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giovedì, aprile 10, 2008

Santa anche subito /12


"Tutti i miei conoscenti di sinistra e di centrosinistra vogliono una politica di destra.
Di destra-destra, mica Pdl. Quando fanno il test elettorale su www.voisietequi.it immancabilmente scoprono di condividere il programma della Lega e della Destra. Per ritrarsi subito dopo inorriditi: Bossi e Santanchè mai!

La democrazia italiana è cinquanta per cento brogli e cinquanta per cento bon ton. Sui brogli c’è poco da fare, è una tradizione che risale al 1860.
Il bon ton è appena più recente ma non meno consolidato: non sta bene dichiararsi di destra, nemmeno a sé stessi. E così vogliono bloccare l’immigrazione e votano Veltroni, frenare la deriva morale e votano Casini."

(Camillo Langone; PREGHIERA;
Il Foglio di giovedì 10 aprile 2008)

martedì, aprile 01, 2008

mercoledì, ottobre 10, 2007

Santa anche subito /10


Ai sensi dell'articolo 5 della legge 152 del 1975 che vieta di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di qualsiasi mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, il leghista e famigerato "sindaco Gentilini", primo cittadino di Treviso, aveva dato ordine alla polizia municipale del comune trevigiano di fermare tutte le donne (islamiche) a viso coperto.
Il 5 ottobre 2007 a seguito della riunione del ’tavolo tecnico ristretto’, formato dalla Consulta per l'immigrazione e dall'associazione Migrantes, il prefetto di Treviso Vittorio Capocelli ha "legiferato" che: "Se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all'identificazione e alla rimozione del velo".
E per avvalorare una tale decisione in apparente contrasto con la legge del 1975 si è rifatto ad una circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004 che definiva il burqa «segno esteriore di una tipica fede religiosa» nonchè una «pratica devozionale ».

E mentre ancora il ministro dell'Interno Giuliano Amato non riusciva a credere che veramente una tale circolare così ingenuamente superficiale fosse stata effettivamente emanata, ecco che, invece, la assai cattolica e vieppiù democratica onorevole Rosy Bindi, Ministro per la Famiglia, si è affrettata a plaudire: “Allo stesso modo con il quale vogliamo vedere i crocifissi appesi nelle nostre aule siamo tenuti a essere rispettosi del velo con cui le donne islamiche si coprono il volto”.
Quindi, la Bindi ha pilatescamente dichiado che: "Se è espressione di una imposizione sono contraria, ma se si tratta di una libera scelta percheè espressione di una civiltà diversa allora non sono contraria".
Rosy Bindi perciò si è fatta carico di perpetuare la falsa e tendenziosa idea che, non solo il nijab, cioè il velo integrale della tradizione araba, ma addirittuta anche il burqua talebano sia un imprescindibile oggetto della religione islamica degno di rispetto -e di venerazione?- al pari della croce, della corona del rosario o dell'abito delle suore per i cattolici!

Nell'esprimere tutta la sua disapprovazione verso il Prefetto di Treviso e verso Rosy Bindi, l'onorevole Daniela Santanchè, ha tenuto a sottolineare che una simile decisione và a urtare prima di tutto contro i principi basilari della democrazia stessa:
"Non è che le leggi si cambiano a colpi di circolare.
E poi qui si tratta di un cambiamento sulla pelle delle donne.
Ma dove vive Rosy Bindi?
Il burqa è un simbolo politico. Studiassero, questi ministri.
Dal 2001 sono aumentate le donne velate, abbiamo praticamente i talebani in casa, molte donne, oggi, sotto il burqa nascondono una mascella spaccata.
La Bindi pensa che sia bello vedere il mondo da una grata? E le femministe dove sono?”.

