; l'essere un così grande predicatore che gli valse l'appellativo di "Chrysostomos" ovvero "Bocca d'oro"; il sedici volte Benedetto non ha trovato di meglio che additare ad esempio di tanta somma sacra eloquenza i ventidue sermoni quaresimali che l'allora prete Giovanni tenne all'irrequeto popolo di Antiochia in seguito alla rivolta detta "delle statue":
"Il 387 fu l’“anno eroico” di Giovanni, quello della cosiddetta “rivolta delle statue”. Il popolo abbatté le statue imperiali, in segno di protesta contro l'aumento delle tasse."

A questo punto il Pontefice sedici volte e vieppiù Benedetto ha alzato gli occhi dai fogli ed ha aggiunto la glossa: "Si vede che alcune cose nella storia non cambiano!"
Gli italici pellegrini abbracciati dal colonnato del bernini e solleticati dall'arguzia del teutonico umorismo hanno applaudito e - mentre tutte le agenzie di stampa annunciavano "urbi et orbi" che il papa "ha fatto la battuta!"- il Pontefice "ccioiosamente" regnante ha proseguito:
"In quei giorni di Quaresima e di angoscia a motivo delle incombenti punizioni da parte dell'imperatore, egli tenne le sue 22 vibranti Omelie sulle statue, finalizzate alla penitenza e alla conversione."

La "battuta" ratzingeriana seppur formalmente ecumenica (poichè a nessun cittadino di qualunque fede, di qualunque nazionalità e di qualunque periodo storico, piace pagare troppe tasse), è stata interpretata dai vaticanisti italiani come un sibillino commento alla situazione socio-politica del "Bel Paese" mille e seicento anni dopo la morte del Crisostomo.

In illo tempore. L'euforia per la fine dell'era Berlusconi -a seguito delle elezioni politiche del 2005- nel "popolo della sinistra" durò ben poco a causa dello sconfortante spettacolo della continua litigiosità tra partiti eterogenei che -accantonato con estrema nonchalance il programma elettorale- continuamente disputavano su quali dovessero essere le "vere" priorità dell'azione governativa senza approdare a nessun provvedimento che potesse essere sensibilmente esperimentabile dal cittadino quale utile giovamento.
Di contro ad un aumento del numero dei ministri e sottosegretari senza precedenti nella storia della Repubblica c'è stato una vero e proprio arenarsi dell'azione legislativa, causa proprio della risicata maggiornaza parlamentere, ragion per cui ben pochi furono i provvedimenti varati dal Parlamento e solitamente furono provvedimenti su cui incombeva l'esplicita richiesta della fiducia da parte del Governo.
Così al malcontento degli elettori di centro-destra per essere governati dai "comunisti" si unì la rabbia della -ex- "meglio gioventù" per un Governo che non dice "cose di sinistra"!
Emerse un generale e generalizzato malcontento popolare verso la classe politica tout court descritta come una "casta" facente parte di una più ampia "casta" di "potenti" prevaricatori delle leggi penali ed economiche cui invece debbono sottostare tutti i poveri cittadini onesti.
I privilegi che le leggi della Repubblica riconoscono agli uomini politici vennero considerati ingiusti ed eccessivi e per di più scandalosi di fronte ai mille balzelli e corvè cui senza scampo deve sottostare l'uomo qualunque. La stessa Chiesa cattolica venne additata da vari esponenti del Centro-Sinistra come causa diretta (per i più benevoli come causa indiretta) della difficile situazione economica del popolo italiano.

"Antipolitica" venne definita questa ondata di indignazione dal basso verso la classe politica italiana che ebbe nel comico Beppe Grillo un eccezionale catalizzatore e un sorprendente successo mediatico l'8 settembre 2007 con il "Vaffa-Day" organizzato a Bologna e in tante altre piazze d'Italia.
Una giornata in cui gli attivisti coagulati da Beppe Grillo (e dal suo Blog ) hanno potuto pubblicamente "mandare a quel paese" ogni potente e potentato: uno sfogo liberatorio, un pò come quello dei cittadini di Antiochia che nel 387 abbatterono le statue dell'Imperatore e della famiglia imperiale.



Se si vuole procedere col giochino ratzingeriano di paragonare la vita e l'opera del Crisostomo alla attualità italiana allora per una nuova "rivolta delle statue" più che pensare a Umberto Bossi e ad altri esponenti della Casa delle Libertà che hanno minacciato lo scioprero fiscale per protestare contro il Governo Prodi e la sua politica di aumento delle imposte, io volgerei lo sguardo verso Beppe Grillo: il sommo oratore italico che con la sua verve estenuante riesce a creare opinione, a fare informazione, ad additare le storture della politica e della finanza italiana nonchè a denunciarne le reciproche complicità.

I parallelismi sono comunque ideologici, quando non perniciosi come dimostra l'editoriale del direttore del TG2 Mauro Mazza che ha paragona Beppe Grillo ai cattivi maestri degli anni di piombo che con i loro proclami additavano chi colpire mortalmente.

I parallelismi storici sono assai perniciosi come ammonisce "la basilissa" Silvia Ronkey intervistata da Alessandro Trocino (Corriere della Sera; 20 settembre 2007):
E Crisostomo? Si schierò con il popolo contro l'oppressione fiscale?

«Niente affatto, si schierò apertamente dalla parte dell'imperatore. Nelle sue omelie, insiste sull'importanza del rispetto dell'autorità costituita».

Avevano abbattuto solo delle statue.

«Ma Crisostomo spiega che abbattere le statue è come mettere in discussione il potere e non si deve mai. L'imperatore vuole una buona immagine. Le statue di allora sono come la tv di oggi».


Quindi nonostante il suo probabile pessimo giudizio sulla classe dirigente italiana, dalla boutade di Papa Ratzinger emergerebbe il retro pensiero di un Benedetto XVI che preferirebbe il vecchio Prodi-Teodosio "baciapile" e "repressore" invece delle popolari rivendicazioni di maggior giustizia sociale ed economica.

Ma se è pur vero che quei lunghi sermoni fatti in piazza al popolo di Antiochia servivano a calmare il malcontento popolare e allo stesso tempo a dar ragione del dovere di obbedire ai legittimi governanti, è pur vero che avevano lo scopo schiettamente mediatico-propagandistico di provocare nell'imperatore Teodosio un cambiamento della sua politica verso la popolazione della metropoli antiochena!

I lunghi sermoni fatti nelle piazze principali delle città con largo uso delle tecniche per destare l'interesse, la curiosità e la vivacità dell'uditorio oggi li chiameremmo comizi e tali erano le omelie sulle statue del Crisostomo. Egli attaccava i vizi pubblici, le pubbliche corruttele ed invitava al rigore morale, e alla solidarietà tra classi sociali un pò come Beppe Grillo che per anni ha girato le piazze e i teatri con i suoi spettacoli comici che in realtà erano delle documentate denuncie di macroscopiche italiche storture.

Se Grillo si stupisce ironicamente che "oggi" in Italia la classe politica debba rispondere ai j'accuse di un comico è certo che anche nel IV secolo la classe senatoria dovesse essere molto sorpresa di vedersi interpellata e giudicata dagli uomini di Chiesa. E ancor più ci sarebbe stupiti quando pochi anni dopo l'arcivescovo di Milano Ambrogio impedirà all'imperatore Teodosio di andare a messa il giono di Pasqua se prima non avesse fatto pubblica penitenza per i propri peccati al pari di un cristiano qualsiasi!

Nella sua catechesi Benedetto XVI puntualizza che dopo quelle "eroiche" omelie per il Crisostomo "Seguì il periodo della serena cura pastorale (387-397)."

