giovedì, novembre 16, 2006

visioni private /13

Ovvero: La difesa delle sacre immagini



Nel programma televisivo "Confronti" di venerdì 10 novembre, mentre il presentatore Gigi Moncalvo elogiava l'imitazione del papa da parte di Maurizio Crozza, la giornalista Maria Giovanna Maglie ha assicurato che papa Ratzinger non aveva mai visto la sullodata parodia. Anzi, non sapeva nemmeno dell'esistenza di una parodia. I fidi collaboratori forse per paura che se ne dispiacesse non lo hanno mai avvisato. La notizia proveniva da una "fonte sicura" affermava la Maglie.
E dato che è ben difficile che il sedici volte Benedetto alle ore 23 e seguenti si metta davanti al televisore avrebbe anche potuto a lungo pontificare senza che la nuova raggiungesse le sacre stanze. Il pontefice "ccioiosamente" regnante penso che la sera vada a dormire presto e comunque se fosse affetto da insonnia si andrebbe a vedere "la LXX" e non certo "La7".
A meno che non gli abbiano presentato una copia censurata, la mattima di sabato 11 novembre il sedici volte Benedetto, sfogliando l'Avvenire, ha dissipato la sua ignoranza al riguardo, leggendo un indignato editoriale a firma Giuseppe Della Torre in cui si stigmatizzava -nessun altro termine parmi più acconcio- Maurizio Crozza e la sua caustica parodia pontificia additandola quale quintessenza del trash televisivo italico.



Personalmente protesto d'esser rammaricato, anzi: "molto rammaricato" perche sempre più m'accorgo che -nonostante i discorsi ratisbonensi- la sensibilità religiosa che va per la maggiore in Europa è quella islamica!

Trovo nelle lamentazioni dei cattolicissimi giornalisti dell'Avvenire il sintomo di una sottile quanto perversa infatuazione cattolica per il "sacro zelo" dimostrato di fedeli islamici.
Le miti "pecorelle" di Gesù "Buon pastore" provano una incoffessabile invidia pe la capacità di manifestare in modo organizzato -e perseverante!- il sacro sdegno per ogni seppur microscopica offesa della Divina Maestà.
E' umanamente comprensibile che di fronte ad interi popoli che si sollevano unicamente "A Maggior Glori a di Dio", qualcuno possa anche provare una -se così si può dire- "santa" invidia.
Epperò i manuali di teologia avvisano che l'invidia spirituale è la più grave declinazione del -di per se capitale!- vizio dell'invidia! Attenzione, perciò, a quei cristiani che ardono dal desiderio di imitare i mussulmani nella esuberanza dei loro esercizi di "timor di Dio"; e, al contempo, sempre i medesimi cristiani, rimpiagono una tramontata età dell'oro -mai esistita in verità- in cui tutti i cattolici ad un cenno del "bianco padre", come un sol uomo si predisponevano a guisa di "un esercito all'altare".

Non meravigli pertanto che se si guarda alle biografie di tanti italiani convertiti all'islam, si troveranno degli ex militanti delusi dal variegato associazionismo cattolico.
Di fronte ad una società contemporaneo che si agita come bestia senza ragione si vede nella rigidità e disciplina bimillenaria della Chiesa cattolica lo strimento efficace per "marchiare a fuoco" un Mondo bizziso. Poi la inevitabile, cogente, delusione. Chiunque in nome dei santi insegnamenti di Cristo e della Chiesa vorrà edificare il "Regno di Dio" sulla Terra -non importa se fascista o democratico, liberista o comunista- si troverà ben presto nemica la Chiesa poiche quel cristiano non ha compreso che quel Regno di Dio -annunziato da Cristo- sulla Terra c'è già: ed e la Chiesa stessa.
Nell'islam c'è un unico "jihad"; c'è un unico "sforzo" per edificare il "Regno di Dio" senza sottili distinguo teologici tra le realtà temporali e quelle spirituali. Se poi andiamo a guardare attentamente, il "paradiso in terra" sognato degli islamici e un regno modellato per tribù arabe dell'VIII secolo.
Mettendosi in simbiosi con il Corano si vuol entrare in una dimensione metatemporale che renda il muslim del XXI secolo contemporaneo di Maometto. Da questo lo "sforzo"-in un certo modo ascetico- di abbigliarsi anche nella metropoli occidentale come un cammelliere beduino e, le donne, ammantarsi da capo a piedi come le mogli di quegli antichi beduini medievali (per non far filtrare le finissime polveri dell'immoralità del desero spirituale dell'Occidente).


Il Cristianesimo ha plasmato la civiltà occidentale e ne difende pertanto la bontà di tanti sforzi di penetrazione nel secolo ma non accetta di essere identificato con la sola realtà culturale.
Pio XI condannò l'Action Francaise poichè identificava la fedeltà alla Chiesa Cattolica con la necessità di ritornare alla situazione politica precedente la Rivoluzione Francese (e Papa Ratti non era certo noto per le sue simpatie democratiche!).
Nonostante la sua graniticità dottrinaria, perciò, la Chiesa cattolica non è "dura e pura" come certuni vorrebbero.
(L'islam oltre a presentarsi come una fede senza se e senza ma-e senza troppi convegni-, propone uno stile di preghiera, umile, contrito e ordinato, e anche la più negletta moschea offre uno spettacolo assai più devoto di qualsiasi mega-raduno di papaboys in Piazza san Pietro).

LA STORIA DELL'ESPANSIONE DEL CRISTIANESIMO è completamente diversa a quella islamica.

Già la prima comunità di credenti in Gesù, tutti ebrei -come fedele alla tradizione ebraico era stato Gesù stesso!- ha capito che i convertiti provenienti dal paganesimo non dovevano giudaizzarsi per essere considerati "veri" cristiani.
L'evangelizzazione dell'impero romano venne fatta scendendo sul terreno culturale ellenistico. I cristiani hanno annunciato il vangelo anche per mezzo dela filosofia dei greci e del diritto dei romani, ben lontani quindi dall'arroccarsi alla sola esegesi rabbinica della Bibbia! "Conciliare Atene e Gerusalemme": come si suol dire (mentre a me pare che gli islamisti sognano un mondo che assomigli alla periferia della Mecca).

Le differenti impostazioni teologiche non passano sopra le teste della gente, la penetra e, anche non cosciamente, la permea. La teologia crea mentalità, indirizza le sensibilità, è l'autentica fonte della cultura : è questo che intendeva dire Benedetto XVI a Ratisbona!

Se noi possiamo recarci impunemente in una edicola per acquistare un calendario con le donnine nude lo dobbiamo a quei santi monaci che nel IX secolo pur di dipingere le icone della Madre di Dio erano disposti a correre il rischio di avere le mani mozzate dagli iconoclasti!
Certo, se lo chiedete a don Georg (il segretario del papa) vi risponderà che comprare i calendari con le donne nude è peccato mortale e che questa vergogna dovrebbe finire etc, etc. Ma questo non toglie che, in ultima istanza, la nostra scristianizzata "società dell'immagine" ha avuto origine grazie al secondo concilio di Nicea dell'anno 787 che dichiarava lecita la raffigurazione degli angeli e dei santi e dello stesso Dio!

La società dell'immagine non è stata creata dallo star-sistem holliwoodiano. Se la massima autorità della cristianità viene eletta in uno stanzone le cui quattro pareti sono completamente piene di migliaia di immagini dipinte un motivo ci sarà!

Gli occidentali hanno una bimillenaria prossimità con l'immagine; hanno grandissima familiarità nel rapportarsi con la raffigurazione della realtà. L'uomo occidentale è riuscito persino a raffigurare plasticamente dei misteri della fede, cioè realtà eminentemente spirituali, quali la Trinità, lo Spirito Santo o l'Immacolata Concezione.

Mi rendo conto che l'introduzione ha preso il sopravvento e vengo al punto.


L'uomo occidentale sa "usare" l'immagine ed è anche molto smaliziato rispetto ai tempi della lanterna magica. A questo va aggiunta una secolare spirito anticlericale -anch'esso nato in un regime di cristianità- che ha reso un dato di fatto incontestabile la possibilità -se non sempre la libertà- di fare dell'ironia su Dio -il Dio cristiano!- e sui preti.

Nell'Italia del XXI secolo la soglia di ciò che è blasfemo si è molto abbassata, prova ne è il fatto che coloro che hanno deprecato la parodia di Crozza lo hanno fatto in nome della difesa del "buon gusto" e NON del "buon costume".
Ciò per cui molto mi rammarico con Boffo (direttore di Avvenire), o chi per esso, è per l'equazione tra il trash televisivo e lo "scherzare con i santi".
Ciò lo evinco dal fatto che quale insuperabile campione del trash viene additata non la trasmissione Crozza-Italia nel suo complesso ma la sola parodia di Benedetto XVI. Forse che ai pii editorialisti dell'Avvenire i siparietti di Crozza ed Elio (delle Storie Tese) paiono assai più spiritualmente edificanti?

Queste lamentazioni sono anche poco "furbe" perchè si da immediatamente la stura a quei nostri agnostici materialisti all'acqua di rose che non vedono l'ora di affermare che i cattolici sono molto più intolleranti degli islamici.

Non contenti di "stigmatizare" Maurizio Croza si è ritenuto opportuno formare una "triade maledetta" con Fiorello e Litizzetto.
Dino Boffo ha sostenuto che l'Avvenire si è fatto carico del "grido di dolore che da più parti d'Italia si eleva" a causa della cativeria con cui si scherniscono le figure religiose care al popolo italiano.
Ora, con tutta la buona volonta, dire che Ruini è personalità assai cara al popolo italiano è arduo: sarà pur assai stimato ma l'amore è un'altra cosa.
Che poi, dopo due anni all'Avvenire ci si è accorti che ogni domenica sera alle ore ventuno Luciana Litizzetto inbastiva dei dialoghi immaginari con "Eminenz", come commentarlo?

Il segretario del papa, poi, è fonte di benevola curiosità e delle ironie salottiere degli italiani nella quale si inscrive la parodia fatta da Fiorello alla radio.
Sostenere che si sia voluto dar voce alle doglianze del santo padre che, a motivo la sua alta missione, non poteva difendersi: è falso, per il semplice fatto che non essendo a conoscenza della cosa non aveva alcuna possibilità di angustiarsene.
Neanche don Georg, interpellato a riguardo da una giornalista che si è camuffata da pia fedele indignata, ha dato segno di aver saputo prima d'allora di quelle parodie.

Forse l'unica cosa buona di questa triste pantomima clericale è stata quella di far sintonizzare su La7 il sedici volte e vieppiù Benedetto per assistere allo spettacolo di un papa che in Vaticano deve fare tutto lui, che ha difficoltà nell'approcciarsi con le folle, ma alcontempo ha un vero desiderio di comunicare con la gente. Di un papa che non capisce perchè i cardinali gli sconsigliano di fare pubblicamente delle costatazioni che a lui invece paiono lapalissiane. E potrà magari anche sorridere al pensiero che alle volte la realtà supera la fantasia.

martedì, novembre 14, 2006

Croce e delizia [2]

Epistola pubblicata dal Foglio addì sabato 11 novembre 2006 in cui "l'orrido" Langone si fa apostolo della Santa Croce.

Ovvero:LA VERA DOTTRINA SPIEGATA ALLE RAGAZZE



Carissima Cristina,
tu sei cristiana e non porti il crocifisso.
Dici che è solo un ornamento e che non vuoi portare Gesù morto in croce come ornamento.
Dici che tutti quei ciondoli con croci di forma strana e materiali troppo preziosi (anche platino) non hanno più niente dell’oggetto religioso. Siccome sei precisina mi fai anche il nome di qualche marchio, Breil, Kris, che però non ho mai sentito nominare (io al massimo conosco Bulgari o Pomellato).
Dici che il crocifisso portato sopra i vestiti è di cattivo gusto. Dici che incastrato fra i seni è volgare.[...]
Ho tenuto per ultima la questione che vorrei risolvere per prima: “Il collo è fatto per essere baciato, la catenina del crocifisso disturba”.

