giovedì, aprile 09, 2009

Giovedì Santo [5]


In quell'ora terribile, dunque, il Salvatore del mondo si prostrò rinunciando all'aiuto delle sue risorse divine. Allontanò da se gli angeli riluttanti che a miriadi erano pronti erano pronti ad accorrere ad un suo richiamo.
L'innocente aprì le braccia e denudò il petto davanti all'assalto del suo nemico mortale, un nemico il cui alito era pestifero e il cui abbraccio era un'agonia.

Rimase prostrato, immobile e silenzioso, mentre il malefico orribile nemico avvolgeva il suo spirito con un manto intriso di quanto più vi è di odioso e infame nel crimine dell'uomo, cosicché s'avvinghiava strettamente intorno al suo cuore e ne riempiva la coscienza; si faceva strada attraverso ogni senso e poro della mente, e spargeva su di lui una lebbra mortale finché quasi gli parve di essere quello che non avrebbe mai potuto essere, e che il suo nemico invece avrebbe voluto fare di lui. Quale orrore, quando egli guardò e non riconobbe se stesso e si sentì come un peccatore immondo e ripugnante, per la viva percezione di quella massa di corruzione che ri riversò sulla sua testa e scorreva giù fino all'orlo della sua veste!

Quale turbamento nel vedere i propri occhi, le mani, i piedi, il cuore, come fossero membra del maligno e non di Dio.
Sono forse le mani dell'immacolato Agnello di Dio, mani una volta innocenti e ora rosse del sangue di migliaia di crudeli delitti?
Sono queste le sue labbra, non più intente a proferire preghiere e lodi e sante benedizioni, ma quasi insozzate da imprecazioni, bestemmie e dottrine diaboliche? O i suoi occhi, ora profanati da tutte quelle visioni inique e dalle seduzioni idolatre per amore delle quali gli uomini hanno abbandonato il loro adorabile Creatore?
E le sue orecchie, ora risuonano del tumulto di gozzoviglie e di litigi; e il suo cuore è agghiacciato per l'avarizia, la crudeltà, l'incredulità; la sua memoria stessa è oppressa da ogni singolo peccato commesso, sin dalla caduta del'uomo, in tutte le regioni della terra; dall'orgoglio degli antichi giganti, dalla lussuria delle cinque città, dall'ostinazione dell'Egitto, dall'ambizione di Babele, dall'ingratitudine di Israele.

Chi non conosce la miseria di un pensiero ossessivo che viene e riviene, a dispetto di ogni rifiuto, a molestare se non può sedurre? O di una qualche fantasia morbosa e odiosa che non proviene da noi ma tuttavia dal di fuori viene come spinta a forza nella nostra anima? O di una cattiva nozione, acquisita con o senza colpa dell'uomo, della quale saremmo disposti a pagare qualunque prezzo pur di liberarcene subito e per sempre?


Signore benedetto, nemici come questi si riuniscono attorno a te, adesso, a milioni; vengono a sciami più numerose delle locuste o dei bruchi; o del flagello della grandine, delle mosche, delle rane scagliate contro il faraone; [più numerosi] dei vivi e dei morti e di quelli non ancora nati, dei dannati e dei salvati, del tuo popolo e degli stranieri, dei peccatori e dei santi: tutti i peccati sono qui. Ci sono le persone a te più care, i tuoi santi e i tuoi eletti ti opprimono: i tuoi tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, [ci sono] non però per confortarti ma per accusarti come gli amici di Giobbe, gettando cenere contro il cielo, e accumulando maledizioni sul tuo capo.

Sono tutti lì tranne una creatura sola: una creatura sola non è lì, una solamente; colei che non ebbe nessun legame col peccato, soltanto lei potrebbe consolarti in quest'ora, e perciò non ti è vicina.
Ti sarà vicina sulla croce; nell'orto è separata da te.
Ti è stata compagna e confidente nel corso della tua vita, ha in comune con te i puri sentimenti e i santi ragionamenti di trent'anni, ma il suo vergininale orecchio non può sentire, né il suo cuore immacolato può comprendere quello che adesso si rivela davanti ai tuoi occhi. Nessuno era capace di quel peso, solo Dio.


Alcune volte hai posto innanzi agli occhi dei tuoi santi l'immagine di un singolo peccato, così come esso appare alla luce del tuo sguardo -e d'un peccato veniale e non mortale- e quelli ci hanno detto che quella vista li avrebbe uccisi se la visione non fosse subito sparita.

La Madre di Dio con tutta la sua santità, e proprio in ragione di essa, non avrebbe potuto sopportare nemmeno un singolo prodotto di quella innumerevole figliolanza di satana che ora ti sta assediando.

E' la lunga storia del mondo, e Dio solo può sopportarne il peso.
Speranze e deluse, voti infranti, luci spente, a ammonimenti disprezzati, occasioni perdute; innocenti traditi, giovani induriti, penitenti che ricadono nella colpa, giusti sopraffatti, vecchi che soccombono; i sofismi della miscredenza, la premeditazione delle passioni, l'ostinazione dell'orgoglio, la tirannide dell'abitudine, il cancro del rimorso, la febbre di affanni che consuma, lo strazio della vergogna, lo struggimento per la delusione, l'angoscia per la disperazione; spettacoli crudeli e pietosi, scene strazianti, rivoltanti, esecrabili, folli; persino i volti lividi, le labbra convulse, le guance ardenti, le fronti cupe delle vittime volontarie del male sono davanti a lui, sono sopra di lui, sono dentro di lui. Sono con lui e al posto di quella pace ineffabile che sempre aveva regnato nella sua anima fin dall'istante del suo concepimento; sono sopra di lui ma certo non gli appartengono, ed egli grida al Padre suo come se fosse il colpevole e non la vittima; la sua agonia assume la forma della colpa e della compunzione.
Egli fa penitenza, si confessa colpevole. La sua contrizione è infinitamente più reale e efficace di quella di tutti i santi e di tutti i penitenti insieme poiché egli è l'unica vittima per noi tutti, l'unica soddisfazione, il vero penitente; tutto fuorché il vero peccatore.

Egli si alza languidamente da terra e si volge ad incontrare il traditore e la sua banda; si avvicina ora rapidamente la profonda oscurità.
Si volge, ed ecco che la sua veste e le sue orme recano tracce di sangue. Da dove vengono questi primi frutti della Passione dell'Agnello? I flagelli dei soldati non hanno ancora colpito le sue spalle, i chiodi fei carnefici non hanno ancora trafitto le sue mani e i suoi piedi.
Fratelli, ha sanguinato prima del tempo, ha sparso il suo sangue. Ed è proprio la sua anima straziata ad aver rotto la sua struttura di carne e a fargli versare sangue. La sua Passione è iniziata nel suo intimo. Quel cuore tormentato che è la fonte delle tenerezza e dell'amore incomincia, infine, a patire e a battere con una veemenza più forte della natura stessa.
Le fondamenta di quel grande abisso si aprirono; i rossi flutti di quel sangue sgorgarono con tanta abbondanza e violenza da traboccare dalle vene e fuoriuscire dai pori formarono come una densa rugiada sulla sua pelle poi, formando grosse e pesanti gocce, caddero e bagnarono il suolo.
[...]
Egli non morì unicamente perché, in virtù della propria onnipotente volontà, il suo cuore non cedette, né l'anima si separò dal corpo fin tanto che egli non ebbe sofferto la croce. No, non è ancora esaurito quel calice traboccante dinnanzi al quale, sulle prime, la sua naturale debolezza aveva tremato.

La cattura, le accuse, le percosse, la prigione, il processo, la derisione, l'andare dall'uno all'altro, la flagellazione, l'incoronazione di spine, la lenta ascesa al Calvario, la crocifissione: devono ancora tutte avvenire.
Un'ora dopo l'altra, tutta una notte e tutto un giorno devono ancora passare, lentamente, prima che giunga la fine e che la redenzione sia compiuta. E allora, quando giunse il momento stabilito e degli proferì l'ordine, come la sua Passione era cominciata nell'anima così nell'anima si concluse.


(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

mercoledì, aprile 08, 2009

Mercoledì Santo [5]


"E che cosa dovette sopportare, fratelli, quando lasciò irrompere nell'anima il torrente di questo preordinato dolore?

Ahimè, dovette sopportare ciò che a noi è ben noto, anzi familiare, ma che per lui fu sofferenza inaudita. Egli dovette sopportare una cosa facile per noi, tanto naturale, tanto gradita, che non sappiamo neppure concepirla come una gran pena; ma per lui fu come odore e veleno di morte.
Egli dovette sopportare, fratelli, il peso del peccato; dovette portare i nostri peccati, i peccati di tutto il mondo.

Il peccato è cosa semplice per noi, lo consideriamo di poco conto e non comprendiamo il perché il Creatore vi annetta tanta importanza. Non riusciamo a credere che esso meriti la punizione e quando vediamo che anche in questo mondo ha come conseguenza il castigo cerchiamo di trovarvi una qualche spiegazione, e procuriamo di non pensarci.

Consideriamo invece quello che il peccato è in se stesso: è rivolta contro Dio; è l'atto di un traditore che tende ad abbattere e uccidere il proprio sovrano; per usare una espressione forte, ammesso che il Creatore del mondo possa cessare di esistere è quanto sarebbe sufficiente perché questo avvenga.
Il peccato è il nemico mortale del Tutto Santo, cosicché l'uno e l'altro non possono stare insieme; e come il Santo dei Santi lo scaccia dalla sua presenza nelle tenebre esteriori, così, se Dio potesse essere meno che Dio il peccato avrebbe il potere di diminuirlo.

