domenica, novembre 21, 2004

Ferrara/Cacciari

Estraggo, per mia meditazione, dagli interventi del pubblico incontro "Siamo tutti Olandesi" tenutosi il 16 Novembre a Milano.

Dixit Giuliano Ferrara

“Noi dobbiamo porci un problema semplice. Noi non possiamo ricostruire la cristianità per resistere alla sfida islamista, radicale, jihadista; sono tre aggettivi precisi, che uso per distinguerli da islamico. Islamista, radicale, jhadista. La grande lotta che dentro la civiltà islamica”

“La grande battaglia che si è aperta per dare sostanzialmente una nuova identità, che faccia fronte alla modernità che noi rappresentiamo nel mondo islamico, non possiamo fronteggiarla con la denunciata stessa logica identitaria, ricostruendo il programma di Lepanto.

Non possiamo, ma possiamo non fare niente? Possiamo non interrogarci? Possiamo accettare che il famoso politeismo dei valori che la nostra irrinunciabile devozione verso la democrazia, verso le regole della libertà e una relativa libertà dalle regole che ci siamo dati, arrivi fino al punto di scarnificare la nostra identità? Da renderla così evanescente, così leggera, così incapace anche di dialogo, anche di fronteggiare con un dialogo serrato, vero, significativo, in cui tu porti qualcosa della tua identità? Io penso di no.

Non voglio usare parole difficili, complicate ma certo non è roba per cardinali, per vescovi, non è roba solo ed esclusivamente per il magistero pastorale della Chiesa cattolica o delle molte altre Chiese dell’universo interreligioso.
Non è una questione confessionale.”
“Porsi questo problema del significato, del senso. Porsi questo problema eminentemente politico, ma carico di cultura, di un sistema di vita che noi presumiamo di dover difendere – poi i modi di difenderlo, con la guerra o senza la guerra, tutto sommato, dopo l’11 settembre, sono grandi questioni di tattica, questioni integralmente politiche. Ma sul fatto che si debba difenderlo c’è una sostanziale convergenza, in occidente.

Questo sistema di vita che cerchiamo di difendere dobbiamo reinterpretarlo, non nella nostalgia, che è sempre un sentimento regressivo, non nella chiusura del tradizionalismo, forse perfino con un grande sforzo di innovazione. Ma dobbiamo reinterpretarlo, perché se difendere il nostro sistema di vita significa difendere il vuoto, questo vuoto sarà riempito”

“Questo vuoto sarà riempito, e sarà riempito da un altro modo di vita, da un’altra concezione dell’esistenza, da un’altra concezione della trascendenza. Da una ortodossia e da un puritanesimo (il famoso puritanesimo Wahhabi) che sono una minaccia per tutti i valori in cui noi crediamo.”


Respondit filosofum Massimo Cacciari

“ Io ritengo che nella reinterpretazione della democrazia” “debba anche giocare un importante ruolo la reinterpretazione del nostro concetto di tolleranza.”

“Lo penso, l’ho scritto in saggi e in libri, perché il concetto di tolleranza, bisogna esserne consapevoli, si regge sul presupposto (non lo dicevo io, lo diceva Rosmini …) che quello di tolleranza è un concetto estremamente peloso. E’ chiaro che io tollero colui che reputo inferiore a me, perché se io reputo Ferrara uguale a me, come lo reputo, non lo “tollero”: lo ascolto, lo contraddico, mi interessa o non mi interessa quello che dice, ma non lo tollero. Il concetto di tolleranza implica un’inferiorità dell’interlocutore, e la mia pretesa di educarlo alla mia razionalità. Questo è sempre stato storicamente, così si è declinato il concetto,…. Io non credo che questo sia un modo utile o politicamente efficace di agire e di pensare la democrazia, e di agire nei confronti di coloro che al momento non sono affatto democratici.

“Il discorso (…), in apertura alle lezioni di filosofia sulla storia di Hegel, tale e quale.
“Ex occidente lux”: la civiltà nasce ad oriente ma inevitabilmente qui trova la sua casa. Gli altri sono spacciati, e Hegel usa esattamente questa espressione, si tratta di rovine del passato, proprio perché loro non hanno la storia, cioè non hanno elaborato il concetto di storia. Non vi è storia nell’islam: questa è la posizione di Hegel che torna, non a caso, anche in tanti teorici americani, in termini più o meno banali, ma non sempre, anche molto ferrati. Torna questa idea che la diversità essenziale che costituisce la nostra originalità e la nostra superiorità, alla fine, è che noi abbiamo elaborato un concetto di storia, che noi concepiamo tutto, diceva Nietzsche, storicamente.”

“La concezione del divino, di Dio, nel cristianesimo, “ab origine” è assolutamente distinta e assolutamente diversa da quella islamica. Qui è la diversità, cioè la storia di cui noi parliamo, è immanente nel modo in cui la cristianità concepisce, già in epoca evangelica, il divino.
Questa è davvero una differenza teo-logica, dove il termine “logico” va sottolineato. Perché il modo in cui si concepisce il divino, cioè il Deus trinitas, come diceva Agostino, ha in sé la dimensione storica.

Un cristianesimo che non si incarna storicamente e che quindi non assume tutte le contraddizioni e i conflitti, che non si distingua al suo interno, non è concepibile”
“Cioè la storia dell’islam non è una storia teologicamente concepibile. Non è una storia che possa essere in alcun modo riportata a un principio: è contingenza, pura contingenza. Così il musulmano si rapporta alla storia, come a una serie di eventi che, in quanto storici, sono assolutamente contingenti.

Noi invece in ogni evento storico cerchiamo la ragione, il senso, la fenomenologia dello spirito di Hegel appunto, il fenomeno. Ciò che ci appare non è mai contingente, non è mai apparenza, ha una ragione di essere. I fenomeni li dobbiamo sempre salvare da questo punto di vista, nella loro storicità, non in termini ideali, come Platone.

Questa, ripeto, è la differenza fondamentale. L’ho detto e ripetuto, prima e dopo l’11 settembre, dobbiamo saperlo, di fronte ad ogni “abbracciamoci tutti” general generico, che non ha alcun senso se si ragiona seriamente di queste cose, e cioè che la posizione da cui deriva tutta la nostra concezione della storia, cioè del Deus trinitas, è di vedere la storia in Dio. Bisogna comprendere fino in fondo la paradossalità e la scandalosità di questa assunzione: tanta teologia l’ha edulcorata, continua ad edulcorarla”

“La storia in Dio, la morte in Dio: questo per tutto l’islam è bestemmia. E’ bestemmia e qua non troverete nessun membro dell’islam, nessun musulmano che possa pensarla diversamente.”

“Le cose vanno viste alla radice, non sulla schiuma delle onde. Questa è la questione. E se poniamo la questione a questo livello, comprendiamo quanto sia arduo impostare insieme nel nostro rapporto tra cristianità come civiltà che ha nel suo insieme immanente a sé questa categoria, per dirla i termini russi, della umano-divinità, (intesa non nel senso di una facile conciliazione dialettica, ma nel senso proprio del rapporto drammatico tra figura divina e figura storica), e dall’altro la dogmatica islamica di una incomparabilità assoluta tra l’elemento storico condannato alla contingenza e la teologia, e il discorso su Dio comunque esso venga concepito.

Voi capite bene, tra l’altro, come questa concezione sia davvero la responsabile di tutto il discorso tecnico-scientifico. Su quale presupposto si basa il grande exploit della nostra scienza? Ma esattamente su questo.”

“Quindi questa è la grande diversità, ma se ci poniamo da questo punto di vista. Ma se ci poniamo da un punto di vista diverso, più episodico, più superficiale, forse è facile (si fa per dire) trovare anche tatticamente, politicamente, nel senso più banale del termine, vie di comprensione e di riconoscimento.

Se andiamo alla radice della distanza allora il discorso si fa infinitamente più complicato, e così anche l’appello a una evoluzione dell’islam per la quale tutti noi possiamo operare politicamente.
E’ abbastanza semplice comprendere come, attraverso quali vie di azione politica e diplomatica, si potrebbe tentare di vitalizzare e potenziare le componenti che esistevano e che sono state più o meno massacrate dai regimi dittatoriali, autoritari, quasi sempre sostenuti dai regimi occidentali.

Si può porre la questione di come promuovere, potenziare, sostenere tutte quelle voci del mondo islamico che sono contro il fondamentalismo della jihad. Questa impostazione, alla quale politicamente siamo costretti tutti, uomini di buona volontà o meno, a cercare di pensare, e che può dare certamente dei frutti, non tocca questa questione di fondo.

Questa questione di fondo è una questione davvero e radicalmente filosofica, perché qui si pone il problema di una vera relazione con l’altro. E’ possibile una relazione con l’altro non fatto a nostra immagine e somiglianza?

La relazione è possibile anche laddove io colgo nella figura dell’altro qualcosa che mi appare davvero irriducibile a me?

Questo è il grande, serio tema che ci è oggi imposto, e che possiamo non essere in grado di risolvere.
Perché nella storia può essere che una relazione con l’altro non sia risolvibile se non in termini polemici.”

mercoledì, novembre 17, 2004

il coccodrillo come fa?

Un annetto fa, ai tempi in cui andai a vedere Magdalen, già sui mezzi di comunicazione si vociferava maliziosamente che Pedro Almodovar (aia!) stava girando un duro film di denuncia (mamma!!) contro i preti pedofili(Aiuto!!!) .

Il senso era: voi clero-e clericali annessi- che vi stracciate le vesti adesso -ah!ah! Ah!risata- tremate!Che quando arriva Almodovar “so cazzi!” (e non solo metaforicamente).

Io –che se lo dice un giornalista ne avrà ben donde!- mi ero quindi già preparato al peggio, poi ad Agosto ho conosciuto Ignacio In uno stabilimento balneare ho visto un animatore spelacchiato che dovendo, con la sua pianola, rallegrare il pranzo delle allegre vecchiette, spesso si portava dietro, a dargli man forte, i due figlioletti (5 e 14 anni) già ampiamente inseriti nel mondo dello spettacolo!
Il figlio maggiore, ad inizio carriera, partecipò e vinse lo Zecchino d’Oro, con un pezzo che rimane uno tra le più gloriose canzoni della musica contemporanea. Adesso lui fa il doppiatore, e soprattutto di cartoni animati.

Io -infondo, anche a me stà a cuore il futuro della specie- gli ho espresso tutto il mio compiacimento per la ricchezza, la vivacità di quel bagaglio d’ esperienze che sta acquisendo, in questa età nella quale si schiudono le potenzialità; bagaglio che avrà comunque un indubbio valore formativo della sua strutturazione personale. Ovviamente non glielo ho detto con questo lessico: io non molesto i bambini!

Parlottando vengo a sapere che ha appena finito di doppiare La Mala Education; ed io mi ritrovo a pensare ad una fredda sera d’autunno dell’anno prima, mentre esco dal cinema.

-E tu quale personaggio hai doppiato?

-Ignacio.

