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venerdì, aprile 10, 2009

Venerdì Santo [5]


Gesù disse: "Dove l'avete posto?". Gli risposero: "Signore, vieni a vedere". Gesù scoppio in pianto. Dissero allora i giudeo: "Vedi come lo amava".
(Gv. XI, 34-36)


Quando leggiamo queste parole, un interrogativo sorge spontaneo nel nostro spirito: perché il Signore pianse alla tomba di Lazzaro? Sapendo che aveva il potere di risuscitarlo, perché recitò la parte di quelli che fanno lutto per i morti?
[...]
Perché Gesù pianse per un morto che lui poteva risuscitare con una parola, e che già stava pensando di risuscitare?

Innanzitutto, come possiamo notare dal contesto, egli pianse per partecipare al dolore degli altri: Quando Gesù vide piangere Maria e i giudei che erano con lei, fremette nel suo spirito e si turbò. E' la caratteristica propria della compassione o della simpatia, come implica la parola stessa, di piangere con quelli che piangono e gioire con quelli che gioiscono.
Noi sappiamo che è così per gli uomini e Dio ci dice che egli pure è compassionevole e ricco di misericordia. E tuttavia non sappaiamo bene cosa significhi questo, perché come può Dio rallegrarsi e affliggersi? [...]
Dunque, noi non possiamo vedere la compassione di Dio.
Il Figlio di Dio, sebbene abbia per noi la stessa grande compassione del Padre non ce ne diede alcun segno durante il tempo in cui rimase nel seno del Padre. Ma quando si fece carne e apparve sulla terra, rivelò la divinità in un aspetto nuovo. Si rivestì di nuovi attributi, quelli della nostra umanità, assumendo un'anima e un corpo umani per poter fare suoi i pensieri e i sentimenti, gli affetti che corrispondono ai nostri per renderci certi della sua tenera misericordia.

Quando, dunque, il Salvatore pianse di compassione alle lacrime di Maria non dobbiamo dire che quello era solo l'amore di un uomo sopraffatto da un sentimento naturale. Era l'amore di Dio, il sentimento di compassione dell'Onnipotente ed Eterno che si degnò mostrarci quell'amore nella forma umana perché noi fossimo capaci di riceverlo.
Se Gesù pianse, non furono solo i pensieri profondi della sua intelligenza che provocarono al pianto, ma una tenerezza spontanea; furono la dolcezza misericordiosa, la premurosa bontà infinita, l'amore sconfinato del Figlio di Dio per la sua creatura, la stirpe dell'uomo.
Le lacrime degli uomini lo commossero immediatamente, come la loro miseria l'aveva fatto scendere dal cielo.
[...] Che cosa vide?
Egli vide, chiaramente manifestato il trionfo della morte, una folla in lutto, tutto quello che era atto a generale dolore ma non colui che era causa del dolore. Lazzaro non c'era più, una pietra chiudeva il luogo dove giaceva.
Marta e Maria, che il Signore aveva conosciuto e amato in compagnia del loro fratello, ormai sole si avvicinarono a lui, una dopo l'altra, in una circostanza e in uno stato d'animo ben diversi, in profonda afflizione ma con fede e rassegnazione; e pur tuttavia gli rivolsero un dolce rimprovero: Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto.

Questo è in ogni tempo il giudizio pronunciato, il dubbio sollevato verso di lui nel cuore di ogni creatura.
Gli uomini hanno visto il peccato, hanno visto la miseria intorno a loro, e nella fede o nell'incredulità hanno detto: Se tu fossi stato qui; se tu fossi intervenuto le cose sarebbero andate in modo differente.

Il Creatore era dunque là, circondato da quelli che erano opera delle sue mani, che indubbiamente lo adoravano ma che gli chiedevano perché permettesse che la sua stessa creatura venisse così sfigurata.
Il Creatore del mondo era là, dinnanzi a una scena di morte, e vedeva la fine di un'opera del suo amore. Forse egli tornò con il pensiero al momento della creazione quando uscì dal seno del Padre per chiamare all'esistenza tutte le cose.
C'era stato un giorno nel quale aveva contemplato l'opera del suo amore e aveva detto che ciò era molto buono; da che cosa era dipeso che il bene si fosse tramutato in male, e l'oro puro era divenuto opaco?
Un nemico ha fatto questo. Perché ciò fosse stato permesso e come fosse accaduto era un segreto; un segreto per quelli che quel giorno gli stavano attorno così come lo è per noi oggi.

Egli si rivolse al Padre celeste in un colloquio incomunicabile.
Non diede alcuna spiegazione e scelse un'altra via per dissipare i dubbi e il pianto. Non aprì la sua bocca, ma operò in modo meraviglioso.
Quello che ha fatto per tutti i credenti, rivelando la sua morte espiatrice, senza darne spiegazione, lo fece allora per Marta e per Maria quando si avvicinò in silenzio alla tomba per resuscitare il loro fratello, mentre esse si lamentavano che lo aveva lasciato morire. [...]


Ma c'erano, ahimè, altri pensieri atti a strappare le lacrime a Nostro Signore. Come avrebbe potuto egli compiere la meravigliosa opera nei confronti delle addolorate sorelle?
A costo del proprio sacrificio. [...]
I suoi discepoli avrebbero voluto dissuaderlo dall'andare in Giudea per timore che i giudei lo uccidessero; il loro infausto presentimento purtroppo si avverò. Gesù venne per resuscitare Lazzaro e la fama del miracolo fu la causa immediata del suo arresto e della sua crocifissione.
Questo egli lo sapeva in anticipo: vedeva ciò che l'aspettava. Lazzaro resuscitato; il banchetto in casa di Marta; Lazzaro seduto a tavola; una grande gioia intorno a lui; Maria che in quel giorno di letizia onorava il suo Signore con il costoso profumo che versava sui suoi piedi; i giudei che accorrevano in folla per vedere non solo lui ma anche Lazzaro; il suo ingresso trionfale in Gerusalemme; la folla che grida "Osanna"; il popolo che testimonia la risurrezione di Lazzaro; i greci venuti per il culto a Gerusalemme desiderosi di vederlo; i fanciulli che si univano alla gioia generale. Quindi i farisei che complottano contro di lui; Giuda che lo traduce; i suoi amici che lo abbandonano e la croce pronta per accoglierlo.
Tutto questo senza dubbio attraversò la sua mente tra i tanti altri pensieri inesprimibili.
Sentiva che Lazzaro si risvegliava alla vita a prezzo del suo stesso sacrificio; che egli sarebbe sceso nella tomba al posto di Lazzaro.
Sentiva che Lazzaro sarebbe tornato alla vita e lui sarebbe morto; lo stato delle cose doveva essere rovesciato; la festa che avrebbe avuto luogo in casa di Marta per lui sarebbe stata l'ultima e dolorosa Pasqua. E questo rovesciamento di cose, egli lo sapeva, era l'effetto della propria volontà.
Egli era disceso dal seno del Padre per espiare con il suo sangue i peccati del mondo, e quindi per resuscitare dalla tomba tutti i credenti, come ora stava per risuscitare Lazzaro. Li avrebbe resuscitati non per breve tempo, ma te tutta l'eternità. Intanto davanti a lui c'era la prova amara con la quale avrebbe aperto il cielo a tutti i credenti.

Abbracciando il proprio disegno in tutta pienezza, mentre stava per compiere l'opera della sua misericordia, disse a Marta: Io sono la Resurrezione e la Vita, chiunque crede in me anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno.
Torniamo a questi confortanti pensieri quando meditiamo sulla nostra morte e sulla morte dei nostri amici.
Dove c'è la fede in Cristo, là c'à Cristo medesimo. Egli domanda a Marta: Credi tu questo?
Ovunque c'è un cuore per rispondere: Signore, io credo, là Cristo è presente. Là il Signore promentte di essere presente, anche se non visto, sul letto di morte o sulla tomba, sia se siamo noi a chiamarlo o i nostri cari. Sia benedetto il suo nome!

