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domenica, marzo 10, 2013

Scola in Vacanza (della Sede Apostolica)

Post electionem papae Francisci Scriptum:
Comunione e Liberazione ha già avuto il suo papa con Benedetto XVI che in omelie, catechesi ed encicliche ha confermato, ribadito e "volgarizzato" l'intuizione teologica e carismatica del sevo di Dio Luigi Giussani: il cristianesimo non è una religione, non è un'etica, non è un cumulo di regole morali ma è l'incontro con la persona di Gesù, l'avvenimento che cambia esistenzialmente la vita perchè è l'incontro con un Tu vivo e operante nella Chiesa, la quale è il corpo di Cristo risorto che ha distrutto il limite del tempo e dello spazio.
Un pontefice che ha magnificamente ribadito tutto ciò c'è già stato.  Forse oggi la Chiesa non abbisognava di un, sepur brillante, ripetitore del pensiero ratzingeriano (e giussaniano), ma di riscoprire altri carismi. Forse lo Spirito Santo dopo il prezioso magistero di papa Ratzinger, in questi "ultimi tempi" vuol veementemente raggiungere i cuori di quei tantissimi uomini di buona volontà ma di pessime doti intellettuali.

venerdì, marzo 08, 2013

Ouellet in Vacanza (della Sede Apostolica)

Ovvero: Rien ne va plus!




Tra tutti i possibili papabili, lo stemma che più splende per nobile semplicità appartiene al cardinale canadese Marc Ouellet sessantottenne arcivescovo emerito di Quebec, da Benedetto XVI chimato in Curia a presiedere l'importante dicastero che si (pre)occupa la nomina dei vescovi
 
Sopra tre monti araldici, bianchi come per molti mesi sono candidi di neve le lande canadesi in cui è nato l'eminentissimo, svetta una grande croce d'oro su uno sfondo azzurro. La grande croce che si staglia sull'azzurro non può che evocare lo stemma del Beato Giovanni Paolo II, mentre i monti alla sua base, ed acor più i due gigli araldici che la affinacano, ricordano lo stemma di Paolo VI e  riecheggiano quasi lo stile di composta maestosità che fu proprio di papa Montini.
I gigli in campo azzurro sono un riferimento al Regno di Francia che colonizzò il Quebec. La croce piantata sui monti ricorda i missionari francesi che portarono il cattolicesimo nel Québec facendone la prima diocesi fondata nel nordamerica. I gigli accanto alla croce di cui uno d'oro e l'alto d'argento vogliono anche simbolizzare la Santa Vergine e San Giovanni evangelista, l'apostolo amato, presenti sul monte calvario uniti a Cristo nel l'atto del supremo olocausto redentivo. Una riaffermazione della missione materna della Madre di Dio verso la Chiesa di Cristo, nel solco della spiritualità (come nell'araldica) wojtyliana, nonchè una quanto mai opportuna sottolineatura della figura dell'Apostolo figura e modello del sacerdote cattolico. L'approfondimento del mistico legame tra il Vangelo giovanneo e la spiritualità sacerdotale è uno dei principali filondi della scuola francese di spiritualità che fiorì attrono alla congregazione sacerdotale fondata ai primi del Seicento presso la parrocchia parigina di Saint-Sulpice, ordine religioso di cui è membro il cardinale Ouellet.
Degno coronamento è il motto: "ut unum sint", parole della preghiera sacerdotale di Cristo nel capitolo diciassettesimo del Vangelo secondo Giovanni, in cui si chiede il dono dell'unità degli apostoli e quindi della Chiesa "affinchè il mondo creda". Titolo della enciclica sull'ecumenismo del 1995 nella quale Giovanni Paolo II prospettava la possibilità di una riforma dell'esercizio del ministero petrino pur di ottenere l'agognata riunione visibile delle chiese cristiane. La scelta del motto episcopale da parte di monsignor Ouellet fu dovuta perciò all'essere stato nel marzo 2001 nominato segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e quindi consacrato per le mani di Giovanni Paolo II  (19 marzo 2001). 

Teologo di chiara fama, collaboratore di Ratzinger e von Balthasar nella rivista teologica internazionale Communio, addottoratosi alla alla Pontificia Università Gregoriana, docente per molti anni in Colombia, al contempo rettore di seminario prima a Bogotà, poi a Montrèal,  e ancora docente di teologia fondamentale per molti anni presso la Pontificia Università Lateranense al tempo in cui vi era come magnifico rettore un altro ratzingeriano di ferro: Angelo Scola.
 L' essere stato prima investito da papa Wojtyla della sede primaziale del Canada e poi da papa Ratzinger chiamato a Roma a ricoprire una delle poltrone più  delicate, decisive e strategiche per il futuro della Chiesa Cattolica (dato che Benedetto XVI ha ha trascorso mese del suo pontificato senza dover rimuovere qualche vescovo "inadatto") non può che far convergere su di lui l'attenzione di buona parte del collegio cardinalizio. A raffreddare gli entusiasmi dei ratzingeriani è forse la sua nomea di uomo timido e dalla lacrimuccia facile. In caso dello stallo della candidatura di Angelo Scola, potrebbe essere un candidato di compromesso votato anche dai membri della Curia - ormai anche Ouellet è un curiale - che pur di scansare il pericolo di una personalità forte come quella del cardinale di Milano, preferirebbero il più compassato Ouellet cui la Curia pur di sopravvivere sarebbe capace persino di obbedirgli.
Un cardinale Ouellet che ottenesse i due terzi dei suffragi in conclave, alla domanda di rito "come vuoi chiamarti", cosa potrebbe rispondere?
Ordunque, essendo stato consacrato vescovo, nominato arcivescovo di Quebec e creato cardinale da papaWojtyla, seguendo un antico uso di omaggiare il pontefice cui si deve la porpora, è assai probabilmente che scelga di chimarsi "Giovanni Paolo III".
Potrebbe mantenere il nome di battesimo e chiamarsi "Marco II", ricordando che l'evangelista San Marco era discepolo di Pietro e lo seguì a Roma  secondo l'antica tradizione compose il suo Vangelo proprio per evangelizzare i romani.
Consacrato vescovo nel giono di San Giuseppe,  il santo patrono del Canada e (una volta  papa)dovendo probabilmente fissare la data della messa per la solenne inaugurazione del pontificato in occasione della solennità del patrono della Chiesa Cattolica, porebbe osare di chiamarsi "Giuseppe I". Ouellet non è uomo dalle decisioni sorprenti ma vista la profonda devozione dei cattolici canadesi nei confronti del padre putativo di Gesù, non sarebbe affatto una scelta improvvida.