Questa del crocifisso di castità non l’avevo mai sentita, come ti è venuta in mente? Quando ti avrò convinto a portarla, la croce ti proteggerà dai malintenzionati e non frenerà gli slanci degli amanti.
Te lo dice un maschio: in quei momenti cruciali, nella lunga lista degli impicci possibili l’impiccio-catenina proprio non esiste. Mi piacerebbe entrare nei dettagli, spiegarti per filo e per segno quali sono i pensieri, e i timori (anche timori tecnici), che passano nella mente dell’uomo che ti sta baciando sul collo. Tu però sei una donna severa e mi guarderesti con espressione schifata, quindi lascio perdere e torno alla catenina e ai suoi poteri: ad esempio potrà far capire a certi bruti che con te devono comportarsi meglio del loro solito, che sei una brava ragazza e non devi essere buttata dopo l’uso. Non mi sembra un malvagio risultato.

Adesso provo a fugare i dubbi più consistenti:
1) il valore materiale dell’oggetto che scaccerebbe il valore spirituale; 2) l’ostentazione fastidiosa; 3) i cattivi propositi di chi se lo infila tra le tette.

Io porto una croce di pietre dure (quarzo occhio di falco oppure occhio di tigre, non ho mai capito la differenza). Me l’hanno regalata ma anche se l’avessi comperata avrei speso poco. Per aumentare il tasso di francescanesimo, ma anche perché lo ritengo più elegante (sono uomo vanitoso), al posto della catenina uso una cordicella di cuoio di quelle che si comprano dal calzolaio. Detto questo, non mi scandalizzerei per croci e catenine in metallo prezioso. Innanzitutto la questione va ridimensionata: non stiamo parlando di Aston Martin e nemmeno di Porsche Cayenne bensì di piccoli oggetti alla portata del 90 per cento degli italiani.
Sarebbe bello che l’esibizionismo della ricchezza si risolvesse nell’esibizione di ricchi crocifissi. Camminare per strada sarebbe come sfogliare un’edizione Franco Maria Ricci della Lettera ai Galati di San Paolo: “Non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”.[...]
Non confondiamo il cristianesimo col pauperismo, Cristo non ci vuole tutti poveri, ci vuole tutti salvi.
Se la nonna lascia in eredità alla nipote la sua croce d’oro la ragazza deve conservarla come cosa cara e indossarla alla prima occasione: è un tenero ricordo di cui non deve vergognarsi.
E’ anche un modo per obbedire al quarto comandamento, che esorta a rispettare i genitori ma anche a “tributare onore, affetto e riconoscenza ai nonni e agli antenati” (c’è scritto nel Catechismo, non me lo sto inventando io). Tramandare un oggetto è tramandare la memoria delle personeche l’hanno posseduto, è sfidare l’onnipotenza della morte, è religione.
Se la croce della nonna non si discute la croce del gioielliere invece sì: ne sconsiglierei l’acquisto se non altro per non fornire occasioni agli scippatori e agli invidiosi. Comunque quando incontri qualcuno ti invito a notare la croce e non il metallo: cerca di avere uno sguardo da cristiana e non da impiegata del monte dei pegni. Se proprio non riesci fare a meno di indignarti per il platino, o l’oro o il titanio o quello che è, trasforma questo tuo problemino in opportunità: comprati una croce di ferro così da testimoniare la tua fede sobria.

Con questo verbo, testimoniare, arrivo al punto 2: “Il crocifisso portato sopra i vestiti è di cattivo gusto”. Allora portalo sotto, che problema c’è? A parte che il gusto, buono o cattivo, non credo abbia a che fare con l’immortalità dell’anima. E’ molto soggettivo, sottoposto a forti oscillazioni nel tempo. Un anno va il nero, l’altro anno va il bianco. Un’epoca esige l’essenziale, un’altra va pazza per l’orpello. Sono fenomeni a cui bisogna dare il giusto (modesto) peso.[...]

Io sono cristiano perché voglio l’eterno, non mi faccio inchiodare al qui e ora del trendy che domani mattina sarà già modernariato.

Siccome sei cresciuta a Bologna vado a rivedermi il catalogo del bolognese Guido Reni, pittore per esteti.
Com’è giusto che sia i crocifissi abbondano e non c’è Maddalena senza la sua brava croce. Magari non al collo però in mano e di grandi dimensioni, quindi ancora più visibile. La Maddalena penitente conservata a Baltimora porta una croce sottilissima, elegantissima, evidentissima.

Potresti obiettarmi che per quanto ex peccatrice Maddalena è una santa e tu invece sei una donna normale. A maggior ragione: la croce non è un premio da meritarsi, non è una medaglia al valore. Sono proprio i santi quelli che potrebbero farne a meno e siamo esattamente noi, distratti, smemorati, ad averne costante bisogno. Per lungo tempo ho temuto che il mio cattivo comportamento (i vizi a cui sono tanto affezionato) potesse gettare un’ombra sulla croce che porto al collo.
Ho avuto questo cruccio fino a quando non ho letto Angelo Scola, il patriarca di Venezia: “Se io dovessi aspettare di essere perfetto per testimoniare non testimonierei mai. Invece paradossalmente anche il più grande peccatore può testimoniare. Non si comunica se stessi, ma il grande dono ricevuto da Gesù.”

Una rassicurazione definitiva dopo la quale posso soltanto passare al punto 3: la questione molto molto femminile del crocifisso infilato fra le tette.

Sì, il mondo dello spettacolo è pieno di zoccole che usano la croce per valorizzare la scollatura. Non tutto il male viene per nuocere, la zoccolaggine dilagante sugli schermi mi dà l’occasione di citare niente meno che Alessandro Manzoni: “E’ dottrina perpetua della chiesa che si devono detestare gli errori e amare gli erranti.”

Sei una donna cavillosa, Cristina, e mi dirai che mi viene troppo facile di amare le zoccole.

Sì, mi è sempre venuto facilissimo, non è che bisogna soffrire 24 ore su 24 per tutti i giorni che ci sono dati da vivere.
Temo ci sia anche un pizzico di superbia nel non volersi mescolare con le puttane o simili. Frequentarle non è obbligatorio ma non è nemmeno proibito. Gesù lo faceva, abitualmente, e infatti i farisei, razza di vipere ipocrite, non perdevano occasione per criticarlo. Lui non si faceva condizionare e a casa di Simone il Fariseo si fece massaggiare i piedi da una di quelle: “Una peccatrice venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (Vangelo di Luca 7, 37-38, se vuoi puoi andare a controllare).
Simone naturalmente pensò male e Gesù rispose in questo modo: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato.” Dopo una frase del genere, di quelle che bastano per salvare vite e mondi, faccio fatica a continuare ma devo.

Parlavamo delle zoccole crocimunite.
Può darsi che usino il crocifisso al solo scopo di attirare l’attenzione dei maschi ma può anche darsi che non sia così. Credo che parecchie volte si intreccino le due motivazioni: l’orgoglio per le tette e l’affidamento a Cristo (ne hanno molto bisogno, è un duro mestiere, le tette durano poco). Ma siamo sempre nel campo delle ipotesi. Lo sai tu che cosa passa per la testa di queste signorine? Io no. Mi piacerebbe ma non lo so. E allora “in dubio pro reo” come dicevano i latini. [...]



Infine: ammettendo pure che i non tantissimi crocifissi che si vedono per strada siano tutti, nessuno escluso, al collo di baldracche o sataniste, vuoi lasciare a gente simile il monopolio della rappresentazione divina?

Vista la brutta piega che negli anni Settanta stavano prendendo le cose, papa Paolo VI si preoccupò di fissare l’ultima trincea: “Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”. Quel piccolo gregge siamo noi che portiamo la croce in quanto cristiani. E’ intorno al nostro collo che si gioca la validità del famoso versetto del Vangelo di Matteo: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Questo dovrebbe bastarti per farti scattare verso il più vicino chincagliere onde munirti di croce regolamentare. Lo hai già fatto, lo so, me l’hai detto, “per farti un’idea”. Ma non hai trovato nulla.
Non hai trovato nulla perché sei andata nei negozi di articoli religiosi che andrebbero invece chiamati negozi del kitsch religioso. Gli oggetti in vendita sembrano realizzati per indurre ripugnanza e favorire, per reazione, l’eresia iconoclasta.

Bella la tua mail in proposito:
“La ricerca del Crocifisso si sta facendo sempre più ardua e le suore non sono il massimo della simpatia. Vado al negozio di apostolato liturgico in piazza Duomo e la suora mi ripropone le Tau (“NONEEE”) e croci in legno con Gesù in metallo (“La vorrei senza Gesù”). Rimane una crocetta che dovrebbero vendere corredata di lente di ingrandimento.
Esco. Libreria San Paolo, sempre in piazza Duomo. Entro e c’è nell’aria “No woman no cry” (Bob Marley). Mi rivolgo a questo prete che ha la faccia, i capelli e le mani da busone. Aridaje con le Tau in legno e con le crocette microchip. Mi apre la scatolina delle crocette microchip e ne prende una e non vuole darmela in mano (come alle elementari: Te la faccio vedere, ma in mano mia).”


Povera Cristina e povero Cristo!
Gli esponenti del clero in cui ti sei imbattuta richiamano una frase di Pio XII: “La prova che la chiesa è un’opera divina è che neanche gli ecclesiastici sono riusciti a distruggerla.” In particolare le Tau, le croci egiziane a forma di T, mi fanno innervosire. Le ho sempre viste addosso a telepreti in stile Antonio Mazzi, mezzesuore in stile Rosi Bindi, ragazzi smunti che scrivono sui settimanali diocesani, chitarristi beat che ragliano durante la messa domenicale. E’ la croce prediletta da quella deprimente fauna parrocchiale che a me fa uno stranissimo effetto: ogni volta che la sfioro mi prende l’irresistibile voglia di ascoltare heavy metal ad alto volume e partecipare a orge con ragazze indossanti slip di pelle nera.

Ovviamente la croce da portare al collo deve avere la forma della croce su cui venne inchiodato Cristo. Una croce latina, quindi. Qualsiasi altra croce tradisce la realtà, ad esempio quelle croci deformi, curvilinee, quasi aerodinamiche, che si vedono in tante vetrine. “Nell’arte sacra non c’è spazio per l’arbitrarietà. Dalla soggettività non può venire alcuna arte sacra.”
Lo ha scritto il cardinale Ratzinger e chissà a quali serbatoi di pazienza avrà attinto quando, divenuto Papa, ha dovuto parlare al convegno ecclesiale di Verona sotto una grande croce dai braccini corti che al posto di Gesù Cristo mostrava un ectoplasma lattiginoso. Gli oggetti condizionano, eccome, e l’arcivescovo di Milano sotto quella croce rattrappita fece un discorso che le somigliava, rachitico, ingeneroso, un discorso coi braccini corti. Descrisse la chiesa come un club esclusivo, per soli preti e amici dei preti.
Il Papa dovette poi spiegare che è invece un movimento inclusivo, aperto a tutti: è cristiano chiunque sappia che la croce salva l’uomo, e non importa granché se non conosce o non condivide ogni singolo dogma.

Le ultime parole pronunciate da Gesù furono: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Se lui vuole stare con me io voglio stare con lui, portando una croce che mi ricordi sempre e per sempre la sua presenza, seguendo l’esempio di papa Giovanni Paolo II che stringeva spasmodico il crocifisso partecipando malatissimo alla sua ultima via crucis, l’esempio del milione di cristiani (lavoratori indiani, filippini, libanesi, egiziani copti…) che vivono in Arabia Saudita e rischiano ogni giorno di essere picchiati e incarcerati perché quel regime musulmano proibisce severamente anche il possesso di un rosario, l’esempio della signora Nadia Eweida, impiegata della British Airways all’aeroporto londinese di Heathrow, che si è fatta sospendere dal lavoro pur di non strapparsi dal collo la sua piccola croce.

Cristina, per il nome che porti e per i sentimenti che ho conosciuto in te, sono sicuro di non dover aggiungere altro. Che Dio ti benedica.
Camillo

sabato, novembre 11, 2006

visioni private /12

Facendo un giro sull'ottimo Flickr mi sono imbattuto nelle foto delle vacanze romane di una coppietta brasileira.
I due piccioncini carioca si sono accorti -e la cosa parrebbe averli un po stupiti- del proliferare di bandiere arcobaleno per le calli dell'Urbe.