Niente ci potrà togliere questa consolazione: saremo certi, con la sua grazia, che egli si chinerà su di noi con amore, come se lo vedessimo. Non dubiteremo neppure per un istante, dopo aver fatto l'esperienza della storia di Lazzaro, che egli veglia su di noi.
E' consapevole fin dal principio del nostro male, sebbene si tenga a distanza. Sa quando deve rimanere a distanza e quando avvicinarsi; segue il progredire della malattia e le sue fasi. Può dire a colpo sicuro se il suo amico è malato o se dorme. Noi, che ne abbiamo fatto l'esperienza nel racconto ora esaminato, non ci lamenteremo mai del corso della sua Provvidenza.

Solamente, lo preghiamo affinché accresca la nostra fede, ci doni una percezione più della maledizione che incombe sul mondo; e dei nostri demeriti.
Una intelligenza più penetrante del mistero della sua croce; una fiducia più devota della potenza di questa croce. E una più fiduciosa convinzione che egli non ci darà mai un peso troppo pesante per le nostre spalle, che non infliggerà mai ai suoi fratelli un dolore che essi non sia per un loro bene più grande."


(John Henry NEWMAN ; Parochial and Plain Sermons, III)

giovedì, aprile 09, 2009

Giovedì Santo [5]


In quell'ora terribile, dunque, il Salvatore del mondo si prostrò rinunciando all'aiuto delle sue risorse divine. Allontanò da se gli angeli riluttanti che a miriadi erano pronti erano pronti ad accorrere ad un suo richiamo.
L'innocente aprì le braccia e denudò il petto davanti all'assalto del suo nemico mortale, un nemico il cui alito era pestifero e il cui abbraccio era un'agonia.

Rimase prostrato, immobile e silenzioso, mentre il malefico orribile nemico avvolgeva il suo spirito con un manto intriso di quanto più vi è di odioso e infame nel crimine dell'uomo, cosicché s'avvinghiava strettamente intorno al suo cuore e ne riempiva la coscienza; si faceva strada attraverso ogni senso e poro della mente, e spargeva su di lui una lebbra mortale finché quasi gli parve di essere quello che non avrebbe mai potuto essere, e che il suo nemico invece avrebbe voluto fare di lui. Quale orrore, quando egli guardò e non riconobbe se stesso e si sentì come un peccatore immondo e ripugnante, per la viva percezione di quella massa di corruzione che ri riversò sulla sua testa e scorreva giù fino all'orlo della sua veste!

Quale turbamento nel vedere i propri occhi, le mani, i piedi, il cuore, come fossero membra del maligno e non di Dio.
Sono forse le mani dell'immacolato Agnello di Dio, mani una volta innocenti e ora rosse del sangue di migliaia di crudeli delitti?
Sono queste le sue labbra, non più intente a proferire preghiere e lodi e sante benedizioni, ma quasi insozzate da imprecazioni, bestemmie e dottrine diaboliche? O i suoi occhi, ora profanati da tutte quelle visioni inique e dalle seduzioni idolatre per amore delle quali gli uomini hanno abbandonato il loro adorabile Creatore?
E le sue orecchie, ora risuonano del tumulto di gozzoviglie e di litigi; e il suo cuore è agghiacciato per l'avarizia, la crudeltà, l'incredulità; la sua memoria stessa è oppressa da ogni singolo peccato commesso, sin dalla caduta del'uomo, in tutte le regioni della terra; dall'orgoglio degli antichi giganti, dalla lussuria delle cinque città, dall'ostinazione dell'Egitto, dall'ambizione di Babele, dall'ingratitudine di Israele.

Chi non conosce la miseria di un pensiero ossessivo che viene e riviene, a dispetto di ogni rifiuto, a molestare se non può sedurre? O di una qualche fantasia morbosa e odiosa che non proviene da noi ma tuttavia dal di fuori viene come spinta a forza nella nostra anima? O di una cattiva nozione, acquisita con o senza colpa dell'uomo, della quale saremmo disposti a pagare qualunque prezzo pur di liberarcene subito e per sempre?


Signore benedetto, nemici come questi si riuniscono attorno a te, adesso, a milioni; vengono a sciami più numerose delle locuste o dei bruchi; o del flagello della grandine, delle mosche, delle rane scagliate contro il faraone; [più numerosi] dei vivi e dei morti e di quelli non ancora nati, dei dannati e dei salvati, del tuo popolo e degli stranieri, dei peccatori e dei santi: tutti i peccati sono qui. Ci sono le persone a te più care, i tuoi santi e i tuoi eletti ti opprimono: i tuoi tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, [ci sono] non però per confortarti ma per accusarti come gli amici di Giobbe, gettando cenere contro il cielo, e accumulando maledizioni sul tuo capo.

Sono tutti lì tranne una creatura sola: una creatura sola non è lì, una solamente; colei che non ebbe nessun legame col peccato, soltanto lei potrebbe consolarti in quest'ora, e perciò non ti è vicina.
Ti sarà vicina sulla croce; nell'orto è separata da te.
Ti è stata compagna e confidente nel corso della tua vita, ha in comune con te i puri sentimenti e i santi ragionamenti di trent'anni, ma il suo vergininale orecchio non può sentire, né il suo cuore immacolato può comprendere quello che adesso si rivela davanti ai tuoi occhi. Nessuno era capace di quel peso, solo Dio.


Alcune volte hai posto innanzi agli occhi dei tuoi santi l'immagine di un singolo peccato, così come esso appare alla luce del tuo sguardo -e d'un peccato veniale e non mortale- e quelli ci hanno detto che quella vista li avrebbe uccisi se la visione non fosse subito sparita.

La Madre di Dio con tutta la sua santità, e proprio in ragione di essa, non avrebbe potuto sopportare nemmeno un singolo prodotto di quella innumerevole figliolanza di satana che ora ti sta assediando.

E' la lunga storia del mondo, e Dio solo può sopportarne il peso.
Speranze e deluse, voti infranti, luci spente, a ammonimenti disprezzati, occasioni perdute; innocenti traditi, giovani induriti, penitenti che ricadono nella colpa, giusti sopraffatti, vecchi che soccombono; i sofismi della miscredenza, la premeditazione delle passioni, l'ostinazione dell'orgoglio, la tirannide dell'abitudine, il cancro del rimorso, la febbre di affanni che consuma, lo strazio della vergogna, lo struggimento per la delusione, l'angoscia per la disperazione; spettacoli crudeli e pietosi, scene strazianti, rivoltanti, esecrabili, folli; persino i volti lividi, le labbra convulse, le guance ardenti, le fronti cupe delle vittime volontarie del male sono davanti a lui, sono sopra di lui, sono dentro di lui. Sono con lui e al posto di quella pace ineffabile che sempre aveva regnato nella sua anima fin dall'istante del suo concepimento; sono sopra di lui ma certo non gli appartengono, ed egli grida al Padre suo come se fosse il colpevole e non la vittima; la sua agonia assume la forma della colpa e della compunzione.
Egli fa penitenza, si confessa colpevole. La sua contrizione è infinitamente più reale e efficace di quella di tutti i santi e di tutti i penitenti insieme poiché egli è l'unica vittima per noi tutti, l'unica soddisfazione, il vero penitente; tutto fuorché il vero peccatore.

