martedì, marzo 22, 2005

martedì santo

- Di dove siete voi?
- Spagna
- Beh l'avevo capito, ma di quale parte della Spagna?
- Sevilla
- Siviglia?! - sorrido compiaciuto - Certo: mentre tutti vanno a Siviglia proprio per i riti della settimana santa, voi sivigliani invece...
- E si, stà piena di turisti, sovra tuto italiani.
Però aquì està il Papa... Roma è maravigliosa!
A Siviglia està piovendo mentre aquì en Roma se stà benisimo...
Devo dire però che me mancano le processioni... ma bisogna scegliere, no?


(Io sarei rimasto a Siviglia!)

trigesimo

Alberto Melloni sul Corriere del 21 Marzo fa una recensione su una poderosa biografia di Giuseppe Lazzati – Lazzati. Una sentinella nella notte (1909-1986) - dirigente dell’Azione Cattolica, giornalista, politico, cristiano di grande spiritualità e rettore dell’Università Cattolica di Milano negli anni della contestazione e del quale è aperto il processo di beatificazione.
La sua posizione di cattolico “laico” lo spinse a difendere ciò che la coscienza gli indicavano esser giusto e verace anche se in difformità dalle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche.
Come si direbbe oggidì - ammiccando all’agone politico - un "cristiano adulto" e con tanto di aureola in arrivo!E penso che a Melloni nell'enarrare tutto ciò non sfugga la volontà di proporre velati riferimenti all'odierna cronaca referendaria.

Ma tornando alla storia, Melloni ci edifica con un esempio di cristiana e al contempo laica fortezza avvenuto nel 1975. Nonostante la volontà papale di ridimensionare, se non addirittura di chiudere, un ateneo che sforna ben poche coscienze cattoliche, Lazzati pone una serie di controragioni che fanno colare a picco la proposta vaticana.
Melloni ha una tesi da dimostrare: nel ’75 il papa e la curia, affossando l’Università Cattolica vogliono punire il suo rettore per il suo non allinearsi alla posizione [mentale] della gerarchia riguardo al referendum sul divorzio dell’anno prima. Lazzati, pur contrario al divorzio, non condivideva infatti lo spirito di “reconquista” cattolica con cui si ammantava la campagna referendaria mentre, nella stessa università, il professor Luigi Giussani organizzava i “suoi” studenti di CL a difesa della posizione integrista.

Inizierebbe così presso le alte sfere vaticane l’ascesa irrefrenabile di Comunione e Liberazione, che come segno della benevolenza pontificia “incassa il 23 Marzo 1975, festa delle palme,l’udienza da Paolo VI che legittima atteggiamenti contro i quali Davide Maria Turoldo scrivera sul Corriere della Sera un pezzo di fuoco.”
Sicuramente quella domenica delle palme segnò una svolta nel giudizio di papa Montini sull’esperienza di Comunione e Liberazione, come spessissimo ha ricordato lo stesso Giussani raccontando della vivida inpressione causatagli dalle parole d’incoraggiamento al proprio metodo educativo, rivoltegli da Paolo VI alla fine di quella messa – non udienza – in piazza San Pietro.

Senza timori di smentita, non si trattò di una gioiosa udienza premio concessa ai giessini, ma di uno dei momenti umanamente più tristi del pontificato montiniano. Paolo VI ebbe l’intuizione – straordinariamente sviluppata da Giovanni Paolo II- di fare della domenica delle Palme dell’anno 1975 una giornata della gioventù. Al giubileo dei giovani del 1975 delle organizzazioni giovanili cattoliche invitate a parteciparvi, solo Giussani e i suoi si presentano numerosi, gli altri snobbarono l’evento.

lunedì, marzo 21, 2005

Lunedì Santo






Guapa!



Guapa!




Y guapa!

venerdì, marzo 18, 2005

la "SPARTENZA"

[il Commiato]



Ed ora dove vai, o Gesù mio?

Vado, risponde, a morire per te. Non m’impedire. Questo solo ti cerco e ti raccomando: Quando mi vedrai già morto sulla croce per te, ricordati dell’amore che ti ho portato; ricordatene ed amami.
(S. Alfonso de Liguori)

giovedì, marzo 17, 2005

mercoledì, marzo 16, 2005

generazione ( Aronne ) Piperno

Noi giovani inconcludenti che perdiamo tempo con la vita, mentre i nostri padri all’età nostra avevano già una prole da condurre al fonte battesimale, e da mantenere.
Noi che siamo cresciuti con Lady Oscar; noi che soffriamo da ansie da prestazioni intellettuali, che ci beiamo rimembrando i nostri intimi fallimenti; che come sterile passatempo scribacchiamo per una terapia 'fai da te', ma incapaci di dire qualcosa se non camuffando le nostre e le altrui prosaiche esistenze.
Noi che troviamo essere una delle cose più preziose al mondo la possibilità di passeggiare per le stradine del centro storico imparando a memoria dove si trovano incastonate capitelli di spoglio o le devote madonnelle.
Vittime del “Ghetto style”.
La simpatia beffarda che “er sor marchese” prova per “Aronne Piperno ebanista” mi appartiene un pò; provo nostalgia per santa Francesca Romana e per i suoi miracoli da mamma pasoliniana.


Scendere poi verso il Portico d’Ottavia da dietro Sant’Angelo in Pescheria; passare davanti ad un forno ebraico accanto al tempietto barocco della Madonna del Carmine – acattolicamente restaurato – e ritrovando nella porta tra il forno e l’edicola sacra, l’ingresso del forno da cui il giovane panettiere omicida della “Finestra di Fronte” scappa nella notte dalla parte di piazza Costaguti.



Quello è un film culto per un amante di quegli scorci notturni, e per smorzare la rabbia per non essere ancora riuscito ad individuare dov’è localizzato il famoso “bivio”, decido di sgranocchiare qualcosa ed entro nell’angusta pasticceria dove le due signore sono sempre di una squisita antipatia kosher.

mercoledì, marzo 09, 2005

Ostende Nobis

Dopo le prime notizie sulla tragica morte dell’agente del Sismi Nicola Calipari, ho provato tanta rabbia per la sorte di un uomo da tutti indicato come persona umanamente splendida. Sinceramente pianto da amici e colleghi, ma che soprattutto lascia nello strazio una moglie e due figli adolescenti. Il primo pensiero – di cui non mi vergogno! – è stato: perché non è morta Giuliana Sgrena?
Non ha senso un ragionamento del genere, è ingiusto e irrazionale: potevano morire entrambi, o tutti e tre compreso l’autista, ma veder piangere Pierre Scolari non mi avrebbe certo commosso, come invece vedere le lacrime della vedova Calipari. Probabilmente veder piangere Pierre Scolari non mi avrebbe certo commosso tout court: confesso di non brillare per spirito empatico, e spesso son costretto a dolermene.

Poi ho visto il compagno e i “compagni” di Giuliana Sgrena piangere sincere lacrime per un… poliziotto “borghese” e “fascista”- con tanto di fratello monsignore in Vaticano -, ovviamente nel senso che i termini avevano e avrebbero avuto sulla bocca e sulla penna di una Rossana Rossanda, non sotto l’effetto della gratitudine.
Ma è proprio questa dimensione di gratitudine umana che travolge pregiudizi e steccati ideologici; squarcia muri di diffidenza.

L’affetto e la stima che una persona, che ami e stimi, dimostra verso qualcuno ignoto alla nostra esperienza, la fiducia che egli gli dimostra, ci costringe a stimarlo; non lo conosci ma ti fidi perché non puoi farne a meno, razionalmente non puoi fare a meno di fidarti, perche colui che ami non ti trasmette idee astratte, ma un’esperienza vitale. E se Giuliana si sente segnata da questo evento al contempo di morte e di salvezza, e se il suo compagno ribadisce l’estrema fiducia che aveva per quell’uomo, per la certezza interiore trasmessagli da Calipari che la sua Giuliana sarebbe tornata libera, non può che sentire dolore per la morte di quest’uomo.

Ai solenni funerali di Stato, l’immagine di Pierre Scolari che si accascia piangente sul grembo della vedova dell’uomo che ha dato la vita per la vita della donna che ama, è stata per me di una forza immaginifica impressionante.
Ho visto Scolari inchinarsi davanti ai dolori della donna, quasi che da quel grembo abbia ricevuto una rediviva Giuliana Sgrena. Forse quella bionda signora che ho visto – mentre domenica sono sfilato davanti al feretro del marito - mentre inutilmente cercava di trattenere le lacrime, ha delle risorse interiori cui aggrapparsi mentre invece a dei giornalisti del Manifesto rimarrebbe solo una gelida disperazione.
Cerco di pensare, confortato dalle parole del fratello di Canepari, che questa morte magari possa destare nuove consapevolezze, forse ad una sola persona.

Penso che quell’umile rosario marrone, offertami con grande semplicità all’ingresso della camera ardente, che ho stretto forte nel pugno, e col quale mi sono fatto un segno di croce davanti alla bara di Nicola Calipari, sia segno del suo credere e simbolo del suo agire discreto ma efficace.

