sabato, dicembre 12, 2015

Dolores y Misericordia

ovvero: rifare le Presentazioni

L’ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, notificando all’universo clero le modalità della "actuosa partecipatio" alla cappella papale nella solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria dell’anno del Signore Nostro Gesù Cristo 2015 –  anno III del sacro principato di papa Francesco – , comunicava agli eminentissimi Cardinali e ai beatissimi Patriarchi siccome agli eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi, volenti concelebrare la solenne liturgia propiziatrice l’inaugurazione del giubileo straordinario della Misericordia, di recarsi all’interno del Tempio Petriano ove poter rivestirsi dei sacri paramenti nella “Cappella della Presentazione del Signore”.  Fin qui la notificazione a firma del maestro delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice monsignor Marini minor.
Il problema è che nella Basilica Vaticana non esiste alcuna Cappella della Presentazione del Signore! 
Oramai abituati a ben altre stramberie, ciò non ha destato verun problema ai sacristi pontifici che infatti – non essendo stato emanato alla bisogna un chirografo “ex audentia Santissimi” che mutasse immantinente la dedicazione di una qualsivoglia cappella della basilica di San Pietro – hanno intuitivamente predisposto le casule per la concelebrazione nella Cappella della Presentazione di Maria. Tale cappella è speculare a quella di San Sebastiano ove solitamente, per mezzo di acconce cortine, si allestisce la sagrestia nelle solenni celebrazioni papali in basilica e da dove il corteo pontificio, passando dall’attigua Cappella della Pietà, si snoda per la vasta navata.  Poiché, al termine della concelebrazione dell’8 dicembre sul sagrato di San Pietro, la teoria dei gerarchi facenti corteggio al Romano Pontefice avrebbe dovuto varcare la Porta Santa, che si trova a lato della Cappella della Pietà, gli officiali delle liturgie pontificali hanno saggiamente deciso di allestire l’effimera sacrestia in altro luogo per meglio lasciar spazio ai presuli, così come ai tecnici delle riprese fotografiche e televisive. Nondimeno, a tal guisa, avranno  preventivato di non intralciare il percorso dei pii pellegrini che dalla vastità della piazza si sarebbero successivamente riversati mercé la “Porta della Misericordia” nella Cappella della Pietà e di poi nella conseguente Cappella di San Sebastiano: luogo oggidì principe dalla cristiana devozione dei pellegrini "ad limina apostolorum" da quando, immediatamente dopo il rito di beatificazione e sfrattando le antiche ossa del Beato Innocenzo XI, sotto l’altare sono state poste le triplici casse contenenti le spoglie di San Giovanni Paolo II.
Sul contraltare della dirimpettaia cappella invece domina la copia in mosaico di una grande tela settecentesca del Romanelli dove i santi genitori Gioacchino ed Anna conducono Maria bambina al Tempio di Gerusalemme, accolta deferentemente dal sommo sacerdote (ben identificabile dai paramenti giudaici descritti nel libro del Levitico). Tale mistero della vita della Santa Vergine si commemora il 21 novembre, e la Chiesa cattolica la celebra come giornata “pro orantibus” (speciale ricordo dei consacrati alla clausura). Ad essere puntigliosi San Pio V aveva espunto tale commemorazione liturgica dal suo Santorale riformato secondo la mente del Sacrosanto Sinodo Tridentino, poiché trattasi di evento narrato dal Protovangelo di Giacomo ignoto alle  Sacre Scritture canoniche. Ma poi Sisto V – er papa tosto! – reinserì la festività mariana nel calendario romano, trincerandosi dietro ad un: “Chi sono io per giudicare un apocrifo?” (mentre d’imperio “correggeva” la Volgata di San Girolamo).
Si è trattato certamente di un "lapsus calami", una piccola svista – staranno dicendo i magnanimi cinque lettori di questo inutile blog tardo barocco –  ma proprio per essere opera di tanta leggerezza non è meritevole di benevola indulgenza!
È mai possibile che i cerimonieri pontifici dopo anni di servizio – e di servizio liturgico! - all’ombra del Cupolone non conoscano non dico tutti gli altari della basilica papale ma almeno le maggiori cappelle! La mastodontica Cappella della Presentazione, che al suo interno alberga i monumenti funerari di papa Della Chiesa di Pietro Canonica e di papa Roncalli di Emilio Greco, nelle sue lunette e nei pennacchi raffigura personaggi veterotestamentari ed episodi tipologici della Santa Vergine, così come nel vasto mosaico della cupola ellittica: l’Eterno Padre adombra l’Immacolata madre dell'Eterno Verbo. 
Ipotizzo: chi ha redatto materialmente il giubilare dispaccio ignorava che oltre alla festa della Presentazione del Signore esiste anche una memoria della Presentazione della Beata Vergine, oppure le candide colombe che reca la popolana ginocchioni in primo piano sono state erroneamente identificate con la coppia di consimili casti volatili che il padre putativo del Redentore offrì al Tempio al momento della presentazione del primogenito, a quaranta giorni dalla nascita, come attestato dall'evangelista Luca.  Imbarazzante decidere quale delle due ignoranze – liturgica o iconografica -  sia più crassa. In fondo, a ben pensare, possiamo salomonicamente affermare che si tratta di un’unica basilare ignoranza! Nella bimillenaria devozione cattolica il rito e l’arte, la bellezza e la liturgia, furono sempre congiunti in sovrano connubio. E mai possibile che chi predispone le coreografie vaticane sia così digiuno dei tesori di arte e di fede della basilica di San Pietro? Possibile che il monsignor estensore del suddetto avviso sacro non abbia mai sostato con lo sguardo all'insù, ammirato, nello scrutare il mistico senso di quella cattolicamente magnificentissima Biblia pauperum? In tanti anni di servizio mai avuto occasione di celebrare il servizio divino all’altare della Cappella della Presentazione? Non rimane che elevare voti affinché consimili rappresentanti di Cristo seppur privi di guida spirituale si premuniscano almeno di guida turistica!


