mercoledì, marzo 31, 2010

Mercoledì Santo [6]


Prosterniamoci ai piedi di Gesù in croce; baciamo con amore i suoi sacrati piedi. E' così che l'anima cristiana trova in abbondanza, e la salute dell'eternità e la consolazione della vita presente, vale a dire la felicità del cielo e la felicità della terra. A Gesù crocifisso adorazione, amore, rendimento di grazie e benedizione.

I. Dobbiamo ononare la Croce, perchè a la nostra salvezza.
— Vi sono due specie di croci: la croce sulla quale Gesi Cristo morì e le nostre croci personali, che sono le nostre pene quotidiane. Ora queste due specie di croci meritano tutto il nostro amore perchè sono l'una e l'altra la causa e lo strumento della nostra salvezza.
1° La croce di Gesù Cristo; senza di essa noi, figli della collera e schiavi del demonio fin dalla nascita, saremmo stati per sempre perduti; ma per essa Gesù ha vinto le potenze infernali, ha strappato loro dalle mani, dice San Paolo, la sentenza che ci condannava, l'ha cancellata col suo sangue, e l'ha inchiodata alla croce, affinche veruna mano possa riprenderla.
Alla croce di Gesù Cristo, come al carro del suo trionfo, sono incatenate tutte le potenze nemiche, in modo che ora può salvarsi chi vuole.
La croce fa scorrere in tutta la Chiesa per mezzo dei Sacramenti e del santo sacrifizio, i santi pensieri, i pii sentimenti e tutte le grazie alle quali abbiamo bisogno per acquistare la eterna salute; essa ottiene a tutti il perdono delle colpe passate, dà coraggio pel presente, confidenza per l'avvenire.
E tutto ciò non basta per meritare tutto il nostro amore?

2° Dobbiamo amare le nostre croci personali, perche la Croce di Gesù Cristo le ha innalzate a questo insigne onore, di essere il mezzo più efficace al conseguimento della nostra morale perfezione, ed il pegno delle nostre eterne speranze.
La pazienza, nel sopportare la croce, dice S. Giacomo, e perfezione, ed una perfezione solida perche provata nel crogiuolo dei dolori. Essa è secondo S. Paolo il coronamento della fede: il pegno e la gioia della speranza. Per un momento di sofferenze leggiere un premio immenso di gloria: dopo la prova la corona della vita. E' una delle beatitudini proclamate da Gesù Cristo: Beati quelli che soffrono. E' una grazia privilegiata che Dio concede ai suoi migliori amici, perchè li indirizza per la via regia del cielo. Basta un po' di fede alle parole del Salvatore per stimare una croce più di tutte le ricchezze, un'offesa cristianamente sopportata, pia che tutti gli onori, le umiliazioni anche più vergognose, più che tutte le corone, la ignominia, più che tutti gli applausi, la confusione più che tutte le lodi.
Il Vangelo ci dice altresì: Ricevete le croci non solamente con pazienza, ma con allegrezza. E San Giacomo aggiunge: Ricevetele con ogni sorta di gioia, vale a dire con la gioia del povero che riceve immense ricchezze, con la gioia dell'uomo del popolo che riceve una corona, con la gioia del contadino che raccoglie una ricca messe, con la gioia di un mercante che fa gran guadagno, con la gioia del generale d'armata che riporta una gran vittoria. Cosi han pensato tutti i Santi; cosi S. Paolo che diceva: Sovrabbondò di gioia in tutte le mie tribolazioni: e Sant'Andrea che alla vista della Croce diede questo grido di amore: 0 buona croce, da cosi lungo tempo desiderata, siate la ben venuta!
Son questi i nostri sentimenti?

martedì, marzo 30, 2010

Martedì Santo [6]


Adoriamo Gesù Cristo, il quale col suo esempio, prima di lasciare la vita, c'insegnò a strappare dal nostro cuore le due passioni, che conducono all'eterna dannazione la maggior parte degli uomini, cioè: la passione del piacere e la passione dell'orgoglio.
Alla passione del piacere Egli oppone le sofferenze più atroci; alla passione dell'orgoglio le umiliazioni più ignominiose. Dimandiamo a questo divin Salvatore perdono della nostra corruzione la cui espiazione gli costò cosi cara e ringraziamolo di aver voluto subire, per guarircene, tanti supplizi e tante ignominie.
I. Supplizi che i nemici di Gesù Cristo gli fecero soffrire.
- Questi uomini disumani e crudeli fino alla ferocia non lasciarono nel corpo di Gesù veruna parte senza dolore.
La notte, che precedette la sua morte, tempestarono di schiaffi la sua faccia adorabile; il giorno stesso della sua morte, sotto i colpi de' flagelli fecero volare la sua carne in brandelli, scorse a rivi il suo sangue, tutto il suo corpo non divenne che una sola piaga, le sue ossa furono messe a nudo e la sua testa fu coronata di spine. Dopo tali supplizi gli fanno portare sulle spalle la croce fino al Calvario, dove gli conficcano i chiodi ne' piedi e nelle mani, lo abbeverano di fiele e di aceto.

Meditiamo un istante questi terribili supplizi; entriamo nel pensiero di Dio, che li sopporta, e vuole con ciò ispirarci l'odio alla nostra carne.
Dopo questo chi opera accarezzare il suo corpo, ben trattarlo e procurargli piaceri e godimenti? Chi invece non sentirà il dovere di porre ogni opera per mortificarlo e farlo soffrire? Non si e certo vero cristiano che a questa condizione.
Quante riflessioni su di noi stessi! Quante riforme nei nostri sentimenti e nella nostra condotta! Amiamo tanto il piacere, temiamo tanto l'afflizione e la sofferenza; e come osiamo noi dirci cristiani?


II. Obbrobrii che i nemici di Gesù Cristo gli fecero soffrire.
— Dal giardino degli Olivi Gesù, legato strettamente, venne condotto come un reo in casa di Caifas tra mille grida oltraggiose. La notte, che segui l'arresto, fu dato in potere dei nemici, che dopo di avergli bendati gli occhi, con pugni e schiaffi percuotendolo e sputandagli in faccia, gli dicevano: Indovina chi ti ha percosso. Il giorno che segui quella trista notte, lo traggono per le vie di Gerusalemme vestito da pazzo, lo scherniscono, lo insultano come un folle. Di la ricondotto al Tribunale di Pilato, e uguagliato a Barabba e tutto il popolo che poco prima l'aveva ricevuto in trionfo, proclama che Barabba, ladro ed assassino è men reo di lui, e dimanda con grida di rabbia e di furore la morte di colui che non aveva mai fatto che del bene. Poi lo si corona di spine, gli si getta sulle spalle, per ischerno, quasi mantello reale, uno straccio di porpora, gli si pone in mano una canna a guisa di scettro; e tutti lo beffeggiano come un re da teatro.
Addio la fama della sua sapienza; egli non è piu che uno stolto: addio la nomea della sua potenza; non si vede in lui che debolezza: addio l'areola della sua innocenza e della sua santità; ormai nell'opinione pubblica non è che un reo, un bestemmiatore degno di morte, più che non siano i ladri e gli assassini. Viene crocifisso tra due ladroni, come il più colpevole fra di loro; e tutto il popolo, stretto intorno alla Croce, l'opprime, sino al suo ultimo sospiro, di insulti e di sarcasmi.

Ecco come Gesù Cristo c'insegna l'umiltà, la sottomissione e la dipendenza; ecco come condanna l'orgoglio, che non può soffrire il minimo disprezzo, s'impazientisce per cose da nulla, mormora per la minima contraddizione; l'amor proprio, che si ribella per la preferenza data agli altri; la suscettibilità e la pretensione; ecco come c'insegna a contentarci della stima di Dio solo, ed avere in conto di nulla i giudizi umani, l'opinione pubblica ed i vani discorsi di quelli che scherniscono la pietà.
Qual frutto abbiamo ricavato sinora da questi divini insegnamenti? qual progresso abbiamo fatto nell'umiltà nel sopportare la mancanza di riguardi, le parole offensive, le ferite dell'amor proprio?
O Gesù, così umile, abbiate pietà di noi e convertiteci!

lunedì, marzo 29, 2010

Lunedì Santo [6]


Adoriamo con profondissimo rispetto Gesù coronato di spine, dopo di essere stato crudelmente flagellato e presentato quindi ai Giudei con una canna in mano a guisa di scettro e con indosso un vecchio straccio di porpora a guisa di manto reale.

Oh mio Salvatore, si vuol mettere in burla con ciò la dignità regale; ma sotto questi indumenti ingiuriosi vi riconosco per mio re e per mio Dio: vi onoro, vi lodo, vi benedico sotto questi indegni travestimenti, che per me il vostro amore vi ha fatto accettare.