Da un punto di vista schiettamente antropologico è assai interessante notare la reazione di un non italiano di fronte alle bandiere universalmente nota -cioè: nota in tutto l'universo tranne che in Italia- quale simbolo gay la quale sventola su ogni palazzo della capitale della cristianità.
Interessante la didascalia della foto e vieppiù le ipotesi al riguardo del perchè -e a chi- della richiesta di "PACE":
"várias bandeirinhas gays penduradas nas janelas pedindo paz - ou pelo menos uma postura mais tolerante do vaticano em relação aos homossexuais"



Chi ha un po di tempo libero per fare un salto in Brasile per chiarire il qui pro quo?

visioni private /11

Ovvero: Fiction criminale del Cristianesimo


"Contrordine.
Sul più importante canale della più importante rete di servizio pubblico inglese parlare di kamikaze, scherzare sui kamikaze o ironizzare sui kamikaze è possibile.

Sulla Bbc, è possibile produrre una fiction dove si parla di kamikaze, dove tre uomini organizzano un attentato con un aereo, dove con il terrorismo si scherza, si piange, ci si innamora, si uccide, si sorride. La fiction, molto bella, si chiama “Spooks” e va in onda ogni lunedì sera alle ventuno su Bbc One. Si parla di aerei, religione, attentati, dirottamenti.
Nessun problema ma a patto, si capisce, che i terroristi non siano di colore, non siano islamici, non siano gay e non siano, soprattutto, musulmani. Nell’episodio andato in onda lunedì primo novembre, in una scena, l’attore Shaun Dingwall uccide un uomo in preghiera. L’uomo di fronte a lui è un musulmano. Dingwall interpreta la parte di un fondamentalista. Cristiano, ovviamente.

Solo un caso? Non proprio. Poco tempo fa, la stessa fiction, sulla stessa rete, allo stesso orario, aveva fatto di più.
La scena è questa: due terroristi organizzano un attentato con aerei, coltelli, pistole. Dicono ai musulmani, go home, andate a casa, vi taglieremo la testa, vi ammazziamo, andate via, fuori. Poi si schiantano con l’aereo, realizzano un video ma piuttosto che mandarlo su al Jazeera, il video va in onda direttamente sulla Bbc. L’attentato è contro una moschea. La voce di uno degli attentatori dice così: “Desidero informarvi che stiamo per combattere una guerra contro quella ‘religione di pace’ che si chiama islam”. E poi: “Questa è una dichiarazione di guerra, contro l’islam”.

Ora, il discorso è molto semplice. Parlare di kamikaze e parlare di terrorismo eccita, fa audience, piace, non si cambia canale. Alla Bbc, ovviamente, lo sanno. Ma parlare di terrorismo, parlare di kamikaze e parlare di islam eccita sì, ma spaventa pure. Pochi giorni fa il presidente della Bbc, Michael Grade, aveva spiegato che nella sua personalissima interpretazione del significato da dare al multiculturalismo, sarebbe stato preferibile parlare male dei cristiani, piuttosto che parlare male dei musulmani. Questione di sensibilità, spiegava. I musulmani si arrabbiano, quindi meglio non provocarli. I cristiani non si arrabbiano, quindi si possono pure provocare.

Molto semplice: parliamo di terrorismo, ma non parliamo di islam. Ma lo stesso Shaun Dingwall, l’attore che spara al musulmano, aveva spiegato già a febbraio quali erano le sue paure. E se qualcuno taglia la scena in cui il cristiano uccide il musulmano? Che succede, si può? Dingwall non aveva paura di un’eventuale critica cristiana, aveva paura dell’eventuale critica islamica. Nessuna scena è stata cambiata e lunedì è andata in onda la puntata con il cristiano (cattivo) che uccide il musulmano(buono).
Ma parte della comunità musulmana non era comunque contenta.
Pur apprezzando l’originale multiculturalismo della Bbc, c’è chi non ha gradito affatto le critiche che la comunità evangelica inglese ha riservato alla puntata. E così, tra i musulmani, c’è chi ha criticato tutti coloro che si permettevano di criticare.

Sempre sulla Bbc, lo scorso anno (era domenica 9 dicembre), era andato in onda uno spettacolo che si chiama “Jerry Springer - The Opera”. Nello show, c’era un conduttore, Jerry Springer (interpretato da David Soul, l’attore che in “Starsky & Hutch” faceva Hutch) che aveva come ospiti Gesù, Maria, Adamo, Eva e Dio: tutti presi per i fondelli uno per uno. Divertente, ma qualcuno non la prese bene (alla Bbc arrivarono quarantacinquemila lettere di protesta).

Qualcun altro, invece, si poneva una domanda molto semplice: ma la più importante rete di servizio pubblico inglese, la Bbc quand’è che farà una trasmissione, una fiction o una serie tv dove al posto di Gesù, Maria, Adamo, Eva, Dio, o al posto di dirottatori fondamentalisti cristiani (su cui, sia chiaro, scherzare e ridere è ovviamente lecito), ci farà fare anche una bella risata con Maometto, Allah o un imam?
La risposta l’ha data il presidente della Bbc, Michael Grade: mai."
(Claudio Cerasa; Il Foglio; giovedì 9 novembre 2006)

venerdì, novembre 10, 2006

Pro Missa Bene Cantata



Ci eravamo appena risollevati dallo shock per le 95 tesi antipapiste affisse alla porta del duomo di Wittemberg, la vigilia della Festa di Ognissanti, da un integerrimo monaco agostiniano, un asceta tutto zelo per causa di Dio e della sua santa Chiesa -per carità!- che, però, ha provocando profonde e dolorose fratture sia nel modo di credere e sia nelle liturgie dei cristiani.
Eravamo appena riusciti ad ottenere dai cattolici romani una generale accettazioni delle dottrine su cui si fondava la riforma liturgica post-tridentina che, nemmeno dopo cinquecento anni, vediamo apparire sulla scena di questo mondo un vescovo statunitense; consacrato con tanto di mandato della Santa Apostolica Sede come previsto dal Diritto canonico; che parrebbe si sia dato eccessivo zelo per meglio far penetrare lo "spirito della liturgia" nelle anime fedeli del gregge affidatogli da Domineddio!
Infatti, Sua Eccellenza reverendissima Monsignor Tod Brown, sommo pastore del popolo di Dio della diocesi di Orange in California, nel vespro del 31 ottobre, cioè la vigilia della solennità di Tutti i Santi, poichè oggidì la ricorrenza è meglio nota come "la notte di Hallow'en" -come attestano e confermano delle riprese video- ha pensato opportuno presiedere nella parrocchia "Corpus Cristi" di Aliso Viejo, una "Halloween Mass" ovvero la Messa di Halloween.

Il sacro (o dissacrato) rito (e comunque ardito) non poteva che svolgersi che in una parrocchia intitolata al "Corpus Cristi".
Il parroco aveva pubblicizzato l'iniziativa con un volantino dal titolo «Lascia uscire il fanciullino che è in te»:in cui, per l'appunto, si invitavano i parrocchiani ad andare a messa mascherati.
«Per il Giorno di All Hallows i parrocchiani sono invitati a venire alla Messa in costume (sì, bambini ed adulti). Inoltre, famiglie e singoli sono invitati a preparare una zucca Fred O'Lantern da disporre attorno all'altare.

Speciali dolcetti (e pochissimi scherzetti) saranno a disposizione dei giovani, e dei giovani nel cuore, a tutte le Messe. E inoltre, che cominci la domanda su chi o cosa diventerà FKB (Fred K. Bailey, il pastore) alla fine della Messa: io vi amo, voi mi amate.

Anche se certe comunità ecclesiali spaventano i loro membri con sciocche storie su Hallowen che sarebbe un culto del demonio e altre scemenze, noi cattolico-cristiani comprendiamo che All-Hallows è il giorno di tutti i Santi, una celebrazione d'autunno che onora la nostra eredità spirituale. Sicuri della resurrezione di Gesù, siamo capaci di prenderci gioco delle cose che un tempo ci spaventavano. Il nostro Dio non è minacciato da vegetali scavati, anzi si rallegra di una famiglia parrocchiale che si riunisce per adorare, divertirsi e folleggiare».


Ed ecco celebrarsi un "assai divoto" Memoriale del sacrificio eucaristico con un diavolo alle tastiere, una strega che canta il salmo responsoriale, un'altra diavolessa dalla parrucca rosso fuoco a distribuire la comunione.
In fine, quale ulteriore profitto spirituale, i parrocchiani hanno potuto soddisfare la santa curiosità sul mascheramento scelto dal loro "pastore": il parroco si è travestito da cane per dare loro la benedizione del Signore.

sabato, novembre 04, 2006

La [piccola] Peste di Milano



Da un gustoso articolo apparso sul Foglio il giorno d'Ognissanti, parrebbe che il gionalista Marcello Crippa si sia recato incautamente al Convegno Ecclesiale di Verona senza essere padrone della "lingua": ovvero l'ecclesialese! Di tale idioma l'eminentissimo "Dominum Dionisium" Tettamanzi s'è manifestato gran maestro.

Il porporato del Titolo dei santi Ambrogio e Carlo: “registra”, “declina”, “intreccia”, parla del “compito di elaborare”, si rivolge a “categorie di fedeli”.
E Maurizio Crippa sottotitola: Il linguaggio del cardinale Tettamanzi non attinge la realtà e chiama l’applauso facile della cultura sociologica.

"Registriamo una più diffusa ed esplicita consapevolezza della ‘distanza’ (nel senso di estraneità o/e di antitesi) che nel nostro contesto socio-culturale e insieme ecclesiale esiste tra la fede cristiana e la mentalità moderna e contemporanea”.

Registriamola pure questa “distanza”, per carità.
Non si vuole certo far torto al cardinale che sta “declinando il riferimento alla comunione ecclesiale in termini di universalità”, nonché “l’accresciuta ricchezza ecclesiale nella modificata situazione sociale- culturale-ecclesiale”.

Verona, 16 ottobre 2006. Apertura del Convegno ecclesiale nazionale, i decennali stati generali della chiesa italiana.
E’ il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi che parla. L’arcivescovo della più grande arcidiocesi europea e segretario del Comitato preparatore del Convegno, come vent’anni prima lo era stato il suo predecessore sulla cattedra di Ambrogio, Carlo Maria Martini, al Convegno di Loreto.
Sua eminenza Dionigi Tettamanzi parla.
Parla del “compito di elaborare – con un’interpretazione che sappia intrecciare fede e ragione, teoria e prassi, spiritualità e pastoralità, identità e dialogo – una rinnovata figura antropologica sotto il segno della speranza”.

Registrare per registrare, nella platea dei convegnisti si registra qualche sbadiglio, qualche insofferenza. Ma minoritaria. La gran parte dei duemilasettecento delegati appare in sostanziale sintonia con quel linguaggio, col suo modo un po’ circonvoluto, un po’ socio-burocratico di porgere i concetti.
E lo si vedrà nei giorni seguenti, nel tono generale del lavoro dei “gruppi”, dove la comunione ecclesiale è innanzitutto comunanza gergale, un modo di parlare, di definire temi e problemi. E non è solo il cardinale Tettamanzi. E’ il tono caldo e alto della Relazione di Paola Bignardi, campionessa del laicato cattolico ex Azione cattolica, è il tono dei religiosi che si alternano nelle “riflessioni” ai microfoni del salone.
Registrare per registrare, il resto della laica società italiana, e qualche pezzo di chiesa, registrano invece una diffusa sensazione di estraneità, di sordità a quelle parole.

Tettamanzi ammonisce: “Siamo consapevoli che l’essere oggi ‘testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo’ domanda una comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli più compattata e dinamica”.