Egli si alza languidamente da terra e si volge ad incontrare il traditore e la sua banda; si avvicina ora rapidamente la profonda oscurità.
Si volge, ed ecco che la sua veste e le sue orme recano tracce di sangue. Da dove vengono questi primi frutti della Passione dell'Agnello? I flagelli dei soldati non hanno ancora colpito le sue spalle, i chiodi fei carnefici non hanno ancora trafitto le sue mani e i suoi piedi.
Fratelli, ha sanguinato prima del tempo, ha sparso il suo sangue. Ed è proprio la sua anima straziata ad aver rotto la sua struttura di carne e a fargli versare sangue. La sua Passione è iniziata nel suo intimo. Quel cuore tormentato che è la fonte delle tenerezza e dell'amore incomincia, infine, a patire e a battere con una veemenza più forte della natura stessa.
Le fondamenta di quel grande abisso si aprirono; i rossi flutti di quel sangue sgorgarono con tanta abbondanza e violenza da traboccare dalle vene e fuoriuscire dai pori formarono come una densa rugiada sulla sua pelle poi, formando grosse e pesanti gocce, caddero e bagnarono il suolo.
[...]
Egli non morì unicamente perché, in virtù della propria onnipotente volontà, il suo cuore non cedette, né l'anima si separò dal corpo fin tanto che egli non ebbe sofferto la croce. No, non è ancora esaurito quel calice traboccante dinnanzi al quale, sulle prime, la sua naturale debolezza aveva tremato.

La cattura, le accuse, le percosse, la prigione, il processo, la derisione, l'andare dall'uno all'altro, la flagellazione, l'incoronazione di spine, la lenta ascesa al Calvario, la crocifissione: devono ancora tutte avvenire.
Un'ora dopo l'altra, tutta una notte e tutto un giorno devono ancora passare, lentamente, prima che giunga la fine e che la redenzione sia compiuta. E allora, quando giunse il momento stabilito e degli proferì l'ordine, come la sua Passione era cominciata nell'anima così nell'anima si concluse.


(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

mercoledì, aprile 08, 2009

Mercoledì Santo [5]


"E che cosa dovette sopportare, fratelli, quando lasciò irrompere nell'anima il torrente di questo preordinato dolore?

Ahimè, dovette sopportare ciò che a noi è ben noto, anzi familiare, ma che per lui fu sofferenza inaudita. Egli dovette sopportare una cosa facile per noi, tanto naturale, tanto gradita, che non sappiamo neppure concepirla come una gran pena; ma per lui fu come odore e veleno di morte.
Egli dovette sopportare, fratelli, il peso del peccato; dovette portare i nostri peccati, i peccati di tutto il mondo.

Il peccato è cosa semplice per noi, lo consideriamo di poco conto e non comprendiamo il perché il Creatore vi annetta tanta importanza. Non riusciamo a credere che esso meriti la punizione e quando vediamo che anche in questo mondo ha come conseguenza il castigo cerchiamo di trovarvi una qualche spiegazione, e procuriamo di non pensarci.

Consideriamo invece quello che il peccato è in se stesso: è rivolta contro Dio; è l'atto di un traditore che tende ad abbattere e uccidere il proprio sovrano; per usare una espressione forte, ammesso che il Creatore del mondo possa cessare di esistere è quanto sarebbe sufficiente perché questo avvenga.
Il peccato è il nemico mortale del Tutto Santo, cosicché l'uno e l'altro non possono stare insieme; e come il Santo dei Santi lo scaccia dalla sua presenza nelle tenebre esteriori, così, se Dio potesse essere meno che Dio il peccato avrebbe il potere di diminuirlo.

Osserviamo qui, fratelli, che non appena l'Amore Onnipotente incarnandosi entrò in questo mondo creato, e si sottomise alle sue leggi, allora immediatamente questo nemico del bene e della verità, traendo vantaggio da questa situazione favorevole, si precipitò su questa carne che egli aveva assunto e si fissò in essa, e fu la sua morte.
L'invidia dei farisei, il tradimento di Giuda e la follia del popolo non furono che lo strumento o l'espressione dell'inimicizia che il peccato ebbe nei confronti dell'eterna Purezza non appena Dio, nella sua infinita misericordia, si fece raggiungibile da esso.
Il peccato non poteva toccare la sua divina maestà ma lo poté aggredire in quel modo nel quale egli permise di essere assalito, cioè attraverso la propria umanità.

Per concludere, la morte del Dio incarnato, fratelli, ci insegna questo: che cosa sia il peccato in se stesso e che cos'era quello che, nella sua ora e in tutta la sua forza, si abbatté sulla natura umana di Gesù quando egli permise che la sua natura ne restasse così colma di sgomento e di terrore al solo prevederlo."


(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

martedì, aprile 07, 2009

Martedì Santo [5]


" Ben vedete, fratelli miei, che se anche Nostro Signore avesse sofferto soltanto nel corpo, e in questo meno di altri uomini, tuttavia riguardo al dolore egli avrebbe sofferto infinitamente di più perché il dolore deve essere misurato dalla capacità di essere consapevoli. Chi soffriva era Dio; Dio soffriva nella sua natura umana; le sofferenze appartenevano a Dio, e furono bevute fino in fondo, furono sorbite fino all'ultima goggia del calice perché era Dio che beveva. Non furono assaggiate o sorseggiate né aromatizzate mascherate con lenitivi umani, come fa l'uomo con la coppa dell'angoscia.

Quanto sono venuto dicendo servirà inoltre come risposta d un'obiezione che ora voglio prendere in considerazione e che forse esiste, latente, nello spirito di molti cosicché questo li porta a trascurare l'importanza della parte avuta dall'anima di Nostro Signore nella sua volontaria espiazione del peccato.
Quando la sua agonia stava per avere inizio, il Signore disse: La mia anima è triste fino alla morte. Vi chiederete, forse, fratelli, se egli non avesse alcune consolazioni proprie a lui solo, impossibili a chiunque altro, che mitigassero o impedissero l'angoscia della sua anima e gli facessero sentire la sofferenza non più intensamente ma piuttosto meno vividamente di un'uomo comune. Egli, per esempio, aveva il sentimento della sua innocenza, sentimento che nessun altro nella sofferenza potrebbe avere; gli stessi persecutori, lo stesso falso apostolo che lo tradì, lo stesso giudice che lo condannò, persino i soldati che lo condussero all'esecuzione testimoniarono la sua innocenza. Giuda disse: Ho tradito sangue innocente. Sono innocente del sangue di quest'uomo, disse Pilato. Veramente questo era un uomo giusto, gridò il centurione.
Se persino costoro che erano peccatori attestarono la sua innocenza, quanto più l'attestò la sua anima. E anche noi stessi, che siamo peccatori, sappiamo bene che la nostra forza di resistere alle ostilità e alla calunnia poggia sulla coscienza dell'innocenza o della colpa; quanto più, direte voi, per il Signore il sentimento della sua santità non doveva compensarlo della sua sofferenza e spazzar via la sua vergogna!

Ancora potreste dire che egli sapeva che le sue sofferenze sarebbero state di breve durata e si sarebbero risolte nella gioia, mentre l'incertezza del futuro è l'elemento che rende più acuta l'angoscia umana. E a conferma di questo si potrebbe citare san Paolo che ci dice espressamente: che per la gioia postagli innanzi Nostro Signore disprezzò la vergogna.
Certo, vi sono una calma e una padronanza meravigliose in tutto quello che fa: si consideri il suo ammonimento agli apostoli: Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione, lo spirito è pronto ma la carne è debole; o le sue parole a Giuda: Amico, perché sei venuto? E: Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo? O a Pietro: Tutti quelli che che prendono la spada periranno di spada; o all'uomo che lo colpì: Se ho parlato male dimmi dov'è il male, se ho parlato bene perché mi percuoti? A sua Madre: Donna, ecco tuo figlio. Tutto ciò è vero, ed è bene insistervi sopra; a ciò si accorda perfettamente e ancor più chiarisce quello che vengo dicendo.
Fratelli, altro voi non avete detto se non che, per usare un'espressione umana, egli era sempre se stesso. La sua anima era il suo proprio centro, e mai fu scossa, neppure in minimo grado dal suo divino, perfetto equilibrio.