Così si angustiava la Santanchè.

sabato, giugno 30, 2007

Santa anche subito /9



In previsione dell'apertura del processo per l'omicidio di Hina Saleem; la ragazza pachistana accoltellata dai familiari (dal padre, due suoi cognati e uno zio che l’hanno seppellita nell’orto di casa dopo averla uccisa l’11 agosto 2006) a Saluzzo nel bresciano la cui colpa era d'aver assunto uno stile di vita all'occidentale; l'onorevole Daniela Santanchè decise di rappesentare davanti al giudice del tribunale di Brescia l'associazione l’Acmid-donna, l’associazione delle donne marocchine in Italia presieduta da Souad Sbai.

Una battaglia, quella della Santanchè, per la libertà della donna mussulmana in Italia ma ancor di più per l'integrazione della donna islamica spesso impedita dagli uomini della famiglia ad accostarsi ai valori e alla cultura occidentale.
Infatti nella vicenda di Hina ciò che colpisce, e rende tutto ancor più tragico, è che non si tratta solo della risoluzione tutta maschilista del "padre padrone" poichè anche la madre di Hina pensava che fosse giusto che la figlia dovesse morire come giusta punizione per non aver voluo sposare un cugino pachistano che neppure conosceva (andando invece a convivere con un ragazzo italiano).
E' stata la madre ad attirarla con l'inganno nella casa paterna da cui tempo prima era fuggita: anziché trovare in casa la madre ha trovato i suoi assassini.
Ecco perché al processo che l’associazione Acmid si è costituita parte civile come ha dichiarato Souad Sbai (presidente dell’Acmid e membro della consulta islamica del ministero dell’Interno): “Hina è divenuta un simbolo per tutte le donne musulmane immigrate in Italia per trovare la libertà, che spesso si ritrovano a vivere in condizioni peggiori di quelle lasciate nel proprio paese".

Daniela Santanchè è stata una dei pochi -e soprattutto delle poche- rappresentanti delle istituzioni che fattivamente si è presa a cuore la dignità delle donne immigrate. Assieme a Souad Sbai, infatti, Daniela Santanchè ha creato un centro di accoglienza per donne immigrate vittime di minacce, violenze o soprusi. Inoltre da quest'opera nel 2006 è nato un libro “La donna negata” a seguito della pubblicazione del quale è stata minacciata di morte e da allora, per decisione del Viminale, Daniela Santanchè vive sotto scorta.

Ha dichiarato la Santanchè: “In Parlamento si fatica a far passare il messaggio che anche in Italia esistono dei mini-califfati islamici dove la donna viene considerata merce, e la dignità della persona è continuamente calpestata”.
L’onorevole Santanchè, ricorda che al funerale di Hina c’era soltanto lei a rappresentare le istituzioni, anzi era l'unica tra gli italiani oltre al fidanzato, “assiemea i pochi familiari pachistani che dopo averla uccisa si sono presentati a piangere sulla sua tomba”.


Il processo si è aperto a Brescia giovedì 28 giugno 2007.
Già dal mattino presto fuori dal tribunale -dove dall'aula delle udienze preliminari il giudice Silvia Milesi stava decidendo se accogliere la costituzione in parte civile del fidanzato italiano di Hina e delle donne musulmane dell’Acmid- duecento donne mussulmani molte delle quali assieme ai propri mariti ( ma anche donne italiane e di associazioni ebraiche) manifestavano mostrando lo striscione su cui era scritto “Hina sono io”.
Spiegava ai giornalisti Souad Sbai: “In Marocco o in Tunisia, c’è molta più libertà per noi donne, qui invece è stato commesso un omicidio rituale, è questo che dovrebbe spaventare, e non si può permettere che ciò accada in Italia”.

C’era anche un l'imam Abdellah Mechnoune di Torino che (in abiti occidentali) ha affrontato le domande dei giornalisti (e le provocazioni di un gruppo di leghisti) per spiegare che il caso di Hina è un“problema di cultura” e non di fede: “Sono qui per dare una mano a tutte le donne musulmane che hanno genitori che cercano di imporre con la violenza certi stili culturali. Quel padre non aveva il diritto di uccidere”.

