giovedì, maggio 04, 2006

Era il maggio odoroso


Ovvero: I maggi di Laura

Nel 1630 "... davanti alla porta di una ragazza di quattordici anni, Laura Fabbri, la mattina del primo maggio era stato trovato un bastone in cima al quale erano legati rami di rose canine, una piccola campana del genere di quelle che si attaccavano al collo degli asini, un paio di ciabatte, una bambola di stracci...: le ciabatte (...) alludevano al sesso femminile aperto e la "putta" di stacci voleva significare, come commentò la stessa Laura, l'epiteto "puttana" ("una putta fatta de stracci in una cuna [= culla] di carta, con quali cose chimi ha postodetto maggio,[chiariremo poi l'uso di questo termine] credo volesse inferire ch'io fussi una puttana, se ben son putta da bene"). Infine, le rose canine -dette dai testimoni anche "spini"- e le ortiche volevano indicare l'intento di "pungere" le due donne a cui erano destinate...

La madre di Laura -una vedova che viveva sola con la figlia- indicò sin dall'inizio il presunto colpevole in un certo Domenico del fu Nicolò Righi. Questi apparteneva al nucleo familiare apparentemente più dovizioso della sua piccola comunità, possedeva una casa e un mulino dati a fitto (...) e sapeva leggere e scrivere e possedeva qualche libro.
Già da tempo aveva fatto Laura oggetto di un rozzo corteggiamento di cui anche i vicini erano al corrente (...); più recentemente, durante il carnevale, aveva chiesto di sposare la ragazza ed era stato rifiutato. Per questo, offeso, aveva smesso di parlarle...
...gli oggetti posti davanti alla sua finestra dovevano costituire una vendetta ingiurioda:
Io credo che vostra signoria mi habbia fatta venir qua, perchè la notte venendo il primo di maggio, mi fu posto un maggio sotto la finestra di casa mia qui nella Villa d'Aiano in luogo detto il Pagliarolo, al qual maggio vi erano attaccate delle cose per ingiuriarmi et farmi vergogna; se bene io son putta vergine et da bene, che ho quattordici anni in circa, et sono figliola di buon padre et buona madre.
Laura interrogata, è ben consapevole dell'onorabilità sua e della sua famiglia, del pregio che essa riveste e quindi dell'insulto e del grave danno che le è stato fatto in faccia alla comunità

Quello di piantare il maggio era tradizione antica diffusa in tutta l'Europa: c'èra l'uso, la notte fra l'ultimo giorno di aprile e il primo di maggio, che i giovani della comunità piantassero rami, mazzi di fiori, giovani alberi nelle piazze dei villaggi e davanti alle case, e in particolare davanti alla porta o alla finestra della fanciulla alla quale si voleva rendere omaggio...
Era tradizione che si prestava certo a recepire in se comportamenti di segno opposto a quello di omaggio amoroso, e quindi per essere usata come per deridere od offendere donne e ragazze(...);ma possiamo immaginare che altri, più amabili omaggi, siano stati piantati a Pagliano......
Una coetanea e vicina di casa di Laura fu ben lieta del maggio di melo cotogno che le era stato messo davanti all'uscio, e la stessa Laura si era vantata ripetutamente nei giorni precedenti di un maggio di melograno che si aspettava di ricevere e che ai suoi occhi e delle sue amiche doveva apparire particolarmente prezioso.

La storia di Laura e del suo innamorato ci spiega come anche nelle aspre campagne dell'Appennino la durezza del lavoro quotidiano fosse interrotta da spazi di festa e di gioco. "Piantare il maggio" era una festa agraria di fecondità, un'occasione di corteggiamento per i giovani e di curiosità per tutti i membri delle piccole comunità, che potevano vedere esposte e pronte ad essere decifrate le reti degli affetti e dei contrasti intessute al loro interno. La mattina del primo giorno di maggio all'aprirsi delle finestre era un rincorrersi delle sorprese più o meno liete e di occasione di socialità...

C'era poi il piacere di decifrare il senso di quegli oggetti esposti, vere costruzioni di complicate metafore che diremmo di gusto barocco...

Proprio in questi anni, tuttavia, la festa del maggio -come tanti altri aspetti della vita associata- cominciava a conoscere una nuova disciplina.
In città (...) le gerarchie ecclesiastiche avevano già iniziato uno sforzo di trasformazione del rito, invitando a rivolgere alla Vergine Maria gli omaggi e le offerte floreali che i giovani avevano sino allora lasciato sotto le le finestre delle ragazze.
Fanciulle ornate di fiori erano state sino allora il simbolo della primavera e della rinascita della vita, ma ora è alla Madonna che gli angeli e gli uomini offrono fiori in segno di devozione: è questa l'origine dei culti mariani del mese di maggio che tuttora vengono praticati "


Parola di Ottavia NICCOLI, da "Storie di ogni giorno in una città del Seicento" (Ed. Laterza)

Fra le lenzuola



Su richiesta del Duca di Savoia Carlo II e di sua madre, Claude de Brosses di Bretagna, il papa Giulio II con una Bolla datata 25 aprile 1506, concedeva per tutto il ducato sabaudo l'Ufficio proprio (Officium) e la Messa Propria del "Santo Sudario" (Saint Suaire)di Chambery: quel lenzuolo che successivamente fu meglio noto come la Santa Sindone di Torino.
Giulio II ne permise il culto pubblico e la festa liturgica che fu fissata al 4 maggio , il giorno appresso la festa della Croce (che commemorava l'"Inventio Crucis" dell'anno 326 da parte dell'imperatrice Sant'Elena).

mercoledì, maggio 03, 2006

Esperanza y macarena

Ovvero: "Dite a Laura che l'amo"



Amo a Laura pero esperaré hasta el matrimonio” (Amo Laura, ma aspetterò fino al matrimonio).
Divertentissima pariodia della gioventù cattolica ideata da quei demonietti di MTV España che hanno creato un finto sito anti-MTV della fittizia associazione moralizzatrice Nuevo Renacer "per una gioventù senza macchia".

martedì, maggio 02, 2006

Ostende Nobis II


Domenica 30 aprile ha regalato a Roma un caldo e primaverile pomeriggio.
Gruppetti di giovani scamiciti si stendono al sole sulle vaste aiuole davanti a San Giovanni in Laterano ad ascoltare le prove del "concertone" del primo maggio mentre gruppi di per nulla abbronzati pellegrini -probabilmente polacchi- cercano di trovare un varco tra le transenne per riuscire a visitare la basilica.

Le strade sono poco trafficate, i romani sono ancora fuori per il "ponte" o staranno in casa, questo sole sembra invitare a prolungare la rituale pennichella.

Alle 16:00 per via Labicana di vivo trovi solo teutonici e canuti vecchietti che da ogni direzione calano verso la paleocristiana basilica di San Clemente per ammirarne cripte e mosaici, mentre io prendo deciso la salita che porta al "Piazzale della Sanità Militare".

L'ingresso dell'ospedale militare del Celio è piantonato da due file di militari dell'Esercito, che dalla parte verso l'ingresso è arricchito dalla presenza di qualche Carabiniere, mentre dalla parte opposta sono dislocati pochi sparuti giornalisti e cameramen, inviati di televisioni locali, mentre un pulmino della Rai parrebbe abbandonato. C'è poca gente, nessuna coda chilometrica di italico cordoglio, nessuna scalea traboccante di fiori come al Vittoriano nel novembre 2003 (come suol dirsi: "il tempo vola"); niente di patetico, dunque, che possa attrarre gli inviati di un Emilio Fede o d'un Michele Cucuzza.

Varco, così, per la prima volta il cancello dell'ospedale militare del Celio mentre un soldato "di terra" mi indica di imboccare il, corridoio di destra: la strada, leggermente in salita, è stata divisa con dei cordoni in tre di cui la mediana molto larga per il passaggio dei mezzi automobilistici. Dopo pochi passi il percorso torce verso destra dove si trova uno slargo che porta alla chiesa sede della camera ardente dei tre italiani caduti il 27 aprile a Nassiriya. Un cartello recita: "Piazzale della Basilica" e a me pare nomenclatura eccessiva per la linda chiesetta in stile neoromanico (lunga circa venti metri).

Non c'è pen niente coda e due arzille vecchiette a braccetto allungano il passo e mi passano avanti mentre mi soffermo a guardare verso il capannello di alti gerarchi dell'Arma dei Carabinieri che staziona al centro del piazzale e, lentamente, avanza verso i gradini della chiesa.
Mi accorgo che al centro delle loro attenzioni c'è il 'senatore a vita' Francesco Cossiga.
L'avvento dell'ex Presidente della Repubblica e del suo corteggio, seppur per pochi istanti blocca il veloce fluire, per l'unica porta della chiesa, degli altri visitatori alla camera ardente.
Mentre Cossiga ed i suoi accompagnatori avanzano per la navata centrale, in mezzo alle due file di banchi, la mia attezione è attratta dall'abside totalmente decorata con mosaici moderni nella ristrutturazione degli anni del post-concilio, e dall'iscrizione "Congregavit nos in unum".

