martedì, giugno 12, 2007

Ratione Peccati IV


[dalla relazione del professor Franco Nembrini al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma; Arcibasilica lateranense, lunedì 11 giugno 2007]

«Dante nel Paradiso, interrogato da S. Pietro sulla fede, si sente chiedere: “Quella cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda, dimmi, donde ti venne?”

Perché io potevo desiderare, bambino, di essere come mio papà? Perché presentivo, sapevo che mio papà sapeva le cose che nella via è importante sapere. Sapeva del bene e del male, della verità e della menzogna, della gioia e del dolore, della vita e della morte.
Cioè senza discorsi e senza prediche mi introduceva ad un senso ultimamente positivo dell’esistenza, di tutti gli aspetti della vita. Era la testimonianza vivente di una Verità conosciuta.
Se l’educazione, come dice don Giussani nel Rischio Educativo è “introduzione alla realtà totale, cioè alla realtà fino all’affermazione del suo significato”, bene mio papà faceva esattamente questo.
E questo, mi pare, è proprio ciò che manca ai giovani oggi: sono cresciuti senza che venisse loro offerta questa “ipotesi esplicativa della realtà” e perciò paurosi, trovandosi di fronte a tutto perennemente indecisi, e tristi, e perciò così spesso violenti. Perché, lo sappiamo bene noi adulti: non si può rimanere a lungo tristi senza diventare cattivi.
Ma rendiamoci conto che la tristezza dei figli è figlia della nostra, la loro noia è figlia della nostra.

Ecco, mio padre, lo dico volutamente con un paradosso, ci ha educati perché non aveva il problema di educarci, di convincerci di qualcosa. Lo desiderava, certo, certo pregava per questo, ma era come se ci sfidasse: “io sono felice, vedete la mia vita, vedete se trovate qualcosa di meglio e decidete”. Perseguiva tenacemente la sua santità, non la nostra. Sapeva che santi a nostra volta lo saremmo potuti diventare solo per nostra libera scelta.

Ma questo non è bastato, non è bastato perché si è infilato nel rapporto tra me e loro qualcosa che lo ha incrinato. Avevo 17 anni, e nonostante l’educazione ricevuta in casa si insediò in me il dubbio, lo scetticismo, insomma, andai in crisi, una crisi profonda, di cui soffrivo molto.
La cosa che mi faceva soffrire maggiormente era che il nulla divorava ciò a cui tenevo di più, divorava mio padre e mia madre, i miei fratelli e i miei amici: era un sentimento di inconsistenza della realtà, mi franava tutto addosso.
Guardavo mia madre lavorare in casa e piangevo perché sentivo che qualcosa me la stava portando via, neanche il bene che le volevo reggeva, perdevano di consistenza tutte le cose che mi erano care.

Vissi un anno o due in una crisi molto profonda, abbandonando evidentemente la pratica religiosa, che non mi diceva più niente, anzi, sfidando con cattiveria una mia sorella che nel frattempo aveva incontrato Comunione e Liberazione, dicendole: “Dimmi da che cosa ti avrebbe salvato il Salvatore, da che cosa ti avrebbe redento il Redentore? Siete come gli altri, anzi peggio degli altri, soffrite e morite come gli altri: dove sta la salvezza? Da che cosa ti avrebbe salvato? Quando esci la domenica dalla Messa che cosa puoi dire di te stessa più di quello che posso dire io?”
Non poteva evidentemente dire allora (aveva 19 anni), non poteva rispondermi quello che oggi, risponderemmo insieme: che il di più che Gesù ha portato nella vita è semplicemente l’io, l’io, una persona che prima non c’era, una coscienza di sé e delle cose che prima non c’era, e che era quello che io stavo cercando.»

5 commenti:

Alessandro ha detto...

Grazie del bel suggerimento. Ammiro il geniale insegnamento del venerato Giussani. Ciò mi incoraggia a non soffermarmi troppo su alcuni suoi seguaci. E' questo, del resto, un fatale destino dei grandi.

Alessandro ha detto...

Scusami, non so che cosa sia accaduto. Avevo un account su questa piattaforma, ma non funziona più, pare. Così, ho dovuto usare il mio account Google, che per fortuna ho. Questo per dire che, solitamente, mi firmo "magisamica". Saluti.

Duca De Gandia ha detto...