Daniela Santanchè ha fatto notare di essere, ancora una volta, l'unico esponente della classe politica ad interessarsi del problema (dato che a parte la parlamentare di An mancano totalmente i rappresentanti della politica italiana di ogni livello e di qualsivoglia parte politica). La Santanchè, infatti, ha avuto gioco facile nel denunciare alla stampa l'assenza delle "femministe" cioè delle la donne di sinistra e sbugiardando la ministra Barbara Pollastrini che aveva pubblicamente dichiarato: “C’è la volontà mia affinché il ministero dei Diritti e delle Pari opportunità si costituisca parte civile contro il padre che verrà processato per omicidio”.


La manifestazione è terminata poco dopo le ore tredici quando il giudice Silvia Milesi ha comunicato di aver accolto la richiesta di costituzione in parte civile del convivente di Hina Saleeem ma ha bocciato la richiesta dell'associazione delle donne musulmane con la motivazione che “il diritto all’integrazione delle donne musulmane non rientra nell’oggetto sociale dell’Acmid”. Prevedibile la delusione delle donne manifestanti che urlano “vergogna”.

I quattro imputati – padre e zio (gli unici presenti ieri) e due cognati di Hina Saleem (la madre no, è in aula ma solo come parte offesa)- hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato.
La data è fissata al 24 ottobre, la sentenza dovrebbe arrivare entro novembre.

“Ha vinto chi ha sgozzato Hina. E’ un pessimo segnale alle donne, una brutta pagina della giustizia italiana”, ha dichiarato molto amareggiata la deputata di Alleanza Nazionale uscendo dal tribunale in cui il padre-assassino fissandola, e ridendo, ha puntato minaccioso il dito contro l'onorevole Santanchè.

venerdì, febbraio 09, 2007

Santa anche subito /8

Ovvero: Dei sepolcri rivolti alla Mecca.


[Si sono svolti giovedi' 8 febbraio 2007 alle 15,30 al cimitero Vantiniano di Brescia i funerali di Hina Saleem, la pachistana sgozzata l'11 agosto 2006 a Sarezzo .
La giovane, sepolta nella zona riservata ai fedeli musulmani, era stata uccisa dal padre nella casa dei genitori, e poi seppellita in giardino, perche' la sua progressiva occidentalizzazione non veniva accettata dalla famiglia.
Presenti all'inumazione l'avvocato Loredana Gemelli di Torino,legale di Giuseppe Tempini, il fidanzato e convivente di Hina Salem e l'onorevole Daniela Santanchè.]



"Brescia. Chissà qual è stato il vero film del funerale di Hina Saleem, la ragazza sgozzata sei mesi fa da suo padre perché aveva disonorato la famiglia e le sue tradizioni, e seppellita ieri al cimitero Vantiniano di Brescia in una bara rivolta verso la Mecca.
Arrivato il nullaosta dalla magistratura, ognuno ha inscenato il proprio rito di commiato da un cadavere “conteso fra due mondi”, come ha ammesso ieri il responsabile della comunità pachistana di Brescia, Sajid Hossein.

Prima delle invocazioni dell’imam che al cimitero ripeteva “Allah la aiuti, Allah la perdoni”, i due universi che ruotavano intorno alla vita di Hina, e al suo netto rifiuto delle ferree leggi pachistane e musulmane, si sono scontrati all’obitorio.

Da una parte il suo fidanzato, Giuseppe Tempini, che lei probabilmente amava, e con il quale ha sperimentato tutti gli eccessi della libertà occidentale, che imprecava in dialetto bresciano perché gli era stato vietato l’accesso.
“Qui non puoi entrare perché hai bevuto”, gli ha intimato il fratello di Hina, Suleman, “la nostra religione non lo permette”. E dall’altra gli uomini della famiglia, i parenti maschi arrivati dalla Spagna e dalla Francia, che fuori dalla stanza angusta in cui era stata messa la bara, difendevano l’intimità delle donne, alle quali spetta solo il compito di lavare il corpo senza poterlo seguire al cimitero.