Beppe Grillo ha più volte dichiarato che non intende "scendere in campo": la sua è una battaglia da laico predicatore che dal pulpito del proprio Blog, il più seguito in Italia, si lancia contro la corruzione della Politica, le storture dell'Economia e della Finanza promuovendo campagne di opinione e promuovendo la raccolta di firme per acconcie leggi popolari che dettino le linee di specchiata moralità per chi voglia occuparsi della Cosa Pubblica.
Beppe Grillo si occuperà soltanto di dare il suo appoggio alle "liste civiche" che si formeranno via via nelle varie ed eventuali campagne elettorali al fine di incoraggiare i buoni operai nella vigna dell'elettore.

Ma uno sguardo alla Vita del santo "Bocca d'oro" ci inculca il dubbio che, forse volente o nolente, prima o poi, non si sa bene neanche come, Beppe Grillo potrebbe ritovarsi con un potere mediatico che si traduca -Berlusconi docet- in suffragi elettorali. O magari, più prosaicamente, lo schieramento vincitore di qualche futura competizione elettorale incoroni Grillo quale proprio mentore e per premiarlo gli dia una poltrona.

Ci provarono anche con Giovanni Crisostomo. Lo scelsero come nuovo Arcivescovo di Costantinopoli credendo che la sua abilità dialettica, come quella di tutti gli Oratori dell'epoca, potesse essere messa al servizio del "despota illuminato".
L'arcivescovo Giovanni giunto a frequentare la classe senatoria della "Nuova Roma" cominciò invece a scagliarsi contro le feste mondane e i divertimenti continui della corte imperiale (persino durante la Settimana Santa!) e contro lo sfarzo esagerato e la sfacciata ostentazione del lusso da parte della "casta" dei potenti dell'epoca.

Le agiografie raccontano di una cospirazione ordita dall'establishment.
Si ipotizzò di trovare un capo d'accusa per gettarlo in prigione ma -dicevano dubbiosi- così egli avrebbe "soffrire per il Signore" e ne sarebbe uscito rafforzato, non solo spiritualmente ma anche "mediaticamente". Meglio quindi direttamente condannarlo a morte, però come strategia politica alla lunga non avrebbe pagato l'averne fatto un martire.
Più insidiosa la terza proposta: indurlo a compiere qualche peccato che ne delegittimasse presso il popolo la fama di santità (cioè il potere mediatico) di cui godeva. Nel caso del Crisostomo l'obbiezione fu che: "è impossibile convincerlo a commettere un peccato volontariamente".

Non voglio continuare oltre il parallelismo perchè non sono in grado di mettere la mano sul fuoco sull'impeccabilità del comico genovese poichè se da una parte abbiamo l'ascetico monaco dall'altra abbiamo il ricchissimo uomo di spettacolo e come ammonisce il Vangelo "là dov'è il tuo tesoro l'ha sarà il tuo cuore".
Ma ammesso che di fronte a qualche basso ricatto proveniente dai piani alti Grillo si riveli ancor più adamantino di quello che egli crede di essere ci potrebbe essere la -per lui non nuova!- soluzione adottata anche per Giovanni Crisostomo: l'esilio.
E se il Crisostomo patì due esilii è da ricordare che l'esilio mediatico fu già una volta decretato per Beppe Grillo tra la fine della prima Repubblica ed il sorgere della seconda.

Nell'anno 403 un gruppo di alti gerarchi filo governativi capeggiati dal Patriarca di Alessandria Teofilo giunto a Costantinopoli per discolparsi dall'accusa di eresia riuscirono a cambiare le carte in tavola e dichiararono invece eretico San Giovanni Crisostomo: quel sinodo episcopale fu detto il "conciliabolo della Quercia". Qui, cautamente, pongo fine alle elucubrazioni sui corsi e ricorsi storici.

sabato, giugno 23, 2007

vite parallele /10

"IL TESORETTO" di Brunetto Latini
e di Tommaso Padoa Schioppa .



Ovvero:Ampli stralci di un gustosissimo articolo di Siegmund Ginzberg sul Foglio di sabato 23 giugno 2007.
ALTRO CHE PRODI. PER UN TESORETTO MESSER LATINI FINI’ ALL’INFERNO
Destra e sinistra, giustizia e mercato, politica ed economia. Il poeta che fu maestro di Dante ha scrritto un’opera sulla quale Padoa-Schioppa avrebbe di che riflettere. Il bestseller della crisi perfetta:


"Siete voi qui ser Brunetto?” gli chiede Dante sorpreso incontrandolo nell’Inferno (Canto XV, 30). Ai giorni nostri l’avrebbe potuto incontrare, inferno per inferno, altrove, in una delle bolgie in cui si fa o si discute della politica italiana, magari nel comitato promotore del partito democratico.
No, no, che avete capito? Non per quello. In questo articolo che vi accingete a leggere non si parla di family day, matrimoni gay e pederastia, anche se da qualche tempo si è avuta quasi l’impressione che questi argomenti avessero, come dire, sequestrato la politica italiana. Del resto, non sono così sicuro che Messer Brunetto si trovi all’inferno perché omosessuale.

Leggendo il suo Tresor, nella curatissima, preziosa (anche per il costo) edizione nei Millenni Einaudi, col testo a fronte nell’originale francese (pagine LIX, 890, euro 85), ho avuto piuttosto l’impressione che soffrisse le pene dell’inferno per altre ragioni: perché, dopo aver passato una vita a considerare la politica come la cosa più seria di cui ci si possa occupare, si era accorto che, come si suol dire, la situazione era “grave, gravissima, ma non seria”; e dopo aver passato la vita a dare buoni consigli ai politici, si era reso conto di aver sprecato il suo talento.

“Sieti raccomandato il mio Tesoro/, nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”, è il modo in cui alla fine del Canto XV Ser Brunetto si congeda da Dante che era stato suo allievo. Tresor in francese. Tesoretto nella versione italiana, che non è affatto identica, tanto che a lungo fu attribuita ad un altro autore [...].

Sin dall’esordio ci viene spiegato che il libro si chiama “Tesoro” perché raccoglie sapienza in pillole, esattamente come “il signore che vuole accumulare in poco spazio cose di grandissimo valore, non soltanto per il proprio piacere, ma per accrescere la propria potenza e rendere sicuro il proprio stato in guerra e in pace, raccoglie le cose più care e i gioielli più preziosi”.
Si tratta di un’enciclopedia, come ce n’erano molte nel Medioevo, una raccolta, un compendio di conoscenze in pillole, su quasi ogni ramo del sapere del tempo. Qualcuno ha notato: una sorta di Wikipedia di quei tempi, cui anche Dante aveva abbondantemente attinto. Parla di tutto, di anime e corpi, santi e fanti, asini e cammelli, ma anche di zoologia fantastica, alla Borges. A differenza delle altre compilazioni enciclopediche e bestiari, questa ha però un filo conduttore di un’attualità impressionante.
Ecco come, sin dalle prime righe, ci viene anticipato il contenuto delle tre parti in cui il libro si divide.

“La prima parte di questo tesoro è paragonabile al denaro contante, da spendere sempre in cose necessarie; vale a dire che tratta sommariamente del principio del mondo, dell’antichità delle vecchie storie, della composizione del mondo e della natura di tutte le cose…”. Con l’avvertenza che “come senza denaro non ci sarebbe alcuna mediazione tra le opere degli uomini, che regolasse gli uni nei confronti degli altri, similmente nessuno può conoscere pienamente le altre cose se non conosce questa prima parte…”.

Della seconda parte ci viene detto che “è di pietre preziose”, perché “tratta dei vizi e delle virtù… cioè tratta di quali cose si devono e quali non si devono fare, e mostra per quale ragione…”.
Mentre “la terza parte del tesoro è d’oro puro, vale a dire che insegna a parlare… e come il signore deve governare le genti… in particolare secondo gli usi degli italiani”. Con l’avvertenza che “come l’oro supera tutte le specie di metalli, così la scienza del ben parlare e governare gli uomini è la più nobile di ogni arte del mondo” (Tresor, I,1.1-4).