Osserviamo qui, fratelli, che non appena l'Amore Onnipotente incarnandosi entrò in questo mondo creato, e si sottomise alle sue leggi, allora immediatamente questo nemico del bene e della verità, traendo vantaggio da questa situazione favorevole, si precipitò su questa carne che egli aveva assunto e si fissò in essa, e fu la sua morte.
L'invidia dei farisei, il tradimento di Giuda e la follia del popolo non furono che lo strumento o l'espressione dell'inimicizia che il peccato ebbe nei confronti dell'eterna Purezza non appena Dio, nella sua infinita misericordia, si fece raggiungibile da esso.
Il peccato non poteva toccare la sua divina maestà ma lo poté aggredire in quel modo nel quale egli permise di essere assalito, cioè attraverso la propria umanità.

Per concludere, la morte del Dio incarnato, fratelli, ci insegna questo: che cosa sia il peccato in se stesso e che cos'era quello che, nella sua ora e in tutta la sua forza, si abbatté sulla natura umana di Gesù quando egli permise che la sua natura ne restasse così colma di sgomento e di terrore al solo prevederlo."


(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

martedì, aprile 07, 2009

Martedì Santo [5]


" Ben vedete, fratelli miei, che se anche Nostro Signore avesse sofferto soltanto nel corpo, e in questo meno di altri uomini, tuttavia riguardo al dolore egli avrebbe sofferto infinitamente di più perché il dolore deve essere misurato dalla capacità di essere consapevoli. Chi soffriva era Dio; Dio soffriva nella sua natura umana; le sofferenze appartenevano a Dio, e furono bevute fino in fondo, furono sorbite fino all'ultima goggia del calice perché era Dio che beveva. Non furono assaggiate o sorseggiate né aromatizzate mascherate con lenitivi umani, come fa l'uomo con la coppa dell'angoscia.

Quanto sono venuto dicendo servirà inoltre come risposta d un'obiezione che ora voglio prendere in considerazione e che forse esiste, latente, nello spirito di molti cosicché questo li porta a trascurare l'importanza della parte avuta dall'anima di Nostro Signore nella sua volontaria espiazione del peccato.
Quando la sua agonia stava per avere inizio, il Signore disse: La mia anima è triste fino alla morte. Vi chiederete, forse, fratelli, se egli non avesse alcune consolazioni proprie a lui solo, impossibili a chiunque altro, che mitigassero o impedissero l'angoscia della sua anima e gli facessero sentire la sofferenza non più intensamente ma piuttosto meno vividamente di un'uomo comune. Egli, per esempio, aveva il sentimento della sua innocenza, sentimento che nessun altro nella sofferenza potrebbe avere; gli stessi persecutori, lo stesso falso apostolo che lo tradì, lo stesso giudice che lo condannò, persino i soldati che lo condussero all'esecuzione testimoniarono la sua innocenza. Giuda disse: Ho tradito sangue innocente. Sono innocente del sangue di quest'uomo, disse Pilato. Veramente questo era un uomo giusto, gridò il centurione.
Se persino costoro che erano peccatori attestarono la sua innocenza, quanto più l'attestò la sua anima. E anche noi stessi, che siamo peccatori, sappiamo bene che la nostra forza di resistere alle ostilità e alla calunnia poggia sulla coscienza dell'innocenza o della colpa; quanto più, direte voi, per il Signore il sentimento della sua santità non doveva compensarlo della sua sofferenza e spazzar via la sua vergogna!

Ancora potreste dire che egli sapeva che le sue sofferenze sarebbero state di breve durata e si sarebbero risolte nella gioia, mentre l'incertezza del futuro è l'elemento che rende più acuta l'angoscia umana. E a conferma di questo si potrebbe citare san Paolo che ci dice espressamente: che per la gioia postagli innanzi Nostro Signore disprezzò la vergogna.
Certo, vi sono una calma e una padronanza meravigliose in tutto quello che fa: si consideri il suo ammonimento agli apostoli: Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione, lo spirito è pronto ma la carne è debole; o le sue parole a Giuda: Amico, perché sei venuto? E: Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo? O a Pietro: Tutti quelli che che prendono la spada periranno di spada; o all'uomo che lo colpì: Se ho parlato male dimmi dov'è il male, se ho parlato bene perché mi percuoti? A sua Madre: Donna, ecco tuo figlio. Tutto ciò è vero, ed è bene insistervi sopra; a ciò si accorda perfettamente e ancor più chiarisce quello che vengo dicendo.
Fratelli, altro voi non avete detto se non che, per usare un'espressione umana, egli era sempre se stesso. La sua anima era il suo proprio centro, e mai fu scossa, neppure in minimo grado dal suo divino, perfetto equilibrio.

Quello che soffrì lo soffrì perché si sottopose volontariamente alla sofferenza; e sempre deliberatamente e con calma.
Come disse al lebbroso: Lo voglio, sii guarito; e al paralitico: Ti sono perdonati i tuoi peccati; e al centurione: verrò e lo guarirò; e di Lazzaro: Vado a svegliarlo dal sonno; così pure disse: Ora comincerò a soffrire, e in verità cominciò.
La sua tranquillità è la prova del pieno dominio che egli aveva sul proprio spirito. Al momento giusto egli tolse i catenacci e le serrature, aprì le cateratte e i flutti abbatterono sulla sua anima con tutta la loro forza.
Proprio questo ci narra di lui san Marco del quale si dice che abbia scritto nel suo Vangelo quanto aveva appreso dalla bocca di san Pietro, uno dei tre testimoni presenti in quel momento: Giunsero intanto, egli dice, a un podere chiamato Getzemani, ed egli disse ai suoi discepoli: Sedetevi qui mentre io prego. prese con se Pietro, Giacomo e Giovanni, e cominciò a sentire paura e angoscia.

Osservate come egli agisca deliberatamente.
Si reca in un certo luogo, poi, dato l'ordine e sottratta la sua anima al sostegno della divinità, angoscia, terrore e disperazione lo invadono. Egli va incontro, duque, a un'agonia mentale, con un'azione così ben definita quasi fose un tormento fisico come il fuoco o la ruota.
Stando così le cose, vedrete subito, fratelli, che non è corretto dire che Nostro Signore nella prova fu sostenuto dalla consapevolezza dell'innocenza e dalla cetezza del triofo futuro poichè la sua prova consistette nel rifiuto di quella consapevolezza e di quella preveggenza, così come degli altri motivi di consolazione.
Lo stesso atto di volontà che permetteva l'influsso di ogni possibile angoscia sulla sua anima ammetteva subito, insieme, tutte le angoscie.

Non fu una lotta tra impulsi o idee, provenienti dall'esterno, in conflitto tra loro ma l'effetto di una decisione interiore.
Come gli uomini ben capaci di autocontrollo passano da un pensiero all'altro secondo il proprio volere, così il Signore rifiutò a se stesso deliberatamente ogni conforto e si saziò di amarezza.
In quel momento la sua anima non pensò al futuro; egli in quell'ora pensava solo al peso che gravava su di lui, e che per sostenerlo egli era venuto qui in terra."


(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

lunedì, aprile 06, 2009

Lunedì Santo [5]


"Ogni brano della storia del Signore e Salvatore nostro è d'una profondità insondabile e offre materiale inesauribile per la contemplazione. Tutto quello che lo riguarda è infinito e quanto noi al momento percepiamo non è che la superficie di qualcosa che comincia e finisce nell'eternità.
[...] io mi accingo ad indirizzare i vostri pensieri su un tema, particolarmente opportuno in quest'ora, e al quale molti di noi forse pensano pochissimo: le sofferenze che Nostro Signore sopportò nella sua anima innocente e senza peccato.

Voi sapete, fratelli, che il nostro Signore e Salvatore, pur essendo Dio, era anche perfettamente uomo; e perciò ebbe non solo un corpo ma anche un'anima come la nostra, benché immune da ogni macchia di peccato. Egli non prese un corpo senz'anima -Dio ce ne guardi- poiché questo non sarebbe stato farsi uomo. Come avrebbe potuto santificare la nostra natura assumendo una natura che non era la nostra?
L'uomo senza anima è al livello delle bestie del campo ma Nostro Signore venne per salvare una stirpe capace di lodarlo e di obbedirgli, che possedesse l'immortalità quantunque una immortalità che aveva perduto la beatitudine promessa.

L'uomo fu creato a somiglianza di Dio e quella somiglianza è nell'anima, perciò quando il Creatore, per un'indicibile benevolenza, venne nella natura umana assunse un corpo, e assunse un'anima come mezzo della sua unione col corpo; assunse in primo luogo un'anima umana e poi il corpo, contemporaneamente ma in quest'ordine: l'anima e il corpo. Creò egli stesso l'anima da lui assunta mentre il corpo lo prese dalla carne di Nostra Signora, sua madre. In questo modo egli si fece uomo, perfettamente uomo con un corpo e un'anima. E nel prendere un corpo di carne e di nervi, soggetto alle ferite e alla morte, capace di soffrire, prese pure un'anima anch'essa capace di quella sofferenza, e per di più capace di quelle sofferenze e dolori che sono propri dell'anima umana; e allo stesso modo che la sua Passione redentrice fu sofferta dal corpo su sofferta anche dall'anima.