Ha detto ai funerali il fratello sacerdote:
“Non si costruisce una società diversa, un mondo veramente migliore, se non si adotta la logica del dono di sé, se ciascuno di noi non è disposto a percorrere la stessa via di Nicola”

domenica, marzo 06, 2005

Dio e Sanremona

Penso che, per motivi incomprensibili (del resto lo dice la Bibbia: “i miei pensieri nono sono i vostri pensieri…” etc), a Dio piaccia il festival di San Remo.
Se c’era una edizione che poteva creare nel pubblico (popolo) italiano disgusto ed avversione per la manifestazione “canora”( cioè “da cani”)era quella del 2005.
Tra papi moribondi, presentatori morti, ostaggi impallinati e commozioni e italici furori di fronte al ritorno di feretri sul suolo patrio;
solo l’intelligente sensibilità di Paolo Bonolis è riuscito far passare la premiazione della 'canzone regina' come l’aulica manifestazione di un cordoglio nazional popolare.

Ad Ambra Angiolini in Renga và il premio di donna dell’anno.
Ella, nel suo cantuccio televisivo,ha trepidato per le sorti dell’uomo suo, e nell’ora della vittoria ha resistito di fronte a chi la pressava per raggiungere al centro della scena il Boccoluto consorte.
Ambra irremovibile nel suo ruolo di femmina devota del suo uomo e padrone,è rimasta nell’ombra, conscia della proria potenza circea di poter trasformare la soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto da un giovane cantante bresciano - che solo alza il pegno della vittoria - nel rancore per il passare alla storia come “il marito di Ambra” che vinse il festival del 2005.
L’ho sempre detto che solo grazie alle donne rimangono unite le famiglie.

E l'osservazione perde qualsiasi vena ironica quando vedi una quarantenne madre di due adolescenti che nel gelo della notte accoglie un marito che non c'è più

venerdì, marzo 04, 2005

Core, core 'ngrato!



- Ma non esistono preti così, col mascellone! Preti così belli, semplicemente non si fanno preti.Ma andiamo! – commenta all’orecchio il navigato mio vicino di poltrona – non è credibile come prete; si vede proprio che Ozpetek non frequenta le parrocchie.
- Beh, è la rappresentazione di come il buon Ferzan s’immagina il prete nelle sue fantasie… - chioso impudente – oh! Ma sempre gli stessi attori.
E ad un tratto penso: ma non c’è la turca? Peccato, trovo che esprima grande umanità, ispira un gran senso di matriarcalità, sarà per questo che Ozpetek l’adora.
L’ho vista a in una puntata di Ballarò in cui si discuteva dell’ingresso della Turchia nell’UE: quel gretto leghista, se l’è “magnato”.
Evvai:c’è pure la mitica cassiera!

Mi rivolgo al mio amico pensando di confidare una stramba sensazione percepita solo da me
- Guarda: la pietà! - si ma ora indugia un po’ troppo… Ma è imbarazzante: Dio mio, ma nemmeno il Gesù di Zeffirelli!
- Ma dov’è qui?
- Rione monti, verso via dei serpenti credo.
- A si, riconosco le salite.
- Zitto,zitto
– faccio io. Mi accorgo che la coppietta seduta davanti si agita infastidita dal chiacchiericcio
- Saranno intellettuali di sinistra.
- Francesco, guarda che, in questa sala, [512 posti] sono tutti di sinistra!
- A!

Scorrono i titoli.È finita!
Non sai che dire di questo nuovo film di Ozpetek. Il mio primo pensiero è che mi sarebbe piaciuto vederlo con Virginia de Leiva per sentire i suoi commenti a caldo, chissà cosa direbbe lei che si rivede ‘Le fate ignoranti’ ogni settimana. Si: no comment.

Ovviamente continuiamo la conversazione intorno al tavolino di un pub...

Lei non interviene, ma alla fine - intuendo che presto o tardi, qualcuno avrebbe potuto “brutalmente” chiederle un parere - con studiata disinvoltura, l’Avventizia del settimo giorno sospira:
Devo dire che mi è molto piaciuto il film che siamo andati a vedere, la settimana scorsa.

E tacque per sempre.

giovedì, marzo 03, 2005

Bertinotti e Liberazione…




...e la Regina mundi






Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, in una intervista a Panorama ammette che la sua professione d’ateismo è in crisi, se non addirittura accantonata definitamene insieme alle matrioske, ai busti di Lenin, le foto di Stalin e gli altri souvenir della Mosca sovietica. Tra i giornali della sua personale rassegna stampa c’è sempre L’Osservatore Romano; accanto all’amicizia di preti (e spretati) progressisti non disdegna la frequentazione dei cardinali; vorrebbe incontrare il papa che stima per la sua opera per la pace nel mondo (ovvero per non allineamento del pontefice alla politica USA), e confessa di “provare – ignazianamente – gusto” nell’assistere alle cerimonie religiose.
Ciò non vuol dire che si sia convertito o mediti l’approdo al “dogma della santa Fede”, ma che con la maturità – non solo dell’età –, con l’affievolirsi delle strumentali contrapposizioni ideologiche, si possa raggiungere la libertà di dare nome a quel desiderio d’infinito e d’eternità che geme silenzioso in fondo al cuore di ogn’uno. Quel sentimento “religioso” connaturato all’essere umano, desiderio di una felicità e di una pienezza al di là del contingente.
Il comunismo voleva in fondo estirpare “scientificamente” la causa dell’ingiustizia, del male, immanentemente individuato nei rapporti di forza economici.
Giustamente spesso si sente dire che il comunismo era una Chiesa non meno dogmatica dell’altra, che richiedeva non meno devozione e ascesi ai suoi fedeli, e che ugualmente prometteva una vita “liberata” dal male (economico) e dalle sue manifestazioni (sovrastrutture!). Inteso in quest’ottica, ben dice Bertinotti che il suo interesse per la dimensione spirituale non è in contrasto con i suoi progetti politici: “Si tratta sempre dell’idea di liberazione”afferma Fausto l’illuminato.
Ma la sua posizione non è considerata “innocente” da coloro che nel suo partito sono cultori dell’ortodossia marxista: il loro partito è pur sempre quello della rifondazione comunista, no?

Ammettere l’esigenza, di una dimensione spirituale, ed ancor più cercare le risposte ignorando il catechismo marxista-leninista, vuol dire relativizzare il comunismo alla “sola” sfera politica-economica, ammettendo che quindi non è l’unica. Bertinotti abbatte involontariamente il tendone del “gran circo Marx-Engels” ammettendo che esistono nell’essere umano modalità d’essere che non trovano appagamento all’ombra della tesi marxista.
Io mi trovo costretto a dar ragione ai leninisti ed ai trotzkisti duri e puri: essi capiscono perfettamente che questo “slittamento metafisico” di Bertinotti implicitamente si pone contro l’impostazione metafisica ( Materialismo storico) di chi definisce il comunismo la vera e “scientifica” soluzione ai problemi dell’umanità.
Spero lo capisca anche Bertinotti che immaginarsi un Marx pacifista che sventola la bandiera arcobaleno indossando il saio francescano ad una manifestazione antiglobalizzazione, è ridicolo. Ridicolo in primis perché Marx sarebbe stato entusiasta della globalizzazione in quanto è la cosa più simile a ciò che venne “profetizzato” nel Manifesto del partito comunista del 1848

Se io fossi il capo di un partito che volesse “rifondare” il comunismo vedrei nell’attuale concentrazione del potere economico in poche mani le basi per una futura rivoluzione del proletariato, che meglio potrebbe riuscire di quella ‘d’Ottobre’. Ma non sarebbe possibile fondare un regime marxista che abolisca la proprietà privata e al contempo lasci libertà di coscienza nelle cose spirituali e del culto? Per i compagni di Bertinotti no: e se lo dicono loro, n’avranno ben d’onde!

Quelli che Karl Marx definisce “economisti classici” - Adam Smith e David Ricardo da cui ricavò le sue previsioni sulla futura rivolta del proletariato -, nell’Inghilterra capitalista del Settecento non hanno alcuna remora a dichiarare che nel processo produttivo borghese il re, la nobiltà e il clero sono solo dei parassiti: non solo sono inutili, poiché improduttivi, ma dannosi perché consumano il capitale che razionalmente sarebbe potuto essere meglio impiegato per ricavarne profitti. Nonostante la palese veridicità di tali affermazioni, lo Stato britannico ritenne che avrebbe potuto prosperare ugualmente pagando le spese del monarca, facendo salvi i privilegi dell’aristocrazia e sovvenzionando la Chiesa Anglicana. Il comunismo invece per “prosperare” deve preventivamente azzerare ogni differenza in nome di un progetto totalizzante in cui non c’è posto per Dio, perché Dio sarebbe la proiezione di quella infelicità umana che il comunismo eliminerà. La fede in Dio è quindi un ostacolo; l’ateismo non è una posizione di coscienza personale ma principio e fondamento necessario del socialismo scientifico. I testi lo dicono, la storia ce lo insegna.
Avendo chiaro questo, se, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, “la bella Signora” era preoccupata degli errori che la Russia avrebbe diffuso nel mondo, la ragione era proprio dovuta a quell’odio inculcato verso un Dio nemico del “popolo”,nemico del bene dell’umanità.
A causa di questo veleno culturale – prima che politico – la Madre di Dio chiese la consacrazione della Russia e del mondo al suo 'cuore immacolato', ovvero ad un cuore che ha piena fiducia nell’amore che Dio ha per l’uomo.

