Visualizzazione post con etichetta Ratione Peccati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ratione Peccati. Mostra tutti i post

venerdì, febbraio 22, 2013

LA DIVINA PASTORA [16]

Ovvero : Somiglia alla tua vita la vita del pastore (G. Leopardi)

"In questi 50 anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste, si traduce sempre in peccati personali che possono divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre la zizzania. Che nella rete di Pietro si trovano i pesci cattivi". La zizzania. I pesci cattivi. Le strutture del peccato.
È giovedì 11 ottobre, Santa Maria Desolata [sic!]. È il giorno in cui la Chiesa fa memoria di papa Giovanni XXIII, cinquant'anni dal principio del Concilio. Benedetto XVI si affaccia al balcone [sarebbe la finestra del suo studio, ma va bene così] e ai ragazzi dell'Azione cattolica [e non solo, non solo di A.C. e ahinoi non solo giovani!] raccolti in piazza dice così: "Cinquant'anni fa ero come voi in questa piazza, con gli occhi rivolti verso l'alto a guardare e ascoltare le parole piene di poesia e di bontà del Papa. Eravamo, allora, felici. Pieni di entusiasmo, eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa". Breve pausa. Eravamo felici, al passato. "Oggi la gioia è più sobria, è umile. In cinquant'anni abbiamo imparato che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa". Che c'è la zizzania, ci sono i pesci cattivi.
Nessuno ha capito, in quel pomeriggio di ottobre. I ragazzi in piazza hanno applaudito e pianto il ricordo di papa Giovanni. Nessuno sapeva che due giorni prima Benedetto XVI aveva di nuovo incontrato il cardinale Julian Herranz, 83 anni, lo spagnolo dell'Opus Dei da lui incaricato di presiedere la commissione d'indagine su quello che i giornali chiamano Vatileaks. etc etc."
Così l'incipit dell'articolo di Concita de Gregorio, la madre badessa della sinistra democratica, che dall'alto delle colonne di Repubblica in data giovedì 21 febbraio 2013 - una settimana esatta prima della conclusione del pontificato dello ccioiosamente dimissionario Benedetto XVI - stende un suo papiro rivelando, qual emula di Santa Ildegarda, una litania delle peccaminose oscure alleanze che strisciano nelle sacre stanze per lo cui disgusto si sarebbe dimissionato l'adamantino Ratzinger.
Non interessa qui tanto il contenuto che seppur pruriginoso non appare affatto nuovo (già mentovato in tempi non sospetti dal panphet "Via col vento in Vaticano" di fine secondo millennio), quanto la cruda istantanea di cosa sia accaduto all'imbrunire dell'11 ottobre 2012, quattro mesi prima l'abdicazione di Benedetto XVI, cinquanta anni dopo l'inaugurazione del Concilio Vaticano II: il Papa ha parlato della necessità di una gioia "più sobria" nel guardare all'evento Concilio, in forza della dolorosa esperienza della zizzania e dei tanti pesci cattivi presenti nella Chiesa nel dopo-concilio. Parole gravi, severe e penitenziali.  E nella piazza la gente applaudiva alla "Chiesa bella del Concilio".
Nessuno ha capito in quel pomeriggio di ottobre, sentenzia lapidaria Concita de Gregorio.
Un mite Vicario di Cristo che - lo si è visto chiaramente proprio in frangenti come questo - si sottomette per amore della Catholica a delle forche caudine di imbarazzanti e ingrati paragoni con i carismatici pontefici antecessori, come può esserlo proprio il doversi confrontare con il climax della mitologia roncalliana. Ma per amore della Chiesa che è bella nonostante le tante rughe pre-conciliari o post-conciliari, Benedetto XVI con grande umiltà ha affrontato il paragone con il poetico "discorso alla luna", in una serata senza luna con una prosa forse pragmatico e direi programmatica di una azione pastorale finalizzata alla recezione, presso il popolo di Dio, degli insegnamenti conciliari finalmente e oltre il fumoso "aggiornamento" un po' naif  di quella che fu una piccola belle epoque che precedette l'amaro risveglio del '68.
Nessuno ha capito in quel pomeriggio di ottobre per il fatto che l'alto magistero del Pontefice deve essere sminuzzato, sbriciolato, rimasticato ed assorbito nel tessuto ecclesiale mediante l'apporto di tutte le strutture e i gangli intermedi: pontifici consigli, conferenze episcopali, movimenti, parrocchie etc che però - ormai alla conclusione del regno ratzingeriano possiamo affermarlo con certezza! - hanno invece percepito lo stile pastorale di Benedetto XVI come componente di una demodè quanto personale e teutonica voglia di spaccare il capello in quattro, avulsa dalle magnifiche sorti e progessive della  aprioristica bellezza della Chiesa "Conciliare" alla quale il popolo di Dio non deve far altro che plaudire entusiasticamente (e acriticamente) nonostante le indicazioni pastorali del Benedetto Papa.
Non so se questo però Concita de Gregorio l'abbia capito, se non in quel pomeriggio di ottobre, almeno in quel mezzogiorno dell'11 febbraio.

lunedì, maggio 19, 2008

Der Papst "Cciofane" /5


"E’ bello essere giovani ed oggi tutti vogliono essere giovani, rimanere giovani, e si mascherano da giovani, anche se il tempo della giovinezza è passato, visibilmente passato.
E mi domando – ho riflettuto – perché è bello essere giovani? Perché il sogno della perenne giovinezza?

Mi sembra che ci siano due elementi determinanti. La gioventù ha ancora tutto il futuro davanti a sé, tutto è futuro, tempo di speranza. Il futuro è pieno di promesse.
Ad essere sinceri, dobbiamo dire che per molti il futuro è anche oscuro, pieno di minacce. Non si sa: troverò un posto di lavoro? troverò una casa? troverò l’amore? che sarà il mio vero futuro?
E davanti a queste minacce, il futuro può anche apparire come un grande vuoto. Perciò oggi, non pochi vogliono arrestare il tempo, per paura di un futuro nel vuoto. Vogliono subito consumare tutte le bellezze della vita. E così l’olio nella lampada è consumato, quando comincerebbe la vita.

Perciò è importante scegliere le vere promesse, che aprono al futuro, anche con rinunce. Chi ha scelto Dio, ancora nella vecchiaia ha un futuro senza fine e senza minacce davanti a sé.

Quindi, è importante scegliere bene, non distruggere il futuro. E la prima scelta fondamentale deve essere Dio, Dio rivelatosi nel Figlio Gesù Cristo, e nella luce di questa scelta, che ci offre allo stesso tempo una compagnia nel cammino, una compagnia affidabile che non mi lascia mai, nella luce di questa scelta si trovano i criteri per le altre scelte necessarie.

Essere giovane implica essere buono e generoso. E di nuovo la bontà in persona è Gesù Cristo.
Quel Gesù che voi conoscete o che il vostro cuore cerca. Lui è l’Amico che non tradisce mai, fedele fino al dono della vita in croce.
Arrendetevi al suo amore!


Come portate scritto sulle magliette preparate per questo incontro: “scioglietevi” davanti a Gesù, perché solo Lui può sciogliere le vostre ansie e i vostri timori e colmare le vostre attese. Egli ha dato la vita per noi, per ciascuno di noi.

Potrebbe mai tradire la vostra fiducia? Potrebbe Egli condurvi per sentieri sbagliati?
Le sue sono le vie della vita, quelle che portano ai pascoli dell’anima, anche se salgono verso l’alto e sono ardite.
E’ la vita spirituale che vi invito a coltivare, cari amici.
Gesù ha detto: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5).

Gesù non fa giri di parole, è chiaro e diretto.
Tutti lo comprendono e prendono posizione.
La vita dell’anima è incontro con Lui, Volto concreto di Dio; è preghiera silenziosa e perseverante, è vita sacramentale, è Vangelo meditato, è accompagnamento spirituale, è appartenenza cordiale alla Chiesa, alle vostre comunità ecclesiali.

Ma come si può amare, entrare in amicizia con chi non si conosce?

La conoscenza spinge all’amore e l’amore stimola la conoscenza. E’ così anche con Cristo. Per trovare l’amore con Cristo, per trovarlo realmente come compagno della nostra vita, dobbiamo innanzitutto conoscerlo. Come quei due discepoli che lo seguono dopo le parole del Battista e dicono in modo timido: “Rabbì, dove abiti?”, vogliono conoscerlo da vicino.

E’ lo stesso Gesù che, parlando con i discepoli, distingue: “Chi dice la gente chi io sia”, riferendosi a coloro che lo conoscono da lontano, per così dire, “di seconda mano”, e “Chi dite voi chi io sia?”, riferendosi a coloro che lo conoscono “di prima mano”, avendo vissuto con Lui, essendo entrati realmente nella sua vita personalissima fino ad essere testimoni della sua orazione, del suo dialogo con il Padre.
Così anche per noi è importante non ridurci semplicemente alla superficialità dei tanti che hanno sentito qualcosa di Lui - che era una grande personalità ecc. - ma entrare in una relazione personale per conoscerlo realmente. E questo esige la conoscenza della Scrittura, dei Vangeli soprattutto, dove il Signore parla con noi. Non sempre sono facili queste parole, ma entrando in esse, entrando in dialogo, bussando alla porta delle parole, dicendo al Signore “Aprimi”, troviamo realmente parole di vita eterna, parole vive per oggi, attuali come lo erano in quel momento e come lo saranno in futuro.

Questo colloquio con il Signore nella Scrittura deve essere sempre anche un colloquio non solo individuale, ma comunionale, nella grande comunione della Chiesa, dove Cristo è sempre presente, nella comunione della liturgia, dell’incontro personalissimo della Santa Eucaristia e del sacramento della Riconciliazione, dove il Signore dice a me “Ti perdono”.

E anche un cammino molto importante è aiutare i poveri bisognosi, avere tempo per l’altro.
Ci sono tante dimensioni per entrare nella conoscenza di Gesù. Naturalmente anche le vite dei Santi [...] che ci aiutano a trovare il vero volto di Gesù.