Durante questi giorni solenni saremo chiamati a riflettere in modo particolare sulle sofferenze corporali [del Signore]: la sua cattura, il suo forzato andare avanti e indietro [da un luogo all'altro], i colpi e le ferite, la flagellazione, la corona di spine, i chiodi, la croce. Tutte queste cose sono riassunte davanti ai nostri occhi nel Crocifisso stesso; sono raffigurate tutte insieme nella sua carne benedetta che pende dalla croce davanti a noi; e la meditazione è resa facile da quanto vediamo.
Ben diversamente è nei confronti delle sofferenze della sua anima; esse non possono essere dipinte per noi, né possono essere analizzate con precisione; sono al di là dei nostri sensi, non sono pienamente percepibili dal nostro pensiero; eppure cominciarono prima dei suoi dolori corporali.

L'agonia sofferta dall'anima, e non dal corpo, fu il primo atto del suo tremendo sacrificio; La mia anima è triste fino alla morte, egli disse. Se soffrì nel corpo, in realtà fu nella sua anima dove soffrì; il corpo non faceva che trasmettere la sofferenza dell'anima che era la vera sede del dolore.
Sarà bene insistere su questo punto: affermo, cioè, che non era il corpo a soffrire ma l'anima nel corpo. L'anima e non il corpo era la dimora della sofferenza dell'Eterno Verbo.

Consideriamo perciò come non vi sia vero dolore, benché vi sia una sofferenza apparente, se non c'è alcuna sensibilità interiore, o uno spirito che ne sia la sede. [...] Quello che rende così penoso il soffrire sta nel fatto che non possiamo smettere di pensarci fintanto che lo sentiamo. Esso è davanti a noi, domina la nostra mente e tiene fissi i nostri pensieri su di se. Tutto quello che distoglie la nostra mente da quel pensiero lo mitiga; per questo quando soffriamo i nostri amici cercano di farci divertire, perché il divertimento è una distrazione. Se la sofferenza è leggera essi a volte raggiungono lo scopo e noi ci troviamo in qualche modo senza dolore, anche se soffriamo. [...] Così nelle risse e nelle battaglie si ricevono ferite delle quali, a causa del'agitazione del momento, chi combatte non ha coscienza del dolore che ha provato nel riceverle ma in seguito alla fuoriuscita del sangue. [...] E' la comprensione intellettuale del dolore come di un tutto ripartito in momenti successivi che conferisce alla sofferenza forza e acutezza particolare [...].

Applichiamo ora questo alle sofferenze di Nostro Signore.
Ricordate che al momento della crocifissione gli offrirono vino mescolato con mirra? Egli però non ne volle bere; perché? Perché quella bevanda gli avrebbe stordito la mente, mentre egli era deciso a sopportare la sua sofferenza in tutta la sua amarezza.
Questo ci rivela, fratelli, il carattere dei suoi patimenti; egli li avrebbe volentieri evitati se questo fosse stata volontà del Padre. Se è possibile, disse, passi da me questo calice. Ma poiché questo non era possibile all'apostolo che voleva sottrarlo alla sofferenza rispose tranquillamente: Non berrò io il calice che il Padre mi ha dato?
Poiché doveva soffrire, si consegnò alla sofferenza. Non cercò di soffrire il meno possibile; non voltò le spalle alla sofferenza, l'affrontò, gli andò incontro -se così posso esprimermi- in modo che ogni minima parte di essa potesse pienamente imprimersi in lui.

Come gli uomini sono superiori agli animali e sono colpiti maggiormente dal dolore a motivo dello spirito che è in loro, e che dà al dolore consistenza (il che non avviene nel caso degli animali) così, similmente, Gesù provò la pena del suo corpo con una consapevolezza e una coscienza e, di conseguenza, con un'acutezza ed un'intensità e con una unità di percezione che nessuno di noi sarebbe capace di scrutare o comprendere tanto la sua anima era perfettamente in suo potere, così completamente libera da ogni distrazione, così totalmente orientata al dolore, così pienamente abbandonata e sottomessa alla sofferenza.
Possiamo ben dire che egli soffrì la Passione tutta intera in ogni singolo momento.


Ricordiamoci che Nostro Signore benedetto era diverso da noi in questo: benché fosse perfettamente uomo, tuttavia c'era in lui un potere più grande della sua anima, e che governava la sua anima, poiché era Dio.
L'anima dell'uomo è sottoposta ai suoi desideri, sentimenti, impulsi, passioni, turbamenti; l'anima di Gesù invece non era sottomessa che alla sua eterna e divina Persona. Nulla accadde all sua anima per caso o all'improvviso; egli non fu mai colto di sorpresa; nulla ebbe alcun effetto su di lui senza che lui lo volesse. Mai si afflisse, o temette, o desiderò, o si rallegrò nello spirito senza che prima non avesse voluto affliggersi, temere, desiderare, gioire.

Noi soffriamo perché cause esterne ed emozioni incontrollabili della nostra mente ci provocano sofferenza. Subiamo involontariamente la disciplina del dolore, soffriamo più o meno vivamente a seconda delle circostanze, la nostra pazienza è messa a più o meno alla prova secondo lo stato del nostro spirito e noi facciamo del nostro meglio per alleviarlo o trovarvi rimedio.
Non possiamo prevedere in che misura il dolore si abbatterà su di noi, né per quanto tempo saremo in grado di sopportarlo; e quando è passato non sapremmo dire con verità perché abbiamo provato quello che abbiamo provato, o perché non abbiamo sopportato meglio il dolore.

Ben diversamente fu per il Signore. La sua divina Persona non era soggetta, né poteva essere abbandonata all'influsso dei suoi affetti e sentimenti umani, se non nella misura da lui voluta.
Lo ripeto: quando sceglieva di di temere, temeva; quando sceglieva di segegnarsi, si sdegnava; quando sceglieva di addolorarsi si addolorava. Non era esposto all'emozione ma sceglieva volontariamente ciò che doveva commuoverlo. Di conseguenza, quando decise di soffrire la sua Passione in espiazione dei nostri peccati, tutto quello che fece lo fece, secondo l'espressione del Saggio, "instanter", prontamente, con tutta la forza della sua volontà.
Non si fermò a metà; non cercò -come facciamo noi- di distogliere la propria mentre dalla sofferenza (e come avrebbe potuto non patire, lui che era venuto per patire; che non avrebbe patito se non lo avesse voluto?); no, egli non disse e poi disdisse; non fece e disfece; disse e fece.
Disse: Ecco, io vengo per fare la tua volontà, o Dio; tu non hai gradito sacrificio e offerta; un corpo invece mi hai preparato. Prese un corpo per poter soffrire; divenne uomo per poter soffrire; e quando venne la sua ora, l'ora di satana e delle tenebre, l'ora in cui il peccato doveva rovesciare su di lui tutta la sua malizia, allora egli si offrì totalmente in olocausto, in sacrificio tatale.

E come tutto il suo corpo fu disteso sulla croce, così tutta la sua anima, tutta la sua attenzione, tutta la sua consapevolezza, una mente vigile, una intensa sensibilità una viva cooperazione, un'intenzione attuale e assoluta -non un implicito consenso o una sottomissione senza cuore- tutto questo egli offrì ai suoi carnefici. la sua passione fu un'azione; la sua energia vitale era nel pieno delle sue funzioni mentre egli languiva, sveniva, moriva.
Se morì fu perché lo volle; chinò il capo in segno di comando e rassegnazione, e disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito; disse lo parola, rese l'anima, non la perdette."



(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

sabato, aprile 04, 2009

In Passione Domini [3]


"... come fu la vita di Gesù , il Figlio del Dio vivente?

Dove nacque? In una stalla. Credo che pochissimi uomini abbiano subito una così grande umiliazione; nato non in una casa accogliente e confortevole ma in mezzo ad animali. E quale fu la sua culla? Una mangiatoia. Tali furono gli inizi della sua esistenza terrena; e la sua condizione non cambiò con il passare degli anni. Disse una volta: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo.
Gesù non aveva casa: quando cominciò a predicare era quello che oggi viene chiamato con disprezzo un vagabondo. Alcuni sono costretti a dormire dove possono; e tale sorte toccò, per buona parte, anche a Nostro Signore. Leggiamo nel vangelo che Marta e altri furono ospitali con lui ma sebbene ci sia detto poco in proposito sembra che egli abbia condotto una vita più dura di qualunque contadino di villaggio.

Per quaranta giorni fu nel deserto; e dove dormì in tutto questo tempo? Nelle cavità della roccia. Chi furono suoi compagni? Peggiori anche di quelli nacque; nacque in una grotta passò quaranta notti in una caverna. Ma almeno alla nascita si trovò tra la mansuetudine di un bue e un asino; durante i quaranta giorni nel deserto invece egli fu con le bestie selvagge. Le caverne del deserto sono pieni di animali feroci e velenosi; lì dormì Cristo, e certamente, se non fosse stato per la'aiuto invisibile del Padre e della sua santità, essi lo avrebbero assalito.

Tra le avversità che ci affliggono nei sensi c'è inoltre il freddo, e Gesù volle sopportare anche questo: si alzava prima dell'alba e andava a pregare in luoghi solitari, alcune volte rimaneva di notte in mare. Ancora: il caldo [...] Gesù soffrì la fame e la sete. Era assetato al pozzo di Giacobbe e chiese alla Samaritana dell'acqua, ebbe fame nel deserto dopo aver digiunato per quaranta giorni. In un'altra occasione lui e i suoi discepoli, impegnati intensamente in opere di misericordia, non trovavano il tempo per mangiare il pane. E veramente , viaggiando qua e là per il proprio ministero, non sempre era sicuro di trovare cibo. [...]