Quello che soffrì lo soffrì perché si sottopose volontariamente alla sofferenza; e sempre deliberatamente e con calma.
Come disse al lebbroso: Lo voglio, sii guarito; e al paralitico: Ti sono perdonati i tuoi peccati; e al centurione: verrò e lo guarirò; e di Lazzaro: Vado a svegliarlo dal sonno; così pure disse: Ora comincerò a soffrire, e in verità cominciò.
La sua tranquillità è la prova del pieno dominio che egli aveva sul proprio spirito. Al momento giusto egli tolse i catenacci e le serrature, aprì le cateratte e i flutti abbatterono sulla sua anima con tutta la loro forza.
Proprio questo ci narra di lui san Marco del quale si dice che abbia scritto nel suo Vangelo quanto aveva appreso dalla bocca di san Pietro, uno dei tre testimoni presenti in quel momento: Giunsero intanto, egli dice, a un podere chiamato Getzemani, ed egli disse ai suoi discepoli: Sedetevi qui mentre io prego. prese con se Pietro, Giacomo e Giovanni, e cominciò a sentire paura e angoscia.

Osservate come egli agisca deliberatamente.
Si reca in un certo luogo, poi, dato l'ordine e sottratta la sua anima al sostegno della divinità, angoscia, terrore e disperazione lo invadono. Egli va incontro, duque, a un'agonia mentale, con un'azione così ben definita quasi fose un tormento fisico come il fuoco o la ruota.
Stando così le cose, vedrete subito, fratelli, che non è corretto dire che Nostro Signore nella prova fu sostenuto dalla consapevolezza dell'innocenza e dalla cetezza del triofo futuro poichè la sua prova consistette nel rifiuto di quella consapevolezza e di quella preveggenza, così come degli altri motivi di consolazione.
Lo stesso atto di volontà che permetteva l'influsso di ogni possibile angoscia sulla sua anima ammetteva subito, insieme, tutte le angoscie.

Non fu una lotta tra impulsi o idee, provenienti dall'esterno, in conflitto tra loro ma l'effetto di una decisione interiore.
Come gli uomini ben capaci di autocontrollo passano da un pensiero all'altro secondo il proprio volere, così il Signore rifiutò a se stesso deliberatamente ogni conforto e si saziò di amarezza.
In quel momento la sua anima non pensò al futuro; egli in quell'ora pensava solo al peso che gravava su di lui, e che per sostenerlo egli era venuto qui in terra."


(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

lunedì, aprile 06, 2009

Lunedì Santo [5]


"Ogni brano della storia del Signore e Salvatore nostro è d'una profondità insondabile e offre materiale inesauribile per la contemplazione. Tutto quello che lo riguarda è infinito e quanto noi al momento percepiamo non è che la superficie di qualcosa che comincia e finisce nell'eternità.
[...] io mi accingo ad indirizzare i vostri pensieri su un tema, particolarmente opportuno in quest'ora, e al quale molti di noi forse pensano pochissimo: le sofferenze che Nostro Signore sopportò nella sua anima innocente e senza peccato.

Voi sapete, fratelli, che il nostro Signore e Salvatore, pur essendo Dio, era anche perfettamente uomo; e perciò ebbe non solo un corpo ma anche un'anima come la nostra, benché immune da ogni macchia di peccato. Egli non prese un corpo senz'anima -Dio ce ne guardi- poiché questo non sarebbe stato farsi uomo. Come avrebbe potuto santificare la nostra natura assumendo una natura che non era la nostra?
L'uomo senza anima è al livello delle bestie del campo ma Nostro Signore venne per salvare una stirpe capace di lodarlo e di obbedirgli, che possedesse l'immortalità quantunque una immortalità che aveva perduto la beatitudine promessa.

L'uomo fu creato a somiglianza di Dio e quella somiglianza è nell'anima, perciò quando il Creatore, per un'indicibile benevolenza, venne nella natura umana assunse un corpo, e assunse un'anima come mezzo della sua unione col corpo; assunse in primo luogo un'anima umana e poi il corpo, contemporaneamente ma in quest'ordine: l'anima e il corpo. Creò egli stesso l'anima da lui assunta mentre il corpo lo prese dalla carne di Nostra Signora, sua madre. In questo modo egli si fece uomo, perfettamente uomo con un corpo e un'anima. E nel prendere un corpo di carne e di nervi, soggetto alle ferite e alla morte, capace di soffrire, prese pure un'anima anch'essa capace di quella sofferenza, e per di più capace di quelle sofferenze e dolori che sono propri dell'anima umana; e allo stesso modo che la sua Passione redentrice fu sofferta dal corpo su sofferta anche dall'anima.

Durante questi giorni solenni saremo chiamati a riflettere in modo particolare sulle sofferenze corporali [del Signore]: la sua cattura, il suo forzato andare avanti e indietro [da un luogo all'altro], i colpi e le ferite, la flagellazione, la corona di spine, i chiodi, la croce. Tutte queste cose sono riassunte davanti ai nostri occhi nel Crocifisso stesso; sono raffigurate tutte insieme nella sua carne benedetta che pende dalla croce davanti a noi; e la meditazione è resa facile da quanto vediamo.
Ben diversamente è nei confronti delle sofferenze della sua anima; esse non possono essere dipinte per noi, né possono essere analizzate con precisione; sono al di là dei nostri sensi, non sono pienamente percepibili dal nostro pensiero; eppure cominciarono prima dei suoi dolori corporali.

L'agonia sofferta dall'anima, e non dal corpo, fu il primo atto del suo tremendo sacrificio; La mia anima è triste fino alla morte, egli disse. Se soffrì nel corpo, in realtà fu nella sua anima dove soffrì; il corpo non faceva che trasmettere la sofferenza dell'anima che era la vera sede del dolore.
Sarà bene insistere su questo punto: affermo, cioè, che non era il corpo a soffrire ma l'anima nel corpo. L'anima e non il corpo era la dimora della sofferenza dell'Eterno Verbo.

Consideriamo perciò come non vi sia vero dolore, benché vi sia una sofferenza apparente, se non c'è alcuna sensibilità interiore, o uno spirito che ne sia la sede. [...] Quello che rende così penoso il soffrire sta nel fatto che non possiamo smettere di pensarci fintanto che lo sentiamo. Esso è davanti a noi, domina la nostra mente e tiene fissi i nostri pensieri su di se. Tutto quello che distoglie la nostra mente da quel pensiero lo mitiga; per questo quando soffriamo i nostri amici cercano di farci divertire, perché il divertimento è una distrazione. Se la sofferenza è leggera essi a volte raggiungono lo scopo e noi ci troviamo in qualche modo senza dolore, anche se soffriamo. [...] Così nelle risse e nelle battaglie si ricevono ferite delle quali, a causa del'agitazione del momento, chi combatte non ha coscienza del dolore che ha provato nel riceverle ma in seguito alla fuoriuscita del sangue. [...] E' la comprensione intellettuale del dolore come di un tutto ripartito in momenti successivi che conferisce alla sofferenza forza e acutezza particolare [...].

Applichiamo ora questo alle sofferenze di Nostro Signore.
Ricordate che al momento della crocifissione gli offrirono vino mescolato con mirra? Egli però non ne volle bere; perché? Perché quella bevanda gli avrebbe stordito la mente, mentre egli era deciso a sopportare la sua sofferenza in tutta la sua amarezza.
Questo ci rivela, fratelli, il carattere dei suoi patimenti; egli li avrebbe volentieri evitati se questo fosse stata volontà del Padre. Se è possibile, disse, passi da me questo calice. Ma poiché questo non era possibile all'apostolo che voleva sottrarlo alla sofferenza rispose tranquillamente: Non berrò io il calice che il Padre mi ha dato?
Poiché doveva soffrire, si consegnò alla sofferenza. Non cercò di soffrire il meno possibile; non voltò le spalle alla sofferenza, l'affrontò, gli andò incontro -se così posso esprimermi- in modo che ogni minima parte di essa potesse pienamente imprimersi in lui.