I. Gesù coronato di spine, mistero di sofferenza e di umiliazione.

1° - E' un mistero di sofferenza. Perché le spine sono forti ed acute; i soldati le configgono a gran colpi nel suo adorabile capo, ch'è la parte Più sensibile del corpo e le fanno penetrare si avanti, che ne fanno spillare il poco sangue che i flagelli vi avevano lasciato.
Da ogni parte il sangue si effonde sul suo viso divino, che ne è tutto sfigurato; la sua santa umanità tutta intiera a cosi immersa nella sofferenza, che la profezia di Isaia si avvera alla lettera: Dalla pianta dei piedi sino alla sommità della testa, non e in Lui una parte senza dolore. Ed Egli riceve con calma e rassegnazione tanti atroci dolori, offrendoli a suo Padre per la salute del mondo.
Quale eroico sacrifizio! Quale amore incomprensibile!
Oh Gesù, come mai comprenderemo noi tanta carita?

2° - E' un mistero di umiliazione.
Si fa di questo gran Dio un re da teatro, che si espone alla pubblica derisione. Gli si mette sul capo la corona di spine per porre a ridicolo la corona reale, cui aveva diritto di portare; in mano una canna per scettro, sulle spalle uno straccio di porpora per manto reale; poi ciascuno s'inginocchia alla sua presenza, dicendogli per ischerno: Ti saluto, re dei Giudei. Dal ridicolo si passa alla crudeltà: Toglietelo, toglietelo da questo mondo, crocifiggetelo, grida la moltitudine; non vogliamo altro re che Cesare.
Oh mio Dio, mio vero Re, perdono di queste grida, perdono di questi scherni sacrileghi.
Per me non voglio avere ne altro re, ne altro Dio che Voi.


II. Insegnamenti che si possono ricavare dal mistero di Gesù coronato di spine.

1° - Questo mistero c'insegna a piangere i nostri peccati.
Inginocchiati innanzi a Gesù coronato di spine, dica ciascuno di noi: Ecco l'opera de' miei peccati, ecco i tanti dolori e le ignominie che costarono al mio Dio. Ed a tale pensiero, è possibile non detestare i nostri peccati? non piangerli e lavarli nelle nostre lagrime, miste col sangue che scorre dal capo adorabile di Gesù Cristo? E possibile non far seguire a questo dolore il fermo proposito di condurre in avvenire una vita migliore e più cristiana?

2° - Questo mistero ci predica la mortificazione; perché, dice S. Bernardo, è una vergogna essere un membro delicato sotto un capo coronato di spine. E' un contrasto ributtante che il Santo de' Santi sia nel dolore, ed io nelle delizie; che Gesù consegni il suo capo alle spine, e che io carpisca ogni occasione di procurarmi del piacere, quando posso senza gran delitto.

3° - Questo mistero ci insegna la umiltà. Perché la corona d'ignominia che porta Gesù e la condanna di quella corona di orgoglio e di ambizione, che forma uno dei nostri più dolci sogni. Gesù nello scegliere per sua parte una corona d'umiliazione, ha voluto dirci quanto riprovi la passione di comparire, di mostrarsi e d'innalzarsi al di sopra degli altri; e quanto al contrasto ami le anime umili, le quali, contente di Dio solo, non ricercano punto lo sguardo della creatura, ma fanno il bene in segreto, senza rumore, senza intenzione di farsi un nome, perché basta loro la virtu.
Raccogliamo nel fondo del nostro cuore questi preziosi insegnamenti e conformiamo ad essi i nostri sentimenti ed i nostri atti.

martedì, marzo 09, 2010

...entre todas las Mujeres! [20]

Sive: ANNO SACERDOTALI


Andando di notte a scaldare i panni per il marito infermo,
Santa Francesca Romana incontrò tre diavoli sotto l’aspetto
di religiosi che, con espressioni di finta umiltà, la sbeffeggiavano

venerdì, marzo 05, 2010

martedì, febbraio 16, 2010

SPES AEDIFICANDI, V




Il 5 settembre 2007, nel decimo anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta, a Pristina la capitale dello stato "albanese" del Kossovo, l'ammisitratore apostolico monsignor Dodë Gjergji ha presieduto la cerimonia di posa della prima pietra della chiesa dedicata alla santa di origine kossovara. La chiesa, che dovrebbe essere completata entro il 2010 nel centenario della nascita della santa, si estenderà su una suoerficie di circa 6.200 metri quadrati; è stata pensata come sede della curia episcopale ed avrà il titolo di concattedrale, essendo la sede titolare del vescovo di tutto il Kossovo l'antica sede episcopale di Prizren.
Per monsignor Gjergji la concattedrale della beata Teresa: "È per molti un simbolo di nuovo slancio e di speranza e questo sia per i cristiani che per i musulmani". Infatti, pur essendo un paese musulmano al 95% fu proprio l'allora presidente della repubblica Ibrahim Rugova (morto nel 2006) a volere fortemente una cattedrale nel centro della capitale dello Stato. Per il musulmano Rugova, onorato dai kossovari come «Padre della Nazione», infatti una capitale europea non può non avere una cattedrale.
Al centro di una città abitata da islamici svetteranno fieramente i due campanili gemelli di una riconoscibilissima chiesa cristiana in stile neo-romanico: "un cantiere in stile tradizionale nel bel mezzo di Pristina, simbolo solenne di una presenza che non si confonde con la banalità quotidiana, che rinnova una spiritualità autentica perché non modellata sulle mode o i conformismi del presente, ma sulla promessa di salvezza che vive al di là del tempo" (Colafemmina).

Pro Missa bene cantata [15]

Sive: Ecclesia Dei afflicta

Carlo Falconi nel suogià citato "Pentagono Vaticano" - l'"istant book" del 1958 che mirava a fotografare la situazione del cattolicesimo alla vigilia della morte di Pio XII - compone un ritratto del Cardinal Lercaro (1891-1977) assai interessante ed illuminante, soprattutto in riferimento al suo futuro ruolo di propugnatore della riforma liturgica in seno al concilio Vaticano II e quale presidente del "Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia".
Che Paolo VI pensasse al cardinal Lercaro quale responsabile della commissione incaricata di attuare l'aggiornamento della liturgia cattolica si spiega, infatti, per la notoria "passione per la liturgia" che contraddistingueva il cardinale di Bologna già in epoca preconciliare tanto che Pio XII lo aveva nominato "protettore" del movimento liturgico. Ma il Lercaro descritto dal Falconi però non è affatto un "liturgista" , ma più che altro di un "catechista".

Dalla penna dell'autore ne esce il ritratto di una Chiesa che, percependo una secolarizzazione inarrestabile, nella paura che il proprio ruolo sociale venga relegato soltanto a quello di distributore automatico di sacramenti, tenta l'azzardo dell'aggiornamento affidandosi alla buona pubblicità derivante da un maquillage liturgico: rituali più malleabili ed elastici allo scopo di poter continuare ad agire ritualmente su una realtà mondana sempre più profana. Ecclesiastici in realtà piissimi ed ortodossi che però scambiano la attiva partecipazione dei fedeli alla liturgia con la emotiva condivisione popolare di fronte ad una sacra drammatizzazione.
L'autore del libello del 1958, con lo sguardo ancora vergine da ogni postuma idealizzazione "conciliarista", involontariamente profetizza l'autentico spirito della smodata attuazione della riforma dei sacri riti:

"I nomi dei maggiori rappresentanti della corrente progressista moderata o anti-Pentagono dell'episcopato italiano, li abbiamo gia fatti: sono quelli di Lercaro, Roncalli e Montini.