Solo così, conoscendo personalmente Gesù, possiamo anche comunicare questa nostra amicizia agli altri. Possiamo superare l’indifferenza. Perché anche se appare invincibile – in effetti, qualche volta l’indifferenza sembra che non abbia bisogno di un Dio - in realtà, tutti sanno che qualcosa manca nella loro vita.
Solo avendo scoperto Gesù, si rendono conto: “Era questo che aspettavo”. E noi, quanto più siamo realmente amici di Gesù, tanto più possiamo aprire il cuore anche agli altri, perchè anche loro diventino veramente giovani, avendo cioè davanti a sé un grande futuro.
[...]
Andate, carissimi giovani, negli ambienti di vita, nelle vostre parrocchie, nei quartieri più difficili, nelle strade!
Annunciate Cristo Signore, speranza del mondo.
Quanto più l’uomo si allontana da Dio, la sua Sorgente, tanto più smarrisce se stesso, la convivenza umana diventa difficile, e la società si sfalda.
State uniti tra voi, aiutatevi a vivere e a crescere nella fede e nella vita cristiana, per poter essere testimoni arditi del Signore.
State uniti, ma non rinchiusi.
Siate umili, ma non pavidi.
Siate semplici, ma non ingenui.
Siate pensosi, ma non complicati.
Entrate in dialogo con tutti, ma siate voi stessi.

Restate in comunione con i vostri Pastori: sono ministri del Vangelo, della divina Eucaristia, del perdono di Dio. Sono per voi padri e amici, compagni della vostra strada.
Voi avete bisogno di loro, e loro – noi tutti – abbiamo bisogno di voi.
Ciascuno di voi, cari giovani, se resta unito a Cristo e alla Chiesa può compiere grandi cose.
E’ questo l’augurio che vi lascio come una consegna."


BENEDICTUS PP XVI

venerdì, febbraio 22, 2008

"questo, d'ignoto amante inno ricevi" (3)

Sive: In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


«A Roma ho imparato una lezione molto importante, tra le innumerevoli altre conquiste.

E' stato spesso affermato che l'architettura gotica rappresenta l'anima che tende verso Dio, mentre quella rinascimentale e romanica rappresenta Dio che trova la Sua dimora nell'uomo. Entrambi questi aspetti sono essenziali, eppure nessuno dei due, nella religione dell'Incarnazione, può sussistere senza l'altro.

Da un lato è vero che l'anima deve essere sempre in ricerca, sempre rivolta in alto verso l'oscurità dove Dio si nasconde, sempre memore che l'infinito trascende il finito e che vi è un elemento di immenso agnosticismo in ogni credo; le direzioni di questo mondo, così comìera, s'innalzano verso le tenebre; la luce che ci accompagna attraverso tracce incise e indizi oscuri ci permette di camminare, ma nulla di più. Nel silenzio Dio si rivela e attraverso i misteri proclama la Sua esistenza. Dio è spirito, senza forma, infinito, invisibile ed eterno: Quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità! (Gv 4,24). Qui vi è quindi il misticismo e la notte oscura dell'esperienza spirituale.

Dall'altra parte Dio si è fatto uomo e "il Verbo si fece carne".
La natura divina e inconoscibile si unì alla carne e "venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la Sua gloria". Ciò che era nascosto divenne conosciuto. Non siamo solo noi gli assetati che bussano: è Dio stesso ad essere assetato del nostro amore, a morire su una croce affinchè possano venire aperte le porte del Paradiso a tutti i credenti, che ha squarciato il velo del Tempio con il suo urlo di morte, e che ancora adesso bussa ad ogni cuore per poter entrare a cenare in compagnia dell'uomo.
La cupola rotonda del Paradiso è stata portata quaggiù in terra, i confini del mondo sono visibili e riconoscibili grazie alla luce di Dio; il vasto chiarore della Rivelazione si difonde in ogni dove attraverso finestre che danno su un lastricato splendente; angeli insieme a santi e uomini si radunano come ebbri per l'amore divino, l'altare sublime si erge davanti a noi illuminato (...) affinchè tutti possano vedere e ammirare.

Ora, va detto che questo aspetto della religione dell'Incarnazione non aveva molto significato per me.
Ero un nordico e nel senso letterale del termine, educato in maniera nordica. Amavo le luci soffuse, la musica misteriosa e le ombre del bosco fitto, mentre odiavo gli spazi aperti al sole, le trombe che suonano all'unisono e il tondo e il quadrato in architettura. Preferivo la meditazione rispetto alla recitazione delle preghiere; Madame Guyon a Mather Julian; John Inglesant a San Tommaso; il secolo tredicesimo così come me lo immaginavo a quello sedicesimo.

All'incirca sin dalla fine della mia esperienza anglicana avrei dovuto conoscere questo aspetto: allora avrei potuto risentirmi per quest'accusa in quanto già iniziavo a capire (e quindi pensavo di aver pienamente compreso) che il mondo era sia materiale che spirituale e che le credenze erano necessarie come le aspirazioni.
Ma quando giunsi a Roma compresi che in realtà non avevo colto del tutto questo aspetto.

Ecco una città rinascimentale da capo a coda, sotto un cielo limpido e un sole che scotta, la cui religione era come l'anima che risiede nel corpo. Era la dimostrazione vivente di come la realtà umana può personificare il divino.
Anche le dottrine proprie del cristianesimo venivano raffigurate con immagini pagane. La rivelazione parlava attraverso le forme della religione naturale; Dio abitava senza vergogna nei luoghi luminosi, i preti erano preti e non pastori dalle buone intenzioni; compivano i sacrifici, aspergevano con l'acqua benedetta, partecipavano a lunghe e ondulate processioni con l'incenzo e i lumi, chiamando Olimpo il Paradiso.
In un altare di granito notai la scritta Sacrum Divo Sebastiano.

Spesso sedevo in compagnia di professori di teologia che scherzavano, ridevano e dimostravano la loro gioia in una sala conferenze davanti a sei nazioni. Vedevo l'immagine del "Padre dei principi e dei re e padrone del mondo" esposta nelle strade il giorno del suo onomastico, circondata di fiori e lampade ad olio nella maniera in cui, due millenni fa, altri padroni del mondo venivano onorati. Sono sceso nelle catacombe nei giorni di Santa Cecilia e di San Valentino e ho sentito l'odore del bosso e del miro sotto i mie piedi, che rendeva onore alla fragranza della loro memoria così come secoli prima, in un diverso contesto, aveva reso onore ai vincitori.
In una frase, iniziai a capire che "il Verbo di fece carne e venne ad abitare in mezo a noi" (Gv1,14); che se ha scelto la sostanza creata di una vergine per costituirsi un corpo naturale, allora può anche utilizzare la sostanza creata degli uomini (i loro pensieri, le loro forme di espressione e metodi) per formare per sè quel corpo mistico attraverso cui Egli si rende presente a noi sempre. In poche parole, capii che l'unica cosa veramente mondana è il peccato.

Ma allora il cattolicesimo è materialistico?
Certo, e lo è come la Creazione e l'incarnazione, nè più ne meno.

E' impossibile descrivere cosa significhi questa scoperta per uno spirito nordico. Significa di sicuro l'oscuramento di alcune di alcune di quelle vecchie luci che sembravano scosì belle nella semi oscurità dell'esperienza individuale, o piuttosto il loro scoparire di fronte alla luce forte del giorno.
[...]
Paragonate un aspetto qualsiasi della fede e del culto cattolico così come vengono vissuti nella Città eterna al corrispondente anglicano!
Eppure gli anglicani rimangono scioccati quando vengono a Roma, i dissidenti si scandalizzano del paganesimo e i liberi pensatori sorridono al pensiero delle piccolezze di tutto questo. Certo, si scioccano, si scandalizzano e sorridono: potrebbero comportarsi diversamente?

Invece la verità è che un soggiorno a Roma allaga la mente al di là di ogni descrizione.
Mentre fino a quel momento mi ero abituato ad immaginare il Cristianesimo come un fiore delicato, divino in quanto soprannaturalmente fragile, ora vedevo che è invece un albero i cui rami accolgono gli uccelli dell'aria un tempo nemici della sua tenera crescita ma che ora possono trovarvi rifugio. La sua divinità consiste nell'ampienza della sua diffusione e dalla forza delle sue possenti radici: nulla pò paragonarsi a questo.
Prima la immaginavo come un aroma raffinato e dolce, da venir gustato a parte; ora capivo che si trattava del lievito, nascosto nei luoghi più reconditi della terra, che si manifestava in modo molto più rozzo di quanto avrei immaginato fino a quando tutto sarà fermentato.

E così giorno dopo giorno continuavo ad imparare (...) piano piano la lezione veniva assimilata dal mio cervello ed imparavo che vi era qualcosa di totalmente diverso da ciò che ero abituato a conoscere, qualcosa che non avrei mai appreso nella mia tranquilla penombra nordica.
Qui si trova la sede centrale del mondo spirituale; qui la grazia veniva elargita, i dogmi definiti e le provviste salvaguardate per le anime di tutto il mondo.
Qui aveva stabilito il Suo trono per governare il Suo popolo, dove un tempo Domiziano, dominus et deus noster, l'imitatore di Dio comandava prescindendo da Lui, eppure adombrando il vicario di Cristo.

Il Venerdì Santo, sotto le rovine del Palatino, andai alla chiesa di San Toto e ascoltai quel versetto: "Se liberi costui non sei amico di Cesare" (Gv19,12). Oggi "costui" è il Re mentre Cesare non è nulla.

Certo è che qui, più che in ogni altro luogo, il lievito conficcato dalla mano divina nel suolo duro dell'Impero romano, gradualemte si è espresso in leggi e dogmi con immagini del pensiero "del mondo"; qui il sangue di Pietro è confluito sotto l'obelisco, ancora pulsante nelle vene di Pio [X, all'epoca regnate, n.d.r], Pontifex Maximus et Pater Patrum, che dista solo di qualche metro.

Almeno questo a Roma l'ho appreso, ed era una lezione che valeva la pena imparare, pur tra tutte le difficoltà. Venivo da una stanza calorosa e illuminata dal caminetto, piena di ombre, e mi ritrovavo ora esposto alle folate di vento negli spazi immensi della storia umana.
Capii finalmente che nulla di ciò che è umano è indifferente a Dio, che i tentattivi di ricerca dei popoli pre-cristiani molto spesso li hanno avvicinati al Cancello della Verità; che i loro piccoli sistemi, sforzi ed immagini non venivano disprezzati da Colui che li aveva permessi, e che "Dopo aver Iddio in antico, a più riprese e in molti modi, parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi parlò a noi per mezzo del Suo Figlio, che costituì erede di ogni cosa e per mezo del quale creò anche i secoli. questo figlio, immagine della gloria di dio e impronta della sua sostanza, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso nel più alto dei cieli alla destra della Maestà divina" (Ebrei, I, 1,3)».