La chiesa, primi Novecento, è tutta bianca, con soffitto a capriate, molto luminosa grazie alle monofore le cui vetrate moderne raffigurano santi.
La navata centrale s'innalza su otto pilastri su cui insistono degli archi a tutto sesto, cinque per lato, che aprono sulle navatelle laterali, formate perciò ogn'una da cinque campate copetre da volta a vela.
La struttura della chiesa è ciò che di più comune ognuno ha in mente quando pensa ad una chiesa.

Appena entrati, i comuni visitatori debbono girare a destra, nella navata laterale. Sul muro laterale della prima campata c'è una mensolina con una artistica moderna statuetta in bronzo, di circa cinquanta centimetri, raffigurante San Camillo "patrono della sanità militare" come si legge inciso sul basamento. Sul muro della terza campata è appeso un piccolo ma bel crocifisso ligneo.
Nella quarta campata sono stati spostati i banchi tolti dalla navata centrale (per far spazio alle bare) e disposti trasversalmente in direzione delle bare, su cui siedono i congiunti dei caduti. Infatti mi trovo ormai a mettà della chiesa e il percorso dovrebbe ormai sfilare verso la nave centrale davanti ai feretri disposti davanti i gradini dell'altare. Ma il fluire è stato momentameamente bloccato per la presenza dell'ex capo dello Stato che si è seduto nel secondo banco di destra e guarda silente verso le bare ed i congiunti che siedono su due file di sedia a destra e a sinistra di ogni feretro avvolto nel tricolore.
Così ho il tempo di soffermare il mio sguardo sulla parete di fondo della navatella, completamente ricoperta da un multicolore mosaico, e dove è si trova il tabernacolo.

Al fianco di Cossiga c'è tra gli altri,un sacerdote con le stellette che dopo essersi consultato col senatore a vita, ed ad un suo cenno di assenso, si alza e con voce squillante intona per due volte l'Eterno riposo e poi il Padre Nostro e l'Ave Maria.
I congiunti dei tre militari morti si sono prontamente alzati dalle loro sedie per recitare le preghiere in suffragio dei loro cari defunti, come se ormai avessero codificato che quei suffragi altro non erano che un cifrato annuncio dell'arrivo della personalità istituzionale di turno che veniva a porgere le condoglianze.

Il senatore Cossiga, sorretto per un braccio (essendo ancora convalescente per una caduta)si avvicina lentamente, e mestamente, davanti al feretro al centro, quello del capitano dell'esercito Nicola Ciardelli e stringe le manio ai congiunti. Poi si avvicina al feretro alla sua destra e poi a quello a sinistra, quelli dei marescialli dei Carabinieri Carlo De Trizio e Franco Lattanzio, ed esce lentamente, come lentamente era entrato.

Riprende, cosi, la processione di chi vuol significare con la sola presenza la propria vicinanza ai familiari di quei caduti andati in Iraq in "missione di pace" cioè con la benedizione delle Nazioni Unite per supportare "la ricostruzione " di un "dopo-guerra" di una guerra a Saddam Hussein che gli americani ci hanno raccontato di aver vinto.

Superando il granatiere di Sardegna in uniforme storica che, alla mia sinistra, stà ritto accanto al pilastro, mi fermo per un, lento, segno di croce davanti ai feretri.

Nonostante la vivacità dell'azzurro dei mosaici che coprono l'abside, e le tre luminose monofore che raffigurano la Risurrezione, l'atmosfera è quella di un venerdì santo in una piccola chiesetta della periferia di una cittadina di provincia.
Il crocifisso ligneo issato davanti all'altare spoglio, col capo chino, pare chiedere che si vada a baciarne le piaghe. Nell'insieme picca la dorata iscrizione latina che corre intorno al catino absidale: "Congregavit nos in unum Christi amor".
Da una parte del crocifisso c'è un leggio mobile girato verso gli astanti con una Bibbia aperta, dall'altro lato il cero pasquale acceso.
Dietro all'ambone marmoreo c'è la corona funebre del Presidente della Repubblica ed il picchetto dei Corazzieri, mentre dietro le rispettive bare il picchetto dei Parà e dei Carabinieri in alta uniforme.


Andando per uscire, di fronte a me, al centro della navata laterale c'è una statua della Madonna, alta circa un metro, in legno al naturale e dalle forme molto essenziali e contemporanee, in linea con lo stile decorativo di tutta la chiesa, del resto. Solo sopra la porta della sacrestia (sulla parete accanto) c'è una "devota" pittura della Madonna col Bambino.

Nell'ultima campata, verso l'uscita è appoggiato al muro un tavolo coperto da un drappo rosso su cui poter apporre la firma di circostanza. Al di sopra del tavolo, sul muro, su una mensola poggia un busto bronzeo di papa Paolo VI, e più in alto una lapide latina ricorda la visita di Papa Montini all'ospedale del Celio.
Mentre firmo, sento una vecchietta dire al marito: "Guarda, c'è Padre Pio".
Sulla parete di fondo, sotto una monofora (che raffigura S.Francesco d'Assisi)è appeso un quadretto dello stimmatizzato del Gargano. Un quadretto abbastanza costoso ma pacchiano, forse l'omaggio di graduato devoto.

Fuori, accanto mi soffermo a leggere il cartiglio sulla corona di fiori accanto alla porta "Presidente della Camera dei Deputati". Mi chiedo se sia stata inviata dal vecchio presidente o dal nuovo presidente Fausto Bertinotti e mi viene da sorridere rammentando la profonda verità racchiusa nell'iscrizione appena letta nell'abside della chiesa: "Congregavit nos in unum...".



PS:Mentre mi allontano a grandi passi non posso fare a meno di sorprendermi vedendo la grande voragine al centro del piazzale con i resti archeologici di quella che parrebbe una villa romana, delle terme, o forse, guardando meglio la struttura: una basilica pagana, come recita l'iscrizione che quindi non si riferiva alla chiesetta di Maria "Salus Infirmorum"

domenica, aprile 30, 2006

Sonetos Fùnebres VI


"Beato chi è uomo di pace
sarà detto
figlio di Dio.

Sei stato crocifisso, o Signore
perchè portavi la pace vera
che il mondo non conosce.
Benedetti i piedi di chi porta pace
anche se inchiodati e trafitti,
o Cristo, Figlio del Dio vivente.

Nel tuo regno ricordati di noi o Signore
"
(Preghiera della Comunità di S.Egidio)

[In memoria dei militari in missione di pace caduti in Iraq nell'attentato terroristico del 27 aprile 2006 a Nasiryah]

sabato, aprile 29, 2006

venerdì, aprile 28, 2006

Martin Luther King & King

Ovvero: They have a dream

"Molto bene, devo dirle che non mi è mai importato molto delle principessine”, dice il solitario Bertie alla madre regina, che lo vorrebbe sposo e re "entro l'estate"...

Non la principessa Madeleine, come nel copione di qualunque fiaba che si rispetti, non la donna che tutto il regno vorrebbe che Bertie sposasse, ma il fratello di Madeleine, il principino Lee. “Il matrimonio fu speciale”, si legge in uno degli ultimi disegni.
“King & King”, una fiaba di trentadue pagine che si chiudono sull’abbraccio amoroso siglato da un cuoricino rosso sulla bocca, è stato pensato “per i bambini fra i quattro e gli otto anni” e ha fatto la fortuna di Linda de Haan e Stern Nijland, due scrittrici olandesi in cima alla classifica dei libri più venduti della cultura omosex.
Tre anni dopo ne hanno scritto un altro, “King & King & Family”, doveroso epilogo dell’amore moderno fra i protagonisti della saga: l’adozione di una figlia di nome Daisy.
I genitori della scuola di Lexington, nel Massachusetts, non erano stati avvertiti che ai bambini sarebbe stata letta la favola sulla vita nel principato omosessuale versione Amsterdam.
Il corpo insegnante della Estabrook Elementary School aveva liberamente adottato “King & King” all’interno di un corso “sui diversi tipi di matrimonio, diversità e tolleranza”. La quarta del libro era allettante: “Entra nel fantastico mondo di King & King, una storia per tutte le generazioni”.
Anche per un bambino di sei anni? No, secondo alcuni genitori. “Stanno cercando di indottrinare i nostri figli”, dice Robin Wirthlin. “Il mio ha solo sette anni. La stanno presentando come una norma e non è un valore che la nostra famiglia sostiene. Dio solo sa cosa sta succedendo nelle scuole”.

E’ subito partita l’azione legale, nei giorni in cui la California sta discutendo di abolire dai manuali scolastici la parola “madre” e “padre” e l’Oregon è sottosopra per le cause intentate da alcune famiglie contro la principale università dello stato, dove in una delle ultime copertine del giornale studentesco è stato pubblicato un Cristo in erezione.
Il sovrintendente di Lexington, Paul Ash, risponde alle accuse che non aveva obblighi verso i genitori, la scuola è sovrana, la legge parla da sola, “Lexington deve insegnare ai bambini in che mondo vivono e nel Massachusetts il matrimonio omosessuale è legale”.
... “Siamo orgogliosi di aver pubblicato King & King – dice la direttrice della Tricycle Laura Mancuso – Presuppone un amore incondizionato
che non conosce confini convenzionali”.
Nel 2004 il libretto era stato denunciato nel North Carolina e oggi è all’ottavo posto nell’Indice dei titoli più citati in giudizio, prima del “Giovane Holden” di Salinger e di “Slaughterhouse-Five” di Vonnegut.