Post scriptum: 
Qualcuno, sapidamente, potrebbe obiettare che nulla vieterebbe che il nostro ipotetico, anonimo (ed apocrifo) cerimoniere, estensore del sacro avviso giubilare, sovente e piamente abbia celebrato a qualche altare della vasta basilica prediligendo, forse, altari più affini alla propria divozione – ogni ladrone ha la sua devozione, recita il proverbio siculo. In effetti al di sotto dell’altare della Presentazione della Beatissima Vergine resiste – ancora! - l’urna con le spoglie di San Pio X. Un santo pontefice il cui culto è abbastanza negletto tant’è che il suo sacro corpo viene ormai annualmente occultato per circa 2 mesi dalla natalizia scenografia presepiale. Bisogna riconoscere invero che papa Francesco (a differenza degli immediati predecessori) ha dimostrato singolare devozione per le sacre ceneri del papa del Catechismo Maggiore e Minore celebrandone a questo altare la messa  nella festa liturgica. In Argentina la memoria di San Pio X è, in effetti, ancora molto vivida tant’è che molteplici sono gli interventi pastorali dell’arcivescovo Bergoglio dedicate alla catechesi, ai catechisti e ai catechizzandi in occasione di tale ricorrenza liturgica. 
Detto questo nessuno può escludere che papa Francesco, dando ancora maggior prova del suo voler essere misericordioso come il Padre, possa decretare "sine die" la traslazione  dei sacri resti di Papa Sarto presso il seminario di Econe, e  far spazio in San Pietro a reliquie in maggior sintonia con lo spirito tutto pastorale del pontificato: le ceneri di Gramsci.

sabato, novembre 28, 2015

Miserando atque Eligendo

Sui siti internet di vari quotidiani italiani, in calce agli articoli dei vaticanisti che piattamente riferiscono che il Pontefice nella sua omelia in Uganda ha sentenziato che: "i piaceri mondani non danno gioia", compaiono i commenti astiosi di chi accusa Papa Francesco di demagogia pauperista. Consimili fervorini spirituali vanno bene per i cristiani occidentali "sazi e disperati" non certo per gli africani che vivono (e i più sopravvivono!) con redditi sotto la soglia della povertà - chiosano stizziti gli italici commentatori internauti! 
Epperò, come spesso ha gesuiticamente insegnato Bergoglio: le affermazioni vanno sempre lette nel loro contesto. E poiché trattasi di estrapolazione dall'omelia della messa celebrativa del cinquantesimo della canonizzazione di quei santi martiri ugandesi che preferirono la morte piuttosto che soggiacere alle avances del re di Buganda, se ne dovrebbe dedurre che "i piaceri mondani" cui velatamente Bergoglio ha fatto riferimento non siano affatto i postmoderni feticci del consumismo capitalistico! Invero il Vescovo di Roma avrebbe potute sforzarsi d'essere più chiaro intorno a che cosa, assai prosaicamente, sia consistito il luminoso esempio di san Carlo Lwanga che anche oggi "continua a ispirare tante persone nel mondo". Consolante, in tutta questa omertà pontificale sulle ragioni del martirio dei paggi del re tribale, è che Papa Francesco non abbia sentito l'obbligo di aggiungere un: "Chi sono io per giudicare Mwanga re di Buganda?" 

sabato, marzo 16, 2013

De Mysterio Altariis

Sive: Quantus tremor est futurus,
      Quando judex est venturus,

      Cuncta stricte discussurus!