Che cosa segna la differenza – perché la segna, bisogna avere orecchio e non è necessario aver studiato teologia, ma la segna eccome – tra questa frase e la frase dal contenuto semantico pressoché identico, che Benedetto XVI ha pronunciato sempre a Verona, durante l’omelia della Messa al Bentegodi: “Occorre tornare ad annunciare con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del Cristianesimo”?
Essere testimoni di Gesù Risorto “domanda una comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli”, oppure occorre “annunciare l’evento della morte e risurrezione di Cristo”?
Che differenza c’è tra questi due linguaggi?
Cosa fa sì che l’uomo comune – il famoso “lontano” ma anche magari il semplice battezzato che va a Messa – di fronte a un certo tono ecclesiale faccia fatica, come sbattendo contro un muro, per quanto imbottito, come trovasse un che di respingente, ultimamente di incomprensibile?
Registriamo anche questo. E proviamo a declinare il come e il perché.


Dionigi Tettamanzi è un teologo moralista, professore di seminario e prolifico estensore di testi sulla morale familiare (un “Dizionario di bioetica”, tra gli altri), nonché affidabile goshtwriter dei documenti bioetici firmati da Giovanni Paolo II.
Non proprio un temibile progressista, insomma.
Ma come un vino ben invecchiato e decantato, gli intenditori annusano in un bicchiere di buon Tettamanzi un complesso sedimento di sentori e retrogusti. Più fresco e recente, subito al naso e un po’ superficiale, c’è una fragranza di Sant’Egidio.

L’amore tra il cardinale di Milano e la comunità trasteverina è cosa di questi ultimi anni. In lui i sant’egidini hanno trovato una nuova ala protettrice e un candidato spendibile (prima al Soglio, poi come erede di Ruini) per quanto alla prova dei fatti perdente; in loro il cardinale ha trovato i suggeritori adatti per offrirgli quella proiezione sui temi sociali e internazionali che gli mancava. Quando pronuncia frasi del tipo “una nuova visione e realizzazione della mondialità e della grande questione della giustizia e della pace”; quando dice che le altre religioni non “hanno nulla da temere” dal cristianesimo, sono le bollicine di Trastevere che salgono su a pizzicare il naso. Bisogna anche dire che da tempo Sant’Egidio ha allargato i propri orizzonti, sta stretta nella casella multiculturalista, e il suo leader Andrea Riccardi è giunto a riconoscere l’interesse di certune posizioni laiche in riferimento al cristianesimo. Ma il briefing non dev’essere ancora giunto all’arcivescovado di Milano.

Sant’Egidio è l’essenza odorosa del cardinale. Ma sul palato, per prima cosa, senti sempre un dolce sapore giovanneo, una memoria lontana e padana del buon curato di campagna. Non è neppure questo, però, che fa la struttura.
La stoffa la fa il tecnico della morale, abituato a guardare le cose solo dal punto di vista dell’etica,della conseguenza. Raramente da quello della loro essenza.

Il doverismo del “dobbiamo sforzarci”, del “possiamo e dobbiamo riconoscere”, dello “stile virtuoso della speranza”. Il tutto immerso e stemperato in quel gergo curiale, da apparatnik ecclesiale (non è un atteggiamento solo suo) che è l’aspetto più evidente a occhio nudo, anche ai più inesperti, come il colore rosso del vino: “Connotata dalla tensione escatologica, la comunione ecclesiale può ritrovare l’umiltà e la conversione di fronte alle sue diverse forme di lacerazione”.


Ecclesialese, si dice pure: il linguaggio della chiesa che parla (solo) a se stessa.

Roberto Beretta, giornalista di Avvenire, qualche anno fa ha scritto “Il piccolo ecclesialese illustrato” (ed. Ancora), un gioiellino di pungente ironia che, nella forma del dizionario, smaschera i luoghi comuni e le finzioni prive di contenuto di una koiné, un linguaggio, che s’è impadronito della comunicazione della chiesa. “Nel trentennio in cui la comunicazione ecclesiastica ha abbandonato i suoi canoni secolari per cercare di farsi comprendere meglio dalle persone comuni, sembra che la gente non la capisca più”. Per pigrizia, per pavidità o addirittura per non avere niente da dire, spiega Beretta, che ha appena rincarato la dose con un altro libro puntuto, “Da che pulpito”, in cui si fanno le bucce all’omiletica contemporanea: “Soprattutto c’è un’incapacità di dire, aggravata dal fatto che la chiesa parla troppo, si fanno troppi discorsi e alla fine è quasi normale che prevalga la ripetitività, il formulario che dice poco ma dà l’impressione di aver sondato la massima profondità (anzi adesso si dice ‘altezza’) teologica possibile”.

Fin qui un po’ d’irriverenza. Ma la sempiterna battuta morettiana, “chi parla male, pensa male e vive male”, forse va bene anche per l’ecclesialese, dove “la laurea in sociologia non è necessaria, ma aiuta”.

Nel cattolicesimo c’è un difetto di comunicazione, frutto di automatismo, ma non solo. Soprattutto, sentenzia Beretta, “uno comunica se ha qualcosa da dire”. Giudizio a suo modo definitivo. Così è per Benedetto XVI, che le parole per dire ciò che vuole le trova, sia quando traccia millimetrici solchi dottrinali a difesa della Verità, sia quando a Verona aggira tutte le trappole sociologiche e parla piano e cristallino: “Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza”.
Oppure quando il 6 ottobre scorso, e parlava proprio alla Commissione teologica internazionale, si è trovato a esordire: “Non ho preparato una vera omelia, solo qualche spunto per fare la meditazione”. Per poi cavare la splendida invenzione linguistica: “L’obbedienza alla verità dovrebbe ‘castificare’ la nostra anima”, per spiegare che “parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell’anima”.

Viceversa, nell’ecclesialese spesso prevale – definizione da dizionario – “la riluttanza alla fatica di spiegare (anzitutto a se stessi) le ragioni del credere”.
Da dove nasce dunque non diremo l’afasia – per parlare, si parla – ma l’afonia della chiesa? O almeno di quella che sempre vuole ripartire “dallo spirito del Concilio” e che a Verona si è specchiata di più nel morbido cardinale di Milano che in certe ruvidezze programmatiche del presidente della Cei Camillo Ruini?



Il compianto giornalista Giovanni Fallani – che tra le altre cose fu il primo direttore del Sir, l’agenzia di stampa dei vescovi – iniziò a raccogliere appunti sull’ecclesialese quando, seguendo i lavori del Concilio, per la prima volta sentì parlare di “piano pastorale”. Ne trasse una mirabile vignetta, che ora fa da copertina al “dizionario” di Beretta. Soprattutto, si mise ad appuntare sul taccuino tutta una serie di termini e locuzioni in codice che risultavano incomprensibili a lui (figurarsi ai suoi potenziali lettori) ma su cui i Padri sinodali sembravano intendersi come un sol uomo. Il dubbio che il Concilio Vaticano II sia stato, in qualche modo, anche un prodotto linguistico degli anni Sessanta, è dubbio sommamente irriverente. Ma riaffiora come un sentore asprigno ogni volta che di quell’assise universale si parla nei termini di “difficoltà di un cristianesimo sempre più chiuso in se stesso, lontano dai bisogni e dall’evoluzione della società”, come ancora lunedì [30 ottobre 2006, ndr]ha fatto il professor Giuseppe Alberigo, il Paolo Sarpi del Vaticano II, ricordando il decennale della morte di don Giuseppe Dossetti, “il partigiano del Concilio”, come lo definì il cardinale Léon Joseph Suenens. Del resto, se ci fu un punto su cui i Padri sinodali si spaccarono la testa, ma nella sostanza si trovarono d’accordo, fu che “rivolgersi al mondo profano comporta l’adozione del linguaggio profano, fuori del gergo”. (“Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II”).

Eppure, mai come negli ultimi decenni è brillato nella chiesa il primato della Parola. Assaporando gli aromi più riposti del bouquet di Tettamanzi, se ne trova uno che è un lascito diretto del cardinale Martini, suo predecessore per oltre vent’anni a Milano. Gesuita studioso e ottimo biblista, Martini ha tracciato un solco profondo fatto di “Scuole della Parola” e “lectio divina”, in cui oggi continuano a peregrinare non solo il suo successore, ma anche la gran parte dei fedeli di tutte le diocesi: quelli che in Martini hanno trovato per lungo tempo una sorta di antidoto riflessivo all’irruenza kerygmatica di Giovanni Paolo II.

Il professor Pietro De Marco, docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, prova a scavare più al fondo: “Nel linguaggio della chiesa cattolica c’è stata una lunga penetrazione del linguaggio teologico protestante, non imputabile tanto o solo al Concilio, poi ricaduta a cascata anche sul linguaggio della pastorale e nell’uso comune dei sacerdoti”. E’ come se, a un certo punto, i cattolici avessero trovato maggiore rispondenza in quello stile caldo, moraleggiante e spirituale che è tipico del protestantesimo, non fosse altro perché lì tutto è centrato sulla Parola “letta, pregata, cantata, spiegata”, come scrive il teologo valdese Ermanno Genre.

Spiega De Marco: “E’ uno stile, per esempio, molto aggettivato, per il quale la chiamata di Dio è sempre ‘la chiamata forte’ di Dio, l’impegno è sempre ‘fiducioso’,
la speranza sempre ‘indomita’. E poi zeppo di avverbi, di esortazioni. Molto lontano dal linguaggio cattolico tradizionale, assai meno portato a ‘scaldare i cuori’, sempre più vicino al dogma e all’istituzione che alla morale”.
D’altra parte, riflette De Marco, “il Concilio ha avuto come perno l’idea di una teologia non dogmaticistica, che potesse essere resa comprensibile al mondo attraverso un linguaggio non teoretico”.

Il linguaggio medio della chiesa italiana, quello maggiormente udito a Verona, è frutto di questa lunga deriva. Anche se pochi lo ammettono apertamente, sono in molti oggi a ricordare che persino nei seminari per lungo tempo è stato più naturale leggere i testi del teologo calvinista Karl Barth o di Rudolf Bultmann, il “teologo della demitizzazione”, le cui parole ricascavano poi inevitabilmente nella costruzione dei piani pastorali e persino nella catechesi delle parrocchie. Con la non banale differenza che la parola di un teologo luterano come Dietrich Bonhoeffer aveva un’altra forza e un’altra sostanza: “Non dobbiamo pensare a un cristianesimo che si giustifica davanti al tempo presente, ma a una giustificazione deltempo presente di fronte al messaggio cristiano… Dove il presente si trova davanti alle pretese di Cristo, là è il presente”.
Parole dette negli anni Trenta, che oggi sarebbero giudicate assai poco dialoganti e che probabilmente non avrebbero incontrato l’applauso di un buon numero di delegati veronesi della chiesa del terzo millennio.

E’ un problema di forma e perciò di contenuto.

Quanta differenza passa tra dire che “certo, nessuno di noi può minimamente negare o attenuare l’esistenza dei tantissimi mali, drammi, pericoli crescenti e talvolta inediti dell’attuale momento storico”, e dire invece come Papa Ratzinger: “Nella nostra epoca, nonostante tutti i progressi compiuti, il male non è affatto vinto; anzi, il suo potere sembra rafforzarsi e vengono presto smascherati tutti i tentativi di nasconderlo”?

Da una parte un cristianesimo che esprime senza timore ciò che è, senza porsi il problema preventivo di venire a patti col mondo. Dall’altra, per dirla con Sandro Magister, “una chiesa mite e amichevole con la modernità, silenziosamente mescolata alle forze del progresso, invisibile come ‘lievito nella pasta’, concentrata sullo spirituale e sul primato della coscienza individuale”.
E’ la famosa “kenosis”, “lo svuotamento” – parola che sta superando nella moda ecclesialese persino la “parresìa”, il dovere di parlare chiaro – tanto cara al priore di Bose, Enzo Bianchi, profeta di una “chiesa che ascolti prima di parlare”.

La differenza sta nell’ontologia.
In una certa tendenza di lungo corso da parte della chiesa – di parte della sua gerarchia – a lasciare tra parentesi le questioni ontologiche, guarda caso quelle legate alla ragione: dalla riflessione sul cosmo, tema appassionatamente ratzingeriano, al fatto che “la risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori”, come ha detto il Papa a Verona, tagliando corto con le interpretazioni.