Io ignoravo che ruolo avesse esattamente Ignacio nella trama ma lo potevo intuire…
Avrei tanto voluto delle anteprime da rivendermi con aria saccente, poi, agli amici, nell’imminenza dell’uscita del film nelle sale, ma trattandosi di minorenne, ho avuto lo scrupolo di aspettare che la natura facesse il suo corso, e il doppiatore cambiasse timbro di voce.

Ripensandoci, poi mi son detto che lo scrupolo di metterlo a disagio -chidendogli di narrare la trama del film- era forse eccessivo. Dopo essere costretto dal genitore, alla veneranda età di 14anni, a subire l’onta di continuare a cantare una canzoncina per bambini,davanti a delle vecchie plaudenti, per lui, doppiare un abuso sessuale, non poteva essere stato troppo imbarazzante.



E dopo quasi un mese di programmazione, sono andato a vedere questo pruriginoso melò. Ho scoperto che “melò” è un modo elegante per definire una commediola patinata che si ispira all’umorismo della serie dei film di Pierino: per la delusione di quelli che diplomaticamente hanno declinato la proposta di una serata al cinema.

Un polverone per nulla (per poco)! Quelli che si sono scandalizzati, non hanno mai visto i b-moves fine anni ’70 con Alvaro Vitali, Bombolo o Renzo Montagnani: “Dove vai se il vizietto non ce l’hai” . L’accostamento non sembri peregrino, visto che La Mala Educacion è ambientata alla fine degli anni settanta, ed accanto ad un travestito Garcia Gael, non avrebbero sfigurato un Lino Banfi e un Alvaro Vitali vestiti da donna, come nella migliore tradizione dell’umorismo boccaccesco italico d’annata.

Pretenzioso assai parlare di “manifesto della morte dell’Occidente”.Il film di Almodovar segna la crisi della cultura occidentale non più di Alvaro Vitali nella magistrale interpretazione di Paolo Roberto Cotechigno; anche se, me ne rendo conto, la sfumatura omosex, può aver messo a disagio gli spettatori che, come me, sono affetti da una, seppur vaga tendenza all’eterosessualità.



Azzeccato l’ingranaggio-su cui Almodovar lavorava da un decennio-, ma quando si scopre dove sta il trucco, la storia si trascina per (pochi) fastidiosi, prosaici minuti: non c’è più ritmo, forse perché non c’è più finzione.

La filosofia di fondo è che ogni uomo è mendacia, i rapporti tra gli uomini nascono da una volontà di sfruttare l’altro, ed in questo, aimè, “l’ingenuo” Ignacio non è da meno del “cattivo”padre Manolo:
"Penso che perdo la fede in questo momento e, non avendo fede, non credo né in Dio né nell'inferno. Se non credo nell'inferno, io non ho paura. E se non ho paura, sono capace di qualsiasi cosa".
Una lucida fenomenologia dell’abbrutimento umano; alla fine quello che ne esce meglio è proprio padre Manolo: non lo scialbo spretato ma quello del film dentro il film, credibile perché frutto di una sceneggiatura, per l'immaginario dello spettatore era perfetto nel ruolo proprio perché era falso.
Per Almodovar, nessuno ha sincere lacrime per il proprio abbrutimento.

Quizaz, quizaz, quizaz...

la marcia Perugia vs Assisi

A seguito delle polemiche sulle radici cristiane dell’Europa, Carlo Ripa di Meana ha riespresso il suo rammarico per la bocciatura di un suo emendamento al primo articolo dello Statuto regionale dell’Umbria.

Quel verde di un marito di Marina, convinto che, almeno, sulle radici cristiane dell’Umbria nessuno avesse nulla da eccepire, aveva presentato un emendamento che cercasse di evidenziare che la storia preunitaria aveva già fatto nascere in Umbria, valori ed ideali che oltre ad avere ancora un indubbio riverbero sui cittadini umbri di oggi, hanno plasmato la storia culturale dell’universo mondo.

Quel “ patrimonio spirituale e culturale, civile e cristiano, caratterizzato dai movimenti benedettino e francescano, che fa dell’Umbria una terra di pace, e di Assisi la capitale del dialogo tra le religioni.”
Si è optato per un anonimo e vago terzo comma che recita:

La Regione ispira la propria azione agli ideali di pace e di integrazione fra i popoli e, nell'ambito delle proprie competenze, favorisce ogni iniziativa volta a promuovere la reciproca conoscenza ed il rapporto fra le diverse culture.

Specificare donde scaturisce questa vocazione agli “ideali di pace e di integrazione”, no, eh?
Peccato!
Anzi –come direbbe Buttiglione- “anche se io pensassi che sia un peccato”…si deve convenire che se voglio l’autonomia regionale, se credo che la mia terra abbia una sua peculiarità, una sua storia, una vocazione! Sarebbe cosa buona e giusta –oltre che intelligente- proclamarle apertamente: Umbria pride! E che cavolo; c’è chi si inventa le radici celtiche! Si chiedeva di citare nello statuto regionale, Assisi -dico ASSISI!-, mica Gallarate.

Probabilmente i consiglieri regionali, di fronte all’emendamento di Ripa di Meana, avranno avuto la sensazione di un testo che si discosta dal linguaggio politichese e burocratese, che informa sciattamente ogni documento che vanti rilevanza istituzionale, ma ciò nulla toglie alla sintetica e al contempo ottima analisi esposta nel suddetto emendamento.

Certo che l’Umbria non è solo San Francesco e San Benedetto; ci sarebbe pure Santa Chiara, Santa Rita da Cascia, Santa Chiara da Montefalco, Santa Veronica Giuliani, (il beato) Iacopone da Todi e un altro centinaio di santi e beati; ma l’intento non era cattolicizzare lo statuto inserendovi una devota litania dei santi patroni, ma esaltare quei MOVIMENTI ideali e culturali di rilevanza mondiale sorti in seno alla storia cristiana dell’Umbria.

Molte regioni hanno preferito tagliare corto partendo dal Risorgimento, o (ancora più giustamente e sobriamente) direttamente dalla Resistenza su cui si fonda la carta costituzionale, ma nel caso dell’Umbria, credo che il citare Francesco d’Assisi non poteva da nessuno venire etichettato come deriva clericale.

La tesi secondo cui il cristianesimo non è l’unica religione che ha plasmato l’identità europea, nel caso dell’Umbria è palesemente insostenibile. Allora perché non scriverlo? E scriverlo dove si parla degli ideali e non dove, in un altro articolo, si parla della ‘preservazione’del “patrimonio spirituale” “civile e religioso”, facendo così del patrimonio spirituale roba da ProLoco, utile agli introiti del settore turistico alla stregua del settore “norcinerie”.E mi si conceda di notare che anche quando il fatto religioso viene “musealizzato”, mon si ha nemmeno allora la libertà intellettuale di specificare che quel patrimonio religioso, che tanto hanno a cuore, è cristiano (e cattolicissimo).

Sono certo che gli estensori dello statuto hanno considerato lapalissiana, e quindi superflua, tale menzione.
Bontà loro, democraticamente e laicamente, lasciano al cittadino la libertà di costruirsi un bagaglio di conoscenze storico-critiche che consentano una adeguata lettura dell’incipit dello statuto, che produca, nel procedimento ermeneutica, il recupero dei sottaciuti riferimenti. Complimenti: grazie per la fiducia!


Nello statuto dell’Emilia Romagna si dice che essa “si fonda sui valori della Resistenza al nazismo e al fascismo…”, mi colpisce che la giunta regionale in questo caso abbia voluto specificare “al nazismo e al fascismo”non ritenendo che fosse ormai più lapalissiano nominare‘La’ Resistenza tout court; manifestando in tal modo –a differenza degli ottimisti umbri- scarsa fiducia nelle capacità ermeneutiche del proprio elettorato.Forse che, avranno avuto paura che, di primo acchito, il pensiero corresse “ai valori della resistenza irachena”? Ipotesi da non scartare.


Leggo che è ancora in via di approvazione lo statuto della regione Marche, la quale “si ispira al patrimonio storico del Risorgimento, ai valori ideali e politici della Repubblica nata dalla Resistenza”(in questo caso tout court) “alla tradizione civile, culturale e comunitaria delle popolazioni marchigiane”.
Mentre leggevo mi son chiesto: quale apporto civile e culturale e -perché no?- religioso hanno dato le Marche alla storia del Risorgimento?
Ci dev’essere stato, visto che lo citano espressamente, in quel periodo storico un marchigiano doc che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’ottocento, no?

Ah! Ho capito! Volevano riferirsi a PIO IX.

giovedì, novembre 11, 2004

FENOMENOLOGIA della strega catodica

Gli opinionisti hanno cercato di far ammettere a Buttiglione che se è stato cacciato a pedate dalla Commissione Europea, non è perché cattolico “intransigente” (ma che vuol dire! O si è o non si è cattolici) , ma perché inadeguato nel ruolo di commissario alle giustizia.
Buttiglione non si è difeso minimamente ma ha sostenuto che il parlamento europeo, secondo la costituzione fresca di firma, non ha l’autorità di sfiduciare chicchessia.
Chiunque altro, politico o no, si sarebbe adontato -e di brutto!- a sentirsi apostrofato come incapace, lui rimane il “bambacione” di sempre: dando così l’impressione di avallare lui per primo la propria inettitudine.

A Strasburgo, di fronte a chi gli diceva: ‘Lei è un cretino! S’informi!’; lui controbatteva che il Parlamento Europeo, a priori non possiede le categorie trascendentali atte a fondare valutazioni valoriali autentiche.
Meraviglioso! Un uomo inabile all’arruolamento politico!

Un filosofo che si preoccupa di battersi per il rispetto delle kantiane categorie del ragionamento! Per questo, contro i falsi sillogismi circolati nell’ultimo mese, io son convinto che il mite Rocco, in virtù della sua sincera adesione alla democrazia (intesa come regolamentazione democraticamente tessuta), si sarebbe impegnato coscienziosamente per il rispetto di quei principi normativi approvati dall’UE.

Quando fu nominato, non mi parve di vederlo fare salti di gioia, così come dopo essere stato “segato” a tutti ci è parso che la cosa non gli sia molto dispiaciuta: Buttiglione è un serissimo caso di mancanza di empatia.

La sua inadeguatezza non è intellettuale ma fisica!

Con le sue spalle strette e cascanti, secco con la “panza”, con la sua andatura dinoccolata, con la voce di Paperino con il singhiozzo, Buttiglione era (e rimane) fisicamente inadeguato.
La sua assoluta carenza di sex appeal, congiunta alla sua professione di fede cattolica fa di lui l’icona del perdente.

Buttiglione nell’immaginario collettivo (non solo in Italia ma a questo punto a livello europeo!) è il compagno delle medie, quello strano; quello da prendere in giro per quello che dice, per il fatto stesso che lo dice uno con l’aria del pirla.

Adesso tutto sembrerebbe covare sotto la cenere delle infervorate e devote(?) polemiche. Quando quell’ingenuo -idealista- bambinone metterà su un movimento per la difesa della libertà d’essere cattolici, vorrei tanto che si avesse l’onestà intellettuale di non accusarlo d’essere un barbablù (!) quando invece lo si considera un barbapapà.

mercoledì, novembre 10, 2004

la strega catodica

Non sono ancora riuscito a vedere una puntata della nuova serie di “Scrubs”.
Triste, no?