Tradizione secolare vorrebbe che il nuovo pontefice si mostrasse al suo primo apparire con l'abito corale con tanto di stola pastorale, dovendo presiedere un rito, seppur breve, qual è la benedizione urbi et orbi. Apparendo per la prima volta alla città e al mondo indossando l'abito piano, papa Francesco ha da subito mostrato che nel suo "programma di governo" si proponeva di mantenersi il più fedele possibile ad una francescana semplicità.
E' più che evidente che nella stanza delle lacrime di fronte al maestro delle cerimonie che gli porgeva il rocchetto e la mozzetta papa Francesco abbia fermamente rifiutato, parendogli più che degno mostrarsi con il bianco abito universalmente riconosciuto come vestimento proprio del romano pontefice.
Forse per la prima volta nella storia delle elezioni pontificie  si è verificato il caso che nella stanza delle lacrime a piangere non sia stato il neo eletto, mentre viene rivestito delle vesti papali, quanto piuttosto il Maestro delle cerimonie pontificie che non ha potuto vestire il nuovo papa secondo l'inveterata tradizione. S'è difatti immediatamente diffusa nell'etere, quasi cavalcando le volute del fumo bianco del comignolo della Sistina, la ricostruzione secondo la quale papa Bergoglio avrebbe sardonicamente replicato al pio Guido Marini: "Monsignore, il carnevale è finito!" Forse si tratta solo un perfido ricamo giornalistico, ma qualcuno che ha ben conosciuto il gesuita ammette che una cosa del genere potrebbe anche averla detta. Forse non è stato così rude con monsignor Maestro ma è evidente che papa Bergoglio ha ritenuto la  paludata pontificale veste corale inadatta e deviante l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale dall'immagine di se stesso oloezzante di spirito francescano che voleva trasmettere per mezzo dei mass media.
Tra l'altro a togliere qualunque posa ieratica, la solenne benedizione non è stata nemmeno cantata, ma semplicemente detta, perciò con una buona dose di praticità papa Bergoglio ha sfilato dalle mani di monsignor Maestro la stola pastorale ponendola sulle proprie spalle solo al momento della benedizione vera e propria. E del resto lo stesso Benedetto XVI, sotto il cerimonierato di monsignor Guido Marini, ha pure indossato la stola pastorale sul semplice abito bianco dal che si evincerebbe che non ci sia stato in ciò alcun abuso liturgico.
Il momento della resa dei conti è stato rimandato invece alla messa di conclusione del conclave, il pomerigio successivo: è stato lì che rifiutandosi di celebrare all'altare coram Deo - l'unico altare fisso presente in Sacello Xistino -  ma ordinando di porre un altare mobile coram populo, il neo pontefice ha platealmente umiliato e sconfessato tutta l'impostazione liturgico spirituale che il Maestro delle celebrazioni pontificie ha - durante un intero lustro - dedicato al pontificio "rinascimento liturgico" ratzingeriano.
Proprio nella Cappella Sistina all'inizio del gennaio 2008, nella festa del battesimo del Signore, mons. Guido aveva compiuto il capolavoro del suo primo anno di servizio alle liturgie pontificie (oso affermare addirittura l'atto più emblematico dello stile celebrativo del pontificato ratzingeriano!),  organizzando una messa "moderna" ma che rispettasse il più possibile il liturgico genius loci dalla storia cinque volte secolare: "Si è ritenuto di celebrare all’altare antico per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica." Ovvero nell'interpretazione della rubricistica post-conciliare,  Guido Marini volle superare la triviale contrapposizione ideologica  tra altare ad Deun e altare ad populum per valorizzare una superiore simbologia liturgico-spirituale dell'altare fisso (preconciliare o postconciliare che sia) preminente rispetto all'altare mobile. E probabilmente era già stato questo maggior onore che la normativa accorda all'altare di pietra unto e consacrato secondo le norme liturgiche a far si che nel lontano 1978 l'allora monsignor Maestro di cerimonie Virgilio Noè facesse celebrare all'altare "antico" della Cappella Sistina la prima messa del neo eletto Albino Luciani, così come un mese e mezzo dopo, volgendo le spalle ai cardinali, al medesimo altare celebrò messa il novello papa Wojtyla. Dopo d'allora però Giovanni Paolo II quando presiederà delle liturgie eucarisitiche nella Sistina lo farà sempre su un altare mobile verso il popolo, cosicchè monsignor Piero Marini, cerimoniere in carica nel conclave dell'aprile 2005, predisporrà nella Cappella Sistina il posticcio altare postconcilare d'ordinanza su cui celebrò il neoeletto papa Ratzinger, obbedendo alle indicazioni di monsignor maestro (anche se col senno del poi possiamo ben dire che i suoi personali "gusti liturgici" differivano diametralmente). E quanto tatto e quanta pasienza in Benedetto XVI prima di celebrare ad Deum: cosa che, come affermava nel gennaio 2008 il piissimo "successor del maggior Piero (Marini)", è "una possibilità contemplata dalla normativa liturgica". Con questo sapiente escamotage Benedetto XVI quale sommo liturgo del Rito Romano, con l'esempio della propria ars celebrandi, ha cercato di generare una virtuosa prassi celebrativa che valorizzasse la prospetiva della ermeneutica della continuità tra Vetus Ordo e Novus Ordo Missae.
Pertanto, ben conscio del liturgico "martirio della pazienza" con cui Benedetto XVI ha voluto segnare il proprio pontificato, monsignor Guido Marini, di fronte ad un neoeletto papa Francesco che si rifiutava di celebrare all'altare "a muro", non avrebbe dovuto far altro  che rassegnare immantinente le proprie dimissioni!
 
 
 
                                                ...to be contiunued
 

giovedì, marzo 14, 2013

DOMINUM GEORGIUM MARIUM

Ovvero: IL GELO SULLA TERRA


Ringrazio Dio di aver nuovamente vissuto l'esperienza di essere in Piazza San Pietro al momento della fumata bianca; di aver potuto condividere con tanti buoni cristiani (qualcuno un po' esaltato per i miei gusti) l'attesa, la preghiera, le lacrime di gioia; così come lo sguardo commosso quasi ancora incredulo di un ragazzo argentino e le reazioni esterrefatte di un gruppetto di cultori della messa tridentina. Ma soprattutto ringrazio l'Onnipotente di non aver dovuto patire nell'attesa dell'habemus papam gli scomposti miagolii di Bruno Vespa.
Ho così assistito all'immediata alzata di mani impugnanti YPad rispetto ai telefonini del 2005, e al coro di strilli impazienti verso quelli più avanti che continuavano a tener aperti gli ombrelli o sventolavano bandiere, impallando la visione della loggia centrale della basilica: inutile tentare di avvisare che prima di una cinquantina di munuti il nuovo pontefice non si sarebbe affacciato di certo.
Ho notato la discreta sincronizzazione tra fumata bianca e il suono del campanone e soprattutto - rispetto al 2005 - il silenzio che ha paralizzato gli applausi della folla al sentire pronunciare l'inaspettato nome "Giorgium Marium"! Un silenzio che ha permesso al protodiacono di procedere celermente con lo svelamento del cognome. Solo l'annunzio del nome pontificale ha sciolto lacrime, sorrisi ed applausi, nonchè i primi cori dei sudamericani inneggianti ritmicamente a papa "Francisco".
E poi quello che in tv non si vede: l'apririsi in contemporanea delle finestre dei quattro balconi che affiancano la loggia centrale, che si riempiono di cardinali, e la folla che applaude al buon lavoro fatto dai porporati. Finalmente lo scatenersi dell'ovazione popolare all'appare del "bianco" successore di Pietro, nelle cui nuove vesti fai difficoltà a riconoscere il "nero" cardinal Bergoglio. E si appalaude mentre con simpatia si intuisce il timore e tremore di papa Francesco che guarda sotto di se la piazza stracolma, mentre sento salire dal gruppetto dietro le mie spalle alti lai di fronte alla carenza di mozzetta pontificia.
Sarà la novità di un viso che nella fantasia mai hai immaginato vestito da papa, sarà la bianca veste che il neo-papa indossa con disagio, saranno le luci dei riflettori puntati sulla loggia delle benedizioni, che genera nella mia mente come la sensazione di stare sul set di una delle tante fiction della Rai sulla vita dei papi.
Se non sbaglio una fiction su Pio XI non è stata ancora messa in cantiere e mentre, stando in mezzo alla folla plaudente, guardavo a quell'uomo com gli occhiali vestito da papa ho pensato che sarebbe stato un buon candidato al ruolo: un carattere deciso e volitivo, dietro il bonario sorriso, un papa che non ha remore ad imporre il proprio punto di vista sin dalla stanza delle lacrime.
Il "prete" Bergoglio sin da subito pone in essere la propria capacità di sintonizzarsi con l'immaginario collettivo del cattolicesimo popolare che - nonostante ci siano abbondanti immagini di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I, Paolo VI, Giovanni XXIII in abito corale -  percepisce il papa come il "vescovo vestito di bianco" (non a caso così lo vedono i pastorelli della Cova d'Iria!), oggetto di una tradizionale devozione popolare - molto più antica di ogni neotradizionalista feticismo per le mozzette bordate d'ermellino - che identifica il buon cattolico nel cultore dei "tre amori bianchi": l'Eucaristia, l'Immacolata e il Papa. Perciò il muovo pontefice ha voluto farsi vedere alla loggia delle benedizioni  esattamente come il secolarizzato uomo della strada vede il papa, come il pietismo spicciolo del catttolicesimo militante degli ultimi due secoli ha esaltato il "candore" del "bianco padre", quasi ipostasi della immacolata ostia. E il popolo non poteva non intuire tutto ciò.
E se nella storia recente della Chiesa i papi "buoni" come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II per la loro simpatetica indole pastorale sono stati definiti "parroco del mondo", papa Francesco sin da subito chiarisce il suo ruolo premimente e peculiare di "Vescovo di Roma". Pur sapendo benissimo che in piazza non ci sono solo romani egli si rivolge alla folla come se fosse il "popolo romano" al quale umile si inchina chiedendo una benedizione che ratifichi l'elezione fatta dal "senato ecclesiatico", come se fosse un eligendo pontefice della Roma di prima dell'anno mille.
E con la praticità dei gesti di un vescovo diocesano ha indossato la stola sull'abito piano per impartire la benedizione urbi et orbi, senza cantarla ma con tono retto, per poi subito togliersela da solo dalle spalle con la ferialità con cui un monsignore di provincia benedice una nuova scuola elementare o un centro anziani.
 