Da una parte il fidanzato che chiedeva invano di poter entrare per stare accanto alla bara, e dall’altra la madre di Hina, coperta da un velo integrale di color rosa, che si abbandonava a un urlo straziante, che “dura da sei mesi”, diceva un parente che vive a Barcellona. E in mezzo la parlamentare di An, Daniela Santanchè, vestita di nero, che cercava di calmarlo, obbligata suo malgrado a fare da “assistente sociale”, e a dirgli “Beppe stai tranquillo, che alla sepoltura potrai assistere anche tu”.

Arrivata a Brescia per rammentare a tutti la sua battaglia contro il fondamentalismo, la parlamentare ha avviato una trattativa con gli uomini della famiglia per far accettare l’indesiderato fidanzato – visto che anche lui esigeva il suo rito, il suo commiato, da Hina.

Prima ancora del rito islamico al cimitero, dove gli uomini hanno seguito la bara fino al luogo della sepoltura – la sezione del cimitero destinata ai musulmani – e si sono tolti le scarpe per pregare, erano tutti lì, in attesa di celebrare un tardivo rito funebre, a inscenare la commedia, questa sì reale, di due mondi che fanno finta di dialogare. Da una parte la madre di Hina, che non vuole parlare con nessuno, che secondo l’onorevole Santanchè dovrebbe costituirsi parte civile al processo contro il marito, anche se tutti sanno che non lo farà mai, e continuerà a vivere privatamente la violenza di cui è stata vittima sua figlia, e dall’altra gli amici italiani di Hina. Come Leo, che fa capire di avere cercato di aiutare Hina, e ha fatto da tramite fra lei e Beppe, prima che si mettessero insieme, e lei finisse a lavorare alla pizzeria Antica India, dove si poteva trovarla fino alle cinque del mattino, con quelle mise audaci, minigonna e top, inaccettabili per chi vive su un solo binario: famiglia e religione.

Il funerale di Hina, che bisognerebbe definire simbolico, se non fosse che questa parola suona un po’ banale, perché solleva molte questioni, tutte legate al multiculturalismo, si conclude così: con il gesto tenero di una ragazza, pachistana ma “svelata” che cerca di gettare una rosa nella fossa: un’amica di Hina, conosciuta ai tempi della sua prima ribellione quando ha cercato rifugio dalla famiglia in una comunità – e quello, ignorato da tutti, del fidanzato che, dopo aver pianto sulla spalla della Santanchè, finalmente può avvicinarsi alla fossa, per buttare la sua, di rosa. Certo, prima c’è tempo per registrare le dichiarazioni a favore del dialogo pronunciate dal sindaco di Brescia, Paolo Corsini, e quelle della parlamentare di An che promette che si batterà perché il corpo di Hina Saleem rimanga a Brescia “perché questa era la patria che aveva scelto”, dice.

E anche per ascoltare Sajid Hossein, che invece dice: “Abbiamo pregato per chiedere la misericordia di Allah”. Se per l’anima corrotta di Hina o per il gesto inconsulto di suo padre, nessuno di noi lo sa."
(Il Foglio; venerdì 9 febbraio 2007)

mercoledì, gennaio 17, 2007

Santa anche subito /7

Ovvero: Lettera aperta all'onorevole Daniela Santanchè
(pubblicata dal Foglio marcoledì 17 gennaio 2006).



[Irshad Manji scrittrice e giornalista canadese di origine pachistana è nata in Uganda nel 1968. E’ membro anziano presso la Fondazione europea per la democrazia e autrice del best-seller internazionale “Quando abbiamo smesso di pensare? Un’islamica di fronte ai problemi dell’islam” (Guanda), una veemente critica “dall’interno” del conservatorismo dell’islam.]