Sabato scorso, mi ero impuntato di vederlo fino alla feccia, ma non ho resistito a fare un po’ di zapping, e mi sono trovato a vedere quell’“Infedele” di Gad Lerner: ospite l’onorevole Buttiglione, reduce da una ospitata da Fabio Fazio(sissimo!).Intendiamoci: Fazio lo trovo brillante, e capisco che non si può pretendere da lui che costantemente esibisca il mellifluo ossequio che ostenta con Gorbaciov.

Lo ammetto: Buttiglione non è stato “programmato” per i ritmi televisivi; ma molti che lo invitano nelle loro trasmissioni architettano le interviste, in modo da farlo sembrare ridicolo; ridicolo lui, per mostrare la ridicolaggine delle sue convinzioni; ridicolo e retrivo il suo modo di pensare (e stiamo parlando di un filosofo!). Ridicole e intolleranti, le sue convinzioni, per mostrare quanto è retriva ed intollerante la Chiesa Cattolica.

A nessuno importa sapere cosa pensi Buttiglione. Per la vulgata, Buttiglione non ha un pensiero autonomo. Buttiglione ripete a pappagallo quello che ha sentito dire dal pulpito, alla messa parrocchiale; o da Ruini, all’ultima prolusione alla CEI; o che ha letto nell’ultima enciclica papale: tutti siam sicuri che, scemotto com’è, perde il suo tempo ad aggiornarsi sulle ultime direttive oscurantiste del Vaticano; la Santa Sede, come all’Unione Europea ben sanno, è l’istituzione più malvagia dell’universo, come dimostra la valanga di risoluzioni antivaticane votate dal parlamento di Strasburgo.

Lo ammetto serenamente: il buon Rocco non è tipo che ispira simpatia; è antropologicamente buffo, e tanto basta ad azzerare ai nostri occhi la sua statura intellettuale. Ci troviamo in una situazione simile a quella degli Austrias ( FelipeII, FelipeIII, FelipeIV) che tenevano i nani a corte per compiacersi della propria regale superiorità: anche noi (laici europei) punzecchiamo l’illiberale Rocco per sentirci evoluti e moderni!

Io non ritengo che Buttiglione sia illiberale ma capisco che è bello crederlo.

Fa comodo crederci e collegare l’omicidio di un omosessuale, avvenuto giorni fa in Inghilterra, ad opera di un gruppo di minorenni, con le intolleranti dichiarazioni di Buttiglione. Ah! Questi giovani tesserati inglesi dell’UDC!

Da parte mia temo che nonostante la sua devozione al cattolicesimo sia un moderato, perfino ossequiante i valori della democrazia.
Il buon filosofo si è chiesto, ed ha chiesto, perché altri cattolici che fanno politica (ed a livello altissimo!), non sono stati sottoposti a simili indagini inquisitorie: io tento una risposta.
Il “peccato” di Buttiglione è quello di non modellarsi ad altri cattolicissimi leader che continuano a sperticarsi in ossequi alla Santa Sede, avendo però,avuto prima il “buon gusto” di divorziare dalla moglie e andare a convivere con Azzurra.

martedì, novembre 09, 2004

ite missa est!

Vedo Virginia de Leiva,vestita, pettinata e (soprattutto)profumata,davanti al portone della chiesa. Guarda l'orologio,le16:30.
-Dov'eri?
-beh, oggi è festa e le monache mi hanno offerto un pezzo di torta!
Che ci fai qui di pomeriggio? La squadro sornione.
Che eleganza!E'bello da parte tua essere venuta per la festa.
-Fanno una festa?!
-e' la festa del monastero...
-Perchè una messa tu la chiami festa?
-A Virgì! Che pretendi da delle monache!
-No,è che sono passata a dare un'occhiata... e comunque mi sono vestita così perchè ho un appuntamento!
-Ah!Ah! Ed io che speravo ti fossi redenta! -rispondo simpaticamente, attento a schivare eventuali temibilissime affilate punte di calzature femminili-
Comunque poi c'è il rinfresco in refettorio, e visto che proprio oggi è l'unico giorno all'anno in cui è aperto al pubblico... ti converrebbe rimanere!


19:30
Stringo la mano ad una soddisfatta madre badessa,ed esco da un ancora affollato refettorio.
Messo piede fuori dalla chiesa Virginia si stringe infreddolita nel suo giubbetto di pelle.Dato che lei odia andare al cinema, le dico:
-Cosa meglio di concludere la serata andando al cinema, per coronare degnamente la santificazione delle feste?
Lei capisce immediatamente!L'idea la diverte, e mi sorride complice; guarda l'ora
-Dobbiamo sbigarci,pero per lo spettacolo delle otto e mezza.
-Aspetta che guardo sul giornale!... Ma tu non avevi una cena con quel tipo?
-Oooh, non fa niente! Aspetterà.
- Allora vediamo dove lo danno...La... mala... educacion...ecco! Trovato!

sabato, novembre 06, 2004

genetically correct 2

“Vita e persona non coincidono necessariamente. L’uomo ha in comune con le piante e con gli animali la vita: vegetativa nel primo caso, sensitiva nel secondo. Tra la vita delle piante e degli animali e quella dell’uomo c’è però un abisso o, se si vuole un salto di qualità.”

“La parola ‘persona’ significa, secondo San Tommaso d’Aquino, quanto c’è di più nobile in tutto l’universo e indica la dignità dell’individuo di natura razionale (Summa Teologica, I, q.29, a.3) , che in quanto tale, è libero di scegliere il suo ultimo fine e ha la piena responsabilità delle sue azioni. La ragione è in questo senso, con la volontà, il fondamento della dignità della persona umana.
Fra le creature terrene, la dignità di persona spetta dunque solo all’uomo, perché solo l’uomo è un individuo razionale;”

Leggendo (Roberto de Mattei sul Foglio di oggi) mi dicevo: niente di più evidente; nulla di più logico, nulla di più razionale; semplicemente medievale!

Alcuni pensatori moderni( postmoderni) però, tendono a separare il concetto di “persona” -cioè depositario dei diritti umani- dall’ appartenenza tout court alla specie homo sapiens!
Ciò che farebbe una persona sarebbe l’avere coscienza di sé e dei propri “desideri” e scopi che muovono l’esistenza: quindi un topo che cerca il modo di mangiare il formaggio- lui si che lo sa cosa vuole dalla vita!- schivando la trappola, è più persona (ergo avrebbe più diritti civili) di me umano si, ma che ha difficoltà a trovare uno scopo nella propria vita.

Aiuto! Ma dove li fabbricano questi “cervelli”: in laboratorio? Ovviamente il modificare il significato-filosofico!- dei termini del discorso è funzionale ad allargare il campo alla sperimentazione scientifica, eliminando, così alla radice, tutta una montagna di pallose diatribe etiche e deontologiche!

Quando lo dico molti si stracciano le vesti, ma scienza e ragione sono distinte e separate! L’uomo ragiona; la scienza è una particolare applicazione dell’intelletto per dare una risposta, nel concreto, ad alcune limitate problematiche umane. Diceva Wittgestein (quello vero!): ‘Noi sentiamo che persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati’.

“Cadono nel tranello quei cattolici che pretendono di contrapporre all’avversario argomenti “scientifici” invece che argomenti “filosofici”, ammettendo con ciò stesso il primato della scienza sulla filosofia.
L’embrione infatti non è uomo solo perché l’uovo fertilizzato contiene un nuovo programma di vita, delineato e iscritto in modo stabile nel menoma dello zigote. Ciò è vero, ma non dimostra ancora che esso sia persona. L’embrione è persona perché il suo principio vitale è il medesimo dell’uomo adulto. Ma questo principio vitale -ecco il punto- non è di natura biologica, ma spirituale.”

“Certo, l’esame biologico ridimostrerà che l’embrione non è un mero grumo di cellule, ma è un individuo della specie umana, identificato dal proprio patrimonio genetico, che contiene progetto di vita unico e irripetibile. L’embrione và però considerato come uomo per un motivo filosofico, non biologico. L’umanità dell’embrione è infatti un’evidenza razionale, che parte dall’esame del dato biologico ma poi si eleva all’esame filosofico sulla base della costatazione che un individuo della specie umana può vivere solo perché possiede un principio vitale spirituale che lo costituisce come una “sostanza individuale di natura razionale”, ossia una persona.”

genetically correct

Sul Foglio del 2 Novembre qualcuno ha osato scrivere che:
Il nato da fecondazione in vitro in realtà è un sopravvissuto a mille, invasive, manipolazioni

La fecondazione artificiale, per comune ammissione, porta con sé circa l’85 per cento degli insuccessi, il 50 per cento di tagli cesarei, un’alta mortalità embrionale, il 22 per cento di aborti spontanei, il 5 per cento di gravidanze tubariche, il 27 per cento di gravidanze multiple (con relative morti o malformazioni), il 29 per cento di parti pre-termine, il 36 per cento di nati con basso peso, rischi di anomalie genetiche o malattie degenerative, oltre a una preoccupante mortalità e morbilità neonatale (Serra e Flamigni).

Decine di storie raccontate sui giornali testimoniano la verità di queste conclusioni, alle quali sarebbe possibile giungere con il semplice ragionamento, analizzando le tecniche della fecondazione in vitro (Fiv).
Anzitutto, i gameti femminili (oociti) sono prodotti in alto numero, non per via naturale, ma con iperstimolazione ovarica, utilizzando “una vasta gamma di farmaci” (Flamigni), in particolare ormoni. Ne consegue, oltre ai danni per la donna, che già il 40-50 per cento degli oociti così ottenuti abbiano il cariotipo (patrimonio cromosomico) alterato.
Il seme maschile non può essere usato così come è, e va quindi “purificato” (centrifugazioni). Gli oociti vengono poi (molto spesso) sottoposti a manipolazioni invasive che consentano allo spermatozoo di penetrare: Pdz (parziale dissezione della membrana pellucida dell’oocita, tramite laser o sostanze chimiche); Suzi (iniezione dello spermatozoo sotto la zona pellucida); Icsi (iniezione dello spermatozoo tramite siringa).
Cosa significa tutto ciò? Significa che le membrane dell’oocita avrebbero il compito, in natura, di selezionare, tra milioni, lo spermatozoo più vitale, migliore, più sano, facendo penetrare solo lui ed escludendo gli altri; invece con tali tecniche, essendo la mobilità e la sanità dello spermatozoo scarsa, se ne determina dall’esterno la penetrazione, ferendo la membrana ed eliminandone la funzione naturale di barriera. Con l’Icsi, inoltre, vi è un intervento ancora più intrusivo, perché uno spermatozoo a caso, non selezionato (non è possibile farlo), probabile portatore di anomalie cromosomiche, viene iniettato con un microago nell’ovulo, compiendo un’operazione traumatica di cui non si conoscono ancora gli effetti, eccetto i più intuibili: “Il rischio che i bambini siano sterili come il padre” (Testart); il rischio “di malattie degenerative riguardanti il sistema nervoso o i muscoli” (Flamigni).