Il trionfo quel cuore di Maria sul boscevismo.


Dopo il solenne atto di affidamento a Maria compiuto dal papa,il 25 marzo 1984 ai piedi dell’immagine della Madonna di Fatima – incoronata ai tempi di Pio XII col significativo titolo di Regina Mundi -, ecco che il 13 maggio successivo, meno di 2 mesi dopo, salta in aria l’arsenale militare di Severomorsk senza il quale è impossibile attuare uno scontro militare con gli Usa, seguì la scelta di Gorbaciov come ultimo estremo e fallito tentativo riformatore, fallitimento firmato l’8 dicembre 1991 – Immacolata Concezione – e conclusosi con l’ammaino della bandiera rossa il successivo 25 dicembre.
Se questo è un messaggio dell'antiumanità cui ha portato l'idolatria della liberazione marxista, beh, questo messaggio è limpido, nonostante ci siano quelli che non vogliono capire o non possono.

lunedì, febbraio 28, 2005

figli di un "Gius" minore


OVVERO: la genesi della Comunità di Sant’Egidio.
IN PRINCIPIO FU CL

[…] il profilo cattolico della comunità di Sant'Egidio resta sfuggente. I suoi percorsi tortuosi. La sua data di nascita ufficiale è il 7 febbraio 1968. Ma a quella data non succede proprio niente di nuovo.
I futuri membri di Sant'Egidio fanno semplicemente parte di un raggio, di una cellula di Gs nel liceo Virgilio di Roma.
Gs è la sigla di Gioventù Studentesca, l'organizzazione fondata da don Luigi Giussani che più tardi, passata la bufera del Sessantotto, prenderà il nome di Comunione e Liberazione. Riccardi vi si era avvicinato negli anni di ginnasio, a Rimini. Dopo di che, tornato a Roma, aveva legato con i ´giessini´ del Virgilio, del Dante, del Mamiani. Tra quei compagni di liceo c'è già il nocciolo duro di Sant'Egidio d'oggi. Ma con loro ci sono anche Rocco Buttiglione e la sua futura moglie Maria Pia Corbò, che rimarranno con don Giussani. Se il gruppone si disfà, tre, quattro anni dopo, è perché se ne va via il prete che l'aveva tenuto assieme, Luigi Iannaccone.
È solo a quel punto, inizio 1972, che Riccardi e i suoi si mettono in proprio. Con astio nei confronti dei fratelli separati di Cl, che infatti spariranno per sempre, anche in memoria, dalle storie autorizzate di Sant'Egidio.[]

24/02/2005 Per la morte di don Giussani
La Comunità di Sant'Egidio si unisce con amicizia ai tanti figli spirituali e a quanti sono addolorati dalla scomparsa di don Luigi Giussani, un uomo e un cristiano vero del Novecento, che si è speso senza riserve per comunicare lo stupore e la novità dell'incontro con Gesù, che ha indicato a tanti la via di cristianesimo vivo e tutto da vivere. Il prof. Andrea Riccardi e mons. Ambrogio Spreafico parteciperanno oggi ai funerali a Milano.


venerdì, febbraio 25, 2005

Ratione Peccati II

Don Giussani […] Allora io proporrei di sospendere il tema che ho dato stamattina e domandarci a bruciapelo: che cos’è per noi il cristianesimo.
[…] Proviamo anche a domandarci quando mai ci siamo posti questa domanda, non come spontaneamente frullata in testa, ma con una volontà sistematica: “sistematica” non nel senso scolastico del termine, ma nel senso vitale del termine, perché la vita è un organismo, è un sistema.
Se lo sentite come un cambiamento un po’ presuntuoso e pesante, ritorniamo al tema di prima. Ma io propongo questo cambiamento perché non mi sembra proprio un cambiamento. Casomai ci aiuterà a saltare dei passaggi inutili, perché a noi non interessa il movimento, per noi, è questa risposta alla vita. …
Forza, entriamo in medias res. Cos’è per noi il cristianesimo?

Intervento Sono stato richiamato a concepire questo luogo come il luogo della presenza del Signore, e quindi della mia verità, e non come luogo di gente che si ritrova perché la pensano tutti alla stessa maniera su un determinato punto. Ho capito che qui dentro, con questi volti, con queste persone, si gioca la mia salvezza.

Don Giussani E allora? Il tuo intervento – si vede che sono un po ottuso – che connessione immediata ha con la domanda che ci siamo posti?

Intervento
La connessione immediata è che è qui dentro…

Don Giussani Ma che cosa è il cristianesimo?

Intervento È la verità della mia vita.

Don Giussani
Tu hai usato anche un’altra parola: la parola “salvezza”.
Soltanto, ragazzi, che dobbiamo sfondare queste parole! Non si capisce una parola, se non in quanto se ne percepisce lo “spessore” – come dite voi -, lo spessore esistenziale. Una parola è come un indice: è un segno, segno di una realtà; un segno, proprio come c’è una freccia… Allora, non si capisce una parola, se non si percepisce la realtà che essa indica.
Per questo la domanda: “Che cos’è il cristianesimo?” è – a mio avviso – la domanda più urgente per noi che diciamo di esserci impegnati con esso. Ma lo è per tutto il mondo se – anche solo come ipotesi – il cristianesimo è inteso come la proposta della storia per una autenticità maggiore del cammino umano e per una sicurezza nei confronti del destino.

Allora della parola “salvezza”, come anche della parola “verità”, bisogna che si rompa l’involucro formale, perché qualsiasi cosa che l’uomo usi tende al formalismo. Qualsiasi rivoluzione e qualsiasi riforma – qualsiasi! – cadono immediatamente nel formalismo, nella standardizzazione, nello schematismo. C’è un peso d’inerzia dentro l’impeto umano per cui la ricchezza di tale impeto viene indirizzata verso la morte, subito! È il peccato originale, si dice.
Il peccato originale è la parola che sembra la più evacuabile dal nostro linguaggio – e, infatti, tanta teologia del postConcilio l’ha evacuata completamente -, perché non sembra, appunto, connettersi con nulla, sembra non coincidere con niente dell’esperienza, non avere aggancio a nessun fatto della vita; così tutto quanto il pensiero moderno la considera astratta e cerca di identificarla tutt’al più con un gap, con la distanza tra quello che l’uomo è e quello che deve essere. Perciò la parola “peccato originale” indicherebbe lo stadio inferiore di una evoluzione: il peccato originale sarebbe l’evoluzione che non è ancora avanti come dovrebbe. Mi spiego?
Invece no! Il peccato originale è un’idea essenziale dell’antropologia cristiana, e indica questo: qualunque sforzo, qualunque iniziativa che l’uomo prenda (intellettuale o pratica, di dottrina o affettiva), esistenzialmente scivola, tende a scivolare verso la morte, verso il formalismo, verso la sclerotizzazione totale.



Forse qualcuno ricorda il paragone che facevo a scuola, quello del filo: se io cammino su un filo a terra, ce la faccio bene. Ma prendete lo stesso filo e tiratelo su di cento metri: non ce la faccio più. Quindi, la capacità teorica, strutturale, di fare così, io ce l’ho, ma se la condizione esistenziale muta, non sono più capace di farlo: se voi me lo tirate su di cento metri, ci vuole un equilibrista.
È un paragone. La dottrina cattolica, del peccato originale dice questo: che l’uomo strutturalmente dovrebbe essere capace di fare certe cose, ma esistenzialmente si trova in una condizione tale – la sua situazione esistenziale - che è incapace di perseguire gli ideali che gli nascono dentro, e l’impeto ideale si corrompe in un rotolare verso la morte, subito!

È impressionante quanto questa idea cristiana, se la si fa agire nella propria esistenza, si riveli comprensiva dell’esistenza stessa.

Se uno non ha ancora sorpreso in se stesso questa corruzione dei suoi ideali più nobili come impeto originale (l’affezione alla donna, l’attenzione all’altro, la compassione per l’altro, la passione per la verità, il fascino che attira l’uomo verso la realtà e il cui volto immediato è la curiosità, il fascino travolgente della curiosità), se uno non ha ancora scoperto in se stesso la corruzione immediata che questi impeti nobili immediatamente assumono (è come se non stessero a galla, come se non riuscissero a stare all’altezza a cui l’impeto ci manda), non è ancora un uomo; è ancora un bambino.