Al contrario, teologi e catechisti si sono arroccati nella difesa dell’etica, nel richiamo spesso stucchevole, quasi mai efficace, non alla fede ma al dover essere della fede.
Il risultato per la chiesa è molto spesso di avvilupparsi in un metalinguaggio – come direbbero i semiologi degli anni Sessanta – che non parla più della realtà (di quel che accade e interessa agli uomini), ma diventa un discorso che fa riferimento ad altri discorsi teologici (nel caso migliore, una riflessione sulle Scritture). Da una parte assumendo a ideale le categorie del politicamente corretto: “Proprio nella chiesa, in una maniera nuova e rinnovatrice, può e deve realizzarsi la comunione più variegata e talvolta più difficile: è, per esemplificare, la comunione tra uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri, studenti e maestri, sani e malati, potenti e deboli, vicini e lontani, cittadini del paese e cittadini del mondo”. Così che, parrocchia che vai, ci si ritrova sempre a discutere di “accoglienza” e di “ascolto”, di “dialogo” e “oblazione”. Di come meglio “riconoscere il volto dell’altro”, che fa sempre molto Lévinas. Dall’altra parte, rispolverando un afflato ottimista che si appoggia, più che sul Concilio, sulla conciliabilità della fede.
Un ritorno allo spirito “volutamente ottimista” del Vaticano II, ha detto Tettamanzi, che “invece di deprimenti diagnosi” seminava “incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia”.

Per il professor De Marco, in fondo il vero problema non sta in che cosa questo linguaggio possa dire: nessuno ci troverà qualcosa di sbagliato, di men che fedele all’ortodossia.
Il vero problema “è che cosa sia impossibilitato a dire. A furia di ottimismo, di accoglienza della diversità, di ‘cammini comuni di conversione’ non si è più in grado di esprimere un contrasto, di dire che una cosa è contraria alla fede o alla chiesa come istituzione.
Ancor più, non puoi parlare della realtà: vediamo benissimo come sia difficile, per i credenti, impostare un dibattito su questioni di interesse pubblico, ad esempio i temi bioetici, basandosi sulla ragione, anziché su un loro risvolto etico”.
Un giorno un superlaico come Enrico Ghezzi ebbe a dire di Giovanni Testori che “il suo supremo coraggio” era stato quello “di usare la parola peccato senza che a nessuno venisse la voglia di ridere”. Testori, al contrario, diceva che quando aveva scritto per il Corriere della Sera i suoi articoli più urticanti sulla condizione della fede nel mondo moderno, “nessun vescovo, nessun cardinale, nessun uomo politico della Democrazia cristiana mi ha contattato”.
Linguaggi, che alla fine mettono in campo concezioni della chiesa assai diverse.

Nel suo elogio di Dossetti, pubblicato su Repubblica lunedì, il professor Alberigo spiega come alla base delle posizioni dossettiane, la punta avanzata del progressismo conciliare, sta “la necessità che la chiesa scelga la ‘povertà culturale’, cioè la rinuncia al potere fondato su illuministiche certezze dottrinali”. Dove il richiamo all’illuminismo e alle certezze razionali della fede non appare per nulla casuale, ma pertinente e centrale nell’attualità del richiamo del Papa all’incontro “tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione” del discorso di Ratisbona. Nonché ai tanti laici che in varia misura si sentono colpiti, perlomeno interessati, dalle parole del Papa professore.
Fosse anche solo perché capiscono quello che dice.

Chi si rifà a Dossetti vuole una chiesa senza “illuministiche certezze dottrinali”, chi ascolta Ratzinger sente parlare di “vero illuminismo”.

giovedì, novembre 02, 2006

Li Mortacci Nostri

Ovvero: "Oriana, o le 120 giornate di Socci"


"Un curioso precedente… Che ci pone una domanda: perché il nostro popolo ha completamente perduto la sua memoria storica? Perché sembra aver tagliato completamente le sue radici? Com’è possibile cancellare secoli di vita, di fede, di dolore dei nostri padri ?

Pier Paolo Pasolini come Oriana Fallaci? Anzi, di più: Pasolini come un precursore della Fallaci?
Non è una provocazione, come parrà alla cultura ufficiale e a quella di sinistra che hanno realizzato per anni una curiosa rimozione. Infatti, proprio lo scrittore e regista friulano (uno dei simboli della Sinistra intellettuale e cinematografica) è l’autore dell’unica (che io sappia) opera teatrale che racconti la tragedia delle popolazioni italiane per secoli massacrate da scorribande musulmane o ridotte in schiavitù, straziate e minacciate di invasione.
I musulmani (nelle loro diverse componenti: arabi, turchi e altro ancora) da quattordici secoli tentano di invadere con gli eserciti l’Europa. Sono arrivati fino ai Pirenei (a Occidente), fino a Vienna (a Oriente) ) e in Sicilia (al Sud), divorandosi Bisanzio e i Balcani (e la Spagna che hanno dominato per quattrocento anni). Per secoli le coste italiane sono state teatro delle razzie islamiche. Non solo la Puglia, ma perfino Roma. Il Friuli poi, terra di confine, ha subito specialmente nel XV secolo atrocità e devastazioni che sono rimaste nella memoria popolare e nella storia.

Pasolini scrive un dramma teatrale di fortissimo impatto emotivo, “I Turcs tal Friul” (I turchi in Friuli), nel 1944, nei mesi dell’occupazione nazista che ricorda ai friulani l’orrore vissuto 500 anni prima. E anche questa equiparazione, che diventerà tipicamente fallaciana, fra oppressione nazista e oppressione musulmana, dovrebbe far rabbrividire la sinistra politically correct. Così come la conseguente analogia operata da Pasolini fra la Resistenza all’occupante nazista e la Resistenza all’invasore islamico.

Ma curiosamente a Sinistra sembra non si sia colto questo “fallacismo” ante-litteram di Pasolini. Lo dimostrano vari episodi. Ecco il più curioso. Proprio nei mesi in cui più infuriava la polemica pacifista e progressista contro la Fallaci, nel 2004, è uscito un disco – pubblicizzato nei siti internet della sinistra più vetero – intitolato “Partigiani! Zuf de Zur” con una copertina che in bianco e nero propone un’immagine della Resistenza. Il disco è addirittura introdotto dal parlato di un vecchio partigiano, Giovanni Paddan, commissario politico della Divisione Garibaldi-Natisone. La raccolta contiene vari canti partigiani, ospita una canzone di Ivan Della Mea tratta dalla lettera di un ragazzo ebreo chiuso in un lager nazista, la voce dell’artista ebreo Moni Ovadia che esegue l’inno della resistenza del ghetto di Vilna e infine Giovanna Marini che interpreta “Madonuta”, un testo di Pier Paolo Pasolini tratto appunto da “I Turcs tal Friul”.

Il disco si conclude con una poesia di Ivan Della Mea “Contro tutte le guerre senza se e senza ma”. Poesia ultrapacifista che suona assai strana fra tutti quegli inni alla resistenza armata e al combattimento. Evidentemente – questa è la filosofia del disco e della Sinistra – l’unica guerra giusta è stata quella al nazismo. E il testo di Pasolini è stato assimilato ai canti partigiani perché considerato solo una metafora della guerra partigiana.

Sennonché l’oppressione islamica non fu affatto una metafora, fu sanguinaria, storicamente devastante e di una efferatezza che non ha eguali.
I turchi occupavano la Bosnia dal 1389 e la Slovenia dal 1415. Le loro bande facevano continue razzie in Friuli per saccheggiare le campagne e catturare contadini da vendere come schiavi. Il 31 ottobre 1477 inizia l’invasione dell’esercito turco. Nei paesi fanno strage di uomini, vecchi e bambini, catturando come schiavi ragazzi e donne. Il 28 settembre 1499 poi 30 mila soldati comandati da Iskander Beg dilagano sulla pianura fra Isonzo e Tagliamento (ma spingendosi fino a Treviso), saccheggiando, stuprando e incendiando città e villaggi. La povera gente contadina fugge nei boschi, ma molti vengono catturati e deportati e circa 25 mila saranno gli uccisi. “Il 4 ottobre” scrive Archimede Bontempi “satura di bottino e di schiavi, l’armata ottomana si accinge a ripassare il Tagliamento, ma il fiume è in piena e non tutti i prigionieri stanno sulle zattere. Iskander Beg ne fa sgozzare più di mille sul greto del fiume”. L’armata poi “travolge la disperata resistenza dei friulani guidati da Simone Nusso, di San Daniele, che finisce impalato”.
Non a caso verrà proprio da questa insanguinata terra friulana il grande Marco d’Aviano – frate cappuccino recentemente portato agli onori degli altari dalla Chiesa – che dette vita alla resistenza cristiana, durante l’assedio di Vienna del 1683. Grazie alla vittoria di Vienna l’Europa fu salva e il protagonista dell’impresa fu Marco d’Aviano. “Senza di lui oggi le italiane, e non solo loro, porterebbero il burqa” dice Renzo Martinelli, regista del film “Il mercante di pietre”, che un Gianfranco Fini conformista e superficiale ha condannato come “becera propaganda” antislamica.

Le indicibili atrocità degli invasori turchi, le migliaia di vittime e di italiani deportati come schiavi, l’incubo lungo alcuni secoli vissuto dalle nostre popolazioni dal Nord fino al Sud, sembra siano state del tutto cancellate dalla nostra memoria collettiva. Anzi, oggi che l’Unione europea (e per prima l’Italia) sta spalancando le porte alla Turchia (70 milioni di musulmani), si pretende di “censurare” non solo le atrocità del lontano passato, ma pure quelle recentissime come il genocidio degli armeni (che i turchi non tollerano venga loro rinfacciato). Nel sito dell’ambasciata turca in Italia si può leggere una surreale conferenza dell’ambasciatore turco in Italia che, l’8 maggio 2003, a Istanbul, racconta la squisita ospitalità ricevuta a Otranto dove nel 1480 i turchi tagliarono la testa agli 800 superstiti maschi dell’assedio. L’ambasciatore prendeva parte come “ospite d’onore” alle cerimonie per i 520 anni di quell’evento e non si è sprecato in parole di condanna, né in scuse. Poi è stato invitato anche in Friuli perché, spiega eufemisticamente, “i nostri avi erano passati anche da questi luoghi”.

Per la verità hanno lasciato un ricordo orrido, ma l’ambasciatore dice trionfalmente che “l’amicizia fra i turchi e gli italiani ha sempre vinto” e condanna coloro che “si sono specializzati a trarre inimicizia dalla storia”.
Ce l’aveva forse con la Fallaci. Naturalmente è meglio non trarre inimicizia dalla storia, purché però la storia non sia censurata e il giudizio sul male compiuto sia chiaro. Così non sembra oggi visto che la Turchia continua a censurare i crimini del passato e il suo premier Erdogan – dopo la conferenza del papa a Ratisbona – è stato il più arrogante nel pretendere le “scuse” del Pontefice, reo di aver citato il Paleologo che ricordava le atrocità delle invasioni musulmane.

L’ambasciatore turco in quella conferenza citò anche l’opera di Pasolini, ma solo en passant. Invece proprio quel testo darebbe un prezioso aiuto al recupero della nostra memoria di popolo. Perché - come scrisse Enzo Siciliano – mette in scena, sul modello della tragedia greca, un’ “epica contadina, istintivamente cristiana” ed è un “elogio della solidarietà comunitaria”.

Insomma dà voce forte e commovente alle antiche radici cristiane del nostro popolo. Le uniche a resistere.
Cristo, pietà del nostro Paese”. Questo è il grido iniziale dell’opera pasoliana.
Il popolo semplice e buono della campagna friulana sente la chiesa come la sua casa e il suo cuore. E sarà la preghiera alla fine che salverà il villaggio di Casarsa, propiziando il miracolo di un uragano che allontana i barbari sanguinari."

mercoledì, novembre 01, 2006

Sonetos Fùnebres IX

"Tutta l'umanità, tutti i popoli e le nazioni sono in cammino, come Israele, nel deserto di questo mondo. Certo, ogni regione del pianeta ha sue caratteristiche di cultura e di civiltà, che la rendono interessante e gradevole. Ciò non toglie che ogni terra resti sempre, da un punto di vista più profondo, un deserto attraverso il quale l'uomo avanza verso la patria promessa, verso la casa del Padre.