Un giorno Molly riceve una telefonata. Uno dei suoi figli, Tommy, ha interrotto la lettura della fiaba esclamando: “Questa non è una famiglia”, con il dito sull’amplesso fra i due principi. La scuola difende la favola omo, dicono che fa parte di una “biblioterapia”. Il fondatore della casa editrice, Nicole Geiger, è convinto che “la realtà sta cambiando, ci sono molte famiglie alternative in questo paese e volevamo descrivere l’amore omosessuale”.
Robert Knight dirige il Culture and Family Institute, organizzazione cristiana del Massachusetts: “Questo è il messaggio che mandano alle ragazze: la mamma non è necessaria”...

L’organizzazione MassResistance – fondata da David Parker, un genitore arrestato un anno fa all’interno della scuola per aver minacciato il sovrintendente – è in prima linea nella guerra contro King & King. David ha trovato nella cartella di suo figlio un “kit della diversità” e il libro di Skutch sulla famiglie omosessuale. Dopo averlo sfogliato, non ci ha visto più: “La famiglia di Robin è composta da suo padre, Clifford, dal partner di suo padre, Henry, e dal gatto Sassy”.

( estratto da un articolo di Giulio Meotti sul Foglio di venerdì 28 aprile 2006)

tra Hanna e Caifa

Ovvero:
dell'elezione del Presidente del 'Sinedrio' della XV legislatura



"Il senatore a vita Francesco Cossiga dichiara:
“Io ho un dubbio: e cioè che Silvio Berlusconi, legato da ben più antichi, forti e solidi vincoli di amicizia, intessuti di gratitudine, nei confronti di Franco Marini, preferisca alla presidenza del Senato di gran lunga lui rispetto a Giulio Andreotti, che da sempre è stato implacabile critico e avversario della sua linea politica e dei suoi governi.
Mi è stato chiesto perché secondo me Silvio Berlusconi non si sia ancora pronunziato a favore della candidatura di Giulio Andreotti a presidente del Senato. Ho girato la domanda ai noti ‘pattinatori artistici sul ghiaccio’ Bonaiuti, Bondi e Cicchitto: essi, mentendo e sapendo di mentire!, ma con molta grazia, mi hanno detto: ‘Per non comprometterlo’.
Sono certo che sia Giulio Andreotti che Franco Marini sarebbero due ottimi presidenti del Senato. Ma se fossi Silvio Berlusconi, politico e imprenditore, preferirei di gran lunga Franco Marini perché se volessi un giorno ottenere un favore personale o politico, su di lui, come è stato a suo tempo nel caso di Mediaset, potrei senz’altro contare, mentre su Giulio Andreotti saprei di non poter contare affatto.
E poi, avere un amico certo, in una posizione istituzionale così eminente, potendo far finta di contrastarlo e addirittura di protestare per la sua elezione da parte del centrosinistra prodiano, è il massimo di quella sopraffine arte drammatica, in cui l’amico Silvio eccelle, come ha dimostrato portando con le sue eccezionali performance teatrali degne di Broadway, il distacco elettorale tra l’Unione e la Casa delle libertà da circa il 10 a meno dell’1 per cento."

(da Il Foglio di giovedì 27 aprile 2006)

giovedì, aprile 27, 2006

Non sono Mosè! Chiamatemi Patriarca /2


A seguito della presentazione delle dimissioni di Sua Beatitudine il Cardinale Stephanos II Ghattas ottantaseienne Patriarca dei copti cattolici, il 30 marzo 2006 nella città del Cairo , secondo quanto prevede il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, si è svolta l'elezione del nuovo patriarca dei copti cattolici nella persona del settantunenne monsignore egiziano Antonios Naguib: un vescovo in pensione.
Il Papa Benedetto XVI ha dato la sua benedizione all'elezione canonica fatta dal Santo Sinodo della Chiesa Copto-cattolica. Ha fatto seguito lo scambio delle "litterae communionis" : le lettere ufficiali con cui si sancisce la comunione di fede tra la Sede di san Pietro e la Sede di San Marco.
SCAMBIO DI LETTERE FRA SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
E SUA BEATITUDINE ANTONIOS NAGUIB,
PATRIARCA DI ALESSANDRIA DEI COPTI,
PER LA CONCESSIONE DELLA COMUNIONE ECCLESIASTICA

LETTERA DI SUA BEATITUDINE ANTONIOS NAGUIB



Santità,

il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Copta cattolica riunitosi nel convento dì "San Giuseppe" delle Suore Egiziane del Sacro Cuore a Madinet el-Obour dal 27 al 30 marzo 2006, come convenuto nell'ultima riunione, ha eletto me indegno, a succedere a Sua Beatitudine Stéphanos II, Cardinal Ghattas, che ha saputo essere per tutta la nostra Chiesa copta cattolica un vero "Pater et Caput" dando un esempio di paternità, carità, sacrificio per ben 20 anni, lungo il suo ministero.

Con la presente imploro di Vostra Santità la concessione della "comunione ecclesiastica", promettendo di essere fedele al Nostro Signore e di fare tutto quello che posso per servire nel miglior modo il Suo gregge affidatomi, esprimendo la mia fedeltà, venerazione e obbedienza al Supremo Pastore della Chiesa, Successore di Pietro e Nostro amatissimo Papa.

Implorando la Sua benedizione Apostolica e chiedendo le Sue preghiere per l'imminente Sinodo e il futuro periodo decisivo nella vita della nostra chiesa, assicuriamo la nostra piena fedeltà alla "Sancta Mater Ecclesiae" e la nostra devozione alla Sua amatissima persona.

di Vostra Santità, dev.mo in Cristo

Antonios Naguib
Patriarca di Alessandria dei Copti cattolici


* * *


LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI



A Sua Beatitudine Antonios Naguib,
Patriarca di Alessandria dei Copti

Con grande gioia ho ricevuto l’annuncio dell’elezione di Vostra Beatitudine alla Sede patriarcale di Alessandria dei Copti e la Sua richiesta di Comunione ecclesiastica. La Chiesa rende grazie a Dio Onnipotente per il dono che è stato ad essa fatto nella persona di Vostra Beatitudine.

Nell’esprimere le mie fraterne e caldissime congratulazioni, L’assicuro della mia più fervida preghiera affinché Cristo, Buon Pastore, La sostenga nel compiere la missione da Lui ricevuta.

Accolgo con tutto il cuore, Venerabile Fratello, la Sua richiesta di comunione ecclesiastica, secondo l’usanza e il desiderio di tutta la Chiesa cattolica. Sono sicuro, Beatitudine, che, colmo della forza del Risorto, Lei saprà guidare con saggezza e prudenza la Chiesa Copta Cattolica con i Padri del Sinodo patriarcale, nostri Fratelli nell’Episcopato. Adornata della gloria dei santi e pronta come la Sposa dell’Apocalisse, la Chiesa Copta Cattolica potrà andare incontro allo Sposo che viene.

Possa il Signore assisterLa nel Suo nuovo ministero, per poter proclamare la Parola che salva, affinché sia vissuta e celebrata con amore, secondo le antiche tradizioni spirituali e liturgiche della Chiesa Copta Cattolica. I fedeli a Lei affidati trovino consolazione nella Sua paterna sollecitudine.

Trasmetto a Lei, Beatitudine, così come a tutti i membri del Sinodo, un fraterno saluto e Le concedo una particolare e affettuosa Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i Vescovi, ai Sacerdoti, ai Religiosi, alle Religiose e a tutti i fedeli del Suo Patriarcato.

Dal Vaticano, il 6 aprile 2006.
BENEDICTUS PP. XVI


[© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana]




La Chiesa copta (ortodossa) il cui capo porta titolo di Papa d'Alessandria e Patriarca della Predicazione di San Marco e di tutta l'Africa (si ritiene infatti il successore dell'evangelista Marco)prima della costituzione del patriarcato di Costantinopoli era la seconda sede vescovile del mondo cristiano dopo Roma (e perciò la prima in Oriente). L'onore del secondo posto per volontà di Teodosio le venne scippato dalla nuova capitale imperiale cosicchè Alessandria fu declassata a "terza sede del mondo cristiano" e la cosa non fu mai digerita dai cristiani d'Egitto. Infatti il patriarcato di Alessandria che rimarcava la sua peculiare identità egiziana (e teologica e politica) si mise in disaccordo con Costantinopoli (e con Roma) dopo il Concilio di Calcedonia dell’anno 451 le cui enunciazioni dogmatiche seguivano la dottrina dei teologi "bizantini" mentre nei concili precedenti (Nicea, Costantinopoli ed Efeso)la teologia alessandrina aveva dettato legge.

I copto-cattolici d’Egitto sono una sparuta minoranza di circa 250.000, in un Paese di più di 74 milioni di abitanti, per il 94% musulmani e per quasi il 6% copti ortodossi che dal 1971 hanno come capo Sua Santità Papa Shenuda III.