domenica, marzo 10, 2013

Scola in Vacanza (della Sede Apostolica)

Post electionem papae Francisci Scriptum:
Comunione e Liberazione ha già avuto il suo papa con Benedetto XVI che in omelie, catechesi ed encicliche ha confermato, ribadito e "volgarizzato" l'intuizione teologica e carismatica del sevo di Dio Luigi Giussani: il cristianesimo non è una religione, non è un'etica, non è un cumulo di regole morali ma è l'incontro con la persona di Gesù, l'avvenimento che cambia esistenzialmente la vita perchè è l'incontro con un Tu vivo e operante nella Chiesa, la quale è il corpo di Cristo risorto che ha distrutto il limite del tempo e dello spazio.
Un pontefice che ha magnificamente ribadito tutto ciò c'è già stato.  Forse oggi la Chiesa non abbisognava di un, sepur brillante, ripetitore del pensiero ratzingeriano (e giussaniano), ma di riscoprire altri carismi. Forse lo Spirito Santo dopo il prezioso magistero di papa Ratzinger, in questi "ultimi tempi" vuol veementemente raggiungere i cuori di quei tantissimi uomini di buona volontà ma di pessime doti intellettuali.

venerdì, marzo 08, 2013

Ouellet in Vacanza (della Sede Apostolica)

Ovvero: Rien ne va plus!




Tra tutti i possibili papabili, lo stemma che più splende per nobile semplicità appartiene al cardinale canadese Marc Ouellet sessantottenne arcivescovo emerito di Quebec, da Benedetto XVI chimato in Curia a presiedere l'importante dicastero che si (pre)occupa la nomina dei vescovi
 
Sopra tre monti araldici, bianchi come per molti mesi sono candidi di neve le lande canadesi in cui è nato l'eminentissimo, svetta una grande croce d'oro su uno sfondo azzurro. La grande croce che si staglia sull'azzurro non può che evocare lo stemma del Beato Giovanni Paolo II, mentre i monti alla sua base, ed acor più i due gigli araldici che la affinacano, ricordano lo stemma di Paolo VI e  riecheggiano quasi lo stile di composta maestosità che fu proprio di papa Montini.
I gigli in campo azzurro sono un riferimento al Regno di Francia che colonizzò il Quebec. La croce piantata sui monti ricorda i missionari francesi che portarono il cattolicesimo nel Québec facendone la prima diocesi fondata nel nordamerica. I gigli accanto alla croce di cui uno d'oro e l'alto d'argento vogliono anche simbolizzare la Santa Vergine e San Giovanni evangelista, l'apostolo amato, presenti sul monte calvario uniti a Cristo nel l'atto del supremo olocausto redentivo. Una riaffermazione della missione materna della Madre di Dio verso la Chiesa di Cristo, nel solco della spiritualità (come nell'araldica) wojtyliana, nonchè una quanto mai opportuna sottolineatura della figura dell'Apostolo figura e modello del sacerdote cattolico. L'approfondimento del mistico legame tra il Vangelo giovanneo e la spiritualità sacerdotale è uno dei principali filondi della scuola francese di spiritualità che fiorì attrono alla congregazione sacerdotale fondata ai primi del Seicento presso la parrocchia parigina di Saint-Sulpice, ordine religioso di cui è membro il cardinale Ouellet.
Degno coronamento è il motto: "ut unum sint", parole della preghiera sacerdotale di Cristo nel capitolo diciassettesimo del Vangelo secondo Giovanni, in cui si chiede il dono dell'unità degli apostoli e quindi della Chiesa "affinchè il mondo creda". Titolo della enciclica sull'ecumenismo del 1995 nella quale Giovanni Paolo II prospettava la possibilità di una riforma dell'esercizio del ministero petrino pur di ottenere l'agognata riunione visibile delle chiese cristiane. La scelta del motto episcopale da parte di monsignor Ouellet fu dovuta perciò all'essere stato nel marzo 2001 nominato segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e quindi consacrato per le mani di Giovanni Paolo II  (19 marzo 2001). 