Consideriamo le altre sofferenze che Gesù prese su di se quando divenne povero: il disprezzo, l'odio, la persecuzione ne sono alcuni aspetti. Già nell'infanzia Maria, sua madre, dovette fuggire con lui in Egitto per difenderlo da Erode che voleva ucciderlo. Quando tornò non poté abitare in Giudea ma dovette ritirarsi a Nazaret dove la Santa Vergine aveva ricevuto l'annunzio dell'angelo.
Sappiamo tutti come egli fu disprezzato dai farisei e dai sacerdoti quando cominciò a predicare e fu costretto a fuggire e a nascondersi più volte per salvare la vita.

Un'altra grande sofferenza che Gesù non allontanò da sé fu fu la perdita e la morte di parenti e amici: volle assaporare anche questa afflizione per amore nostro. Questo, in verità, non fu per niente facile per lui che su questa terra aveva solo un familiare e ben pochi amici. Lazzaro era suo amico, ed egli lo perdette; sapeva, è vero, che poteva risuscitarlo, come poi fece, tuttavia lo pianse amaramente, tanto che i giudei dicevano: Vedi come lo amava.

Ma la più grande e vera perdita, se possiamo osare di parlarne, fu il suo originario atto di umiliazione nel lasciare la glori del cielo e venire su questa terra. Questo in realtà è un grande mistero per noi, dall'inizio alla fine, e tuttavia Gesù concesse a san Paolo di parlarne come di un suo spogliarsi della gloria; cosicché possiamo considerarlo, con umiltà e venerazione, come una ineffabile e misteriosa privazione che egli volle subire divenendo per un certo tempo diseredato e simile alla carne del peccato.
Ma tutto questo non fu che l'inizio dei suoi dolori.
Per vedere la loro pienezza dobbiamo guardare alla sua Passione: nell'angoscia che allora sopportò vediamo riuniti e superati tutti gli altri dolori. [...]

Fu tradito a morte da uno dei suoi amici. Quale colpo amaro è questo! Era già abbastanza solo in vita ma in quest'ultima prova uno dei dodici, un suo amico intimo, lo tradì e gli altri lo abbandonarono e fuggirono, anche se Pietro e Giovanni subito dopo ripresero un po' di coraggio e lo seguirono. Ma poi Pietro cadde in un peccato ancor peggiore rinnegandolo tre volte.
Dalle parole che rivolse agli Apostoli durante l'Ultima Cena si può capire quanto egli si sentisse affezionato a loro e spinto verso di loro da un naturale movimento del cuore all'avvicinarsi della sua prova: Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua, prima di soffrire. Subito dopo ebbero inizio le sue sofferenze.


Il nostro benedetto ed innocente Salvatore, il Figlio di Dio, il Signore della vita, fu abbandonato nell'anima e nel corpo alla malizia del grande nemico di Dio e degli uomini.
Si legge nell'Antico Testamento che Giobbe fu consegnato a satana ma entro certi limiti prescritti; in principio non gli fu permesso di toccare la sua persona, poi gli fu concesso di colpire la sua persona ma non la sua vita. Ma satana ebbe il potere di trionfare -o almeno così credette- sulla vita del Salvatore; Gesù infatti disse ai suoi persecutori: Questa è la vostra ora, è la potenza delle tenebre.

Il suo capo fu ferito e coronato di spine; il suo volto fu insozzato di sputi; le sue spalle caricate della pesante croce, la sua schiena sfregiata e trafitta di flagelli, le sue mani e i suoi piedi forate dai chiodi, il suo costato ferito con disprezzo dalla lancia; la sua bocca fu arsa dalla sete e la sua anima talmente angosciata che egli gridò: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
In questo stato rimase sei ore sulla croce, il corpo tutto una ferita, esposto quasi nudo agli occhi della gente disprezzando l'ignominia, deriso, insultato, maledetto da tutti quelli che passavano. Certamente le parole del profeta: Oh, voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore, al dolore che mi tormenta, e con cui il Signore ha voluto affliggermi nel giorno della sua ira ardente, queste parole si possono applicare in tutta la loro pienezza soltanto a lui.

Quanto sono piccoli i nostri dolori di fronte a questi!
Quanto sono piccole le nostre pene, le nostre privazioni, le nostre persecuzioni, in paragone con quelle che Cristo affrontò volontariamente per noi! Se egli, l'innocente, sopportò afflizioni così grandi, c'è da meravigliarsi se noi peccatori dobbiamo sopportarne una minima parte?
Quanto siamo abbietti e miserabili nel comprenderle così poco, ad esserne così poco impressionati! Oh, se le sentissimo come dovremmo certamente esse sarebbero per noi, in questo tempo di Passione, più amare della morte di un amico o di una pensosa malattia. Non saremmo capaci, in questo tempo, di trovare piacere in cose mondane, perderemmo la gioia delle cose della terra, perderemmo l'appetito, avremmo il cuore spezzato, e solo per dovere mangeremmo e d andremmo a lavoro.

La Settimana Santa nella quale stiamo entrando, sarebbe per noi una settimana di pianto come quando vi è un morto in casa.


E' vero, non possiamo "sentire" questo solo perché lo vogliamo e lo dobbiamo; non possiamo forzare noi stessi a entrare in tali sentimenti. Io non esorto questi o quello a sentire così, perché non è in suo potere; non possiamo forzare i nostri sentimenti; e se anche lo possiamo non dobbiamo farlo, perché non è cosa buona.
Il sentimento profondo è la conseguenza naturale e necessaria di un cuore santo. Ma sebbene non possiamo avere questi sentimenti subito, per volontà nostra, possiamo però camminare lungo il percorso per giungervi. Possiamo crescere in grazia fin quando non "sentiamo".
Nel frattempo possiamo osservare una esteriore astinenza dagli innocenti piaceri e dalle comodità della vita, per prepararci a tali sentimenti: quell'astinenza che faremmo volentieri se li avessimo già provati.


Meditiamo le sofferenze di Cristo. Saremo portati così, col passar del tempo, a tali profondi sentimenti.
Preghiamo Dio che faccia per noi quello che noi stessi non possiamo ottenere; che ci faccia "sentire", che ci doni lo spirito di gratitudine e di amore, di venerazione, di umiltà, di santo timore, di conversione, di santità e di fede viva."

(John Henry NEWMAN; Parochial and Plain Sermons, VI)

venerdì, aprile 03, 2009

In Passione Domini [2]


"Il tempo passa e la Pasqua si avvicina.
Siamo invitati non solo a piangere i nostri peccati ma specialmente a meditare le grandi sofferenze che Cristo nostro Signore e Salvatore volle affrontare per espiarli.
Come mai fratelli siamo abitualmente così poco sensibili a questo argomento? Perché ci siamo abituati a lasciar trascorrere questo tempo come un qualsiasi altro tempo, e non pensiamo a Gesù più che in altri periodi, o almeno non proviamo per lui maggiore commozione? Non ho forse ragione nel dire che questo è il nostro abituale modo di essere? E se è così abbiamo un serio motivo per cercarne la spiegazione.

Noi non ci commuoviamo quando sentiamo parlare dell'amara Passione che Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha sofferto per noi. Non piangiamo i nostri peccati che ne furono la causa, ne abbiamo un grande interesse per essa, non soffriamo con Lui.
Se veniamo in chiesa ascoltiamo la Parola di Dio, e poi ce ne andiamo; non ne siamo per niente rattristati o, al più, solo per un momento. E molti non vengono neppure in chiesa; per loro questo tempo santo e solenne è come tutti gli altri tempi. Mangiano, bevono, dormono, si alzano, vanno in giro per i loro affari e per i loro piaceri come sempre; non pensano a colui che per loro morì. [...]
Questa purtroppo è la dolorosa realtà che non si può negare.

Ma se è vero che il Figlio di Dio è disceso dal cielo e si è spogliato della sua gloria, si è sottoposto al disprezzo, a trattamenti crudeli, e accettò di essere messo a morte dalle sue creature -da quelle creatura che egli aveva fatte, che aveva conservato fino a quel giorno, che ancora sosteneva nella vita e nell'essere- è ragionevole che un sì grande evento non ci debba commuovere? E non è allora corretto dire che la nostra mentalità è veramente irreligiosa se non abbiamo un poco di riconoscenza e di partecipazione, un po' di amore e di timore, un po' di rimorso e di confusione, un po' di pentimento e di desiderio e di emendazione al pensiero di quello che Gesù ha fatto e sofferto per noi?

Non può un sì gran benefattore esigere da noi un po' di sincera gratitudine, di viva partecipazione, di fervente amore, di profondo timore, di amaro rimorso, di serio pentimento, d'ardente desiderio e forte anelito ad un cuore rinnovato? Chi potrebbe negarlo?
Perché allora fratelli miei non è così?
Perché rimaniamo sempre allo stesso punto?
Ahimè! Lo dico con tristezza: il tempo trascorrerà, verrà la Passione, il Venerdì Santo, la Pasqua; passerà una settimana dopo l'altra e molti di voi rimarranno come prima: non più vicini al cielo, né più vicini a Cristo nel cuore e nella vita, né impressionati in maniera duratura e salutare al pensiero delle sue misericordie, al pensiero dei vostri peccati e demeriti.
Ma perché avviene questo? Perché comprendete tanto poco l'Evangelo della vostra salvezza? Perché i vostri occhi sono così offuscati e le vostre orecchie così dure ad ascoltare? Perché avete così poca fede, così poco cielo nel cuore?