L'arcivescovo di Bologna, cardinale Lercaro, è il più anziano dei tre nell'episcopato attivo (Roncalli, sebbene vescovo dal 1925, e solo dal '53 alla testa di una diocesi, e la consacrazione episcopale di mons. Montini risale appena al dicembre del 1954); egli e anche il primo «vescovo progressista» che abbia fatto parlare di se nel paese e al quale si attribuisca persino di aver fatto scuola tra i vescovi più giovani di alcune diocesi minori.
Di lui «intimo», Luigi Santucci, ha detto: «Il cardinale Lercaro e un cardinale, come dire?, da doposcuola, da gita scolastica, fuori porta col tranvai, i panini imbottiti, il triciclo del gelatiere e le fionde».
E il Bedeschi l'ha descritto «con gli universitari a tavola accettare l'imberrettamento appena si accorge che circola questo desiderio tra i presenti; tra i ferrovieri col bicchiere di vino davanti, ascoltare gli stornelli estemporanei; tra i bambini mascherati durante il Carnevale, indovinare i volti dei personaggi favolosi del giornalismo fumettistico; sul sagrato delle chiese, dopo le funzioni, parlare con tutti...». Questi atteggiamenti, si badi, sono assolutamente spontanei e naturali per il Lercaro, espressioni di quell'irrefrenabile bisogno di comunicativita che e tipico del suo temperamento.
Salvo che per la meditazione e per lo studio, egli, infatti, non puo star solo. E' noto che sin da pochi mesi dopo il suo insediamento a Bologna egli incomincio a ospitare in arcivescovado alcuni giovani (studenti universitari, operai, disoccupati), che manteneva a sue spese e intratteneva solitamente alla sua mensa. «Mi pesa meno sulla coscienza questo enorme palazzo — disse alloggiandovi dei bisognosi». Ma un altro giorno, alludendo ai suoi ospiti, precise, meglio l'altro motivo per cui li aveva raccolti: «Come farà il Papa a star da solo a tavola? chiese —. La sera, prima di andarsi a riposare, dovrà mettersi davanti allo specchio, far gesti, gridare, per avere l'illusione di essere con qualunque altro!».
La vocazione del Lercaro, infatti, e sempre stata quella del pedagogo.
Il cardinale Siri, in occasione del decennale di episcopato del suo corregionale, scrisse: «Rivedo i quaderni dettati da lui professore di religione quando io avevo dieci anni. A considerarli, si avverte ch'egli ha preceduto di qualche decennio i migliori metodi di insegnamento del catechismo. Era stato allora, con una sorprendente e genialissima genialita, un innovatore. Tale caratteristica non lo ha abbandonato mai. Fatto nel 1923 professore di Sacra Scrittura e Patrologia, fu ancora il genialissimo e non dimenticato rinnovatore di tali studi nel Seminario di Genova. Quando divenne insegnante di religione al liceo Colombo fu il vero fondatore di un "metodo complessivo di trattamento", che ancor oggi e criterio orientativo del nostro ambiente.
Non smentì tale caratteristica da parroco e da vescovo.»

Il Lercaro ha anche una buona cultura: non solo, dopo la guerra mondiale, a cui partecipò da soldato, integrò i suoi studi a Roma frequentando il Biblico, ma, tornato a Genova, ed incaricato di un insegnamento di filosofia, si guadagnò l'abilitazione accademica filosofica dal famoso filosofo Rensi con uno studio sul Balmes. Della sua eloquenza ha detto il Santucci che sfrutta la malla di una parola meditata e adorna, e dei suoi scritti che hanno uno stile «distillatissimo».
Lodi auliche, tanto più che di alcuni dei suoi discorsi piu impegnati non sono solo gli intimi a conoscere il vero autore [ovvero: Giuseppe Dossetti, ndr].
E quanto ai non molti libri del Lercaro, ascetici, liturgici, ecc., nessuno è eccezionale e capita mai di veder citato. Appunto perchè quel che conta in lui e il maestro, non l'erudito o lo scopritore o il critico.
La sua pedagogia, non si deve dimenticarlo, e essenzialmente quella del prete, non del professore prete, ma del prete tout-court: ieri del parroco, oggi del vescovo.

Del prevosto della Collegiata dell'Immacolata a Genova non si ricorda piu molto, fatta eccezione dell'ospitalità offerta nella sua canonica, dopo l'8 settembre 1943, a una decina di perseguitati politici (per nutrire i quali faceva spesso la spola tra Genova e Diano Marina, riportando sotto la tonaca barattoli d'olio e pacchetti di generi vari), degli undici mesi durante i quali fu costretto a spostarsi di convento in convento, braccato dalle S.S. (parecchi di quei mesi li trascorse al villaggio della Carità di don Orione, in una palazzina riservata ai sacerdoti malati di mente). Ancor meno poi si parla oggi del quinquennio di episcopato trascorso nell'ex-capitale dell'Esarcato, tanto le attivita dell'arcivescovo di Bologna han finito per eclissare le precedenti.

Comunque, sia nelle une che nelle altre, se si vuol cercare un motivo di continuità e di coerenza, si può senz'altro identificarlo nel culto della liturgia (il Lercaro e cosi appassionato della liturgia che il Papa lo ha designato protettore del Centro di azione liturgica). Non altro significa, infatti, la sua passione per la regia. Ormai tutto il mondo conosce l'iniziativa del Carnevale dei bambini di Bologna, giunto quest'anno [1958, ndt]alla sua sesta edizione, giacche vi partecipano persino intere delegazioni estere e personaggi internazionali intonati all'avvenimento (come Pablito Calvo, nel 1956): ma in Italia molti ignorano l'Arrivo dei Magi e la Processions delle Palme, due altre grandi manifestazioni per 1'infanzia volute dal Lercaro, e le cerimonie notturne del Venerdi Santo nella piazza di S.Petronio.

Nella fantasia del figlio del nostromo di Quinto (il Lercaro e nato a Quinto al Mare il 28 ottobre 1891) tutto tende a trasformarsi in spettacolo coreografico.
Quando si trattò ad es. di propagandare la fondazione, alla periferia di Bologna, di 17 nuove chiese, egli ideò un'occupazione simbolica dell'area dove avrebbero dovuto sorgere. Un lungo carosello automobilistico, come un'interminabile vertebra costituita da centinaia di macchine, avrebbe dovuto attraversare tutta la periferia, per un percorso complessivo di 51 chilometri, immobilizzando il traffico durante un intero pomeriggio domenicale (dalle 13,30 alle 21,30) in modo da far conoscere a tutti quello che stava per avvenire. Su ogni area prescelta 1'arcivescovo avrebbe piantato una croce, a fianco della quale sarebbe poi stato innalzato un cartellone su palafitte munito di una scritta con caratteri fosforescenti: «Qui sorgera, con l'aiuto di Dio e del popolo bolognese, la chiesa dedicata a...». Ciò che fu fatto. E a mezzogiorno, in S.Petronio, prima di dare il via al corteo, l'arcivescovo parlò al popolo, poi deposta la croce pastorale su di un vassoio, percorse lui stesso le navate della Basilica per raccogliere le offerte.
Quando accaddero i fatti d'Ungheria impose il lutto a tutta la Chiesa bolognese e tutte le parrocchie della diocesi vestirono i loro portali di gramaglie.

I bolognesi sanno ormai che la loro citta non avra piu tregua fino a che avra lui per arcivescovo. Essa non fa che passare, quasi senza soste, da una liturgia all'altra. Basta pensare alle missioni. Nel '52, e vi era appena giunto, Lercaro fece tenere la prima predicazione italiana «per un mondo migliore»; poi, dal '53 al '56, in tre tempi, Bologna fu teatro della grande Missione, dapprima nel suo retroterra, poi nelle varie zone cittadine; ora e la volta della diocesi.
Per Lercaro, insomma, il Sacro deve diventare un fatto visivo, auditivo, e soprattutto dev'essere esperimentato insieme, comunitariamente. Questo, e non altro, e il suo vero «andare al popolo» di sagacissimo pedagogo e manovratore di folle.
Egli e per tutti: per la massa e per ogni categoria: per gli intellettuali, che raggiunge all'Universita o alla Lectura Dantis; per gli imprenditori, a cui ricorda i doveri sociali della proprieta; per le famiglie, che convoca per il lunedi di Pasqua e per il Ferragosto nella sua Villa Revedin, appena fuori porta; per i tramvieri, pei quali organizza il lunedi del tramviere; per i barbieri, pei quali ordina una speciale messa domenicale; pei carcerati, che fa assistere da un apposito Comitato di assistenza cittadino, ecc.

In questo suo «andare al popolo», tuttavia, ha finito per infiltrarsi, in parte fatalmente (per il demone demagogo che e l'anima segreta di ogni regìa e liturgia) in parte consapevolmente, quel certo lievito di popolarismo e proletarismo che per qualche anno lo ha fatto chiamare sui rotocalchi il «Papa rosso» o il «Papa socialista». Il calore dell'oratoria e stato colpevole in parte di questo abbaglio. Ma bisogna anche riconoscere che, per qualche tempo almeno, deve effettivamente aver inclinato a un certo progressismo. Nella prolusione al VII Convegno nazionale degli assistenti delle A.C.L.I., svoltosi a Bologna dal 21 al 24 settembre 1954, egli disse, ad esempio, e lascio che fosse stampato: «La classe lavoratrice, per usare un termine comune, sta assumendo nella vita della società un posto che finora non ha avuto. Le leve di comando della vita di domani saranno indubbiamente nelle sue mani».
Oggi questo non avviene. Anzi, dopo la sconfitta del suo pupillo Dossetti alle elezioni comunali del 1956, tanto nelle sue parole che nelle sue decisioni, sono spesso affiorati accenni rivelatori di un integralismo finora abilmente sottaciuto o travestito. Subito dopo le sfortunate elezioni accennate, ad es., in piena festa del Corpus Domini, anzi alla presenza dell'Ostensorio, prima di impartire la benedizione, egli arringo la folla dicendo tra l'altro: «Ci viene fatto di pensare con amarezza questa parola tua vedendo l'apostasia di tanti nostri fratelli che sono corsi follemente a sbattezzarsi».
E recentissimamente, dopo la sentenza del tribunale di Firenze sul caso di Prato, il gesto di imporre nuovamente, ma questa volta per l'intera quaresima, il lutto alla diocesi aggravato dal suono a morto delle campane ogni sera, e stato accolto come la piu amara rivelazione d'un inammissibile stato d'animo."

mercoledì, febbraio 10, 2010

tra Hanna e Caifa /2


Sive: "TRANSIIT IAM ANNUM..."