Sa di politica, e sa di economia Messer Brunetto. Il suo “tesoretto” non è quello di cui leggiamo in questi giorni, ma è sorprendentemente più affine agli argomenti dei tempi di Tommaso Padoa-Schioppa che di Tommaso d’Aquino. Scrive di denaro e di economia, e del loro rapporto con la politica in termini che suonano sconvolgentemente moderni, e insieme sanno di antica saggezza senza tempo. State a sentire:
“Il giusto equilibramento dell’amicizia riequilibria i tipi di amicizia che sono diversi, come avviene nelle città; il calzolaio infatti vende le sue scarpe per quanto valgono, e altrettanto fanno gli altri. Tra tutti loro c’è una cosa in comune amata da tutti, per mezzo della quale essi preparano e confermano la transazione, e cioè l’oro e l’argento” (Libro II, capitolo 44,“Qui parla del governo”, paragrafo 18). Scommetto che il vecchio Karl Marx si roderebbe le dita per non aver trovato questa citazione mentre lavorava sul suo grande romanzo del Capitale.

E quest’altra? “Se un uomo canta con la speranza di guadagnare, se gli rendi in cambio del canto non se ne riterrà soddisfatto, perché si aspettava un’altra ricompensa. Non ci sarò dunque concordia nei commerci se questi non sono concordati secondo volontà, e ciò avviene quando ciascuno riceve ciò che desidera in cambio di ciò che dà” (II, 44.21).

Non so se ci sia altro autore pre-moderno tanto convinto che il mercato faccia bene, sia il luogo d’equilibrio per eccellenza.
Sa benissimo che il mercato è un campo di battaglia, in cui ciascuno pensa al proprio interesse, e lo persegue anche a discapito degli altri. E che “essendo un uomo cavaliere, un altro mercante, altri contadini, e recando perciò danno il profitto dell’uno al guadagno dell’altro, nascerebbero odi e guerre, e porterebbero alla rovina l’umanità, se non ci fosse la giustizia a tutelare e difendere la vita in comune ; la giustizia, la cui forza è così grande che quegli stessi che si pascono di fellonia e di torti non possono vivere senza almeno un po’ di giustizia”.
Tutti la vogliono, tutti la chiedono, la giustizia, “anche i ladri che rubano insieme, infatti, vogliono che sia osservata giustizia tra loro e, se il loro capo non spartisce equamente la preda, i suoi compari lo uccideranno o lo abbandoneranno”.
Senza giustizia non funzionerebbe nulla, nemmeno il mercato, ragione per cui, quanto e più ancora che a tutti gli altri, “la giustizia è necessaria a quelli che vendono e comprano, prendono e danno in affitto e si occupano di commercio”.

Ma c’è chi ha osservato che la giustizia di Brunetto Latini non ha la rigidità, la precisione matematica di quella di Aristotele, è una giustizia pragmatica, approssimativa. Una “iustitia mediatrix”, giustizia mediatrice, verrebbe da dire col Kantorowicz. “La giustizia sta a metà tra il guadagnare e il perdere, e non può essere senza un dare, un prendere e uno scambiare”. Ed è così “perché il mercante di stoffe dà stoffa in cambio di un’altra cosa di cui ha bisogno, e il fabbro dà del ferro per un’altra cosa ancora; ed è poiché in quello scambio c’era grande difficoltà che fu inventata una cosa che lo regolasse, cioè il danaro, in modo che l’opera di chi costruisce la casa si possa commisurare in denaro con l’opera del calzolaio” (II, 38.6).
[...]
Nella carretta che trasporta ed espone il tesoro di Ser Brunetto c’è mercanzia per tutti i gusti. Ci sono perle e molta fuffa. C’è il costante invito al “giusto mezzo”, tanto ricorrente e insistente da farlo apparire “cinese”, farmi pensare a Lao Tse e alla sua “via del tao”. “La premiere vertu c’est prudence” si intitola il capitolo 57 del II Libro. “Ancore de prudence”, quello successivo. Poi passa a parlare della “previdenza” (cap. 60) e della “cautela” (cap. 61).
Maestro Brunetto è un “centrista” sfegatato, non un estremista come il suo allievo Dante. E’ un “riformista”, e anche molto cauto e prudente, non un “rivoluzionario”.
Trasuda moderazione da tutti i pori.

“La cautela consiste nel guardarsi dai vizi opposti… seguire in ogni cosa il giusto mezzo; si devono conservare i propri averi in modo tale che, per fuggire l’avarizia, non si diventi poi dissipatori, e ci si deve mantenere tanto lontani dalla stolta temerarietà da non cadere però nella paura, perché è infatti veramente ardito chi intraprende ciò che è da intraprendere, e fugge ciò che è da fuggire, mentre il pauroso non intraprende né l’una né l’altra cosa e lo stolto temerario le intraprende entrambe” (II, 61.1). E’ l’esatto contrario del fanatico, mette in guardia dallo sposare con eccessivo entusiasmo e in modo acritico qualsiasi causa, diffida di tutte, comprese quelle che gli sono care. “Riguardo a ciò che è dubbio non dare giudizi, ma tieni i tuo parere in sospeso, senza definirlo, perché non tutte le cose verosimili sono vere, e non è falsa ogni cosa che sembra incredibile. La verità ha molte volte l’aspetto della menzogna e la menzogna è coperta da una parvenza di verità; perché come l’adulatore copre le sue cattive intenzioni con un atteggiamento accattivante del viso, così la falsità può ricevere il colore e l’aspetto della verità per meglio indurre in errore” (II, 58.3).

Per governare bisogna saper parlare alla gente. Farsi capire è più importante ancora del governare bene.
Sono, dovrebbero essere cose ovvie.
Trovo straordinario però che l’importanza cruciale, per la politica, del saper comunicare l’avesse afferrata già tutta un uomo del 1200.
Ser Brunetto è maestro di retorica, anzi rettorica, con la doppia t, che, come spiega suggestivamente Pietro Beltrami nell’introduzione a questa edizione del Tresor, “non è semplice variante formale di retorica, ma il segno di una sovrapposizione mentale e culturale, che si impone nel Duecento italiano, fra la figura del rètore, di colui che sa pronunciare discorsi persuasivi, e quella del rettore, di colui che ‘regge’, governa il comune”.
[...]
Ser Brunetto è un maestro nell’arte governare e di spiegarsi, della politica come gestione del “bene comune”, e insieme del cimento per “indurre ad unità gli animi molti”; insomma è esperto tutt’uno di politica e scienza della comunicazione, come diremmo oggi.
Allora non c’erano le tv. Non c’erano ancora nemmeno i giornali. Lui conosce due modi per comunicare, per spiegarsi, “due maniere di parlare”: “de boche o par letres”, con la bocca o con le lettere. E li padroneggia entrambi, cavalcando le spalle dei giganti antichi, da Aristotele e Cicerone, ma aggiungendovi anche del suo. Non lo fa gratis. E’ un maestro anche nel vendere i suoi discorsi.
I suoi Tesori e Tesoretti furono innanzitutto anche grandi bestseller della sua epoca, venivano copiati e ricopiati, miniati, trasformati in edizioni di gran lusso, non c’era corte europea degna di rispetto che non sentisse il bisogno di averne almeno una copia, di manoscritti ce ne sono tanti da far perdere la testa agli studiosi, e per giunta diversi tra loro, al punto da dire cose completamente diverse, talvolta opposte, in passaggi cruciali.
[...]
Ser Brunetto non è solo un teorico della politica. E’ un tecnico, un virtuoso, un acrobata. Che da muoversi in una politica che appare per certi versi anche più aggrovigliata di quella cui siamo abituati. Altro che bipartitismo imperfetto: le città di quei tempi sono lacerate da conflitti che si intrecciano tra di loro, in una miriade di sottoconflitti all’interno di quelli che a prima vista potrebbero anche apparire come due schieramenti contrapposti.