Nel 1741, un Vescovo copto a Gerusalemme si convertì al cattolicesimo e fu nominato da Papa Benedetto XIV vicario apostolico della piccola comunità di copti (allora erano circa duemila) che erano entrati nella Chiesa cattolica in seguito alla predicazione dei francescani a partire dal XVI secolo.
Nel 1895, Papa Leone XIII ristabilì il patriarcato copto-cattolico che però a differenza del suo omologo ortodosso non assume il titolo di "Papa" e di "Santità" per rispetto (forse eccessivo) verso Sua Santità il papa di Roma, accontentandosi del titolo di "Beatitudine".

giovedì, aprile 20, 2006

ADVERSUS HAERESES VIII

Al vespro del Venerdi Santo dell'anno del Signore 2006, terminando l'anno primo di pontificato di Benedetto XVI, alla presenza della Sua Santità, sotto la michelangiolesca cupola del Tempio Petriano, il padre Raniero Cantalamessa dell'ordine dei Frati Minori Cappuccini nonchè Predicatore della Casa Pontificia ha rivolto il suo sermone alla Curia Romana commista alla plebe cristiana che affollava la Basilica Vaticana.
Il francescano e vieppiù telegenico oratore, prima di perdersi nei meandri d'un peana della primiera enciclica papale ha tenuto una puntuale (e puntuta) disamina delle eresie Danbrauniane che oggidì ammorbano il mondo e flagellano il corpo del Signore Gesù Cristo, cioè la Chiesa.



“Verranno giorni in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa di nuovo, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2 Tim 4,3-4).

Questa parola della Scrittura –soprattutto l’accenno al prurito di udire cose nuove - si sta realizzando in modo nuovo e impressionante ai nostri giorni. Mentre noi celebriamo qui il ricordo della passione e morte del Salvatore, milioni di persone sono indotte da abili rimaneggiatori di leggende antiche a credere che Gesú di Nazareth non è, in realtà, mai stato crocifisso.

“È una costatazione poco lusinghiera per la natura umana, scriveva anni fa il più grande studioso biblico della storia della Passione, Raymond Brown: quanto più fantastico è lo scenario immaginato, tanto più sensazionale è la propaganda che riceve e più forte l’interesse che suscita. Persone che non si darebbero mai la pena di leggere un’analisi seria delle tradizioni storiche sulla passione, morte e risurrezione di Gesú, sono affascinate da ogni nuova teoria secondo cui egli non fu crocifisso e non morì, specialmente se il seguito della storia comprende la sua fuga con Maria Maddalena verso l’India [o verso la Francia, secondo la versione più aggiornata]…Queste teorie dimostrano che quando si tratta della Passione di Gesú, a dispetto della massima popolare, la fantasia supera la realtà, ed è, ahimè, anche più redditizia”.

Si fa un gran parlare del tradimento di Giuda e non ci si accorge che lo si sta rinnovando. Cristo viene ancora venduto, non più ai capi del sinedrio per trenta denari, ma a editori e librai per miliardi di denari… Nessuno riuscirà a fermare quest’ondata speculativa, che anzi registrerà un’impennata con l’uscita imminente di un certo film, ma essendomi occupato per anni di Storia delle origini cristiane sento il dovere di attirare l’attenzione su un equivoco madornale che è al fondo di tutta questa letteratura pseudo-storica.
L’equivoco consiste nel fatto che si utilizzano degli scritti apocrifi del II-III secolo (Vangelo di Tommaso, di Filippo, di Giuda) per far dire loro esattamente il contrario di quello che intendevano. Essi fanno parte della letteratura gnostica. Per la gnosi il mondo materiale è una illusione e una prigione; Cristo non è morto sulla croce, per il semplice motivo che non aveva mai assunto, se non in apparenza, un corpo umano, essendo questo indegno di Dio (docetismo); se in uno di tali scritti, di cui si è fatto gran parlare nei giorni scorsi, egli stesso ordina a Giuda di tradirlo è perché, morendo, lo spirito divino che è in lui potrà finalmente liberarsi dell’involucro della carne e risalire al cielo. La donna si salverà solo se il “principio femminile” (thelus) da essa impersonato, si trasformerà nel principio maschile, cioè se cesserà di essere donna. Si capisce perché la setta dei manichei adottarono tali vangeli come le proprie scritture.

La cosa buffa è che oggi c’è chi crede di vedere in questi scritti l’esaltazione del principio femminile, della sessualità, del pieno e disinibito godimento di questo mondo materiale, in polemica con la Chiesa ufficiale che avrebbe sempre conculcato tutto ciò! Lo stesso equivoco che si nota a proposito della dottrina della reincarnazione. Presente nelle religioni orientali come una punizione dovuta a precedenti colpe e come la cosa a cui si anela a porre fine con tutte le forze, essa è accolta in occidente come una meravigliosa possibilità di tornare a vivere e a godere indefinitamente di questo mondo.

Sono cose che non meriterebbero di essere trattate in questo luogo e in questo giorno, ma non possiamo permettere che il silenzio dei credenti venga scambiato per imbarazzo e che la buona fede (o la dabbenaggine?) di milioni di persone venga grossolanamente manipolata dai media, senza alzare un grido di protesta in nome non solo della fede, ma anche del buon senso e della sana ragione. È il momento, credo, di riascoltare l’ammonimento di Dante Alighieri:
“Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogni vento,
e non crediate ch'ogni acqua vi lavi.

Avete il novo e 'l vecchio Testamento,
e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento…

Uomini siate, e non pecore matte ”.

domenica, aprile 16, 2006

Virgen de la Aurora [2]


Non piangere Madre di Dio
presso la croce del Signore
e gioisci perchè Egli è risorto!
Nel Suo corpo è nascosto
tutto il riscatto
e la salvezza d'ogni uomo.

sabato, aprile 15, 2006

Sabato Santo



Riposa o Gesù nella pace della tomba; poi risorgerai per un regno eterno.
Come le donne fedeli, noi veglieremo accanto a te. E quando anche per noi scoccherà l'ora della morte, concedici, o dolcissimo Signore, di dormire con calma eguale alla tua il sonno dei giusti. In questo breve intervallo che passa tra la morte e la resurrezione finale, concedici un riposo tranquillo. Difendici dal nemico, salvaci dall'abisso.

O caro Signore, fà che i nostri amici si ricordino di noi e preghino per noi. Fà che per noi vengano celebate delle messe, affinchè abbiano una rapida fine le pene del Purgatorio, che abbiamo giustamente meritate. Degnati concederci momenti di ristoro, riempici di sogni santi e di contemplazioni consolanti, da cui poter attingere le forze per elevarci verso il cielo.
Permetti ai nostri angeli custodi di aiutarci a salire la gloriosa scala che va dalla terra al cielo, e che Giacobbe vide in sogno.
E quando saremo arrivate alle porte eterne, fà che esse si aprano fra i cantici degli angeli, che San Pietro ci accolga, e che Maria, la gloriosa Regina dei santi, ci abbracci e ci conduca a te, al tuo eterno Padre, allo Spirito santo per godere la beatitudine eterna.

(John Henry Newan; Via Crucis)

venerdì, aprile 14, 2006

preghiera a Gesù Crocifisso


Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che alla santissima vostra presenza prostrato, Vi prego col fervore più vivo a stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non più offendervi; mentre io con tutto l'amore e con tutta la compassione vado considerando le vostre cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di Voi, o mio Gesù, il santo Profeta Davide: «Traforarono le mie mani e i miei piedi ed enumerarono tutte le mie ossa.»

[Si concede al fedele che piamente recita, dopo la comunione, la predetta preghiera dinanzi all'immagine di Gesù Crocifisso l'indulgenza plenaria nei singoli venerdì di Quaresima e di Passione; e l'indulgenza parziale in tutti gli altri giorni dell'anno.]

Venerdì Santo [2]


Anima mia, mira il tuo Signore, mira la tua vita che pende da quel legno: Et erit vita tua quasi pendens ante te (Deut. XXVIII, 66). Vedilo come sopra quel patibolo doloroso, appeso a quei crudeli uncini, non trova sito né riposo. Ora s'appoggia sulle mani, ora su i piedi, ma dove s'appoggia cresce lo spasimo. Va egli girando l'addolorato capo ora da una parte, ora da un'altra; se l'abbandona sul petto, le mani col peso vengono a più squarciarsi; se l'abbassa sulle spalle, le spalle vengono trafitte dalle spine; se l'appoggia sulla croce, le spine entrano più addentro alla testa. Ah Gesù mio, e che morte amara è questa che fate!

Redentor mio crocifisso, io vi adoro su questo trono d'ignominie e di pene. Leggo su questa croce scritto che voi siete re: Iesus Nazarenus rex Iudaeorum (Io. XIX, 19). Ma fuori di questo titolo di scherno, qual contrassegno mai voi dimostrate di re? Ah che queste mani inchiodate, questo capo spinoso, questo trono di dolore, queste carni lacerate, vi fan ben conoscere per re, ma re d'amore. Mi accosto dunque umiliato ed intenerito a baciare i vostri sacri piedi trafitti per amor mio, m'abbraccio a questa croce, in cui fatto voi vittima d'amore voleste per me sacrificarvi alla divina giustizia: Factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philip. II, 8).

- O felice ubbidienza che ottenne a noi il perdono de' peccati!
E che ne sarebbe di me, o mio Salvatore, se voi non aveste pagato per me? Vi ringrazio, amor mio, e, per li meriti di questa sublime ubbidienza, vi prego di concedermi la grazia di ubbidire in tutto alla divina volontà. Desidero il paradiso solo per amarvi sempre e con tutte le mie forze.