giovedì, febbraio 21, 2013

Cardinali in vacanza (della Sede Apostolica) /5

Ovvero: Sao ko kelle terre, per kelle fini ke que li contene, trenta anni le possette parti Sancti Benedicti

E appena si profila all'orizzonte una Sede Vacante i media vanno alla ricerca del possibile vaticinando papa nero. Qualcuno si rammenta di Arinze, dimenticando però che dall'ultimo conclave son passati otto anni ed il porporato nigeriano ha già bello e passato gli ottant'anni. I vaticanisti di grido si sono invece fiondati su Peter Appiah Turkson, il cardinale africano più in alto grado nella Curia.
Leggo l'intervista, rilasciata al Messaggero dal porporato ganese il giorno dopo l'annunzio dell'abdicazione pontificia, e tra le righe capisco che nè Turkson nè gran parte dei porporati, presenti al concistoro dell'11 mattina, capiscono bene il latino (o non lo capiscono per nente!). Dice serafico Turkson: "lì per lì non abbiamo tutti inteso perfettamente per via del latino! (sic!) ... "Tra l’altro da come Benedetto XVI ha letto la declaratio latina sembrava un momento tranquillo, non c’era tensione in lui, nè drammaticità nella sua voce. Leggeva come sempre. Con un tono di voce fermo, chiaro e pacato. Dopo abbiamo realizzato cosa stava annunciando" e cioè quando ha preso la parola Sodano.
 In molti vedendo le immagini televisive si sono accorti che l'unico prelato che sgranava gli occhi  sbigottito, dando così l'impressione di comprendere il contenuto del sermo papalis era mons. elemosiniere Guido Pozzo evidentemente l'unico forse che lì dentro capiva di latinorum, essendo stato segretario della pontificia commissione Ecclesia Dei per il dialogo con i lefebvriani.
E in questi frangenti sorge lecito il chiedere a che pro rinnovare una pontificia accademia di Latinità, perchè mai continuare  a voler esprimersi nella lingua di Cicerone se nemmeno in quelle rare e solenni occasioni, l'uditorio più aduso alla comprendere del latino lo ignora bellamente? Proprio allora si prende coscienza dello jato (ultimamente non più colmato) tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere e si può ben giustificare il furore di un Pietrangelo Buttafuoco che in una intervista dai toni esageratamente apocalittici, però, afferma sacrosantamente: "È l'eterno che deve interessare alla Chiesa. Il fatto che quando il Papa pronunciava la sua rinuncia non ci fosse chi riusciva a capire che cosa stesse accadendo provoca turbamento. Non si tratta di folclore, ma dell'urgenza di ravvivare il fuoco del rito".

domenica, febbraio 26, 2006

Sacra Conversazione


Ovvero: Il grido di dolore di Paolo Flores D'Arcais:
"Zapatero, mio Zapatero -ti supplico!- dimmi qualcosa di anticlericale"

"Presidente Zapatero, lei crede in Dio? Presidente Zapatero, la chiesa cattolica è compatibile con la democrazia? Ah sì? Ne è proprio sicuro?
Presidente Zapatero, le rifaccio la domanda: non ci sono pulsioni antidemocratiche da parte della chiesa? No? Presidente Zapatero, la prego, non crede che se la chiesa cattolica prendesse il potere farebbe dei suoi dogmi morali la legge dello stato? Presidente Zapatero, insisto, dica qualcosa di anticlericale.
Paolo Flores d’Arcais, alla fine, ma molto alla fine dell’intervista sull’ultimo numero di Micromega, si è rassegnato. José Luis Rodríguez Zapatero, presidente pop star, simbolo della modernità, della libertà, della laicità, del mondo a colori forti di Almódovar, non ha detto niente contro la chiesa cattolica, niente contro
le posizioni che Flores d’Arcais definisce “preconciliari”, niente contro le manifestazioni dei vescovi che il direttore di Micromega vorrebbe, in nome della democrazia, vietare, abolire, punire.
“No, sinceramente no… Hanno diritto di manifestare la propriapropria opinione. Un totale diritto”, ha risposto seccamente Zapatero, il dio delle minoranze, l’idolo delle lesbiche, il re delle provette. E ha aggiunto: l’idea della dottrina cattolica, di una legge naturale al di sopra delle leggi che si danno gli uomini, è “un’idea rispettabile”, come sono rispettabili coloro che decidono di esternare o addirittura di fare bandiera delle proprie convinzioni religiose personali.
Era un dialogo sulla laicità, Flores d’Arcais sperava di ricavarci una dichiarazione di guerra alla chiesa, o almeno il lamento scandalizzato per le ingerenze del pensiero cattolico nel mondo dei vivi. Non è andata così, nonostante le sterminate e insistite domande, nonostante la fantasmagorica immagine offerta da Micromega di un improvviso golpe chiesastico che imporrà un giorno la propria “sharia”."
Così commentava compiaciuto Giuliano Ferrara in un suo editoriale sul FOGLIO di sabato 25 febbraio 2006


Zapatero non è stato certo folgorato sulla via di Damasco, ma forse sulla via di Valencia, si.
Sono già iniziati, infatti i preparativi per il raduno mondiale delle famiglie cattoliche che si terrà a Luglio in Spagna e che vedrà per l'occasione il Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante mettere piede, ma soprattutto "mettere bocca" a Zapaterolandia.

Giunto nel mezzo del cammin del suo Governo, Luìs Rodriguez Zapatero dopo aver promosso quelle leggi "modernizzatrici" contenute nel suo programma elettorale, forse è stanco di giocare a fare il dissacratore di Dio, della Patria e della famiglia, e, per non perdere quote di quell'elettorato un poco perplesso per qualche arditezza, non ci tiene proprio acchè la pioggia di fuoco e zolfo che in lingua castigliana (!) Papa Ratzinger invocherà contro gli stupratori del concetto di famiglia naturale, colpisca pure lui.