Dalle "Confessioni di un Convertito" (1913)
di Robert Hugh BENSON (1871-1914)

mercoledì, settembre 26, 2007

TOMUS AD RENATUM



La questione verteva:
"Sulla liceità d'una seconda via, parallela a quella cristiana, e, in caso di risposta affermativa, sulla conseguente liceità della terza"


Al riguardo ritengo -in tutta modestia- che un attento esame dei seguenti passi della Lettera di San Paolo ai Galati sia poco proficuo:

"È scritto che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ora, quello dalla schiava è nato secondo la carne; quello dalla donna libera, in virtù della promessa. Tali cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due Alleanze; una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar, corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre."(Gal. IV,22-26)
"Ora voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. E come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera. Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma di una donna libera."(Gal.IV,28-31)
"Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico che, se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. E dichiaro ancora una volta, a chiunque si fa circoncidere, che egli è obbligato ad osservare tutta la Legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla Grazia." (Gal.V,1-5)


La suddetta Lettera ai Galati non mi pare il testo neotestamentario più adatto per intavolare una dissertazione teologica sulla imperscrutabilità con cui opera la Grazia redentrice di Cristo, o almeno mi sarei soffermato su altri versetti più intellegibili rispetto all'allegoria tra il figlio della schiava e il figlio della donna libera!
Considererei, piuttosto, la Lettera ai Romani in cui l'Apostolo espone quasi sistematicamente la propria dottrina sul "Primato della Grazia", mentre ai Galati San Paolo scrive concitatamente denunziando non tanto la ricerca di un formalismo esteriore "giudaizzante" della propria fede in Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore ma addirittura il pericolo di mettere a repentaglio lo stesso "kerigma": "O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?". Così geme angosciato l'Apostolo che evangelizzò la Galazia e che pertanto si sente il padre nella fede di quella primitiva comunità cristiana. Le parole dell'Apostolo hanno pertanto un fine pastorale ben finalizzato e pertanto una universalizzazione delle sue argomentazioni fuori da quel precipuo contesto teologico parmi come pretendere di trovare nella Bibbia la ricetta dei carciofi "alla Giudìa"!


Le bibliche vicende di Ismaele ed Isacco non sono "cose dette per allegoria" ma è piuttosto l'Apostolo che "usa" allegoricamente la vicenda della nascita dei due popoli semitici e che pertanto la successiva storia delle "Religioni del Libro" c'entra quanto la scienza botanica ha a che fare con la metafora dell'ulivo selvatico innestato nell'ulivo buono!
Scrive Riccardo di San Vittore nel commento all'Apocalisse (che non a caso è il più allegorico dei sacri testi): “Ogni figura mostra tanto più chiaramente la verità, quanto prova più apertamente, mediante la similitudine dissimile, di essere figura e non la verità, e le similitudini dissimili conducono la nostra anima tanto più alla verità, in quanto non le permettono di rimanere in una sola similitudine”.

San Paolo, evidentemente, non stà tenendo una lectio magistralis di "Teologia della religione" nè di "Teologia ecumenica" ma stà facendo una "catechesi" anzi, direi, "catechismo" a dei fedeli cristiani ricordano loro che:
"Se qualcuno afferma che l’uomo può essere giustificato davanti a Dio dalle sue opere, compiute con le sole forze umane, o con il solo insegnamento della legge, senza la grazia divina meritata da Gesú Cristo: sia anàtema.

Se qualcuno afferma che la grazia divina meritata da Gesú Cristo viene data solo perché l’uomo possa piú facilmente vivere giustamente e meritare la vita eterna, come se col libero arbitrio, senza la grazia, egli possa realizzare l’una e l’altra cosa, benché faticosamente e con difficoltà: sia anàtema.

Se qualcuno afferma che l’uomo, senza previa ispirazione ed aiuto dello Spirito Santo, può credere, sperare ed amare o pentirsi come si conviene, perché gli venga conferita la grazia della giustificazione: sia anàtema. (Concilio di Trento)


San Paolo vede nei Galati il fondato pericolo che la fede nella promessa biblica di redenzione realizzatasi in Cristo Gesù si traduca in un rinnovato legalismo che confonde la fede nel Cristo che dona la Grazia con invece il vivere realmente nello stato di Grazia meritata da Cristo: "Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano."
Pertanto la metafora del "figlio della carne" e del "figlio della promessa" non può essere considerato una personificazione rispettivamente del Giudaismo e del Cristianesimo (nè tantomeno della fede islamica e della fede giudaico-cristiana!) ma più propriamente una analogia tra le due modalità -una eterodossa e l'altra ortodossa- con cui si può essere cristiani!

Poichè "la Gerusalemme di lassù" che "è libera ed è la nostra madre" evocata da San Paolo è una immagine allegorica anzi "anagogica", parimenti il riferimento "alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli" non può essere limitato ad una analisi "sociologica" poiche anche la "Gerusalemme attuale" è collocata come simbolo di una dimenzione spirituale.
San Paolo non sostiene che la Legge mosaica sia dannosa o inutile nè tantomeno fonte di peccato ma nella lettera ai Romani la chiama "Santa" essa ha il compito provvidenziale di additare al fedele il proprio peccato ed eccitarlo ad amare Dio: "Ora, noi sappiamo che tutto ciò che dice la legge lo dice per quelli che sono sotto la legge, perché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato." (Romani.III,19-20)
Come spiega ai Galati, la Legge mosaica era il mezzo dell'Alleanza e non il fine:"Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa."
Ecco pertanto che, a parer mio, protagonista vero della metafora non sono i due figli ma il padre: "È scritto che Abramo ebbe due figli".
Abramo che se è legittimamente padre (solo "carnale"?) sia di Ismaele e sia di Isacco, secondo San Paolo è pienamente vero "padre" dei cristiani proprio perchè egli credette alla promessa di Dio (realizzata da Gesù Cristo): "Noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non certo dopo la circoncisione, ma prima. Infatti egli ricevette il segno della circoncisione quale sigillo della giustizia derivante dalla fede che aveva già ottenuta quando non era ancora circonciso; questo perché fosse padre di tutti i non circoncisi che credono e perché anche a loro venisse accreditata la giustizia e fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo hanno la circoncisione, ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione" (RomaniIV,9-12).

Pertanto la diatriba paolina sulla circoncisione o la non circoncisione dei gentili convertiti a Cristo non può essere ricondotta ad una metastorica (luterana) contrapposizione tra "La libertà del cristiano" ed invece la dis-grazia della "schiavitù" alla cui sarebbero soggetti i fedeli osservanti della "Legge" che non può salvare (mosaica o maomettana che sia) poichè non mi pare che nè "il fariseo" San Paolo nè gli altri Apostoli una volta convintisi che Gesù fosse il "Christos" e il "Kyrios" abbiano smesso di ubbidire alle prescrizioni della Legge Mosaica!
"Noi riteniamo infatti che l'uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge. Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche dei pagani? Certo, anche dei pagani! Poiché non c'è che un solo Dio, il quale giustificherà per la fede i circoncisi, e per mezzo della fede anche i non circoncisi. Togliamo dunque ogni valore alla legge mediante la fede? Nient'affatto, anzi confermiamo la legge" (Romani III,28-31).

La fede nello "scandalo della Croce" conporta comunque l'ubbidienza ai comandamenti poiche: "Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso" (Galati V,13-14).

"Così adempirete la legge di Cristo" dice più oltre San Paolo e così sottolineano i Padri tridentini:
"Chi afferma che nel Vangelo non si comanda altro, fuorché la fede, che le altre cose sono indifferenti, né comandate, né proibite, ma libere; o che i dieci comandamenti non hanno nulla a che vedere coi cristiani: sia anatema.

Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato e perfetto quanto si voglia non è tenuto ad osservare i comandamenti di Dio e della chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo non fosse altro che una semplice e assoluta promessa della vita eterna, non condizionata all’osservanza dei comandamenti: sia anatema.

Se qualcuno afferma che Gesù Cristo è stato dato agli uomini da Dio come redentore, in cui confidare e non anche come legislatore, cui obbedire: sia anatema."


A questo punto non ho ancora risposto all questione se vi sia una sola via o molteplici vie della Salvezza.
Per il cristiano la Salvezza è la persona di Gesù di Nazaret il quale disse "Io sono la Via, la Verità e la Vita" ed anche "Senza di me non potete far nulla"!
Per cui la più corretta domanda dovrebbe essere: sulla liceità d'una seconda via, parallela a quella cristiana nella quali si manifesti la Salvezza operata da Cristo (e, in caso di risposta affermativa, sulla conseguente liceità della terza).

Or bene, ritengo che per meditare una tale eventualità non si debba partire dall'immagine di Abramo prototipo dell'uomo di fede in Dio, ma da Adamo primogenito dei morti a causa del peccato che per San Paolo è messo in diretta relazione con Gesù "Nuovo Adamo" primogenito dei vincitori della morte e del peccato!


Il Concilio Vaticano II ha autorevolmente risposto che: "E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale.
Tale e così grande è il mistero dell'uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti."
(Gaudium et Spes)


Invito pertanto, se si vuole prendere a maestro San Paolo, a posare lo sguardo sulla dottrina dell'unità del genere umano che è basilare al dogma del Peccato Originale, e pertanto della conseguente necessità di un Redentore universale che di fronte a Dio "ricapitoli" in se stesso ogni singolo uomo e parimenti tutto il Genere Umano.

Già ammoniva l'Apostolo:"Tutti quelli che hanno peccato senza la legge, periranno anche senza la legge; quanti invece hanno peccato sotto la legge, saranno giudicati con la legge. Perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati.
Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono. Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo." (Romani II, 12-16)

martedì, giugno 12, 2007

Ratione Peccati IV


[dalla relazione del professor Franco Nembrini al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma; Arcibasilica lateranense, lunedì 11 giugno 2007]

«Dante nel Paradiso, interrogato da S. Pietro sulla fede, si sente chiedere: “Quella cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda, dimmi, donde ti venne?”