Vi è un solo motivo: se dovessi esprimere il mio pensiero con una sola parola, direi: perché meditato poco. Non meditate, e perciò siete insensibili.

E che significa meditare Cristo?
Significa pensare abitualmente e costantemente a lui, alle sue azioni e alle sue sofferenze. Vuol dire tenerlo dinnanzi alla mente come uno che possiamo contemplare, adorare, a cui ci rivolgiamo quando ci alziamo e quando ci corichiamo, quando mangiamo e quando beviamo, quando siamo in casa e quando siamo fuori, quando lavoriamo, camminiamo o riposiamo, quando siamo soli e quando siamo in compagnia: questo significa meditare Cristo. Solo così i nostri cuori diverranno sensibili e acquisteranno i dovuti sentimenti.
Abbiamo cuori di pietra, cuori duri come le strade battute, e la storia di Cristo non lascia alcuna impronta in essi. E tuttavia se vogliamo salvarci dobbiamo avere cuori teneri, sensibili, vibranti. I nostri cuori devono essere spezzati, squarciati come il terreno, smossi, curati e rinfrescati, coltivati fin quando non diverranno come giardini; giardini dell'Eden graditi a Dio, giardini in cui il Signore possa passeggiare e dimorare [...].
Il deserto duro e desolato deve far scaturire acqua viva.
Se vogliamo essere salvi, nei nostri cuori deve aver luogo tale cambiamento; in una parola dobbiamo acquistare quello che non abbiamo per natura: la fede e l'amore. E questo lo si può realizzare, con la grazia di Dio, solo attraverso la meditazione devota, pratica, costante.
Quanto intendo dire lo descriveva san Pietro quando parlando di Cristo diceva: "Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa".

Cristo se ne è andato, non è più visibile: noi non l'abbiamo mai visto, abbiamo solo letto libri su di lui e sentito parlare di lui.
C'è un vecchio proverbio che dice: "Lontano dagli occhi, lontano dal cuore". State pur sicuri che sarà così, dovrà essere così anche per noi per quel che riguarda il nostro Salvatore benedetto, se non facciamo degli sforzi continui per pensare lungo il giorno a lui, al suo amore, ai suoi comandamenti, ai suoi doni, alle sue promesse.
Dobbiamo richiamare alla mente quello che abbiamo letto su di lui nel Vangelo o nei Libri Sacri. Dobbiamo tener presente quello che abbiamo sentito in chiesa. Dobbiamo pregare Dio di renderci capaci di comportarci in questo modo; di benedirci quando lo facciamo e di aiutarci a compiere ciò con uno spirito semplice e sincero, pieno di venerazione.
[...] ed anche le persone più umili possono farlo, purché lo vogliano.


Ora vorrei fare due rilievi intorno alla meditazione della vita di Cristo, delle sue opere e delle sue sofferenze.
Il primo rilievo è fin troppo banale per menzionarlo ma se non lo facessi si potrebbe pensare che l'avessi dimenticato mentre lo do per scontato, eden è questo: tale meditazione all'inizio non è piacevole.
la gente in principio la troverà noiosa e la mente si volgerà facilmente ad altro oggetti. Ed è vero, ma considerate che se Gesù stimò la vostra salvezza degna del suo grande sacrificio, e delle sue volontarie sofferenze, non dovrete anche voi pensare -questo è il vostro compito- che essa merita il lieve sacrificio necessario ad imparare a meditare su quelle sofferenze?
Egli ha compiuto la grande opera; non si può allora esigere da voi questa ben piccola cosa: cioè crederla ed accettarla!

Il secondo rilievo è il seguente: solo gradualmente la meditazione addolcirà i nostri cuori induriti e la storia delle prove e dei dolori di Gesù ci commuoverà nel profondo. ciò non si verificherà col pensare a lui solo una volta o due ma continuando con calma e con costanza il pensiero di lui fisso nella nostra mente, acquisteremo lentamente un po' di calore, di luce, di vita, di amore. [...]

Ora, come esempio, vorrei accennare all'abbassamento volontario di Cristo per suggerirvi alcuni pensieri che dovreste avere sempre con voi ma specialmente in questo tempo, il più santo dell'anno. Sono pensieri che pur nella loro modesta misura, con l'aiuto di Dio, serviranno a prepararvi alla visione di Cristo in cielo e, al contempo, vi renderanno meglio disposti a contemplarlo nella solennità della Pasqua. La Pasqua viene una volta all'anno, è un giorno breve come tutti gli altri. Oh, se noi potessimo approfittarne, gioirne intensamente! Che questo giorno non passi, come tutti gli altri, senza lasciare un segno che ce lo faccia ricordare!
Venite perciò, fratelli, in questo tempo prima che arrivino i giorni solenni, e meditiamo alcune delle privazioni del Figlio di Dio fatto uomo..."


(Cardinal John Henry NEWMAN; Parochial and Plain Sermons, VI)

venerdì, febbraio 27, 2009

Pro Missa bene cantata [9]

Ovvero: Note sopra la Liturgia


"La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla [Ultima] Cena.
Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole.
Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: "Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me" - parola terribile che mette in guardia l'uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c'è sempre e non rimane a lungo e quando c'è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso - ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira.

"E l'odore si sparse per l'intera dimora". Il nardo di Maria Maddalena profuma l'intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, del quale tanto si parla nelle Ore di Nostra Signora, tutte intrise di aromi e di fiori.
Al nardo viene giusta mente comparato l'incenso, che ha il potere di disperdere l'angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L'incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l'aroma dell'eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale.

"Ella mi prepara per la mia sepoltura" disse il Salvatore con quell'accento che nessuno, intorno a Lui, penetrava.
Nemmeno Maddalena comprese, naturalmente. Ma quando, tre giorni dopo, venne al Sepolcro con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là.
Come sempre non l'utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l'azione ma la liturgia dell'azione.
La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra.
E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch'ella così preparava era già l' "ostia pura, ostia santa, ostia immacolata" pronta all'offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di capelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione.

Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d'incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente.
Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole: "Se sei l'amico dei poveri e ti rattristi dell'effusione di un balsamo per la consolazione di un'anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d'oro?".
La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale."

(Cristina Campo, Sotto falso nome, Milano, Adelphi, 1998)

domenica, febbraio 22, 2009

Ecclesia Dei afflicta, II

Sive: In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


"Gesù l'eterno Re
Nostro Signore, quando s'incarnò nel grembo della Beata Vergine Maria fu chiamato Gesù. L'angelo Gabriele disse a Maria: "Concepirai un figlio, lo darai alla luce, e lo chiamerai Gesù" (Lc1, 21).
Quantunque solo allora ricevesse un nome nuovo, egli era esistito da tutta l'eternità. Non ebbe mai principio, per questo il suo vero nome è quello di Re eterno. Egli, un solo Dio in tre Persone, ha regnato sempre col Padre e con lo Spirito Santo. Alla vigilia della sua Passione disse: "Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (Gv 17,5).
Colui che era già il Re eterno in cielo venne per essere il Re, il Signore, il Legislatore ed il Giudice della terra. Annunziando la sua venuta il profeta Isaia scrisse: "Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un Figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace" (Is.9,5)
Quando Gesù salì al cielo, lasciò il suo potere a coloro che aveva scelti come apostoli. Ne diede la pienezza a San Pietro e ai suoi successori, che sono i suoi vicari in terra.
Anche i vescovi, i pastori d'anime e tutti i cristiani ricevono da Gesù il potere e lo esercitano in suo nome.
Preghiamo per il Santo Padre e per tutti coloro che governano la Chiesa
O Emmanuele, Dio con noi, tu che sei la luce che illumina tutti gli uomini, che -da quando venisti sulla terra- non li abbandonasti mai a se stessi; tu che dopo aver evangelizzato gli apostoli hai ordinato loro di evangelizzare i loro successori; che hai affidato specialmente a San Pietro e ai vescovi di Roma la missione di occupare il tuo posto di fronte a noi, e di guidarci in tuo nome nel corso dei secoli; già da molti anni hai mandato alla Sede di Roma delle prove ben dure.
Signore, noi crediamo senza esitare che tu hai promesso alla Chiesa di durare sino alla fine del mondo e riconosciamo dinnanzi a te di non aver alcun dubbio su tale verità.
Noi non sappiamo oggi cosa sia meglio per la tua Chiesa e per gli interessi della Fede cattolica, per il papa e per i vescovi di tutto il mondo ma ci affidiamo interamente a te. E lo facciamo senza provare alcuna ansia, ben sapendo che tutto coopera al bene del tuo Regno sulla terra.
Ti supplichiamo solo di concedere al tuo servo e vicario, il Papa, la vera sapienza e il coraggio, la forza e le consolazioni della grazia su questa terra e poi una corona immortale e gloriosa nella vita futura."