Come gli uomini sono superiori agli animali e sono colpiti maggiormente dal dolore a motivo dello spirito che è in loro, e che dà al dolore consistenza (il che non avviene nel caso degli animali) così, similmente, Gesù provò la pena del suo corpo con una consapevolezza e una coscienza e, di conseguenza, con un'acutezza ed un'intensità e con una unità di percezione che nessuno di noi sarebbe capace di scrutare o comprendere tanto la sua anima era perfettamente in suo potere, così completamente libera da ogni distrazione, così totalmente orientata al dolore, così pienamente abbandonata e sottomessa alla sofferenza.
Possiamo ben dire che egli soffrì la Passione tutta intera in ogni singolo momento.


Ricordiamoci che Nostro Signore benedetto era diverso da noi in questo: benché fosse perfettamente uomo, tuttavia c'era in lui un potere più grande della sua anima, e che governava la sua anima, poiché era Dio.
L'anima dell'uomo è sottoposta ai suoi desideri, sentimenti, impulsi, passioni, turbamenti; l'anima di Gesù invece non era sottomessa che alla sua eterna e divina Persona. Nulla accadde all sua anima per caso o all'improvviso; egli non fu mai colto di sorpresa; nulla ebbe alcun effetto su di lui senza che lui lo volesse. Mai si afflisse, o temette, o desiderò, o si rallegrò nello spirito senza che prima non avesse voluto affliggersi, temere, desiderare, gioire.

Noi soffriamo perché cause esterne ed emozioni incontrollabili della nostra mente ci provocano sofferenza. Subiamo involontariamente la disciplina del dolore, soffriamo più o meno vivamente a seconda delle circostanze, la nostra pazienza è messa a più o meno alla prova secondo lo stato del nostro spirito e noi facciamo del nostro meglio per alleviarlo o trovarvi rimedio.
Non possiamo prevedere in che misura il dolore si abbatterà su di noi, né per quanto tempo saremo in grado di sopportarlo; e quando è passato non sapremmo dire con verità perché abbiamo provato quello che abbiamo provato, o perché non abbiamo sopportato meglio il dolore.

Ben diversamente fu per il Signore. La sua divina Persona non era soggetta, né poteva essere abbandonata all'influsso dei suoi affetti e sentimenti umani, se non nella misura da lui voluta.
Lo ripeto: quando sceglieva di di temere, temeva; quando sceglieva di segegnarsi, si sdegnava; quando sceglieva di addolorarsi si addolorava. Non era esposto all'emozione ma sceglieva volontariamente ciò che doveva commuoverlo. Di conseguenza, quando decise di soffrire la sua Passione in espiazione dei nostri peccati, tutto quello che fece lo fece, secondo l'espressione del Saggio, "instanter", prontamente, con tutta la forza della sua volontà.
Non si fermò a metà; non cercò -come facciamo noi- di distogliere la propria mentre dalla sofferenza (e come avrebbe potuto non patire, lui che era venuto per patire; che non avrebbe patito se non lo avesse voluto?); no, egli non disse e poi disdisse; non fece e disfece; disse e fece.
Disse: Ecco, io vengo per fare la tua volontà, o Dio; tu non hai gradito sacrificio e offerta; un corpo invece mi hai preparato. Prese un corpo per poter soffrire; divenne uomo per poter soffrire; e quando venne la sua ora, l'ora di satana e delle tenebre, l'ora in cui il peccato doveva rovesciare su di lui tutta la sua malizia, allora egli si offrì totalmente in olocausto, in sacrificio tatale.

E come tutto il suo corpo fu disteso sulla croce, così tutta la sua anima, tutta la sua attenzione, tutta la sua consapevolezza, una mente vigile, una intensa sensibilità una viva cooperazione, un'intenzione attuale e assoluta -non un implicito consenso o una sottomissione senza cuore- tutto questo egli offrì ai suoi carnefici. la sua passione fu un'azione; la sua energia vitale era nel pieno delle sue funzioni mentre egli languiva, sveniva, moriva.
Se morì fu perché lo volle; chinò il capo in segno di comando e rassegnazione, e disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito; disse lo parola, rese l'anima, non la perdette."



(John Henry NEWMAN; Discourses Addressed to Mixed Congregations)

sabato, aprile 04, 2009

In Passione Domini [3]


"... come fu la vita di Gesù , il Figlio del Dio vivente?

Dove nacque? In una stalla. Credo che pochissimi uomini abbiano subito una così grande umiliazione; nato non in una casa accogliente e confortevole ma in mezzo ad animali. E quale fu la sua culla? Una mangiatoia. Tali furono gli inizi della sua esistenza terrena; e la sua condizione non cambiò con il passare degli anni. Disse una volta: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo.
Gesù non aveva casa: quando cominciò a predicare era quello che oggi viene chiamato con disprezzo un vagabondo. Alcuni sono costretti a dormire dove possono; e tale sorte toccò, per buona parte, anche a Nostro Signore. Leggiamo nel vangelo che Marta e altri furono ospitali con lui ma sebbene ci sia detto poco in proposito sembra che egli abbia condotto una vita più dura di qualunque contadino di villaggio.

Per quaranta giorni fu nel deserto; e dove dormì in tutto questo tempo? Nelle cavità della roccia. Chi furono suoi compagni? Peggiori anche di quelli nacque; nacque in una grotta passò quaranta notti in una caverna. Ma almeno alla nascita si trovò tra la mansuetudine di un bue e un asino; durante i quaranta giorni nel deserto invece egli fu con le bestie selvagge. Le caverne del deserto sono pieni di animali feroci e velenosi; lì dormì Cristo, e certamente, se non fosse stato per la'aiuto invisibile del Padre e della sua santità, essi lo avrebbero assalito.

Tra le avversità che ci affliggono nei sensi c'è inoltre il freddo, e Gesù volle sopportare anche questo: si alzava prima dell'alba e andava a pregare in luoghi solitari, alcune volte rimaneva di notte in mare. Ancora: il caldo [...] Gesù soffrì la fame e la sete. Era assetato al pozzo di Giacobbe e chiese alla Samaritana dell'acqua, ebbe fame nel deserto dopo aver digiunato per quaranta giorni. In un'altra occasione lui e i suoi discepoli, impegnati intensamente in opere di misericordia, non trovavano il tempo per mangiare il pane. E veramente , viaggiando qua e là per il proprio ministero, non sempre era sicuro di trovare cibo. [...]

Consideriamo le altre sofferenze che Gesù prese su di se quando divenne povero: il disprezzo, l'odio, la persecuzione ne sono alcuni aspetti. Già nell'infanzia Maria, sua madre, dovette fuggire con lui in Egitto per difenderlo da Erode che voleva ucciderlo. Quando tornò non poté abitare in Giudea ma dovette ritirarsi a Nazaret dove la Santa Vergine aveva ricevuto l'annunzio dell'angelo.
Sappiamo tutti come egli fu disprezzato dai farisei e dai sacerdoti quando cominciò a predicare e fu costretto a fuggire e a nascondersi più volte per salvare la vita.

Un'altra grande sofferenza che Gesù non allontanò da sé fu fu la perdita e la morte di parenti e amici: volle assaporare anche questa afflizione per amore nostro. Questo, in verità, non fu per niente facile per lui che su questa terra aveva solo un familiare e ben pochi amici. Lazzaro era suo amico, ed egli lo perdette; sapeva, è vero, che poteva risuscitarlo, come poi fece, tuttavia lo pianse amaramente, tanto che i giudei dicevano: Vedi come lo amava.