Trovo assai ingenuo che persone che si considerino intellettuali di chiara fama non capiscano che un politico, anche il più anticlericale, non può dichiarare "papale-papale" di essere contrario alle pubbliche manifestazioni degli ecclesiastici e dei fedeli cattolici per protestare contro l'operato del Governo.
Se Zapatero manifestasse (troppa) durezza contro le proteste cattoliche potrebbe apparire uno che cerca di imporre il pensiero di una minoranza imbavagliando la maggioranza del paese. Invece Zapatero vuol presentarsi, dopo aver fatto quello che ha fatto, come il servitore della volontà del Popolo spagnolo (come si suol dir: "vox populi vox Dei"), e che le libere, democratiche e civilissime proteste dei preti e dei baciapile nulla hanno potuto perchè la Chiesa cattolica in Spagna è ormai una (assai folkloristica) minoranza.

Zapatero comprende forse che alla lunga non paga apparire quale paladino di una fazione ma che è bene ritagliarsi il santino di Presidente del Consiglio "super partes" che ha solamente dato ciò che gli spagnoli chiedevano a gran voce. Zapatero tenta, perciò, di attribuire al proprio operato politico una bislacca interpretazione di quel motto "unicuque suum" che al Vaticano tanto agrada, al fine di lavarsi le mani prima che, durante il V Incontro Internazionale delle Famiglie, Papa Ratzinger cerchi di buttargli la croce addosso.

Aurora della "nouvelle vague" della politica ecclesiastica di Zapatero è stata venerdì, 17 febbraio 2006 la visita del Ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Ángel Moratinos, al Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato.

“Nel corso del cordiale incontro sono stati passati in rassegna diversi argomenti riguardanti i rapporti bilaterali ed altri problemi attinenti la vita della Chiesa in Spagna nell’attuale situazione”,ha spiegato il comunicato ufficiale.

La visita, si aggiunge “ha permesso uno scambio di vedute sulla situazione internazionale, particolarmente su Medio Oriente ed America Latina”.

“Il Signor Ministro ha assicurato la più ampia disponibilità del Governo di Spagna ad accogliere il Santo Padre nella sua visita a Valencia, nel prossimo mese di luglio, in occasione del V Incontro Internazionale delle Famiglie”.
Moratinos ha invitato “la Santa Sede ad appoggiare l’iniziativa del Governo spagnolo per Una Alianza de Civilizaciones entre el mundo occidental y el mundo árabe y musulmán”.

Il signor ministro Moratinos si è dimostrato assai possibilista sulla conciliazione delle diatribe economico-giuridiche che angustiano, a causa delle proposte di legge del Governo Zapatero, i rapporti Stato-Chiesa; ma il ministro fà intravedere una rosea soluzione ed incoraggia tra le parti “uno spirito costruttivo”.

Per quanto riguarda la nuova Legge sull’Istruzione promossa dal Governo socialista, il Ministro degli Esteri ha dichiarato che i rappresentanti della Santa Sede, “hanno apprezzato gli sforzi del Governo per giungere ad un accordo con la Chiesa”, ma “mi hanno detto che ci sono molti punti di divergenza che devono essere migliorati”.
Ha anche rivelato che il nuovo Statuto del Cooperante elaborato dal Governo socialista “riconoscerà l’opera dei religiosi e delle religiose” che hanno svolto e svolgono il loro lavoro in tema di immigrazione.
Secondo il Ministro: la Chiesa ha cooperato nella creazione del tessuto sociale della Spagna [Ma dai!?Non lo avrei mai sospettato!], in riferimento alle varie opere sociali svolte dalle organizzazioni cattoliche e dalle congregazioni religiose.

Il Governo spagnolo ha fissato un altro incontro per dopo la Settimana Santa della vicepresidente Teresa Fernández de la Vega con rappresentanti vaticani per continuare nel percorso che Moratinos ha definito “una nuova direzione in uno spirito di volontà di dialogo e di lavoro insieme”.

Miguel Ángel Moratinos ha riassunto la nuova direzione del Governo Zapatero nei confronti della Chiesa che prevede l'intensificazione dei contatti (che quindi si auspicano il più cordiali possibili) in duplice prospettiva "ad intra" e "ad extra": cioè avere un rapporto frequente tra Stato spagnolo e Santa Sede e “mantenere e intensificare” i rapporti con la Conferenza Episcopale Spagnola.

Che dire a "consolamentum" di Flores D'Arcais?
Se son rose nel pugno...sfioriranno

venerdì, gennaio 28, 2005

In Festo Divi Thomae Aquinatis

OVVERO: PACATA ESPOSIZIONE AI NEOFITI,DEI BASILARI“RODIMENTI” DEL CATTOLICESIMO.

Pur avendo la nomea d’essere un fiero controriformato, sostengo altresì l’importanza della libertà religiosa.
Ogni uomo deve essere libero di aderire o meno a quei valori, ideali e speranze che la propria coscienza gli indica essere giusti e veraci. È da noi considerata alta conquista della dignità umana, quella libertà di astenersi o meno dal professare un culto nei confronti del Numinoso, che i regimi democratici ci garantiscono.

Or bene.Se un uomo – con tanto di profilassi democratica – ritenendo di essere bisognoso dell’“eterna salute delle anime”, abbraccia la Fede Cattolica; poiché la ritiene strumento della incorporazione a Gesù Cristo: “presso il quale abbondante è la redenzione”; è obbligato – dalla coscienza - ad aderire, in tutto, a quello che “Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere”.