Teologo di chiara fama, collaboratore di Ratzinger e von Balthasar nella rivista teologica internazionale Communio, addottoratosi alla alla Pontificia Università Gregoriana, docente per molti anni in Colombia, al contempo rettore di seminario prima a Bogotà, poi a Montrèal,  e ancora docente di teologia fondamentale per molti anni presso la Pontificia Università Lateranense al tempo in cui vi era come magnifico rettore un altro ratzingeriano di ferro: Angelo Scola.
 L' essere stato prima investito da papa Wojtyla della sede primaziale del Canada e poi da papa Ratzinger chiamato a Roma a ricoprire una delle poltrone più  delicate, decisive e strategiche per il futuro della Chiesa Cattolica (dato che Benedetto XVI ha ha trascorso mese del suo pontificato senza dover rimuovere qualche vescovo "inadatto") non può che far convergere su di lui l'attenzione di buona parte del collegio cardinalizio. A raffreddare gli entusiasmi dei ratzingeriani è forse la sua nomea di uomo timido e dalla lacrimuccia facile. In caso dello stallo della candidatura di Angelo Scola, potrebbe essere un candidato di compromesso votato anche dai membri della Curia - ormai anche Ouellet è un curiale - che pur di scansare il pericolo di una personalità forte come quella del cardinale di Milano, preferirebbero il più compassato Ouellet cui la Curia pur di sopravvivere sarebbe capace persino di obbedirgli.
Un cardinale Ouellet che ottenesse i due terzi dei suffragi in conclave, alla domanda di rito "come vuoi chiamarti", cosa potrebbe rispondere?
Ordunque, essendo stato consacrato vescovo, nominato arcivescovo di Quebec e creato cardinale da papaWojtyla, seguendo un antico uso di omaggiare il pontefice cui si deve la porpora, è assai probabilmente che scelga di chimarsi "Giovanni Paolo III".
Potrebbe mantenere il nome di battesimo e chiamarsi "Marco II", ricordando che l'evangelista San Marco era discepolo di Pietro e lo seguì a Roma  secondo l'antica tradizione compose il suo Vangelo proprio per evangelizzare i romani.
Consacrato vescovo nel giono di San Giuseppe,  il santo patrono del Canada e (una volta  papa)dovendo probabilmente fissare la data della messa per la solenne inaugurazione del pontificato in occasione della solennità del patrono della Chiesa Cattolica, porebbe osare di chiamarsi "Giuseppe I". Ouellet non è uomo dalle decisioni sorprenti ma vista la profonda devozione dei cattolici canadesi nei confronti del padre putativo di Gesù, non sarebbe affatto una scelta improvvida.

giovedì, febbraio 28, 2013

Ratzinger in Vacanza (della Sede Apostolica) /4

Comprendo la costernazione di chi è rimasto perplesso (se non scandalizzato) da alcuni passaggi dell’estrema catechesi del mercoledì dello ccioiosamente abdicante Benedetto XVI. 
Di seguito ad un padre Lombardi che con con malcelato sberleffo gesuitico ha farfugliato di mozzette, pellegrine e altre amenutà sartoriali che,  secondo i canonisti della Curia Romana, dovrebbero fare da discrimine tra papa regnante e emerito, ci si sarebbe atteso da Benedetto XVI una pacata quanto limpida volgarizzazione della dottrina del primato (e della sua accettazione e della coerente possibilità di abdicazione) al fine soprattutto di rasserenare le coscienze – piissime invero – appartenenti alla massa informe del laicato cattolico i cui concetti intorno al ruolo e alle prerogative del Romano Pontefice sono deformate da topoi papolatrici farciti di misticheggianti identificazioni tra Cristo e il suo vicario. Di queste piissime distorsioni si è fatto megafono il cardinale arcivescovo di Cracovia: “dalla croce non si scende” ha sentenziato con nessunissimo tatto l’eminentissimo Stanisaw Dziwisz, segretario “emerito” del Beato pontefice polacco che morì convinto che l’ostensione della propria estrema decrepitezza fisica fosse quel supremo atto magisteriale, scritto nella sua propria carne per mezzo della sofferenza accettata nell’abbandono nelle mani del Padre misericordioso, che la divina volontà gli chiedeva di consegnare al mondo.
Benedetto XVI ha ritenuto che lo spettacolo della propria estrema vecchiaia non arrechi frutti spirituali alla Chiesa e quindi, poiché il diritto canonico lo prevede, ha abdicato: “per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo”. E questa dichiarazione di serenità spiazza davvero i tanti piccoli uomini che si sono improvvisati teologi moralisti permettendosi di ergersi a giudice ultraterreno e condannando come "vile" l’abdicazione di papa Ratzinger o di contro gli incensatori (sempre e a prescindere) delle decisioni del pontefice esaltandone “il coraggio” di tale storica decisione. La decisione è stata sicuramente “grave” come ha ammesso lo stesso Benedetto XVI ma non è stata affatto dolorosa: Ratzinger non ritiene di essere venuto meno al proprio mandato di pascere le pecore di Cristo, proprio perché l’ovile non è proprietà del papa; con grande senso di realismo ha ritenuto che le pecore di Cristo abbisognano di un pastore più “energico”.
Tale scelta legittima sul piano canonico e dottrinale rimane difficile però da declinare nella prassi. Data la scarsità di exempla (per di più in epoche lontane) abbiamo assistito ad un malcelato imbarazzo della Curia nel delineare la nomencaltura protocollare di un sommo pontefice che abdica ma soprattutto è difficile far accettare razionalmente ai fedeli la figura del “papa emerito”, che ai più suona come una rivoluzionaria bestemmia, poiché erroneamente indotti a percepire nella carica del “papato” una specie di ulteriore quarto grado del sacramento dell’ordine che porrebbe il vescovo di Roma in una posizione ontologicamente diversa dagli altri vescovi. E perciò avrei sperato che il Benedetto dimissionario, nel rivolgersi per l’ultima volta al popolo di Dio, avesse avuta maggior cura nel ribadire che nella Chiesa c’è spazio per un unico vescovo di Roma, successore di Pietro e vicario di Cristo, cioè quello in carica! “Papa” e “Pontefice” sono titoli onorifici rivolti alla persona che ricopre il ruolo di vescovo di Roma e che perciò, in analogia con il vigente costume ecclesiastico, chi non esercita più l’ufficio mantiene però il titolo onorifico di “emerito”. Mi pare sia questo il responso dei canonisti curiali. Benedetto XVI, umile lavoratore nella vigna del Signore, nel momento in cui scende dal trono di San Pietro, nella sua umiltà si accoda a tutti gli altri "emeriti" ecclesiastici che un tempo hanno esercitato una autorità di giurisdizione ed ora semplicemente non più (e mai più).