Nel primo anniversario della morte di Eluana Englaro, il Ministro Maurizio Sacconi si è recato in pellegrinaggio a Lecco presso la Casa di Cura "Beato Luigi Talamoni" dove la donna, in stato vegetativo morta il 9 febbraio 2009, rimase ricoverata per più di un decennio accudita con spirito di cristiana campassione dalle suore Misericordine.
Ricevuto dalla Madre Superiora Suor Aldina Corti, il Ministro del Welfare si è fatto anbasciatore di una divota epistola del Presidente del Consiglio dei Ministri:
"Carissime sorelle,
è trascorso ormai un anno dalla scomparsa di Eluana Englaro.
Vorrei ricordarla con voi e condividere il rammarico e il dolore per non aver potuto evitare la sua morte.
Vorrei soprattutto ringraziare tutte voi per la discreta e tenace testimonianza di bene e di amore che avete dato in questi anni, i gesti di cura che avete avuto per Eluana e per tutte le persone che assistete lontano dai riflettori e dal clamore in cui invece sono immerse le nostre giornate, sono un segno di carità, un esempio da seguire per me e per tutti noi che abbiamo la responsabilità di governare il nostro amato Paese.
Vi prego di pregare per l'Italia perché ritrovi pace e serenità nella vita pubblica e in quella privata di ciascuno di noi,
cordialmente Silvio Berlusconi".

martedì, febbraio 09, 2010

Breve ai Principi, VII

Ovvero: amplissimo estratto dalla parte conclusiva della "lectio" intorno ai fondamenti antropologici della lettera enciclica "Caritas in veritate" che l'Eminentissimo Camillo Ruini ha tenuto, in quella che fu la sua Arcibasilica Lateranense, la sera di lunedì 8 febbraio 2010:

"L’Enciclica Caritas in veritate costituisce [...] un grande appello anzitutto ai credenti in Cristo, ma anche a tutti coloro che condividono la centralità della persona umana e l’assoluta non riducibilità del suo essere e del suo valore a tutto il resto della natura. Un appello che ha alla base, insieme alla centralità del soggetto umano e alla sua dignità inviolabile, il legame inscindibile tra carità e verità, con la conseguenza che un cristianesimo di carità senza verità diventa fatalmente marginale nel divenire concreto della storia. Il contenuto di questo appello è orientare a favore dell’uomo la nuova fase che si sta aprendo per il fatto che l’uomo sta diventando capace di modificare fisicamente se stesso: è questo infatti il cuore della nuova “questione antropologica”.

Vorrei terminare individuando due condizioni essenziali perché un tale appello possa essere accolto e avere una reale efficacia storica.

La prima di esse ha a che fare con il processo di globalizzazione e con i mutamenti in corso nei grandi equilibri geo-economici e geo-politici, ma anche e inevitabilmente geo-culturali.La centralità della persona umana si è però affermata storicamente proprio in quelle culture che hanno la loro matrice nel cristianesimo. Sono dunque i popoli eredi di tali culture quelli che per primi hanno la responsabilità e il compito di mantenere e far fruttificare la centralità dell’uomo nella nuova fase storica che si apre davanti a noi, pur cercando, come è doveroso e necessario, di sollecitare anche le altre nazioni e civiltà ad un impegno convergente.
In particolare l’Italia ha a questo fine un ruolo peculiare tra le stesse nazioni europee, ruolo fortemente sottolineato da Giovanni Paolo II, ad esempio nella Lettera ai Vescovi italiani del 6 gennaio 1994, dove scriveva: “All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli Apostoli Pietro e Paolo”. Con uguale vigore Benedetto XVI, nel discorso alla Chiesa italiana tenuto a Verona il 19 ottobre 2006, sottolineava che, attraverso un atteggiamento dinamico e non rinunciatario, “la Chiesa in Italia renderà un grande servizio non solo a questa nazione, ma anche all’Europa e al mondo, perché è presente ovunque l’insidia del secolarismo e altrettanto universale è la necessità di una fede vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo”. Di questo compito e servizio noi italiani dobbiamo essere assai più convinti e consapevoli.

La seconda condizione per accogliere sul serio l’appello contenuto nella Caritas in veritate riguarda ognuno di noi, all’interno della situazione che ciascuno si trova a vivere.
Siamo infatti tutti corresponsabili perché la centralità del soggetto umano assuma un rilievo forte e concreto, capace di incidere sul crescente potere che l’umanità sta acquistando di modificare fisicamente se stessa, per orientare questo potere a favore dell’uomo, considerato in ogni singola persona e in ogni fase della vita sempre come fine e mai come mezzo. In pratica, responsabilità e impegno sono richiesti agli scienziati, ai medici e agli altri operatori sanitari, ma ugualmente agli uomini della cultura e della comunicazione sociale, anzi, ad ogni persona che pensa e agisce, perché la cultura reale di un popolo è fatta dalle convinzioni e dalle scelte che tutti compiono ogni giorno.
Grandi sono, inoltre, le responsabilità dei politici, legislatori e amministratori, ma di nuovo, in un paese democratico, anche di ogni cittadino chiamato a compiere le proprie scelte politiche. E ancora molto dipende da chi può guidare o condizionare gli enormi interessi economici che spesso stanno dietro al lavoro degli scienziati e dei tecnici: anche qui le scelte quotidiane delle persone e delle famiglie hanno però, in concreto, un peso non trascurabile.
Finalmente, una specifica responsabilità riguarda noi sacerdoti e vescovi, i religiosi e le religiose, ciascun credente che intende essere testimone e missionario della fede nel Dio amico dell’uomo."

venerdì, febbraio 05, 2010

Historia Ecclesiastica Anglorum, XIV


Il quotidiano britannico "The Sun" titolava nell'edizione del primo febbraio 2010: "CATHOLIC CAPELLO IS FURIOUS".
Il cattolicesimo del commissario tecnico della nazionale di calcio inglese Fabio Capello è, infatti, argomento assai esotico per l'anglicana Inghilterra tanto che la decisione di punire il calciatore John Terry, togliendogli la fascia di capitano, a seguito del pubblico scandalo del tradimento della moglie con tal Vanessa Perroncella fidanzata di un compagno di squadra nonchè lo scandalo per quelle 20.000 sterline -sulle quali è l'icona della puritana Elisabetta II- date alla medesima amante per abortire, viene additata all'opinione pubblica britannica non tanto come una decisione dettata dal comune buon senso ma, bensì, viene interpretata come il frutto della morale cattolico-conservatrice del "papista" Capello.
Leggere per credere:
"Devout Italian Roman Catholic Capello, 63, who was already reeling from his captain's fling with model Vanessa Perroncel, is an outspoken anti-abortionist.
He is said to be horrified Terry arranged for Vanessa to have a termination.
In 2007 family man Capello told an Italian magazine he supported conservative Pope Benedict XVI - and opposed Italy's laws allowing terminations.
He said: "I'm very Catholic and I am not all in favour of the current law on abortion".
"I like the Pope, the Church needs a traditionalist turn".
"I am someone who prays twice a day, in the morning and evening, wherever I find myself."