Che cosa è la fede? Dice il più grande genio del secondo millennio che << Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà - mossa da Dio per mezzo della grazia - da il proprio consenso alla verità divina. >>

La fede è una virtù “teologale”, cioè che ha per oggetto Dio; il credere in Lui, credere in quello che ha rivelato. Quindi, implicitamente, si accetta la possibilità stessa che esistano canali di comunicazione tra il divino e l’umano, ed altresì accettare che ci siano delle “cose” a cui noi non avremmo mai pensato lontanamente e che sappiamo invece perché Dio stesso ce le ha volute rivelare: i misteri della fede.
“ Dobbiamo credere i misteri, perché li ha rivelati Iddio, il quale essendo Verità e Bontà infinita, non può ne ingannarsi ne ingannare” (Catechismo di S.PioX n871)
Tali “misteri della fede” quali: l’unità e trinità di Dio; l’incarnazione della seconda persona della santissima Trinità e sua conseguente morte e resurrezione; il battesimo “per la remissione dei peccati”; “la risurrezione della carne” e “la vita eterna”; sono l’oggetto della fede e in tale campo non c’è alcuna democrazia!

(Mi permetto - per inciso - una piccata osservazione: non capisco come non provino almeno un leggero imbarazzo coloro che vanno per i campi della dogmatica cattolica a cogliere il proprio bouquet di verità in cui credere. In base a quale principio logico ci viene pacifico accettare le decisioni di fede del concilio di Nicea o di Calcedonia, mentre storciamo un po’ il naso al solo sentir nominare Trento e Pio IX? Forse che il dogma della Trinità sia stato definito con un linguaggio più evangelico di quello dell’infallibilità pontificia? )

Le verità di fede sono state fissate nelle definizioni dogmatiche sancite lungo i secoli dai gerarchi della Chiesa, la quale – per dogma di fede - anch’essa è infallibile, come si suol dire: stiamo in una botte di ferro!

Il benevolo lettore potrà pensare che tutto questo insistere sui dogmi sia svilire l’essenza del Cristianesimo la cui “fonte sorgiva” sono le Sacre Scritture. Questa è una ingenuità che io non perdono agli eresiarchi cinquecenteschi e tanto meno – avendo noi a disposizione una vastissima documentazione storica – ai contemporanei. La vera questione non è filologica: la questione in gioco è l’autorità della Scrittura.
La Bibbia si è imposta forse da sola quale fonte di autorità? Non sono state delle autorità ecclesiastiche a stabilire quali libri erano ispirati da Dio? Chi ha dato tanta autorità alla Bibbia? E da dove l’autorità dei chierici di stabilire quale libro è sacro e quale no?
Se il paziente lettore si fosse mai intrattenuto ad una messa, saprà che alla fine delle letture bibliche vien detto: “Parola di Dio” (al che l’assemblea risponde – per il vero con malcelato scarso entusiasmo – Rendiamo grazie a Dio).
Vorrei far notare che la sottolineatura che quella appena proclamata è “la” parola di Dio è sancita dall’autorità della Chiesa che – come direbbe Fiorello nella fastosa parodia di Ignazio La Russa – “molto de-mo-cra-ti-ca-men-te” inculca tale dogma al fedele.

Non vorrei che il mio argomentare potesse, in alcun modo, amareggiare l’eventuale mio lettore postconciliare; il mio verecondo intento è di mostrare l’arbitrarietà di qualunque contrapposizione tra le nobili sorgenti della Scrittura e la – postuma e “ristagnante”- Tradizione ecclesiale. Noi, qualunque siano le nostre convinzioni religiose, non ci rapporteremo mai asetticamente nei confronti della Bibbia, dopo duemila anni che – lo ribadisco: dalla Chiesa! – viene posta su piedistalli marmorei, baciata ed incensata dai ministri del culto.
Non credo che il cattolico di oggi abbia maggior fede nella divina ispirazione della Bibbia rispetto ad un cattolico di mille anni fa: oggi, a differenza che per lo passato, c’è maggiore familiarità del cristiano comune con il testo sacro (così si spera).
Gli scritti di tutti gli autori medievali – bolle di Bonifacio VIII in testa – trasudano di citazioni delle Sacre Scritture; la Bibbia era “la” cultura e compito precipuo dell’intellettuale era il commentarla.
Ciò che il Concilio Vaticano II ha voluto fare mettendo il vangelo in mano al volgo, non è stato quello di trasformare i cattolici in pseudo Testimoni di Geova, pronti a citarti a menadito questo o quel versetto acconcio alla circostanza, ma è stato quello di incrementare nei fedeli – o molto più spesso creare ex novo! – la devozione verso la Sacra Scrittura. Scopo della traduzione della Bibbia in vernacolo non è accrescere la fede nella divinità delle Scritture ma fare della Scrittura uno strumento di preghiera, oggetto di meditazione su quelle verità a cui bisogna credere fermamente e che ti sono state già esposte precedentemente dai vari Catechismi e documenti affini.

Scopo di questa mia ESTENUANTE esposizione è stata quella di evidenziare meglio, il comune errore di confondere il concetto di FEDE e di DEVOZIONE.

Per FEDE si intende accettare il “Credo”. Le formule di fede quindi già ci stanno, la fede di un cattolico consiste nell’aderire a quel corpus sedimentato della “fede della Chiesa”. Avvisa il beato Pio IX, proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione che << Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa >>.

Ma una cosa è credere al dogma dell’Immacolata Concezione, altra cosa è nutrire devozione per l’Immacolata.
Certo, è impossibile aver devozione senza aver fede, ma è possibilissimo avere fede senza provare devozione.
Il cristiano DEVE credere nell’efficacia redentiva della dolorosa Passione di Cristo, ma altra cosa è sentire devozione verso “le Cinque Piaghe” o solo per “il Sacro Costato”; per la “Santa Piaga della Sacra Spalla”o per il “Preziosissimo Sangue”. In questo campo la Chiesa ha sempre lasciato quasi illimitato spazio all’effusione dei sentimenti umanissimi con cui i fedeli volevano tradurre i contenuti della fede. Ed in tale campo più che la teologia, contano i temperamenti dei popoli, le mentalità del periodo storico, la geografia,etc: quindi spesso si assiste a delle vere e proprie devote “mode”per questa o quella Madonna – con bambino al seguito o senza – per questo o quel santo.
Se la chiesa proclama un santo, i fedeli sono tenuti a credere che l’anima, della persona elevata agli altari, si trovi veramente in Paradiso ma nessuno sarà obbligato mai a rivolgergli preghiere.