[…]e quanto più uno pretende di crearsi da sé un sistema per correggere tale destinazione amara di quello che di più buono sente nascere in sé, tanto più genera una situazione illusa, che aggrava – alla fine – i termini della questione.
La presunzione dell’uomo di salvarsi da sé è all’origine di tutti i dispotismi, di tutti i terrorismi, di tutte le intolleranze, dalla società alla vita familiare, dalla vita consociata ai rapporti di amicizia.

Al cristiano a cui è stato portato l’annuncio della salvezza, viene tolta la disperazione e rimane questa tristezza illuminata e piena di speranza.


(Tracce Febbraio 2005)

venerdì, febbraio 18, 2005

“ e chinato il capo, spirò”

14 APRILE Lunedì di Pasqua.

La vigilia o l’antivigilia della sua morte, mi sembra fosse il lunedì di Pasqua, le dissi:
<< E allora, suor Marie-Bernard, siete un po’ risuscitata? >>
<< Oh, no, niente.Non conosco alcun sollievo. Il cappellano mi ha detto che il Signore vuolo farmi avere dei meriti fino alla morte. Mi devo rassegnare >>.
(suor Cecilie Pagès)

15 APRILE

Suor Marie-Bernard ebbe, come Gesù la vigilia della sua morte, un’agonia spirituale. Nella notte del lunedì si udiva ripetere più volte le parole:
<< Vattene Satana! >>
Martedì mattina mi disse che il demonio aveva cercato di spaventarla, ma che aveva invocato il santo nome di Gesù è tutto era scomparso.

Il martedì di Pasqua, dopo aver trascorso una notte molto agitata, fece ancora la santa comunione, ma nel corso della mattinata ebbe una crisi di oppressione molto forte. Mi fece chiamare e volle ricevere il sacramento della penitenza.
Poi le applicai l’indulgenza plenaria in articolus mortis.
(abate Fevre)

16 APRILE

La sua morte fu la morte di una santa, la sua pazienza nelle ultime sofferenze fu ammirevole, era felice di lasciare questa vita. Diceva:
<< Sono felice di rivedere la mia mamma del cielo >>.
(suor Gonzague Champy)

Verso le ore 13,30 e le 14
Qualche ora prima di esalare l’ultimo respiro, avendo udito una consorella dirle: << Sorella cara, in questo momento siete sulla croce! >>, ella stese le braccia in croce e un momento dopo esclamò.
<< Gesù mio,oh! Quanto lo amo! >>

Verso le ore 14,15
Un’ora prima della morte…
Bernadette chiese il foglio su cui era la benedizione speciale che papa Pio IX le accordava per l’ora della morte. Le risposero che bastava dirigere l’intenzione, pronunciando con fervore il nome di Gesù. Lo fece.

Verso le ore 14,30
In questo momento cercò di sollevarsi un poco, appoggiando la mano destra sul bracciolo della poltrona, alzò gli occhi al cielo e portò la sinistra alla fronte; i suoi occhi avevano un’espressione che colpiva, e rimasero alcuni istanti come fissi su un punto: i lineamenti esprimevano calma serenità e al tempo stesso una gravità melanconica. Allora, con un tono di voce indefinibile, che rivelava più la sorpresa che il dolore, uscì in questa triplice esclamazione:
<< Oh!, Oh!, Oh! >>
E tutto il corpo era scosso da un fremito.

Lasciò cadere lentamente la mano tremante sul cuore; abbasso gli occhi con voce ben chiara pronunciò affettuosamente queste parole:
<< Mio Dio, vi amo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze >>.
(abate Febbre)



Verso le tre del pomeriggio, la malata sembrava in preda alle torture di una sofferenza interiore inesprimibile.
Le sorelle infermiere, allarmate, si affrettano a prendere dell’acqua benedetta, ne aspergono più volte sulla morente e le suggeriscono pie invocazioni. La malata afferra il suo crocifisso, lo contempla un istante con amore, poi bacia lentamente, una a una,le ferite del Cristo.

Nello stesso momento suor X entra in infermeria e si avvicina alla morente che sembrava assorta nella contemplazione del suo crocifisso. A un tratto alza la testa, tende le braccia verso suor X, e fissando su di lei uno sguardo indefinibile, le dice:
<< Mia cara Sorella, perdonatemi… pregate per me… pregate per me >>.
Suor X e le due infermiere cadono in ginocchio per pregare. L’ammalata si unisce alle loro invocazioni che ripete a bassa voce.
Poi si raccoglie qualche istante, con la testa inclinata dalla parte della suora infermiera alla sua sinistra, e con un’espressione di dolore e di supremo abbandono alza gli occhi al cielo, stende le braccia in croce e getta un forte grido:
<< Dio mio! >>

Un fremito involontario,misto di rispetto e di paura si impadronisce delle tre religiose inginocchiate. Una di loro sosteneva le braccia della morente che le teneva ancora stese.
Infine, le lascia ricadere e si unisce nuovamente alle preghiere delle consorelle.

A queste parole dell’Ave Maria: “ Santa Maria, Madre di Dio” la morentesi rianima e con un accento tutto penetrato, che rivelava in questo momento supremo la sua profonda umiltà e la sua filiale fiducia nella Vergine Immacolata, ripete per due volte:
<< Santa Maria, madre di Dio, pregate per me, povera peccatrice >>.

La morte si avvicina.

Una lotta tremenda sembrava scatenarsi ancora in questa anima innocente e privilegiata, a cui senza dubbio Dio voleva donare qualche nuovo tratto di somiglianza con il nostro divino Salvatore mentre spirava sulla croce.

Qualche istante dopo la malata, con un gesto espressivo, chiede da bere; fa un grande segno di croce, afferra il recipiente con la bevanda fortificante che le è offerta, ne assume a due riprese qualche goccia e, reclinando la testa, rende dolcemente la sua anima verginale al Creatore, mentre le sue compagne ripetevano questa invocazione: << Gesù, Maria, Giuseppe, abbiate pietà di lei, proteggetela >>. Esse avevano esaudito , senza saperlo, un desiderio di suor Marie-Bernard, che aveva chiesto la grazia di morire ripetendo i dolci nomi di Gesù, Maria e Giuseppe.
(suor Nathalie Portat)

Bernadette Soubirous muore alle tre e un quarto del pomeriggio il mercoledì di Pasqua, 16 aprile 1879.

“Mio Dio…”
“Ho sete…”
“Erano le tre del pomeriggio”


“ e chinato il capo spirò”

giovedì, febbraio 17, 2005

Parigi val bene una messa melchita!



Se devo essere sincero, le CITY BOOK che il Corriere della Sera allega settimanalmente mi hanno lasciato perplesso. Una brutta copia delle guide illustrate Mondadori, le cui uniche qualità sono gli stradari e le visioni dall’alto di piazze monumentali e sezioni di cattedrali trafitte da freccette che indicano dov’è posizionato il tal monumento, senza spiegarti più di tanto di che si tratta, cosa rappresenti, chi sono gli artisti che vi hanno lavorato: il tipico strumento utile per orientarsi ai giapponesi e a chi ne vuol emulare gli eroici furori turistici. Ovvero per tutti coloro che; dopo aver speso i propri soldi per recarsi in una grande capitale culturale; trovano grande godimento nel controllare che la tal statua o la pala d’altare si trovi nel posto indicato, dopodiché, con la coscienza di aver arricchito il proprio bagaglio culturale, non curandosi di tutte le altre opere d’arte (perché non potrò mai credere che dentro Notre Dame a Parigi ci siano solo 10 cose da vedere!), si corre alla prossima meta turistica imperdibile: chiesa medievale o pasticceria, fa lo stesso.

La mia pluriennale esperienza romana è costellata di tristi immagini di turisti che entrati un po’ guardinghi nelle grandi e decoratissime chiese barocche del centro - e senza dover sborsare un soldo! - si fermano in fondo, dando un ampio sguardo d’insieme ed uscendo furtivamente.
La mia teoria era che, probabilmente, quelli erano di cultura protestante ed avendo il timore che dal fare o dal non fare qualcosa, un inquisitore appostato dietro una colonna, scoprisse che i nuovi arrivati non erano cattolici ma eretici, li scacciasse minacciando di consegnarli al braccio secolare. Ma dopo aver sbirciata la city book di Praga e Parigi credo di capire meglio il comportamento di tanti turisti “ignoranti” quali bellezze artistiche si nascondano dietro un laconico “decorazione barocca".

Una chicca eloquente di sciatteria turistica la trovo nella city book di Parigi:
St Julien le Pauvre

Almeno tre santi possono essere considerati patroni di questa chiesa, ma il più probabile è San Giuliano Ospitaliere. La chiesa, insieme a quella di St-Germen-des-Pres, è una delle più antiche di Parigi e venne costruita tra il 1165 e il 1220. Le riunioni ufficiali dell’università si svolsero fino al 1524, allorché una protesta studentesca provocò tali danni che il parlamento le proibì.
Dal 1889 vi si ufficiano sevizi religiosi in rito cattolico melchita, una setta greco-ortodossa.
Oggi la chiesa ospita concerti di musica da camera e sacra.”