Benedetto XVI, però, disinteressandosi delle cautele della terminologia canonistica, invece di risolvere e appianare, con certe ispirati passaggi della sua catechesi, crea nuovi motivi d’inciampo:
 “Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata […] perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui. Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro”.
Orbene, il riferimento alla rinuncia ad un “esercizio attivo” del Primato di Pietro sembra quasi far intendere che il sedici volte Benedetto rimanga “ontologicamente” il legittimo pontefice vita natural durante e che però, per cause di forza maggiore, essendo impedito ad esercitare “attivamente” l’autorità di Sommo Pontefice questa sia demandata de facto ad un “Papa-facente funzioni”. Sono persuaso che il teologo Ratzinger non potrebbe mai proporre una così bislacca dottrina (si tratta allora di un “papocchio” dovuto a interpolazioni del forse troppo devoto ghostwriter di turno?), ma di primo acchito si avverte il pericolo di una clamorosa falla comunicativa: il timbro volutamente e marcatamente “pastorale” dell’allocuzione papale non ha affatto sciolto il rebus sul ruolo nella Chiesa di un “papa emerito”, lasciando aperto un varco a spiacevoli fraintendimenti nel futuro periodo di coabitazione in Vaticano di “due papi”.
La quanto mai opportuna sottolineatura che una volta abdicato al pontificato, Benedetto XVI non tornerà ad essere quel Joseph Ratzinger che fino al 2 aprile 2005 andava in giro per convegni, simposi e rilasciava interviste non abbisognava certo di essere fondata su misticheggianti elucubrazioni intorno a insolubili legami con l’apostolo Pietro che nemmeno il papa per mezzo della propria abdicazione può sciogliere. La necessità della privacy e di una vita nascosta in Dio per una “emerita Santità” è il naturale frutto di un sano e quanto mai razionale buon senso.

venerdì, febbraio 22, 2013

LA DIVINA PASTORA [16]

Ovvero : Somiglia alla tua vita la vita del pastore (G. Leopardi)

"In questi 50 anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste, si traduce sempre in peccati personali che possono divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre la zizzania. Che nella rete di Pietro si trovano i pesci cattivi". La zizzania. I pesci cattivi. Le strutture del peccato.
È giovedì 11 ottobre, Santa Maria Desolata [sic!]. È il giorno in cui la Chiesa fa memoria di papa Giovanni XXIII, cinquant'anni dal principio del Concilio. Benedetto XVI si affaccia al balcone [sarebbe la finestra del suo studio, ma va bene così] e ai ragazzi dell'Azione cattolica [e non solo, non solo di A.C. e ahinoi non solo giovani!] raccolti in piazza dice così: "Cinquant'anni fa ero come voi in questa piazza, con gli occhi rivolti verso l'alto a guardare e ascoltare le parole piene di poesia e di bontà del Papa. Eravamo, allora, felici. Pieni di entusiasmo, eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa". Breve pausa. Eravamo felici, al passato. "Oggi la gioia è più sobria, è umile. In cinquant'anni abbiamo imparato che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa". Che c'è la zizzania, ci sono i pesci cattivi.
Nessuno ha capito, in quel pomeriggio di ottobre. I ragazzi in piazza hanno applaudito e pianto il ricordo di papa Giovanni. Nessuno sapeva che due giorni prima Benedetto XVI aveva di nuovo incontrato il cardinale Julian Herranz, 83 anni, lo spagnolo dell'Opus Dei da lui incaricato di presiedere la commissione d'indagine su quello che i giornali chiamano Vatileaks. etc etc."
Così l'incipit dell'articolo di Concita de Gregorio, la madre badessa della sinistra democratica, che dall'alto delle colonne di Repubblica in data giovedì 21 febbraio 2013 - una settimana esatta prima della conclusione del pontificato dello ccioiosamente dimissionario Benedetto XVI - stende un suo papiro rivelando, qual emula di Santa Ildegarda, una litania delle peccaminose oscure alleanze che strisciano nelle sacre stanze per lo cui disgusto si sarebbe dimissionato l'adamantino Ratzinger.
Non interessa qui tanto il contenuto che seppur pruriginoso non appare affatto nuovo (già mentovato in tempi non sospetti dal panphet "Via col vento in Vaticano" di fine secondo millennio), quanto la cruda istantanea di cosa sia accaduto all'imbrunire dell'11 ottobre 2012, quattro mesi prima l'abdicazione di Benedetto XVI, cinquanta anni dopo l'inaugurazione del Concilio Vaticano II: il Papa ha parlato della necessità di una gioia "più sobria" nel guardare all'evento Concilio, in forza della dolorosa esperienza della zizzania e dei tanti pesci cattivi presenti nella Chiesa nel dopo-concilio. Parole gravi, severe e penitenziali.  E nella piazza la gente applaudiva alla "Chiesa bella del Concilio".
Nessuno ha capito in quel pomeriggio di ottobre, sentenzia lapidaria Concita de Gregorio.
Un mite Vicario di Cristo che - lo si è visto chiaramente proprio in frangenti come questo - si sottomette per amore della Catholica a delle forche caudine di imbarazzanti e ingrati paragoni con i carismatici pontefici antecessori, come può esserlo proprio il doversi confrontare con il climax della mitologia roncalliana. Ma per amore della Chiesa che è bella nonostante le tante rughe pre-conciliari o post-conciliari, Benedetto XVI con grande umiltà ha affrontato il paragone con il poetico "discorso alla luna", in una serata senza luna con una prosa forse pragmatico e direi programmatica di una azione pastorale finalizzata alla recezione, presso il popolo di Dio, degli insegnamenti conciliari finalmente e oltre il fumoso "aggiornamento" un po' naif  di quella che fu una piccola belle epoque che precedette l'amaro risveglio del '68.
Nessuno ha capito in quel pomeriggio di ottobre per il fatto che l'alto magistero del Pontefice deve essere sminuzzato, sbriciolato, rimasticato ed assorbito nel tessuto ecclesiale mediante l'apporto di tutte le strutture e i gangli intermedi: pontifici consigli, conferenze episcopali, movimenti, parrocchie etc che però - ormai alla conclusione del regno ratzingeriano possiamo affermarlo con certezza! - hanno invece percepito lo stile pastorale di Benedetto XVI come componente di una demodè quanto personale e teutonica voglia di spaccare il capello in quattro, avulsa dalle magnifiche sorti e progessive della  aprioristica bellezza della Chiesa "Conciliare" alla quale il popolo di Dio non deve far altro che plaudire entusiasticamente (e acriticamente) nonostante le indicazioni pastorali del Benedetto Papa.
Non so se questo però Concita de Gregorio l'abbia capito, se non in quel pomeriggio di ottobre, almeno in quel mezzogiorno dell'11 febbraio.