"In quanto musulmana riformista, mi sento molto vicina a Daniela Santanchè.
Fino a poco tempo fa avrei potuto reagire all’ultima minaccia di morte che ha ricevuto come la maggior parte di noi ancora reagisce: con tristezza, magari disgusto, ma soprattutto silenzio.
Ora non posso più mantenere questo silenzio: condivido la sua situazione, perché i jihadisti perseguitano anche me.
Quando mi sveglio, per prima cosa controllo la mia e-mail, per vedere se, nella notte, ho ricevuto minacce di morte. Quindi disattivo il sistema di allarme per recuperare il giornale del mattino. Mentre bevo il caffè guardo fuori dalle finestre antiproiettile, vicine alla mia cassetta delle lettere, che la polizia ha sigillato per impedire che vi possano introdurre lettere bomba. Mi è anche stato consigliato di non portare con me un cellulare, la cui tecnologia – il posizionamento satellitare globale – permette ai miei nemici di rintracciarmi.

La massima allerta è scattata tre anni fa, quando ho pubblicato il mio libro “Quando abbiamo smesso di pensare? Un’islamica di fronte ai problemi dell’islam”.
Nel libro, che contesta il sessismo, l’antisemitismo e altri pregiudizi in cui credono moltissimi miei fratelli musulmani, faccio notare che la mia fede è diventata un focolaio di intolleranza, soprattutto nei confronti delle donne e degli ebrei. Sostengo che i musulmani devono seguire le parti progressiste della nostra storia, anziché lasciare che gli estremisti definiscano per noi la religione in cui dobbiamo credere.
Supplico i musulmani perché si dichiarino contrari agli omicidi d’onore, alle lapidazioni, agli attentati kamikaze e ad altri crimini commessi in nome di Dio.

Sapevo che, esprimendo quelle opinioni, avrei potuto mettere a rischio la mia vita. Durante la stesura del libro, ci sono stati momenti in cui sospiravo, tra me e me: “Se non è questo paragrafo a decretare la mia morte, sarà il prossimo.” Ho pensato anche alle anime coraggiose che mi hanno preceduto: Salman Rushdie, il cui romanzo “I versetti satanici” è stato talmente vituperato dai fondamentalisti islamici da indurre il governo iraniano a emettere nei suoi confronti una condanna a morte nel 1989.
Rushdie si è dovuto nascondere per diversi anni. Poi c’è Taslima Nasrin, scrittrice femminista, medico e dissidente musulmana del Bangladesh, tuttora in esilio, a quasi quindici anni dalla prima fatwa emessa contro di lei.
Soprattutto, ho ricordato l’aggressione subita dall’ottantaduenne Naguib Mahfouz, egiziano, premio Nobel per la letteratura, pugnalato al collo trent’anni dopo aver scritto un libro che alcuni musulmani consideravano eretico.
Quindi, cominciare a trovare nella posta in arrivo minacce quali “Pagherai per le tue menzogne”, “Divertiti per quel poco che ti resta da vivere” e “Questo è l’ultimo avvertimento” da parte dei jihadisti non mi ha sconvolto.

Sono trascorsi tre anni, ma questi aspiranti assassini continuano con le loro ossessive intimidazioni: solo pochi mesi fa, il forum di una chat islamica ha pubblicato commenti secondo cui sarei presto finita uccisa, come il regista olandese Theo van Gogh.
“Il destino di Van Gogh non è molto diverso dal suo”, ha scritto un membro del forum che si firmava “mullah”. Un membro dal nome “Ibn el-Sheikh” ha risposto: “Nell’aldilà, intendi – ehm”. E mullah ha replicato: “Sì, sì – ehm”. Un altro membro ha aggiunto: “Inshallah”, che in arabo significa “Se Dio vuole”.
Ho avuto modo di capire che quei tizi non mi hanno affidato a Dio, né aspettano che attraversi i cancelli dell’inferno: a quanto pare, hanno inserito il mio nome in un elenco di obiettivi per spedirmici rapidamente.