Vorrei, quindi, riaffermare anch’io l’alto valore della democrazia nelle questioni di DEVOZIONE: chi vuole venerare, veneri. Chi non vuole, si astenga.

venerdì, dicembre 24, 2004

Abbassò i Cieli e discese

"trattandosi di questi argomenti, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità; oppure scoprirla da se medesimi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare fra i ragionamenti umani quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio della traversata del mare della vita; a meno che si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, ossia affidandosi ad una divina rivelazione"
(PLATONE)

mercoledì, dicembre 15, 2004

ADVERSUS HAERESES II

sive: TU SOLA UNIVERSAS HAERESES INTEMERISTI


Ogni buon parroco, ogni anno ad ogni festa comandata pronuncia immutabilmente la medesima omelia dell’anno prima, certo della eterna validità dei divini precetti ed anche perché su certi argomenti è assai difficoltoso trovare qualcosa di originale.

Anche Leonardo – in solemnitate Immaculatae Conceptionis – ritira fuori il suo post “della Madonna”; da buon prevosto del weblog, avrà avuto fede nella perenne efficacia di tutto ciò che si dice e si scrive per magnificare le “glorie di Maria” Santissima!

Si tratta di un intelligente ed ironico e a suo modo devoto, compendio della cultura mariana di ogni buon (quindi pessimo) cattolico italiano, che Leonardo postò l’8 dicembre ’02 e che, con costanza ascetica, ha riproposto nei due anni successivi.

“Benché il problema abbia affascinato teologi ed esegeti fin dall'antichità. La Bibbia, come al solito, mantiene un omertoso silenzio. I teologi ci hanno litigato sopra per 19 secoli, finché Pio IX non taglia la testa al toro e scrive la bolla Ineffabilis Deus: Dio è Ineffabile, cioè non ti spiega quasi mai perché fa quello che fa (Giobbe ne sa qualcosa). Per fortuna che c'è l'autorità papale a chiarire i punti controversi: Maria è nata senza peccato originale. Punto.”

Questo è il pezzo che preferisco per sagacità ed al contempo, aderenza alla realtà storica e che meriterebbe una citazione in ogni serio trattato di mariologia.Ma non sempre nello stesso post Leonardo riesce a compendiare ironia e correttezza storica.

Io adesso non voglio fare il censore ecclesiastico della situazione, anche perché, vorrei far notare che nel dicembre ’03, ci pensò un autorevole guru informatico a proporre alcune postille. Ciò prova che anche il più misero cristiano della domenica, dopo anni ed anni in cui sente dall’ambone, vuoi per la Concezione o vuoi per l’Assunzione, ripetere alcune basilari nozioni sulla Santa Vergine,magari riesce pure a capirle!

Posso solo enunciare il pio desiderio che il buon Leonardo, questo devoto obbligo di rettificare l’errore sulla concezione cattolica dell’Assunzione, lo “assuma” almeno il prossimo 15 agosto.

martedì, dicembre 07, 2004

Immaculate Collection

‘AD INCREMENTUM SCONCERTATIONIS’... di chi incautamente si imbatte nella lettura di codesto blog(che i più ingenui bollano cattolico), vorrei regalare un florilegio di uno dei testi più meravigliosamente sconcertanti della Fede Cattolica.
Vorrei inoltre che fosse causa di riflessione per coloro che stanno tentando –riusciranno senza meno- di ottenere un lapalissiano mio parere sull'evoluzionismo e sulla creazione di Adamo.


PIUS EPISCOPUS

"INEFFABILIS DEUS… Dio ineffabile, le vie del quale sono la misericordia e la verità; Dio, la cui volontà è onnipotente e la cui sapienza abbraccia con forza il primo e l'ultimo confine dell'universo e regge ogni cosa con dolcezza, previde fin da tutta l'eternità la tristissima rovina dell'intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo. Avendo quindi deciso, in un disegno misterioso nascosto dai secoli, di portare a compimento l'opera primitiva della sua bontà, con un mistero ancora più profondo – l'incarnazione del Verbo – affinché l'uomo (indotto al peccato dalla perfida malizia del diavolo) non andasse perduto, in contrasto con il suo proposito d'amore, e affinché venisse recuperato felicemente ciò che sarebbe caduto con il primo Adamo, fin dall'inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendola a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto di esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, la ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi – dell'abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all'infuori di Dio, può abbracciare con la propria mente.
Era certo sommamente opportuno che una Madre degna di tanto onore rilucesse perennemente adorna degli splendori della più perfetta santità e, completamente immune anche dalla stessa macchia del peccato originale, riportasse il pieno trionfo sull'antico serpente.”

“Gli stessi Padri e gli scrittori ecclesiastici erano pienamente convinti che l'Angelo Gabriele, nel dare alla beatissima Vergine l'annuncio dell'altissima dignità di Madre di Dio, l'aveva chiamata, in nome e per comando di Dio stesso, ‘PIENA DI GRAZIA’, insegnarono che con questo singolare e solenne saluto, mai udito prima di allora, si proclamava che la Madre di Dio era la sede di tutte le grazie divine, era ornata di tutti i carismi dello Spirito Santo, anzi era un tesoro quasi infinito e un abisso inesauribile di quegli stessi doni divini.”

“I Romani Pontefici” “mentre impiegavano tutta la loro sollecitudine per accrescere il culto della Concezione, si preoccuparono anche di chiarirne e di inculcarne con ogni mezzo l'oggetto e la dottrina. Insegnarono infatti, in modo chiaro ed inequivocabile, che si celebrasse la festa della Concezione della Vergine e respinsero quindi, come falsa e assolutamente contraria al pensiero della Chiesa, l'opinione di coloro che ritenevano ed affermavano che da parte della Chiesa non si onorava la Concezione ma la santificazione di Maria. Né ritennero che si potesse procedere con minore decisione contro coloro che, al fine di sminuire la dottrina sull'Immacolata Concezione della Vergine, avendo escogitato una distinzione fra il primo istante e il secondo momento della Concezione, affermavano che si celebrava sì la Concezione, ma non quella del primo iniziale momento.”