(S.Alfonso de Liguori; L'Amore delle Anime)

giovedì, aprile 13, 2006

dei Sepolcri, XIII



"Ma ecco il nostro amoroso Gesù già vicino ad essere sacrificato sull'altar della croce per nostra salute, in quella beata notte precedente alla sua Passione. Udiamo che dice a' suoi discepoli nell'ultima cena che fa con essi: Ho desiderato ardentemente, dice, di mangiare questa Pasqua con voi (Luc. XXII, 15). S. Lorenzo Giustiniani considerando queste parole asserisce ch'elle furono tutte voci d'amore: Desiderio desideravi: Caritatis est vox haec.

Come se avesse detto il nostro amante Redentore: Uomini, sappiate che questa notte, in cui si darà principio alla mia Passione, questo è stato il tempo da me più sospirato in tutta la mia vita, perché ora, colle mie pene e colla mia dura morte, vi farò conoscere quanto io v'amo, e con ciò vi obbligherò ad amarmi col modo più forte che m'è possibile. Dice un autore che nella Passione di Gesù l'onnipotenza divina si unì coll'amore: l'amore cercò d'amar l'uomo sin dove potesse giunger l'onnipotenza, e l'onnipotenza cercò di compiacere l'amore sin dove giunger potesse il suo desiderio.

O sommo Dio, voi m'avete dato tutto voi stesso, e come io posso poi non amarvi con tutto me stesso? Io credo, sì lo credo, che siete morto per me: e come v'amo sì poco che tanto spesso mi scordo di voi e di quanto avete patito per me? E perché, Signore, io ancora in pensare alla vostra Passione non resto tutto acceso del vostro amore e non divento tutto vostro come tante anime sante che, al considerare le vostre pene, son rimaste prede felici del vostro amore e si son date tutte a voi?

Diceva la sposa de' Cantici che sempreché il suo sposo l'introduceva nella sacra cella della sua Passione, si vedea talmente assalita d'ogn'intorno dall'amor divino, che tutta languendo d'amore era costretta a cercare sollievi al suo cuore ferito: Introduxit me rex in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem. Fulcite me floribus, stipate me malis, quia amore langueo (Cant. II, 4, 5) .

E com'è possibile che un'anima entrando a considerare la Passione di Gesù Cristo, da quei dolori e da quelle agonie, che tanto afflissero il corpo e l'anima del suo amante Signore, non resti ferita come da tante saette d'amore e dolcemente forzata ad amare chi tanto l'amò?"
(S.Alfonso de Liguori; Amore delle Anime)

Giovedì Santo [2]



"Invocazione a Gesù ed a Maria


O Salvatore del mondo, o Amore dell'anime, o Signore il più amabile fra tutti gli oggetti, voi colla vostra Passione siete venuto a guadagnarvi i nostri cuori con dimostrarci l'affetto immenso che ci portate, consumando una Redenzione che a noi apportò un mar di benedizioni, ed a voi costò un mare di pene e d'ignominie. Voi a questo fine principalmente avete istituito il SS. Sacramento dell'altare, acciocché noi avessimo una continua memoria della vostra Passione: Ut autem tanti beneficii iugis in nobis maneret memoria, corpus suum in cibum fidelibus dereliquit, dice S. Tommaso (Opusc. LVII).1 E prima già lo disse S. Paolo: Ogni volta che mangiate di questo pane, annunzuate la morte del Signore (I Cor. XI, 26).

Voi, con tali prodigi d'amore, già avete ottenuto da tante anime sante che, consumate dalle fiamme della vostra carità, rinunziassero a tutti i beni della terra, per dedicarsi tutte ad amar solo voi, amabilissimo Signore. Deh fate dunque, o Gesù mio, ch'io sempre mi ricordi della vostra Passione; e ch'io ancora misero peccatore, vinto una volta al fine da tante finezze amorose, mi renda ad amarvi, ed a rendere col mio povero amore qualche segno di gratitudine all'amore eccessivo che voi, mio Dio e mio Salvatore, mi avete portato.

Ricordatevi, Gesù mio, ch'io sono una di quelle vostre pecorelle, per cui salvare voi siete venuto in terra a sagrificare la vostra vita divina. Io so che voi, dopo avermi redento colla vostra morte, non avete lasciato d'amarmi, ed ora avete per me lo stesso amore che, per vostra bontà, mi portavate morendo per me. Non permettete ch'io viva più ingrato a voi, mio Dio, che tanto meritate d'essere amato e tanto avete fatto per essere amato da me.

E voi, o Santissima Vergine Maria, voi che aveste sì gran parte nella Passione del vostro Figlio, deh per li meriti de' vostri dolori impetratemi la grazia di provare un saggio di quella compassione che tanto vi afflisse nella morte di Gesù; ed ottenetemi una scintilla di quell'amore, che operò tutto il martirio del vostro Cuore addolorato. Amen."
(S.Alfonso de Liguori; l'Amore delle anime)

mercoledì, aprile 12, 2006

Jusùs del Gran Podèr

Mercoledì Santo [2]



"Chi potrà poi amare altr'oggetto che Gesù, vedendolo morire fra tanti dolori e disprezzi, affine di cattivarsi il nostro amore? Un divoto solitario pregava Dio ad insegnargli che cosa potesse fare per amarlo perfettamente; gli rivelò il Signore che per giungere al suo perfetto amore non vi era esercizio più atto che meditare spesso la sua Passione.

Piangeva S. Teresa e si lagnava d'alcuni libri che le avevano insegnato a lasciar di meditare la Passione di Gesù Cristo, perché poteva ciò esser d'impedimento alla contemplazione della Divinità; onde poi la santa esclamava: “O Signore dell'anima mia, o Ben mio Gesù crocifisso, non mi ricordo mai di questa opinione, che non mi sembri d'aver fatto un gran tradimento. Ed è possibile che voi, Signore, mi aveste ad essere impedimento a maggior bene? E donde mi vennero tutti i beni, se non da voi?” E poi soggiunge: “Ho veduto che per contentare Dio, e perché ci faccia grazie grandi, egli vuole che passi ciò per le mani di questa umanità sacratissima, nella quale disse sua divina maestà di compiacersi.”

Quindi diceva il P. Baldassarre Alvarez che l'ignoranza de' tesori che abbiamo in Gesù, era la rovina dei Cristiani; onde la meditazione della Passione di Gesù Cristo era la sua più diletta ed usata, meditando in Gesù specialmente tre suoi patimenti, la povertà, il dispregio, e 'l dolore; ed esortava i suoi penitenti a meditare spesso la Passione del Redentore, dicendo che non pensassero d'aver fatta cosa alcuna, se non arrivassero a tener sempre fisso nel cuore Gesù crocifisso.

Chi vuole, insegna S. Bonaventura, crescere sempre da virtù in virtù, da grazia in grazia, mediti sempre Gesù appassionato: Se vuoi, o uomo, progredire di virtù in virtù in virtù e di grazia in grazia dovrai meditare quotidianamente la Passione del Signore. Ed aggiunge che non vi è esercizio più utile per rendere un'anima santa, che considerare spesso le pene di Gesù Cristo".

(S.Alfonso Maria de Liguori; l'Amore delle Anime)

martedì, aprile 11, 2006

Martedì Santo [2]


"Ecco già prendono in mano i flagelli, e dato il segno cominciano a percuotere da per tutto quelle carni sagrosante, le quali prima apparvero livide, indi videsi da per tutto sgorgare il sangue. Oimè che i flagelli e le mani de' carnefici già tutte son tinte di sangue, la terra già è tutta bagnata di sangue. Oh Dio che alla violenza delle percosse va per aria non solo di Gesu-Cristo il sangue, ma anche la carne a pezzi.3 Quel corpo divino è già tutto lacero, ma pure sieguono que' barbari ad aggiunger ferite a ferite, dolori a dolori. E frattanto che fa Gesù? Egli non parla, non si lamenta, ma paziente soffre quel gran tormento per placare la divina giustizia verso di noi sdegnata. "Come agnello muto davanti ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca".
Va presto anima mia, va e lavati in quel sangue divino."
(S.Alfonso de Liguori; Via della Salute)

(p.b.t.)

Lunedì Santo [2]


"Il nostro Redentore, avvicinandosi già il tempo della sua passione, si parte da Betania per andare in Gerusalemme. Quando egli fu vicino a quella ingrata città, la mirò da lontano e pianse: "Videns civitatem, flevit super illam" (Luc. 19. 41). Pianse in prevedere la di lei ruina, per causa del grande eccesso che da quel popolo aveasi tra poco a commettere, di toglier la vita al Figlio di Dio.

Ah Gesù mio, voi piangendo allora sopra quella città, piangevate ancora sopra l'anima mia, vedendo la ruina ch'io stesso mi ho cagionata co' miei peccati, costringendovi a condannarmi all'inferno, dopo che voi siete morto per salvarmi.
Deh lasciate piangere a me il gran male che ho fatto in disprezzare voi sommo bene, e voi abbiate compassione di me!