Un’altra recente minaccia mi ha descritto come “una scrittrice che ora è condannata a morte”. Si tratta di una nota scritta in Urdu, la lingua principale del Pakistan.
La polizia ha scoperto che è partita non da Karachi, Lahore o Islamabad, ma da un Internet café del centro di Toronto, una delle città più liberali, cosmopolite e pluralistiche al mondo. Ritengo che i jihadisti stiano diventando sempre più spudorati. Ostentano le proprie libertà per schernire tutti noi. Lo testimonia il fatto che hanno inviato l’ultima minaccia a Daniela Santanchè tramite il sistema postale parlamentare, come a volersi dichiarare immuni dal controllo statale.

Quelli di noi che sostengono i diritti umani devono reagire utilizzando questi stessi diritti – libertà di pensiero, di coscienza e di espressione – per denunciare gli ipocriti e affermare i nostri valori liberali. Naturalmente verremo accusati di avere un desiderio di morte. E’ ironico, perché sono gli islamisti a essere fissati con la morte. Ma la verità è che mi rifiuto di temere la morte. Trovo più triste
sprecare la vita, che perderla.
In quanto donna musulmana abbastanza fortunata da vivere in occidente, insisto nel voler esercitare le mie preziose libertà. In quasi ogni altra parte del mondo, le donne musulmane non potrebbero mai sfidare la frangia radicale e denunciare la compiacenza tradizionale senza condannare se stesse al carcere o a un destino peggiore.
In questa parte del mondo ho la possibilità di pensare, esprimermi, sfidare ed essere sfidata senza rappresaglie governative. In nome di Dio, cosa posso fare di questo privilegio?
La risposta è una sola: utilizzarlo.
Naturalmente ho i miei momenti di dubbio. Una volta ho chiesto a Salman Rushdie per quale motivo dovrei scrivere un libro che metterebbe a rischio la mia vita. Mi ha risposto: “Un libro è più importante di una vita. Un pensiero che tu esprimi può provocare dissensi energici, veementi, anche violenti. Ma non può essere cancellato. Questo è il grande dono perenne che uno scrittore offre al mondo.”

L’Italia è fortunata ad avere un personaggio come Daniela Santanchè, che comprende il potere della voce. Ora più che mai ha bisogno delle nostre voci: schieriamole, per infrangere i silenzi mortali.
Irshad Manji

(traduzione di Studio Brindani)"

mercoledì, novembre 22, 2006

Santa anche subito /6

Ovvero: la patrona delle casalinghe (disperate)

In illo tempore: "Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: "Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti".

Ma Gesù le rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno.

Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta".


(Luca X, 38-42)

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La sera di domenica (19 novenbre '06) nella elegante dimora milanese di Daniela Santanché si è festeggiata l'uscita di "Fuori onda": ennesimo libro di Emilio Fede.
Tra gli ospiti accuratamente selezionati da madama Santanchè ci sono uomini politici (da Roberto Formigoni a Ignazio La Russa), vip (da Simona Ventura a Santo Versace) e pure una decina di giornalisti. Dulcis in fundo per festeggiare il sempre a lui devoto direttore del TG4, arriva a sorpresa da Roma Silvio Berlusconi che si diverte a intrattenere gli ospiti con barzellette, frizzi e lazzi fino ad oltre le due di notte: «è la prima sera di relax che mi prendo da non so quanto...».