Non ci sono solo la destra e la sinistra, il popolo grasso e il popolo minuto, nobili e mercanti, i partigiani del Papa e quelli dell’Imperatore, Guelfi e Ghibellini. Ci si divide a morte anche tra Guelfi bianchi e Guelfi neri, tra le famiglie capeggiate dai Cerchi e quelle capeggiate dai Donati, e all’interno della stessa famiglia. Ci sono guelfi che propugnano l’alleanza con il Papa e l’Angiò, e accusano altri guelfi di tradimento e intelligenza coi ghibellini. Ci sono i poteri forti che si contendono le amicizie politiche, si schierano in base a strategie contrapposte, ci sono cordate di banchieri in concorrenza con altre cordate di banchieri.
Ser Brunetto, notaio, avvocato d’affari, sottile diplomatico, legato a grandi interessi bancari con ambizioni europee, li conosce a menadito, si muove con competenza nella giungla.
[...]
Eppure Li Livres du Tresor è un bestseller datato.
L’originale risale a quando Ser Brunetto, notaio e alto funzionario della repubblica fiorentina, era stato sorpreso, mentre si trovava all’estero, da un improvviso cambio di governo a Firenze. In un momento confuso, in cui si moltiplicavano le candidature al sacro romano impero quasi come sembrano moltiplicarsi le candidature a leader del partito democratico (ma si potrebbe dire lo stesso per l’altro Polo), l’avevano mandato a svolgere una delicata missione diplomatica presso Alfonso X di Castiglia.
[...]
La Siviglia in cui Ser Brunetto fu ricevuto da Alfonso il Saggio nell’Alcazar, da poco riconquistato ai Mori, era uno dei cuori pulsanti dell’Europa, un eccezionale laboratorio dove cristiani, ebrei e musulmani collaboravano strettamente. Brunetto ne fu certamente impressionato. E’ possibile che proprio in quella occasione il notaio fiorentino abbia acquisito stimoli culturali, libri e manoscritti che poi avrebbe trasmesso ai suoi migliori allievi.
Forse anche alcune delle “fonti musulmane” della Divina commedia. Che Dante possa essersi ispirato, nell’immaginare il suo viaggio dall’inferno fino al paradiso a uno e l’altro dei molti testi sui viaggi ultraterreni di Maometto...

...grazie anche a tutto quel che aveva appreso a Siviglia, la New York di allora, Brunetto Latini aveva messo momentaneamente da canto la politica e s’era poi messo a scrivere il suo Tesoro. E’ lui stesso a raccontarlo in un passo scherzoso, deliziosamente carico di humour, del Tesoretto, con versi nei quali qualcuno ha addirittura creduto di vedere il modello per l’incipit della della Commedia di Dante: “E poi sança soggiorno/ Ripresi il mio ritorno,/ Tanto che nel paese/ Di terra navarrese, / Venendo per la valle/ Del piano di Roncisvalle,/ Incontrai uno scolaio/ Sovr’un muletto baio/ Che venia da Bolongnia/… Ed io pur domandai/ Novelle di Toscana/ In dolce lingua e piana;/ Ed e’cortesemente/ Mi disse immantinente/ Che Guelfi di Fiorença/ Per mala Provedença/ E per forza di guerra/ Eran fuori de la terra,/ E il dannagio era forte/ Di pregione e di morte”.

I guelfi fiorentini “vennero cacciati fuori dalla città e le loro cose messe a fuoco e fiamme e distrutte” e “con costoro fu cacciato Maestro Brunetto Latini, e per quella guerra era esiliato in Francia quando compose questo libro per amore del suo amico”, il modo in cui la mette nel Tresor (I, 99.1). Comunque la si voglia mettere, sul comico o sul drammatico, in tragoedia o in comoedia, la sostanza è che Ser Brunetto aveva capito al volo che non tirava più aria. Anche questo è una dote non da poco per un leader politico. Non è forse a caso che diversi dei capitoli finali del Tresor siano dedicati all’argomento dell’uscita di scena del leader, non meno importante della sua entrata in scena, al “come il signore deve comportarsi alla fine della sua signoria”, alle “cose che il signore deve fare al termine della sua funzione”, a “come il signore deve trattenersi a rispondere di sé”, cioè di come ad un certo punto deve rendere conto del suo operato e di quello dei suoi (III, 103-104-105).

Altro tratto particolare, che colpisce per la sua attualità, è che il signore di cui parla e dà consigli Ser Brunetto nel suo Tresor, è un signore democraticamente eletto. A differenza del Principe di Machiavelli, del suo potere deve rendere conto a degli elettori, la sua potestà è a termine.

Brunetto Latini si stacca da altri esponenti del pensiero medievale, e dallo stesso Dante, che come è noto invocava la “monarchia”, la leadership pura, il “Veltro” (no, non il Veltroni) salvatore, perché nella democrazia elettiva sembra crederci davvero, anche quando tutto direbbe che non funziona, o non la lasciano funzionare.
Ci crede al punto di forzare, anzi falsificare Aristotele, pur fingendo di farne una semplice traduzione. “Il governo è di tre tipi: il primo è dei re, il secondo è dei buoni, il terzo è dei comuni, il quale è di gran lunga il migliore tra questi altri”, esordisce il capitolo del Tresor in cui “ci dit de signorie”, cioè, si parla del governo. La tripartizone è fedelmente ripresa da Aristotele. La così netta dichiarazione di preferenza per la democrazia, invece è tutta di Ser Brunetto. Si doveva arrivare a Churchill perché in occidente qualcun altro dicesse chiaro e tondo di ritenere la democrazia una pessima forma di governo, tranne per il fatto che tutte le altre sono peggiori.

Ad ogni modo sapeva come e quando mettersi da parte. E forse aveva fiducia nell’alternanza. [...] Persa la partita in politica, Brunetto Latini era tornato a guadagnarsi la vita “nel settore privato”, facendo il notaio tra Parigi e Arras, per i mercanti e finanzieri fiorentini. Ma quando l’alternanza funziona, c’è speranza anche per gli sconfitti. Ridivenuta Firenze nuovamente guelfa, Ser Brunetto vi era tornato, per candidarsi con successo al priorato nel 1287 e poi morirvi, a tarda età, nel 1293, al colmo di onori e prestigio, e al culmine della carriera.
L’“amico” dei tempi dell’esilio, cui aveva dedicato anni prima il Tresor, era l’allora re di Francia Carlo d’Angiò (Anjou).

Il clou della terza parte del Tresor, un modello di lettera, è niente meno che un invito ufficiale, “col comune assenso della città”, al re di Francia perché assuma la signoria (nel testo si dice Roma, ma è chiaro che ci si riferisce a Firenze), con regolare stipendio, “un salario di 10 lire di tornesi”, portandosi dietro “dieci giudici e dodici notai”, “voi e tutto il vostro seguito”, epperò “a vostro rischio per le persone e le cose”, insomma intervenga con le sue truppe in Italia, contro gli eredi dell’imperatore Federico.
[...]
Il Tresor non è “pacifista”, ma ha buoni consigli per tutti, sulla necessità di avere comunque obiettivi chiari, una exit strategy: “In tempo di guerra, quando è necessario combattere, i signori devono in primo luogo cominciare la guerra con l’intenzione di poter vivere in pace dopo il combattimento, senza fare torti (II, 86).
Il problema è che anche chi aveva approvato, o addirittura invocato l’intervento, tende a cambiare idea quando le cose si mettono male. L’entusiasmo per Carlo si erano rapidamente raffreddato, anche per coloro che l’avevano poco prima invocato ed “eletto” salvatore d’Italia. Persino Papa Clemente VI, che lo aveva nominato re di Sicilia e addirittura proprio vicario, si mise a rampognarlo di malgoverno, e di aver disatteso i suoi consigli.