Il “colloquio” ormonale con la madre

I gameti vengono poi deposti nella provetta, mezzo di coltura che ha il compito di riprodurre la tuba: il problema è che si tratta di una riproduzione tanto incerta da variare col variare dei medici e degli anni (Flamigni), accusata di “provocare un cambiamento nell’espressione dei geni”. Per questo molti embrioni coltivati in vitro muoiono precocemente. Nei mezzi di coltura inoltre “il metabolismo dell’embrione e il suo sviluppo risultano notevolmente rallentati” (Carbone).
Salta, infine, il cosiddetto “colloquio crociato”, il continuo scambio di messaggi ormonali con cui l’embrione e la mamma comunicano tra loro, e attraverso cui avviene la produzione da ambedue le parti di proteine necessarie al regolare sviluppo dell’embrione fino all’impianto. A questo punto gli embrioni sopravvissuti, se non necessitano di un’ulteriore manipolazione (con annesse controindicazioni) che faciliti l’annidamento, possono essere impiantati in utero (avendo saltato il naturale passaggio in tuba). Occorre però più di un embrione, per avere qualche possibilità di successo. Perché? Lo abbiamo visto: oociti con cariotipo alterato, seme maschile non selezionato dalla natura, manipolazioni invasive, colloquio crociato assente, mucosa dell’endometrio uterino che non ha potuto svilupparsi in sincronia con l’embrione, metabolismo rallentato…

Sintetizzando: la “ridotta vitalità dell’embrione e la scarsa recettività dell’utero” (Carbone) determineranno, spesso, il non attecchimento, aborti spontanei, mortalità perinatale e neonatale, sviluppo anomalo. Nel 15 per cento circa dei casi nascerà un bambino, quasi un “sopravvissuto”: con quali conseguenze fisiche e psicologiche? Alle difficoltà elencate, si aggiungano una serie di variabili, quali gli eventuali errori del medico nel dosaggio degli ormoni, nel tempo scelto per il prelievo degli ovociti, nelle manipolazioni, nell’evitare sbalzi di temperatura nella fase di transfer degli embrioni…
Va infine ricordato che la crioconservazione degli embrioni aggiungerebbe ulteriori fattori di rischio, in quanto nella fase di scongelamento circa il 30 per cento muore, mentre i rimanenti, destinati all’impianto, presentano, come è ovvio, perdita di vitalità e cellule danneggiate (fonti: G.M. Carbone, “La fecondazione extracorporea”, Esd; C. Flamigni, “La procreazione assistita”, Il Mulino; A. Serra, “L’uomo-embrione”, Cantagalli).
Francesco Agnoli

venerdì, novembre 05, 2004

idea russa


Ho sentito più volte dire a Natasha Stefanenko - ovviamente dire in televisione- che in l’insalata russa, in Russia la chiamano insalata italiana.
Quando l’altra sera, ho cercato di sfoggiare la mia saccenteria ad una cena cui partecipava una ragazza russa, la bionda ha negato decisamente. Forse, come qualcuno ha ipotizzato, lei vive alla “periferia dell’impero”(russo), e non sa cosa cucinano i moscoviti, ma il Baltico non penso sia molto periferico!
D’ora in poi sarò costretto ad essere più diffidente nei confronti della Stefanenko.
Mi dispiace Natasha!

Ma torniamo a russe a noi contemporanee.
Per il poco che ho frequentato cotal “Perla del Baltico”, mi sono convinto che: l’“umorismo slavo” è ciò che“antropologicamente” rende diversi i russi. Dicono delle totali freddure, aspettandosi una reazione divertita: probabilmente per loro, la scena più comica della cinematografia mondiale, è la “mitica” carrozzina di un neonato che precipita giù da una scalinata.

Lei mi ha trovato simpatico, nonostante io non abbia fatto molto per esserlo; per meglio dire: quando “faccio il simpatico” solitamente riesco a creare un gelido baratro di incomprensioni e risentimenti. Per lei le mie acide battute andavano liscie come il ghiaccio, anzi come la vodka senza ghiaccio.
Domenica scorsa ho ricevuto il grazioso incarico di accompagnarla a messa; nella mia veste di cicerone, passando presso l’isola tiberina ho indicato la sinagoga; lei guarda la sinagoga e poi guarda me; indica la sinagoga e poi, sorridendo beatamente, indica verso di me: delizioso humor russo!
Io ho riso di gusto!
Il mio desiderio inconfessabile è quello di farmi crescere i boccoli da ebreo ortodosso.
Nei giorni successivi, ha riaffermato di riconoscere la mia anima yiddysh.

Ho cercato in lei una risposta ad una mia stramba teoria, ovvero: quando Reagan raccontava le barzellette a Gorbaciov, il leader sovietico non batteva ciglio, da ciò evinco che il russo tende a non manifestare la proria ilarità.
“Ma quando un russo fa una battuta divertente, se i suoi interlocutori ridono di gusto, lui s’offende?”
Gli italiani al tavolo hanno avuto serie difficoltà a capire il senso paradossale della domanda. Lei capisce e, abbozzando un sorriso mi stringe la mano.
Ogni volta che, volendo essere spiritoso, dicevo una cretinata, la bionda fanciulla dell’est, mi stringeva la mano; da ciò posso farmi sorgere il ragionevole dubbio che:
quando negli incontri bilaterali itali-russi, dopo che Berlusconi fa una dichiarazione alla stampa, Putin sorridendo gli stringe la mano… beh! Forse …

Delle strane motivazioni che spingono un russo a stringerti la mano, ne ho parlato il giorno dopo con Virginia de Leiva. Lei, come suo solito non si è scomposta per niente, dicendo che non ci trova nulla di strano e che anzi, dalle sue parti,in Abruzzo, è un atteggiamento consueto stringere la mano a qualcuno per manifestargli il proprio muto e totale dissenso.
Ciò conferma un’altra mia teoria socio-politica: l’Abruzzo è un mondo a sé. Dovrebbe essere una regione a statuto speciale, meglio ancora: un voivodato.

giovedì, novembre 04, 2004

revisionismo

Ieri ho fatto una scoperta.Io sono un cretino.
Scoperta che ha modificato la mia interpretazione della storia: Re di Puglia si trova in Friuli Venezia Giulia.
Ho sempre creduto che il sacrario militare di Re di Puglia, si trovasse in Puglia.

Eh, si: alle volte sono così ingenuo! Ed alle volte ho delle enormi lacune in geografia!
Un esame di storia contemporanea con tanto di corso monografico sul 1°conflitto mondiale, non mi ha minimamente fatto mai balenare il dubbio che Re di Puglia fosse nelle vicinanze di Gorizia.

Certo: anch’io mi ero posto il problema del perché seppellire così lontano dall’Isonzo e dalla Bainsizza, i militi della prima guerra mondiale.La domanda me l’ero posta una dodicina d’anni fa, accantonando per più di due lustri l’argomento “cimiteri militari”.
Mi ero risposto che fosse stato un atto di riguardo verso i congiunti dei militi meridionali.
Immaginate le povere madri calabresi che per portare un fiore sulla tomba del proprio figlio morto sul Carso, avrebbero dovuto attraversare l’Italia intera. Perché non trasportarli in Puglia?
Per me Re di Puglia poteva presumibilmente trovarsi nei pressi di Margherita di Savoia!

martedì, novembre 02, 2004

Homo Poeticus


En esta isla no es amor
en esta isla no es amor
perchè io amo mangiare.
Perchè io amo mangiare :
e qui cibo non c’è ne!

En esta isla no es amor
en esta isla no es amor
perchè io amo dormire.
Perché io amo dormire:
qui dormire non si può!

Adesso mi sento un po’ solo
mi mangio un nocciolo
che me fa morir!
Allora ci vuole una flebo
é meglio che non bevo,
perché mi fa svenir!

Allora lo porto io l’amor,
allora lo porto io l’amor
en esta isla solitaria
perché senza amore
vivère non si può!

lunedì, novembre 01, 2004

santi numi!

Andando alla ricerca di notizie sulla Roma dell’Ottocento, mi sono piacevolmente imbattuto in un polemico scritto protestante, delizioso nella descrizione e nella riprovazione dei costumi della Roma ecclesiastica.
Tra le altre cose si descrive un tipico Santo della Roma papalina:

Il santo contemporaneo, che fosse in maggior grido, era l’abate don Vincenzo Pallotti, chiamato comunemente 1’ abate Pallotta.

Era un uomo di statura piccolissimo, vestiva l’abito ecclesiastico con una semplicità piuttosto affettata, la sua casa era un santuario. Nella prima camera vi era una statua della Madonna in cera di grandezza naturale, ritta in piedi dentro un’urna di cristallo, una lampada era sempre accesa dinanzi ad essa.
In una seconda camera vi era un gran crocifisso alto quanto la parete con la via crucis all’ intorno.
La terza camera era piuttosto grande, e le pareti erano tutte ricoperte di libri ascetici e teologici perfettamente inutili per lui, perchè diceva non aver tempo da perdere nel leggere.In mezzo di quella camera vi era un gran crocifisso messo in terra, che tutti quelli che entravano dovevano baciarlo.
Finalmente vi era un camerino dove egli si teneva per confessare. In esso vi era il Monte Calvario con la scena della crocifissione tutta in rilievo, poi vi era un piccolo canapè tessuto di paglia ordinaria. Nella sua casa non vi era cucina, perchè per lui perfettamente inutile; egli non mangiava che poco pane, un pezzo di formaggio nei giorni di grasso, e qualche frutto secco nei giorni di magro; la sua bevanda non era che acqua semplice.

Il suo padre era un ricco pizzicagnolo. Divenuto vecchio, vedendo il figlio così santo, confessò al figlio di avere, come il solito, rubato nel peso agli avventori, e domandò al figlio come rimediare a questo fatto. Il figlio che era ignorante, ma di buona fede, non aveva adottata la morale dei preti di restituire alla Chiesa quello che si è rubato ai laici; d’ altronde è impossibile trovare tutti i derubati per fare la restituzione. Allora l’abate Pallotta ordinò al padre di dare da quel1’ ora innanzi tre once di più a libbra a tutti coloro che andavano a spendere. Il buon vecchio così fece; ma il pubblico essendosene avveduto, era tale l’affluenza degli avventori nella sua bottega, che dalla mattina alla sera era sempre piena. La cosa sarebbe finita con l’intiero fallimento del vecchio; ma gli altri due figli che erano nella bottega, che non dividevano per nulla le opinioni del fratello, scacciarono il padre, e così rimisero le cose come prima.