Perché io potevo desiderare, bambino, di essere come mio papà? Perché presentivo, sapevo che mio papà sapeva le cose che nella via è importante sapere. Sapeva del bene e del male, della verità e della menzogna, della gioia e del dolore, della vita e della morte.
Cioè senza discorsi e senza prediche mi introduceva ad un senso ultimamente positivo dell’esistenza, di tutti gli aspetti della vita. Era la testimonianza vivente di una Verità conosciuta.
Se l’educazione, come dice don Giussani nel Rischio Educativo è “introduzione alla realtà totale, cioè alla realtà fino all’affermazione del suo significato”, bene mio papà faceva esattamente questo.
E questo, mi pare, è proprio ciò che manca ai giovani oggi: sono cresciuti senza che venisse loro offerta questa “ipotesi esplicativa della realtà” e perciò paurosi, trovandosi di fronte a tutto perennemente indecisi, e tristi, e perciò così spesso violenti. Perché, lo sappiamo bene noi adulti: non si può rimanere a lungo tristi senza diventare cattivi.
Ma rendiamoci conto che la tristezza dei figli è figlia della nostra, la loro noia è figlia della nostra.

Ecco, mio padre, lo dico volutamente con un paradosso, ci ha educati perché non aveva il problema di educarci, di convincerci di qualcosa. Lo desiderava, certo, certo pregava per questo, ma era come se ci sfidasse: “io sono felice, vedete la mia vita, vedete se trovate qualcosa di meglio e decidete”. Perseguiva tenacemente la sua santità, non la nostra. Sapeva che santi a nostra volta lo saremmo potuti diventare solo per nostra libera scelta.

Ma questo non è bastato, non è bastato perché si è infilato nel rapporto tra me e loro qualcosa che lo ha incrinato. Avevo 17 anni, e nonostante l’educazione ricevuta in casa si insediò in me il dubbio, lo scetticismo, insomma, andai in crisi, una crisi profonda, di cui soffrivo molto.
La cosa che mi faceva soffrire maggiormente era che il nulla divorava ciò a cui tenevo di più, divorava mio padre e mia madre, i miei fratelli e i miei amici: era un sentimento di inconsistenza della realtà, mi franava tutto addosso.
Guardavo mia madre lavorare in casa e piangevo perché sentivo che qualcosa me la stava portando via, neanche il bene che le volevo reggeva, perdevano di consistenza tutte le cose che mi erano care.

Vissi un anno o due in una crisi molto profonda, abbandonando evidentemente la pratica religiosa, che non mi diceva più niente, anzi, sfidando con cattiveria una mia sorella che nel frattempo aveva incontrato Comunione e Liberazione, dicendole: “Dimmi da che cosa ti avrebbe salvato il Salvatore, da che cosa ti avrebbe redento il Redentore? Siete come gli altri, anzi peggio degli altri, soffrite e morite come gli altri: dove sta la salvezza? Da che cosa ti avrebbe salvato? Quando esci la domenica dalla Messa che cosa puoi dire di te stessa più di quello che posso dire io?”
Non poteva evidentemente dire allora (aveva 19 anni), non poteva rispondermi quello che oggi, risponderemmo insieme: che il di più che Gesù ha portato nella vita è semplicemente l’io, l’io, una persona che prima non c’era, una coscienza di sé e delle cose che prima non c’era, e che era quello che io stavo cercando.»

lunedì, marzo 05, 2007

DEVOTIO MODERNA [4]


"Mio Dio, io non oserei offendere un mio superiore terreno; me ne spavento, perchè so di accrescere la mia responsabilità; tuttavia oso offendere te, Signore; so benissimo che la grandezza dell'offesa è proporzionata alla grandezza della persona cui è fatta. Eppure io non mi pento di offenderti, sebbene tu sia un Dio infinito.

Mio caro Signore, quali sentimenti dovrei provare, che cosa dovrei dire di me stesso se percuotessi un mio superiore della terra? Se dessi con violenza un colpo a qualche persona degna di riverenza come lo è un padre o un sacerdote se gli dessi uno schiaffo?
Io non mi sento di pensare neanche una cosa simile; eppure che cos'è tutto questo, se si paragona al''atto con il quale mi sollevo contro di te?

Il peccato è un'insultare te nella maniera più vergognosa.

In questo, o anima mia, consiste tutta la gravità del peccato. Esso equivale ad alzare la mano contro il mio benefattore infinito, contro il mio onnipotente Creatore, Signore e Giudice, contro colui, che è il centro di ogni maestà, di ogni gloria, di ogni bellezza, di ogni riverenza, di ogni santità; contro colui che solo è Dio."

[Cardinal John Henry Newman ; "Meditations and Devotions"]
___________________________

[dalla Repubblica di sabato 3 marzo 2007]
"BARI - Il preside della scuola media Lombardi di Bari è stato aggredito questa mattina da alcuni genitori.
L'uomo, Ugo Castorina, era già stato insultato alcuni giorni fa, per imposto ai ragazzi di lasciare i cellulari prima di entrare in classe.

"Tu devi venire fuori, io ti devo uccidere". Queste le parole pronunciate dai genitori contro il preside, secondo quanto ha raccontato lui stesso. "In due si sono introdotti nella scuola - ha detto, uscendo dalla caserma dei carabinieri dove ha sporto denuncia - mentre entravano i ragazzini. Io normalmente mi metto in fondo al corridoio della scuola in modo da avere la visione generale della situazione. Ho chiesto a queste due persone che cosa volessero, perchè per loro non era il momento di entrare, ma loro pretendevano che li ascoltassi immediatamente. Gli ho detto: guardate, non si può e non si deve in questo momento, abbiate pazienza, attendetemi nella hall di ingresso e poi ne parliamo. Invece loro hanno reagito prima verbalmente e poi anche con i fatti, con qualche tentativo di calci e pugni. C'è stata una piccola colluttazione e poi sono intervenuti in aiuto alcuni insegnanti ed il personale della scuola".

"Non li conoscevo - ha proseguito il preside - sono persone che non si sono mai fatte vedere nella scuola. Non so cosa volessero dirmi. Sono scappati quando hanno capito che stavano arrivando i carabinieri ma l'ultima cosa che ha detto uno di loro è stata:"Io ti devo uccidere".

"In Italia - dice il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni commentando quanto accaduto a Bari - c'è una vera emergenza del vivere civile e del rispetto delle regole che riguarda tutti: scuola, genitori, famiglie, mass media.
E' un fenomeno di fronte al quale ciascuno deve assumersi la propria parte di responsabilità perché si tratta di un problema del Paese, certo non solo della scuola.
Educare significa non solo dare competenze ma formare uomini. E questi cittadini - ha sottolineato il ministro - dobbiamo formarli tutti insieme: l'insegnamento del rispetto della legalità deve iniziare dando l'esempio, a cominciare da quello dei genitori".

L'aggressione avvenuta oggi, conclude il ministro, è "intollerabile" soprattutto perchè ha come protagonisti dei genitori, che dovrebbero essere "il primo livello educativo" nella società. E non è la prima volta che accade."

domenica, novembre 19, 2006

La Vera Dottrina spiegata alle ragazze


Epistola pubblicata dal Foglio addì sabato 18 novembre 2006 -che qui viene proposta in versione purgata ed emendata- a firma del sempre più "orrido" Langone che si fa apologeta della dottrina sulla Grazia Santificante.

Ovvero: La Lettera "alla Romana"

"Carissima Sara,

questa lettera vale doppio perché deve avere come risultato due battesimi: il tuo e quello del bambino che porti in pancia.

Se fallisco, fallisco due volte, e sento che il rischio è forte perché tu sei una lettrice di riviste femminili, monumenti cartacei che vengono innalzati ogni settimana e ogni mese per celebrare lo stato di natura, patinate volgarizzazioni del pensiero di uno degli uomini più imbecilli e pericolosi mai venuti al mondo, Jean-Jacques Rousseau.
Ti sfugge il nesso? Quando i pubblicitari chiesero alla neo direttora Maria Laura Rodotà a quale tipo di donne fosse rivolto Amica, la sventurata rispose: “Alle stronze”.
La stronza crede di essere cultura ma è natura quasi pura perché è inchiodata alla sua biologia, alla sua anagrafe (infatti il parametro più importante per i pubblicitari è l’età). A lei non gliene frega nulla del battesimo, il suo obiettivo è stronzeggiare un po’ di anni e a fine corsa, ad abbonamento scaduto, ci penseranno gli addetti al forno crematorio (la stronza è orientaleggiante e minimalista, frequenta ristoranti dove usano piatti quadrati e quindi opta per la cremazione). L’idea-base della stronza è l’autosufficienza ed è convinta che la sua stronzaggine sia sua. Sbaglia anche in questo.
René Girard ha scritto: “La maggioranza delle produzioni hollywoodiane e televisive si basa sulla falsa nozione romantica dell’autonomia dell’individuo e dell’autenticità del suo desiderio”.
La formulazione sarebbe perfetta se al massimo filosofo vivente (ovviamente cattolico) non fosse sfuggito il romanticismo degradato a commercio di creme che è tipico delle riviste femminili. Ma il punto è colpito con precisione: l’idea corrente che le moderne testoline siano dedite a liberi fantasticari, mentre invece è il mondo a decidere che cosa devono sognare, ingozzandole di immagini con la stessa malagrazia dell’allevatore che infila l’imbuto nella gola delle oche all’ingrasso, per imbottirle di mangime e gonfiare i fegati.[...] allargare l’aria della frustrazione, ecco lo slogan segreto di questa stampa diabolica.


Il battesimo va in direzione opposta, non ti carica di desideri capaci di schiacciarti, deformarti, indebitarti, intristirti, bensì te ne libera. Con il primo sacramento istituito direttamente da Cristo diventi parte di un tutto e non sei più da sola a fronteggiare il mondo.

Questo rito bimillenario (l’acqua versata sulla testa per tre volte mentre viene invocato il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo) “ci toglie dalla balìa del potere che occupa e dirige le coscienze illudendole della loro autonomia”, per usare le parole di don Giussani, un prete brianzolo che mi accorgo di saccheggiare spesso. Seguire Cristo oppure ubbidire agli uomini, la vita si può sintetizzare così.

[...] Dal Catechismo estraggo solo poche righe essenziali:
“Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione”.
Vedi che cosa tocca sorbirsi per il fatto di non essere stati battezzati da piccoli?
Se da neonata ti avessero spruzzato come si deve ecco che adesso potresti ripassare la ricetta degli gnocchi di semolino e io potrei prendere la bicicletta e andare a pedalare in Cittadella, sugli spalti della vecchia fortezza di Parma. Chissà che bei colori le foglie dei platani in questa stagione.
Invece no, a te tocca studiare dottrina e a me tocca fare il catechista, io che non ci sono portato.[...]

