martedì, settembre 26, 2006

Rintrono ecumenico

Della serie: "pacco contropacco e contropaccotto".
Ovvero: ATTONITI ATHONITI



Un articolo di Maria Gilda Lyghounis
[Il Foglio; sabato 26 agosto 2006]

Siamo perseguitati. Per favore aiutateci!
Ci hanno tagliato luce, cibo, telefoni, assistenza medica, combustibile per scaldarci, farmaci. Cinque di noi sono morti negli ultimi tre mesi”.

Questo sos non viene da una sfortunata regione del pianeta in guerra, ma da un monastero: quello di Esfygmenou, sul monte Athos, la Repubblica teocratica che, con i suoi venti conventi millenari, gode di uno statuto autonomo in Grecia. E’ una specie di stato nello stato, sulla punta orientale della penisola Calcidica, dove non può entrare nessuna donna, né altri rappresentanti del “sesso debole”: niente mucche, capre o galline per non “profanare gli sguardi” dei 1.600 monaci, oltre a quelli di una ventina di eremiti che abitano grotte o capanne a picco sull’Egeo.
Non si tratta di misoginia (...) La penisola è consacrata alla Vergine da quando, narra la leggenda, una tempesta la costrinse a rifugiarsi sul promontorio, coperto di fiori e dal profumo di pino. “In questo luogo accoglierò tutti coloro che vogliono dedicarsi alla salvezza dell’anima”, promise la Madonna ai fedeli. Ma a un patto: “La Regina del cielo esige la vostra totale devozione. E non vuole spartirla con nessuna delle sue immagini terrene”.

Tuttavia, mentre gli altri diciannove monasteri sono il regno della preghiera e del silenzio, a Esfigmenou sta succedendo di tutto. I monaci in tonaca nera, dai capelli raccolti in uno chignon – età media 80 anni – sono assediati. E non certo da donne.



“Ortodossia o morte!”, è la bandiera che hanno issato sulla fortezza dell’undicesimo secolo, l’unica sull’Athos costruita sul livello del mare. La polizia (che, in base alla Costituzione ellenica, tutela l’ordine pubblico sulla penisola) pattuglia i boschi circostanti, pronta a espellere dalla montagna sacra chi si azzarda a uscire da Esfygmenou.
Cosa è successo laggiù?

“Abbiamo criticato le aperture del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, verso i cattolici”, spiega al Foglio padre Methodios, l’abate di Esfygmenou, 56 anni, 19 vissuti sull’Athos. E già il fatto che un eminente religioso di clausura accetti di parlare a una giornalista donna, sia pure via cellulare, dice parecchio sulla prostrazione che affligge i 105 frati assediati. “Non abbiamo nulla contro i reciproci inviti formali fra il Patriarca e il Papa – precisa il religioso – ma non vogliamo che dicano messa o preghino insieme. Per questo non ricordiamo più Bartolomeo I nelle nostre preghiere. Però abbiamo chiesto di aprire un dialogo con lui. Per tutta risposta, ci ha scomunicati. Anzi, per costringerci ad andarcene, ci ha tagliato i viveri, i farmaci e ha addirittura creato un altro monastero con lo stesso nome. Vuole cancellarci dalla faccia della terra. Ma noi resisteremo. Fino alla morte”.
Pare che l’abate non scherzi.

“Ai primi d’agosto si è spento padre Anatolios, 73 anni – ci dice Atanasio Papaghiorgou, cardiologo e docente di chirurgia all’università di Atene, da 30 anni fervente pellegrino e medico ufficiale di Esfygmenou – Me l’hanno comunicato i suoi compagni: sembra l’abbia fulminato un ictus. Dieci giorni prima era toccato a Padre Kosmas, 81 anni: aveva un tumore al pancreas in fase avanzata: è spirato fra atroci sofferenze perché l’embargo dei farmaci riguarda anche gli antidolorifici.
Poi Padre Antipas,78 anni: alla vigilia di Pasqua ha cominciato a non avere più fame. Si è lasciato morire e nessuno sa perché. Tutti deceduti senza una diagnosi precisa, figuriamoci un’autopsia.
Io lavoro come volontario nelle carceri ateniesi, ma i trafficanti di droga e gli assassini ricevono un trattamento di lusso rispetto a questi frati che hanno l’unico torto di pregare. Mi si stringe il cuore – continua il cardiologo – se penso che la polizia mi ha lasciato entrare per l’ultima volta a Esfygmenou questa primavera in occasione del panyghiri (la festa) del monastero, quando si celebra la grande messa notturna per l’ascensione di Cristo, la celebrazione maggiore sull’Athos. Ero assieme ad altri 800 pellegrini”.