Sotto accusa erano in particolare le sue politiche fiscali, che avevano scontentato tutti. Scoppiarono rivolte contro l’eccesso di tasse. In particolare, la “decima” per finanziare una crociata contro Costantinopoli ortodossa (anziché per la “liberazione” di Gerusalemme musulmana) aveva rovinato la Sicilia. Anche gli amici di un tempo cominciarono a prendere le distanze.

Una copia della prima edizione italiana del Tesoro già dice che è stata scritta da Ser Brunetto “per amor del suo nimico”, anziché “amico” come diceva il Tresor in francese.
Gli danno ormai del tiranno, del “più Nerone che Nerone”, peggio persino dei saraceni: “Tu vero Nerone Neronior, et crudelior saracenis”. Finché con la rivolta dei Vespri siciliani, per i francesi di Carlo si mette davvero male. C’è persino chi ritiene che nei Vespri ci fosse lo zampino di Ser Brunetto.
Faceva finta di essere dalla parte di Carlo “ma in tutte cose al segreto gli fu contrario… acconsentì e diede aiuto e favore al trattato e rubellazione ch’al re Carlo fu fatto dell’isola di Cicilia”, sostiene il Villani.

Se a questo punto volete sapere perché, pur con tutto l’affetto e il rispetto che gli porta, Dante lo manda all’inferno, a rischio di deludervi, vi confesso che non lo so.
[...]
Anche per gli altri, nominati in sua compagnia, di cui ci viene detto che “saper d’alcuno è buono; de li altri fia laudabile tacerci”, e che “tutti fur cherci e letterati grandi e di gran fama, d’un peccato medesimo al mondo lerci”, può far venire in mente Pasolini o l’argomento preti e pedofilia, ma non è accertato che di questo si tratti. C’è chi ha osservato che i nominati occupavano quasi tutti di finanza, quindi Dante che è un po’ moralista potrebbe avercela con loro perché troppo “furbetti” [...].

giovedì, febbraio 22, 2007

L'aringa rosa /5


Mi rendo ben conto - e ne chiedo venia- che "In festo Cathedra Beati Petri Apostoli" bisognerebbe rivolgere elevati pensieri all'eccelso trono papale e non rivolgere lo sguardo allo scranno dell'italico Presidente del Consiglio dei Ministri, sede vacante dopo che, per il voto avverso del Senato della Repubblica, Romano Prodi nel vespero del 21 febbraio ha formalmente rassegnato le dimissioni nelle mani del capo dello Stato.

La mozione in appoggio alla politica estera del Governo è stata battuta poiché essendo la maggioranza assai risicata, e che inoltre il fatto che due senatori di Rifondazione Comunista abbiano disertato il voto o che per esempio Oscar Luigi Scalfaro stesse male, ha inesorabilmente pregiudicato il risultato.
Epperò il fatto che la maggioranza è mancata per l'astensione del senatore a vita Giulio Andreotti, astensione che in Senato è conteggiata come voto contrario, ha fatto nascere nelle menti dei lettori del Codice da Vinci il sospetto che il pio Giulio, dopo esser presumibilmente andato la mattina a ricevere le sacre ceneri nella sua parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini, abbia deciso di attuare il suo primo fioretto quaresimale e di far fare penitenza al Governo Prodi per le recenti irose e volgari reazioni contro i sacri pastori della Chiesa e vieppiù contro il sommo magistero della cattedra romana.

Ovviamente questa è bassa e volgare dietrologia, poiché prima o poi doveva succedere che qualche onorevole perdesse il treno e che qualche novantenne senatore a vita si ammalasse (o magari morisse) e perciò la maggioranza al senato sarebbe presto o tardi mancata. Il dato rilevante è che in questa occasione la maggioranza traballante faceva affidamento proprio sul voto favorevole di Andreotti (dopo che anche Cossiga è arrivato in Senato iroso per il doppiogiochismo dei partiti della maggioranza nel caso dell'allargamento della base americana di Vicenza).

Il peccato che Prodi ha dovuto espiare è stato proprio quello di contare ciecamente sul voto favorevole di Andreotti.
Glielo aveva anche detto chiaramente giorni or sono quando divampava la polemica sui "DiCo": che memori della Commedia dantesca a seguire i sodomiti si finiva all'Inferno!

L'onorevole Grillini aveva risposto che i sodomiti vanno anche in Paradiso poiché Dante li pone anche in una delle sette balze del monte del Purgatorio, perciò, prima o poi, verranno anch'essi assunti nell'Empireo.

A conti fatti credo che il senatore Andreotti, mentre rilasciava quella dichiarazione indirizzata esplicitamente a Prodi, non ignorasse affatto la seconda cantica della Divina Commedia, ma stesse invece vaticinando il possibile finale di una "commedia all'italiana".

giovedì, febbraio 15, 2007

Breve ai Principi


Ovvero: Lezione di storia del reverendo Gianni Baget Bozzo che spiega la diversità "antropologica" tra "democratici cristiani" e "cattolici democratici".
[Epitome di un articolo sul Foglio di giovedì 15 febbraio 2007]

"I sessanta parlamentari della Margherita che hanno fatto giungere al capogruppo dell’Ulivo la loro dichiarazione in favore delle leggi sulle coppie di fatto volevano indubbiamente richiamarsi a dei precedenti. Ad Alcide De Gasperi, che minaccia le dimissioni del governo se una giunta comunale con l’estrema destra fosse costituita a Roma; ad Amintore Fanfani o ad Aldo Moro che resistono alle pressioni del cardinale Giuseppe Siri contro l’apertura a sinistra. In breve a quella che si è chiamata autonomia politica dei cattolici, tema riconosciuto ormai il più canonicamente possibile.
Ma questa volta i tentativi di far risalire il Dico ai precedenti della operazione Sturzo non sono riusciti. Allora la materia del dissenso era prevalentemente politica: poteva l’Italia rischiare la vittoria della sinistra?
E lo stesso problema si poneva per il centrosinistra di Fanfani e di Moro.
Le questioni aperte erano in tema di alleanze politiche e, in quella materia, certamente l’autonomia era un principio.

Questa volta la materia, lo statuto del matrimonio e della famiglia, è così evidentemente ecclesiastica da non permettere a Rosy Bindi di assurgere alla gloria di testimone della responsabilità politica dei cattolici.
Eppure certamente vi è qualcosa di cattolico democratico nella gestione dei Dico, ma ciò che diciamo cattolico democratico non è democratico cristiano.
Tra l’una e l’altra parola c’è una differenza storica di significato.
Cattolico democratico è un termine che nasce nel quadro dell’organizzazione politica del Pci, che dona il termine “democratico” a tutte le associazioni culturali che promuove: e cattolici democratici furono chiamati gli indipendenti di sinistra cattolici che vennero eletti in Parlamento nel 1976.
I due termini “democratico cristiano” e “cattolico democratico” hanno dunque storie diverse.
Il termine Democrazia cristiana indica l’emergere del movimento politico sociale cattolico nello stato liberale, in cui esso deve poter entrare a pieno titolo. Ciò richiede che il potere della chiesa sulle cose temporali sia ancora più indiretto di quello che san Roberto Bellarmino pensava; e può così configurarsi come autonomia politica. Ma questo avviene all’interno di una chiesa che vive l’esperienza democratico cristiana come propria, che la regola con encicliche papali, la sostiene nelle sue organizzazioni.

Lo stato liberale accetta che il movimento cattolico rimanga parte della vita ecclesiale e la esprima in politica, e così venga considerato laico a tutti gli effetti.
L’autonomia dei cattolici, la laicità della politica, sono le forme di mediazione storica con cui la chiesa, cacciata dallo stato liberale con la forza, vi rientra con la democrazia.
La forma democratica dello stato liberale è la porta d’ingresso della chiesa nella società moderna accettandone nei limiti a essa consentiti alcuni valori, mantenendo le gerarchie ecclesiastiche come ultimo decisore nei territori di crisi.
I democratici cristiani agiscono quindi all’interno della chiesa e la loro laicità è riconosciuta come interna alla chiesa dallo stato democratico.
I conflitti ricordati tra chiesa e partito vengono sempre risolti con l’accordo di ambedue.