Sono molto preoccupato: dev’essere successo qualcosa di tremendo in Italia nell’ultimo quarto di secolo se una ragazza nata negli anni Ottanta, per giunta cresciuta fra cupole e campanili ad Albano Laziale, a due o tre chilometri da Castel Gandolfo, non è stata battezzata e non sa nemmeno come si faccia il segno della croce.
Non sei mica figlia di anarchici carrarini o di satanisti torinesi eppure te l’ho dovuto insegnare come lo si insegna ai bambini, quella volta che siamo entrati in Santa Maria degli Angeli. E’ passato del tempo, ti ricordi ancora come si fa? Ti è capitato di segnarti in altre occasioni?

Negli anni Ottanta erano ancora vivi i nostri nonni, i miei, i tuoi, i nonni di tutti. Potevamo approfittarne, riscaldarci con gli ultimi fuochi di un catechismo domestico che stava spegnendosi con loro. Me la ricordo come fosse oggi, mia nonna che si segna al passaggio di un’ambulanza. Potevamo raccogliere il testimone, tenere acceso il fuoco, ma non lo abbiamo fatto perché pensavamo che il compito fosse di qualcun altro. Qualcun altro chi, se i nostri genitori erano i primi a fregarsene?

“Una cultura può estinguersi come la fiamma di una candela” diceva Konrad Lorenz che ho appena riletto e mi sembra attuale come non mai. Basta che una generazione salti, basta che per vent’anni tutti pensino solo ad abbronzarsi a Sharm-el-Sheikh o a Varadero o sull’atollo, ed ecco che nel 2010 il tuo bambino rischia di non avere nessuno che gli insegni le preghiere.
Non si può vivere senza e tu lo sai meglio di me.



Quando stavi male e temevi di abortire, me l’hai raccontato, ti sei stesa sul letto e hai cominciato a pregare con parole tue che grazie a Dio sono risultate efficaci. E’ andata bene perché non sapevi le parole delle preghiere ma sapevi che le preghiere esistono. E se non avessi saputo nemmeno questo? In che cosa avresti trasformato la tua angoscia? Un uomo impossibilitato a pregare mi fa venire in mente i cani a cui vengono tolte le corde vocali prima di sottoporli a vivisezione, per non farli abbaiare.[...]
Tanto per cominciare tu entrerai nella Chiesa orante, l’insieme di coloro che pregano il Padre, il Figlio, la Madonna e i Santi, ed è per mostrarti la porta che sto scrivendo questa Lettera alla Romana (la Lettera ai Romani non è alla mia portata, non sono san Paolo).

“Noi non possiamo rimanere quieti fino a che ogni uomo non venga illuminato e non entri in comunione consapevole col suo Salvatore. Noi siamo chiamati a portare Dio a tutti: agli ebrei, ai musulmani, ai nuovi pagani”. Sono parole del cardinale Biffi, il maestro che tenne accesa la luce in anni difficili, quando in Emilia avanzava la notte della ragione e sembrava non si potesse più vivere senza avere in tasca le tessere della Coop e dell’Arcigay.
Biffi parla di conversione universale ma io devo fare i conti con le mie forze perciò mi basterebbe cristianizzare te e due o tre altre amiche semipagane. Per la salvezza del resto dell’umanità confido nella venuta di un grande santo, meglio se coadiuvato da qualche santo minore, siccome il lavoro non manca.


“Ti piace fare il domatore di conigli” mi hai detto. A me piace dormire, sognare, leggere, bere, non sono uomo da caccia grossa io.[...] San Corbiniano era capace di ammansire gli orsi, san Girolamo i leoni e san Francesco i lupi.
“Vieni qui, fratello lupo, io ti comando in nome di Cristo di non fare alcun male né a me né ad altri”. [...]

Vengo subito ai tuoi coniglieschi dubbi:
“Le mie incertezze nascono dal conflitto che continuamente vivo tra l’attrazione per il sacro e una miscredenza nei suoi confronti. Non riesco a fidarmi delle formule, dei simboli, del segno della croce, delle preghiere a memoria. Non ci credo che l’acqua è santa”.

Vedi, nelle cose umane essere diffidenti è saggio ma queste sono cose divine. Dio non gioca a dadi, l’universo non è un immenso gioco delle tre carte. Gli uomini possono raggirarti, le sette (una setta è una religione che pretendendosi tutta mistica prima diventa tutta umana e infine tutta bestiale) possono toglierti libertà e soldi.
Cristo invece non ti toglie nulla.
Se è davvero risorto, quindi se è davvero figlio di Dio, col battesimo ti donerà la Grazia. Se non è risorto, se era soltanto il figlio del falegname, il battesimo ti incoraggerà a seguire il suo insegnamento da cui, anche su questa terra, si ricavano solo vantaggi: tutti vogliono essere amici di chi cerca di rispettare i dieci comandamenti più uno (il comandamento dell’amore).
Comunque Gesù è risorto davvero, così come scritto nei Vangeli, come confermato dalla presenza di centinaia di testimoni oculari alle sue apparizioni, come ribadito dalla persistenza della Chiesa da lui fondata sotto promessa di eternità: l’istituzione di gran lunga più antica fra tutte le istituzioni del mondo, l’unica capace di resistere al logorio di venti secoli.

E’ proprio Gesù risorto che dice: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Quindi non puoi non credere nella formula, ce l’ha data lui in persona, non l’ha inventata il parroco: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

Non puoi non credere ai simboli, in questo caso all’acqua.
Proprio lui, che essendo senza peccato poteva farne a meno, per dare l’esempio si fece battezzare da Giovanni Battista nel fiume Giordano.
Le parole contengono le cose, in greco battezzare significa “tuffare”, “immergere”, ovviamente nell’acqua perché “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” e non sul latte d’asina o sul gin tonic.


Non credi alle preghiere recitate a memoria?
Questo, mi dispiace dirtelo, è proprio Rousseau, e del più rancido. Fa il paio con l’idea anni Settanta che le poesie non vadano mandate a mente, come se versi sublimi potessero spontaneamente venire alle labbra di chiunque in qualunque momento. Il risultato non poteva che essere il presente Alzheimer giovanile di massa: perdita di memoria e naturalezza afasica.
E lo sai che l’autore del “Padre nostro” è Gesù Cristo in persona? Pensi di poter fare meglio? Quella che tu chiami miscredenza mi sembra un alibi, ho trovato nel Catechismo un passaggio che fa al caso tuo: “I sacramenti non solo suppongono la fede, ma con le parole e con gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono”.
La solitudine è madre dell’angoscia e del dubbio, la fede si rafforza pregando e praticando, in chiesa insieme agli altri. Come l’amore che si impara amando.
Pietro Metastasio ha scritto migliaia di versi a suo tempo (nel Settecento) di gran moda e oggi dimenticati. Due meritano di essere ripresi: “Quanto è breve il sentiero, / che dal finto in amor conduce al vero”. In un viaggio non contano molto i motivi, conta la direzione.

Il battesimo non è una laurea in teologia, non implica il sapere tutto, non è la fine di un percorso, è l’inizio. Per questo si battezzano anche i bambini. E’ un punto di fronte al quale i presuntuosi di ogni tempo, da Pelagio a Piergiorgio Odifreddi, hanno sempre recalcitrato.

Senza lasciarsi intimorire la Chiesa ha sempre proclamato la verità: i bambini nascono col peccato originale e devono essere liberati dal Maligno. Loro non c’erano, nel paradiso terrestre, ad allungare la manina verso l’albero della conoscenza, eppure come tutti ne pagano le conseguenze. Non so se è giusto, anch’io ho qualche dubbio in proposito, ma so che è così, che la natura umana è imperfetta.

Forse a una futura mamma non bisogna dirlo ma i bambini sono cattivissimi, qualsiasi maestra te lo può raccontare.
Sono gelosi, possessivi, invidiosi. Lasciati senza controllo si accaniscono contro i deboli e i diversi. Sono natura, appunto, biologia allo stato brado.

“La storia umana sarà sempre più una gara tra l’educazione e la catastrofe” scrisse profeticamente (nel 1920) uno dei padri della fantascienza, Herbert George Wells. C’era già stata la Prima guerra mondiale ma non ancora le camere a gas, l’atomica, le bombe umane islamiche, la strumentazione dell’orrore manovrata da ex-bambini cattivi non educati o male educati ovvero non educati cristianamente.

Coloro che rimandano il battesimo dei propri figli al momento in cui questi saranno grandi e consapevoli, muniti di libero incondizionato arbitrio, stanno parlando dell’anno del mai. Siamo sempre condizionati da qualcosa, meglio essere condizionati dall’amore disinteressato dei genitori che da un ambiente imbevuto di rivalità e competizione.
Una delle più belle poesie di Michel Houellebecq recita così: “Mi sarebbe piaciuta una patria, / qualcosa di forte e di grande.”
Lo scrittore francese è troppo francese per saperlo ma quella patria esiste ed è la Chiesa.


Non negare a tuo figlio la fede dei padri, la compagnia dei fratelli, una casa grande come una cattedrale, l’insegnamento del bene, un amico immortale a cui rivolgersi.
Che Dio vi benedica, tu e il bambino (o la bambina)."
Camillo

domenica, agosto 20, 2006

Concupiscenza e Liberazione/2

ovvero: San Tommaso d'Aquino sostiene che se non ci fosse stato il Peccato Originale il piacere sessuale sarebbe stato ancora più gagliardo! Parola di "DON CICCIO" VERTORINO(*)


["Il Foglio"; mercoledì 12 luglio 2006]


«Nel Medioevo si discuteva appassionatamente di tutto ciò che riguardava la verità sull’uomo e su Dio, delle questioni ultime dell’esistenza, cioè di quelle connesse al senso e al destino della vita umana.
Tra queste i teologi dissertavano su cosa sarebbe stato l’uomo se fosse rimasto nello stato d’innocenza in cui era stato creato e in particolare se in quello stato la vita umana si sarebbe moltiplicata per generazione da parte dell’uomo e della donna e se questa sarebbe avvenuta attraverso l’unione sessuale.