Precisando che per individuare a che santo è dedicata una chiesa, quando - ahinoi! - sul calendario ci sono più santi omonimi, si può indubbiamente ricorrere a degli strumenti più scientifici di “ambarabàciccìcoccò”; trovo vergognoso che il clero melchita del patriarcato greco-cattolico d’Antiochia, sia definito una setta!
E non credo che si tratti di un problema di semplificazione o di traduzione letterale perché dai miei seppur scarsi contatti con dei francofoni, è emerso chiaramente che nella lingua di Voltaire l’accostamento setta- religione non suona affatto neutro.

lunedì, febbraio 14, 2005

Portate in cielo tutte le anime...

...e specialmente le più bisognose della Vostra Misericordia.

Termina cosi la giagulatoria che a Fatima la "bella Signora" chiese di recitare, ai tre pastorelli, alla fine di ogni decina del rosario.
Suor Lucia del Cuore Immacolato mentre, pur da tempo debilitata, si preparava con le consorelle ad iniziare gli esercizi spirituali con la "visione" di the Passion, è morta.


Quando la Signora annunciò ai suoi cuginetti Francisco e Jacinta che presto sarebbero volati in cielo, la piccola Lucia si rattristò un poco perché,come disse l’Apparizione, sarebbe dovuta vivere un altro pò, allo scopo di diffondere la devozione al Cuore Immacolato di Maria: mi ha procurato sempre grande costernazione quanto nella realtà terrena fosse dilatato quel “ancora un poco” detto dalla Madonna.
E dopo quasi 80 anni di vita passata in convento, dopo 88 anni dalle apparizioni della bianca signora che si manifestava ad ogni giorno 13 del mese,dal Maggio all'Ottobre 1917,ecco che quel "poco" si è compiuto:il 13 del mese di febbraio 2005.
Questo è il sigillo!
La firma che Dio ha voluto porre ad una vicenda che dal 13 maggio '17 passa per il 13 maggio '81?

"Allora Giacobbe si svegliò dal sogno e disse: << È certo che il Signore è in questo luogo ed io non lo sapevo. >> Ebbe timore e disse: << Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo.>> (Gn28,16-17)"

Signore: vedi come è freddo questo mio cuore? Il pensiero della firma che hai apposto sull'ultimo respiro della pastorella della Cova d'Iria, dovrebbe con "timore e tremore" darmi maggior consapevolezza della tua presenza nella vita di ogni tuo figlio! Ma il mio cuore distratto, tu vedi come fugge davanti agli amorosi segni della tua provvidenza!

Penso alla vecchia suor Lucia e ripenso a mia nonna, con tra le mani un rosario dai grani neri, che ripeteva con un tono di voce che esprimeva il sentimento di grande familiarità verso il Redentore: Gesù mio, perdona le noste colpe! Preservaci dal fuoco dell'inferno! Portate in cielo tutte le anime...specialmente le più bisognose della Vostra Misericordia.

sabato, febbraio 12, 2005

Tristitia Christi


Dice il Saggio:
"Lo tsunami non è un castigo di Dio e il card(n)in(v)al Lehmann non è un pagliaccio."

giovedì, febbraio 10, 2005

Simpatico umorista/5

- Scusate! - io e Virginia de Leiva ci mettiamo sull’attenti, e sorridiamo deferenti – Scusate… L’ultima informazione, poi non vi disturbo più.
- Non si preoccupi: è il nostro servizio. Prego, mi dica.
- Quell’affresco…Vede tutti quei punti rossi?
- Vuol dire le piaghe?- pausa - Quelle sono le ferite della flagellazione.
- Ah sii?- pausa ed imbarazzo - Non mi era mai capitato di vedere un’immagine simile… Io avevo pensato che potessero avere un qualche significato simbolico…
- Assolutamente no! Quelle sono le pi-a-ghe della flagellazione.
E mentre cerco di scandire le parole, con la mano destra mimo di colpirmi ripetutamente le spalle con una frusta.
Il mio interlocutore sembra sul punto di convincersi che anche nei secoli passati si avevano notizie della passione di Cristo.
- Mel Gibson non ha inventato nulla.
Aggiungo per mettere una pietra tombale su ulteriori domande del gentile interlocutore: e ci riesco.
Scuotendo desolata il capo, interviene Virginia, che cercando lo sguardo del visitatore curioso, tenta di tranquillizzarlo sul mio conto:
<< È che cerca di essere spiritoso ma non ci riesce!>>.

mercoledì, febbraio 09, 2005

<< Orandum est, flectuis genuis, ut non sit Conclave nefastus Ecclesiae Universae. >>


Tre giorni dopo il ricovero del papa al policlinico Gemelli, le ferme rassicurazioni sul miglioramento delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II, hanno indotto i corrispondenti di France 2 ad intervistare un prete polacco che - a pochi metri da piazza San Pietro - cura la promozione in Italia del cracoviano culto alla Divina Misericordia, chiedendogli se – lui e chi per lui: i preti? I polacchi? Bo? - credeva veramente che il papa se la sarebbe cavata come rassicuravano laconicamente i bollettini della sala stampa vaticana.
Il monsignore ha risposto, senza indugio, che sicuramente il Santo Padre sarebbe guarito e sarebbe tornato in Vaticano, perché ci sono tanti fedeli che hanno una infinita fiducia nella Misericordia di Dio, e con questi sentimenti si sono rivolti al Signore chiedendogli questa grazia. Gesù Misericordioso non può non ascoltare chi lo invoca sicuro del potere della Sua Misericordia Divina;
commentava con bonario cipiglio il propagatore della devozione più cara al cuore del papa polacco.
Sicuramente i giornalisti avranno sghignazzato sotto i baffi, compiaciuti nell’aver registrato un capo d’opera d’integralismo cattolico.

Il papa ricoverato concelebra tutti i giorni la messa del suo segretario, e prega.
Probabilmente prega per poter sopportare questa croce, e prega affinché i cattolici riescano a capire il motivo per cui lui non pensa sia giunto il tempo delle possibili dimissioni.
Scrive Giovanni XXIII nel Giornale dell’anima: << … la coscienza del Papa che si sente investito della presenza, della grazia, della luce di Cristo ed a lui si affida in tutto, pensieri ed operazioni, nelle molteplici espressioni della sua attività apostolica. Basta la cura del presente (…) Il Vicario di Cristo sa che cosa il Cristo vuole da lui (…). Regola fondamentale della condotta del Papa è questa di accontentarsi sempre del suo stato presente, e di non imbarazzarsi del futuro, aspettandolo invece dal Signore, senza farci sopra conti o provvedimenti umani, e guardandosi persino dal parlarne con sicurezza e con facilità con chicchessia. >>

Il papa prega affinché sia compresa la sua profonda convinzione che la Chiesa non si governa con criteri umani, e che se si acclama il Vicario di Cristo nell’andare per il mondo predicatore girovago come il Nazareno, non ci si può dimenticare che colui di cui Giovanni Paolo II si considera rappresentante finì il suo peregrinare inchiodato, impossibilitato a parlare, immobilizzato dalla sofferenza: solo nell’immobilità della croce diede un valore immortale alla propria parola.

Il papa prega affinché gli stessi Eminentissimi non si scandalizzino nel vederlo immobilizzato sul Calvario della sua vecchiaia.
Prega affinché nel nostro guardare all’estrema fragilità fisica del “dolce Cristo in terra”, ci venga concesso dalla Misericordia di Dio di scorgere l’intangibile pulchitudine di un’anima che si è ormai abbandonata fiduciosamente alla volontà di un Dio che chiede la crocifissione di colui che 25 anni fa chiamavamo con compiacimento “l’atleta di Dio”.

Giovanni Paolo II è chiamato giorno per giorno ad accettare questa “estrema Sapienza” che Maria Vergine, pur essendo vissuta costantemente unita alla volontà divina, dovette comunque imparare sul Golgota: accettare la croce di Cristo.


C’è il dito di Dio nel faticoso tramonto di Giovanni PaoloII?
C’è forse una misteriosa misericordia in questa mesta transizione di un pontificato?
C’è forse un progetto di purificazione delle coscienze distratte dalla basilare dimensione ultraterrena che a parole il credente professa?