giovedì, febbraio 04, 2010

Sonètos Fùnebres, XX


Regina di Sassonia-Meiningen nacque a Würzburg, nella cattolica Baviera, il 6 gennaio 1925; al fonte battesimale ricevette i nomi: Regina Helene Elizabeth Margarete. Quartogenita della contessa Clara Maria di Korff e del principe Georg von Sachsen-Meiningen: il titolare del ducato di Sassonia-Meiningen, esponente del Casato di Wettin dal quale discendono anche le Real Case ancora regnanti nel Regno Unito, Belgio e Lussemburgo.
A seguito della morte in guerra del fratello primogenito Antonio Ulrico, e con l'ingresso nella Certosa del secondogenito Federico Alfredo (la sorella Maria Elisabetta era morta prematuramente nel 1923), ecco che la ancora adolescente Regina venne a trovarsi al centro delle trame matrimoniali delle dinastie europee, essendo la principessa ereditaria della propria Sassone prosapia. E pertanto, il 10 maggio 1951, nella città francese di Nancy, nella Chiesa di san Francesco d'Assisi detta "des-Cordeliers", nonchè luogo di sepoltura della stirpe dei Duchi di Lorena, Regina sposò la trentanovenne Altezza Imperiale e Reale Franz Josef Otto Robert Maria Anton Karl Max Heinrich Sixtus Xaver Felix Renatus Ludwig Gaetan Pius Ignatius von Habsburg-Lothringen, ovvero: Ottone d'Asburgo-Lorena, capo della dinastia asburgica, figlio ed erede dell'ultimo imperatore austro-ungarico, "il santo" Carlo I e della "Serva di Dio" Zita di Borbone-Parma. Con le nozze la principessa di Sassonia-Meiningen assumerà il titolo di S.A.I.&R. (Sua Altezza Imperiale e Reale) Arciduchessa Regina von Habsburg.
La coppia arciducale, dalla Lorena, nel 1954 stabilì la propria residenza nella "Villa Austria" detta la "Kaiservilla" vicino al lago di Starnberg, presso la città bavarese di Pöcking.
Cattolica madre delle loro altezze imperiali Andrea (nata nel 1953), Monika, Michaela (1954, sorelle gemelle)Gabriela (1956) e Walburga (1958), nonchè dei principi Karl von Habsburg (nato 11 gennaio 1961) e Georg (1964); nel 2001 ebbe la gioia di celebrare le nozze d'oro a Nancy.
Il 2 dicembre 2005, a seguito di una caduta, subì un trauma cranico dal quale riuscì a riprendersi. Le sue ultime apparizioni ufficiali sono state in occasione della traslazione dei feretri, nel 2006 della madre e del fratello Antonio Ulrico e, poi nel 2007, dei resti mortali del padre Giorgio (morto nel 1946 prigioniero in Russia) alla cripta di Veste Heldburg presso il borgo di Heldburg (sede originaria della dinastia paterna).
All'età di ottantacinque anni, dopo aver ricevuto i Santi Sacramenti, è serenamente spirata, nella villa imperiale di Pöcking, circondata dall'affetto del marito e di tutta la imperial-real famiglia nella mattina di mercoledì 3 Febbraio 2010; anno novantaduesimo dal crollo dell'impero asburgico.

martedì, febbraio 02, 2010

LA DIVINA PASTORA [15]


Sive: HISTORIA ECCLESIASTICA ANGLORUM

Sui media britannici è trapelata la novella dell'irritazione della Sua Maestà Britannica per la pubblicazione dela costituzione apostolica "Anglicani cetibus": nel novembre 2009, senza alcuna previa consultazione dell'Arcivescovo di Canterbury, "Queen Elisabeth" ha sovranamente deciso d'inviare il Gran Ciambellano a colloquio con il Primate cattolico d'Inghilterra, monsignor Vincent Nichols.
L'alto funzionario della Real Casa si sarebbe fatto latore presso l'Arcivescovo di Westminster delle ambasce della Regina, seriamente preoccupata per le possibili gravi emorragie dell'ala "ritualista" di quella Chiesa d'Inghilterra di cui Elisabetta II è la papessa.

lunedì, febbraio 01, 2010

De Obitu Theodosii /3

SIVE: IN CAUDA VENENUM

Il vaticanista Carlo Falconi dava alle stampe nell 1958, ovvero: nell'incombenza della morte di Pio XII, il saggio dal titolo divenuto proverbiale:
"Il Pentagono Vaticano".
Il Falconi, nel fare una panoramica sullo "status" del cattolicesimo italico nella stagione dell'estremo autunno pacelliano, delineava, dell'allora "rampante" Cardinale Giuseppe Siri (1906-1989), un impareggiabile ritratto che, nonostante ignori fatalmente il successivo trentennio di storia "siriana", riesce ancora, non di meno, a trasmettere la possanza di un assai gustoso ritratto a tutto tondo:

"IL DELFINO DI GENOVA

Fu sulla fine del 1928, nel giorno della beatificazione del cappuccino ligure fra Francesco da Camporosso, che il cardinal Pizzardo, allora sostituto della Segreteria di Stato di Pio XI, udi per la prima volta il nome del suo futuro collega e collaboratore Siri.
Quel mattino di domenica, il Siri, sacerdote da poche settimane, era partito dal Seminario lombardo, di cui era ospite, per recarsi in un centro della campagna romana a celebrare la messa. Poi, inforcata la bicicletta, s'era messo a pedalare di gran lena per giungere in tempo alla funzione in San Pietro. Ancor fuori Roma, però, una macchina lo investiva ferendolo gravemente. Quando lo portarono al Seminario lombardo, era privo di conoscenza e in preda a una grave commozione cerebrate.
Il cardinal Minoretti, allora ancora semplice arcivescovo di Genova, che ebbe appena il tempo di vederlo, ne resto cosi costernato da non saper quasi dir altro al Papa, non appena fu ammesso alla sua presenza. Il Siri era la miglior speranza del giovane clero genovese. Inviato a Roma due anni prima si era subito rivelato tra le intelligenze piu notevoli della Gregoriana, l'universita dei gesuiti. L'apprensione del Minoretti colpi papa Ratti, che non si accontentò di inviargli subito una sua speciale benedizione, ma continuò per parecchio tempo a chieder di lui al suo sostituto, anch'egli ligure ed ex-alunno dello stesso Collegio lombardo.
Nelle sue visite in piazza Santa Maria Maggiore 5, dove ha sede il Collegio, mons. Pizzardo ebbe presto occasione di conoscere direttamente il beniamino del cardinal Minoretti. Poi la laurea summa cum laude in teologia riportò il giovane Siri alla sua Genova, dove l'attendeva la cattedra di «fondamentale» del Seminario. Invano mons. Pizzardo, che in quello stesso anno (1929) era diventato segretario della Sacra Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, aveva tentato di convincere il Minoretti ad avviare alla carriera diplomatica il suo protetto. Benchè figlio d'uno scaricatore del porto e d'una portinaia, il Siri aveva la distinzione di tratto e di portamento d'un rampollo della piu genuina e storica aristocrazia; non solo, ma una padronanza di se, un linguaggio cosi controllato e incisivo, e persino, gia allora, un po' aulico, da fargli facilmente prevedere sicuri successi nella via diplomatica.
Ma il cardinal Minoretti non aveva sbagliato a puntare sulla genialità teologica del suo giovane sacerdote e a non privarsene. II Siri fu subito il professore più discusso e seguito del Seminario. Nel 1940 la casa editrice Studium annuncio un suo Corso di teologia per laici, di cui pubblicava intanto il primo volume: La rivelazione. Qualche anno dopo uscì anche La Chiesa. Poi piu nulla. Ma bastano quei due primi volumi a dar la misura del suo eccezionale magistero.
Da quell'epoca ad oggi [1958, ndr] c'e stata persino un'inflazione in materia di testi teologici per laici: ma nessuno e ancora riuscito ad eguagliare quei due. Eppure son tutt'altro che privi di difetti: disturba soprattutto lo stile, per lo piu essenziale e scabro fino alla mania, ma spesso anche ricercato e magniloquente fino all'enfasi. L'impostazione, tuttavia, e spesso originale, il procedimento logico ineccepibile e la ricchezza delle deduzioni e delle applicazioni quasi sempre inesauribile. E facile capire l'effetto di quelle lezioni ascoltate anziche lette. Ben presto penò non fu solo il Seminario a vantarsi del nuovo professore: il cardinal Minoretti volle che accettasse anche l'insegnamento di religione nel liceo Doria. Nominato quasi subito assistente degli universitari, poi dei laureati cattolici, quest'ultimo movimento se ne impadroni, lanciandolo, per cosi dire, su scala nazionale, coll'affidargli le lezioni delle note Settimane di Camaldoli.
In quegli stessi anni, spiccavano nel clero genovese altri nomi: quelli, ad esempio, di Emilio Guano e di Giacomo Lercaro. Sia l'attuale assistente dei Laureati cattolici che l'attuale cardinale arcivescovo di Bologna erano più anziani del Siri. Forse continuarono ad essere piu amati. Siri fu subito il piu ammirato. Amarlo era piu difficile. Anche se mostrava desiderio d'esser circondato dai suoi alunni, era soprattutto la loro intelligenza ch'egli cercava: e questo equivaleva a operare gia una selezione. I meno dotati non potevano far a meno di notare in lui, sia che parlasse dalla cattedra o dal pulpito, e nonostante quel tono pacato di sicurezza con cui porgeva, un'appena dissimulata ironia: come se egli sentisse la sua sconfinata superiorità intellettuale sugli ascoltatori e sapesse di esercitare una specie di magia sulle loro intelligenze.