Ma la più grande e vera perdita, se possiamo osare di parlarne, fu il suo originario atto di umiliazione nel lasciare la glori del cielo e venire su questa terra. Questo in realtà è un grande mistero per noi, dall'inizio alla fine, e tuttavia Gesù concesse a san Paolo di parlarne come di un suo spogliarsi della gloria; cosicché possiamo considerarlo, con umiltà e venerazione, come una ineffabile e misteriosa privazione che egli volle subire divenendo per un certo tempo diseredato e simile alla carne del peccato.
Ma tutto questo non fu che l'inizio dei suoi dolori.
Per vedere la loro pienezza dobbiamo guardare alla sua Passione: nell'angoscia che allora sopportò vediamo riuniti e superati tutti gli altri dolori. [...]

Fu tradito a morte da uno dei suoi amici. Quale colpo amaro è questo! Era già abbastanza solo in vita ma in quest'ultima prova uno dei dodici, un suo amico intimo, lo tradì e gli altri lo abbandonarono e fuggirono, anche se Pietro e Giovanni subito dopo ripresero un po' di coraggio e lo seguirono. Ma poi Pietro cadde in un peccato ancor peggiore rinnegandolo tre volte.
Dalle parole che rivolse agli Apostoli durante l'Ultima Cena si può capire quanto egli si sentisse affezionato a loro e spinto verso di loro da un naturale movimento del cuore all'avvicinarsi della sua prova: Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua, prima di soffrire. Subito dopo ebbero inizio le sue sofferenze.


Il nostro benedetto ed innocente Salvatore, il Figlio di Dio, il Signore della vita, fu abbandonato nell'anima e nel corpo alla malizia del grande nemico di Dio e degli uomini.
Si legge nell'Antico Testamento che Giobbe fu consegnato a satana ma entro certi limiti prescritti; in principio non gli fu permesso di toccare la sua persona, poi gli fu concesso di colpire la sua persona ma non la sua vita. Ma satana ebbe il potere di trionfare -o almeno così credette- sulla vita del Salvatore; Gesù infatti disse ai suoi persecutori: Questa è la vostra ora, è la potenza delle tenebre.

Il suo capo fu ferito e coronato di spine; il suo volto fu insozzato di sputi; le sue spalle caricate della pesante croce, la sua schiena sfregiata e trafitta di flagelli, le sue mani e i suoi piedi forate dai chiodi, il suo costato ferito con disprezzo dalla lancia; la sua bocca fu arsa dalla sete e la sua anima talmente angosciata che egli gridò: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
In questo stato rimase sei ore sulla croce, il corpo tutto una ferita, esposto quasi nudo agli occhi della gente disprezzando l'ignominia, deriso, insultato, maledetto da tutti quelli che passavano. Certamente le parole del profeta: Oh, voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore, al dolore che mi tormenta, e con cui il Signore ha voluto affliggermi nel giorno della sua ira ardente, queste parole si possono applicare in tutta la loro pienezza soltanto a lui.

Quanto sono piccoli i nostri dolori di fronte a questi!
Quanto sono piccole le nostre pene, le nostre privazioni, le nostre persecuzioni, in paragone con quelle che Cristo affrontò volontariamente per noi! Se egli, l'innocente, sopportò afflizioni così grandi, c'è da meravigliarsi se noi peccatori dobbiamo sopportarne una minima parte?
Quanto siamo abbietti e miserabili nel comprenderle così poco, ad esserne così poco impressionati! Oh, se le sentissimo come dovremmo certamente esse sarebbero per noi, in questo tempo di Passione, più amare della morte di un amico o di una pensosa malattia. Non saremmo capaci, in questo tempo, di trovare piacere in cose mondane, perderemmo la gioia delle cose della terra, perderemmo l'appetito, avremmo il cuore spezzato, e solo per dovere mangeremmo e d andremmo a lavoro.

La Settimana Santa nella quale stiamo entrando, sarebbe per noi una settimana di pianto come quando vi è un morto in casa.


E' vero, non possiamo "sentire" questo solo perché lo vogliamo e lo dobbiamo; non possiamo forzare noi stessi a entrare in tali sentimenti. Io non esorto questi o quello a sentire così, perché non è in suo potere; non possiamo forzare i nostri sentimenti; e se anche lo possiamo non dobbiamo farlo, perché non è cosa buona.
Il sentimento profondo è la conseguenza naturale e necessaria di un cuore santo. Ma sebbene non possiamo avere questi sentimenti subito, per volontà nostra, possiamo però camminare lungo il percorso per giungervi. Possiamo crescere in grazia fin quando non "sentiamo".
Nel frattempo possiamo osservare una esteriore astinenza dagli innocenti piaceri e dalle comodità della vita, per prepararci a tali sentimenti: quell'astinenza che faremmo volentieri se li avessimo già provati.


Meditiamo le sofferenze di Cristo. Saremo portati così, col passar del tempo, a tali profondi sentimenti.
Preghiamo Dio che faccia per noi quello che noi stessi non possiamo ottenere; che ci faccia "sentire", che ci doni lo spirito di gratitudine e di amore, di venerazione, di umiltà, di santo timore, di conversione, di santità e di fede viva."

(John Henry NEWMAN; Parochial and Plain Sermons, VI)

venerdì, aprile 03, 2009

In Passione Domini [2]


"Il tempo passa e la Pasqua si avvicina.
Siamo invitati non solo a piangere i nostri peccati ma specialmente a meditare le grandi sofferenze che Cristo nostro Signore e Salvatore volle affrontare per espiarli.
Come mai fratelli siamo abitualmente così poco sensibili a questo argomento? Perché ci siamo abituati a lasciar trascorrere questo tempo come un qualsiasi altro tempo, e non pensiamo a Gesù più che in altri periodi, o almeno non proviamo per lui maggiore commozione? Non ho forse ragione nel dire che questo è il nostro abituale modo di essere? E se è così abbiamo un serio motivo per cercarne la spiegazione.

Noi non ci commuoviamo quando sentiamo parlare dell'amara Passione che Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha sofferto per noi. Non piangiamo i nostri peccati che ne furono la causa, ne abbiamo un grande interesse per essa, non soffriamo con Lui.
Se veniamo in chiesa ascoltiamo la Parola di Dio, e poi ce ne andiamo; non ne siamo per niente rattristati o, al più, solo per un momento. E molti non vengono neppure in chiesa; per loro questo tempo santo e solenne è come tutti gli altri tempi. Mangiano, bevono, dormono, si alzano, vanno in giro per i loro affari e per i loro piaceri come sempre; non pensano a colui che per loro morì. [...]
Questa purtroppo è la dolorosa realtà che non si può negare.

Ma se è vero che il Figlio di Dio è disceso dal cielo e si è spogliato della sua gloria, si è sottoposto al disprezzo, a trattamenti crudeli, e accettò di essere messo a morte dalle sue creature -da quelle creatura che egli aveva fatte, che aveva conservato fino a quel giorno, che ancora sosteneva nella vita e nell'essere- è ragionevole che un sì grande evento non ci debba commuovere? E non è allora corretto dire che la nostra mentalità è veramente irreligiosa se non abbiamo un poco di riconoscenza e di partecipazione, un po' di amore e di timore, un po' di rimorso e di confusione, un po' di pentimento e di desiderio e di emendazione al pensiero di quello che Gesù ha fatto e sofferto per noi?

