Ovvero: Lettera aperta all'onorevole
Daniela Santanchè (pubblicata dal
Foglio marcoledì 17 gennaio 2006).

[Irshad Manji scrittrice e giornalista canadese di origine pachistana è nata in Uganda nel 1968. E’ membro anziano presso la Fondazione europea per la democrazia e autrice del best-seller internazionale “Quando abbiamo smesso di pensare? Un’islamica di fronte ai problemi dell’islam” (Guanda), una veemente critica “dall’interno” del conservatorismo dell’islam.]
"In quanto musulmana riformista, mi sento molto vicina a Daniela Santanchè.
Fino a poco tempo fa avrei potuto reagire all’ultima minaccia di morte che ha ricevuto come la maggior parte di noi ancora reagisce: con tristezza, magari disgusto, ma soprattutto silenzio.
Ora non posso più mantenere questo silenzio: condivido la sua situazione, perché i jihadisti perseguitano anche me.
Quando mi sveglio, per prima cosa controllo la mia e-mail, per vedere se, nella notte, ho ricevuto minacce di morte. Quindi disattivo il sistema di allarme per recuperare il giornale del mattino. Mentre bevo il caffè guardo fuori dalle finestre antiproiettile, vicine alla mia cassetta delle lettere, che la polizia ha sigillato per impedire che vi possano introdurre lettere bomba. Mi è anche stato consigliato di non portare con me un cellulare, la cui tecnologia – il posizionamento satellitare globale – permette ai miei nemici di rintracciarmi.
La massima allerta è scattata tre anni fa, quando ho pubblicato il mio libro “Quando abbiamo smesso di pensare? Un’islamica di fronte ai problemi dell’islam”.
Nel libro, che contesta il sessismo, l’antisemitismo e altri pregiudizi in cui credono moltissimi miei fratelli musulmani, faccio notare che la mia fede è diventata un focolaio di intolleranza, soprattutto nei confronti delle donne e degli ebrei. Sostengo che i musulmani devono seguire le parti progressiste della nostra storia, anziché lasciare che gli estremisti definiscano per noi la religione in cui dobbiamo credere.
Supplico i musulmani perché si dichiarino contrari agli omicidi d’onore, alle lapidazioni, agli attentati kamikaze e ad altri crimini commessi in nome di Dio.
Sapevo che, esprimendo quelle opinioni, avrei potuto mettere a rischio la mia vita. Durante la stesura del libro, ci sono stati momenti in cui sospiravo, tra me e me: “Se non è questo paragrafo a decretare la mia morte, sarà il prossimo.” Ho pensato anche alle anime coraggiose che mi hanno preceduto: Salman Rushdie, il cui romanzo “I versetti satanici” è stato talmente vituperato dai fondamentalisti islamici da indurre il governo iraniano a emettere nei suoi confronti una condanna a morte nel 1989.
Rushdie si è dovuto nascondere per diversi anni. Poi c’è Taslima Nasrin, scrittrice femminista, medico e dissidente musulmana del Bangladesh, tuttora in esilio, a quasi quindici anni dalla prima fatwa emessa contro di lei.
Soprattutto, ho ricordato l’aggressione subita dall’ottantaduenne Naguib Mahfouz, egiziano, premio Nobel per la letteratura, pugnalato al collo trent’anni dopo aver scritto un libro che alcuni musulmani consideravano eretico.
Quindi, cominciare a trovare nella posta in arrivo minacce quali “Pagherai per le tue menzogne”, “Divertiti per quel poco che ti resta da vivere” e “Questo è l’ultimo avvertimento” da parte dei jihadisti non mi ha sconvolto.
Sono trascorsi tre anni, ma questi aspiranti assassini continuano con le loro ossessive intimidazioni: solo pochi mesi fa, il forum di una chat islamica ha pubblicato commenti secondo cui sarei presto finita uccisa, come il regista olandese Theo van Gogh.
“Il destino di Van Gogh non è molto diverso dal suo”, ha scritto un membro del forum che si firmava “mullah”. Un membro dal nome “Ibn el-Sheikh” ha risposto: “Nell’aldilà, intendi – ehm”. E mullah ha replicato: “Sì, sì – ehm”. Un altro membro ha aggiunto: “Inshallah”, che in arabo significa “Se Dio vuole”.
Ho avuto modo di capire che quei tizi non mi hanno affidato a Dio, né aspettano che attraversi i cancelli dell’inferno: a quanto pare, hanno inserito il mio nome in un elenco di obiettivi per spedirmici rapidamente.
Un’altra recente minaccia mi ha descritto come “una scrittrice che ora è condannata a morte”. Si tratta di una nota scritta in Urdu, la lingua principale del Pakistan.
La polizia ha scoperto che è partita non da Karachi, Lahore o Islamabad, ma da un Internet café del centro di Toronto, una delle città più liberali, cosmopolite e pluralistiche al mondo. Ritengo che i jihadisti stiano diventando sempre più spudorati. Ostentano le proprie libertà per schernire tutti noi. Lo testimonia il fatto che hanno inviato l’ultima minaccia a Daniela Santanchè tramite il sistema postale parlamentare, come a volersi dichiarare immuni dal controllo statale.
Quelli di noi che sostengono i diritti umani devono reagire utilizzando questi stessi diritti – libertà di pensiero, di coscienza e di espressione – per denunciare gli ipocriti e affermare i nostri valori liberali. Naturalmente verremo accusati di avere un desiderio di morte. E’ ironico, perché sono gli islamisti a essere fissati con la morte. Ma la verità è che mi rifiuto di temere la morte. Trovo più triste
sprecare la vita, che perderla.
In quanto donna musulmana abbastanza fortunata da vivere in occidente, insisto nel voler esercitare le mie preziose libertà. In quasi ogni altra parte del mondo, le donne musulmane non potrebbero mai sfidare la frangia radicale e denunciare la compiacenza tradizionale senza condannare se stesse al carcere o a un destino peggiore.
In questa parte del mondo ho la possibilità di pensare, esprimermi, sfidare ed essere sfidata senza rappresaglie governative. In nome di Dio, cosa posso fare di questo privilegio?
La risposta è una sola: utilizzarlo.
Naturalmente ho i miei momenti di dubbio. Una volta ho chiesto a Salman Rushdie per quale motivo dovrei scrivere un libro che metterebbe a rischio la mia vita. Mi ha risposto: “Un libro è più importante di una vita. Un pensiero che tu esprimi può provocare dissensi energici, veementi, anche violenti. Ma non può essere cancellato. Questo è il grande dono perenne che uno scrittore offre al mondo.”
L’Italia è fortunata ad avere un personaggio come Daniela Santanchè, che comprende il potere della voce. Ora più che mai ha bisogno delle nostre voci: schieriamole, per infrangere i silenzi mortali.
Irshad Manji
(traduzione di Studio Brindani)"