Il medico è convinto che le morti continueranno, perché persone così anziane costrette a cibarsi soltanto di legumi, senza assistenza medica e con il freddo che fa lassù d’inverno, possono soltanto soccombere, spiega e racconta che la polizia ha confiscato il trattore per impedire loro di coltivare i campi, e la stessa fine farà l’unica barca dei monaci se i religiosi si azzarderanno a calarla in mare per pescare. Al momento zappano per seminare un piccolo orto interno.



“A Esfygmenou ci sono molti ultracentenari.
La realtà – spiega sempre il medico – è che le autorità mirano a vuotare il cenobio per insediarvi altri monaci venuti da fuori. E ci riusciranno senza usare la forza: semplicemente aspettando che la natura faccia il suo corso”. Al macabro conto bisogna aggiungere un giovane monaco che, all’inizio dell’anno era uscito di notte dal convento con uno zainetto per cercare cibo ed è precipitato (o è stato “spinto”, dicono voci insistenti) in un dirupo.
Il Sacro consiglio, però, che riunisce i venti monasteri accusa un esfygmenita di avere assalito, nottetempo, un prelato di un altro convento con una bomboletta di spray tossico.
Insomma, un clima da thriller.



Ma se la guerra teologica dura da tempo, adesso i monaci rischiano di essere trascinati in tribunale. L’accusa è scritta nell’ordine di comparizione fissato al 29 settembre, ricevuto dai religiosi proprio il 15 di agosto, festa della Madonna, da una corte penale di Salonicco: “Per rispondere dell’accusa di eresia e scisma”. Almeno così si legge sul sito www.esfigmenou.com, tenuto da una società di amici del monastero.
Condanna per eresia?
Da parte di uno stato laico?
(...) L’avvocato Ifigenia Kampsidou, docente di Diritto costituzionale all’università di Salonicco, difende, gratis, il gregge di Esfygmenou.
Il legale di un convento del monte Athos, luogo inaccessibile alle femmine, è una donna: un metro e 75 centimentri di formosa bellezza mediterranea, 48 anni, lunghi capelli castani, sposata, senza figli.
“Mi hanno scelto loro”, racconta al Foglio divertita la “signora Ifigenia”, come la chiama con assoluto rispetto l’abate Methodios. “Forse perché sono una delle massime esperte di Diritto costituzionale nel paese, e l’autonomia dell’Athos è protetta e racchiusa nella Costituzione greca.
Un giorno di tre anni fa ho ricevuto una telefonata, una richiesta d’aiuto dall’Aghion Oros (il nome greco della montagna sacra). Sono quasi caduta dalla sedia. Riavutami dalla sorpresa, ho risposto che, per difenderli, avevo bisogno di incontrarli, come sono abituata a fare con tutti i miei clienti. ‘Nessun problema – mi ha risposto l’abate Methodios – di nascosto verrò io da lei nel suo studio’”.
Non si sa bene come, il battagliero abate, con alcuni compagni di sventura, è arrivato a Salonicco, 130 chilometri dall’Athos, e ha raccontato alla signora Kampsidou la vicenda dell’‘eresia’.

I monaci di Esfygmenou, da oltre 30 anni rifiutano di ricordare nelle loro preghiere il Patriarca di Costantinopoli (l’odierna Istanbul, ex capitale dell’Impero bizantino fino alla conquista ottomana del 1453), leader spirituale dei 200 milioni circa di cristiani ortodossi sparsi nel mondo dalla Russia alla Grecia al medio oriente.
In particolare, il Patriarca è il referente religioso diretto dell’Athos, faro della cristianità orientale. Sulla stessa montagna sacra ci sono “case” abitateda monaci di ogni parte del mondo ortodosso: i serbi al monastero di Chilandari, fondato nel 1196 dal principe serbo Sava, che rinunciò al trono per ritirarsi qui; i russi a San Panteleimon; i bulgari al monastero di Zografu.