Non può un sì gran benefattore esigere da noi un po' di sincera gratitudine, di viva partecipazione, di fervente amore, di profondo timore, di amaro rimorso, di serio pentimento, d'ardente desiderio e forte anelito ad un cuore rinnovato? Chi potrebbe negarlo?
Perché allora fratelli miei non è così?
Perché rimaniamo sempre allo stesso punto?
Ahimè! Lo dico con tristezza: il tempo trascorrerà, verrà la Passione, il Venerdì Santo, la Pasqua; passerà una settimana dopo l'altra e molti di voi rimarranno come prima: non più vicini al cielo, né più vicini a Cristo nel cuore e nella vita, né impressionati in maniera duratura e salutare al pensiero delle sue misericordie, al pensiero dei vostri peccati e demeriti.
Ma perché avviene questo? Perché comprendete tanto poco l'Evangelo della vostra salvezza? Perché i vostri occhi sono così offuscati e le vostre orecchie così dure ad ascoltare? Perché avete così poca fede, così poco cielo nel cuore?

Vi è un solo motivo: se dovessi esprimere il mio pensiero con una sola parola, direi: perché meditato poco. Non meditate, e perciò siete insensibili.

E che significa meditare Cristo?
Significa pensare abitualmente e costantemente a lui, alle sue azioni e alle sue sofferenze. Vuol dire tenerlo dinnanzi alla mente come uno che possiamo contemplare, adorare, a cui ci rivolgiamo quando ci alziamo e quando ci corichiamo, quando mangiamo e quando beviamo, quando siamo in casa e quando siamo fuori, quando lavoriamo, camminiamo o riposiamo, quando siamo soli e quando siamo in compagnia: questo significa meditare Cristo. Solo così i nostri cuori diverranno sensibili e acquisteranno i dovuti sentimenti.
Abbiamo cuori di pietra, cuori duri come le strade battute, e la storia di Cristo non lascia alcuna impronta in essi. E tuttavia se vogliamo salvarci dobbiamo avere cuori teneri, sensibili, vibranti. I nostri cuori devono essere spezzati, squarciati come il terreno, smossi, curati e rinfrescati, coltivati fin quando non diverranno come giardini; giardini dell'Eden graditi a Dio, giardini in cui il Signore possa passeggiare e dimorare [...].
Il deserto duro e desolato deve far scaturire acqua viva.
Se vogliamo essere salvi, nei nostri cuori deve aver luogo tale cambiamento; in una parola dobbiamo acquistare quello che non abbiamo per natura: la fede e l'amore. E questo lo si può realizzare, con la grazia di Dio, solo attraverso la meditazione devota, pratica, costante.
Quanto intendo dire lo descriveva san Pietro quando parlando di Cristo diceva: "Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa".

Cristo se ne è andato, non è più visibile: noi non l'abbiamo mai visto, abbiamo solo letto libri su di lui e sentito parlare di lui.
C'è un vecchio proverbio che dice: "Lontano dagli occhi, lontano dal cuore". State pur sicuri che sarà così, dovrà essere così anche per noi per quel che riguarda il nostro Salvatore benedetto, se non facciamo degli sforzi continui per pensare lungo il giorno a lui, al suo amore, ai suoi comandamenti, ai suoi doni, alle sue promesse.
Dobbiamo richiamare alla mente quello che abbiamo letto su di lui nel Vangelo o nei Libri Sacri. Dobbiamo tener presente quello che abbiamo sentito in chiesa. Dobbiamo pregare Dio di renderci capaci di comportarci in questo modo; di benedirci quando lo facciamo e di aiutarci a compiere ciò con uno spirito semplice e sincero, pieno di venerazione.
[...] ed anche le persone più umili possono farlo, purché lo vogliano.


Ora vorrei fare due rilievi intorno alla meditazione della vita di Cristo, delle sue opere e delle sue sofferenze.
Il primo rilievo è fin troppo banale per menzionarlo ma se non lo facessi si potrebbe pensare che l'avessi dimenticato mentre lo do per scontato, eden è questo: tale meditazione all'inizio non è piacevole.
la gente in principio la troverà noiosa e la mente si volgerà facilmente ad altro oggetti. Ed è vero, ma considerate che se Gesù stimò la vostra salvezza degna del suo grande sacrificio, e delle sue volontarie sofferenze, non dovrete anche voi pensare -questo è il vostro compito- che essa merita il lieve sacrificio necessario ad imparare a meditare su quelle sofferenze?
Egli ha compiuto la grande opera; non si può allora esigere da voi questa ben piccola cosa: cioè crederla ed accettarla!

Il secondo rilievo è il seguente: solo gradualmente la meditazione addolcirà i nostri cuori induriti e la storia delle prove e dei dolori di Gesù ci commuoverà nel profondo. ciò non si verificherà col pensare a lui solo una volta o due ma continuando con calma e con costanza il pensiero di lui fisso nella nostra mente, acquisteremo lentamente un po' di calore, di luce, di vita, di amore. [...]

Ora, come esempio, vorrei accennare all'abbassamento volontario di Cristo per suggerirvi alcuni pensieri che dovreste avere sempre con voi ma specialmente in questo tempo, il più santo dell'anno. Sono pensieri che pur nella loro modesta misura, con l'aiuto di Dio, serviranno a prepararvi alla visione di Cristo in cielo e, al contempo, vi renderanno meglio disposti a contemplarlo nella solennità della Pasqua. La Pasqua viene una volta all'anno, è un giorno breve come tutti gli altri. Oh, se noi potessimo approfittarne, gioirne intensamente! Che questo giorno non passi, come tutti gli altri, senza lasciare un segno che ce lo faccia ricordare!
Venite perciò, fratelli, in questo tempo prima che arrivino i giorni solenni, e meditiamo alcune delle privazioni del Figlio di Dio fatto uomo..."


(Cardinal John Henry NEWMAN; Parochial and Plain Sermons, VI)

sabato, aprile 07, 2007

Sabato Santo [2]

COLLOQUIO EUCARISTICO

"La Sindone: ecco, o Gesù, il simbolo più bello e più eloquente della vostra Santa Eucaristia.

Nella Sindone monda di Giuseppe d'Arimatea, venne allora nascosto il vostro adorabile corpo, e solo il profumo degli unguenti prziosi poteva tradire la vostra presenza.
Sotto le specie di un pò di pane e di un pò di vino, come dentro ad una Sindone nuova, Voi tutto intiero, in Corpo sangue, anima e divinità riposate ora in Sacramento: ma da questi veli eucaristici quali onde d'un profumo divino non esalano e tutto inondano il sepolcro -non sempre nuovo purtroppo!- del cuore umano!
Profumi di virtù, di umiltà, di pasienza, di carità, di sacrifizio; profumi che soli possono preservare dalla corruzione del vizio e dall'infezione di morte un'anima la cui sola ambizione sia quella di gustarne la penetrante e benefica influenza.

Ebbene, o Gesù, per quella Sindone antica che al mondo voleste lasciare, impronta della vostra umanità adorabile, in memoria del vostro amore, fate che siamo veramente devoti della Sindone nuova, vero memoriale della vostra passione.

Fate, o Signore, che venendo a ricevere nella SS.Comunione, sia sempre il nostro cuore un sepolcro vergine da ogni colpa, scavato nel vivo sasso delle nostre passioni, chiuso con sigilli ad ogni altra creatura, e così, dopo di aver gustati i profumi deliziosi della Sindone eucarristica, possiamo meritare un giorno di inebriarci dei profumi della Sindone celeste."
(Hamon-Bertola, Meditazioni, vol.II)

venerdì, aprile 06, 2007

Venerdì Santo [3]


COLLOQUIO EUCARISTICO

"O dolcissimo Gesù, sceso dal cielo in terra per salvare ciò che era perduto, con quanta ingratitudine, malizia e crudeltà non vi ha trattato il mondo!...
Vi contemplo crocifisso, e l'anima mia si spezza dal dolore!

Grossi chiodi vi trafiggono le mani e i piedi, i vostri nervi sono tesi con una violenza estremae, dalle vostre vene aperte, flutti di sangue si espandono per tutto il corpo. la vostra carne adorabile è straziata per ogni parte e dalla testa ai piedi non v'è punto che non sia dolorante!... Povero Gesù, in quale stato orribile non vi ha ridotto l'amore! Ma forse che il medesimo amore che vi umilia nel Tabernacolo non vi immola ogni giorno sui nostri altari, incatenato dagli eucaristici legami?