Molti teologi erano schierati contro questa ipotesi, a causa della “turpitudine che si riscontra nell’atto sessuale” e pensavano che il genere umano si sarebbe moltiplicato in maniera diversa, come furono moltiplicati gli angeli, cioè per un diretto intervento divino.
...san Tommaso d’Aquino aveva avversato questa posizione.
“Questa opinione non è ragionevole. Infatti le attribuzioni di ordine naturale non sono state né sottratte, né conferite all’uomo a motivo del peccato. Ora, è evidente che, secondo la vita animale posseduta anche prima del peccato era naturale per l’uomo generare mediante la copula, allo stesso modo che per gli altri animali perfetti. Ne abbiamo la riprova negli organi naturali, destinati a tale funzione. Non si dica, quindi, che prima del peccato essi non sarebbero stati usati” (Tommaso d’Aquino, “Summa Theologiae”, I, q. 98, a. 2).

Per quanto riguardava, poi, l’obiezione che alcuni facevano circa la possibilità di un atto sessuale che fosse privo di peccato, perché “in qualsiasi atto venereo c’è un eccesso di piacere, il quale assorbe la ragione al punto che, a detta di Aristotele (settimo libro dell’Etica), ‘in esso è impossibile intendere qualcosa’”, Tommaso rispondeva che
“la sovrabbondanza del piacere che è nell’atto sessuale conforme all’ordine della ragione, non è contraria al ‘giusto mezzo’ della virtù […]. Né è contraria alla virtù per il fatto che la ragione non può compiere un atto libero di conoscenza intellettiva contemporaneamente a quel piacere. Non è infatti contrario alla virtù che l’atto della ragione sia talvolta interrotto per un qualcosa che avviene secondo ragione: altrimenti sarebbe contrario alla virtù abbandonarsi al sonno” (Ibid. II-II, q. 153, a. 2, ob. 2, ad 2).

Mi ha sorpreso ancora di più il passaggio successivo, nel quale l’Aquinate sostiene che nel Paradiso – per l’imperturbabile attività dello spirito – il piacere connesso all’atto generativo sarebbe stato ancora più gagliardo, conformemente al superiore affinamento della natura e alla superiore sensibilità del corpo. “Alla ragione – infatti – non spetta rendere minore il piacere dei sensi, ma impedire che la facoltà del concupiscibile aderisca sfrenatamente al piacere dei sensi; e sfrenatamente qui significa oltre i limiti della ragione […]. Questo è il senso delle parole di sant’Agostino che non vogliono escludere dallo stato di innocenza l’intensità del piacere, ma l’ardore della libidine e l’inquietudine dell’animo” (Ibid. I,q. 98, a. 2, ad 3.).

Ecco, dunque, la vera questione: l’uso della facoltà sessuale contro o oltre l’ordine della ragione genera nell’uomo un ardore libidinoso incontrollabile che porta con sé una inquietudine profonda.

L’ordine della ragione è quello della realtà così come si manifesta all’uomo per la luce dell’intelletto di cui è dotato naturalmente e per la luce che viene dalla rivelazione di Cristo. L’arroganza per la quale l’uomo si ribella a quest’ordine proponendo il suo arbitrio come principio assoluto di comportamento genera infatti – secondo Agostino – al suo interno una ribellione di tutte le facoltà: esse divengono incontrollabili dalla ragione e perciò fonte di inquietudine e di paura oltreché di vergognosi eccessi.
“La pena di quel peccato che è la disobbedienza – scrive sant’Agostino – è stata pagata con la disobbedienza stessa. L’infelicità dell’uomo – infatti – non è altro che la disobbedienza di sé contro se stesso, cosicché egli vuole ciò che non può, perché non volle ciò che poteva” (Agostino d’Ippona, “De civitate Dei”, XIV, 15).

E con fine ironia dimostra come anche la funzione sessuale non sia più sottomessa alla decisione della volontà, cosicché “talora quell’impulso è inopportuno e non desiderato; talvolta invece pianta in asso chi sta spasimando e così nell’anima si brucia dal desiderio mentre il corpo è gelido. In tal modo, cosa davvero sorprendente, la passione non soltanto non si pone al servizio della volontà di generare, ma neanche della passione più sfrenata; e mentre il più delle volte resiste completamente allo spirito che cerca di frenarla, qualche volta entra in contrasto con se stessa e dopo aver turbato l’anima non arriva da sola a turbare anche il corpo” (Ibid., XIV, 16).

Questa sarebbe la ragione per cui dopo il peccato l’uomo, “avendo perso quel potere a cui il corpo era completamente sottomesso, ma non il pudore, avvertì questa passione, la esaminò, se ne vergognò, la nascose” (Ibid., XIV, 21).


Torniamo adesso alla concezione di quell’ordine della ragione contro il quale, l’uomo con il peccato si sarebbe ribellato e continua a ribellarsi, e in particolare cosa questo comporti nei confronti della sessualità e dell’amoredell’amore umano.

Abbiamo detto che, secondo Tommaso, l’ordine della ragione è l’ordine della realtà che si manifesta all’uomo per l’intelletto di cui è dotato in quell’avvenimento che è l’evidenza, in forza della quale la realtà gli si impone nella sua innegabile verità. L’ordine della ragione non ha dunque nulla di intellettualistico, non è un sistema di pensiero, ma risulta da una esperienza elementare che tutti gli uomini possono fare, anche se storicamente, per la fragilità della condizione umana, dovuta al peccato, essi hanno bisogno di quella “purificazione della ragione” che viene operata dalla fede cristiana.
Si tratta di un compito della chiesa che, come ha recentemente ricordato Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, non è quello di sostituirsi alla ragione; ma di servire alla sua purificazione “dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano”, in modoche “ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato” (Benedetto XVI, “Deus caritas est”, n. 28).

Secondo l’ordine della ragione, per Tommaso d’Aquino, l’istinto sessuale non è un male necessario, ma un bene.
Anzi la completa, radicale insensibilità a ogni genere di emozioni sessuali, che parecchi vorrebbero ritenere “vero” ideale e perfezione della vita cristiana, viene giudicata nella “Summa Theologiae” non solo difetto, ma un vizio vero e proprio
(II II, q. 142, a. 1).


L’ordine della ragione importa, dunque, in primo luogo che la funzione della forza sessuale non venga repressa, impedita, ma abbia compimento nel matrimonio.
"Il matrimonio o coniugio si dice vero, quando raggiunge la sua perfezione. Ma una cosa può avere due perfezioni. La prima consiste nella forma che dà alla cosa la sua natura specifica, la seconda invece consiste nell’operazione per cui la cosa raggiunge il suo fine. Ora la forma del matrimonio consiste nella indivisibile unione degli animi, che obbliga ciascuno dei coniugi a mantenersi perpetuamente fedele all’altro. Il fine poi del matrimonio consiste nella generazione e nell’educazione della prole: la prima mediante l’unione carnale, la seconda mediante le attività per mezzo delle quali marito e moglie si aiutano a vicenda per allevare la prole” (III, q.29, a.2, c).

In questa prospettiva la sessualità umana esprime nel matrimonio “l’indivisibile unione degli animi” e la decisione di “mantenersi fedele all’altro”. Essa è una funzione, una sorta di linguaggio con il quale ci si dice reciprocamente: “Ti amo e voglio amarti per sempre e per questo ti voglio padre/madre dei miei figli”.
Al di fuori di questa sua ratio naturalis essa non può che generare impotenza e paura, che portano a una reciproca violenza e difesa. E’ proprio quello che era stato profetizzato ai nostri progenitori dopo il peccato, secondo il libro della Genesi (3,16), quando Dio disse alla donna: “Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su di te”.

La sessualità umana perché diventi linguaggio di amore esige una continua e profonda educazione della persona: si tratta di quel passaggio mai perfettamente compiuto dall’eros all’agape, dall’ebbrezza del possesso a una matura donazione di se stesso, di cui parla Benedetto XVI nella Enciclica già citata, che è possibile solo dentro una coscienza dell’altro, come segno della presenza di quel Mistero più grande che sta all’origine della nostra esistenza stessa e che quindi merita da noi una devozione assoluta, quasi un’adorazione, che è esattamente l’atto opposto a quella ribellione originaria e quotidiana, che nasce dal rifiuto da parte dell’uomo di appartenere a Dio.

Un grande educatore dei nostri tempi, che ha segnato decisamente tutta la mia sensibilità umana e cristiana, don Luigi Giussani, raccontava di un ragazzo, che aveva avuto come alunno quando insegnava al Seminario di Venegono, “un tipo caratteriale che non parlava con nessuno tranne che con me, che ero suo professore”, al quale aveva sempre detto: “Tu cambierai quando vorrai bene a una donna”. Incontratolo dopo tanti anni, durante un viaggio in treno, si sentì dire: “Sa che devo darle ragione: mi sono innamorato e sposato e sono contento”.
“E aveva davvero un’altra faccia”, continua don Giussani: “Ma a un certo punto gli ho visto fare, gli ho visto rifarsi la sagoma ironica che aveva in seminario: ‘Però ci sono momenti in cui penso che avevo ragione. Quando dico a mia moglie: Ti adoro, tu sei mia, io sono tuo, ti vorrò bene per sempre, mi viene da ridere, perché capisco che sono tutte balle’.
E io gli ho risposto: ‘Ma se tu guardassi alla tua donna come l’emergere in mezzo a tutto il mondo, di qualcosa di unico…, come l’emergere del mistero che fa il mondo e che tocca te, che riguarda te e vuole te. Se tu la guardassi come il punto, l’emergenza in cui il mistero predilige te, ama te, potresti dire: Ti adoro, alla tua donna! Allora puoi dirle: Ti adoro! veramente. Se lei è il segno vivente, reale del Mistero, puoi usare queste parole in modo serio’”.

E don Giussani aggiungeva: “Chi non capisce questo, non può vivere con dignità, con coscienza, con consapevolezza, responsabilità, letizia, la verginità”. (Luigi Giussani, “Affezione e dimora”, Bur, Milano 2001, pp. 117-118). Perché il senso di ogni amore è la verginità: la verginità è, infatti, l’amore verso l’altro come a quel punto in cui il mistero di Dio ti si fa più prossimo; essa è quindi un amare capace di adorare. Per cui anche il rapporto coniugale, proprio nell’atto sessuale che lo esprime e alimenta, o assume nel tempo la maturità della verginità, oppure fa ridere e quelle cose non si dicono più...»