Ma il professor Siri sapeva sostituire la sua mancanza di calore umano col tatto e la raffinatezza dei modi e della parola. Come imponeva ordine nelle sue idee, così sapeva padroneggiare i suoi gesti, dominare le sue reazioni, calcolare l'opportunita delle sue prese di posizione. Alla morte del cardinale Minoretti, nel 1938, divenne pupillo del successore, il gesuita piemontese Pietro Boetto. Piu tardi, all'inizio del 1944, il Boetto ottenne da Roma di farne il suo vescovo ausiliario. La nomina sorprese molti in citta e diocesi, dove si dubitava delle capacita di governo del «professore», proprio in ragione della stima con cui si apprezzavano le sue qualità intellettuali. Il parroco Lercaro, ad esempio, sembrava piu adatto e maturo a un ufficio del genere (il Siri, tra l'altro, aveva appena 42 anni). Ma il Siri, che non volle abbandonare la cattedra in seminario, stupì tutti un'altra volta. Raccolse subito l'alta direzione dell'ONARMO, fondata l'anno prima dal cardinale Boetto per l'assistenza religiosa degli operai; ma si consacrò soprattutto a un'opera nuova, l' «Auxilium », una specie di «Pontificia» genovese, che offriva minestre e generi alimentari a poveri e sinistrati (metà città lo era dopo i micidiali bombardamenti), come pure agli istituti e alle opere pie, inviando ovunque i suoi camion bianchi a strisce gialle per raccogliere i viveri necessari. La rivelazione dell'uomo d'azione non era ancora completa. Presto si sparse per Genova la notizia che mons. Siri aveva dovuto lasciare la città perchè ricercato dai tedeschi e dalle brigate nere pei suoi rapporti coi partigiani. La sua assenza non durò molto, ma aumento enormemente il suo prestigio. Al momento di evitare la resistenza ad oltranza dei tedeschi, che avrebbe finito per distruggere la città (il porto era gia minato), fu mons. Siri, in rappresentanza del cardinale Boetto, a esercitare i suoi uffici di mediatore presso il generale tedesco Meinhold.
Poi, nel gennaio del 1946, il Boetto moriva e, nel maggio, il Siri ne raccoglieva l'eredita. Oltre che arcivescovo, diveniva cosi anche «legato trasmarino», Gran cancelliere del Collegio teologico di san Tommaso d'Aquino, abate di San Siro, ecc. Per il figlio della popolana di piazza dell'Immacolata era un traguardo sbalorditivo e raggiunto a soli 44 anni. Ma questo non l'aiutò a superare il complesso delle sue origini. Molti a Genova sostengono ch'egli, gia dai primi anni del suo sacerdozio, non abbia piu voluto metter piede nella portineria dove aveva visto la luce. E si racconta anche d'una udienza negata all'umile donna del popolo che l'aveva aiutato coi piccoli risparmi a pagare la sua retta di seminario, desiderosa d'incontrare finalmente il suo arcivescovo a tu per tu nella solennita dell'episcopio. Veri o no, questi episodi vogliono probabilmente alludere soprattutto alla fredda aristocraticita che distingue oggi, nonostante le sue molte opere in favore dei diseredati, il vero capo della Superba. Quest'involuzione fu certamente lenta, ma ebbe il primo avvio nell'educazione tipicamente borghese del seminario, accentuandosi specialmente dopo il passaggio da Genova a Roma. Ritornato in citta, gli fu istintivo far di tutto per strappare da se ogni legame col passato, fors'anche per un bisogno di reazione allo squallore dell'infanzia e alle sue dure privazioni.

Una delle citazioni piu frequenti sulle labbra del cardinal Siri e oggi questa: homo sine pecunia imago mortis. E può anche meravigliare la sua frequente difesa del diritto di proprietà: essa s'innesta senza alcun dubbio su motivi psicologici molto personali. Nell'esporla, il cardinale muove sempre dalla rivendicazione dell'autonomia come elemento base della personalità. La persona — egli dice — è autonoma o non è; e per esserlo ha bisogno di avere a sua disposizione beni di consumo e di produzione. Senza di essi, muore o è mortificata: l'uomo non è uomo se non ha l'indipendenza dal bisogno. Per questo motivo la sua difesa dei poveri non è senz'altro demagogica, ma sincera. Difendendoli, egli continua ad abolire parte dei suoi anni d'infanzia e della vita dei suoi genitori. Per questo ha creato l'«Auxilium», ha promosso l'iniziativa delle «case minime», ha fondato la Casa san Giorgio per l'emigrante, dato vita a un'intera organizzazione di spacci alimentari ed ha di mira di rendere autosufficienti dal punto di vista caritativo tutte le parrocchie della sua diocesi, se non altro per assicurare l'eliminazione dei casi di miseria piu disumana. Perciò, appena nominato arcivescovo della sua città, scrisse una pastorale per sollecitare maggiori aiuti economici al clero; e, appena ricevuto la nomina a cardinale, declinò ogni regalo per se, invitando invece a dare a «coloro che mancano ancora di una casa e che son privi di lavoro».
Tutto questo, pero, spiega anche il perchè egli subisca contemporaneamente e soprattutto il fascino della grande potenza finanziaria e dei suoi magnati; non solo ma persino quella degli avventurieri, tutt'altro che rari in un mondo come quello. Solo in questi ultimi anni, le cronache genovesi hanno portato alla ribalta parecchi di costoro, per lo piu assai vicini, per le loro quanta di cattolici praticanti, alla Curia e alla persona stessa del cardinale.
Nel '56 ci fu lo scandalo Nicolay-SFIAR, due società che si erano appropriate circa 700 milioni promettendo interessi spettacolari. Il personaggio dominante in questa ridda di speculazioni risulto essere Antonio Loi, gia segretario, nei primi anni del dopoguerra, della Democrazia cristiana genovese, poi vice segretario amministrativo del partito e infine amministratore di tutti i giornali della DC. Fu arrestato nell'estate di quell'anno, immediatamente dopo il suo rientro dalla Spagna, dove aveva accompagnato il cardinal Siri, legato pontificio per le celebrazioni centenarie di S.Ignazio di Loyola. La recente rincarcerazione di Ebe Roisecco, infine, ha fatto ricordare la voce diffusa e non mai smentita nella primavera del '53: e cioè che, mentre la tentata suicida di allora era piantonata dalla polizia all'ospedale di san Martino per il suo deficit di mezzo miliardo, il cardinale Siri aveva promosso una riunione dei suoi creditori per tentare un accomodamento.
Salvo la più compromettente fiducia nel Loi, i rapporti del cardinale con la Roisecco non vanno certo sopravvalutati. Le vere relazioni del cardinale Siri sono ben altrimenti fondate, basate essenzialmente su famiglie ed enti il cui solo nome basta a dire potenza e solidità: si tratta infatti dei Costa, dei Dufour, dei Piaggio, dei Cameli, ecc., insomma dei grandi armatori e industriali che negli anni critici del dopoguerra hanno trovato nell'arcivescovo Siri il piu sicuro baluardo per la difesa dei loro interessi e della loro politica economica.
Tra il cardinale e loro non si trattava d'una vera e propria alleanza: anche se si sentiva personalmente lusingato di allacciar legami con una aristocrazia dalla quale le sue origini avrebbero dovuto tenerlo per sempre lontano, l'arcivescovo era sicuro di non tradire, avvicinandoli, la causa dei poveri: o perlomeno era certo di esercitare quell'opera di mediazione interclassista che la dottrina sociale cattolica ritiene il dovere d'ogni fedele e tanto più d'ogni vescovo.
Nel suo scritto piu ambizioso sulla questione sociale, destinato al clero della sua diocesi nell'Epifania del 1956 dove sono raccolte idee sostenute da anni, egli ha scritto tra l'altro : «non riconosciamo a nessuno di poterci trarre a fazioni ispirate ai mutevoli venti, a facili opportunità, a peccaminose popolarita: noi siamo solamente di Cristo. Le parole 'destra e sinistra' non ci appartengono, come non ci appartiene qualunque altra che significhi semplicemente 'diverso da destra e da sinistra'».
Ma l'ingenuità della soluzione mediatrice non tarda ad apparire: «Molti dei nostri fratelli hanno ridotto le cose buone e belle al denaro, al dominio, al senso (veramente poco!) e queste tre risorse hanno ristrette a pochissime variazioni. Così accade che i più siano colpevolmente poveri e che i poveri si sentano immensamente più poveri di quello che sono. Tutti hanno il sole, la natura, l'arte, il sentimento, la poesia, l'amicizia e soprattutto la verità e la bontà! Perche non ne godono?... Che bisogno c'è di chiudere il Cielo, di spegnere il sole e di versar veleno in tutte le bevande, per far la giustizia nel mondo?». E ancora: «La questione non e tanto di sapere in quali mani andranno le riserve, ossia il Capitale (che ci deve essere perchè nessuno fa vivere la società senza riserve), ma quella di sapere se chi dirige (e chi dirige ci sarà sempre) sapra rispettare la dignità di chi e diretto e saprà non chiudergli le porte».
Con idee come queste — tutt'altro che originali nella sostanza, ma spesso molto abili nello sviluppo — il cardinal Siri e riuscito a consolidare e a diffondere le sue opere caritative, ma anche ad attenuare — non senza valersi dei suoi larghi appoggi politici — la tensione tra masse operaie e imprenditori, giunta non di rado, specie nei primi anni del suo governo, al limite.
Un altro più vasto strumento di avvicinamento degli ambienti del capitale egli seppe darsi con l'UCID (Unione cattolica imprenditori dirigenti). Nata a Milano nel 1946 in forme ancora assai imprecise, essa assunse una fisionomia adeguatamente organizzata solo a Genova, nel febbraio del 1947, sotto il nome di Gruppo ligure imprenditori dirigenti. Fondatori: coll'arcivescovo Siri, il conte Lo Faro, l'ingegner Pautrier e gli avvocati Sciaccaluga e Borasio. Un forte nucleo di industriali aderì al movimento sotto la presidenza Lo Faro e poi sotto quella del dottor B. Vaccari. Il Siri ne fu il consulente ecclesiastico: carica che ancor oggi [1958] ricopre nell'organizzazione nazionale, nei congressi della quale prende spesso la parola.
Durante la presidenza di Angelo Costa alla Confindustria (un altro fratello Costa, Giacomo, e il suo braccio destro alla testa dell'Azione cattolica diocesana), l'influenza del cardinale Siri si estese sempre in questo settore, da Genova a tutte le altre regioni. Specie dopo il 1950, il Siri non appartiene più soltanto a Genova e alla sua diocesi (appena 750.000 abitanti, distribuiti in 234 parrocchie, 63 delle quali nel solo capoluogo), ma all'Italia. Le tappe del suo crescente prestigio sono segnate soprattutto da queste date: 1951: nomina a presidente delle Settimane sociali dei cattolici italiani; 1953, elevazione al cardinalato; 1955, nomina a presidente della Commissione episcopale per l'alta direzione dell'Azione cattolica italiana.
Quest'ascesa aveva nel valore indiscutibile dell'uomo la sua giustificazione fondamentale, ma, come gia la sua nomina ad arcivescovo nel '46, aveva trovato a Roma dei fautori irresistibili: il Triumvirato cardinalizio Canali-Pizzardo-Micara (per merito soprattutto del secondo) e la Curia generalizia dei gesuiti.
Il successo ottenuto nel reggere e riorganizzare la diocesi dopo il ciclone bellico, le sue aderenze nell'alta classe dirigente e finanziaria settentrionale, le impressioni lasciate nei partecipanti alle Settimane sociali, furono decisivi per ottenergli la promozione al cardinalato a soli 48 anni.
Quando poi Gedda riusci a liberarsi del cardinal Piazza, che gli era divenuto progressivamente ostile, il Triumvirato gli fece assegnare dal Papa la presidenza della Commissione episcopale per l'alta direzione dell'A.C. (e quindi dei Comitati civici), per mantenere sotto il proprio controllo questo delicatissimo settore della vita italiana. Piazza, irritato dall'ingerenza di Gedda, ne aveva richiesto il sacrificio; il Triumvirato lo giocò facendogli credere di affidare il compito dell'eliminazione al Siri, di cui era nota l'antipatia per il dittatore dell'A.C. E cosi il Triumvirato salvò Gedda, non scontentò Piazza (che incaricò di dirigere l'alleanza latina per il prossimo conclave) e consigliò Siri di disarmare con «l'indispensabile» Gedda.
In tal modo, il Triumvirato, divenuto Pentagono nel '53, adottava il proprio Delfino. Nel Pentagono l'elemento più giovane, ma non certo papabile era, ed è, l'Ottaviani (67 anni contro gli 83 di Canali, gli 80 di Pizzardo, i 78 di Micara e i 75 di Mimmi).
Oggi [1958] Siri ne conta appena 52. Anche se non dovesse essere subito eletto (potrebbe esserlo nell'ulteriore conclave), il Pentagono avrà comunque in lui, nel frattempo, il suo migliore alfiere. Chi vuol conoscere il pensiero intransigentista del Pentagono (e il cardinale Siri, in un suo discorso, non ha temuto di richiamarsi al Sillabo, affermando che, se nel secolo scorso lo si fosse meditato, quel documento, non si sarebbe commesso l'errore capitalista!) non ha infatti da far altro che seguire le molte e notevoli affermazioni oratorie del cardinale di Genova. Le parole piu pacate, in apparenza, ma gravi nella sostanza, sono state pronunciate in questi ultimi anni proprio da lui. Come nel recente Convegno nazionale dei Comitati civici a proposito dell'intervento politico dell'Azione cattolica, e come a Trento, nel '55, per la Settimana sociale a proposito della scuola, quando disse che, nel campo dell'educazione, Chiesa e famiglia hanno diritto di priorità sullo Stato, il quale non solo deve tollerarne la concorrenza, ma anche finanziarla.