In questo pellegrinaggio la guida è Cristo crocifisso e risorto che, mediante la sua morte e la sua risurrezione, conferma costantemente l'orientamento ultimo del cammino umano nella storia.

Di per sé, il deserto di questo mondo è luogo di morte: l'essere umano vi nasce, vi cresce e vi muore. Quante generazioni, nel corso dei secoli, hanno trovato la morte in questo deserto! L'unica eccezione è Cristo. Solo Lui ha vinto la morte e ha rivelato la vita. Solo grazie a Lui coloro che sono morti potranno risorgere, perché Lui soltanto può introdurre l'uomo, attraverso il deserto del tempo, nella terra promessa dell'eternità. Lo ha già fatto con sua Madre; lo farà con tutti coloro che credono in Lui e fanno parte del nuovo Popolo in cammino verso la Patria del Cielo"


Giovanni Paolo II

martedì, ottobre 31, 2006

domenica, ottobre 29, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè [terzo]

Ovvero: Le rivelazioni di suor Lucia Dandini

La fiction Giovanni Paolo I "il sorriso di Dio" è sicuramente una fiction riuscitissima grazie al ciclone di patetismo pietistico che ruota permanentemente intorno all'incontro tra suor Lucia e il Cardinale Albino Luciani avvenuto realmente un anno prima del conclave che lo eleggerà papa:
"Nel 1977 in Portogallo, un anno prima di diventare Papa, Albino Luciani (interpretato da Neri Marcorè) riceve da Suor Lucia (Imma Colomer Marcet), l'unica ancora vivente dei tre pastorelli di Fatima, la profezia del suo straordinario destino.
Suor Lucia, ripercorrendo con lui la sua vita, gli svela la trama di un disegno della Provvidenza. Appena nato Albino sembra non dover sopravvivere, ma quasi inspiegabilmente si riprende, come altre volte gli accadrà sempre senza un'apparente spiegazione. Albino è figlio di una famiglia poverissima. La vocazione al sacerdozio gli nasce in un momento di pericolo estremo, mentre invoca l'aiuto del Signore...
Diventato sacerdote, per Albino l'unico desiderio è quello di diventare parroco del suo paese natale, Canale d'Agordo, ma Monsignor Muccin (Alberto Di Stasio) gli chiede invece di divenire il vice direttore del Seminario Diocesano...
A guerra finita, Albino si interroga sulla sua missione e una malattia polmonare gravissima sembra sottolineare il suo smarrimento e la sua solitudine. Ma in sanatorio Albino ritrova l'amico Tiezzi, divenuto nel frattempo medico, il quale scopre che l'apparente condanna di Albino è il frutto di un errore diagnostico. Anche questo è un segno del cielo, un altro passo nel cammino del giovane Luciani. Albino incontra quasi per caso il Patriarca di Venezia Angelo Roncalli (Claudio Angelini), il futuro papa Giovanni, che apprezzandone le doti lo vuole vescovo."
Etc...

L'espediente narrativo è assai suggestivo e perciò funziona al fine della drammatizzazione, ma la suor Lucia della fiction (Imma Colomer Marcet) non ha nulla che la faccia somigliare alla assai semplice monachella veramente esistita.
Non essendoci stati testimoni presenti al colloquio tra la veggente e il cardinale gli sceneggiatori hanno potuto dare libro sfogo alla fantasia immaginando l'incontro non in un "parlatorio" o comunque in una stanza di un convento (come parrebbe normale a chi conosca anche superficialmente il funzionamento di un monastero di clausura) ma all'interno di una vasta basilica -nel caso concreto Santa Maria della Quercia a Viterbo- dove i ceri accesi che attorniano la veggente, che ovviamente non parla come un comune mortale ma si esprime come se fosse in stato ipnotico, accrescono la suggestione che Albino Marcorè si sia incautamente inoltrati nell'antro della sibilla Cumana.

Avendo presente la profonda quanto popolare devozione di suor Lucia di Fatima, è facile immaginare che nella realtà la monachella si sia prosternata in baciamano, abbia implorato al Principe della Chiesa una pioggia di benedizioni per lei e per le sue consorelle e glia abbia offerto un the con i biscotti fatti con le sue "manine sante". Nella fiction invece la monaca-Pizia, squadrando dall'alto in basso l'incauto mortale, dice di vederlo vestito di bianco e lo sottopone ad una confessione generale da cui emergerà un inesorabile destino già scritto a cui dovrà piegarsi: il pontificato, e un breve pontificato! Dal film si evince inoltre che la veggente gli avrebbe rivelato anche il nome del proprio polacco successore!

La descrizione di un papa che per i 33 giorni del proprio pontificato non fa altro, ogni santo giorno, che ripetere, a chiunque gli capitasse a tiro, la lamentosa litania: "a queto ci penserà chi verrà dopo di me", "di questo se ne occuperà il mio successore" "la cosa verrà portata in porto dal mio successore", non può che lasciare perplessi!

E se proprio si vogliono cercare profezie sulla predestinazione di Luciani al papato, non c'è bisogno di scomodare la Madonna.
Infatti, nonostante il cardinal Luciani andasse dicendo che non c'era "pericolo" che lo facessero papa, i segni del "pericolo imminente" c'erano e non venivano direttamente da Dio stesso ma, più tradizionalmente, tramite il Suo Vicario in terra!
Come racconta la fiction televisiva, tanta era la stima di Paolo VI per il Patriarca di Venezia che nel 1972 volle andare in laguna a dimostrargliela.
Papa Montini era amante dei gesti simbolici. Alla fine di una cerimonia in piazza San Marco, si tolse la stola pontificia, la mostro alla folla, come a voler attrarre l'attenzione dei fedeli su quell'oggetto e poi voltandosi verso il Patriarca Luciani -che non era ancora cardinale- gliela impose sulle spalle.

Altro "fioretto" non raccontato dalla fiction è quello che si svolse mesi prima della morte di Paolo VI, quando ricevette in privata udienza l'episcopato veneto. Alla fine dell'udienza il papa cercò inutilmente il pulsante sotto il bracciolo della propria poltrona per richiamare nella stanza gli altri ecclesiastici non ammessi a quel colloquio riservato ai soli vescovi.
Per togliere dalle ambasce l'ottuagenario papa Montini, il Patriarca di Venezia, che gli era seduto accanto, prese la mano del papa e la guidòsul pulsante. "Adesso sa già dove si trova" gli disse (poco sibillinamente) Paolo VI.

Pertanto, le continue lamentazioni di papa Marcorè verso un Sacro Collegio che non sarebbe stato in grado di capire che il candidato "del cuore" di Paolo VI fosse invece Karol Woytjla, hanno dell'irreale e si muovono in quel filone della profezia post eventum che da Padre Dante in poi parrebbe un cliche obbligatorio quando si metta in scena una commedia che abbia come soggetto cose "divine".



Un aspetto che ha del comico se non avesse del grottesco è quella di immaginare gli ecclesiastici costantemente alla ricerca di divine rivelazioni e bramosi di profezie ultraterrene.
Ecco che poco dopo l'elezione, il nuovo papa Marcorè appena entrato nell'appartamento pontificio, sigillato alla morte di Paolo VI, si veda consegnare da un monsignore una busta tirata fuoti dal casetto di una scrivania.
Di fronte alla perplessità del 'candido' Albino, "Ma come cos'è!" dice il monsignore stupito che papa Marcorè non abbia intuito al volo: "è il terzo segreto di Fatima"!
Che cosa poteva mai essere?
Forse che nel 1978 la Chiesa Cattolica non avesse temi di più scottante attualità da affrontare?

E' assodato che durante i 33 gioni del suo pontificato, Giovanni Paolo I non abbia mai minimamente dimostrato interesse per la terza parte del Segreto di Fatima. Lo stesso Paolo VI, pur avendo letto "il segreto", quando nel 1967 a Fatima incontrò una suor Lucia bramosa di parlargli privatamente, non volle sentire una parola di quello che la veggente intendeva dirgli.


Nonostante tutta la commozione popolare che l'agiografia televisiva di Albino Luciani abbia potuto suscitare, però su questo versante la fiction si è dimostra ben poco educativa dando credito allo stereotipo che le persone "in odore di santità" non siano dei 'poveri cristi' che si sforzino di vivere "in Grazia di Dio" ma che debbono essere sempre e comunque uomini e donne dotati di poteri paranormali:in primis della capacità di prevedere il futuro alla stregua di una qualsiasi cartomante che 'pontifica' dagli schermi delle TV private.

sabato, ottobre 28, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè [secondo]



Nella Fiction religiosa Giovanni Paolo I "Il sorriso di Dio" quale ulteriore sintomo della chiaroveggenza di Papa Luciani sulla brevità del proprio pontificato, e sulla sua intima certezza che a breve gli sarebbe successo Karol Woytjla col nome di Giovanni Paolo II, viene sottolineata l'anomalia della volontà e dell'insistenza con cui al nome di "Giovanni Paolo" venne unito il numero ordinale "Primo".
Come nella fiction spiega al papa Marcorè il monsignore esperto di araldica pontificia - e come nella realtà venne obbiettato a papa Luciani- era un errore chiamare "primo" qualcuno o qualcosa di cui non si ha un "secondo".

Per esempio: quando parliamo della Regina Vittoria, non abbiamo il bisogno di specificare che stiamo parlando di "Vittoria Prima" poichè dopo di lei non ci sono state altre regine d'Inghilterra di nome Vittoria.
Così prima del 1952 quando si parlava della "Regina Elisabetta" si intendeva universalmente riferirsi alla regina inglese vissuta nel 1500.
Solo quando Elisabetta II Winsor salì al trono la figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena cominciò ad essere chiamata "Elisabetta Prima".

Similmente solo dopo che Giovanni XXIII indisse la convocazione del Concilio Vaticano II si cominciò a chiamare "Vaticano Primo" quello che fino a quel momento era "il" Concilio Vaticano "tout court".

Se le cose stanno così allora veramente papa Luciani voleva sottolineare che il suo regno sarebbe durato il tempo di un sorriso?
Voleva profetizzare l'avvento a breve di un Giovanni Paolo II?

La risposta è: NO.
No, perchè l'errata applicazione del numero ordinale in età contemporanea è una abitudine invalsa nel mondo ecclesiastico.
E di questa errata applicazione abbiamo lampanti esempi nelle chiese ortodosse!
Sua santità Atenagora I è stato così sempre chiamato quando era in vita e alla sua morte non è stato eletto nessun Patriarca di Costantinopoli di nome Atenagora "Secondo". Ad Atenagora è successo Demetrio anche lui "primo"! A Demetrio I è successo l'attuale arcivescovo di Costantinopoli universalmente noto col nome di "Bartolomeo Primo" anche se noi tutti ignoriamo se da qui alla fine del mondo ci sarà mai un Bartolomeo II.
Allo stesso modo in Armenia Il patriarca Karekìn "Primo" era così ufficialmente chiamato anche prima che gli succedesse Karekin II.