“Non siamo d’accordo sull’apertura alla Chiesa cattolica, non soltanto da parte di Bartolomeo I, salito al trono spirituale nel 1991, ma dei nostri ultimi tre patriarchi”, spiega al Foglio Methodios, che ricorda come tutto l’Athos abbia esposto le bandiere nere a lutto per l’incontro in Vaticano fra l’allora Patriarca Atenagora e Paolo VI, il primo tête à tête fra i due massimi prelati cristiani dopo il Grande scisma del 1054, dovuto, fra altri motivi teologici e storico-politici, al rifiuto ortodosso del primato papale romano e all’aggiunta cattolica “filioque” nella preghiera del Credo.

“Inoltre Bartolomeo I non doveva entrare nel Consiglio mondiale ecumenico delle chiese – continua Methodios – è come ammettere che ci sono molte chiese cristiane, mentre l’unica originale, voluta dalle Sante scritture, è la nostra.
E lui per farci tacere cosa ha fatto? Ha ottenuto nel 2003 dal Consiglio di stato greco un foglio di via per tutti noi, che abitiamo qui da mille anni.
Non soltanto.
Ha confiscato un terreno di nostra proprietà a Karyes (la sede amministrativa dell’Athos, dove abita anche il governatore civile, rappresentante dello stato greco, ndr) e vi ha installato cinque monaci che non hanno mai abitato precedentemente sull’Aghion Oros”.

“L’inserimento di esterni è proibito dalla Costituzione greca – spiega la professoressa Kampsidou – su questo fatto, a differenza che nel 2003, aspettiamo una sentenza a noi favorevole da parte del Consiglio di stato, in ottobre.
Ma vorrei fare di più: voglio portare, per procura, i miei monaci al Tribunale europeo dei diritti dell’uomo a Strasburgo per il trattamento crudele cui sono sottoposti. Sempre che riesca a convincerli: perché loro non vogliono infangare la reputazione della loro patria all’estero.

Quanto a quest’ultima convocazione penale, il 29 settembre, penso che il giudice si appellerà all’‘infrazione di proprietà privata’, perché i monaci non hanno obbedito all’ordine di andarsene. Ovviamente consiglierò loro di non andare a Salonicco: è una trappola, per approfittare della loro assenza e sbarrare così il monastero”.

Quest’ultima chiamata davanti alla giustizia è seguita a un tentativo di riconciliazione degli esfygmeniti con il Patriarca: a metà luglio con una lettera gli hanno comunicato la loro solidarietà per la persecuzione a cui è sottoposto dalle autorità turche, che insistono a considerarlo un “prete ortodosso di Istanbul”, non il leader di tutti i cristiani orientali del mondo. Non soltanto: quando Bartolomeo I, all’anagrafe cittadino turco, fin dal 2005 ha invitato il nuovo papa cattolico Benedetto XVI a Istanbul in visita ufficiale, prassi internazionale voleva che lo stato anatolico si limitasse a ratificare l’invito. Invece Ankara ha fatto uno sgarbo sia a Bartolomeo sia a papa Ratzinger: soltanto alla fine, con un anno di ritardo, per gestire lo scandalo seguito all’uccisione di due parroci cristiani a Trebisonda, è partito l’invito formale al Vaticano dal governo turco e fissato a novembre 2006.

Sullo sfondo della querelle, insomma, c’è anche la controversa entrata di Ankara nell’Unione europea, condizionata al rispetto dei diritti umani e religiosi.

Per quanto riguarda i diritti umani sull’Athos, paradossalmente la salvezza dei 105 monaci, oltre che dall’avvocato Ifigenia Kampsidou, dipende da un’altra donna, Dora Bakoyannis, ministro degli Esteri di Atene, che nomina il rappresentante statale sull’Athos.
Per il momento, a due anni dal primo foglio di via, a Esfygmenou i religiosi se ne stanno asserragliati fra i loro chiostri silenziosi e le loro icone lucenti d’oro.(...)