Nessuno in Italia parla oggi cosi frequentemente e autorevolmente, dopo il Papa, come il cardinal Siri. E, si puo ben dire, niente oggi avviene nell'Italia cattolica (ma anche in quella politica ed economica, per tacere, ma siamo solo agli inizi, di quella cinematografica) di cui non sia al corrente o garante o consigliere il Siri. Con una prontezza e versatilità sorprendenti (tanto piu che egli non dispone certo di schiere di competenti ai suoi ordini per ammannirgli il materiale) e con quella lucidità e originalità che gli sono caratteristiche, egli è sempre presente ovunque. Non forse sempre compreso, almeno dal grosso pubblico, colpiscono se non altro gli slogans coi quali suole punteggiare i suoi discorsi. (Parlando qualche anno fa del cinema, disse ad es.: «A proposito del cinema, la Chiesa non e una suocera irragionevole»; e ancora: «il cinema è il terreno sul quale s'incontra tutto quanto il mondo. Tutto quanto il mondo non lo incontro sul campo di gioco. Il mondo non lo trovo tutto in chiesa, purtroppo. Me ne dispiace, ma devo prendere atto di questo. Il mondo non lo trovo tutto in piazza. Il mondo lo trovo tutto quanto al cinema»; e inoltre: «Una volta il nartece, il protiro era l' ingresso della Chiesa. Ora in certi casi il nartece della Chiesa è il cinematografo»)

Se si guarda alla rapidità della sua ascesa e alla posizione di meritato prestigio ora raggiunta dal Siri, non sembra possibile che il prossimo conclave non debba puntare su di lui con quell'unanimità che ha concentrato nel '39 sull'ex-segretario di Stato Pacelli. II Pentagono, certo, lavora in questa direzione, ed egli lo sa. Negli anni scorsi, ad esempio, ha sostenuto un'alacre fatica linguistica, dedicando metodicamente qualche ora al giorno allo studio delle lingue. Al momento opportuno, non sarà certo inferiore a Pio XII nel parlar pentecostale e nella fecondità oratoria. Secondo alcuni intimi, poi, avrebbe gia scelto il suo futuro nome: «Se dovessi venir eletto Papa — avrebbe detto — prenderei ii nome di Gregorio. E da tempo che i Papi non assumono piu questo nome. Eppure e tutto un programma di energia e di intransigenza. Basterebbe pensare al compito svolto da Gregorio VII alla sua epoca».
Ma qualche mese fa (nel dicembre '57), in una conferenza sui rapporti tra Chiesa e Stato, a Genova, e caduto in un lapsus che farebbe ritenere già sorpassata quella scelta: infatti, piu volte, anziche dire Innocenzo IV, disse Innocenzo XIV."

mercoledì, gennaio 27, 2010

MEMORARE

Le fonti storiche concordano nell'indicare quale istigatore delle violenze antiebraiche verificatesi in territorio germanico al tempo della predicazione della Seconda Crociata un tale Raoul, monaco cistercense, cioè, appartenente al medesimo Ordine monastico di San Bernardo abate di Claveux il quale si affrettò a condannare tali atrocità a ad esortare le autorità temporali ad impedire il propagandarsi di consimili violenze.
La eco della gratitudine ebraica verso l'operato del "Dottor Mellifluo" è testimoniata, persino a quattro secoli di distanza da quei luttuosissimi eventi, da una cronaca ebraica "Emeq-ha-bakhà" -ovvero: "La valle del pianto"- composta al dotto medico e storiografo Joseph Ha-Cohen (Avignone 1496 - Genova 1575) tramandata in varie edizioni manoscritte e data alle stampe soltanto durante il XIX secolo:

