mercoledì, gennaio 28, 2009

LA DIVINA PASTORA [12]

Ovvero: Benedetto Diciassettesimo?


Stralcio dell'intervista di Juan Manuel de Prada al "Piccolo Razinger" Cardinal Antonio Cañizares Llovera, neo-Prefetto della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, pubblicata sull' Osservatore Romano di mercoledì 28 gennaio 2009:

"Lei, prima di occupare la sede primaziale di Toledo, è stato vescovo di due sedi emblematiche, Avila e Granada.
Come ricorda quell'esperienza?

Quando mi hanno nominato vescovo di Avila, sono rimasto paralizzato dallo stupore. Quando il nunzio me lo ha comunicato, sono restato un po' in silenzio, e poi ho detto: Fiat voluntas tua, che sarebbe diventato il mio motto episcopale.
Pochi giorni dopo la pubblicazione della mia nomina, ci fu una persona che volle dedicarmi un'ora del suo tempo a Roma. Mi spiegò cosa significava essere vescovo, e in particolare vescovo di Avila: mi ha detto che santa Teresa di Gesù e san Giovanni della Croce videro sempre in Dio la chiave e il fondamento di tutto. È questa la scelta che viene offerta all'uomo contemporaneo: vivere in Dio o non vivere in Lui; comprendere tutto a partire da Dio stesso, o vedere tutto come se fosse opera nostra.
Santa Teresa ci ha insegnato a vedere un Dio molto "umanato", ci ha insegnato a vedere il volto umano di Dio nella persona di suo Figlio, concetto sul quale sta insistendo il nostro attuale Papa.
La spiritualità teresiana ha fatto sì che si radicasse ancor di più nella mia vita il significato cristocentrico di tutto: è Gesù Cristo che ci rivela e ci dona Dio.

Poi è venuta Granada, che, se ho ben capito, l'ha aiutata a conoscere meglio un'altra donna fondamentale.
È vero. A Granada si è concluso il mio avvicinamento alla figura di quella gran donna che è stata Isabella la Cattolica, che avevo studiato durante la mia permanenza ad Avila.
Santa Teresa e la regina Isabella sono indubbiamente le due donne più importanti della storia di Spagna.
Granada, come è noto, fu l'ultima sede del dominio islamico in Spagna; e quando arrivo a Granada scopro che vi sta avendo luogo una penetrazione organizzata dell'Islam, che non è spontanea e neppure semplicemente frutto dei movimenti migratori. A tutto ciò dovevo dare una risposta, che non è stata quella di oppormi, bensì di rafforzare e consolidare l'identità cristiana promuovendo la religiosità popolare che - al di là di quegli aspetti che possono aver bisogno di una purificazione - è espressione profonda delle radici spirituali di un popolo.
Lì ho scoperto che la regina Isabella portò a termine l'evangelizzazione di Granada istituendo vari monasteri di clausura nel quartiere di Albaicín. In effetti non vi può essere evangelizzazione senza preghiera, senza contemplazione, senza una testimonianza vera del Dio vivo, rivelato e manifestato in Gesù Cristo.


E poi viene Toledo.
Quando mi nominano arcivescovo di Toledo, mi ricordo provvidenzialmente di una conferenza del cardinale Ratzinger a cui avevo assistito. In essa aveva affermato che l'unità nella fede fra i popoli germanici e quelli latini, superando l'arianesimo, era stata raggiunta nel terzo concilio di Toledo. E quell'unità - sosteneva Ratzinger - fu il seme di unità per la Spagna e, ancor di più, di unità per l'Europa. Dall'unione dei popoli germanici e latini nella fede sorge una cultura nuova che non era stata possibile fino ad allora; e anche una morale nuova che si sarebbe delineata nei successivi concili toledani.
Poi, con l'invasione musulmana, i mozarabi rimarranno a Toledo conservando il proprio rito, nonostante la persecuzione e la discriminazione sociale che subirono. Ciò fu possibile perché il lavoro svolto dai concili toledani aveva favorito un radicamento profondo della fede.
A Toledo si vede come tutta la storia successiva della Spagna è, come dice Julián Marías, un tentativo di recuperare la Spagna perduta. La Spagna si costruisce proprio a partire dalla fede cattolica; poiché, sebbene vi abbiano coesistito strutture politiche diverse, l'identità spagnola era segnata dall'ecclesialità, dal vincolo con la sede di Pietro.
Giungiamo così al xv secolo, con l'imponente figura della regina Isabella, che quando si recava a Toledo non risiedeva in un palazzo, bensì nella cattedrale; e dalle sue stanze assisteva alla messa. Inoltre ogni volta che dalla Castiglia si recava in Andalusia passava per Guadalupe, un santuario dell'arcidiocesi di Toledo. È lì dove autorizza il viaggio di Colombo, a condizione che le terre scoperte siano evangelizzate. Ha così inizio la più grande impresa di tutta la storia spagnola, cioè l'evangelizzazione dell'America e, di conseguenza, la creazione di una nuova umanità che, senza rinnegare quanto di buono e di grande vi era in quelle civiltà indigene, avrebbe loro aperto l'orizzonte della redenzione.
Da Toledo si capisce benissimo che, se la Spagna smettesse di essere cattolica, smetterebbe di essere Spagna."

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