I cattolici democratici nascono invece sotto il segno di un rapporto con un’altra tradizione politica, quello della sinistra.
Muovono dalla convinzione postconciliare che l’apertura all’altro sia la dimensione propria del cattolico e che egli deve motivarsi non rispetto allo stato liberale ma di fronte alla tradizione della sinistra come forza portante del movimento democratico in Italia.
Lo stato liberale può accettare la neutralità politica davanti ai vari partiti e quindi accogliere la laicità cristiana come una forma propria di partito nelle istituzioni liberali.
La sinistra chiede una partecipazione culturale alla sua storia, chiede quindi qualcosa di diverso da un riferimento istituzionale in termini di contenuto. E quindi una accettazione della sua egemonia.

Negli anni Sessanta e Settanta la grande crisi postconciliare consentirà le più varie declinazioni dell’appartenenza cattolica con le scelte di sinistra, determinando conflittualità che conducono anche all’abbandono del cristianesimo.
Non si tratta più di fare la democrazia e di costruire lo stato come nel caso liberale ma di ordinare la storia del mondo come compito proprio dell’uomo e specificamente del cristiano.
Ne viene così una diaspora cristiana di imponenti dimensioni che trova la sua identità nella partecipazione alla storia; e il fatto cattolico viene interpretato in modo da diventar omogeneo, attraverso i temi della giustizia sociale e della pace, alla visione rivoluzionaria della storia.

La storia democristiana italiana termina con Aldo Moro, ciò che segue non riesce più a pensare l’identità politica come formata dalla appartenenza ecclesiale.
Così il cattolicesimo democratico diventerà maggioritario anche tra le file della Dc e il partito di Sturzo, di De Gasperi e di Moro diviene lentamente un partito cattolico democratico che concepisce la sua storia nel quadro della narrazione comunista e non si concepisce più come parte della storia della chiesa italiana.

Dopo Moro si ha una certa decristianizzazione della politica democristiana che si compie nella figura di Carlo Donat Cattin travolto, segno singolare dei tempi, dalla tragedia di un figlio terrorista. Forse la scena di Paolo VI che supplica gli uomini delle Brigate rosse di liberare Aldo Moro dà immagine alla fine della Democrazia cristiana come partito intraecclesiale in cui l’autonomia politica era interna alla chiesa e quindi inevitabilmente diveniva negoziata con essa. Se la Dc accettò di firmare la legge sul divorzio e la legge sull’aborto, essa compensò la chiesa con due referendum destinati a sicuro insuccesso ma che esprimevano la volontà del partito cristiano di permettere alla gerarchia di preservare la sua identità, anche a danno della politica.
Da quel momento gradualmente la chiesa esce dalla storia del partito cristiano e la Dc da quella della chiesa...."

martedì, febbraio 13, 2007

Divina Enfermera

Ovvero: "In Portogallo si conserverà il dogma della fede etc"

E’ scandaloso: per la seconda volta (la prima fu nel 1998) il Portogallo ha mostrato di non sentire affatto l’urgenza di modernità, l’ansia di avvicinarsi alla Spagna, o persino all’Italia.

E’ scandaloso, nessun quorum è stato raggiunto [domenica 11 febbraio, ndr] per modificare la legge sull’aborto (che non lo vieta, ma prevede l’interruzione di gravidanza nelle prime dodici settimane in caso di rischio per la vita o la salute mentale della madre, fino a sedici se la gravidanza è stata causata da una violenza, e fino alla ventiquattresima in caso di malformazioni del feto), e il quaranta per cento di coloro che sono andati a votare si sono espressi per il no.

Hanno detto, insomma, che la legge funziona bene così. Nonostante la campagna referendaria sia stata potente e guidata dal premier in persona, e nonostante il ceto politico abbia evidentemente una gran voglia di non sentirsi più in clamoroso ritardo rispetto alla storia.

Mentre l’Europa s’interroga mollemente sui limiti della scienza, su un’eugenetica accettabile e gentile e su magnifiche possibilità ancora inesplorate di manipolazione, il Portogallo ride in faccia anche al proprio primo ministro e sceglie il super eccezionalismo.
Preferisce restare fuori moda: certamente avrà presto l’annunciata riforma libertaria dell’aborto, per via legislativa, ma ha appena dimostrato, con un gesto enorme che non potrà mai passare per indifferentismo etico, di non avvertire alcun passionale bisogno di inseguire il resto del mondo, e soprattutto di non considerare l’interruzione di gravidanza una conquista.
(Giuliano Ferrara; Il Foglio di martedì 13 febbraio 2007)


sabato, febbraio 10, 2007

vite parallele /9

Dopo che Mussolini strinse il "Patto d'acciaio" con la Germania nazista, l'ottantenne papa Pio XI manifestò sempre più la sua insofferenza di fronte alla piega neopagana ed antisemita del fascismo italiano.
Non era quella epoca in cui i pontefici facevano esternazioni dalla finestra del proprio appartamento: vigeva uno stile molto più sobrio che prevedeva alcune, assai limitate, nonchè solenni occasioni in cui i pontefici manifestavano le proprie ambascie all'universo mondo nonchè all'universo clero. Per cui Pio XI, rimasto fino alla fine assai irruento nelle proprie decisioni, progettò la stesura di alcuni solenni documenti sui pericoli del nazifascismo.

Dopo che nell'ottobre 1938 le SS avevano scatenatola “Notte dei cristalli” il papa dette l'ordine al gesuita padre Forges di preparare l'enciclica di condanna della politica nazifascista. La stesura dell'enciclica si fece attendere a causa dei ripensamenti e correzioni apportate dal gesuita che una volta completata l'opera nel gennaio '39 non la consegnò al pontefice ma fu consegnata nelle mani del padre generale dell'ordine gesuita affinchè desse il suo autorevole giudizio.

Che qualcosa di poco favorevole alla politica fascista si stesse architettando fra le mura vaticane, Mussolini ne aveva avuto sentore e di ciò era molto irritato ed anche spaventato.
Ai primio di febbraio, le condizzioni di salute dell'anziano pontefice si aggravarono ma Pio XI rimaneva fiducioso di poter rivolgere solennemente la vibrata allocuzione contro il regime fascista in data 11 febbraio, cioè del decimo anniversario dei Patti Lateranensi, di fronte a tutto l'episcopato italiano convocato in Vaticano per l'occasione.
Galeazzo Ciano scriveva nel suo diario di quei giorni dell'estrema malattia di Pio XI: “Mussolini è preoccupato in questi giorni, ha paura della scomunica”.

Le condizioni di Pio XI s'aggravarono e il papa morì proprio alla vigilia dell'11 febbraio. Causa della morte "arresto cardiaco" come dichiarato dal professor Franco Petacci: uno degli archiatri pontifici nonchè padre di Claretta l'amante di Mussolini.
Ricevuta la ferale notizia Benito Mussolini s'affretto a manifestare, a nome suo e dell'Italia tutta, "fascistissime" condoglianze.



Ai primi di febbraio dell'anno di grazia 2007 in Italia non si è affatto concordi intorno al fatto che il pontefice "ccioiosamente" regnante parli troppo o troppo poco, e che quando parli pergiunta sbagli anche l'argomento.

Si disquisisce pubblicamente sulla "scaletta" degli angelus domenicali come ha fatto Pippo Baudo domenica 4 febbraio intervenendo telefonicamente alla trasmissione "Quelli che... il Calcio" prendendosela con un papa (e una Chiesa) "fuori della realtà"; poichè Benedetto XVI non della crisi del Calcio italiano, provocata dell'assassinio del poliziotto Filippo Raciti per mano degli ultras del Catania, ma aveva parlato di difesa della vita nascente (essendo la prima domenica di febbraio per la Chiesa italiana la "giornata della vita") e del valore della famiglia naturale fondata sul matrimonio.