“Lo stesso concilio di Trento, quando promulgò il decreto dogmatico sul peccato originale, nel quale, sulla scorta delle testimonianze della Sacra Scrittura, dei Santi Padri e dei più autorevoli Concili, stabilì e definì che tutti gli uomini nascono affetti dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in quel decreto, e nell'ambito di una definizione così generale, la Beata ed Immacolata Vergine Maria Madre di Dio.
Con tale dichiarazione infatti i Padri Tridentini indicarono con sufficiente chiarezza, tenendo conto della situazione del tempo, che la Beatissima Vergine fu esente dalla colpa originale. Indicarono perciò apertamente che dalle divine Scritture, dalla tradizione, dall'autorità dei Padri, niente poteva essere desunto che fosse in contrasto con questa prerogativa della Vergine.”

“La beatissima Vergine fu, per grazia, immune da ogni macchia di peccato ed esente da qualsivoglia contaminazione del corpo, dell'anima e della mente. Unita in un intimo rapporto e congiunta da un eterno patto di alleanza con Dio, non fu mai preda delle tenebre, ma fruì di una luce perenne e risultò degnissima dimora di Cristo, non per le qualità del corpo, ma per lo stato originale di grazia.”

“ Sfuggita ai dardi infuocati del maligno, entrò nel mondo, bella per natura e assolutamente estranea al peccato nella sua Concezione Immacolata, come l'aurora che spande tutt'intorno la sua luce.

Non era infatti conveniente che quel vaso di elezione fosse colpito dal comune disonore, perché assai diverso da tutti gli altri, di cui condivide la natura ma non la colpa. Al contrario era assolutamente conveniente che come l'Unigenito aveva in cielo un Padre, che i Cherubini esaltano tre volte santo, avesse sulla terra una Madre mai priva dello splendore della santità.”

“La beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa”

Dato a Roma, presso San Pietro, nell'anno dell'Incarnazione del Signore 1854, il giorno 8 dicembre, nell'anno nono del Nostro Pontificato.

giovedì, novembre 25, 2004

Cristiani e "cristianisti"

Eureka!
Ho scoperto perché Chirac è stato tanto ostile al concetto di “radici” cristiane:

“Le radici? Che immagine strana... Perché considerarsi come una pianta? In gergo francese, “piantarsi” vuol dire sbagliarsi, o fare un errore…”
Citiamo e lodiamo l’intervista a Remi Brague

“Quelli che difendono il valore del cristianesimo e il suo ruolo positivo nella storia mi sono di certo più simpatici di quelli che lo negano. Io non intendo certo scoraggiarli. Mi piacerebbe persino che in Francia fossero più numerosi. E questo non perché costoro siano degli “alleati oggettivi”. Ma soltanto perché quello che dicono è vero. Dunque, grazie ai “cristianisti”. Soltanto, io vorrei ricordare loro che il cristianesimo non si interessa a sé stesso. S’interessa a Cristo. E anche Cristo stesso non s’interessa del proprio io: Lui s’interessa a Dio, che chiama in un modo unico, «Padre».”

“Il cristianesimo non ha niente d’occidentale. È venuto da Oriente. I nostri avi sono diventati cristiani. Hanno aderito a una religione che all’inizio era per loro straniera.”
“La civiltà dell’Europa cristiana è stata costruita da gente il cui scopo non era affatto quello di costruire una “civiltà cristiana”. La dobbiamo a persone che credevano in Cristo, non a persone che credevano nel cristianesimo.
Pensate a papa Gregorio Magno. Ciò che lui ha creato – ad esempio il canto gregoriano – ha sfidato i secoli. Ora, lui immaginava che la fine del mondo fosse imminente. E dunque, non ci sarebbe stata alcuna “civilizzazione cristiana”, per mancanza di tempo. Lui voleva soltanto mettere un po’ d’ordine nel mondo, prima di lasciarlo. Come si rassetta la casa prima di partire per le vacanze.
Cristo non è venuto per costruire una civiltà, ma per salvare gli uomini di tutte le civiltà. Quella che si chiama “civiltà cristiana” non è nient’altro che l’insieme degli effetti collaterali che la fede in Cristo ha prodotto sulle civiltà che si trovavano sul suo cammino. Quando si crede alla Sua resurrezione, e alla possibilità della resurrezione di ogni uomo in Lui, si vede tutto in maniera diversa e si agisce di conseguenza, in tutti i campi. Ma serve molto tempo per rendersene conto.”

domenica, novembre 21, 2004

memento

LEZIONE DOMESTICA SU ADAMO, LE SCIMMIE,L’EVOLUZIONE E L’INVOLUZIONE DI CERTI OMINIDI
di LUIGI AMICONE

(CON LE MIE SCUSE A LANFRANCO!)