Dopo il Giubileo, mancandogli sempre più le forze, Giovanni Paolo II ha concentrato la sua azione pontificia nel richiamo alla presa di coscienza del primato della vita interiore, della realtà soprannaturale, e quindi il richiamo al cristiano della necessità di vivere nella dimensione della preghiera. Lo sforzo di creare un clima generalizzato di preghiera lo ha spinto a formulare 5 nuovi misteri del Rosario e ad indire un anno del Rosario al fine di implorare da Dio, per intercessione di Maria, il dono della pace. Dopo aver scritto una enciclica sull’importanza del culto eucaristico - quindi nella fede della reale presenza di Cristo nell’ostia consacrata - di fronte alla superficiale e distratta reazione, in primis del clero, ha pubblicato un ulteriore documento sull’Eucaristia, indicendo un “anno eucaristico”. Il fatto che l’anno del Rosario abbia coinciso col suo venticinquesimo di pontificato, e che allo stesso modo l’anno dell’Eucaristia è iniziato anch’esso ad ottobre, nell’anniversario della sua elezione e di conseguenza si concluderà anche nell’ottobre 2005, denota la volontà del pontefice di sacralizzare il tempo, di vivere liturgicamente il resto della sua vita, come se questa sua estrema vecchiaia sia da lui vissuta come una di quelle famose, lunghe, e sofferte messe che padre Pio da Pietralcina celebrava con la certa consapevolezza della dimensione soprannaturale di ogni gesto e di ogni parola prescritti dal sacro rito.

In grandi settori della cattolicità c’è, seppur sommersa, il desiderio di chiudere al più presto la pagina Wojtila, anelando ad un papa “giovane” che possa vigorosamente governare la Chiesa: forse che l’estrema vecchiaia di Giovanni Paolo II debba essere una spada che, si, trafigge lui, ma“affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”? (Lc:2,35)

Passando sopra al fatto che, disquisire sulla necessità di un papa vigoroso, è un argomentare poco cristiano, un simile ragionamento è umanamente molto ingenuo: l’empatia e la sensibilità umana, la fine intelligenza, e la santità personale, non sono di tutti i papi.

Questo tempo dovrebbe servire alla Chiesa intera, che con somma pena contempla il suo fragile pastore, e agli eminentissimi Padri in particolare, ad interrogarsi su quali debbano essere le peculiarità che rendono degno un successore di Pietro, oltre alla capacità di parlare dieci lingue visto che alla fine questa capacità, quasi prodigiosa, può estinguessi miseramente.

Come scriveva il cardinal Roncalli nel suo diario intimo, dopo aver assistito alla sepoltura, in triplice cassa, delle spoglie di Pio XII:

Bisogna pregare a ginocchia piegate affinché il conclave non sia nefasto alla Chiesa universale.”

Giovanni Paolo II, penso che abbia già cominciato ad invocare la Misericordia di Dio su quella gran porzione della Chiesa che di tutto il peso del suo cuore non si avvede:
<< Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? >> (Mt:26,40)

sabato, febbraio 05, 2005

Lascia ch'io pianga...ancora



Preghierina:
Signore,
s’ignora la tua imperscrutabile volontà!
Ma credo che i commentatori di Shangri-Là ignorino pure che è di cattivo gusto il commentare un POST commemorante un lutto.

Grazie perché mi dai lume di scrivere cose incommentabili!
E così sia.

mercoledì, febbraio 02, 2005

martedì, febbraio 01, 2005

Simpatico umorista/4



Stavo ad una simpatica cena tra pochi intimi (non sono un prodotto per le masse!) e rispondendo ad una mia battuta, insinuante una possibile venalità del mio interlocutore, lui sorridendo ribatte:
- Ah! Non parlare di soldi con me! Ah!Ah! Tu solleciti le mie origini livornesi!
- Ah si? Livornese come Aldo Montano?
Rispondo io, ammiccante al gossip.

Il mio scelto uditorio si fa presto serio e corrucciato.
Si guardano in faccia cercando soccorso nello sguardo altrui, finalmente il mio interlocutore ,prende il coraggio a due mani e, facendosi voce del turbamento generale, chiede:
-Montano chi?. [Ops!]
-Nessuno…nessuno…Vabbe, veniamo ad argomenti più importanti. Dunque…
Che bello! Penso tra me e me: frequento proprio delle personcine cosi …
“a modo”…

venerdì, gennaio 28, 2005

In Festo Divi Thomae Aquinatis

OVVERO: PACATA ESPOSIZIONE AI NEOFITI,DEI BASILARI“RODIMENTI” DEL CATTOLICESIMO.

Pur avendo la nomea d’essere un fiero controriformato, sostengo altresì l’importanza della libertà religiosa.
Ogni uomo deve essere libero di aderire o meno a quei valori, ideali e speranze che la propria coscienza gli indica essere giusti e veraci. È da noi considerata alta conquista della dignità umana, quella libertà di astenersi o meno dal professare un culto nei confronti del Numinoso, che i regimi democratici ci garantiscono.

Or bene.Se un uomo – con tanto di profilassi democratica – ritenendo di essere bisognoso dell’“eterna salute delle anime”, abbraccia la Fede Cattolica; poiché la ritiene strumento della incorporazione a Gesù Cristo: “presso il quale abbondante è la redenzione”; è obbligato – dalla coscienza - ad aderire, in tutto, a quello che “Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere”.

Che cosa è la fede? Dice il più grande genio del secondo millennio che << Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà - mossa da Dio per mezzo della grazia - da il proprio consenso alla verità divina. >>

La fede è una virtù “teologale”, cioè che ha per oggetto Dio; il credere in Lui, credere in quello che ha rivelato. Quindi, implicitamente, si accetta la possibilità stessa che esistano canali di comunicazione tra il divino e l’umano, ed altresì accettare che ci siano delle “cose” a cui noi non avremmo mai pensato lontanamente e che sappiamo invece perché Dio stesso ce le ha volute rivelare: i misteri della fede.
“ Dobbiamo credere i misteri, perché li ha rivelati Iddio, il quale essendo Verità e Bontà infinita, non può ne ingannarsi ne ingannare” (Catechismo di S.PioX n871)
Tali “misteri della fede” quali: l’unità e trinità di Dio; l’incarnazione della seconda persona della santissima Trinità e sua conseguente morte e resurrezione; il battesimo “per la remissione dei peccati”; “la risurrezione della carne” e “la vita eterna”; sono l’oggetto della fede e in tale campo non c’è alcuna democrazia!

(Mi permetto - per inciso - una piccata osservazione: non capisco come non provino almeno un leggero imbarazzo coloro che vanno per i campi della dogmatica cattolica a cogliere il proprio bouquet di verità in cui credere. In base a quale principio logico ci viene pacifico accettare le decisioni di fede del concilio di Nicea o di Calcedonia, mentre storciamo un po’ il naso al solo sentir nominare Trento e Pio IX? Forse che il dogma della Trinità sia stato definito con un linguaggio più evangelico di quello dell’infallibilità pontificia? )

Le verità di fede sono state fissate nelle definizioni dogmatiche sancite lungo i secoli dai gerarchi della Chiesa, la quale – per dogma di fede - anch’essa è infallibile, come si suol dire: stiamo in una botte di ferro!

Il benevolo lettore potrà pensare che tutto questo insistere sui dogmi sia svilire l’essenza del Cristianesimo la cui “fonte sorgiva” sono le Sacre Scritture. Questa è una ingenuità che io non perdono agli eresiarchi cinquecenteschi e tanto meno – avendo noi a disposizione una vastissima documentazione storica – ai contemporanei. La vera questione non è filologica: la questione in gioco è l’autorità della Scrittura.
La Bibbia si è imposta forse da sola quale fonte di autorità? Non sono state delle autorità ecclesiastiche a stabilire quali libri erano ispirati da Dio? Chi ha dato tanta autorità alla Bibbia? E da dove l’autorità dei chierici di stabilire quale libro è sacro e quale no?
Se il paziente lettore si fosse mai intrattenuto ad una messa, saprà che alla fine delle letture bibliche vien detto: “Parola di Dio” (al che l’assemblea risponde – per il vero con malcelato scarso entusiasmo – Rendiamo grazie a Dio).
Vorrei far notare che la sottolineatura che quella appena proclamata è “la” parola di Dio è sancita dall’autorità della Chiesa che – come direbbe Fiorello nella fastosa parodia di Ignazio La Russa – “molto de-mo-cra-ti-ca-men-te” inculca tale dogma al fedele.

Non vorrei che il mio argomentare potesse, in alcun modo, amareggiare l’eventuale mio lettore postconciliare; il mio verecondo intento è di mostrare l’arbitrarietà di qualunque contrapposizione tra le nobili sorgenti della Scrittura e la – postuma e “ristagnante”- Tradizione ecclesiale. Noi, qualunque siano le nostre convinzioni religiose, non ci rapporteremo mai asetticamente nei confronti della Bibbia, dopo duemila anni che – lo ribadisco: dalla Chiesa! – viene posta su piedistalli marmorei, baciata ed incensata dai ministri del culto.
Non credo che il cattolico di oggi abbia maggior fede nella divina ispirazione della Bibbia rispetto ad un cattolico di mille anni fa: oggi, a differenza che per lo passato, c’è maggiore familiarità del cristiano comune con il testo sacro (così si spera).
Gli scritti di tutti gli autori medievali – bolle di Bonifacio VIII in testa – trasudano di citazioni delle Sacre Scritture; la Bibbia era “la” cultura e compito precipuo dell’intellettuale era il commentarla.
Ciò che il Concilio Vaticano II ha voluto fare mettendo il vangelo in mano al volgo, non è stato quello di trasformare i cattolici in pseudo Testimoni di Geova, pronti a citarti a menadito questo o quel versetto acconcio alla circostanza, ma è stato quello di incrementare nei fedeli – o molto più spesso creare ex novo! – la devozione verso la Sacra Scrittura. Scopo della traduzione della Bibbia in vernacolo non è accrescere la fede nella divinità delle Scritture ma fare della Scrittura uno strumento di preghiera, oggetto di meditazione su quelle verità a cui bisogna credere fermamente e che ti sono state già esposte precedentemente dai vari Catechismi e documenti affini.