Ci fu un tempo in cui il cristianesimo fu come l’Islam, che non a caso ha settecento anni in meno. Un tempo, cioè , in cui la fede era un bene, alla pari di quelli mobili ed immobili, da trasmettere come per testamento. Si “credeva“, senza problemi, come avevano fatto genitori, nonni, bisnonni.

Da tempo non è più così; ed è, probabilmente, un bene. La fede, in effetti, prima che una dottrina, un modo di vivere, un complesso di riti, è un incontro con Gesù stesso, è una “scommessa“ sul mistero di quell’ Uomo, è una decisione di viverne l’amicizia. Cose, tutte, che esigono una dimensione personale e un clima libero. Dunque, ogni generazione che si affaccia alla vita deve ricominciare da capo, convincersi che anche per essa c’è qualcosa di importante (e di ragionevole) in quei quattro libricini chiamati “buona notizia“, vangelo.
Da qui, compiti e ruoli difficili per i genitori cattolici ai quali, un tempo, non occorrevano complesse spiegazioni, bastava dare ai figli il buon esempio concreto. L’adeguamento cioè –nella vita quotidiana– ai precetti evangelici così come erano proposti dalla Chiesa. Ma questa pure suscita nelle nuove generazioni una folla di domande perplesse se non diffidenti, alla pari del Fondatore cui dice di ispirarsi. C’è bisogno, anche qui, di una convinzione personale, peraltro sempre più difficile, essendo diventati i cristiani una minoranza, almeno culturale, e battendo il mondo vie ben diverse, che sembrano più credibili e affascinanti. Le attuali liste di best seller editoriali impressionano, per i primi posti occupati da libri che attaccano frontalmente la fede, almeno così com’è proposta dalla Chiesa .


Ma non per questo il cattolico superstite si arrende: ciò che conforta chi conosca la storia della Chiesa, è la capacità di reazione dei suoi figli, quando sia necessario un colpo di reni. Se preti, fati, suore, consacrati in genere, latitano o sono inadeguati, ecco farsi sotto i laici. In questo caso, i genitori credenti che si ingegnano a trovare risposte convincenti per i loro figli e a far parte ad altre famiglie della loro esperienza. Sono spesso giornalisti, dunque specialisti nel cercare di capire e di divulgare . Così, tempo fa, Michele Brambilla , ora vicedirettore de il Giornale, ha pubblicato per la Piemme –con un successo significativo– un Gesù spiegato a mio figlio. Ecco ora, presso la stessa editrice, La fede spiegata a mio figlio di Davide Perillo ( pp. 173, e 11,50 ), firma nota ai lettori di questo giornale, che amplia il campo arato da Brambilla : dal Cristo a tutta la dimensione di fede. Sono cinquanta domande che non si sottraggono ad alcun problema (dalla Madonna all’inferno, dalla Trinità al papa , dall’Islam ai miracoli), dando risposte oneste e non divaganti agli interrogativi radicali di bambini ed adolescenti. Un “catechismo familiare“, insomma, dichiaratamente senza pretese ma, in realtà, sorprendente per la conoscenza dei temi e per la capacità di presentarli in modo semplice e ragionevole. L’esortazione di papa Ratzinger a unire fede e ragione è presa sul serio in queste pagine, dove il Credo è proposto in modi affettuosi e sorridenti, ma al contempo fondati e convincenti. Stretto e continuo, poi, il collegamento non solo con la Tradizione ma anche con la Scrittura, ampiamente citata in appositi inserti .


E’ uno strumento, questo che , prima che ai figli, farà un gran bene ai genitori che se ne serviranno come traccia. Dubitiamo, infatti, che il “ praticante medio“ abbia sulla fede della sua Chiesa l’informazione chiara, precisa, concreta di questo “papà Davide” che non parla per sentito dire ma, pur ancor giovane, sperimenta già su tre figli queste sue ragioni per prendere sul serio il Nazareno.

Corriere della Sera Magazine, 7 giugno 2007

Alessandro ha detto...

Ehm, avevo pensato che tu scrivessi anche sul CdS Magazine: Poi ho visto in realtà di chi si tratta, stimatissimo anch'egli.

Duca De Gandia ha detto...

Ops!!! perdonami Amicus Sandro per la mia disattenzione! non ho copiato-incollato la firma dell'articolo di Vittorio Messori, stimatissimo anch'egli:)