Dio, ma perché permetti che si discuta a scuola dei fatti tuoi?
Hai voglia a dire che non c’è antinomia tra evoluzionismo e creazionismo, in quanto il secondo non compromette le ragioni del primo.
La creazione non è un fatto del passato. E’ adesso. Non sei tu che ti fai scorrere il sangue nelle vene. Non sei tu che, proprio in questo momento, ti crei, Gloria. Ebbene: non trovi che sia un grande mistero tutto questo? Come non detto.
“Ma scusa papà, se l’ominide aveva un cervello più piccolo del nostro, come si fa a dire che il peccato originale riguarda anche noi? Adamo ed Eva hanno peccato come uomini o come ominidi?”. No scusa, quella è la meravigliosa storia della creazione…
“Vuoi di re che Adamo non è mai esistito, e Isacco?”.
Ma lascia stare Isacco, quello è uno del popolo ebraico, altro che se non è mai esistito. Adamo, invece, è l’archetipo…
“Arche che?”.
Prendiamola da un’altra parte. Beethoven, figlia mia, nona sinfonia, hai presente?
“Sì, pà ma che c’entra Beethoven?”. C’entra, cavolo. Prova a dare una spiegazione evoluzionistica di come esce fuori una nona da una merdaccia come può essere un uomo, e per di più sordo.
“Merdaccia?”. Sì, cioè vale a dire “poca cosa”. Hai presente quando in quaresima il prete ti mette la cenere in testa e ti dice “polvere sei e polvere tornerai”?. “Sì,vabbé, ma papà cosa c’entra tutto questo con gli ominidi…”.
C’entra nel senso che l’uomo o l’ominide, chiamalo come vuoi, sembrano niente, sembra roba che alla fine finisce ai vermi, merdaccia appunto. “Sembra”, ma non è. E questo tu già un po’ lo capisci perché anche se sei piccola non sei più una scimmietta, cominci a capire che dentro di te ci sono desideri infiniti, e cominci a esprimerli in vario modo, ecco: cominci a domandare… non so se mi segui.
“Ti seguo, pà, ma stavamo parlando di Adamo ed Eva, preistoria e ominidi, che c’entrano Beethoven e le merdacce?”.
Volevo dire che il racconto della Genesi è una poesia.
“Ma allora non è vero?”.
Altro che. E’ verissimo, mica c’è solo la scienza. Prendi la mamma: tu la puoi descrivere misurando l’evoluzione del suo cranio e delle sue ossa, puoi descriverla con una radiografia e con l’analisi del sangue. Bene, questa si chiama analisi scientifica. Ma se tu la mamma la racconti con una poesia non è che dici cose meno vere di lei,anzi, dici una verità che, per quanto approssimativa essa sia, è esistenzialmente e sintiticamente mille volte più importante di quella scientifica.
“Cosa vuoi dire papà, che la preistoria non esiste e che l’evoluzionismo è una teoria?”. Esatto, voglio dire che se mille anni fa l’idea di una preistoria o la teoria di Darwin non esistevano e tra mille anni entrambe le teorie non esisteranno più, quello che c’è dentro la poesia di Leopardi o dentro l’esperienza che fai di cos’è la mamma, c’era ieri, c’è oggi, ci sarà doma- ni, sempre. Si chiama “Essere”, “Mistero”.
Tu devi studiare bene queste cose scientifiche perché Dio ti ha dato il cervello per usarlo e non per buttarlo all’ammasso. Tanto più che la scienza, se tiene presente il Mistero, cioé se è ragionevole e non delirante, ci aiuta a vivere con più agio in questo mondo. Ci aiuta a costruire i frigoriferi, Internet e i razzi che vanno su Marte. Però senza l’esperienza scientifica puoi vivere bene lo stesso, senza un po’ di coscienza dell’Essere o del Mistero diventi una rimbambita. Hai capito, Gloria?
“Vorresti dire che Adamo ed Eva erano sì degli ominidi, ma col cervello come il nostro?”.
Senti, Gloria, magari avevano un cervello più piccolo del nostro, non lo so, magari eravamo tutte scimmie, non lo so. Però 99 sono rimaste scimmie, una no, e quella è il primo uomo, detto poeticamente, Adamo, uno che ha coscienza del Mistero fino a pretendere di farne a meno. E questo è precisamente “peccato”, “un di meno”.
“Eva però era un po’ meno scimmia…”.
Ma che ne so come Dio ha fatto partire l’uomo su questa terra, sono fatti suoi e noi non c’eravamo. La cosa importante è sapere chi sei, dove vai e…
“Ok, ok, ok papà, sono dieci e mezza, domani ho il compito in classe, tranquillo, ho capito tutto, io sono Gloria e vorrei andare a dormire. Posso?”
Ev-vabbé. Buonanotte. E poi dice che vogliono importare in Italia le home schooling americane. Cose da pazzi.

Ferrara/Cacciari

Estraggo, per mia meditazione, dagli interventi del pubblico incontro "Siamo tutti Olandesi" tenutosi il 16 Novembre a Milano.

Dixit Giuliano Ferrara

“Noi dobbiamo porci un problema semplice. Noi non possiamo ricostruire la cristianità per resistere alla sfida islamista, radicale, jihadista; sono tre aggettivi precisi, che uso per distinguerli da islamico. Islamista, radicale, jhadista. La grande lotta che dentro la civiltà islamica”

“La grande battaglia che si è aperta per dare sostanzialmente una nuova identità, che faccia fronte alla modernità che noi rappresentiamo nel mondo islamico, non possiamo fronteggiarla con la denunciata stessa logica identitaria, ricostruendo il programma di Lepanto.

Non possiamo, ma possiamo non fare niente? Possiamo non interrogarci? Possiamo accettare che il famoso politeismo dei valori che la nostra irrinunciabile devozione verso la democrazia, verso le regole della libertà e una relativa libertà dalle regole che ci siamo dati, arrivi fino al punto di scarnificare la nostra identità? Da renderla così evanescente, così leggera, così incapace anche di dialogo, anche di fronteggiare con un dialogo serrato, vero, significativo, in cui tu porti qualcosa della tua identità? Io penso di no.

Non voglio usare parole difficili, complicate ma certo non è roba per cardinali, per vescovi, non è roba solo ed esclusivamente per il magistero pastorale della Chiesa cattolica o delle molte altre Chiese dell’universo interreligioso.
Non è una questione confessionale.”
“Porsi questo problema del significato, del senso. Porsi questo problema eminentemente politico, ma carico di cultura, di un sistema di vita che noi presumiamo di dover difendere – poi i modi di difenderlo, con la guerra o senza la guerra, tutto sommato, dopo l’11 settembre, sono grandi questioni di tattica, questioni integralmente politiche. Ma sul fatto che si debba difenderlo c’è una sostanziale convergenza, in occidente.

Questo sistema di vita che cerchiamo di difendere dobbiamo reinterpretarlo, non nella nostalgia, che è sempre un sentimento regressivo, non nella chiusura del tradizionalismo, forse perfino con un grande sforzo di innovazione. Ma dobbiamo reinterpretarlo, perché se difendere il nostro sistema di vita significa difendere il vuoto, questo vuoto sarà riempito”

“Questo vuoto sarà riempito, e sarà riempito da un altro modo di vita, da un’altra concezione dell’esistenza, da un’altra concezione della trascendenza. Da una ortodossia e da un puritanesimo (il famoso puritanesimo Wahhabi) che sono una minaccia per tutti i valori in cui noi crediamo.”


Respondit filosofum Massimo Cacciari

“ Io ritengo che nella reinterpretazione della democrazia” “debba anche giocare un importante ruolo la reinterpretazione del nostro concetto di tolleranza.”