A tarda sera, finita la cena vera e propria, si va in mansarda e lì comincia il pettegolezzo politico a cui "Il Cavaliere" non si sottrae ma, anzi, va a briglia sciolta: «Il governo non cadrà, non ora e neppure domani. La questione è semplice, manca il killer». Allo stato attuale se cadesse il governo Prodi nel centrosinistra non ci sarebbe nessuna altra personalità così forte da riuscire a mantenere in piedi la maggioranza sino alla fine naturale della legislatura. Inoltre:«Anche i miei senatori -dice Berlusconi- non hanno nessuna voglia di tornare a casa adesso, lo hanno già dimostrato nelle ultime votazioni».
Evidente perciò la conclusione del ragionamento del Cavaliere.
Se il Governo Prodi-come è nelle previsioni- durasse fino al 2011 un Berlusconi ottuagenario non può considerarsi adatto per candidarsi quale premier del centrodestra: «Ho già dato, l'uomo giusto c'è già ma per favore niente nomi». Anche sul Quirinale non sembra avere dubbi: «Per carità, con la politica operativa ho chiuso. Per il capo dello Stato il nome lo faccio: Gianni Letta».
Silvio Berlusconi, tra una barzelletta e l'altra, annuncia inoltre di di star preparando un libro autobiografico sulla propria carriera politica dall'evocativo titolo: «Il calvario della libertà».

Fra i giornalisti presenti ben pochi sembrano aver dato valore politico alle esternazioni berlusconiane dato che soltanto due testate hanno proposto ai propri lettori un resoconto della serata a casa della Santanchè. La Repubblica ha relegato la notizia nella cronaca mondana milanese, invece Alessandro Sallusti ha pubblicato uno strillato articolo sulla prima pagina di Libero, riproponendo parola per parola il verbo berlusconiano.

Paolo Bonaiuti deputato di Forza Italia, portavoce del Cavaliere, ha negato che Berlusconi voglia abbandonare la guida del partito e della coalizione, e che ciò che scrive Libero sono «panzane che non stanno né in cielo né in terra». Anche Berlusconi si è affretato a dichiarare che non avrebbe mai tradito i propri elettori.

Intanto, il direttore di "Libero", Vittorio Feltri ha annunciato querela all'indirizzo di Paolo Bonaiuti che a quella cena non era presente, e non può perciò smentire o confermare un bel niente, mentre il giornalista Sallusti c'era!
A fine giornata è sceso in campo lo stesso Silvio Berlusconi a placare le polemiche con una telefonata a Feltri -una telefonata "tra gentiluomini"- nella quale Berlusconi ha dato l'interpretazione autentica del proprio verbo: 1) Il Cavaliere non intende ritirarsi dalla politica attiva, solo non sarebbe interessato a far parte di un eventuale governo di larghe intese; 2) Non è Berlusconi ad avere bisogno di un killer "ma è la situazione che lo richiederebbe"; 3) Il Cavaliere non sta scrivendo un'autobiografia, ma un saggio.

Qualcuno ha anche ipotizzato che essendo la padrona di casa una deputata di Alleanza Nazionale, così come tanti altri ospiti a quella cena, ventilando la propria "abdicazione" Berlusconi abbia solo voluto essere gentile con quelli che sognano un Gianfranco Fini leader della "Casa delle libertà".

Nel dubbio molti hanno sottoposto alla onorevole Santanchè il testo con le dichiarazioni del "Gesù di Arcore" chiedendole se fosse un testo "canonico" oppure "apocrifo".
Ma sagiamente l'intelligente signora dei salotti non ha vuluto entrare nella querelle dichiarando: «non sono abituata a origliare le conversazioni dei miei ospiti». E poi, come dovrebbe fare ogni buona padrona di casa, era tutta intenta ad impartire ordini alla servitù!
Ma Daniela Santanchè non nasconde la soddisfazione per la buona riuscita dell'evento mondano: «Saranno 15 anni che Silvio non partecipa a una festa in un'abitazione privata!».
Quasi un Giubileo.

mercoledì, giugno 07, 2006

Santa anche Subito! 5

Ovvero: Daniela Santanchè, Parlamentare di Alleanza Nazionale intervistata da Ilaria Mazzarotta ( Metro, lunedì 5 giugno 2006)

"Perchè ha "punzecchiato" alle Iene la [ops!] collega onorevole Vladimir Luxuria sulla presunta bruttezza delle sue gambe?