(*)Don Francesco Ventorino è un sacerdote siciliano di 74 anni in possesso di una laurea (Università di Perugia) e di un dottorato in Filosofia (Pontificia Università Gregoriana), materia che ha insegnato per decenni nei licei etnei prima di approdare alla cattedra di Ontologia ed Etica allo Studio teologico San Paolo di Catania. Amico e discepolo di don Luigi Giussani è uno dei responsabili nazionali di Cl. Fra le sue pubblicazioni:
“Dalla parte della ragione. Questioni metafisiche” (Itaca, 1997),
“Moralità e felicità. Appunti di etica” (Itaca, 1995).
Tra le altre cose ama la montagna e la musica classica.

sabato, luglio 29, 2006

Concupiscenza e Liberazione

Ovvero: "Per i cristiani il desiderio è Cristo"
di Don Gianni Baget Bozzo.
"La mistica dell'eros"; Il Foglio; sabato 29 Luglio 2006.



«Il termine concupiscenza fa parte del gergo teologico. E indica l’attrazione che le realtà sensibili trasmettono all’uomo interiore e all’uomo esteriore, al pensiero come alla sensibilità. Certo tra queste attrazioni quella legata al sesso è la più potente ma non è la sola: anche la ricchezza o il potere possono essere oggetto di queste passioni d’amore in cui l’uomo cerca la sua integrazione con il mondo.
La cultura cristiana ha considerato la concupiscenza soprattutto in riferimento agli atti materiali che essa compie, alle sue opere: e quindi è soprattutto il riferimento alla determinazione di ciò che è violazione della legge in senso materiale ed esteriore. E quindi il sesso, è stato considerato prevalentemente in ragione di ciò che la cultura cristiana considerava un atto difforme della legge naturale. In questo il cristianesimo si è comportato come tutte le altre religioni, che hanno regolato il sesso come bene sociale e quindi determinato da norme di contenuto che lo riguardavano specificamente.

Il volto di ogni religione si misura dalle regole che impone in materia sessuale al comportamento dei suoi aderenti. La religione nasce come regola sociale che fonda la convivenza, determinando in particolare le norme del rapporto tra uomo, donna e figli.

Ma il cristianesimo pone l’accento sul soggetto, è l’unica religione che differentemente dalle altre, si riferisce direttamente al comportamento interiore delle persone e quindi alle motivazioni che le muovono. Il cristianesimo pensa l’uomo come composto di una dimensione spirituale e di una materiale e pone l’ultimo accento, per giudicare la moralità di un atto, sull’intenzione della volontà. Quello che importa è l’oggetto a cui si indirizza la volontà del singolo. Per questo, nonostante l’attenzione che la cultura cristiana ha dedicato agli atti esteriori come oggetto di moralità, di giudizio etico, rimane fondamentale la dimensione del singolo.
La bontà e la malizia di un atto hanno per oggetto l’atto esteriore, ma si fondano sul modo in cui è inteso e voluto dalla volontà che lo pone.

Il termine concupiscenza è stato visto nella cultura moderna come legato alla dimensione materiale degli atti, così come era stata posta dai costumi cristiani.
La caratteristica della modernità è stata la rivoluzione psicanalitica, che ha affrontato da un punto di vista non cristiano la dimensione interiore degli atti umani. Poiché il termine concupiscenza era stato legato dall’approccio cristiano alla dimensione del peccato negli atti esteriori che ne derivavano, questo termine non venne usato, nella psicologia moderna, come una parola significativa. Alla parola concupiscenza è stata sostituita dalla psicanalisi la parola libido.
La concupiscenza nel linguaggio cristiano era, nella sua forma concreta, determinata dal peccato originale.


Tutto l’amore dell’uomo per il mondo è nella cultura tradizionale cristiana segnato dal peccato originale. Da un atto umano che ha informato di sé il modo e l’esistenza della natura. Il desiderio delle cose esteriori e dei rapporti del singolo con gli altri e degli altri con il singolo è segnato da una volontà di possesso e cambia la concupiscenza come dimensione dell’esistenza dell’uomo in una esasperazione della volontà di sé.
Per la cultura cristiana il desiderio dell’altro fa parte della dimensione dell’uomo sia spirituale che corporea: ed è quindi in sé buona perché in essa si rispecchia la bontà del Creatore. Tuttavia la sua concreta esistenza è segnata dalla potenza del peccato che incide su tutti i rapporti dell’uomo con gli uomini e con le cose.

Il tema del peccato originale ha dominato tutta la storia del dibattito interno al cristianesimo sul tema della concupiscenza.
La controversia tra cattolici e protestanti è collegata ad esso.


Per i protestanti, poiché esisteva una concreta inclinazione dell’uomo verso il male in conseguenza al peccato originale, tutti gli atti dell’uomo e tutti gli impulsi dell’uomo andavano considerati come peccato. La giustizia era assegnata ad essi dall’atto redentivo di Cristo, che permetteva agli uomini di ricevere, come realtà da essi aliena, la fede nel redentore.
I cattolici si opposero alla definizione di ogni atto umano come peccato e sostennero che la concupiscenza era solo l’inclinazione al male, non era essa stessa peccato.
Rimaneva nell’uomo la concupiscenza segnata dal peccato originale, ma era possibile vincerne il fascino mediante il dono della grazia.

La posizione cattolica afferma la giustificazione mediante la fede dovuta alla redenzione di Cristo, ma la distingue dalla santificazione, opera dello Spirito Santo che anima gli atti umani nel cristiano. Il pensiero cattolico rimase perciò il solo a motivare una attenzione alla dinamica degli atti del singolo e quindi al governo della concupiscenza in conformità della norma che determinava la moralità o l’immoralità dell’atto materiale.
[...]
Con il protestantesimo avviene il passaggio alla modernità, il fatto che tutto sia peccato fa si che non lo sia più nessun atto particolare e che le regole della convivenza umana debbano essere quelle della società civile. Dal primato della morale si passa al primato del diritto, si ha la prima radicale secolarizzazione dell’Occidente.

Quale è la forza mediante cui il cattolico può regolare la sua concupiscenza in modo conforme alle norme della morale cristiana?

Evidentemente questa forza deve essere assunta in quello che è proprio del cristianesimo, l’amor divino.
La forza del cristianesimo consiste nel tema fondamentale della sua dottrina cioè l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo, per cui il credente diviene veramente figlio di Dio, partecipe della natura divina. Il fatto che il Dio creatore della tradizione ebraica sia ora espresso da un uomo crocifisso cambia radicalmente il modo del sentimento spirituale, l’amore per Dio diviene più comprensibile se viene rivolto a un volto umano. La concupiscenza delle realtà esteriori all’uomo viene sostituita dall’amore per Cristo, in cui si fondono il sentimento di adorazione, classico di tutte le tradizioni religiose e quello di amicizia e di partecipazione.



Il divenire del Verbo divino nell’umanità rende possibile il divenire dell’uomo nella divinità. Il cristianesimo crea perciò una motivazione interamente nuova nella storia delle religioni e delle spiritualità: ed essa si fonda sul protodogma del cristianesimo, la divinità di Gesù.
La mistica cristiana è la trasformazione della concupiscenza umana verso un’altra finalità: quella dell’amore per Cristo come desiderio che vince gli altri desideri.

E’ significativo che la mistica come amore per Cristo sia propria del cattolicesimo e lo attraversi in tutta la sua storia.

Nella prospettiva cattolica il cristiano sta innanzi al Cristo e ne sente l’attrazione in modo che può vincere le attrazioni del mondo sensibile. Si è sviluppato un filone presente già nella Bibbia ebraica, in cui si manifesta l’amore di Dio per Israele e la sua domanda di ricambiare questo amore come la forma piena del patto originario tra Israele e il suo Dio. Ammettendo il cantico dei Cantici nel canone dell’Antico Testamento, il rabbinato ebraico offrì al nascente cristianesimo un linguaggio che gli sarebbe stato tanto più facile di parlare perché il Dio di Israele assumeva per i cristiani il volto di un uomo che chiedeva ai credenti di diventare una sola cosa con lui.

La mistica è il rovesciamento e il compimento della concupiscenza, la dimensione erotica diviene il linguaggio in cui meglio si può esprimere il rapporto tra il cristiano e il suo Dio. Si comprende come le donne abbiano avuto tanta parte nel linguaggio erotico della mistica cristiana.
Già il tema di Dio come sposo di Israele indicava che il divino assumeva la forma di colui che possiede e l’uomo di colui che è posseduto. Ciò avviene in riferimento alla singola persona, ma anche alla chiesa come comunità.
Il termine diviene in questo caso anche più intimo perché la chiesa è vista come corpo del Cristo che comunica alle sue membra la sua propria vita divino-umana. Senza la dimensione erotica e senza le pulsioni della concupiscenza, non esisterebbe la dimensione mistica come la vivono i mistici cattolici. È la figura corporea del desiderio che conduce alla transvalutazione dell’uomo. E’ la corporeità quella che esprime il linguaggio mistico cristiano, anche se esso è un atto della dimensione intellettuale e spirituale dell’anima umana.

La dimensione corporea è fondamentale in una visione del mondo in cui il momento fondamentale è la passione e la resurrezione di Cristo. Contro un intellettualismo, che era ben possibile quando il linguaggio cristiano attraversò il mondo greco, la centralità del corpo di Cristo diede sempre una accentuazione sulla dimensione corporea della spiritualità.
Ciò prese forme diverse, anche singolari come le forme del monachesimo egiziano e siriano, che spinsero alle più rigorose forme di ascetismo sino a scegliere come proprio eremo una colonna o un albero. Quello che era essenziale era mostrare che la vita divina donata all’uomo incideva sul corpo, era capace di agire radicalmente sui suoi istinti.

Era infine il medesimo senso che il martirio ebbe alle origini della chiesa, la sua proprietà, che è rimasta nel corso dei secoli. Il dono della vita divina doveva manifestarsi in un segno corporale, trasformare la concupiscenza mantenendo il suo riferimento a realtà sensibili, ma in forma opposta all’autoaffermazione del proprio dominio sugli altri. Per questa ragione la castità ha avuto un senso di confessione della fede in tutti i tempi cristiani segnati dalla Tradizione. Quando, con la riforma protestante, l’accento sulla castità e la preferenza della verginità vengono meno, è l’inizio di una secolarizzazione del mondo cristiano, del suo “disincanto”.

Nella concezione cattolica il dono della grazia associa i credenti al Cristo come suo corpo e determina la convinzione che il rapporto con il Cristo è corporeo e deve perciò segnare il corpo dell’uomo.