L’ abate Pallotta godeva una grande influenza in Roma, egli otteneva tutto quel che voleva, avea fondato due case di rifugio per le povere ragazze abbandonate, e mandava tutte le sere alcuni de’ suoi discepoli nelle vie più frequentate di Roma a cercar coteste ragazze, e persuaderle di entrare nei suoi rifugi; in questo modo ne manteneva più di duecento. Egli aveva stabilito una congregazione di preti chiamata l’Apostolato cattolico(…)

L’abate Pallotta era un fanatico, ma lo era in buona fede. Egli non si serviva della sua santità per arricchire sè od altri; egli era umile, ed era notte e giorno occupato a predicare, confessare ed assistere i malati. Egli morì nel 1849, nei tempi di grandi sconvolgimenti in Roma; egli fu sempre eguale a sè stesso, continuò nel suo tenore di vita senza intrigarsi per nulla nelle cose politiche; a tutti coloro che gli domandavano cosa egli pensasse su quelle cose, rispondeva che bisognava pregare e pregar molto, affinché Dio dirigesse tutto alla sua gloria.
Mentre il popolo romano dava la caccia ai preti, 1’ abate Pallotta era da tutti riverito e rispettato.

Ed ecco l’incontro ecumenicamente encomiabile tra don Pallotti e l’autore del libro anticattolico, all’epoca seminarista passato alla riforma grazie alla propaganda valdese.

L’ abate Pallotta è un prete che gode in Roma fama di grande santità. Piccolissimo di statura, macilente nel viso, gracile nella persona, calvo nella testa, coperto di un abito di panno grossolano, legato al fianco con una cintura della stessa stoffa, affetta 1’ aria di uno di quei santi che si veggono dipinti sugli altari. Egli gode in Roma tutta la stima e la venerazione specialmente del popolo basso.

Quest’uomo è il confessore ordinario dei prigionieri dell’ Inquisizione, ed era stato mandato da me per convertirmi. Appena entrato nella mia prigione, trasse da una delle vaste saccoccie del suo abito un Crocifisso di ottone, un libro, ed una stola violacea; poscia trasse da una manica del suo abito un’ immagine della Vergine in basso rilievo sul rame: adattò il Crocifisso sulla tavola poggiandolo al muro in modo che restasse ritto, e pose ai piedi di esso la immagine della Vergine, si pose al collo la stola e si prostrò avanti a quelle immagini a pregare.
Dopo alcuni minuti di preghiera, si assise, e m’ invitò ad inginocchiarmi ai suoi piedi per fare la mia confessione. Io risposi che Dio solo rimette i peccati, e che la mia confessione l’ aveva fatta a Dio, la faceva ogni giorno a Dio, e perciò non poteva farla ad un uomo; tanto meno a lui che non conosceva punto, e che sapea di certo non avergli mai fatta alcuna ingiuria per cui dovessi domandargliene perdono.
Mentre io parlava così, il povero abate si faceva segni di croce, si levò da sedere tutto spaventato, ed allontanandosi da me, mi disse che io era posseduto dal demonio, e che voleva esorcizzarmi (, ed afferrato il libro degli esorcismi si accingeva a farlo, ma io, levandogli il libro dalle mani, gli dissi che i posseduti dal demonio sono coloro che perseguitano così barbaramente gl’ innocenti, e quindi se avea voglia di esorcizzare qualcuno, andasse ad esorcizzare i Padri Inquisitori e il mio carceriere.
Queste parole fecero su di lui l’effetto della scossa elettrica. Cadde genuflesso innanzi a me, trasse di tasca una disciplina di ferro, e, movendo non so quale ordigno, si aprì il suo abito dietro le spalle che rimasero nude, in quello stato incominciò con quanta forza aveva a disciplinarsi gridando: "Signore, misericordia".

(L’ abate Pallotta era un missionario, ed i Missionari usano ancora, in Roma ed in qualche altro paese, di darsi la disciplina per muovere il popolo al ravvedimento. L’ abate Pallotta, uomo di buona fede, se la dava davvero; ma in generale la disciplina dei Missionari è un atto di commedia, nè più nè meno…
Per tornare all’abate Pallotta, egli avea sempre una disciplina in tasca; ma la sua disciplina non era per ostentazione, era piccola, ma le lamine di ferro erano taglienti, e fra una lamina e 1’ altra in luogo di esservi un anello, vi era una stella di ferro a più punte ben aguzze. Quando si disciplinava, tirava un cordoncino avanti sul petto che apriva la sottana in due dietro le spalle, e il sangue scorreva realmente allorchè si disciplinava. Egli non si faceva mai la disciplina in pubblico ma solo quando si trattava della conversione di qualche peccatore ostinato).

Quest’ azione mi scosse fortemente, non sapea cosa pensare di quell’ uomo. Pochi istanti passarono in quello stupore; ma, quando vidi le sue spalle insanguinate, mi scossi, mi gettai sopra lui, e gli strappai violentemente la disciplina di mano. Avrei desiderato di avere con me il sig. Pasquali, affinchè, col suo sangue freddo e con la sua conoscenza biblica, avesse fatto conoscere a quell’ uomo il suo fanatismo religioso: ma egli levatosi in piedi mi disse in tono amorevole: "Figlio mio, voi che temete tanto pochi colpi di disciplina, cosa farete nei tormenti indescrivibili dell’ inferno, nei quali fra poco cadrete, se ricusate il perdono che oggi Iddio vi offre nella sua misericordia?"

Qui nacque fra noi una discussione: io diceva che non solo non ricusava il perdono di Dio, ma che lo avea di già ricevuto nella sua misericordia. "Eresia, ostinazione, diceva il prete: il perdono di Dio non si riceve che per nostro mezzo."
Non ti starò qui a rapportare quella discussione che durò per circa mezz’ ora, solo ti dirò che a tutti i passi del Vangelo che io citava per dimostrare che il perdono dei peccati ci viene gratuitamente da Dio alla sola condizione di credere in Gesù Cristo, egli rispondeva baciando l’immagine della Vergine, e pregandola che mi liberasse dal demonio dell’eresia.
Voleva che anch’ io baciassi quell’ immagine e mi prostrassi con lui solo per dire un’ Ave Maria, promettendomi che la Vergine avrebbe operata la mia conversione.
Io mi ricusai positivamente, e recitai con solennità le parole del secondo comandamento di Dio. Allora l’abate Pallotta rimise in tasca le sue immagini, e uscì dalla prigione dicendo:
"Questo genere di demoni non si scaccia che con l’orazione e col digiuno!"

venerdì, ottobre 29, 2004

vos et ipsam costitutionem benedicimus


Una Roma blindata ospita il "solenne atto della firma del trattato costituzionale europeo, da parte dei venticinque Stati a cui ora si estende l'Unione Europea. Il luogo prescelto - quello stesso in cui nel 1957 nacque la Comunità Europea - riveste un chiaro valore simbolico: chi dice Roma, dice, infatti, irradiazione di valori giuridici e spirituali universali",ricorda il Romano Pontefice a Romano Prodi, presidente uscente dell'unione europea.

"La Santa Sede ha favorito la formazione dell'Unione Europea, ancor prima che si strutturasse giuridicamente, e ne ha poi seguito con attivo interesse le varie tappe. Essa si è anche sempre sentita in dovere di esprimere apertamente le giuste attese di un grande numero di cittadini cristiani d'Europa, che chiedevano il suo interessamento.

Per questo la Santa Sede ha ricordato a tutti come il Cristianesimo, nelle sue varie espressioni, abbia contribuito alla formazione di una coscienza comune dei Popoli europei ed abbia dato un grande apporto a plasmare la loro civiltà. Riconosciuto o meno nei documenti ufficiali, è questo un dato innegabile che nessuno storico potrà dimenticare."

"Invoco la benedizione del Signore(...)su tutti i Rappresentanti degli Stati convenuti a Roma per l'imminente firma del trattato costituzionale, e su tutti i Popoli d'Europa.

Possa l'Unione Europea esprimere sempre il meglio delle grandi tradizioni dei suoi Stati membri, operare attivamene in campo internazionale per la pace tra i Popoli, ed offrire un aiuto generoso per la crescita dei Popoli più bisognosi degli altri continenti"
E COSì (speriamo che) SIA!

giovedì, ottobre 28, 2004

Convitati di pietra


Ma gli euro laicisti -che hanno fatto un (laico) diavolo a quattro per evitare qualunque , seppur vago, riferimento alle incontestabili radici culturali cristiane dell'Europa- lo sanno che nella sala degli Orazi e Curiazi, troneggiano i due papi che pontificarono durante le guerre di religione che sconvolsero l'Europa del '600?
Chi si è risentito delle ingerenze papali nella formulazione della costituzione europea chissà cosa proverà a trovarsi accerchiato addirittura da due papi controriformistici che sollevano verso di loro la destra (la mano!):
"VOS ET IPSAM COSTITUTIONEM BENEDICIMUS!"

mercoledì, ottobre 20, 2004

pazza idea


Quando penso al povero Buttiglione, non posso fare a meno di sorridere,rammentandomi di uno strepitoso Corrado Guzzanti che, nei panni di Gianfranco Funari,interloquisce con la Dandini scambiandola per “l’onorevole Bottijone” . Forse, almeno in ossequio a ciò che questo politico cattolico ha dato alla satira di sinistra, le varie Gruber avrebbero dovuto invitare gli “onorevoli” a più pacatezza, mentre il nostro -a grande richiesta degli euro-sinisti!- citava loro il Catechismo: ai miei tempi se rispondevi esattamente “ vincevi”un libricino di preghiere o un’immaginetta del Sacro Cuore; a Buttiglione neanche una foto autografata di Santoro.
Perché tanto disprezzo per la Dottrina Cattolica?
Non è una lotta per la laicità. Non è una difesa della ragione contro l’oscurantismo. E’-al contrario!- l’insorgere furioso contro una istituzione che, nelle sue concettualizzazioni, non accetta di piegarsi alla dittatura –e in questo caso, all’euro-dittatura- dei “sentimenti”.
L’amore romantico è la più grande sciagura dei tempi moderni.
Il matrimonio non serve a coronare una romantica storia d’amore: serve a tutelare la donna affinché abbia le garanzie che le permettano di riprodurre la specie, nelle migliori condizioni ambientali possibili.
E’ poco romantico, ma è vero.
Fra tutto il dicibile sull’argomento, ho trovato interessante un (chilometrico!) commento di
Gianni De Martino a Paolo di Lautrèamont
così sintetizzato per mia (perpetua) memoria.