Non sono punzecchiature, come al solito i giornalisti amano montare un caso. Volevo solo invitare una persona che stimo a mostrare le gambe. La mia "paura" era che si fosse subito omologata al suo ruolo istituzionale.

Luxuria ha poi seguito il suo consiglio e si è presentata [ri-ops!]
a Montecitorio in minigonna. Che ne pensa?


Mi ha fatto piacere vederla apprezzare il mio consiglio, anche perchè credo che ognuno debba essere se stesso.

E' vero che quando ha visto Luxuria in gonna le ha fatto i complimenti per le gambe?

No, anzi. Dopo averla vista penso sia meglio che continui a mettere i pantaloni! Ci tengo, comunque, a dire che noi due andiamo d'accordo e che queste sono solo battute. Sono altre le cose importanti.

Lei continuerà a mostrare le gambe con le sue gonne e i tacchi a spillo?

Non ne faccio un vanto, sono fortunata ad avere le gambe che ho, ma non è un merito. Continuerò a vestirmi come credo, finchè mi reggono le gambe!"

venerdì, febbraio 24, 2006

Santa anche subito! 4


Che l’inevitabile seconda edizione del libro di Daniela Santanchè, “La donna negata” (Marsilio), contenga quell’unica riga che l’autrice si è dimenticata di scrivere. Che
per il resto non manca niente:
1) le storie di donne che hanno avuto la disgrazia di nascere sotto il tallone di Maometto;
2) l’impegno coraggioso di una parlamentare che non vuole passare alla storia esclusivamente come socia di Briatore;
3) prefazioni e postfazioni che fanno a pugni col testo e con la realtà (cosa normalissima se si pensa che sono firmate da Umberto Veronesi e Omar Camiletti).
Il libro denuncia l’infibulazione, la poligamia e tutta la vasta gamma delle violenze inflitte alle donne a causa del Corano. La denuncia è forte, e pure rischiosa, peccato che la soluzione prospettata sia debole e incompleta. Non è colpa della Santanchè bensì dell’amnesia che l’ha colpita. Si è dimenticata una riga, una sola riga cruciale, rintracciabile in un testo del primo secolo, composto da un certo Marco, che proibisce qualsiasi forma di violenza, contro le donne e contro chiunque. Dandogli ascolto, infibulazione e poligamia e lapidazione sparirebbero come neve al sole.
La riga mancante è questa: “Convertitevi e credete al vangelo”.

( "PREGHIERA" dell'orrido Camillo Langone sul FOGLIO di giovedì 23 febbraio 2006)

venerdì, maggio 20, 2005

Santa anche subito!




Ieri sera ho avuto finalmente la gioia di ammirare in un dibattito politico televisivo: Daniela Santanchè.
Questa celeberrima deputata di Alleanza Nazionale, signora delle feste e dei salotti milanesi a me nota per la “Daniela Santanchè Story” che ha imperversato nei mesi estivi sulla “colonna ruffiana” del Foglio.
La signora ha difeso la legge 40, cui ha contribuito fattivamente alla stesura. Avendo a che fare con i “professionisti della politica”, lei “professionista dei salotti buoni”, lasciando da parte i massimi sistemi filosofici, ha cercato di mostrare il “buon senso” che presiede alla legge.
La deputata Santanchè capisce bene che su questi argomenti dovrebbe prevalere il “senso comune”: c’è un limite biologico per la donna, la medicina può dare una mano a rimanere incinta, e la legge consente di manipolare gli embrioni concepiti in provetta con i medesimi limiti stabiliti per gli embrioni concepiti alla vecchia maniera.
Che c’è di così tanto difficile da capire? Sembra dire la Onorevole Santanchè, gingillando le vistose gioie che ne adornano il bel personale.
Mi è sembrato che avrebbe avuto la voglia di dire: è abbastanza semplice capire come trattare un embrione, è molto più difficile e complicato sapersi muovere tra le posate ad un pranzo di gala!
Ed è tremendamente vero, io penso.