Nella secolarizzazione del mondo cattolico, che avviene negli anni ’60, vengono meno sia la dimensione mistica che il forte accento messo sulla trasformazione del cristiano nel suo corpo. Il proprio del cristiano divengono le opere sociali. E’ un altro aspetto del cristianesimo che viene valorizzato, ma appunto esso non è un aspetto mistico, legato al tema della divinizzazione, ma un tema legato alla efficienza della carità. Ciò però rischia di secolarizzare l’identità cristiana, di rendere cioè immanente al mondo e quindi non più fondata sulla dimensione cristica dell’esistenza cristiana ma dilatata come azione in termini che la giustifichino innanzi agli occhi del mondo.

E’ significativo che la prima enciclica di Benedetto XVI abbia per tema la concupiscenza e la mistica, l’eros e l’agape.
L’amore come passione umana, l’amore come passione divina.
Non è mai accaduto che una enciclica parlasse un linguaggio dell'erotica e della mistica come un linguaggio unitario.
Se dovessimo tradurre nel linguaggio della tradizione teologica i termini usati dal Papa, dovremmo dire che eros corrisponde alla natura e l’agape alla grazia. Ma il Papa ha preferito usare un linguaggio diverso che mette in relazione appunto l’erotica e la mistica, la passione dell’uomo per l’altro e per il dominio dell’altro la passione di Dio per donare l’uomo sé stesso. Il Papa ha così voluto segnare l’uscita della chiesa dal tempo della secolarizzazione.
E questo avviene quando un laicismo totale tende a fare della scelta umana la realtà della natura e il contenuto della libertà.

Il tema dell’omosessualità è divenuto emblematico perché esso viene interpretato come una scelta culturale, una determinazione del contenuto dell’esistenza. Non è l’omosessualità in sé che fa il problema, ma il fatto che essa divenga l’emblema della scelta umana come criterio della moralità e quindi, ancora una volta, il diritto pubblico prende il posto della libertà e della morale.

In un tempo in cui la tradizione cristiana non passa di padre in figlio e la scienza divenuta tecnica sembra la forma di un mondo fatto dall’uomo senza misura neanche di sé stesso, la fermezza nel difendere l’essenza del cattolicesimo da parte del Papa è il vero segno del tempo: drammatico eppure consolante.»

mercoledì, febbraio 22, 2006

"questo, d'ignoto amante inno ricevi" (2)

In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


E' difficile per quelli che non hanno mai conosciuto persecuzione,
E che non hanno mai conosciuto cristiano,
Credere a questi racconti di persecuzione cristiana.
E' difficile per coloro che vivono presso una Banca
Dubitare della sicurezza del proprio denaro.
E' difficile per coloro che vivono presso il Commissariato
Credere nel trionfo della violenza
Pensate che la Fede abbia già conquistato il mondo
E che i leoni non abbiano più bisogno di guardiani?
Avete bisogno che vi si dica che qualunque cosa sia stata, può essere ancora?
Avete bisogno che vi si dica che persino le modeste cognizioni
Che vi permettono d'essere orgogliosi di una società educata
Difficilmente sopravviveranno alla Fede a cui devono il loro significato?
Uomini! pulitevi i denti quando vi alzate e quando andate a letto;
Donne! pulitevi le unghie.
Voi pulite il dente del cane e il tallone del gatto.
Perchè gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perchè dovrebbero amare le sue leggi?
Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare.
E' gentile dove essi sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri.
Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli.
Essi cercano sempre d'evadere
Dal buio esterno e interiore
Sognano sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono.
Ma l'uomo che è adombrerà
L'uomo che vorrebbe essere.
E il Figlio dell'Uomo non fu crocifisso una volta per tutte:
Ma il Figlio dell'Uomo è sempre crocifisso
E ci saranno sempre Martiri e Santi.
E se il sangue dei Martiri deve scorrere sui gradini
Dobbiamo prima costruire i gradini;
E se il Tempio dev'essere abbattuto
Dobbiamo prima costruire il Tempio.




T.S.Eliot.

"Coruses from the Rock"

(Cori da "la Rocca" )



[DIVO ALOYSIO GIUSSANEO DICATUM]

venerdì, febbraio 25, 2005

Ratione Peccati II

Don Giussani […] Allora io proporrei di sospendere il tema che ho dato stamattina e domandarci a bruciapelo: che cos’è per noi il cristianesimo.
[…] Proviamo anche a domandarci quando mai ci siamo posti questa domanda, non come spontaneamente frullata in testa, ma con una volontà sistematica: “sistematica” non nel senso scolastico del termine, ma nel senso vitale del termine, perché la vita è un organismo, è un sistema.
Se lo sentite come un cambiamento un po’ presuntuoso e pesante, ritorniamo al tema di prima. Ma io propongo questo cambiamento perché non mi sembra proprio un cambiamento. Casomai ci aiuterà a saltare dei passaggi inutili, perché a noi non interessa il movimento, per noi, è questa risposta alla vita. …
Forza, entriamo in medias res. Cos’è per noi il cristianesimo?

Intervento Sono stato richiamato a concepire questo luogo come il luogo della presenza del Signore, e quindi della mia verità, e non come luogo di gente che si ritrova perché la pensano tutti alla stessa maniera su un determinato punto. Ho capito che qui dentro, con questi volti, con queste persone, si gioca la mia salvezza.

Don Giussani E allora? Il tuo intervento – si vede che sono un po ottuso – che connessione immediata ha con la domanda che ci siamo posti?

Intervento
La connessione immediata è che è qui dentro…

Don Giussani Ma che cosa è il cristianesimo?

Intervento È la verità della mia vita.

Don Giussani
Tu hai usato anche un’altra parola: la parola “salvezza”.
Soltanto, ragazzi, che dobbiamo sfondare queste parole! Non si capisce una parola, se non in quanto se ne percepisce lo “spessore” – come dite voi -, lo spessore esistenziale. Una parola è come un indice: è un segno, segno di una realtà; un segno, proprio come c’è una freccia… Allora, non si capisce una parola, se non si percepisce la realtà che essa indica.
Per questo la domanda: “Che cos’è il cristianesimo?” è – a mio avviso – la domanda più urgente per noi che diciamo di esserci impegnati con esso. Ma lo è per tutto il mondo se – anche solo come ipotesi – il cristianesimo è inteso come la proposta della storia per una autenticità maggiore del cammino umano e per una sicurezza nei confronti del destino.

Allora della parola “salvezza”, come anche della parola “verità”, bisogna che si rompa l’involucro formale, perché qualsiasi cosa che l’uomo usi tende al formalismo. Qualsiasi rivoluzione e qualsiasi riforma – qualsiasi! – cadono immediatamente nel formalismo, nella standardizzazione, nello schematismo. C’è un peso d’inerzia dentro l’impeto umano per cui la ricchezza di tale impeto viene indirizzata verso la morte, subito! È il peccato originale, si dice.
Il peccato originale è la parola che sembra la più evacuabile dal nostro linguaggio – e, infatti, tanta teologia del postConcilio l’ha evacuata completamente -, perché non sembra, appunto, connettersi con nulla, sembra non coincidere con niente dell’esperienza, non avere aggancio a nessun fatto della vita; così tutto quanto il pensiero moderno la considera astratta e cerca di identificarla tutt’al più con un gap, con la distanza tra quello che l’uomo è e quello che deve essere. Perciò la parola “peccato originale” indicherebbe lo stadio inferiore di una evoluzione: il peccato originale sarebbe l’evoluzione che non è ancora avanti come dovrebbe. Mi spiego?
Invece no! Il peccato originale è un’idea essenziale dell’antropologia cristiana, e indica questo: qualunque sforzo, qualunque iniziativa che l’uomo prenda (intellettuale o pratica, di dottrina o affettiva), esistenzialmente scivola, tende a scivolare verso la morte, verso il formalismo, verso la sclerotizzazione totale.



Forse qualcuno ricorda il paragone che facevo a scuola, quello del filo: se io cammino su un filo a terra, ce la faccio bene. Ma prendete lo stesso filo e tiratelo su di cento metri: non ce la faccio più. Quindi, la capacità teorica, strutturale, di fare così, io ce l’ho, ma se la condizione esistenziale muta, non sono più capace di farlo: se voi me lo tirate su di cento metri, ci vuole un equilibrista.
È un paragone. La dottrina cattolica, del peccato originale dice questo: che l’uomo strutturalmente dovrebbe essere capace di fare certe cose, ma esistenzialmente si trova in una condizione tale – la sua situazione esistenziale - che è incapace di perseguire gli ideali che gli nascono dentro, e l’impeto ideale si corrompe in un rotolare verso la morte, subito!

È impressionante quanto questa idea cristiana, se la si fa agire nella propria esistenza, si riveli comprensiva dell’esistenza stessa.

Se uno non ha ancora sorpreso in se stesso questa corruzione dei suoi ideali più nobili come impeto originale (l’affezione alla donna, l’attenzione all’altro, la compassione per l’altro, la passione per la verità, il fascino che attira l’uomo verso la realtà e il cui volto immediato è la curiosità, il fascino travolgente della curiosità), se uno non ha ancora scoperto in se stesso la corruzione immediata che questi impeti nobili immediatamente assumono (è come se non stessero a galla, come se non riuscissero a stare all’altezza a cui l’impeto ci manda), non è ancora un uomo; è ancora un bambino.

[…]e quanto più uno pretende di crearsi da sé un sistema per correggere tale destinazione amara di quello che di più buono sente nascere in sé, tanto più genera una situazione illusa, che aggrava – alla fine – i termini della questione.
La presunzione dell’uomo di salvarsi da sé è all’origine di tutti i dispotismi, di tutti i terrorismi, di tutte le intolleranze, dalla società alla vita familiare, dalla vita consociata ai rapporti di amicizia.

Al cristiano a cui è stato portato l’annuncio della salvezza, viene tolta la disperazione e rimane questa tristezza illuminata e piena di speranza.


(Tracce Febbraio 2005)

domenica, dicembre 19, 2004

Ratione Peccati

“Si tace per tutta la vita dei fatti più essenziali. Di questo silenzio a volte si muore. A volte si ha la possibilità di parlare… e in questi casi non si può, non è ammissibile che si continui a tacere. Credo che anche il peccato originale di cui parla la Bibbia debba essere stato un silenzio del genere. Nella vita esiste una specie di menzogna primordiale; ci vuole tempo prima che ce ne rendiamo conto”.

Sandor Màrai “L’eredità di Ezter”
Biblioteca Adelphi373