Scopo di questa mia ESTENUANTE esposizione è stata quella di evidenziare meglio, il comune errore di confondere il concetto di FEDE e di DEVOZIONE.

Per FEDE si intende accettare il “Credo”. Le formule di fede quindi già ci stanno, la fede di un cattolico consiste nell’aderire a quel corpus sedimentato della “fede della Chiesa”. Avvisa il beato Pio IX, proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione che << Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa >>.

Ma una cosa è credere al dogma dell’Immacolata Concezione, altra cosa è nutrire devozione per l’Immacolata.
Certo, è impossibile aver devozione senza aver fede, ma è possibilissimo avere fede senza provare devozione.
Il cristiano DEVE credere nell’efficacia redentiva della dolorosa Passione di Cristo, ma altra cosa è sentire devozione verso “le Cinque Piaghe” o solo per “il Sacro Costato”; per la “Santa Piaga della Sacra Spalla”o per il “Preziosissimo Sangue”. In questo campo la Chiesa ha sempre lasciato quasi illimitato spazio all’effusione dei sentimenti umanissimi con cui i fedeli volevano tradurre i contenuti della fede. Ed in tale campo più che la teologia, contano i temperamenti dei popoli, le mentalità del periodo storico, la geografia,etc: quindi spesso si assiste a delle vere e proprie devote “mode”per questa o quella Madonna – con bambino al seguito o senza – per questo o quel santo.
Se la chiesa proclama un santo, i fedeli sono tenuti a credere che l’anima, della persona elevata agli altari, si trovi veramente in Paradiso ma nessuno sarà obbligato mai a rivolgergli preghiere.

Vorrei, quindi, riaffermare anch’io l’alto valore della democrazia nelle questioni di DEVOZIONE: chi vuole venerare, veneri. Chi non vuole, si astenga.

giovedì, gennaio 27, 2005

Ciò che la Natura ha sottratto agli occhi umani, è ricoperto da un'eterna notte

E’ tempo che Alessandro si arresti dove si arrestano anche il mondo e il sole.
<< HO CONQUISTATO TUTTO CIÒ CHE CONOSCEVO; ORA DESIDERO CIÒ CHE NON CONOSCO >>.
Quali popolazioni furono tanto selvagge che non si siano prostrate per adorare Alessandro?
Quali monti furono tanto inaccessibili che il soldato vincitore non ne abbia calcato le vette?
Ci siamo fermati al di là dei trofei del padre Libero.
Noi NON CERCHIAMO UN MONDO, MA LO PERDIAMO
(...).
Seneca il Vecchio (Suasoriae 1,2.)

Una tra le mie più commosse letture di fanciullo.
Rannicchiato tra le mie cose.
Lacrimando per quell’ ombra che silente mi scrutava dal futuro.



ALEXANDROS
I
– Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,
l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda
dentro la notte fulgida del cielo
.

II

Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.
Montagne che varcai! Dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.
Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:
il sogno è l’infinita ombra del Vero
.

III

Oh! più felice, quanto più cammino
m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!
Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.
A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole, il sole che tra selve nere,
sempre più lungi, ardea come un tesoro
.

IV

Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:
soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare
.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…
ma il canto passa ed oltre noi dilegua.–

V

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.
Che si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.
Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell’immenso piano
come trotto di mandre d’elefanti.

VI

In tanto nell’Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte
.

(G.PASCOLI)

domenica, gennaio 23, 2005

ADVERSUS HAERESES IV


Del Trafugamento Del Corpo Di San Marco Evangelista in ALESSANDRIA d'Egitto

giovedì, gennaio 20, 2005

"PAUSANIA" Time-OutLand


E sono andato a vedere ALEXANDER.
Ascoltando i commenti di chi usciva dal cinema – molte distinte coppie ultrasessantenni di cui almeno uno esser dovea, un reduce dal Classico – nessuna voce si accodava allo scalpore americano per l’omosessualità, gli unici commenti perturbati (e non) erano per i “labbroni” di Angelina Jolie.

- Ma poi, quell’attrice! Sempre così acida, con quei labbroni! Recita sempre protendendo avanti quei canotti!

Quindi mi avvio a prender il meraviglioso posto assegnatomi; ringraziando mille volte Dio che la vecchia matta “puzza di alcol e di piscio” si sia alzata dalla mia fila; gentilmente scacciata da una borghesissima – e, Deo gratias, profumatissima – coppia che reclamava le esatte poltrone segnate sul biglietto; andandosene brontolando verso i sopraggiunti un sommesso “rotti in culo!”: un propedeutico indizio sulla vicenda biografica del re macedone?

Per ripicca all’affronto subito la “disturbata” và a cercare posto in tutt’altra direzione dove i “sullodati” non possano darle fastidio. Meno male. Quell’odore di putrefazione nelle vicinanze, avrebbe reso iperrealistiche - e quindi insopportabili - le lunghe scene di cruenta battaglia.
Ma dove avrà trovato sette euro e cinquanta per venire al cinema: sotto ad una bottiglia di maraschino? Per me si è infiltrata dalle porte d’uscita… Vabbè, cerchiamo di concentrarci sull’“evento”. Qui la gente è accorsa aspettandosi qualcosa di… importante.

Mi guardo intorno: che bel pubblico! Molte coppie ornano i seggi della “Candida Rosa”. La giovane supplente di latino occhialuta con filo di perle al collo e con fidanzatino – papillon munito - al braccio; presso sta la tipica cinquantenne professoressa di Lettere e marito di sinistra. Alcuni gruppuscoli di (3 massimo 5) maschi quattordicenni, con la voglia di ottimizzare il tempo fra una serata tra amici e la speranza di saltare a piè pari lo studio d’un capitolo di storia.

Me la immagino la scena:
- La battaglia di Gaugamela?
Allora professorè, ce stava sto Alex a cavallo di Furia cavallo del West, che nel deserto aizzava l’esercito prima della battaglia, no? Che poi sti greci prima de andà a la “guera” erano un po’ come i calciatori, cioè andavano in ritiro prepartita… ma si, professorè che ha capito benissimo! Cioè come Totti obbligato a stà senza Illary… anche se in questo caso Efestione e Hilary hanno solo il taglio di capelli in comune…però questo Alexander non è proprio frocio frocio, perché quando invade l’Afganistan si sposa con una cubana da paura! Vabbè , dunque…
Alexander dà la carica ai greci contro i persiani che in realtà sono gli antichi turchi mussulmani tant’è vero che il loro capo è sputato a quel “Raz de can” di Osama Bin laden che si è fatto cotonare la barba…

Si accomodano nella fila avanti, delle cinguettanti mogli di professionisti, elettrizzate perché pur essendo ignorantissime di storia sentono che i loro mariti le hanno condotte ad un appuntamento culturale. Adunque si principi l’epopea!

Comincia la visione, anzi: comincia la “versione”!
A scuola ho fatto solo versioni di latino, ma comunque mai più di due ore…Oliver Stone se ne è prese tre: ma alla fine devo dire che, se fosse stato mio compagno di classe la mia prof, maneggiando la matita rossa e blu, avrebbe definito la creazione del regista, una traduzione “ad sensum”.
Detto da lei era un gran complimento, era importante se eri riuscito a trovare il bandolo della matassa in una storia degli antichi.

martedì, gennaio 18, 2005

Dialogo Ebraico- Cristiano/bis

In Italia, la Chiesa Cattolica ha scelto il 17 gennaio; giorno che precede l’inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; come giornata del dialogo ebraico-cristiano.
Dialogo a livello teologico: si fissa un tema “alto”quale: la giustizia divina; il perdono; il perchè del dolore e della morte; ed altre facezie dello stesso calibro su cui piace dire la propria ai teologi di ogni osservanza.
In tale occasione c’è sempre il giornalista di turno che pone l’asettica domanda di rito alla personalità ebraica – più o meno competente – che gli capita sotto mano:
A che punto sono i rapporti tra ebrei e cristiani?
Che fantasia!
Anche i fratelli maggiori non è che brillino per originalità;la risposta è una diplomatica lamentazione.
Con il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha dato una svolta radicale al millenario pregiudizio antiebraico cancellando l’ignobile accusa di deicidio; c’è da parte ebraica la volontà di un dialogo sereno, ma!