(John Henry Newman ; Meditations and Devotions)

mercoledì, febbraio 11, 2009

L'Ospizio dei cento preti /1



Ovvero: Da un’articolo dell’orrido Camillo Langone su Il Foglio di martedì 10 febbraio 2008 intorno ai “cattodisidratatori che hanno abbandonato Cristo per adorare la Costituzione”


“…monsignor Giuseppe Casale, il Williamson di Puglia, un altro che fa danni ogni volta che apre bocca.
Noi di Trani lo conosciamo bene: è il classico vescovo democristiano, corrente morotea, lo ascoltavi e ti veniva voglia di diventare missino, brigatista, buddista, tutto meno che democratico e cristiano. Ha convertito all’ateismo migliaia di foggiani.
“Neanche io vorrei vivere attaccato alle macchine come Eluana, anche per me chiederei di staccare la spina”. Di che macchine parla? Non sa niente (la ragazza non viveva attaccata alle macchine!) però parla. Ha un bel dire il cardinal Ruini che “la Chiesa non può consentire – tanto più quando un caso ha rilevanza pubblica – che si rivendichi allo stesso tempo l’appartenenza al cattolicesimo e l’autonomia nel decidere sulla propria vita”.
Qui bisogna passare al fare: degradare i prelati che seminano scandalo e zizzania.
Gesù per gente simile parla di una macina al collo ed un tuffo dove l’acqua è più blu, ma anche Pio XI ebbe un’idea non male: convocò il riottoso cardinale Billot che entrò nello studio papale con zucchetto, anello e croce pettorale e ne uscì senza: semplice prete.
C’è bisogno di umili lavoratori nella vigna del Signore.”

DEVOTIO MODERNA [14]


Ovvero: Dell’omelia - intorno al vangelo della guarigione della suocera di Pietro- pronunziata domenica 8 febbraio 2009 dal reverendo parroco della chiesa romana della Natività di N.S. Gesù Cristo, così come ci viene riassunta dalla divota Nicoletta Tiliacos su “Il Foglio” di mercoledì 11 febbraio 2009:

“Roma. Andare a messa una domenica mattina – due giorni prima che morisse Eluana, sapendo che già non la lasciavano bere da due giorni – e aspettare delle parole del sacerdote un commento a una vicenda che, si sentiva, toccare il cuore di tutti. Si capisce, quando c’è quell’attesa particolare durante la messa, perché sembra che sia diversa anche la qualità del silenzio prima della predica.
Aspettare la parola del sacerdote, dunque, e coprire che effettivamente il parroco è scandalizzato, indignato, arrabbiato come quasi mai abbiamo sentito.
Perché si sta consumando in una clinica di Udine il primo caso di eutanasia in Italia comminato per sentenza, e in assenza di una legge che lo consenta?
Perché una vita che poteva durare ancora anni nella quiete vera dell’amore e dall’accudimento delle suore misericordie è stata innaturalmente spezzata dalla mancanza di acqua e cibo nella Quiete caricaturale dove hanno agito, in perfetta e protetta privacy, i volenterosi volontari di un protocollo di morte?
Perché si è violato quel “dar da bere agli assetati, dar da mangiare agli affamati” che è umanità elementare, prima ancora che cristianesimo elementare?
Ma no. Il parroco è indignato perché, spiega, l’enfasi che in quelle ore si stava dando alla difesa di una “vita vegetativa” era soltanto frutto di una strumentalizzazione della politica. Non si stava infatti varando, in quelle stesse ore la norma infame che prescrive ai medici di denunciare i clandestini?

Il sacerdote dice che la vicenda Eluana Englaro è importante: chi potrebbe negarlo? Ma lo è perché simboleggia il dovere del dubbio, l’importanza del silenzio e della rinuncia a dare giudizi, la necessità di lasciar dire e fare "alla scienza": la sola a poter dire una parola di verità di cui nulla sappiamo e a fare, di conseguenza, le cose giuste. E comunque – reperita iuvat – rimane lo scandalo della persecuzione contro le vite degli immigrati, e il delitto inqualificabile di aver introdotto il reato di immigrazione clandestina. Mentre ci si sta sbracciando per che cosa?
"Per una “vita vegetativa”!”
Non basta: perché chiede il prete furioso, l’arcivescovo di Udine non va al capezzale di Eluana? E speriamo che stavolta non ci sia chi neghi alla povera Eluana Englaro i funerali religiosi, così come furono colpevolmente negati a Welby…

È successo – mi è successo – davvero domenica scorsa, nella parrocchia della Natività a Roma. Una chiesa viva, anche per merito del suo parroco: uomo simpatico, appassionato e amato, sempre pronto a ricordare i doveri concreti della carità, della solidarietà , dell’accoglienza. Un pastore informato e attento; la scorsa settimana aveva chiamato da un’altra città nientemeno che Alberto Melloni, per parlare del Concilio Vaticano II.
Quel prete ha spiegato, durante la predica domenicale, che non vale la pena di scaldasi tanto per una “vita vegetativa”. Ha sostenuto che qualcuno avrebbe addirittura potuto negare ad Eluana i funerali religiosi (ma chi glielo ha detto?). Ha fatto immaginare ai fedeli attoniti un arcivescovo omissivo, un pastore di anime che si rifiuta di andare a trovare la morente (morente per volontà di altri: questo non l’ha detto) a causa di chissà quale astrusa e rigida opposizione dottrinaria (e non perché magari nessuno lo avrebbe fatto entrare, o perché la cosa sarebbe stata considerata intrusiva dal grande club laicista che circondava la famiglia Englaro).

Alla fine della predica – che Dio mi perdoni – ero furiosa pure io. Ho pensato che il parroco legge certamente Repubblica e che avrà apprezzato la posizione del direttore Mauro: la vita deve avere un senso. E che senso ha una vita vegetativa?
Ho pensato che il parroco non legge l’Avvenire, che senza tiepidezze e pacatezze ha chiamato sempre le cose col loro nome: su Eluana c’è stata eutanasia. Ho pensato addirittura che ha qualche ragione Maurizio Mori, comandante in capo della compagnia della dolce morte: il caso Englaro è la nuova breccia di Porta Pia.
Solo che stavolta non si sono visti nemmeno gli zuavi.”

domenica, febbraio 08, 2009

San Giovanni "Degollado" [y cuatro]


Ovvero: "Giunti che furono da Gesù, videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura.
Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci. (Marco V,15-16)



Padre Álvaro Corcuera fu eletto “direttore generale” della Legio Christi nell’anno 2005 quando l’ottantacinquenne “fundador” Padre Marcial Maciel Degollado rifiutò la rielezione plebiscitaria offertagli dai suoi legionari, ritenendo opportuno che si procedesse all’elezione del proprio successore. E ciò fu tanto più opportuno poiché nel maggio 2006, a fronte delle reiterate denuncie di abusi sessuali provenienti da ormai canuti ex legionari, la Congregazione per la dottrina della fede, pur escludendo un processo canonico per rispetto alla veneranda età dell’inquisito, “condannerà” il P.Maciel Degollado a scomparire dalla scena di questo mondo.
Per i figli spirituali che lo chiamavano devotamente “il padre nostro” quella decisione della Curia Romana era da considerarsi l’ultima goccia dell’amaro calice che “el fundador”, e con lui i centinaia di sacerdoti legionari, e tutte le migliaia di aderenti al movimento laicale Regnum Christi hanno dovuto sorbirsi per decenni a causa di ciò che essi ritenevano essere una diabolica persecuzione.

Quasi in coincidenza col primo anniversario della dipartita del fondatore dei legionari (30 gennaio 2008), il 3 febbraio 2009 due agenzie stampa cattoliche statunitensi il “National Catholic Reporter” e “Catholic News Agency” hanno battuto la notizia che il padre Macial Degollado ha condotto una doppia vita, avendo avuto una lunga relazione con una donna dalla quale ha avuto “almeno” una figlia. Immediatamente Jim Fair, portavoce dei Legionari degli Stati Uniti, confermava ufficialmente che non si trattava affatto di infamanti calunnie ma che effettivamente da una inchiesta interna dei Legionari di Cristo sono emersi “fatti sorprendenti, difficili da comprendere" e "comportamenti inappropriati per un sacerdote cattolico". La notizia rilanciata dal New York Times veniva diffusa in Italia il giorno appresso da un comunicato stampa dell’ASCA che riportava le dichiarazioni del portavoce "romano" dei legionari, il padre Paolo Scarafoni, il quale “ha affermato di non poter negare questi fatti ma di non voler scendere in dettagli per rispetto della privacy delle persone coinvolte.”

I mass media italiani si sono limitati a riportare spassioanatamente la nota d’agenzia; intere giornate sono poi passate senza che i siti internet degli italici specialisti di cose vaticane dedicassero un qualche approfondimento alle clamorose ammissioni dei Legionari. Anzi: nemmeno hanno fatto il benché minimo accenno ad una vicenda che in altri tempi avrebbe occupato per giorni le prime pagine dei giornali. Evidentemente nel 2009 i preti pedofili non sono più di moda: ultimamente fanno scandalo i preti che dicono la messa in latino.
Il clamore mondiale suscitato a fine gennaio dalla revoca della scomunica ai lefevriani, nei cui ambienti notoriamente non c’è alcuna simpatia per il dialogo interreligioso, ha ancor di più inasprito le accuse di antisemitismo alla Chiesa cattolica provenienti dal mondo ebraico su cui hanno martellato i mass media dai primi di gennaio in concomitanza con gi scontri militari nella Striscia di Gaza. Inoltre a tutto ciò s’è sovrapposta la polemica tutta italiana sulla aggressione clericale alla laicità dello Stato per il “caso Eluana Englaro” e con la conseguente escalation di dichiarazioni contrarie all’eutanasia di singoli cattolici, di vescovi, cardinali ed infine del pontefice.
I legionari non avrebbero potuto scegliere momento più propizio per attutire la portata mediatica della loro totale sconfessione del “Fundadòr” che avevano pertinacemente difeso "hasta la muerte".
Fino a quel punto la Legio Christi aveva sempre negato che quella della Congregazione della dottrina della fede nei confonti del padre Marcial fosse una effettiva “condanna”. I Legionari sostenevano che le accuse di abusi sessuali fossero calunnie orchestrate ad arte da un complotto satanico-massonico (ma sottovoce ritenevano anche che fosse un complotto opusdeista) per screditare l’ordine religioso non solo più prolifico di vocazioni sacerdotali ma anche intellettualmente più preparato per difendere l’ortodossia cattolica, e per attrarre le elite anche meglio dell’Opus Dei (cui ha indubbiamente sottratto vocazioni nel mondo latino americano).