Nel corso di una guerra atroce, mentre continuano le decapitazioni degli “impuri” occidentali da parte dei fanatici e paranoici maschiacci islamici “sodomizzati” da una loro dura e crudele versione dell'islam in piena decomposizione e marasma, la nostra fauna politica s'imbestialisce su questioni apparentemente di piccola sessualità europea, medio-europea. Bestiale, per esempio, è l'ostracismo della maggioranza della Commissione UE per i diritti civili contro il filosofo cattolico nonché politico Rocco Buttiglione , che incalzato sui gay si dice contrario alla discriminazione degli omosessuali senza rinunciare alla propria condanna morale, in conformità con la dottrina cattolica (…)
D'altra parte, in gioco non è solo la bocciatura di Buttiglione e il riconoscimento, auspicabile, del diritto alle unioni civili anche fra persone dello stesso sesso, ma quella vera e propria assurdità rappresentata dal cosiddetto matrimonio gay. (…)
Confondono eguaglianza e autonomia politica, confondono la domesticità con la tendenza sessuale, confondono l'amicizia, le passioni, i piaceri e l'amore con la gestione statale dei cosiddetti bisogni, vedono il progresso in termini di socialburocrazia e di economia rosa , e si illudono che l'anello matrimoniale e il caftano siano il massimo dell'emacipazione del civile e dell'umano. (…)
Nell'ora della corsa verso la normalità e la follia della normalità, il matrimonio – una istituzione destinata, per millenaria consuetudine e fin dall'etimologia stessa della parola “matrimonio” - alla tutela giuridica della maternità legale – diventa il ticket , quasi obbligatorio (…).
Quello che affascina gran parte della classe media ( sempre innamorata dell'uomo sbagliato) è il livello d'energia spesa da numerosi gruppi e lobby gay per convincere il pianeta e i politici che gli omosessuali coltivano aspirazioni tutto sommato abbastanza modeste: trovare marito e formare delle coppie normali, con bambini normali e fondersi in un sistema di parentela cementato in Europa , da perlomeno mille anni, su base sacrale e monogamica. Tutti i discorsi sulla differenza, così importanti negli anni '70 e ' 80, si ritrovano così elusi per far posto al discorso dell'identico. Come se tutto fosse lo Stesso, in un clima “omonormativo” generalizzato. Paradossalmente la corsa al matrimonio gay è giustificato dall'uso e abuso della parola “Amore” ( con la maiuscola) che finisce con il confondersi con la legge stessa e con il voler dettare legge agli altri. Più che la legge del desiderio si fa strada uno strano desiderio di legge. La legge, essendo in principio uguale per tutti, dovrebbe incaricarsi di rendere tutti uguali.
Così in nome di un Amore ridotto a gestione dei bisogni il matrimonio andrebbe riconosciuto a tutti (…)
D'altra parte, rinforzano una cultura pubblica e politica nella quale la maggioranza dei cittadini perbene, così come si rappresentano, credono ancora che la salvezza passi attraverso l'esibizione di una vita virtuosa, fuor da ogni ragionevole dubbio. Il progetto di società esibito come virtuoso progetto familiare, di coppia, ridiventa così l'unica maniera d'essere e di vivere, in conformità con le tradizionali configurazioni eterosessuali. Paradossalmente il matrimonio gay valorizza e rinforza le configurazioni eterosessuali tradizionali, riproducendo gli stessi meccanismi d'esclusione(…) . Tuttavia, l'investimento che il sogno o piuttosto l'illusione gay di normalizzazione opera nei confronti del matrimonio viene non a caso percepito come un'appropriazione indebita, se non come un'azione distruttiva, operata ai fondamenti stessi dell'idea di famiglia come nucleo germinale.
La civiltà che conosciamo ha avuto bisogno di questa idea di matrimonio come luogo germinale per perpetuarsi e darsi una parvenza di eternità, prendendosi cura delle nuove generazioni e proiettandosi nel futuro. Sarebbe assurdo criticare o irridere questa vecchia idea di famiglia che esprime l'ineliminabile necessità che la specie cosiddetta umana ha di perpetuarsi. Ecco perché il matrimonio gay può, com'è accaduto all'anziano ministro Tremaglia, fare imbestialire: perché risveglia questioni di vita e di morte, ansie profonde. L'esercizio della libera sessualità ì come di quella legalizzata, comporta, in maniera variamente consapevole, questioni decisive in merito al posto o al non posto che ciascuno ha nell'ingrato ciclo procreazione-distruzione. Proprio in quel punto – intenso, feroce e considerato sacro – in cui la vita va al di là del cosiddetto bisogno degli individui e dell'egoismo del piacere. (…)
Il matrimonio, così come l'abbiamo conosciuto, odiato e amato in Occidente si configura storicamente e simbolicamente come valore religioso, sacro, eterosessuale con voto che è insieme desiderio e augurio di procreazione, di fedeltà eterna, di eternità – ed è anche una concessione dello Stato laico alla Chiesa cristiana e cattolica specialmente nel suo modello monogamico che gli Europei hanno cercato d'imporre a tutto l'universo mondo.

martedì, ottobre 19, 2004

trarre le conseguenze



L’amicizia è – ma non in senso peggiorativo – il meno naturale degli affetti naturali, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile...
Quando due persone diventano amiche significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge. Senza l’eros nessuno di noi sarebbe stato generato, e senza l’affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto un’educazione; al contrario si può vivere e riprodursi anche senza l’amicizia... Questa qualità, per così dire “innaturale”, dell’amicizia costituisce un’ottima spiegazione al fatto che essa fu esaltata in epoca antica e medievale, ma è tenuta in poca considerazione ai giorni nostri. L’ideale che permeava di sé quelle età era d’impronta ascetica, volto a una rinuncia del mondo... Unica tra tutti gli affetti, essa sembra innalzare l’uomo a livello degli dei, o degli angeli... Niente è più lontano dall’amicizia di una passione amorosa. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore; gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia. ( ...)
L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa del genere: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...”.
Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. Si è trattato di una deviazione, di un’anomalia, di una fastidiosa perdita di tempo, rispetto a quei pochi momenti – sempre troppo fugaci – in cui si può stare insieme... L’amicizia, come l’eros, non è mai inquisitrice. Si diventa amici di una persona senza sapere, né preoccuparsi, se egli sia sposato o meno, o di come si guadagni da vivere. Tali “questioni pratiche”, “affari di secondaria importanza” non hanno nulla a che vedere con la domanda fondamentale: “Vedi la stessa verità?”... Questa è la regalità dell’amicizia: in essa ci incontriamo come sovrani di stati indipendenti, fuori del nostro paese, sul terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto... Da ciò deriva il carattere squisitamente arbitrario e l’irresponsabilità di questo affetto. Non ho il dovere di essere amico verso nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti... L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo (Dio infatti non aveva bisogno di
creare).
(C.S. Lewis)

sabato, ottobre 16, 2004

Viaggio in Inghilterra

Quando lo vidi, sul pullman che (ci) portava in Valle d’Aosta, quella mattina del 7 luglio ’96 ne rimasi spiazzato; affascinato da un messaggio che non riuscivo a comprendere. Non riuscivo a circoscrivere nelle mie categorie di garzoncello scherzoso, tutto quell’appassionata e dolorosa domanda di senso. Il dover nella propria carne celebrare quel “Sacrum Commercium” dell’amore e del dolore - (…) “Nell’ombra esso vapora”/ “Ed è?…” “La Vita, o cavaliere errante!”- era ciò che turbava quel fanciullino, che non ha smesso di avere un cuore tremante: “ (…) Tale è l’arte dell’oscuro Atlante:/ non è, la vedi: è, non la vedi. (…) ”.

-Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri!

-E’ difficile ammetterlo! E’ difficile accettarlo.

Sono parole che aprono un abisso nel quale, precipitarvi sarebbe accettare che la mia vita non è mia.Si ha paura ad abbandonarsi a ciò che non puoi controllare: la Realtà.

-Leggiamo per sapere che non siamo soli; Forse possiamo anche dire che: amiamo per sapere che non siamo soli.

-Beh, professor Lewis, io credo che qualche volta non possiamo far a meno di amare un film!E sussultare stupiti di fronte ad un dvd in vetrina, perche la Verità ti si pone davanti e ti ripropone la sua imbarazzante domanda, non curandosi del fatto che più fanciullini non siamo.

“Quella, tu dici che inseguii, non era

lei?” “No:era una vana ombra in sembiante

di quella che ciascuno ama e che spera

e che perde. Virtù di negromante!”

“Ella è qui, nel castello arduo ch’entrai?”

“Forse la tocchi o cavaliere errante!”
(G.Pascoli)


-Non voglio più vivere altrove! Non aspetto più che succeda niente. Non voglio sapere che c’è oltre la valle, né oltre la collina. Sono qui e mi basta.

-E’ questa la felicità per te Jack?

-Si, si è questa.

-Non durerà, Jack.

-Non pensiamo a questo ora.Non roviniamo i momenti che passiamo insieme.

-Non li roviniamo.Li rendiamo reali.

Fammelo dire, prima che la pioggia finisca e noi torniamo a casa.

-Che cos’è che vuoi dire?

-Che io morirò.

E voglio essere con te anche allora. E sarà così solo se riesco a parlarti di questo, adesso.

-Io me la caverò. Non preoccuparti per me.

-No, io credo che non sia abbastanza. Credo che cavarsela sia troppo poco. Quello che sto cercando di dire è che…

…il dolore di domani fa parte della felicità di oggi.

Devi accettarlo.

domenica, settembre 19, 2004

Michael Moore societatis Jesu

Venerdì 17 in una grande chiesa barocca romana.

-…per Cristo nostro Signore

-Amen!

-Prima di darvi la benedizione finale, volevo fare una riflessione sul valore della democrazia, prendendo spunto dalla figura di san Roberto Bellarmino, che abbiamo celebrato…

Il sacerdote sorride e allarga le braccia ammantate di bianco.

-…E’ una storia che può intreressare quelli di voi che parlano inglese.

La prende alla lontana. Ah!Se la prende alla lontana!

-So che ci sono persone di madre lingua inglese!

Una volta, noi gesuiti, a 14 anni si completava la formazione

classica. Gli studenti della Compagnia di Gesù –la Compagnia d’una volta!- traducevano dal greco al latino e dal latino in greco: era questa la base per acquisire il sapere… Oggi abbiamo difficoltà a tradurre dal friulano all’italiano!

Sorridono i rari giovani seminaristi, dandomi la netta impressione che si tratti di una frecciatina ben mirata a qualcuno di loro.

-All’epoca di Bellarmino; il re d’Inghilterra, Giacomo I, era un uomo intelligente, e che credendosi più intelligente degli altri scrisse un libro, intitolato “Basilikon Doron”(Che in greco significa “dono regale”), per l’educazione del figlio Carlo: il futuro re CarloI.

In questo libro si sosteneva che il re riceve il suo potere direttamente da Dio; che il re sta al di sopra della legge e che le sue decisioni devono essere accettate come volontà di Dio.

San Roberto Bellarmino rispose con il “Hieratikon Doron”. Il “dono del vescovo”, con cui gli replicò che Dio concede il potere al popolo che poi trasferisce l’autorità a chi ritiene degno di essere re. Rammentando così al re, e… a chi crede di essere un re(!), che il potere è del popolo!

Il Signore sia con voi.

Il gesuita sembra soddisfatto del sermoncino ed impartisce l’agognata benedizione.

-La Messa è finita. Andate in pace.

Avvolto nei candidi paramenti sacri, scende dall’altare e passando accanto ai banchi degli americani dice sornione:

-E quindi ricordatevi di votare bene quando ci sono le elezioni!

venerdì, settembre 17, 2004

TOMUS AD LANFRANCUM


Innanzi tutto mi scuso per l’estremo ritardo con cui “non” rispondo alle tue due domandine !

Ti sono molto grato per la considerazione di cui mi hai fatto oggetto con il pormi i due quesiti, ma la fiducia è stata purtroppo mal riposta.