“Lo penso, l’ho scritto in saggi e in libri, perché il concetto di tolleranza, bisogna esserne consapevoli, si regge sul presupposto (non lo dicevo io, lo diceva Rosmini …) che quello di tolleranza è un concetto estremamente peloso. E’ chiaro che io tollero colui che reputo inferiore a me, perché se io reputo Ferrara uguale a me, come lo reputo, non lo “tollero”: lo ascolto, lo contraddico, mi interessa o non mi interessa quello che dice, ma non lo tollero. Il concetto di tolleranza implica un’inferiorità dell’interlocutore, e la mia pretesa di educarlo alla mia razionalità. Questo è sempre stato storicamente, così si è declinato il concetto,…. Io non credo che questo sia un modo utile o politicamente efficace di agire e di pensare la democrazia, e di agire nei confronti di coloro che al momento non sono affatto democratici.

“Il discorso (…), in apertura alle lezioni di filosofia sulla storia di Hegel, tale e quale.
“Ex occidente lux”: la civiltà nasce ad oriente ma inevitabilmente qui trova la sua casa. Gli altri sono spacciati, e Hegel usa esattamente questa espressione, si tratta di rovine del passato, proprio perché loro non hanno la storia, cioè non hanno elaborato il concetto di storia. Non vi è storia nell’islam: questa è la posizione di Hegel che torna, non a caso, anche in tanti teorici americani, in termini più o meno banali, ma non sempre, anche molto ferrati. Torna questa idea che la diversità essenziale che costituisce la nostra originalità e la nostra superiorità, alla fine, è che noi abbiamo elaborato un concetto di storia, che noi concepiamo tutto, diceva Nietzsche, storicamente.”

“La concezione del divino, di Dio, nel cristianesimo, “ab origine” è assolutamente distinta e assolutamente diversa da quella islamica. Qui è la diversità, cioè la storia di cui noi parliamo, è immanente nel modo in cui la cristianità concepisce, già in epoca evangelica, il divino.
Questa è davvero una differenza teo-logica, dove il termine “logico” va sottolineato. Perché il modo in cui si concepisce il divino, cioè il Deus trinitas, come diceva Agostino, ha in sé la dimensione storica.

Un cristianesimo che non si incarna storicamente e che quindi non assume tutte le contraddizioni e i conflitti, che non si distingua al suo interno, non è concepibile”
“Cioè la storia dell’islam non è una storia teologicamente concepibile. Non è una storia che possa essere in alcun modo riportata a un principio: è contingenza, pura contingenza. Così il musulmano si rapporta alla storia, come a una serie di eventi che, in quanto storici, sono assolutamente contingenti.

Noi invece in ogni evento storico cerchiamo la ragione, il senso, la fenomenologia dello spirito di Hegel appunto, il fenomeno. Ciò che ci appare non è mai contingente, non è mai apparenza, ha una ragione di essere. I fenomeni li dobbiamo sempre salvare da questo punto di vista, nella loro storicità, non in termini ideali, come Platone.

Questa, ripeto, è la differenza fondamentale. L’ho detto e ripetuto, prima e dopo l’11 settembre, dobbiamo saperlo, di fronte ad ogni “abbracciamoci tutti” general generico, che non ha alcun senso se si ragiona seriamente di queste cose, e cioè che la posizione da cui deriva tutta la nostra concezione della storia, cioè del Deus trinitas, è di vedere la storia in Dio. Bisogna comprendere fino in fondo la paradossalità e la scandalosità di questa assunzione: tanta teologia l’ha edulcorata, continua ad edulcorarla”

“La storia in Dio, la morte in Dio: questo per tutto l’islam è bestemmia. E’ bestemmia e qua non troverete nessun membro dell’islam, nessun musulmano che possa pensarla diversamente.”

“Le cose vanno viste alla radice, non sulla schiuma delle onde. Questa è la questione. E se poniamo la questione a questo livello, comprendiamo quanto sia arduo impostare insieme nel nostro rapporto tra cristianità come civiltà che ha nel suo insieme immanente a sé questa categoria, per dirla i termini russi, della umano-divinità, (intesa non nel senso di una facile conciliazione dialettica, ma nel senso proprio del rapporto drammatico tra figura divina e figura storica), e dall’altro la dogmatica islamica di una incomparabilità assoluta tra l’elemento storico condannato alla contingenza e la teologia, e il discorso su Dio comunque esso venga concepito.

Voi capite bene, tra l’altro, come questa concezione sia davvero la responsabile di tutto il discorso tecnico-scientifico. Su quale presupposto si basa il grande exploit della nostra scienza? Ma esattamente su questo.”

“Quindi questa è la grande diversità, ma se ci poniamo da questo punto di vista. Ma se ci poniamo da un punto di vista diverso, più episodico, più superficiale, forse è facile (si fa per dire) trovare anche tatticamente, politicamente, nel senso più banale del termine, vie di comprensione e di riconoscimento.

Se andiamo alla radice della distanza allora il discorso si fa infinitamente più complicato, e così anche l’appello a una evoluzione dell’islam per la quale tutti noi possiamo operare politicamente.
E’ abbastanza semplice comprendere come, attraverso quali vie di azione politica e diplomatica, si potrebbe tentare di vitalizzare e potenziare le componenti che esistevano e che sono state più o meno massacrate dai regimi dittatoriali, autoritari, quasi sempre sostenuti dai regimi occidentali.

Si può porre la questione di come promuovere, potenziare, sostenere tutte quelle voci del mondo islamico che sono contro il fondamentalismo della jihad. Questa impostazione, alla quale politicamente siamo costretti tutti, uomini di buona volontà o meno, a cercare di pensare, e che può dare certamente dei frutti, non tocca questa questione di fondo.

Questa questione di fondo è una questione davvero e radicalmente filosofica, perché qui si pone il problema di una vera relazione con l’altro. E’ possibile una relazione con l’altro non fatto a nostra immagine e somiglianza?

La relazione è possibile anche laddove io colgo nella figura dell’altro qualcosa che mi appare davvero irriducibile a me?

Questo è il grande, serio tema che ci è oggi imposto, e che possiamo non essere in grado di risolvere.
Perché nella storia può essere che una relazione con l’altro non sia risolvibile se non in termini polemici.”