E'evidente che nell' Angelus di domenica 4 febbaio, parlando espressamente ai fedeli della diocesi di Roma, lamentando le attuali "sfide" della famiglia, papa Ratzinger intendesse riferirsi al progetto del Governo Prodi di istituire i "Pacs"; perchè stupirsene? Forse che il Papa non è libero di dire o di non dire ciò per cui è rammaricato?

E mentre il Papa dell'introduzione dei Pacs in Italia altro non poteva fare che rammaricarsi, invece la Conferenza Episcopale Italiana dalle pagine dell'Avvenire di martedì 6 febbraio proclama il proprio solenne "NON POSSUMUS". E' infatti lapalissiano che l'episcopato italiano, in quanto formato da cittadini italiani, che attendono alla guida spirituale di altri cittadini italiani, esprima le proprie doglianze per una legislazione che svilisca l'istituto della "famiglia fondata sul matrimonio" come definito dalla stessa Costituzione.

A Palazzo Chigi quel «non possumus» scagliato contro il governo dalle colonne dell'Avvenire è stato considerato un passo falso della gerarchia cattolica, presieduta da un Cardinal Ruini ormai al tramonto che avrebbe così sparato la sua ultima cartuccia. Perciò la Chiesa Cattolica non può far alcuna pressione politica su Prodi ma anzi le sue solenni esternazioni hanno finito per diventare controproducenti, poiché la dichiarazione della CEI ha ottenuto il risultato di far indignare sia gli ex democristiani di sinistra e sia i laici moderati della destra.

E mentre Casini, Berlusconi e Fini si stracciano fintamente le vesti piangendo la morte della sacralità della famiglia (ringraziando Iddio in cuor loro che la legge che anch'essi auspicavano sia stata fatta dalla coalizione avversa); Romano Prodi e Rosy Bindi il 7 febbraio approvavano il decreto con cui si istituivano i "DICO", cioè i pacs all'italiana, e ventiquattr'ore dopo, nel pomeriggio di Giovedì 8 febbraio si recavano all'Arcibasilica Lateranense per partecipare devotamente alla santa messa commemorativi dei 39 anni di fondazione della Comunità di Sant'Egidio.



Approvato il decreto Bindi-Pollastrini, Romano Prodi è potuto partire serenamente per il suo viaggio ufficiale in India, facendo intuire dai suoi "dico e non dico" che lo scandalo per l'approvazione dei "DICO" si sarebbe sgonfiato presto inghiottito dallo scandalizzarsi del mondo laico, progressista, nonchè anticlericale che, propizio l'anniversario del Concordato, ha esternato il proprio allarme per il "neo temporalismo" di un Vaticano isterico che strilla tanto per una legge che non è nemmeno la pallida ombra di ciò che ha attuato Zapatero nella cattolicissima Spagna.

Di questa violazione continua e reiterata del Concordato da parte di Benedetto XVI è stato considerato fulgido esempio il discorso in lingua spagnola al nuovo ambaciatore della Colombia in data 9 febbraio in cui il Papa ha espresso preoccupazione per quegli interventi legislativi in materie assai delicate quali la vita e la morte, l'identità della famiglia e il rispetto dell'istituto matrimoniale. Ovviamente la Nazione cui Benedetto XVI stava rivolgendo le sue ambascie non era l'Italia ma la Colombia ma per i mass-media pare che questo particolare sia irrilevante.
Non pago, il giorno appresso nel discorso in lingua francese rivolto ai membri dell'Académie des Sciences Morales et Politiques di Parigi, il Papa ha richiamato l'importanza fondamentale del Diritto naturale quale base per il Diritto positivo.
Per molti italici commentatori politici è la prova provata che Benedetto XVI non perde occasione per criticare il Governo Prodi.

mercoledì, febbraio 07, 2007

Agata guarda, stupisci! /3

Sive: "Noli Offendere Patriam Agathae, Quia Ultrix Iniuriarum Est".



La ministra dello Sport Giovanna Melandri in primis ma anche il ministro dell'Interno Amato, e poi Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini presenti ai funerali di Filippo Raciti svoltisi il giorno della festa di sant'Agata, nel Duomo di Sant'Agata, nella città di Catania di cui sant'Agata è la santa patrona, hanno lamentato che monsignor Paolo Romeo (neo arcivescovo di Palermo) nell'omelia non si sia limitato a tessere l'elogio funebre del defunto "servitore dello Stato" ma abbia -per così dire- "osato" parlato "anche" di Sant'Agata invocandone l'intercessione contro i mali della città!

E'evidente che alla Melandri e agli altri politici il nominare Sant'Agata durante "quel" funerale è parso inappropriato; una vera e propia caduta di stile. Forse addirittura una provocazione?

Federico Schillaci, poliziotto e sindacalista, ha dichiarato: «Capiamo le ragioni della Chiesa e di Sant’Agata, ma ci dispiace molto che non sia stata espressa una denuncia sociale forte, mentre più di una parola è stata spesa per ricordare la Patrona di Catania».

Parrebbe quasi che sant'Agata sia stata una fiancheggiatrice degli ultras del Catania Calcio; l'ideologa che ha fomentato la violenza; la "capobastone" che stava in chiesa ad assistere ai funerali protetta dalla cultura dell'omertà di chi sa della sua collusioni con l'antistato ma non ha il coraggio di "pentirsi" e denunziarla all'antimafia.

Sembra quasi che sant'Agata sia la "capomafia", la "mammasantissima" che sprezzante s'è gingillata per le piazze di Catania; incurante del cordoglio della signora Grasso vedova Raciti; quasi a lanciare il guanto di sfida alle Istituzioni e alle forze dell'ordine, facendosi scudo col suo codazzo di migliaia di "fedelissimi" malavitosi affiliati alla sua cosca catanese!

"Percorrevo le strade di Catania e mi sembrava assurdo - racconta la vedova Marisa Grasso - una follia che mentre la guerriglia si scatenava ancora toccando perfino il viale Mario Rapisardi all'angolo con via Fava, i catanesi gustassero torrone, olivette e roba simile nelle bancarelle parate a festa.
Mi sarebbe sembrato giusto che la santa patrona di Catania restasse in cattedrale e i catanesi andassero solo in chiesa per pregare davanti la statua in un momento veramente funesto per la città. Non solo niente fuochi d'artificio, bisognava smontare anche le bancarelle, niente baldoria e roba simile. Lo sa che mentre tantissimi catanesi venivano a rendere omaggio alla salma di mio marito alle spalle della caserma si festeggiava e la processione andava avanti tra schiamazzi e vendite di palloncini? Ha fatto bene Pippo Baudo a chiedere la sospensione della festa, l' ho apprezzato."


Dunque, appare chiaro il perchè si accusino di insensibilità le gerarchie cattoliche che perseverano nell' additare sant'Agata quale "fulgido esempio" ai "cittadini-devoti-tutti".
Coloro che si considerano la parte sana della società, coloro che sono con lo Stato "senza se e senza ma", non considerano sant'Agata una figura super partes e al di sopra di ogni sospetto ma, al contrario, la considerano un personaggio "equivoco" e irremediabilmente colluso col degrado sociale e la malavita locale.

In questo assurdo transfert (o per meglio dire in questo transfert che potrebbe sembrare assurdo ma non lo è se si considera che da quasi diciotto secoli Agata è l'icona, e quasi la personificazione di Catania stessa) ecco che chi vuol agire contro la malavita di Catania, vuol perciò in qualunque modo punire "fisicamente" sant'Agata stessa, cioè vessare il suo argenteo busto reliquiario.