E perchè adunque furono le vostre mani e i vostri piedi inchiodati su questo legno santo, perchè furono incatenate la vosta umanità e la vostra divinità sotto questi legami eucaristici, se non perl l'amore che ci portate?
O amore crocifisso, perdonate e benedite. Perdonate alle ingratitudini trascorse, benedite alla promessa sacra che in questo istante vi faccio di non più abbandonarvi.

Si, o Gesù, crocifiggete ai vostri piedi questo cuore ingrato perchè più non abbia ad allontanarsi da Voi, ma in eterno attaccato alla vostra croce eucaristica, saturo del vostro sangue divino, inebriato dai profumi della vostra Passione, questo povero cuore, tante volte ribelle, dimori immobile, fermo, costante nel vostro santo amore e possa così meritarsi, dopo aver partecipato alla vostra santa morte, di partecipare un giorno alla vostra gloria in cielo."
(Hamon-Borla, Meditazioni, vol.II)

giovedì, aprile 05, 2007

Giovedì Santo [3]

COLLOQIO EUCARISTICO
"Hoc facite in meam commemorationem
E come sarebbe possibile, o Gesù ricordare la vostra Passione dolorosa, e non pensare al Sacramento Eucaristico, che non solo ne è il perpetuo memoriale, ma la mistica rinnovazione quotidiana e reale?

Tutto ce lo proclama ad un tempo: il velo sacramentale, le circostanze dell'istituzione, l'intima unione tra il Cenacolo e il Calvario, ma soprattutto lo stato d'immolazione in cui allora ed oggi vi trovate; immolazione completa, profonda, dolorosa.

Sul Golgota, foste Voi, l'Eterno, ad immolarvi per il suddito, Voi il creatore ad immolarvi per la creatura - e creatura vile, terribile, maledetta;- ma nell'Eucaristia non siete forse Voi medesimo, che ogni giorno vi sacrificate per l'uomo, non meno ribelle e tristo dell'uomo antico?...
Sul Golgota tutto sacrificaste; libertà, onore, corpo, anima; ma che cosa mai vi siete riservato in questo adorabile Sacramento, dove vi siete reso così schiavo, così umiliato, così annichilito?...

Infiniti certo furono i meriti e le grazie che allora per noi meritaste, ma non è forse l'Eucaristia il grande canale che di quelle grazie e di quei meriti ci rende partecipi?...E quindi, o vittima santa, dove, meglio che ai piedi del Tabernacolo, in questi giorni dolorosi meditare la vostra passione, se Voi stesso nell'istituire l'Eucaristia ci comandaste di rinnovarla in vosta memoria: Hoc facite in meam commemorationem?"
(Hamon-Borla, Meditazioni, vol. II)

mercoledì, aprile 04, 2007

Mercoledì Santo [3]


COLLOQUIO EUCARISTICO

"O crux, ave spes unica!
La vostra croce, o Gesù, è l'unico tesoro che racchiude la scienza della Salute e le ricchezze della Grazia: per mezzo suo un giorno fummo riscattati, per lei sola possiamo oggi venire santificati, ede essa è veramente il libro degli eletti, dove S.Paolo apprese quanto era necessario a sapersi.
Ma chi ce lo aprirà questo libro, o Gesù? Chi ce ne spiegherà le sue divine lezioni, e ce ne darà l'intelligenza?

Voi solo lo potete, o Signore, ed è per questo appunto che la voleste misteriosamente racchiusa nel sacramento dell'altare, dove sempre possiamo trovarla, sentire le sue dolci parole di vita e di conforto, e non solo, ma possiamo infiggerla nel nostro cuore, riposare nelle sue sante braccia, dissetarci alle sue fonti divine, da lei attingere consolazione e pace.

La croce è davvero la nostra salute e la nostra forza, ma come l'Eucaristia, non è possibile trovarla e gustarne le sue ineffabili dolcezze se non seguendo la via della croce, così ancora la croce non è possibile comprenderla se non alla luce divina dell'adorabile Eucaristia.

Fate quindi, o Signore, che sempre, ma specialmente in mezzo ai dolori ed alle lotte, sappiamo vivere ed attingere luce e forza ai piedi della vostra croce misteriosamente racchiusa nel sacramento del vostro amore: confortati dalle sue dolcezze, quanto sarà più facile la vita! illuminati dai suoi raggi divini, quanto sarà più buona, più perfetta, più santa!" (Hamon-Borla, Meditazioni, vol.II)

martedì, aprile 03, 2007

Martedì Santo [3]


COLLOQUIO EUCARISTICO

"Quanto più ci inoltriamo, o Signore, nei misteri dolorosi della Vostra Passione, e tanto maggiore dobbiamo purtroppo constatare che l'Eucarestia non solo ne è il sacro memoriale, ma bensì la continuazione spaventevole, triste umiliante, angosciosa.

Tradito da Giuda, in balìa di vili manigoldi, trascinato da un tribunale all'altro, flagellato a sangue, fatto re di burla, incoronato di spine, Voi soffriste allora gli strazi più orrendi, le umiliazioni più profonde. Ma nel Sacramento del vostro amore forse che ogni giorno non Vi sono rinnovate?

Quanti cristiani dinnanzi ai vostri Tabernacoli vi fanno genuflessioni derisorie, ciarlano, ridono, scherzano, tengono in somma una condotta quanto mai indegna ed ingiuriosa!...
Quanti cristiani, dopo di avervi paragonato nel loro cuore con un Barabba qualunque d'una passione infame, vi gridano nella loro carne il crucifigge, e vi flagellano, vi sputachiano, vi fanno soffrire ogni sorta di strazi, abbandonandosi alle colpe più lubriche e basse!...
Quanti, purtroppo, dopo di avervi rapito vi trasportano nelle loro congreghe infernali e fattovi re di burla vi insultano, vi trafiggono con pugnali, vi gettano nel fuoco!...
E noi medesimi, o Gesù, non vi abbiamo forse tante volte flagellato con le nostre indelicatezze, incoronato di spine con pensieri sensuali, condannato a morte colle nostre colpe?...

Eì infinito il vostro amore, ma dobbiamo ben confessare che anche infinita è la nostra nequizia!..."
(Hamon-Bertola, Meditazioni, vol II)

lunedì, aprile 02, 2007

Lunedì Santo [3]


COLLOQUIO EUCARISTICO

"Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies.
O Cuore Eucaristico di Gesù, che nel giardino degli eucaristici olivi, continuamente rinnovate le agonie antiche in espiazione dei nostri peccati, e che tanto soffrite nel vedere nell'Ostia Santa così conculcata la gloria del Padre, così disprezzati i suoi comandamenti, o Cuore Eucaristico di Gesù, concedete anche a noi un dolore grande, sommo, soprannaturale e perfetto delle nostre colpe.

Sì, ci rincresce di aver tante volte peccato, ma haimè, che non è sempre l'offesa, quanto il castigo che ci fa tremare: è al Giudice che pensiamo non al Padre, allo Sposo, al Redentore, all'Amico: è l'interesse in una parola che ci guida, non l'amore.
E se può bastare questo ad ottenere il perdono, non basta però a consolarVi, e se questo può bastare ad un semplice cristiano, non deve bastare ad un'anima eucaristica.

Fate quindi, o Sposo dolcissimo delle nostre anime, che se un giorno abbiamo potuto essere i vostri crocifissori, oh fate che d'ora innanzi siamo veri sacerdoti continuamente offrendoVi il sacrifizio odoroso di un'anima contrita ed umiliata, d'un cuore spezzato dal dolore di averVi offeso." (Hamon-Bertola; Meditazioni vol.II)