Entra Gesu-Cristo nella città; il popolo gli va all'incontro, lo riceve con applauso e a festa; e per fargli onore altri spargono per la via rami di palme, altri stendono le loro vesti per dove passa. Oh chi mai avrebbe detto allora che quel Signore, riconosciuto già per Messia e accolto con tanti segni di rispetto, avea poi a comparire per le stesse vie condannato a morte con una croce sulle spalle!

Ah caro mio Gesù, ora questa gente vi acclama dicendo: "Hosanna filio David, benedictus qui venit in nomine Domini" (Matth. 21. 9): Gloria al figlio di Davide, sia benedetto chi viene in nome di Dio per la nostra salute. E poi alzeranno le voci, insultando Pilato, acciocché vi tolga dal mondo con farvi morire crocifisso: "Tolle, tolle, crucifige eum!"
Vanne anima mia, e digli tu ancora con affetto, "Benedictus qui venit in nomine Domini". Siate sempre benedetto, che siete venuto, o Salvatore del mondo, altrimenti eravamo tutti perduti. O mio Salvatore, salvatemi!

Giunta però la sera, dopo tante acclamazioni non si trovò alcuno che l'invitasse ad alloggiare in casa sua; onde gli bisognò ritirarsi in Betania.




Amato mio Redentore, se altri non vi vogliono accogliere, voglio accogliervi io nel mio povero cuore.
Un tempo io infelice vi discacciai dall'anima mia, ma ora stimo più l'avervi meco che il possedere tutti i tesori della terra.
V'amo, mio Salvatore: chi potrà mai separarmi dal vostro amore? solo il peccato, ma da questo peccato mi avete da liberare voi col vostro aiuto, o Gesù mio e voi colla vostra intercessione, o madre mia Maria."

(S.Alfonso de Liguori; Via della Salute)

domenica, aprile 09, 2006

sabato, aprile 08, 2006

Via Crucis [3]



Venne il Verbo divino nel mondo a prendere carne umana per farsi amare dall'uomo, onde venne con tanta fame di patire per nostro amore che non volle perdere momento in principiare a tormentarsi, almeno coll'apprensione.

Appena fu conceputo nell'utero di Maria egli si rappresentò alla mente tutt'i patimenti della sua Passione, e per ottenere a noi il perdono e la divina grazia, si offerì all'Eterno Padre a soddisfare per noi colle sue pene tutti i castighi dovuti ai nostri peccati; e fin d'allora cominciò a patire tutto ciò che poi soffrì nella sua amarissima morte.

- Ah mio amorosissimo Redentore, ed io finora che ho fatto, che ho patito per voi? Se io per mille anni tollerassi per voi tutti i tormenti che han sofferti tutti i martiri, pure sarebbe poco a confronto di quel solo primo momento nel quale voi vi offeriste e cominciaste a patire per me.

Patirono sì bene i martiri gran dolori ed ignominie, ma le patirono solo nel tempo del loro martirio. Gesù patì sempre fin dal primo istante del suo vivere tutte le pene della sua Passione, poiché fin dal primo momento si pose avanti gli occhi tutta l'orrida scena de' tormenti e delle ingiurie che dovea ricevere dagli uomini. Ond'egli disse per bocca del profeta: Dolor meus in conspectu meo semper (Ps. XXXVII, 18).
(...)
Iddio per sua pietà usa con noi di non farci sapere prima del tempo destinato a patire, le pene che ci aspettano.
Se ad un reo ch'è giustiziato su d'una forca gli fosse stato rivelato sin dall'uso di ragione il supplicio che gli toccava, sarebbe stato mai egli capace d'allegrezza? Se a Saul dal principio del suo regnare gli fosse stata rappresentata la spada che lo dovea trafiggere; se Giuda avesse preveduto il laccio che dovea soffocarlo, quanto amara sarebbe stata la loro vita?

Il nostro amabil Redentore sin dal primo istante del suo vivere si fece sempre presenti i flagelli, le spine, la croce, gli oltraggi della sua Passione, la morte desolata che gli aspettava. Quando mirava le vittime che si sagrificavano nel tempio, ben sapea che tutte erano figura del sacrificio ch'esso, Agnello immacolato, dovea consumare sull'altar della croce. Quando vedeva la città di Gerusalemme, ben sapea che ivi dovea lasciar la vita in un mar di dolori e di vituperi. Quando guardava la sua cara Madre, già s'immaginava di vederla agonizzante per lo dolore a piè della croce, vicina a sé moribondo.

- Sicché, o Gesù mio, la vista orribile di tanti mali in tutta la vostra vita vi tenne sempre tormentato ed afflitto prima del tempo della vostra morte. E voi tutto accettaste e soffriste per mio amore.

La vista solamente, o mio Signore appassionato, di tutt'i peccati del mondo, e specialmente de' miei, co' quali già prevedevate ch'io avea ad offendervi, fé che la vostra vita fosse più afflitta e penosa di quante vite vi sono state e vi saranno. Ma oh Dio, ed in qual barbara legge sta scritto che un Dio ami tanto una creatura e che dopo ciò la creatura viva senza amare il suo Dio, anzi l'offenda e disgusti? Deh, Signore, fatemi conoscere la grandezza del vostro amore, acciò non vi sia più ingrato. Oh se v'amassi, mio Gesù, se v'amassi da vero, quanto dolce mi sarebbe il patire per voi!

A Suor Maddalena Orsini che stava da lungo tempo con una tribulazione, apparve un giorno Gesù in croce e l'animò a soffrirla con pace. La serva di Dio rispose: “Ma, Signore, voi solo per tre ore siete stato in croce, ma per me sono più anni che soffro questa pena.” Allora le disse rimproverandola Gesù Cristo: “Ah ignorante, che dici? Io sin dal primo momento che stiedi in seno di mia madre, soffrii nel Cuore quel che poi in morte tollerai sulla croce.”

(S.Alfonso de Liguori; Amore delle Anime)

giovedì, aprile 06, 2006

Vite Parallele /7



"Non è bene che un Papa viva più di vent'anni" scriveva il padre oratoriano John Hanry Newman in un suo sfogo epistolare mentre Pio IX che regnava gloriosamente, e a grandi passi si avvicinava al venticinquesimo di Pontificato, aveva indetto quel Concilio Vaticano da cui ne sarebbe uscito con l'aureola dell'infallibilità.

Scriveva il più celebre convertito d'Inghilterra che un pontificato ultraventennale produceva inevitabilmente il pericolo di una specie di "dittatura" sulla Chiesa: non solo le idee, le convinzioni,le devozioni, di un singolo papa rischierebbero d'essere assolutizzate ed estese acriticamente alla Chiesa universale ma anche i preconcetti, le antipatie personali, i clientelismi e i carrierismi ecclesiastici non troverbbero quel freno, quell'argine, quel riequilibrio che è data dalla ciclica morte del papa regnante. E i cardinali non auspicano mai che si elegga un papa fotocopia del predecessore.

Comunque, Pio IX, pur fra le amarezze dovuta alla presa di Roma, celebrò il raggiungimento dei fatidici "anni di San Pietro" (primo papa a superare i 25 anni!) e per giunta coronato del dogma dell'infallibilità pontificia e contornato dall'affetto dei cattolici del mondo intero i quali andavano raccogliendo petizioni affinchè a papa Mastai venisse ufficialmente tributato il titolo di "Pio Magno" poichè ai fedeli cattolici a lui contemporaneie gli davvero appariva un "Grande" tra i Sommi pontefici di tutta la storia.
Pio IX per umiltà preferì declinare tali manifestazioni di glorificazione della sua persona chiedendo come dono del venticinquesimo di pontificato "solo" una nuova decorazione per il trono della venerata statua bronzea del Principe degli Apostoli conservata nella Basilica vaticana.

Pio IX superò di gran lunga le nozze d'argento col papato e questo fu dai fedeli universalmente considerata uno specialissimo segno dellle divine compiacenze del Signore Gesù Cristo verso l'operato del Suo vicario in terra.
Grazie ai quasi 32 anni di pontificato e grazie alla grande diffusione che nell'Ottocento ebbe la Stampa e l'arte fotografica l'immagine di Pio "il Grande" era diffusissima e notissima all'occhio e al cuore della maggioranza dei cattolici.

Giovanni Maria Mastai Ferretti aveva aggiunto al carisma papale un suo indubbio carisma personale. Era piacevole a vedersi, aveva un bel volto rotondo segnato da un perenne sorriso, una belle voce e un eloquio capace di commuovere e affascinare (come era insegnato nelle lezioni di oratoria di ogni buon ecclesiastico dell'epoca) ma il Mastai vi eccelleva grazie al suo carattere solare ed empatico. Aveva un grande spirito di osservazione, grande umorismo- a volte anche caustico-, amava il contatto con la gente, si sentiva veramente a suo agio quando poteva andare in mezzo al (suo) popolo e, cosa degna di nota, non era affatto misogeno: a differenza della quasi totalità del clero cattolico dell'epoca non aveva alcun imbarazzo a stare da solo in una stanza con una donna e riusciva "persino" a fare tranquillamente cortese conversazione.