Se devo essere sincero, sono rimasto sorpreso, più che altro, dal‘tono’della domanda. Chi, come me, aderisce alla fede cattolica per ragioni esistenziali, trova molta distanza psicologica da quei credenti che (con le migliori intenzioni!) vogliono dimostrare l’esistenza di “Divini Decreti” attraverso procedimenti sillogistici.Questa è la sfumatura che mi è sembrato di cogliere.

«Le deduzioni non hanno potere di persuasione. Solitamente non si raggiunge il cuore attraverso la ragione, ma attraverso l’immaginazione, per mezzo di impressioni dirette, per la testimonianza di fatti ed eventi, mediante la storia, mediante la descrizione.

Ci influenzano le persone, ci commuovono le voci, siamo sottomessi dagli sguardi, prendiamo coraggio da certe azioni. Più di un uomo è disposto a morire per un dogma; nessuno affronterà il martirio per una conclusione.Una conclusione non è altro che un’opinione; non è una cosa che è (…)

Nessuno, dico, morirà per le proprie speculazioni; si muore per una realtà.(…)

Per la massa la logica non è che una misera retorica; bisognerebbe riuscire a sparare un colpo ad angolo retto prima di sperare di convertire qualcuno con un sillogismo.

Dite agli uomini di ottenere l’idea di un Creatore dalle sue opere e se cercheranno di farlo (cosa che nessuno fa) saranno disorientati e sfiancati dal labirinto che essi stessi stanno tracciando. Le loro menti saranno ingorgate e rimpinzate dalle operazioni logiche. I logici sono molto più impegnati a concludere correttamente che a trovare conclusioni giuste. » ( Cardinale J.H.Newman)

Ho cercato tra i miei tomi delle argomentazioni, ma la mia preparazione non giunge così in alto: soprattutto il primo quesito è oltremodo teologico.

L’uomo sarebbe lo stesso peccatore se non esistesse Satana?

La risposta richiederebbe un tecnico della materia, essendo smaccatamente una disquisizione scolastica.

A dispetto di ciò che generalmente si creda, la Chiesa in 2000 anni ha proclamato pochi dogmi, ed il Peccato Originale è uno di queste poche Verità di Fede.

Il peccato originale Non può essere dedotto da un procedimento logico-aristotelico, ma la sua verità è esistenzialmente evidente nel concreto di ogni individuo.

Potrei amorevolmente disquisire della Colpa Originaria e dilettarti con i decreti tridentini sull’argomento. Invece, il discutere di ciò che “sarebbe se non fosse…” non è francamente nelle mie corde: la mia impostazione è storica.

La mia stessa adesione alla fede cattolica si è sempre accompagnata a riflessioni sulle ripercussioni fattive dei divini Misteri.Poiché oltre le riflessioni intellettuali, «La verità della dottrina cristiana è dimostrata pure dalla Santità eminente di tanti che la professarono e la professano» (Catechismo Maggiore di S.PioX)

Un punto su cui i cristiani sono stati sempre d’accordo, è che “Dio ha creato l’uomo per l’immortalità… Ma la morte (punizione per la colpa!) è entrata nel mondo per invidia del diavolo” Sap2,23-24.

I Padri del deserto hanno tratto dal raccontino del Genesi, un assunto basilare della morale cristiana: la tua personale spinta al male, non è veramente tua (quindi non è peccato).Si è insinuata dall’esterno per venire ad ottenere l’adesione della tua volontà.

Quindi senza lo zampino di satanasso l’uomo sarebbe vissuto eternamente beato?

Or dunque: essendo il Peccato Originale un peccato di Superbia; probabilisticamente è possibile che prima o –molto- poi un uomo perfettissimo e santissimo – quale era in realtà Adamo- si ribellasse ai limiti imposti della propria condizione di creatura. (=il non mangiare dell’albero!).

Questa è la mia personalissima fallace opinione, che non si appoggia su auctoritates teologiche di sorta.

La seconda domandina esula dal recinto della fede cristiana, per rientrare nel campo del Teismo e della riflessione filosofica.

In tale campo credo che l’unica strada per “dimostrare” un rapporto tra Dio e il mondo, sia attraverso un procedimento analogico.

Su tale argomento spero di avere il tempo di sfornare quanto prima uno sfizioso Sillabo.

sabato, settembre 11, 2004

Mary Lourdes 3: "Like a prayer"


Osservo la fila che sinuosa passa davanti alla grotta.

Le persone ad una ad una sfilano sotto la bianca statua di Notre Dame de Lourdes, per compiere il proprio atto di devozione. Toccano la roccia, guardano verso la nicchia, mandano un bacio verso l’alto, baciano la roccia e, dopo un rapido segno di croce, ne escono. Credo che prima o poi toccherà farlo anche a me. Perché non subito, allora?

Siamo in tanti ad aver avuto la stessa ispirazione: procediamo lentamente.

Meglio riprovare più tardi –mi dico, sconfortato-

Più tardi?! Perché che impegni hai? -Medito rassegnato-

E poi, proprio tu ti scoraggi? Che hai fatto chilometriche code per entrare a San Pietro!

La coda pian piano si assottiglia; avanziamo lentamente uno dietro l’altro, e tutti, vuoi per devozione, vuoi per emulazione, con la mano sinistra tocchiamo la roccia. Ci appoggiamo alla pietra come se dipendesse da quella presa il cadere o lo stare in piedi.

Al tatto senti che la roccia è liscia; levigata dalle milioni di mani che si sono strusciate su quella grigia grotta.

In un momento ti accorgi che, non stai più toccando la pietra ma stai carezzando la grotta.

Come l’appoggiarsi sulla spalla di una persona cara, della quale hai fiducia che comprenda; come a uno davanti al quale non hai pudore ad interrogarti -e ad imprecare- sul cosa me ne faccio delle mie pene e delle mie ansie.

Lei sta di fronte a me, in alto, nella parte opposta della grotta.

Glielo chiedo.

Lei sorride.

Bianca.

Con le mani giunte.

Marmorea ombra di una presenza che permane.

Rifletto che anche “Quella Cosa” che apparve a Bernadet non è che dicesse o gesticolasse molto.

E’ bastato che “Quella lì” sorridesse ad una bifolca ragazzetta, per spingere milioni di persone a venire qui sotto: puissance de la Vierge!

Non la vedo più: sono dentro la grotta ormai.

Non puoi entrare più di tanto poichè l’interno è molto basso, allora alzi la mano, ostinato, cercando inutilmente di sfiorare l’arcone di roccia che ti sovrasta.

C’è un pungente profumo, emanato dai fiori sistemati intorno alla sorgente.

Hai percorso tutta la lunghezza della grotta. Adesso puoi toccare nuovamente la roccia, e con tutte e due mani.

Le tue mani si bagnano: la pietra trasuda tante piccole gocce d’acqua.

Guardi in alto e La vedi, proprio sopra di te: maestosa e serena.

Terribile come un esercito schierato per la battaglia.

Que soy era Immaculada Councepciou.

Non puoi far altro che abbassare lo sguardo.

Baciare la pietra.

Sei commosso.

Ti sembra di baciare una guancia su cui scorrono lacrime che qualcuno ha versato per te.

E tu invece non ci riesci.

Ti ritrovi davanti ad una fila di grossi ceri che ardono; passi davanti alle piscine; attraversi il ponte, e ti siedi a guardare da lontano la grotta ormai tutta illuminata.Fa buio presto qui.

E si fa avanti nella mente un’unica addolorata domanda:

Perché qui è così semplice?

<<Non domandiamo niente, Rifugio del peccatore,

se non l’ultimo posto nel Vostro purgatorio,

per piangere a lungo sulla nostra povera storia,

e contemplare da lontano il Vostro giovane splendore>>

( Charles Peguy )

venerdì, settembre 10, 2004

Mary Lourdes 2

Dopo pranzo torniamo al santuario.
NOTA BENE: a Lourdes quando si dice santuario non s’intende una chiesa ma tutta una valle.
In una apposita saletta la nostra guida ci racconta lo svolgersi delle apparizioni. Pur essendo, per me, storia trita e ritrita; nonostante l’assoluta mancanza di affabulazione del narratore; il pensiero che l’evento è accaduto lì, a pochi metri, non mi abbandona più.
Si torna alla grotta.
Il fatto che sia esattamente così come l’hai vista centinaia di volte in foto o in tv, crea una forte sensazione di familiarità. Cominci ad avere la sensazione che “è bello per noi stare qui”.
Il tuo sguardo va di là dal fiume, dove –anche da lì- in tanti contemplano la grotta. Guardo le cime degli alberi. Quanto verde, penso.
Respiro.
L’occhio torna continuamente alla grotta; anela di “vedere” la Signora.

Guardo scorrere il fiume. Nessuno pensando a Lourdes si ricorda del fiume, ma dopo che ci sei stato, il pensiero del Gave è tra le cose che più infondono serenità. Dalle limpide acque del Gave, lo sguardo sale sul ponte da cui vengono, verso la grotta, quelli che stanno su una sedia a rotelle.
Ogni tanto arriva qualcuno in barella. Il servizio d’ordine vedendo arrivare la dama o il barelliere che spinge la carrozzella del disabile, bloccata la fila degli abili, li fa immediatamente entrare alla grotta per stare pochi attimi ai piedi de la Saint Vierge. “I malati hanno la precedenza qui a Lourdes” ci dice seria la guida.

Que soy era Immaculada Councepciou

Una signora, molto casalinga, indica alla figlia l’iscrizione ai piedi della Santa Vergine: "Le parole che la Madonna ha detto a Santa Bernardetta! Vedi? E’ scritto in francese.
- Ma no! E’ scritto in latino! Interviene una signora, molto signora.
- E’ dialetto!Interviene la guida:la Madonna a Bernadet parlava nel dialetto locale.

giovedì, settembre 09, 2004

Mary Lourdes 1



Arrivati in albergo, il capo gruppo ci dà pochi minuti per prendere possesso delle rispettive camere.Sono passate le due del pomeriggio ma, prima del pranzo, è bene omaggiare la padrona di casa!

Così usciamo per le stradine tutte negozi d’articoli religiosi; dalle vetrine ci osservano madonne di tutte le fogge e dimensioni.

Gli sguardi sono ampiamente ricambiati.

Si entra da un cancello, sorvegliato dall’alto da una bianca statua di San Giuseppe, e si scende in una grande, silenziosa piana verde.

Guardi le cime degli alberi, le aiuole, le statue, il complesso accavallarsi architettonico delle basiliche; ti guardi attorno, sorpreso dal sentimento di serenità che si respira in quel luogo, per il resto sempre così uggioso.

Passiamo sotto gli arconi della grande rampa che conduce alla chiesa superiore; si sente nitidamente lo scorrere del Gave alla nostra destra.

A sinistra, davanti ad una fila di rubinetti da cui scorre l’acqua della sorgente della grotta, in tanti, con in mano le celeberrime madonnine di plastica, attendono alla bella usanza di riempirle. Souvenir sempre gradito da chi è rimasto a casa.

Scoprire finalmente come e dove sono state riempite le decine di bottigliette, che fin da piccolo hai visto girare per casa -dono di parenti, amici e vicini- vale, da solo, la pena di un viaggio a Lourdes!