giovedì, febbraio 21, 2013

Cardinali in vacanza (della Sede Apostolica) /5

Ovvero: Sao ko kelle terre, per kelle fini ke que li contene, trenta anni le possette parti Sancti Benedicti

E appena si profila all'orizzonte una Sede Vacante i media vanno alla ricerca del possibile vaticinando papa nero. Qualcuno si rammenta di Arinze, dimenticando però che dall'ultimo conclave son passati otto anni ed il porporato nigeriano ha già bello e passato gli ottant'anni. I vaticanisti di grido si sono invece fiondati su Peter Appiah Turkson, il cardinale africano più in alto grado nella Curia.
Leggo l'intervista, rilasciata al Messaggero dal porporato ganese il giorno dopo l'annunzio dell'abdicazione pontificia, e tra le righe capisco che nè Turkson nè gran parte dei porporati, presenti al concistoro dell'11 mattina, capiscono bene il latino (o non lo capiscono per nente!). Dice serafico Turkson: "lì per lì non abbiamo tutti inteso perfettamente per via del latino! (sic!) ... "Tra l’altro da come Benedetto XVI ha letto la declaratio latina sembrava un momento tranquillo, non c’era tensione in lui, nè drammaticità nella sua voce. Leggeva come sempre. Con un tono di voce fermo, chiaro e pacato. Dopo abbiamo realizzato cosa stava annunciando" e cioè quando ha preso la parola Sodano.
 In molti vedendo le immagini televisive si sono accorti che l'unico prelato che sgranava gli occhi  sbigottito, dando così l'impressione di comprendere il contenuto del sermo papalis era mons. elemosiniere Guido Pozzo evidentemente l'unico forse che lì dentro capiva di latinorum, essendo stato segretario della pontificia commissione Ecclesia Dei per il dialogo con i lefebvriani.
E in questi frangenti sorge lecito il chiedere a che pro rinnovare una pontificia accademia di Latinità, perchè mai continuare  a voler esprimersi nella lingua di Cicerone se nemmeno in quelle rare e solenni occasioni, l'uditorio più aduso alla comprendere del latino lo ignora bellamente? Proprio allora si prende coscienza dello jato (ultimamente non più colmato) tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere e si può ben giustificare il furore di un Pietrangelo Buttafuoco che in una intervista dai toni esageratamente apocalittici, però, afferma sacrosantamente: "È l'eterno che deve interessare alla Chiesa. Il fatto che quando il Papa pronunciava la sua rinuncia non ci fosse chi riusciva a capire che cosa stesse accadendo provoca turbamento. Non si tratta di folclore, ma dell'urgenza di ravvivare il fuoco del rito".

mercoledì, febbraio 20, 2013

Storiografi in Vacanza (della Sede Apostolica) /2

Ovvero: IPOTESI SU MESSORI

Vittorio Messori, il giornalista cattolico per antonomasia, in un amplio articolo sul Corriere della Sera di sabato 17 febbraio 2013  con grande amara lucidità, più che di un abbandono di Benedetto XVI, ha ipotizzato di trovarci di fronte all'abbandono che la Chiesa tutta, chierici e laici, hanno silenziosamente compiuto nei confronti di Papa Ratzinger e del suo magistero.

L'articolo parte da una imprescindibile divota e quanto mai opportuna nota autobiografica di come in quel fatidico 11 febbraio sacro all'Immacolata di Lourdes, mentre Benedetto XVI declarava la propria volontà di vacare la sede apostolica, il nostro, notorio cultore di mariofanie, sotto le romaniche volte di una innevata abbazia se ne stava a meditare l'avventura di una povera cristiana: "quella Bernadette ignorante, malata, miserabile di cui stavo scrivendo quel mattino, [che] avrà la gloria degli altari, ritratti venerati nel mondo intero, una statua in marmo nella navata stessa di san Pietro".