Quando nel pomeriggio del 26 agosto '78 i tre porporati a capo dei tre Ordini cardinalizi si avvicinarono al seggio del Cardinal Luciani per chiedergli come volesse chiamarsi egli rispose : "Giovanni Paolo"
"Giovanni Paolo Primo" intervenne saccentemente il Cardinale Protoprete Giuseppe Siri.
"Giovanni Paolo I" ripetè Papa Luciani e il Cardinale Protodiacono Pericle Felici annunciò alla folla che il nuovo papa: "sibi nomen imposuit Joannis Pauli Primi" .
Non c'è nessun mistero, quindi.
O forse, dietro alla fretta di aggiungere al nome del papa il numero ordinale -non bisogna dimenticare che il Cardinale Siri fu lo sconfitto di quel conclave e la bandiera dello schieramento conservatore!- possiamo scorgere il timore di una diminutio della "maestà" del ruolo pontificio conseguente alla tendenza a ridimenzionare il ruolo del "Vescovo di Roma" rispetto ai suoi "confratelli" vescovi.
I cattolici si erano ormai fin troppo abituatia a chiamare i papi molto semplicemente "papa Giovanni " e "papa Paolo". Che i fedeli si rivolgessero al Vicario di Cristo chiamandolo familiarmente "Gianpaolo" era, da molti ecclesiastici, considerata una caduta di stile da evitare.

venerdì, ottobre 27, 2006

dei Sepolcri, XV

Sive:
HIC QUIESCUNT UGOLINIS PRINCIPIS O’NEILL OSSA



"C’è una chiesa a Roma che molti non conoscono, quella di S. Pietro in Montorio, in una splendida posizione sul Gianicolo. Il luogo è uno dei più belli della città. La chiesa e le strutture conventuali annesse (oggi “Accademia di Spagna”) devono la propria attuale sistemazione alla presenza dei francescani (dal 1472) e all’interessamento dei re di Spagna Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Non è un luogo frequentatissimo e non sono tanti quelli che, entrati in Chiesa per una visita, hanno l’idea di andare a spostare la guida rossa che copre parte del pavimento. Se lo facessero troverebbero, di fronte all’altar maggiore, le sepolture di quattro “ribelli” irlandesi: Hugh O'Neill, signore di Tyrone (1540-1616), il figlio Hugh, Ruair O’Donnell, signore di Tyrconnell e suo fratello Cathbarr. Figure storiche di notevole importanza per la storia d’Irlanda...

Il 20 Luglio del 1616, si spegneva a Roma l’ultimo di quegli esuli eccellenti, nella sua lingua natale il suo nome era stato: Aodh Mor O’Neill. Colto e poliglotta, convivevano in lui due distinte figure: il capo della propria gente secondo le consuetudini ancestrali dell’Irlanda gaelica e l’umanista rinascimentale, protettore della cultura e delle arti, secondo un modello che proprio in Italia, il paese che infine lo accolse, aveva visto la sua massima espressione. Sulla lapide che indica il luogo della sua sepoltura sono scolpite le seguenti parole: D.O.M. Hic Quiescunt Ugonis Principis O’Neill Ossa."

giovedì, ottobre 26, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè

Ovvero: Le profezie di suor Lucia Dandini



Il Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante la sera del 9 ottobre 2006 in Vaticano ha assistito mitemente ad una versione purgata ed emendata della fiction della Rai sulla vita del Suo predecessore Albino Luciani di santa memoria.
Giovanni Paolo I "Il sorriso di Dio" per la regia di Giorgio Capitani ha avuto per protagonista l'attore comico ed imitatore Neri Marcorè .

L'ennesima fiction religiosa sulla vita dei papi buoni del Novecento è poi andata in onda su Raiuno lunedì 23 e martedì 24 ottobre 2006. E visti i grandissimi ascolti ottenuti dalla fiction su Papa Luciani (10.240.000 e il 37,83% di share), il diretto di Raiuno Fabrizio Del Noce annunzia nobis di avere già chiesto a Raifiction di attivare la realizzazione di una nuova mini serie-evento dedicata a un grande recente pontificato: quello di Paolo VI.
Povero papa Montini!

All'eminentissimo Cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI, però, la visione nell'ennesimo papa buono -sempre quello morto!- è parsa indigesta soprattutto per l'eccessivo e stucchevole e manierato continuo riferimento al terzo segreto di Fatima, tema di cui l'Eminentissimo -quand'era Eccellentissimo- se ne occupò molto e approfonditamente .
Difatti, nell'intervista prontamente rilasciata a Gianni Cardinale apparsa sull'Avvenire del 26 ottobre, il cardinal Bertone ha praticamente demolito il principio e fondamento su cui ruota il melodramma ecclesiastico della trama del film tv: la predizione del pontificato,e di un un breve pontificato (!), che sarebbe stata fatta al cardinal Luciani da suor Lucia Dos Santos nel 1977.

"...Eminenza, qual è il suo giudizio sulla fiction?

Innanzitutto voglio ricordare che il Santo Padre vedendo in anteprima una versione, a dir il vero ridotta, della fiction l'ha giudicato un "bel film", "un interessante lungometraggio" e ha voluto dedicare una "menzione speciale" all'interprete principale. Indubbiamente poi è un fatto positivo che tanta gente si sia messa davanti allo schermo per vedersi raccontata la storia di Albino Luciani. Questo significa che nel popolo italiano c'è molto interesse per le vicende che riguardano la storia religiosa, compresa la vita della Chiesa e dei Papi.

Anche quando sono stati sul soglio di Pietro per solo trentatré giorni…

In effetti questo è veramente straordinario, un pontificato così breve eppure rimasto così impresso nel cuore dei fedeli, praticanti e no, in Italia ma anche fuori della Penisola. E questo perché, come ha ricordato sempre Benedetto XVI alla presentazione della fiction, Papa Luciani è stato una "figura dolce e mite… forte nella fede, fermo nei principi, ma sempre disponibile all'accoglienza e al sorriso", è stato "fedele alla tradizione e aperto al rinnovamento", è stato un "maestro di carità e catecheta appassionato". Particolarmente felice poi nella fiction è l'aspetto riguardante la grande devozione che Luciani nutriva verso la Beata Vergine Maria. E che lo stesso Papa Benedetto XVI ha ricordato citando questa bella frase di Luciani del periodo in cui era patriarca di Venezia: "È impossibile concepire la nostra vita, la vita della Chiesa, senza il Rosario, le feste mariane, i santuari mariani e le immagini della Madonna".

Tutto positivo quindi…

Non proprio.
Anzitutto mi sembra che nella fiction in questione non sia stato messo bene in evidenza il fatto che Papa Luciani pur essendo dolce e mite era anche "forte nella fede", "fermo nei principi" e "fedele alla tradizione". Per questo mi è sembrato sovrabbondante il tempo dedicato a sue presunte aperture su delicate questioni di morale sessuale che comunque sarebbero da datare prima dell'enciclica Humanae Vitae che lui, a quanto mi risulta, appoggiò senza riserve. A questo proposito poi già altri hanno ricordato che il patriarca Luciani sciolse la Fuci veneziana perché si era mostrata favorevole al sì al referendum sul divorzio del 1974, contravvenendo alle indicazioni autoritative della Curia. L'episodio invece non è presente nella fiction.

Tutta la trama della fiction è giocata sull'incontro - a Coimbra - tra Luciani e suor Lucia, in cui l'ultima delle veggenti di Fatima avrebbe profetizzato al patriarca che sarebbe diventato Papa e che il suo pontificato sarebbe stato brevissimo.

È una tesi vecchia ma priva di fondamento.
Ricordo benissimo che il 9 dicembre 2003 mi recai a Coimbra dove celebrai messa per la comunità di Carmelitane, ed ebbi modo di parlare alcune ore con suor Lucia. In quella occasione esaminai con lei i rapporti avuti con Giovanni Paolo I.
L'ho già detto e lo ripeto: suor Lucia, facendomi vedere la panca dove erano seduti e si era svolta la lunga conversazione, mi disse che da parte sua non c'era stata alcuna previsione o preveggenza riguardo ad Albino Luciani. Solo, dopo la partenza del Patriarca, in comunità aveva esclamato: "Se diventasse Papa, non mi dispiacerebbe". D'altra parte anche in una relazione scritta dallo stesso Luciani su quell'incontro non viene fatto alcun cenno a profezie di questo genere.

La seconda puntata della fiction ha raccontato il Conclave che elesse Luciani e i trentatré giorni del pontificato. Che impressioni ne ha avuto?

Paradossalmente la parte forse più fedele della fiction alla pubblicistica sulla figura di Luciani è proprio quella del Conclave. Solo che in questo caso è la stessa pubblicistica a traballare in sé, visto che su quel Conclave notizie certe e documentate non ci sono né ci potrebbero essere.

E la parte dedicata al pontificato?

Capisco che in ogni buon film alla figura del buono si debba sempre contrapporre quella del cattivo o dei cattivi. Ricordo che nella fiction dedicata a Giovanni XXIII questo ruolo ingrato - e non corrispondente alla verità! - era toccato al cardinale Alfredo Ottaviani. E purtroppo anche questa fiction non è sfuggita a tale legge non scritta. E così tra i cattivi abbiamo ritrovato l'immancabile arcivescovo Paul Marcinkus, vari cardinali e un po' tutta la Curia.
Personalmente mi ha colpito il ritratto negativo - e ingiusto!- che è stato fatto del Segretario di Stato dell'epoca, il cardinal Jean Villot, e del mio grande predecessore a Genova, il cardinale Giuseppe Siri. Raccontare la Curia romana all'epoca di Papa Luciani come una congrega di ecclesiastici che non avrebbero avuto null'altro da fare che mettere i bastoni tra le ruote al nuovo Papa mi è sembrato ingiusto nei confronti della Curia, della Chiesa cattolica tutta e anche dello stesso Papa Luciani.

Dulcis in fundo l'inquadratura della tazzina di caffè quasi ad adombrare il sospetto che lì si celasse il segreto della morte prematura del Papa.

Questa francamente mi è sembrata una caduta di stile, che, pur nella libertà di espressione artistica che è e deve essere garantita a tutti, ci poteva essere risparmiata. Lanciare una allusione così pesante, quasi fosse un obbligo di cronaca farlo, mi è sembrato sgradevole. Anche perché non c'è alcun elemento serio e certo che potrebbe portare a quel tipo di conclusione..."


mercoledì, ottobre 25, 2006

Historia Ecclesiastica Anglorum II


Il multiculturalismo che regna nel Regno Unito e la pluralità di religioni che debbono convivere in un contesto democratico sta pian piano facendo emergere nella mente degli inglesi l'idea che in quella che storicamente era e che è la loro religione "di Stato" vi sia un "peccato originale" che nel XXI secolo dovrebbe solo provocare orrore e raccapriccio ad ogni persona sana di mente: La Chiesa Anglicana è stata creata allo scopo di servire il potere politico e non ad Iddio ma al potere mondano è totalmente e devotamente asservita!
Non dovrà sembrare strano, quindi, che la prima cosa che fece Enrico VIII dopo essersi proclamato capo della Chiesa d'Inghilterra, fu il dar ordine di profanare, bruciare e disperdere quel che rimaneva delle ceneri di San Tomas Beket: quell'arcivescovo di Canterbury che, essendo a capo della Chiesa d'Inghilterra, si oppose al proprio re per salvaguardare l'indipendenza della Chiesa dal re e la libertà di obbedire al Papa di Roma.


Il Sunday Time ha rivolto agli inglesi una domanda "illuminista" (come dice William Ward in un articolo sul Foglio di martedì 24 Ottobre 2006):
"E' arrivato il momento che il Regno Unito separi Dio dallo stato? E che diventi, come gli Stati Uniti e la Francia, un paese veramente laico?

Il “pasticcio” – come lo definisce il Sunday Times – sta nelle istituzioni inglesi: c’è un capo di stato, la regina, che è anche capo della chiesa d’Inghilterra, c’è un Parlamento che apre le proprie sedute con una preghiera, c’è la Camera dei Lord, l’unica al mondo, dove 26 vescovi hanno pieno diritto di voto, e c’è un primo ministro che indica alla sovrana i chierici da promuovere.
Un’anomalia accentuata da una radicata tradizione nel sistema scolastico, composto per un terzo da scuole religiose integrate nel sistema pubblico. Un’anomalia che è all’origine di un paradosso: il Regno Unito è uno dei paesi meno religiosi al mondo, dove – nonostante il 72 per cento degli abitanti si dichiari “cristiano” – meno dell’8 per cento della popolazione si reca regolarmente in chiesa.
Come si spiega questa contraddizione?
Gli inglesi sanno che la qualità delle scuole confessionali è più alta di quella registrata nelle scuole pubbliche e sono pronti – scrive il Times – a dichiararsi devoti cristiani pur di offrire ai propri figli un’istruzione di alto livello.