Ma anche se dai fedeli Pio IX era considerato quasi eterno, ecco che divenuto ottuagenario Papa Mastai non è più l'uomo vigoroso che compare sui ritratti ufficiali: il suo fisico risente di tutti gli acciacchi dell'età ed è particolarmente affetto da delle piaghe alle gambe che gli rendono difficoltoso il muoversi.
La sua mente rimaneva sempre lucida ed il suo spirito vigile nel difendere i diritti della Chiesa come ebbe a proclamare in una udienza ai pellegrini francesi nel giugno del '77: "Scrivono che sono stanco, si, lo sono di tante iniquità e di disordini; lo sono di vedere oggi d' la religione oltraggiata; lo sono soprattutto di vedere la gioventù pervertita in scuole senza Dio. Ma se sono stanco, non sono ancora disposto a por giù le armi, a patteggiare con l'ingiustizia, a cessare di fare il mio debito. No, grazie a Dio, per questo non sono punto stanco e spero non lo sarò mai".

Intanto, il 13 maggio 1877 Pio IX compì 86 anni ed ai monsignori della Corte pontificia che gli facevano gli auguri avrebbe risposto: "Per quest'anno e poi basta".

Il suo fisico indebolito dagli acciacchi dell'età avanzata ebbe assai a soffrire per il caldo estivo e con l'arrivo dei primi freddi PioIX fu assalito da ripetute crisi infuenzali. La percezione che il pontifice era ormai al tramonto fece si che re Vittorio Emanuele II desse l'ordine di preparare gli apparati funebri.
Ma Pio IX visse ancora per compiere la sua ultima opera di misericordia: fu, infatti, il cinquantottenne re d'Italia che, colpito da febbre improvisa, morì il 9 gennaio 1878.

Alla notizia che lo scomunicato Vittorio Emanuele era gravemente ammalato Pio IX inviò immediatamente il proprio confessore al Quirinale per dargli l'assoluzione ma i ministri rifiutarono di farlo accedere. Dopo le ripetute richieste del re di voler "morire in grazia di Dio" fu consentito al cappellano di Corte di confessarlo e togliergli la scomunica. Si potè così celebrare delle esequie religiose e fu il medesimo Pio IX a scegliere il Pantheon quale regia sepoltura.

A fine gennaio sembrò ai medici che la salute del pontedice fosse migliorata tanto da consentirgli di presiedere il 2 febbraio il rito dell'omaggio delle candele benedette ma il giorno dopo la salute del papa peggiorò di colpo; Pio IX si mise a letto e le sue condizioni continuarono a peggiorare di giorno in giorno mentre i saloni della "anticamera pontificia" si riempirono di ecclesiastici, diplomatici e nobiltà romana ansiosa di avere notizie fresche sull'agonia del Santo Padre.
Intorno al suo capezzale, nel frattempo, si susseguiva l'omaggio dei cardinali, mentre il papa, semiseduso sopra il suo letto rivolgeva una parola di addio ora all'uno ora all'altro porporato.

La mattina del 7 febbraio, il cardinale Giocchino Pecci, Camerlengo di Santa Romana Chiesa - che da lì a due settimane ne sarebbe stato il successore- avvicinatosi al capezzale disse al pontefice agonizzante:" Santo Pade, benedite noi tutti del Sacro Collegio, benedite tutte le Chiese".
Con voce molto affaticata ma chiara Pio IX rispose: "Si benedico tutto il Sacro Collegio, e prego Dio che vi illumini perchè possiate fare una buona scelta". Poi prendendo la piccola croce di legno che portava al collo i cui era inserita una reiquia della "Vera Croce" tracciò nell'aria un segno di croce ed aggiunse: "Benedico tutto il mondo cattolico".


Verso le cinque il Cardinale Penitenziere intonò le preghiere dei moribondi il papa spirò come se stesse fissando un oggetto invisibile la cui vista gli recasse grande consolazione e dolcezza, e fu congetturato dai presenti che egli vedesse la Santissima Vergine. Erano le 17, 40 e tutte le campane di Roma stavano dando i rintocchi dell'Ave Maria.

La profonda pietà e devozione personale di Pio IX, massimamente verso Maria Santissima, era universalmente nota al popolo cristiano e col passare degli anni com'era crescita la devozione verso la figura del Papa inteso come istituzione, non meno era andata sviluppandosi la convinzione della santità personale di papa Mastai.
La mattina dell'8 febraio diffusasi la notizia della morte del papa il popolo romano, pen nulla affezionatosi ai "piemontesi", irrefrenabilmente si riversò verso il Vaticano per vedere per l'ultima volta il proprio Papa-Re, creando un'intasamento nella zona del rione Borgo che comportò la massiccia presenza della forza pubblica per dirigere l'afflusso e il deflusso dalla Basilica di san Pietro. La salma di Pio IX portata su una semplice lettiga fu perciò esposto per cinque giorni alla devozione popolare davanti alla Cappella del Sacramento e in modo che i fedeli potessero baciargli i piedi.

San Giovanni Bosco che in quei giorni si trovava a Roma scrisse nel suo diario personale: "Oggi si estingueva il Sommo e Incomparabile astro della Chiesa, il Pontefice Pio IX. Entro breve tempo sarà subito sugli altari".
Meno di ventiquattr'ore dalla morte, con un telegramma, arrivò la prima richiesta ufficiale per richiedere l'apertura del processo di Beatificazione.

las angustias /3



La "Fundación Santa María" - di cui, visto il nome dell'intestataria, non si possono avere dubbi sulla competenza in problematiche religiose!- ha presentato, martedì 4 aprile a Madrid, uno studio che analizza il profilo dei giovani spagnoli tra i 15 e i 25 anni: "Hovenes Españoles 2005".

Tra i dati offerti dallo studio, l'allontanamento progressivo dei giovani non solo dalla Chiesa cattolica ma dall'interesse per la religione in genere.
Solo nel 1994 i giovani spagnoli che si consideravano cattolici erano il 77% e oggi, per la prima volta nella storia, non arrivano al 50% (il 49% per la precisione).

Gli autori del rapporto attribuiscono questo fenomeno al fatto che “i giovani non trovano modelli di religiosità attraenti”.

Altre motivazioni addotte sono “la crescente secolarizzazione della società, i cambiamenti politici in una direzione chiaramente laicista e la sfiducia che la Chiesa suscita tra i giovani”.
Le maggiori critiche che i giovani rivolgono alla Chiesa sono “la sua eccessiva ricchezza, le sue ingerenze in politica e il conservatorismo in materia sessuale”.

Solo il 10% dei giovani si dichiara cattolico impegnato, mentre il 20% afferma di essere indifferente a livello religioso, agnostico o ateo.
Sommando gli atei e chi si dichiara totalmente indifferenti si sfiora la percenttuale del 46% (nel raporto del '94 era il 22%)
“Il resto è costituito da una grande massa di Spagnoli che in misura maggiore o minore si identificano con la loro condizione di cattolici, caratterizzata però principalmente dalla passività”.

Quanto alla famiglia, il rapporto constata tra i giovani “un pluralismo nella valutazione di ciò che oggi costituisce una famiglia, anche se continua a prevalere la concezione della famiglia costituita da un padre e una madre uniti in matrimonio e da un figlio”.
Comunque anche nel XXI secolo (primo dell'era Zapatero)il 43% dei giovani spagnoli quando pensa al al proprio matrimonio pensa ad una cerimonia religiosa secondo il rito di santa madre Chiesa. mentre il matrimonio civile e le unioni di fatto sono prese in considerazione rispettivamente dal 22% e dal 16% degli intervistati.

I giovani under 25, sottolinea il rapporto, hanno un'ideale molto elevato del matrimonio ma lo ritardano, vogliono avere figli ma pochi. Emerge che danno grande valore all'essere fedeli al partner anche se è universalmente noto che nel Regno di Spagna nell'ultimo anno le separazioni e i divorzi sono decisamente aumentati.

mercoledì, aprile 05, 2006

Tommaso e la dottrina della predestinazione


"Confesso, non senza vergogna, che il giusto e generalizzato cordoglio per la fine infame del povero Tommaso mi irrita. Mi irrita profondamente, perché non riesco a non pensare ai tanti Tommaso senza nome che non sono pianti da nessuno, perché morti ancor più anzitempo, senza lasciare testimonianza dei loro occhi lampeggianti.
Delle due l'una: o crediamo davvero, come in questi giorni sembra essere il caso, che l'omicidio è tanto più efferato quanto più inerme e impotente, persino di balbettar difesa, è la vittima. Oppure siamo, e neppure segretamente, convinti che l'utilizzo di mezzi meno teatrali del badile faccia la differenza.

Pensando a Tommaso vediamo tutte le cose della vita che non potrà vedere. E per gli altri, quelli che della vita si sono persi anche la prima luce? Soprattutto per un liberale, è impossibile sognare la fine dell'aborto, è un'utopia troppo onerosa per le nostre coscienze grigie. Ma che ci colga almeno un'ombra di pensiero e di rimorso, almeno quando vestiamo il lutto dei vinti di Erode, è chiedere troppo?
Alberto Mingardi, Milano".