Ma come fanno questi religiosi allo stremo a resistere a queste fatiche?
La forza della fede, certo, ma pare anche che qualche altro monastero vicino, di nascosto, aiuti gli affamati di Esfygmenou: considerati sì “ultrà”, ma paladini di una fede condivisa da molti.
In fondo da secoli, dopo che l’occidente non si mobilitò per salvare Costantinopoli
dalla conquista ottomana, i greci hanno un proverbio: “Meglio il turbante del turco che la tiara del Papa”.
E considerati i rapporti non ancora cordialissimi fra Atene e Ankara, questo significa molto.

Come andrà a finire la vicenda dei monaci ribelli?

“L’articolo 105 della Costituzione greca – continua Kampsidou – dice che sull’Athos non possono abitare eretici o scismatici, e su questo punta il Patriarca per espellerli. Ma io voglio dimostrare che, anche per il diritto canonico, un prete che non ricorda il Patriarca nelle sue preghiere o lo critica non è un eretico o uno scismatico. Fino al 2003 c’erano ben nove monasteri sull’Athos a comportarsi allo stesso modo. E soltanto un anno fa, un convegnoù all’università di Salonicco, cui hanno partecipato molti prelati, ha dimostrato che nessuno sul monte Athos vuole l’ecumenismo, per paura che si vada verso un sincretismo religioso fra le chiese. Noi ortodossi non riconosciamo l’infallibilità della nostra guida spirituale, quindi anche un umile monaco può chiedere a Bartolomeo I di ravvedersi su un certo punto”.

Naturalmente, non tutti sono d’accordo:
“Quelli di Esfygmenou sono tutti matti, fanatici talebani – dice padre Antikarpos, rappresentante del metropolita di Venezia, la più grande eparchia ortodossa nell’Europa occidentale – vi immaginate cosa succederebbe se i preti di una chiesetta di Roma rinnegassero Benedetto XVI e dicessero che gli unici veri cattolici sono loro? E’ vero, tutto l’Athos non condivide l’ecumenismo ma non dichiara una guerra santa. Del resto papa Ratzinger non è entrato a fare parte del Consiglio mondiale delle chiese. E’ meno ecumenico
lui del nostro patriarca”.

La sentenza sarà il 29 settembre.
Intanto la bandiera “Ortodossia o morte” continua a ondeggiare sinistra sulla fortezza medievale in riva all’Egeo.

“Per ora non li abbiamo sgomberati a forza perché non vogliamo dare loro il piacere di passare per martiri – dichiara padre Ioannis, responsabile del Consiglio dei monasteri della Comunità Athonit”.

In realtà la cacciata di 105 monaci dal monte Athos, tutti dal più popoloso convento della montagna sacra, farebbe insorgere l’intera opinione pubblica ellenica. E lo sanno bene non soltanto le alte autorità ecclesiastiche, ma soprattutto i nostri politici – racconta l’avvocato Kampsidou – E l’anno prossimo i cittadini greci andranno alle urne”.

Sotto l’inquietante cartello “Wanted dead or alive” del sito Internet del monastero sfilano le foto di vegliardi dallo sguardo rivolto al cielo: non sembrano certo bellicosi talebani.
C’è padre Andrianos, 90 anni, venuto a Esfygmenou dal monastero greco-ortodosso di santa Caterina del Sinai, per sostenere questa battaglia spirituale.
Padre Grigoris ha invece 100 anni, 76 trascorsi sul monte Athos.
Padre Dyonisios, 103 anni vive da 83 sulla montagna sacra.
Padre Kyriakos, 78 anni, ha speso 54 anni fra le mura del monastero.
L’unica loro arma è la lunga barba bianca.
“Ma attenti: io qui ho 300 bossoli – minaccia l’abate Methodios – Sono i grani del mio rosario. E altrettanti ne hanno i miei compagni. La preghiera è l’unica nostra difesa contro tutto questo odio.
E vinceremo”.

2 commenti:

Pandreait ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Pandreait ha detto...

Interessante sopratutto l'ultima affermazione del reverendo Abate:
un rosario di 300 grani è sicuramente un'arma di distruzione di....mEssa !