C’è sempre nell’ultimo anno trascorso qualche “magagna” a carico del Vaticano – una beatificazione, o il non aver messo all’indice un film di Gibson,o il continuare ad insegnare ai fedeli che Gesù è il Figlio di Dio – che segna un doloroso passo indietro rispetto alla “Nostra Aetate”- qualcuno che la cita, l’ha letta mai veramente?- che riporta “pericolosamente”la Chiesa Cattolica su posizioni preconciliari.

Quest’anno la vigilia di tale data non poteva avere prologo migliore:la polemica sui bambini ebrei sottratti all’epoca della shoà da cattolici che si sarebbero rifiutarono di restituirli ai parenti, con tanto di benedizione di Papa Pacelli; polemica divampata con la pubblicazione sul Corriere della sera dopo un articolo dello storico Alberto Melloni in data 28 dicembre: commemorazione liturgica dei Santi Innocenti. A me personalmente la data ha molto colpito e mi chiedo se il cattolico –mah!- Melloni non abbia cercato volutamente il parallelismo tra l’antico Erode e “l’agghiacciante”- dice lui - atteggiamento di PioXII.Ho troppa fantasia?
Il dubbio che gli ebrei centrino poco in questo discorso, e che invece si sia trattato di una polemica intracattolica al fine di provare l’esistenza di una Chiesa “matrigna” a cui si contrappone la Chiesa buona, animata da uno“spirito” democratico, parlamentare e terzomondista, nessuno potrà togliermelo dalla capoccia; ma tutti scrivono che Melloni è un uomo d’onore!

lunedì, gennaio 17, 2005

Dialogo Ebraico-Cristiano

<< Il convento di Sant’Alessio.
È situato sull’Aventino accanto alla basilica di Santa Sabina. Tra i conventi di Roma non c’è centro di più alta spiritualità, poiché è lo stesso spirito di Cluny che lo anima. Vi abitano molti pii Padri e grandi e santi Vescovi ne sono usciti; celebri teologi e studiosi della Sacra Scrittura fioriscono in essa. Uno di questi è Padre Egidio che conosce e legge tutti gli scritti dell’Antico Testamento nella lingua degli ebrei e spiega le profezie col compimento che esse hanno avuto nel Nuovo Testamento.

Il convento di Sant’Alessio.
La chiesa del convento ha un campanile giallognolo, sottile e slanciato verso il cielo come come quelli di S. Giorgio in Velabro e di Santa Maria in Schola greca. Dalla sua cima le rondini si lasciano cadere verso il Tevere e ne sfiorano le acque bionde con le loro ali scure giù giù fino al Pons Judaeorum, sparendo poi per un momento tra i tetti degli Ebrei.

Quando Padre Egidio diceva agli sguardi del piccolo Pietro Pierleoni di volar via dal muro del giardinetto del convento come quelle rondini, se ne andavano anch’essi come quelle nella stessa direzione. Ed il Padre non tralasciava mai allora di far osservare al ragazzo che il ghetto se ne stava laggiù presso il fiume così piccolo e nascosto nella grande Roma come il cestello di vimini in cui un giorno la figlia del Faraone trovò il piccolo Mosè e aggiungeva che anche il piccolo Pietro era stato, come Mosè, salvato, liberato cioè dal destino degli altri bimbi ebrei. Poi lo conduceva su fino alla chiesa di Santa Sabina. Là c’è quella gran porta di legno di cipresso che si chiama “la porta alta” ed è intarsiata con disegni che rappresentano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Padre Egidio mostrava al ragazzo il passaggio del Mar Rosso dei figli d’Israele e la miseranda fine dell’esercito del Faraone; gli mostrava i grandi miracoli dell’acqua scaturente da una rupe, della manna, del serpente, operati tutti nel deserto, per la forza di Dio, da quello stesso Mosè ormai diventato uomo. Anche lui, Pietro, concludeva il Padre, era destinato a compiere grandi cose per il regno di Dio e precisamente al servizio della Santa Chiesa che era stata per lui la figlia del Re, salvatrice come la figlia del Faraone per Mosè.

Una volta che il Padre gli andava di nuovo ripetendo tutto ciò, il ragazzo, fissando attentamente il passaggio del Mar Rosso, ribattè:<< Ma per il popolo della figlia del Faraone Mosè diventò non salvezza ma rovina >>.

Il pio Padre trasalì e si sgomentò davanti all’acutezza del ragazzo che distruggeva così, crudamente, il bel paragone che gli aveva proposto; ma preferì non contraddirlo. >>

(GERTRUD VON LE FORT, Il Papa del ghetto)

venerdì, gennaio 14, 2005

il "GRANDE FRATE"


“Meno tre, due, uno, in onda: Ave Maria, piena di grazia…”

Oddio, non è che le immagini siano appassionanti, per chi non ama il genere: Come in certi mortali film d’avanguardia l’obbiettivo è inchiodato infatti, senza la più piccola variazione, sulla tomba che contiene le spoglie del frate… La tomba, la cappella, la gente intorno: fine.

Una specie di << Grande Fratello >> mariano, funebre e giagulatorio. Ma si sa come vanno queste cose: sempre televisione è. E …per molti è un’attrazione irresistibile.

Ed ecco che un giorno hanno cominciato ad affacciarsi per il rosario i ragazzi del paese che non vedevano l’ora di dire agli amici: mi hai visto in tivù? Poi è stata la volta dei politici locali, assai solleciti nel titillare la venerazione degli elettori per il monaco con le stimmate. Finchè la notizia che con la trasmissione “Santo Rosario in diretta dalla cripta di San Pio di Pietrelcina” l’emittente “Tele Radio Padre Pio” (canale 856) quadruplicava gli ascolti e aveva un tale successo da convincere Sky a inserire la piccola televisione tra le “Top Ten”, ha raggiunto i protagonisti della politica.
…Il telefono del santuario ha incominciato a squillare per prenotare visite private da parte di importanti personaggi politici nazionali.


Mentre leggevo mi son detto: "Devotio Moderna". Ma si, ogni epoca ha il suo modo di ritualizzare la religiosità e tra l’alto quindi, anche una particolare maniera di ostendere le reliquie dei santi.
Chi confezionando preziosi reliquiari d’argento, chi ponendo il corpo del santo in preziosissime urne di cristallo di rocca, o chi lo espone sotto l’occhio di una telecamera fissa: secolo che vai venerazione che trovi. C’è chi a Padova si delizia rimirando attorno alla donatelliana arca marmorea di sant’Antonio, a Colonia ammira lo scrigno-reliquiario dei re magi, a Catania lo stabiliante busto di sant’Agata tempestato di pietre preziose. Nella nostra epoca una telecamera di Sky impreziosisce un’aureola più dell’oro massiccio.
E comunque per esperienza personale posso dire che si può passare molto tempo ad osservare quella cripta, e non solo perché ad una cert’ora quella liscia lastra di marmo nero è molto più espressiva dì Gigi Marzullo.

Dall’articolo, "Il telerosario dei politici" di G.A.Stella sul Corriere del 13 gennaio ’05, estraggo inoltre questo ironico “Flos Florum”:

Silvio Berlusconi ci tiene a far cadere l’occhio degli ospiti sul santino di Padre Pio che tiene appoggiato su una credenza della sua villa di Arcore.Il suo cardinale camerlengo Sandro Bondi tiene l’immaginetta del caro monaco nel reliquiario che più gli è prezioso: appiccicato sulla foto della sacra famiglia berlusconiana dominata da Madonna Veronica

Pier Luigi Castagnetti precisa:<< Il leader del centrosinistra? Lo sceglieremo quando sarà il momento…e quando sarà il momento ci assisterà padre Pio >>

Francesco Forgione, che porta lo stesso nome con cui nacque padre Pio ma è un deputato di Rifondazione Comunista, confida:<< è bello chiamarsi come lui, si, non mi dispiace affatto…tutti e due abbiamo fatto una scelta di campo evangelica: quella degli ultimi, anche se io dal punto di vista di Marx>>.

Il massimo però lo Ha dato Irene Pivetti…
<< Padre Pio è mio fratello e mi guida in tivù >>


Devotio Moderna!

giovedì, gennaio 13, 2005

simpatico umorista/3

Dopo una cena tra amici ci troviamo a passeggiare per via Condotti, sfilando davanti alle vetrine griffate .
La simpatica "Avventizia del settimo giorno"(aspirante dell'assunzione), fermandosi davanti ad una vetrina commenta:
-Devo dire che negli ultimi anni Versace è migliorato!
-Cioè da quando è morto?

sabato, gennaio 01, 2005

Now Is Mine

My past, my future, my disease
Perhaps collapse to make me seize
A moment just a breeze
Greatful, humble I allow
These words to be the past somehow
I wonder
Am I here now
Am I here now
I feel, hear, see and it confuse me
I am wrong
I am here now
Is mine
I’ll take it all around the world
Take my future past it’s fine
But now is mine.
...
K’s Choice