Si arriva, al fine, davanti alla grigia grotta su cui incombe la grigiastra mole della basilica dell’Immacolata Concezione.

Fisso ammirato quel muraglione e quelle guglie che ci sovrastano, e mi sento piccolo; come se mi trovassi alle falde di Minas Tirith.

La voce di don Tonino, che invita alla preghiera, mi rammenta la causa della mia distrazione.

Di nuovo e di nuovo fisso la grotta.

Sarà sicuramente colpa del punto d’osservazione, ma:

“Dio mio! E’ come guardare una cartolina”.

Una immagine già vista tante volte.

Nessuna sorpresa; nessun sentimento di stupore.

Guardo la fredda –ed artisticamente irrilevante- statua della Madonna.

Mi inginocchio, cercando di concentrarmi in devoti affetti, ma

“Su!Su! Andiamo! Il pranzo! Il pranzo!”

mercoledì, agosto 25, 2004

ADVERSUS HAERESES

Me ne stavo bel bello sintonizzato su rai1 per l’Angelus del Papa che, come ognun sa, è incastonato nella piccola e fragile trasmissione A SUA IMMAGINE. Il giovane e fervente presentatore, dopo averci dato notizia dei postumi del pellegrinaggio papale a Lourdes e dei prodromi del Meating di Rimini, annunzia il ritrovamento della presunta grotta dove San Giovanni Battista battezzava.

Mi sono molto stupito che a questa sensazionale notizia non abbia aggiunto quella della prossima uscita del film su Stursky ed Hutch, dato che la pregnanza religiosa dei due eventi è praticamente identica!

Il fatto mi era noto per averne letto sui giornali dopo Ferragosto, e che quindi alcuni giorni fossero stati sufficienti per far capire che si tratta di una mezza bufala.

Shimon Gibson, archeologo britannico-israeliano, è invitato a dare un’occhiata ad una grotta sepolta in un kibbutz vicino Gerusalemme.Trovando traccia di pitture murali, fiuta che si tratta di sito archeologicamente rilevante, riuscendo ad ottenere finanziamenti dall’università del North Carolina per una campagna di scavi come Dio comanda.

L’edificio sotterraneo dalle dimensioni notevoli, 24 metri per 3,5, ha una scala in pietra che consente di scendere sul fondo.La costruzione risale a molti secoli prima di Cristo (non vorrei dire eresie, ma sembrerebbe una cisterna per l’acqua piovana); intorno all’era volgare è stata adibita al rito battesimale: tipico rito del giudaismo (sembrerà strano, ma è così).Poi nel V secolo si muta in luogo di culto cristiano, come testimoniano gli affreschi con storie del Battista.

Il fondo della grotta è pieno <<di utensili e pietre lavorate per il culto battista>> riportano i giornalisti, con pressappochismo.Ma << per il culto battista>>, significa “per il rito del battesimo”? O vuol dire “per il culto a san Giovanni Battista”?

Gibson su questo è salomonico. Le stratificazioni storiche vengono sommate; inscindibilmente unite da un rapporto biunivoco, in base al principio scientifico noto come: “e cheste va pe chelle”.

Niente di strano che il “battistero ebraico” venne trasformato in battistero cristiano. L’interdipendenza non può essere però altrettanto allegramente retroattiva. Le pitture bizantine non sono istantanee lì scattate a Giovanni il Battezzatore!

L’archeologo dichiara giulivo di augurarsi che la grotta torni ad essere meta di pellegrinaggi.

Poveri ebrei del kibbutz! Invasi da orde di crociati!

<<Fino ad oggi i pellegrini hanno potuto visitare soltanto 2 chiese dedicate al Santo nelle vicinanze>>

Dove sta l’inghippo? “Nelle vicinanze” si trova Ein Karim, cittadina che per antichissima tradizione viene identificato come patria del Battista. E se le pitture della grotta fossero solo la testimonianza della devozione verso il santo patrono di quel territorio?

<<Questa potrebbe essere la grotta dei primi anni della vita di Giovanni, il luogo dove si rinchiuse inizialmente per vivere da eremita e il posto dove praticò i primi battesimi>>

Affascinante teoria.

Dunque.

Il nostro Giovannino, già da piccolo, si era messo in testa di intraprendere la carriera di battezzatore. Forse a fargli venire questa idea bislacca fu quel suo famoso cuginetto, durante quelle centinaia di “sacre conversazioni” immortalate da tutti i pittori rinascimentali.

Zaccaria ed Elisabetta concessero all’estroso teenager questo scantinato dove potersi allenare nelle varie tecniche battesimali allora conosciute, e dove si esibiva per amici e parenti, nell’attesa di poter calcare, un giorno, le scene del fiume Giordano: il Teatro alla Scala dei battezzatori.

Affascinante teoria.

Fatto salvo il diritto dei bizantini di affrescare ciò che più gradivano;Shimon Gibson deve aver saltato qualche lezione di storia dell’Ebraismo.

Dovrebbe sapere che il battesimo era una diffusa pratica penitenziale ebraica, che doveva svolgersi secondo norme e in luoghi a ciò specificatamente predisposti, come la grotta appena scoperta testimonia.

Il motivo per cui il nostro Giovanni è divenuto per antonomasia IL battezzatore è proprio in opposizione al battesimo amministrato in quelle vasche appositamente scavate.In nome di una conversione profonda e non formalistica va a battezzare là dove Dio stesso ha posto il luogo delle acque.

Il Giordano che solca tutta la nazione è l’immensa vasca che indica la necessita di una rigenerazione collettiva.

Per questo motivo dubito che il Battista ricevesse anche privatamente.

sabato, luglio 24, 2004

Santissimo Salvatores

Un gruppo di giovani osserva una parete della sala parrocchiale su cui viene proiettato "Io non ho paura" di Gabriele Salvatores. Si riaccendono le luci e c'è chi finalmente nasconde il cellulare dopo che ha continuato a mnandare sms per tutta la durata del film. Coloro che presiedono l'assemblea ci invitano ad un'attiva partecipazione al rito dell'ostensione solenne delle riflessioni che la "visione" ci ha elargito.

I moderatori - di quello che dovrebbe essere il dibattito - dando il buon esempio, principiano a pontificare su quesiti esistenziuali che il film ci ha posto, e sulla necessità di una catartica riusposta alle provocazioni intellettuali del film (o che avrebbe dovuto provocare). Orsù, dunque! Che considerazione provoca tale pellidcola in persone che vivono un cammino di fede? Inizia il minuetto di riflessioni fatte di burro e marzapane, che vengono donate e ricevute con il compiacimento di chi sa di presiedere ad un rito il cui cerimoniale si compie austero e solenne.

Si snoda così la sacra rappresentazione dei più venerabili luoghi comuni.

La scoperta dell'alterità, altra faccia della conoscenza del proprio sè.

Necessità di un'azione, al fine di creare strutture di fraternità sociale.

Il bisogno di luoghi in cui vivere autentiche esperienze di comunione.

Le problematiche familiari e necessità di sanare interfacciamenti famigliari inautentici.

Si passa alle riflessioni più strettamente spirituali. Ad esempio accorgersi della presenza di un Destino Buono che si manifesta nella ricerca che l'uomo fa del vero bene dell'altro suo simile; ecc.

A questo punto urge fare un brevissimo sunto di "io non ho paura" per chi ha avuto la possibilità di perderselo. Michele bambino calabrese scopre che il padre ha rapito un coetaneo bimbo lumbard. Il calabresello riesce faticosamente a creare un legame con l'ostaggio. Quando il padre di Michele, nottetempo, deve eliminare fisicamente il sequestrato, Michele lo libera sostituendosi a lui. Quindi suo padre gli spara ma - purtroppo lieto fine - lo colpisce solo ad una gamba.

"Da notare la dimensione cristica dell'atto sacrificale compiuto dal piccolo Michele!"

Beh! Di fronte all'allegoria cristica ho sentito una fitta al petto: come un colpo di lancia al costato, ed ho compreso che le sofferenze dell'uditorio stavano per terminare. Io ero stato eletto a compiere quell'atto redentivo, che non esiterei a definire cristico.
La mia religione, infatti, mi insegna che una dimensione cristica non la si nega a nessuno!

"Su! Avanti! Qualcuno di voi ha qualche riflessione che vuole condividere?"

Con tutta la gravità che il mio ruolo comportava ho alzato la mano. Mi dice un viso sorridente: "Prego Francesco dicci!"

"IO HO NOTATO CHE IL PADRE DI MICHELE AVEVA UNA PESSIMA MIRA"

Il Gelo

Il sorriso di fronte a me si era trasformato in paresi.

Molti nell'uditorio intuiscono che c'è qualcosa di insolito nell'imbarazzata celerità con cui l'assemblea viene sciolta.

Tutto è compiuto

domenica, luglio 11, 2004

Gravi offese

L'Università del Verbo Incarnato di San Antonio, Texas, ha cambiato il nome della sua squadra di football, i Crociati, perché secondo il pio istituto poteva essere considerato offensivo, a causa del suo riferimento al sanguinoso passato cristiano. La commissione creata dall'Istituto per ribattezzare la squadra non ha avuto vita facile: sono stati scartati i Santi ("potrebbe essere offensivo e alcuni membri della commissione temevano le possibili rreazioni", ha detto un portavoce), gli Angeli, le Formiche Rosse, i Lupi, e 41 altri nomi.
Alla fine la scelta è caduta sui Cardinali, anche perché secondo l'università "è un nome che non offende nessuno".

sabato, luglio 10, 2004

Et in Arcadia Ego



Francesco Barbieri detto il Guercino


Et in Arcadia Ego (1618-22)

olio su tela

cm. 82x91

Citato per la prima volta come opera di Guercino nell'ínventario di Antonio Barberini del 1644 (Lavin 1975, p. 168), il dipinto passò nel 1812 al ramo Colonna di Sciarra, con un'attribuzione a Schedoni che conservò fino al 1911 quando Voss la restituì a Guercino.

In diretta connessione con l'Apollo e Marsia della galleria Palatina, eseguito da Guercino per il Granduca di Toscana nel 1618, nel quale compare lo stesso gruppo dei due pastori. Secondo Mahon (1968) la tela Barberini non può essere esistita come composizione indipendente prima del dipinto fiorentino, ma è stata eseguita successivamente e trasformata nel tema morale autonomo del memento mori con l'aggiunta del teschio con il verme e il moscone, e della scritta "Et in Arcadia ego" (anche io - cioé la morte - sono in Arcadia).

Opera giovanile di Guercino eseguita dopo il suo viaggio a Venezia, dove erano particolarmente diffuse le allegorie moraleggianti, ma prima del suo soggiorno romano (1621-23), la tela è stata datata tra il 1618 (Mahon) e il 1622 (Wild).

L'iconografia del Memento mori in ambito pastorale, derivata dalle Egloghe di Virgilio, ebbe ampia diffusione in ambito veneziano e romano a partire dal periodo rinascimentale, viene qui esplicitato con l'aggiunta dell'inscrizione per la prima volta nella storia dell'arte e della letteratura (Cola, 1996).

sabato, luglio 03, 2004