Pur avendo la nomea d’essere un fiero controriformato, sostengo altresì l’importanza della libertà religiosa.
Ogni uomo deve essere libero di aderire o meno a quei valori, ideali e speranze che la propria coscienza gli indica essere giusti e veraci. È da noi considerata alta conquista della dignità umana, quella libertà di astenersi o meno dal professare un culto nei confronti del Numinoso, che i regimi democratici ci garantiscono.
Or bene.Se un uomo – con tanto di profilassi democratica – ritenendo di essere bisognoso dell’“eterna salute delle anime”, abbraccia la Fede Cattolica; poiché la ritiene strumento della incorporazione a Gesù Cristo: “presso il quale abbondante è la redenzione”; è obbligato – dalla coscienza - ad aderire, in tutto, a quello che “Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere”.
Che cosa è la fede? Dice il più grande genio del secondo millennio che << Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà - mossa da Dio per mezzo della grazia - da il proprio consenso alla verità divina. >>
La fede è una virtù “teologale”, cioè che ha per oggetto Dio; il credere in Lui, credere in quello che ha rivelato. Quindi, implicitamente, si accetta la possibilità stessa che esistano canali di comunicazione tra il divino e l’umano, ed altresì accettare che ci siano delle “cose” a cui noi non avremmo mai pensato lontanamente e che sappiamo invece perché Dio stesso ce le ha volute rivelare: i misteri della fede.
“ Dobbiamo credere i misteri, perché li ha rivelati Iddio, il quale essendo Verità e Bontà infinita, non può ne ingannarsi ne ingannare” (Catechismo di S.PioX n871)
Tali “misteri della fede” quali: l’unità e trinità di Dio; l’incarnazione della seconda persona della santissima Trinità e sua conseguente morte e resurrezione; il battesimo “per la remissione dei peccati”; “la risurrezione della carne” e “la vita eterna”; sono l’oggetto della fede e in tale campo non c’è alcuna democrazia!
(Mi permetto - per inciso - una piccata osservazione: non capisco come non provino almeno un leggero imbarazzo coloro che vanno per i campi della dogmatica cattolica a cogliere il proprio bouquet di verità in cui credere. In base a quale principio logico ci viene pacifico accettare le decisioni di fede del concilio di Nicea o di Calcedonia, mentre storciamo un po’ il naso al solo sentir nominare Trento e Pio IX? Forse che il dogma della Trinità sia stato definito con un linguaggio più evangelico di quello dell’infallibilità pontificia? )
Le verità di fede sono state fissate nelle definizioni dogmatiche sancite lungo i secoli dai gerarchi della Chiesa, la quale – per dogma di fede - anch’essa è infallibile, come si suol dire: stiamo in una botte di ferro!
Il benevolo lettore potrà pensare che tutto questo insistere sui dogmi sia svilire l’essenza del Cristianesimo la cui “fonte sorgiva” sono le Sacre Scritture. Questa è una ingenuità che io non perdono agli eresiarchi cinquecenteschi e tanto meno – avendo noi a disposizione una vastissima documentazione storica – ai contemporanei. La vera questione non è filologica: la questione in gioco è l’autorità della Scrittura.
La Bibbia si è imposta forse da sola quale fonte di autorità? Non sono state delle autorità ecclesiastiche a stabilire quali libri erano ispirati da Dio? Chi ha dato tanta autorità alla Bibbia? E da dove l’autorità dei chierici di stabilire quale libro è sacro e quale no?
Se il paziente lettore si fosse mai intrattenuto ad una messa, saprà che alla fine delle letture bibliche vien detto: “Parola di Dio” (al che l’assemblea risponde – per il vero con malcelato scarso entusiasmo – Rendiamo grazie a Dio).
Vorrei far notare che la sottolineatura che quella appena proclamata è “la” parola di Dio è sancita dall’autorità della Chiesa che – come direbbe Fiorello nella fastosa parodia di Ignazio La Russa – “molto de-mo-cra-ti-ca-men-te” inculca tale dogma al fedele.
Non vorrei che il mio argomentare potesse, in alcun modo, amareggiare l’eventuale mio lettore postconciliare; il mio verecondo intento è di mostrare l’arbitrarietà di qualunque contrapposizione tra le nobili sorgenti della Scrittura e la – postuma e “ristagnante”- Tradizione ecclesiale. Noi, qualunque siano le nostre convinzioni religiose, non ci rapporteremo mai asetticamente nei confronti della Bibbia, dopo duemila anni che – lo ribadisco: dalla Chiesa! – viene posta su piedistalli marmorei, baciata ed incensata dai ministri del culto.
Non credo che il cattolico di oggi abbia maggior fede nella divina ispirazione della Bibbia rispetto ad un cattolico di mille anni fa: oggi, a differenza che per lo passato, c’è maggiore familiarità del cristiano comune con il testo sacro (così si spera).
Gli scritti di tutti gli autori medievali – bolle di Bonifacio VIII in testa – trasudano di citazioni delle Sacre Scritture; la Bibbia era “la” cultura e compito precipuo dell’intellettuale era il commentarla.
Ciò che il Concilio Vaticano II ha voluto fare mettendo il vangelo in mano al volgo, non è stato quello di trasformare i cattolici in pseudo Testimoni di Geova, pronti a citarti a menadito questo o quel versetto acconcio alla circostanza, ma è stato quello di incrementare nei fedeli – o molto più spesso creare ex novo! – la devozione verso la Sacra Scrittura. Scopo della traduzione della Bibbia in vernacolo non è accrescere la fede nella divinità delle Scritture ma fare della Scrittura uno strumento di preghiera, oggetto di meditazione su quelle verità a cui bisogna credere fermamente e che ti sono state già esposte precedentemente dai vari Catechismi e documenti affini.
Scopo di questa mia ESTENUANTE esposizione è stata quella di evidenziare meglio, il comune errore di confondere il concetto di FEDE e di DEVOZIONE.
Per FEDE si intende accettare il “Credo”. Le formule di fede quindi già ci stanno, la fede di un cattolico consiste nell’aderire a quel corpus sedimentato della “fede della Chiesa”. Avvisa il beato Pio IX, proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione che << Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa >>.
Ma una cosa è credere al dogma dell’Immacolata Concezione, altra cosa è nutrire devozione per l’Immacolata.
Certo, è impossibile aver devozione senza aver fede, ma è possibilissimo avere fede senza provare devozione.
Il cristiano DEVE credere nell’efficacia redentiva della dolorosa Passione di Cristo, ma altra cosa è sentire devozione verso “le Cinque Piaghe” o solo per “il Sacro Costato”; per la “Santa Piaga della Sacra Spalla”o per il “Preziosissimo Sangue”. In questo campo la Chiesa ha sempre lasciato quasi illimitato spazio all’effusione dei sentimenti umanissimi con cui i fedeli volevano tradurre i contenuti della fede. Ed in tale campo più che la teologia, contano i temperamenti dei popoli, le mentalità del periodo storico, la geografia,etc: quindi spesso si assiste a delle vere e proprie devote “mode”per questa o quella Madonna – con bambino al seguito o senza – per questo o quel santo.
Se la chiesa proclama un santo, i fedeli sono tenuti a credere che l’anima, della persona elevata agli altari, si trovi veramente in Paradiso ma nessuno sarà obbligato mai a rivolgergli preghiere.
Vorrei, quindi, riaffermare anch’io l’alto valore della democrazia nelle questioni di DEVOZIONE: chi vuole venerare, veneri. Chi non vuole, si astenga.