Non mi stupirei se a breve qualcuno proponesse di risarcire la vedova e gli orfani Raciti, nonchè ristutturare a norma di legge lo stadio comunale Cibali, strappando un pò di diamanti, rubini e smerali che adornano il busto della "santuzza"! O per meglio dire, si dichiarasse che Sant'Agata, se è davvero una "buona cristiana" come và millantando da diciotto secoli, deve avere lo scrupolo di ritenersi moralmente colpevole per l'accaduto e perciò è tenuta, se non a pagare penalmente, in sede Civile almeno a risarcire le vittime: "Un busto in Pretura", prossimamente su Tele Etna.

sabato, gennaio 13, 2007

CASTRUM DOLORIS, IV



Ovvero: Il binario per l'Inferno è lastricato di buone intenzioni.

"Sono le due steli inaugurate sabato 23 in occasione della dedicazione della stazione Termini a Giovanni Paolo II: un altro esempio concreto, tangibile, dell’amore di questa città per il Papa che le ha riservato sempre un posto speciale nel suo cuore." Così veniva spiegato nell'incipit di un articolo di "Roma-Sette" ,l'inserto dell'Avvenire, del 27 dicembre 2006.

Nelle stesse ore non si facevano attendere le reazioni indignate della Rosa nel Pugno e della sinistra radicale dei DS capitolini e delle associazioni anticlericali. Ecco un esempio della loro bella prosa: "Approfittando delle feste natalizie e dello sciopero dei giornalisti, con un colpo di mano che non ha precedenti, il Sindaco Veltroni ha organizzato una cerimonia-blitz per intitolare la Stazione Termini a Giovanni Paolo II.
I Radicali di Sinistra - www.radicalidisinistra.it - condannano la scelta di Veltroni che, in un solo colpo, si è allineato al clima di confessionalismo e di opportunismo verso la Chiesa cattolica ed ha ignorato le migliaia di contestazioni che erano state sollevate, mesi fa, all'annuncio dell'iniziativa.
Per i Radicali di Sinistra la pretesa di intitolare al papa Giovanni Paolo II la stazione Termini è una grave ferita al carattere laico e plurale di Roma, che solo in minima parte si riconosce nella figura del Papa defunto; sarebbe stato preferibile che la stazione centrale della Capitale italiana venisse intitolata ad un grande profilo della cultura e della civilità italiana verso il quale tutta la Città potesse identificarsi, non ad un capo religioso. Con questa scelta, Veltroni ha svenduto l'immagine di Roma per agevolare la sua corsa verso Palazzo Chigi, anticipando che una sua futura guida del Centrosinistra sarà in ogni caso all'insegna di un reverenziale servilismo nei confronti delle gerachie vaticane e di irrispettosa indifferenza per ogni convinzione che non sia quella cattolica."

E Amen.

Dopo aver invitato gli "Illuministi" romani a protestare nel forum del Comune di Roma, è stato annunciato un sit-in di protesta all'interno della Stazione Termini per la mattina di sabato 13 gennaio per informare gli ignari viaggiatori della deriva clericale -anzi, visto il luogo: del "deragliamento clericale"- di cui erano inconsapevoli vittime!
Meditate: migliaia di cittadini italiani e straniei costretti a vedere frustrate le proprie convinzioni, a veder schiacciata da una oscurantista iscrizione la propria libertà di coscienza ogni qual volta dovevano scendere e salire da un treno!
Che pena!

Ma il buon Veltroni, ha saputo dissolvere ogni protesta chiarendo il qui pro quo: la stazione Termini semplicemente non è mai stata dedicata a Giovanni Paolo II.

La manifestazione tanto rumorosamente annunciata è stata perciò annullata e l'accaduto ha dato la possibilità agli ex manifestanti di riaffermare la lealtà dei DS nei confronti di Walter Veltroni e della compattezza di ideali con cui la Sinistra si dedica al buon governo dell'Urbe.


I democratici di Sinistra, i Radicali e ogni specie e sottospecie di laicisti potrà, perciò, prendere tranquillamente il treno senza rimanere più (troppo) turbato da quelle "inquitanti" scritte. Comunque bisogna ammettere che le loro (ridicole) paure un fondo di verità dovevano pur averle!

La mattina del 23 dicembre 2006 alla presenza delle autorità civili e religiose si è svolta nella stazione Termini di Roma una cerimonia che è stata universalmente interpretata come la dedicazione della maggiore stazione ferroviaria di Roma e d'Italia al papa polacco di santa memoria.
Forse nel clima buonista crato dalle luci, dagli addobbi e dal suono delle zampogne, i partecipanti all'evento sono caduti vittima di un incantamento? Eppure, se travisamento dell'operato di Veltroni c'è stato, c'è da incolpare soltanto il piissimo "Uolter" che ancora "corpore insepulto" si era espresso favorevolmente per dedicare la stazione Termini al defunto papa Wojtyla.
Infatti,nella commemorazione ufficiale organizzata il 5 Aprile 2005 nella sala Giulio Cesare (sede del governo capitolino) il sindaco Walter Veltroni annunziò di voler procedere presso le Ferrovie dello Stato affinché la principale stazione ferroviaria della capitale fosse dedicata a Giovanni Paolo II: cosa poteva fare la città di Roma per manifestare l'affetto e la stima per Giovanni Paolo II, il grande papa viaggiatore, se non dedicargli lo scalo ferroviario principale dell'Urbe?

Si vede però che nel frattempo Veltroni, passata la commozione del momento, si è accorto che si può continuare a vivere anche senza Karol Wojtyla e che i pellegrini e i turisti comprano i biglietti per Roma-Termini per venire a veder il papa anche se si tratta di Joseph Ratzinger, perciò il sindaco di Roma ha così chiarito "l'equivoco":
"Il nome di Giovanni Paolo II, dal 23 dicembre compare in due steli che si trovano nell'interno della stazione. La cerimonia che si è svolta quel giorno non è stata dunque una intitolazione, per il semplice motivo che la stazione continua a chiamarsi così, "Termini", con il nome che evoca la storia millenaria di Roma, che ormai fa parte dell'identità della città e della consuetudine di milioni di persone."

Le iscrizioni perciò non sono delle scritte dedicatorie dell'edificio in cui si trovano, ma "solo" delle stele: delle stele funerarie, dei cenotafii alla memoria di Giovanni Paolo II eretti dalla giunta capitolina per manifestare l'affettuoso ricordo della multietnica, multiculturale e multireligiosa metropoli per una grande personalità che con la sua presenza ventisettennale nell'Urbe ne ha arricchito la pluralità culturale e religiosa.
La stazione Termini pertanto non è stata mai intitolata a Giovanni Paolo II, e Veltroni sembra quasi chiedersi come sia stato possibile che sia stata messa in giro una simile diceria.

Perchè allora i "dolmen" dedicati a papa Wojtyla sono stati posti dentro Termini e non fuori o in qualunque altro posto della Città Eterna, magari in Via della Conciliazione?
Domanda ingenuamente retorica: quale posto con un maggior afflato simbolico avvrebbe potuto scovare l'amministrazione capitolina per issare un catafalco al grande papa dei viaggi internazionali, dell'incontro tra le fedi e le culture, se non la Stazione Termini?

L’architetto, ideatore e progettista, Roberto Malfatto così parla delle due creazioni: “L’ispirazione è nata dalla semplicità e dal rigore che Giovanni Paolo II esprimeva, ma anche dall’innalzamento verso il cielo. Abbiamo, quindi, pensato ad un oggetto che si innalzasse verso il cielo, che avesse un coronamento particolarmente significativo e particolarmente ricco. Una forma semicircolare, che in qualche modo evoca – secondo noi – delle immagini legate anche all’iconografia ecclesiastica".

Le stele sono entrambe alte 12 metri e recano la (forse) poco equivocabile iscrizione “Stazione Termini-Giovanni Paolo II”.