Pragmatismo, tradizione e consuetudini hanno sorretto un sistema finora efficiente. Ora però, nella multiculturale Inghilterra, a proliferare sono anche le scuole islamiche: sette sono nate grazie all’aiuto del Labour e altre 150 sono a caccia di fondi pubblici e chiedono gli stessi privilegi e diritti oggi attribuiti alla stragrande maggioranza delle scuole della chiesa d’Inghilterra. Sono pronti i cittadini inglesi a finanziare con le proprie tasse scuole che i loro figli non potranno mai frequentare e in cui potrebbero crescere e studiare attentatori come quelli del 7 luglio? Non si rischia di trasformare la Gran Bretagna di oggi nell’Irlanda del nord di ieri, dove dalla segregazione nacque la violenza?


Al quesito su una più netta separazione fra fede e stato hanno risposto al Sunday Times alcuni autorevoli esponenti dell’intellighenzia britannica.

Richard Dawkins, darwinista, nel suo “The God Delusion”, divenuto un bestseller, ha lanciato “un attacco a Dio in ogni sua forma” e chiede che la religione non scompaia solo dallo stato ma dall’intera società.
Terry Sanderson, vicepresidente della National Secular Society, aggiunge: “Dobbiamo rendere laiche tutte le istituzioni. Ci vorranno probabilmente intere generazioni, ma dobbiamo fare in modo che diventi difficile che qualsiasi religione conquisti potere”.

Christopher Hitchens, inglese trapiantato negli Usa, che pubblicherà in primavera un libro su questo tema dice al Sunday Times: “Il rapporto fra religione e politica sarà la grande questione per il resto della nostra vita”. Il modello da seguire?
“Quello americano è l’ideale. Perché gli Stati Uniti non sono un paese così religioso come molti pensano. Il rifiuto dello stato di mischiarsi con la religione spinge le religioni stesse a essere più attive, ecco perché assistiamo a volte a un evangelismo aggressivo.
Non sono pigri come in Europa”. Dopo trecento anni, insomma, i rapporti con le comunità musulmane costringono gli inglesi a riaprire il dibattito fra fede e stato.


Come nella pubblicità di una utilitaria “che si crede invece una grande berlina firmata”, la chiesa anglicana, nata in seguito alla diatriba dinastico-strategica fra Enrico VIII e il Vaticano nel Cinquecento, si crede una chiesa alternativa e più evoluta rispetto a quella romana. Ne ha conservato per intero la struttura episcopale e i precetti – i 39 articoli della fondazione sono quasi tutti compatibili con santa romana chiesa – anche se da sempre ha avuto la presunzione di presentarsi come una versione migliore di quella “papista” romana.
L’unica grande differenza è il ruolo riconosciuto al sovrano come capo della chiesa e “difensor fides”, titolo dispensato dal Papa romano all’antenato Enrico VIII prima dello scisma, e tuttora presente nella iconografia reale, e riconoscibile nella sigla “DG” [Gratia Dei] sulla moneta britannica, in seguito al nome della regina Elisabetta. Ed è proprio questa connessione che il Sunday Times ha provato a mettere in discussione in un lungo reportage, ipotizzando che forse è arrivato il momento di laicizzare l’Inghilterra.

Abituata com’è alle tante correnti interne, la proposta non è tra le più sconvolgenti.
La pace interna della chiesa nazionale “eretica” è stata garantita con la creazione di scuole di pensiero diverse, spesso ostili fra di loro, per costituire una realtà variegata. Tanto che spesso si stenta a credere che due parrocchie limitrofe siano della stessa confessione, visto che di “disciplina” non si può parlare.

Ma che ne sarebbe della chiesa se fosse separata dalla regina?

La “High Church” degli anglocattolici (dove spesso addirittura il Pontefice viene nominato insieme con la rivale “usurpatrice” Elisabetta durante le preghiere) è sostanzialmente contraria all’ordinazione del clero femminile (e soprattutto a quella imminente delle “vescovesse”), mentre inarca le sopracciglia durante le diatribe da parte degli esponenti della “Low Church” (evangelici, più vicini alle altre sette protestanti come i metodisti e i battisti, oggi più vicini alla “religious right” americana) sull’ordinazione di un clero apertamente omosessuale.
Oggi, come negli Stati Uniti, è il boom degli evangelici a caratterizzare lo sviluppo della chiesa anglicana, di cui è tipico il successo straordinario dell’“Alpha Course”, un sistema di reclutamento dei non credenti attraverso seminari molto ben strutturati, sul modello delle business school: non a sorpresa, il leader dell’Alpha Course, il Rev. Nicky Gumbel, è un ex manager di famiglia patrizia. Non a caso, rimane la parte della chiesa in maggiore crescita, e ha visto (a sorpresa) la “secolarizzata” capitale “tornare a Dio” in modo assai più spettacolare rispetto alla provincia o alle periferie.

In passato (fino almeno agli anni Sessanta) esisteva un certo pregiudizio sociale che voleva i metodisti, i battisti e i presbiteriani sempre piccolo borghesi, e i cattolici o proletari irlandesi o vecchi aristocratici in via di estinzione, e la buona e l’alta borghesia anglicanissime (il concetto coniato negli anni Cinquanta di “establishment” era per eccellenza di fede anglicana). Ma oggi la vecchia alta borghesia dei grandi college (come lo stesso Gumbel, rampollo di Eton) e quella nuova di creazione thatcheriana tendono a essere “evangelical-charismatic”, molto attive in chiesa la domenica quanto nella City durante la settimana.

La “Broad church” nel mezzo, che evita sia gli “smells and bells” (incenso e campanella) sia le fastidiose emanazioni di melenso zelo evangelico degli “happy clappy” (sarcastica definizione di chi suona la chitarra, sorridendo, durante la funzione, mentre i fedeli battono il ritmo con le mani) rimane maggioritaria nel paese, e soprattutto nelle vaste parrocchie della campagna inglese.

Voce tranquilla e saggia della maggioranza silenziosa, trova nella (peraltro devotissima) sovrana e nelle sue semplici e poco ostentate devozioni un punto di riferimento consolatorio e quasi immutabile.
Se la “papessa” Elisabetta ha problemi teologici con le donne (o gli omosessuali) nel clero, non lo dice mai: lascia tutto alle delibere, spesso concitate, del Sinodo della “sua” chiesa, diviso com’è in tre parti fra la gerarchia vescovile, il clero semplice e i semplici fedeli. I quali discutono del “disestablishment” della chiesa anglicana dalla corona da oltre un secolo, senza mai venirne a capo. Ma cavarsela alla giornata è sempre stata la caratteristica principale degli anglicani, cattolici “light” che si credono il migliore di tutti i mondi spirituali."

mercoledì, ottobre 18, 2006

Rosso Permissivo

Ovvero: "Il tuo è un rosso relativo"



Quando quel genio italico di Tiziano Ferro ad uno dei suoi innumerevoli lieti cantici appose il titolo " Rosso Relativo", io -lo confesso!- reagii con superficialità e indifferenza, trovandolo -nella mia inadeguatezza all'evo moderno- un non sens che solo con un eccesso di benevolenza poteva -e con fatica- essere giustificato dalla figura retorica della Sinestesia.
Il "rosso relativo" in questione (relativo a cosa!?)era la passione amorosa mutevole e fuggevole da vivere all'insegna del "carpe diem" poichè "del diman non v'è certezza".
Mai avrei immaginato che anche nelle metropolitane di Roma si aggirassero persone con recondite velleità poetiche simboliste, per i quali un semaforo rosso non è simbolo e segno e segnale di stop!
No: non è un divieto di transito o se si vuole l'ordine di non muoversi aspettando pazientemente "il verde" cioè quel segnale luminoso che per una convenzione non arbitraria ma fissata addiritura da appositi codici legislativi permette di procedere!

Si, nelle buie gallerie della Metro A di Roma esiste, vive, vegeta e si riproduce (e disgraziatamente qualche volta muore!) il "Rosso Permissivo": ovvero quella particolare tonalità di rosso che -pur apparendo ai profani lo stesso e medesimo segnale di rosso che indica "stop"- per i macchinisti che sfrecciano nelle viscere dell'Urbe è un rosso molto "relativo" che talvolta può essere interpretato qual segno di stop, ma può anche, alla bisogna, significare "Adelante con juicio"; ma anche, come nel caso del treno che alle 9:37 del 17 ottobre 2006 ha investito un altro treno fermo nella stazione di Vittorio Emanuele, un procedere confidando fideisticamente nelle "magnifiche sorti e progressive" di un convoglio metropolitano di ultima generazione che in caso di pericolo, disubbidendo all'ordine del macchinista, avrebbe dovuto bloccarsi da solo (e magari salire la scala mobile, cercare la più vicina cabina telefonica e chiamare il 113).

lunedì, ottobre 16, 2006

In Festo Diva Theresia


La sera di domenica 15 ottobre a Pedara, un piccolo paese in provincia di Catania, un uomo andando a buttare la spazzatura ha sentito un vagito provenire dai pressi del cassonetto: trattavasi, difatti, di una neonata avvolta in una busta di plastica.

Il passante ha aperto la busta di plastica che si trovava per terra, al cui interno c’era ancora anche parte del cordone ombelicale brobabilmente reciso con una lama.
Chiamato prontamente il 112 la bambina è stata soccorsa dai carabinieri della compagnia di Acireale che l'hanno portata all’ospedale Cannizzaro di Catania dove è stata ricoverata nel reparto di Neonatologia.
La bambina è di carnagione chiara, ha occhi e capelli scuri e sembra essere nata poche ore prima del suo ritrovamento. I medici le hanno diagnosticato una vasta ipotermia, ma le sue condizioni generali erano buone.

I carabinieri che l'hanno soccorsa e il personale medico hanno scelto per la piccola il bel nome di Teresa, essendo nata nel giorno della festa liturgica di Santa Teresa d'Avila.
«L’abbiamo chiamata così - spiegano all’ospedale - perchè Santa Teresa l’ha protetta facendola sopravvivere in condizioni igieniche proibitive e climatiche ben difficili».

Magnifichiamo -pertanto- cotale miracolo della Santa madre riformatrice dell'Ordine Carmelitano che ha salvato la neonata dalla nefasta avversità, non consentendo che nel giorno sacro alla di Lei lieta memoria, una cratura nata in quel santo giorno avesse la disgrazia di avere una madre che le dasse nome ispirandosi alle Soap Opera.

domenica, ottobre 15, 2006

Fortezza d'Europa



Ovvero: "Lettere dalla Turchia"

"Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria.
Perché dico questo?
Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, un a piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata.
Il cammino da fare è lungo e non facile.
Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o l’assetto giuridico degli Stati."

Dall'ultima lettera di Don Andrea Santoro

martedì, ottobre 10, 2006

ONOMASTICO [virtuale]


Quando Ci proposero l’apertura di un weblog ,
dovendolo Noi battezzare (ciò s’addice al veritiero padre!), vollimo scegliere di porre questo blog sotto la propiziatrice nomèa di quel Santo Duca, Nostro omonimo, che sempre fu, nella Nostra mente, una delle più eloquenti personalità del “Siglo de oro”.

ParveCi quasi arguto motto che avesse la possanza di catturare i rari viatori tra le fila mediatiche del Nostro aracnide parto, oltrechè palesare la Nostra ironia carezzevole a guisa di cilicio, e auspicando che cotale venerata nomea fosse opportuno ammanto e protezione alle Nostre invettive poco acconce alla sensibilità del secolo.


Cogliamo l’occasione della gloriosa memoria del sullodato patrocinio per porgere fervidi voti a coloro che si degnano benevolmente si abbassare il loro terso sguardo al Nostro inutile blog.

E vieppiù facciamo voti augurali di ogni bene spirituale e temporale a coloro che hanno decretato la 'damnatio memoriae' del nostro link dalle fastose teorie dei dalle Loro Signorie blog preferiti.

In fede (speranza e scarsa carità)
l'umillimo Francisco de Borja

mercoledì, ottobre 04, 2006

about a boy /14

Dalla "antica" Roma per cinque gioni mi recherò presso la "Nuova Roma" affacciata sul Corno d'Oro.
Ammirerò le vestigia della "Grande Chiesa" e della "Sublime Porta".
E spero d'esser degno d'accostarmi piamente al Trono Ecumenico.