Più che le immediate (anche se assai pudiche) conferme ufficiali della Legio Christi ai lanci d’agenzia, colpisce la tempistica: proprio a ridosso del primo anniversario della morte del p.Maciel.
Evidentemente il direttore generale Àlvaro Concuera ed i suoi stretti collaboratori sono stati presi dallo scrupolo di fronte alle esternazioni dei fedeli che, abituati al culto della personalità del fondatore vivente, hanno avanzato richiesta d’un culto della santità del fondatore defunto.

Come scrivevo in morte di Marcial Maciel Degollado: "per le migliaia di suoi figli spirituali la figura del fondatore dei Legionari di Cristo si trova adesso in quella dimensione ultraterrena nella quale il suo spirito può guardare faccia a faccia il suo "santo zio" vescovo già canonizzato che fu vittima di calunnie e oggetto di persecuzioni dalla stessa gerarchia cattolica. Ed un estimatore delle opere del Padre Degollado non rinuncerebbe a individuare un parallelismo tra le biografie dello zio vescovo e del nipote "fundadòr" e leggervi una (beneaugurante) analogia."
Inoltre, oltre che parente stretto di vescovo canonizzato il fondatore dei legionari era riuscito anche ad introdurre la causa di canonizzazione di sua mamma “Maurita” Degollado Guizar.

Che la notizia della “non santità” sia stata battuta da agenzie di stampa dichiaratamente cattoliche è inequivocabile sintomo della volontà dei vertici direttivi della Legio Christi (soprattutto in quel contesto anglosassone particolarmente duro nei confronti degli scandali sessuali del clero cattolico) di prevenire l’azione di qualche eventuale “gola profonda” che screditasse irreparabilmente l’immagine della Legione, particolarmente fiorente negli Stati Uniti (Paese in cui la rivelazione ha suscitato grande interesse mediatico).
Appare evidente che, se da fonte diversa dalla Legione stessa, fosse trapelato che i figli spirituali del padre Maciel Degollado occultavano notizie “di alcuni aspetti della vita di padre Maciel che sono molto difficili da capire, aspetti che non sono appropriati alla vita di un prete” la catastrofe si sarebbe abbattuta sull’intera congregazione dei legionari. E non solo una catastrofe mediatica, la pubblica gogna, lo scandalo dei fedeli, la crisi di vocazioni! Se si fosse appurato che i legionari spergiurando avessero tentato di far passare per santo colui che un santo proprio non era, è ipotizzabile che da parte della Santa Sede si sarebbe reagito con una drastica posa della scure alla radice della congregazione stessa!

Prendendo l’iniziativa della sconfessione plateale del proprio fondatore, i legionari sono riusciti nell’intento di occultare il più possibile gli “aspetti sconcertanti” del padre Marcial, trincerandosi dietro la scusa politically correct della difesa della privacy delle persone coinvolte nello scandalo.
I membri del governo della congregazione hanno così potuto uscirne immacolati: hanno affermato di essere venuti a conoscenza dei suddetti fatti incresciosi soltanto in seguito a recentissime indagini interne. Avrebbero mai potuto asserire il contrario dato che il padre Maciel nel 2002 aveva pubblicamente rigettato con sdegno le accuse di immoralità che gli venivano rivolte?

Mettendo una gigantesca pietra tombale sopra ogni velleità di santificazione del fondatore, la Legione si è assicurata né più né meno che la propria salvezza.

Nella consueta lettera di buon anno che da Città del Messico in data 13 gennaio 2009il superiore generale p.Álvaro Corcuera ha inviato a tutto il movimento laicale del “Regnum Christi”, si lascia andare ad una confidenza che a prima vista parrebbe solo effusione di sentimentalismo devozionale: “Il giorno di Natale ho avuto la grazia di trovarmi a Betlemme e lì chiedevo al bambino Gesù che cosa voleva per noi.”
Qualcuno che volesse fare dello “spirito” (maligno) potrebbe sostenere che ad imitazione del defunto predecessore anche il padre Concuera persiste nel molestare i fanciulli. Ma -col senno del poi- sapendo esattamente a cosa voleva riferirsi il Padre Concuera quando chiedeva al Divino Infante "cosa vuoi?”, ecco che l’immagine del generale dei legionari proteso verso il bambino di Betlemme perde tutta l’oleografica posa presepiale per colorirsi di profonda drammaticità spirituale.
Parmi di sentire riecheggiare l’invocazione straziante di quell’uomo chiamato “Legione” poiché molti demoni erano in lui: “Alla vista di Gesù gli si gettò ai piedi urlando e disse a gran voce: Che vuoi da me Gesù Figlio del Dio Altissimo? Ti prego non tormentarmi!” (Lc. VIII, 28)
L’accostamento non sembri provocatorio: a cosa paragonare se non ad un’esorcismo quello strazio spirituale con cui la Divina Volontà ha prostrato migliaia di buoni cristiani che avevano "idolatrato" il fondatore dei legionari considerandolo un angelo del Signore?

“Il primo anniversario della scomparsa di "Nostro Padre” aveva scritto Padre Corcuera, doveva pertanto essere vissuto “in un clima di preghiera, chiedendo la grazia di realizzare il progetto che Dio ci ha affidato e condurre in pienezza il carisma che ora spetta a noi di trasmettere con fedeltà.”
Scrivendo a tutti i fedeli che fanno riferimento alla guida spirituale dei legionari, insisteva sulla necessità della preghiera come unico mezzo per superare le umane –troppo umane- difficoltà ed additando a modello la Vergine Maria e san Giuseppe i quali, chiudendosi nel silenzio orante, si erano piegati all’imperscrutabile volontà divina: “Con la preghiera torna la pace e scopriamo che «in tutte le cose Dio interviene per il bene di quelli che lo amano» (Rom 8, 28).”
La lettera è tutto un invito ad aver ferma fiducia nella bontà del proprio “carisma” che, indipendentemente dai giudizi sul fondatore, è valido perché approvato e fatto proprio dalla Madre Chiesa e benedetto dal Vicario di Cristo. Bisognerà, perciò, abbracciare le croci che il Signore vorrà mandar ai membri del Regnum Cristi con il massimo della serenità spirituale possibile poiché: “La peggiore croce è quella che Dio non chiede di portare.”

Il 4 febbraio dalla casa madre di Città del Messico, inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, il Direttore Generale riprendeva la penna in mano per commetare le penose novità: "...sulla persona del Nostro Padre fondatore, non posso non riconoscere tutto il bene che ho ricevuto per mezzo di lui. Siamo in molti ad aver ricevuto da Dio, attraverso il carisma che ci ha trasmesso, ciò che dà un senso alle nostre vite: l’amore per Gesù Cristo, per la Vergine Santissima, per il Papa, per le anime. Questi sono i nostri amori. Personalmente gli sono grato di essere stato lo strumento di Dio affinché tutta la mia vita abbia trovato un senso, camminando verso la salvezza eterna, il cammino verso Dio. Per me tutto questo è verità e sarebbe impossibile trovare le parole sufficienti per ringraziare.

È anche vero che è stato un uomo e questi temi che ci hanno ferito, sorpreso – e che credo che non possiamo spiegare con il nostro intelletto – stanno già davanti al giudizio di Dio. È vero che c’è molto dolore e molta pena. Come in una famiglia, queste pene ci uniscono e ci portano a soffrire e gioire come un solo corpo. Questa circostanza che viviamo ci invita a vedere tutto con molta fede, umiltà e carità. Così la mettiamo nelle mani di Dio Nostro Signore, che ci insegna il cammino della misericordia infinita.
Da parte mia non esito a chiedere perdono per tutta questa sofferenza e supplico Dio con tutto il mio essere di concedere a tutti noi di vedere tutto questo dalla prospettiva del Cuore di Gesù."


La peggiore croce è quella che Dio non chiede di portare: forse è questa la risposta del fanciullo di Betlemme al p. Àlvaro Corcuera di fronte alla dolorosa quanto necessaria presa d'atto delle mistiche mistificazioni del “Padre” dei Legionari.

San Josè Maria Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei, avrebbe gradito che sulla propria tomba venissero incise le parole latine “Peccator" e "Genuit filios et filias”. Ma il suo successore a capo dell'Opus Dei, don Álvaro Del Portillo, ritenne che fosse ingiusto avallare la definizione di “peccatore” per colui che invece considerava essere stato un autentico santo. Essendo, poi, dotato di abbondante dose di cinismo clericale, monsignor Del Portillo si rese conto che la metafora spirituale “generò figli e figlie” sarebbe stata fatta oggetto di maliziosi calambours; optò, pertanto, per un veramente lapidario quanto spagnolesco: “El Padre”.