(dal blog del "divinus" Magister)

las angustias /2

Ovvero: la Rosa nel Pugno

Via Crucis [2]

Las Tres Caìdas de San Isidoro









lunedì, aprile 03, 2006

Tommaso e la dottrina della grazia



Il piccolo Tommaso Onofri, bimbo biondo e riccioluto di un anno e mezzo, malato di epilessia , fu rapito dalla casa dei genitori a Casalbaroncolo (in provincia di Parma) la sera del 2 marzo.
Il padre Paolo Onofri da quel momento indossò un piccolo tau in legno , ciè una piccola croce francescana ignaro che ben presto gli inquirenti, i giornalisti e l'Italia intera gli avrebbero fatto portare una croce molto più pesante.

Gli inquirenti cominciarono a chiedere agli affranti genitori di fornire delle giustificazioni razionali di alcuni comportamenti illogici dei rapitori. Dato che i coniugi Onofri non erano in grado di giustificare il motivo per cui i rapitori avevano loro legato le mani davanti e non dietro come invece dovrebbe fare un "vero" rapitore "come Cristo comanda", e non riuscendo il signor Onofri a scusarsi abbastanza per essersi riuscito a slegare rapidamente, i magistrati decisero di scavare nelle loro misere vite di piccolo-borghesi padani.

I gionalisti e le "inviate" di "Ciao Michele" non riuscivano a contenere lo sconcerto, il terrore e il raccapriccio raccontando della "cantina dei misteri". I giornalisti -e le giornaliste soprattutto- sospiravano affannosamente e sudavano freddo cercando di immaginare per quale inconfessabile motivo la cantina di Paolo Onofri non fosse sporca, piena di topi e ragnatele. Per quale diabolico motivo era linda, piastrellata, con tanto di comodo divano ed angolo cottura?
La domanda maliziosamente reiterata creò così nei telespettatori italiani un sottile senso di colpa per aver ristrutturato il seminterrato della propria villetta monofamiliare.
Per quale perverso motivo Paolo Onofri teneva un fornelletto a gas: per farsi un caffè in santa pace?

I genitori del picolo Tommy, incoraggiati anche dalle confidenze degli inquirenti che prospettavano una soluzione a giorni, cominciarono a pregare il Servo di Dio Giovanni Paolo II per ottenere il ritrovamento del bambino, accorgendosi che il 2 aprile, suo "dies natalis" al cielo, coincideva con il primo mese (col senno di poi diremmo "trigesimo") della scomparsa del figlioletto.
Il Santo ha fatto la grazia!

La straziante attesa dei coniugi Onofri ha avuto fine.
E bisogna ammettere che l'anima di Giovanni Paolo II ha avuto pietà anche dell'Italia intera, o almeno di quell'Italia che non ce la faceva più a vedere quegli sciacalli che, famelici, circondavano la casa della famiglia Onofri. Grazie ai loro microfoni puntati, hanno fatto sentire in presa diretta agli italiani, seduti davanti comodamente a guardarsi il telegionale, le urla disperate del signor Onofri mentre anch'egli sentiva sempre sul medesimo Tg5 la notizia "che non avremmo mai voluto dare" (che, cioè, non avremmo mai voluto dare dopo qualche altro Tg di un'altra rete):che il piccolo Tommaso era morto.
Ucciso il giorno stesso del rapimento perchè piangeva.

Il rapitore Alessi Mario era un pregiudicato originario della provincia di Agrigento: il solito balordo extracomunitario.

visioni private /10



Il 2 aprile 2005, poche ore dopo la morte di Giovanni Paolo II, mentre a Ivan Dragicevic, uno dei veggenti di Medjugorje, gli appariva la Madonna, come gli accade "normalmente" sin dal 24 giugno 1981, quel 2 aprile, alla sinistra della Santa Vergine è apparso anche il Papa Giovanni Paolo II da poco spirato.



Il Papa era sorridente, appariva giovane ed era molto felice. Era vestito di bianco con un mantello dorato. La Madonna si è voltata verso di lui e i due, guardandosi, hanno entrambi sorriso, un sorriso straordinario, meraviglioso. Il Papa continuava estasiato a guardare la Giovane Donna ed ella si è rivolta verso Ivan dicendogli: "il mio caro figlio è con me". Non ha detto nient’altro, ma il suo volto era raggiante come quello del papa che ha continuato a guardare il volto di lei.

Nella storia della mistica non sono poche le testimonianza di coloro che sostengono di aver ricevuto visioni di anime cui Iddio ha concesso di manifestare ai viventi notizia della propria collocazione ultraterrena.
Anche nel caso dei Romani Pontefici, in molte biografie di Santi si racconta che questi ultimi hanno cominciato a pregare per l'anima di un Pontefice appena spirato e che ad un certo punto hanno smesso intimamente certi che l'anima del papa morto avesse raggiunta la gloria del Paradiso.

Un caso ben documentato è quello legato a Papa Pio VI Braschi, incarcerato ed esiliato per volontà di Napoleone, morì in esilio il 29 agosto 1799. Il 17 giugno 1814 - quasi quindici anni dopo la morte! - apparve alla Beata Elisabetta Canori Mora come ella annotò nel suo diario spirituale:
"Mi si presentò il buon pontefice Pio VI. Mi disse che avessi pregato per lui, che era ancora in purgatorio, per diverse mancanze riguardanti il pontificato.
Piena di ammirazione, gli dissi io: «E cosa mai volete da me, anima benedetta, che sono la creatura più vile, più miserabile che abiti la terra? Andate dalle anime spose di Gesù Cristo, che vi ottengano la grazia!».
Riconoscendo me stessa e la mia scelleraggine, mi misi a piangere; il santo Pontefice non restò persuaso alla mia confessione, ma viepiù si raccomandava.
Mossa dunque da una certa compassione, gli domandai cosa voleva che avessi fatto per liberarlo dal purgatorio. «Va’ dal tuo padre», mi disse, «e l’obbedienza ti manifesterà cosa devi fare per ottenermi la grazia. Ti prometto di non abbandonarti mai, e di esserti valevole protettore in Cielo».
Dette le suddette parole, disparve.

Mi porto la mattina seguente 18 giugno 1814 al mio padre [spirituale], gli comunico quanto passava nel mio spirito, gli domandai cosa avevo da fare; il mio confessore mi impose di andare cinque volte a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare di Papa Pio V, e pregarlo per la liberazione di questo suo successore, altre cinque volte mi fossi portata alla chiesa di santa Pudenziana, pregando i santi martiri di ottenere la grazia.

Mi porto il suddetto giorno 18 a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare del suddetto santo. Si raccolse il mio spirito, fui sopraffatta dallo Spirito del Signore, quando mi avvidi che il Signore prendeva per pura sua carità della compiacenza in me. Lo pregai di liberare il suddetto santo Pontefice dal purgatorio. Si degnò il mio Dio di rimettere a mio arbitrio la liberazione di quest’anima.
La povera anima mia, sopraffattta dallo stupore, per l’esuberanza della grazia: «Mio Dio», disse, «bontà infinita, lasciate che soggetti all’obbedienza la vostra grazia; e, se vi piace, lasciate che il mio padre destini il giorno».

Molto piacque al Signore il mio pensiero, e ad arbitrio del mio direttore fu rimesso il giorno della suddetta liberazione.


La mattina seguente mi porto al mio direttore, gli rendo conto di quanto è passato nel mio spirito. Mi dice il mio padre: «Io vi comando di raccomandarvi al Signore, affinché si degni in questo giorno di liberare quest’anima dal Purgatorio. Badate bene, mi disse, che non passi la notte! Dite al Signore che questa è l’obbedienza che vi corre, che si degni di esaudirvi!».

Mi parto dal confessionario, mi pongo in ginocchioni, piangendo dico: «Gesù mio, avete inteso quanto mi ha imposto il mio padre; per carità, lasciatemi obbedire!».

Fui accertata dal mio Signore, che all’ora di Vespro, questa santa anima avrebbe avuto l’ingresso felice nella patria degli eterni contenti....


Il giorno 19 del suddetto mese, nella santa Comunione, vidi questo santo pontefice davanti al trono augustissimo del sommo Dio.
Rivolta a lui lo pregai di intercedere per noi: «Santo Pontefice, gli dissi, pregate per la santa Chiesa, particolarmente vi sia a cuore la povera città di Roma».
Unisco le mie povere preghiere con le fervide preghiere di questo santo pontefice. Dio ci mostra il suo sdegno giustissimo contro tanti peccati enormissimi che l’offendono, particolarmente ci mostra Roma ingrata, e qual è il castigo preparato per questa ingrata città: dopo molte afflizioni di ogni sorta, è il togliere a questa il grande onore di possedere la Santa Sede.

Oh quante miglia distante da te, o misera città, si sarebbe allontanata la Santa Sede, se le fervide preghiere di questo santo Pontefice non avessero intercesso la grazia!

Rallègrati, dunque, che la Santa Sede non partirà da te; ma non sarai immune dal flagello che Dio è per mandare sopra la terra, per la inosservanza dei suoi comandamenti. Se non mutiamo costumi, guai a noi, guai a noi, guai a noi!

Grandi furono i ringraziamenti che ricevetti da questo santo Pontefice, molte furono le promesse che mi fece di aiutarmi in tutti i miei bisogni....
Mi disse che ringraziato avessi il mio padre, per avergli accelerato il felice ingresso al Paradiso.
Mi promise che in benemerenza della gran carità usata verso di lui, lo avrebbe assistito nel punto della sua morte."
[Diario]