Ohibò! Ecco il profondo, tanto acuto e pio ricercatore d'autentiche perle di sapienza e di dottrina nei polverosi archivi che poi mi va a scambiare una delle candide marmoree sante fondatrici di qualche congrega suoresca, che s'affaccia dall'alto d'una nicchia della Basilica Vaticana, per la statua di Santa Bernadette Soubirous?
 Messori non può non sapere che le statue che occupano il doppio ordine di nicchie nei pilastri del Tempio Petriano raffigurano i canonizzati fondatori di ordini religiosi. L'ultimo simulacro ad essere collocato fu nell'anno mariano del 1954 Santa Luisa de Marillac, la seicentesca fondatrice delle Dame della Carità. Nel novembre 1999 con la posa della statua di Santa Brigida di Svezia, si è inaugurata la serie dei nuovi santi che hanno cominciato ad occupare i nicchioni esterni della basilica michelangiolesca. Con scarso discernimento, in verità, poichè vi compaiono anche santi non fondatori come Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce, o la piccola carmelitana Teresa de los Andes, qui posta in effigie per la longa mano del Cardinal Sodano con l'astrusa motivazione d'essere la prima santa del Cile! Forse, in questo post-moderno horror vacui vaticano per qualche arcano motivo avranno posto anche una statua della santa veggente di Lourdes, ma non credo proprio. E allora non rimane che ipotizzare che l'ingravescentem aetatem non colpisca solo Cardinali e Pontefici ma anche i Messori.

martedì, febbraio 19, 2013

DECLARATIO

Internautae dilectissimi,

exacte anno V perfecto Benedicti papae XVI electionis, datum est novissimum scritpum in hoc Blog causa vigorem absentiam in ratzingerianis pontificalibus actibus tam pro Ducis Gandiensis defectum de vaticanibus nugis voluntatis disputandi.
Cum pontificia abdicatione inscrutabili consilio, tamen decernimus - postquam annos III et menses X vacationem - iterum redire in blogosferico agone ad esternandam blandulas considerationes de adveniente vacatione Apostolicae Sedis Romae et orando flectui genui ut non sit Conclave venturo nefastus Ecclesiae Universae.


sabato, aprile 03, 2010

Sabato Santo [4]


Adoriamo Gesù Cristo, deposto dalla croce dopo la sua morte ed avvolto nel lenzuolo, che gli comperò Giuseppe d'Arimatea. Veneriamo il suo sacro corpo sempre unito alla persona del Verbo,
e perciò sempre degno del culto supremo di latrìa.
Uniamoci all'adorazione che gli rese allora la Santissima Vergine.

I. Quanto è giusta la divozione alla sacra Sindone.
- Questa divozione risale all'aurora medesima del Cristianesimo.
Il Vangelo in effetti ci mostra verii lenzuoli piegati con diligenza dall'angelo nella tomba. [...]
Questa divozione della Chiesa e de' Santi non ci deve affatto meravigliare: perché, come memoria della Passione del Salvatore, se un crocifisso dipinto da un'abile mano, eccita la nostra divozione, tanto più deve eccitare la vista delle piaghe e del sangue del Salvatore, dipinte in quel lenzuolo non già dalla mano dell'uomo, ma dal contatto del corpo medesimo di Gesù Cristo!

II. Quanto e santificante la divozione alla sacra Sindone.
— Non e infatti possibile rappresentarci tutto ciò che la Sindone offre agli sguardi di chi la contempla; quel corpo tutto insanguinato, quella testa coronata di spine, quei piedi e quelle mani traforate da chiodi, quel costato aperto dalla lancia, tutte quelle piaghe che lacerarono la sacra carne del Salvatore dal capo ai piedi, senza dire a se stessi: Poiché il mio Salvatore tanto soffrì per salvarmi, io non voglio già perdere il frutto di tanti dolori; poiché la mia salute costò, si cara a Gesù Cristo, non voglio già perderla, col non sopportare con rassegnazione e pazienza le mie pene, infinitamente minori di quelle che sentì il mio Signore in tutto il suo corpo.
Voglio essere un santo. Alla vista di questa sacra Sindone detesto il peccato, per il quale il mio Salvatore versò tanto sangue ed abbraccio la penitenza, che lo espia.
Potrei io rimanere delicato e sensuale, vedendo l'imagine di questo corpo tutto ferito? Posso chiudere il mio cuore a quel grido che esce dalle piaghe impresse su quel lenzuolo: Ecco come Iddio ha amato il mondo!, e non esclamare ancor io dal fondo delle mie viscere: Amiamo Dio perchè Egli per primo ci ha amati!
Oh bisognerebbe avere un cuore indurito per non lasciarsi intenerire alla memoria di tanti dolori sofferti per nostro amore!


COLLOQUIO EUCARISTICO.
— La Sindone: ecco, o Gesù, il simbolo piu bello e piu eloquente della vostra santa Eucaristia.
Nella Sindone monda di Giuseppe d'Arimatea, venne allora nascosto il vostro adorabile corpo, e solo il profumo degli unguenti preziosi poteva tradire la vostra presenza.
Sotto le specie d'un po' di pane e di un po' di vino, come dentro una Sindone nuova, Voi tutto intiero, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità riposate ora in Sacramento: ma da questi veli eucaristici quali onde d'un profumo divino non esalano e tutto inondano il sepolcro — non sempre nuovo pur troppo! — del cuore umano!
Profumi di virtu, di umiltà, di pazienza, di carita, di sacrifizio; profumi che soli possono preservare dalla corruzione del vizio e dall'infezione di morte un'anima la cui sola ambizione sia quella di gustarne la penetrante e benefica influenza.
Ebbene, o Gesù, per quella Sindone antica che al mondo voleste lasciare, improntata della vostra umanità adorabile, in memoria del vostro amore, fate che siamo veramente devoti della Sindone nuova, vero memoriale della vostra passione.
Fate, o Signore, che venendovi a ricevere nella SS. comunione, sia sempre il nostro cuore un sepolcro vergine da ogni colpa, scavato nel vivo sasso delle nostre passioni, chiuso con sigilli ad ogni altra creatura, e così, dopo di aver gustati i profumi deliziosi della Sindone eucaristica, possiamo meritare un giorno di inebriarci dei profumi della Sindone celeste.