Ignoriamo se il padre Marcial avesse pensato a qualche citazione particolare da incidere sul proprio sepolcro e se abbia mai soppesato l’ipotesi di appropriarsi di quelle parole considerate inopportune per il fondatore dell’Opus Dei ma che sarebbero state invece un epitaffio oltremodo calzante per il fondatore dei legionari.
Marcial Maciel Degollado: un peccatore che generò figli e figlie.

venerdì, febbraio 06, 2009

CASTRUM DOLORIS, XVIII

Nella notte di martedì 3 febbaio 2008 Eluana Englaro, in stato vegetativo persistente a seguito di un incidente stradale nel 1992, dalla casa di cura "Beato Luigi Talamoni" di Lecco, dove per quindici anni era stata devotamente assistita da Suor Rosangela della Congregazione delle Suore Misericordine di San Gerardo", veniva traslata alla casa di riposo "La Quiete" di Udine, affinchè medici e paramedici volontari, appositamente costituitasi in associazione ad hoc, avessero la possibilità di sospenderle l'alimentazione e l'idratazione, poichè come asserito dal capo-equipe, dottor Ama­to De Monte: "Eluana è morta diciassette anni fà".

Ovvero: Del suggestivo articolo di Lucia Bellaspiga sull'Avvenire di venerdì 6 febbraio 2009 "NOTTE DI DOMANDE A 'LA QUIETE'. QUELLA TOSSE SQUASSA LE PRIME COSCIENZE", intorno all'agonia di Eluana Englaro.


"Mettiamoci nei suoi panni: un viaggio allucinato e allucinante.
Di notte, su un’ambulanza, lui e lei da soli, costretti dallo spazio angusto a una vicinanza che non era mai avvenuta prima, per ore uno in compagnia dell’altro, muti in due silen­zi diversi. Vicini, terribilmente vicini.
Si so­no incontrati così, Eluana e il dottor Ama­to De Monte, e lui ne è uscito «devastato»: per l’aspetto di Eluana – si è detto e ha fat­to intuire lui stesso, ma senza spiegarsi mai troppo, lasciando vaghi i contorni della sua «devastazione» – o forse per qualcos’altro che in quel viaggio gli ha ingombrato l’a­nima come un fastidio sottile e insistente, che lui ha voluto scacciare ma ogni tanto ancora gli torna?
Va, l’ambulanza, incrocia gocce di acqua e neve e i fari di altre vite viaggianti nella notte, ignare di quel carico di vita tra­sportato a morire, mentre Eluana dorme, perché questo fa di notte, da molti anni.
Avrà vegliato, invece, il dottor De Monte, e quante volte avrà guardato quel sonno forse un po’ agitato dalla mancanza di un letto, sempre lo stesso da quindici anni, del tepore di una stanza, dei rumori e de­gli odori sempre uguali e rassicuranti, del­la carezza frequente di una suora?
Poi è arrivata l’alba e un cancello si è inghiotti­to Eluana, nessuno l’ha più vista se non i volontari e il medico, ancora lui, tacitur­no con i giornalisti, scuro in volto, sempre frettoloso, anche la sera quando si allon­tana pedalando sulla bicicletta per le stra­de di Udine.

«Eluana è morta diciassette anni fa», ave­va detto in quell’alba di martedì scorso, la­sciando con sollievo l’ambulanza e quella strana compagna di viaggio che l’aveva de­vastato, lui, medico anestesista e rianima­tore che chissà quante ne deve aver viste in vita sua... Ma dopo una notte ne segue sempre un’altra, e un altro confronto con Eluana, che morta non è e quindi si agita... Passa la prima notte, la seconda andrà me­glio – si dice il medico – ma così non è, per­ché Eluana non pare più la stessa, poche ore fuori casa e qualcosa è già cambiato. Tossisce, Eluana. Tossisce?
Sì, tossisce, e di una tosse che squassa i suoi (forti) polmoni ma forse di più l’udito e le coscienze di chi l’ascolta e non sa che fare. Tossisce, si scuo­te, quasi si strozza e intanto, proprio come farebbe ciascuno di noi, tende e tirarsi su, cerca aria, solleva le spalle ma non riesce. Dove sono quelle mani che a Lecco sape­vano sempre cosa fare? Perché non accor­re chi immediatamente compiva quel pic­colo gesto che dava sollievo?
Eluana tossi­sce sempre più, una tosse che accenna ad essere ribellione di un corpo, che è richie­sta, che è grido. Una tosse che, beffarda, sembra fare il verso a chi dice 'Eluana è morta diciassette anni fa': no, un morto non si agita nel letto sconosciuto.

Gli infermieri-volontari provano di tutto, ma appartengono all’équipe di De Monte, conoscono a memoria il protocollo per far­la morire, che ne sanno ora dei piccoli ge­sti che sono propri di una vita, di quella vita?
Come si gestisce una «morta» che fa i capricci e nel solo modo che conosce pe­sta i piedi? Dovevano essere devastati an­che loro, l’altra notte, se alla fine si deci­dono a fare il fatidico numero di Lecco e con nuova umiltà chiedono al medico cu­rante di Eluana: come facevate a farla sta­re bene?
Il dottore deve aver provato a spie­gare come mai in quindici anni non era stato necessario aspirare il catarro (l’incu­bo dei disabili come lei), avrà indicato al collega le mosse da fare, ma il resto non poteva spiegarlo: accarezzatela, osservate il suo respiro e ascoltate il battito del suo cuore – si erano tanto raccomandati da Lecco quella notte lasciandola partire per Udine –, sono i tre elementi che vi porte­ranno ad amarla... Ma questo nel proto­collo non sta scritto e nessuno lo può in­segnare. Questo raccontano tra i sussurri dalla «Quiete», la casa di riposo in cui la notte è passata agitata un po’ per tutti.
Inutile invece chiedere conferme alla cli­nica di Lecco: medici e suore hanno giu­rato silenzio e quella è gente che ha una so­la parola. Tacciono e pregano. Ma a Udine avevano giurato sul protocollo di morte, mentre quella tosse di vita «devasta» già le prime coscienze."

martedì, febbraio 03, 2009

LA DIVINA PASTORA [13]

Sive: Mulieris Dignitatem

Con decreto firmato il 22 dicembre 2008 dal Cardinal Franc Rodè, Prefetto della Congregazione "per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica", la Santa Sede ha dato il via ad una "Visita apostolica" cioè una vera e propria "indagine disciplinare" di tutte le comunità religiose femminili di vita attiva presenti degli Stati Uniti d'America (escluse pertanto dal provvedimento le religiose claustrali).
E poichè la Chiesa Romana non ha indarno festeggiato il cinquantennale dell'aggiornamento conciliare ha affidato il ruolo dell'inquisitore, ovvero del "visitatore apostolico", alla materne e rassicuranti fattezze di una suora statunitense: madre Mary Clare Millea, già uditrice al Sinodo dei vescovi sulla Sacra Scrittura dell'Ottobre 2008.

La Reverenda madre Millea è la superiora generale delle Apostole del Sacro Cuore di Gesù, una congregazione internazionale le cui suore con voti perpetui sono circa 1250, tra le quali 135 statunitensi.
Al termine della "visita", la Madre Millea consegnerà un "rapporto privato" al Cardinal Prefetto, cioè dovrà mettere nero su bianco il resoconto e le conclusioni scaturite dalla sua indagine, ovvero "Visita", alla quale la "Concregazione dei religiosi" non ha posto una scadenza anche se è stato previsto ragionevolmente che il tutto si concluda entro il 2011.

La Reverenda Madre ha cercato di indorare "la pillola" meglio che ha potuto in modo da fugare sul nascere ogni parvenza inquisitoriale, creando tra l'altro l'immmancabile sito internet apostolicvisitation.org e rilasciando mitissime dichiarazioni: “Ho accettato molto umilmente e sono un po' sopraffatta”
“Se ho visitato ogni comunità e missione della mia congregazione, il pensiero di raccogliere fatti e dati di quasi 400 istituti degli Stati Uniti può fare impressione”.
“Prego per tutte le suore che verranno coinvolte in questa visita, e spero nelle loro preghiere, sia per il successo dell'iniziativa che per il mio ruolo. Chiedo anche le preghiere del clero e dei fedeli americani”.
“So che l'obiettivo di questa visita è incoraggiare e rafforzare le comunità apostoliche di religiose, per la semplice ragione che queste comunità sono parte integrante della vita della Chiesa cattolica, negli Stati Uniti e fuori”
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Anche l'organo direttivo delle congregazioni di suore negli Stati Uniti ha risposto all'iniziativa con gioiosa affettata sottomissione: “Speriamo che i risultati della visita apostolica mostreranno la vitalità e la profondità della vita e del servizio delle religiose negli Stati Uniti"
In realtà (come sottolinea Marco Tosatti, vaticanista de La Stampa) c'è viva preoccupazione perchè "alcuni dei più grandi ordini religiosi che una volta fornivano personale per le scuole parrocchiali e gestivano gli ospedali cattolici hanno ora abbandonato il loro ruolo tradizionale, assumendo invece un ruolo in cause politiche più di moda. Una grande quantità di suore sono state affascinate dal femminismo e dall’eco-spiritualità".