«Il monaco Rodolfo era venuto in Germania per percorrerla e imporre il segno di croce a coloro che si riunivano per andare a Gerusalemme. Egli diffuse delle falsità contro gli Ebrei. Quando gli Ebrei lo seppero [...] implorarono l'Eterno dicendo: "Ah, Signore ecco che non sono passati tanti anni quanti ne passano da un giubileo all'altro da quando abbiamo sparso il nostro sangue come acqua per la santificazione del Tuo Nome, grande, potente, maestoso, nel giorno della grande carneficina! Ci rigetterai per sempre, Signore? E che cosa farai per il Tuo Nome glorioso? Ci susciterai Tu nuove afflizioni?"
Allora il Signore ascoltò i loro gemiti; si ricordò della Sua Alleanza, si volse dalla loro parte ed ebbe pietà di loro, nella immensità della Sua misericordia.
Egli inviò a questi mascalzoni
San Bernardo di Chiaravalle in Francia, che li chiamò, anch'egli, nelle forme a loro consuete e disse loro: "Andiamo e saliamo verso Sion, al sepolcro del nostro Salvatore ma guardatevi dal parlare agli Ebrei tanto in bene quanto in male, perché toccarli è toccare la pupilla dell'occhio di Gesù. Essi sono infatti sue ossa e sua carne e Rodolfo, discepolo di Gesù Cristo, non ha parlato giustamente, perché è di essi che si dice nei Salmi: Non ucciderli perché il mio popolo non li dimentichi (Sal 59,12)."
Ed essi ascoltarono la sua voce, perché godeva di considerazione tra di loro.
Si ravvidero della loro collera e smisero di fare del male agli Ebrei, come avevano avuto l'intenzione.
E quest'uomo non richiese agli Ebrei alcun riscatto, con cuore sincero egli aveva detto bene di Israele. Per questo io dico: "Ti ringrazio, oh Eterno, perché se Tu sei stato in collera contro di me, la tua collera si è allontanata e Tu mi hai consolato, lasciando di noi un resto sulla terra e conservando la vita a molti in quel giorno. Perché se la misericordia di Dio non avesse inviato questo sacerdote nemmeno uno sarebbe scampato.
Sia lodato Colui che libera e che salva! Amen, amen!".»

lunedì, gennaio 25, 2010

Historia Ecclesiastica Anglorum, XIII


Ovvero: Tratta dal (sempre clerical-chic) "Foglio" di sabato 23 gennaio 2010, di seguito, devotamente trascritta, la seconda parte dell'articolo "Il Convertito eterodosso" nel quale Luca F. Tuninetti enarra della "brillante difesa" che della propria conversione dall'anglicanesimo al cattolicesimo ideò il glorioso John Henry Newman:

«Nel 1864 si offrì a Newman un'altra occasione per dare pubblicamente ragione della sua conversione.
In una recensione, Charles Kingsley, professore di Storia a Cambridge e autore di romanzi di successo oltre che membro del clero anglicano, affermando che per il clero romano la verità non e una virtù, attribuì a Newman l'opinione che ai cattolici e lecito mentire per difendersi dai loro nemici. Quando venne a conoscenza dell'articolo Newman fu estremamente contrariato. Ne segui uno scambio epistolare che Newman, insoddisfatto della replica del suo interlocutore, pubblicò con alcune riflessioni conclusive. Kingsley rispose con un pamphlet in cui sollevava dubbi sull'onesta di Newman.
Al di la degli aspetti personali, in questo scritto emerge la grande distanza tra la mentalità vittoriana e il cattolicesimo. Newman rimase colpito dal fatto che Kingsley insinuava o tacitamente supponeva che egli fosse in realtà più o meno segretamente "romano" quando, ufficialmente, faceva ancora parte della chiesa di Inghilterra. Newman senti che Kingsley dava voce a una accusa, che lo aveva accompagnato fin dal momento della sua conversione, di non aver sempre conformato i suoi comportamenti alle sue convinzioni. Per dimostrare l'infondatezza di tale accusa egli decise di ricostruire quale era stato il suo pensiero in materia religiosa nei diversi momenti della sua vita mostrando come questo spiegasse le decisioni da lui prese di volta in volta.

Per difendere la propria onesta non poteva fare a meno di esporre al pubblico la propria storia.
Questo Newman lo fece in uno scrit¬to che prese la forma di sette fascicoli pubblicati a scadenze settimanali a partire dal 21 aprile. A distanza di due settimane segui una appendice in cui rispose dettagliatamente alle accuse di Kingsley. Nello stesso anno i fascicoli vennero raccolti in un volume con il titolo "Apologia pro Vita Sua".
Newman dovette lavorare freneticamente per dare una risposta alle accuse di Kingsley mentre era ancora vivo nel pubblico inglese l'interesse suscitato dalla controversia e per rispettare le scadenze settimanali nella pubblicazione dei singoli fascicoli. Quello che ne risulta e un libro assai particolare. Non e propriamente ne un'opera di controversia dottrinale ne una autobiografia spirituale. Può dare una immagine unilaterale del processo che ha portato 1'autore alla conversione in quanto si concentra soltanto sugli aspetti intellettuali. Ma e un libro affascinante - e non solo per lo stile o forse in quanto lo stile esprime perfettamente le caratteristiche di un'opera che e insieme serena e appassionata, molto personale ed estremamente discreta. Di fatto la fatica di Newman fu premiata da un grande successo presso il pubblico inglese, sia quello cattolico sia quello non cattolico. Ancora oggi probabilmente 1"`Apologia" e lo scritto di Newman più letto. Newman fu considerato da allora di nuovo e più di prima come una figura di importanza nazionale.
Per rispondere all'accusa di Kingsley, Newman ripercorre i passi che lo hanno portato ad allontanarsi a poco a poco dalla chiesa d'Inghilterra fino ad arrivare alla decisione di entrare nella chiesa di Roma. Al tempo stesso, egli rivendica però la continuità e la coerenza del proprio itinerario. In particolare, rievocando la sua attività nella chiesa anglicana Newman osserva con soddisfazione che il principio fondamentale che la guidava gli e al¬trettanto caro nel momento in cui scrive di quanto to fosse allora. Si tratta di quello che egli chiama "il principio del dogma", 1’idea che la religione non può esaurirsi in un sentimento ma richiede 1'adesione a verità definite. "Sono cambiato in tante cose", dice, "ma non in questo".

L’idea che la conversione non richieda l’abbandono delle convinzioni precedenti viene sviluppata da Newman in un passo della sua "Grammatica dell'assenso" (1870).
Questo libro è il punto di arrivo di riflessioni sulla ragionevolezza della fede che hanno accompagnato 1'autore lungo tutto il corso della sua vita. Newman ha ben presente 1'obiezione del razionalismo moderno secondo cui possiamo credere soltanto a ciò che e dimostrabile. Egli vede che accettare questo significherebbe ridurre la fede alla misura della ragione umana, ma ritiene che occorre allora chiederci come possiamo essere ragionevolmente certi delle verità della fede se non e possibile dimostrarle.
In una pagina della "Grammatica" Newman si sofferma sul fenomeno della conversione da una religione a un'altra. Egli osserva che una religione e un sistema complesso di riti, credenze e norme di comportamento e che un concreto individuo non aderisce a tutte le credenze della religione da lui professata con eguale convinzione. Quando consideriamo il passaggio di un individuo da una religione a un'altra dobbiamo allora chiederci se tali religioni hanno qualcosa in comune e se le credenze di cui quell'individuo era davvero certo quando abbracciava la prima religione erano quelle che essa ha in comune con 1'altra. Chi si converte abbandona talune credenze della sua precedente religione, ma bisogna vedere se tali credenze fossero effettivamente certezze di questo particolare individuo.
In effetti Newman sostiene che normalmente chi passa da una religione a un'altra tiene ferme quelle che erano le sue autentiche certezze e sono anzi proprio queste che lo spingono a superare i confini della propria religione. Per esempio tre protestanti possono diventare 1'uno cattolico, l'altro unitariano e 1'altro ancora ateo, continuando ciascuno a credere ciò che credeva quando si professava protestante: ciascuno di loro "ha fatto delle aggiunte, parecchie e significative, al principio che lo guidava all'inizio, ma non ha perso nessuna delle convinzioni che aveva originariamente" (tad. it. di B. Gallo, Jaca Book, Milano 2005, pag. 194).

Se e vero in generale che tutte le religioni hanno punti in comune, e vero più particolarmente per Newman che la Chiesa cattolica abbraccia ogni verità che gli uomini possono aver cono¬sciuto al di fuori di essa: "Questo è il segreto dell'influenza che la Chiesa esercita, del fatto che essa attiri cosi tanti convertiti dalle religioni più diverse e più conflittuali. Costoro vengono, non tanto per perdere ciò che hanno, quanto per guadagnare ciò che non possiedono; e perche, per tramite di ciò che hanno, venga dato loro di più” (ibid., pagg195-196). Chi si rivolge al cattolicesimo porta con se il suo essere certo e si converte "non per perderlo ma per tenerlo stretto con sicurezza anche maggiore" (ibid.).
Newman arriva a immaginare il caso, certamente bizzarro, di un uomo che partire dal paganesimo arriva al cattolicesimo passando per 1'islam, il giudaismo, l'unitarianesimo, il protestantesimo e l'anglicanesimo, acquisendo sempre nuove certezze senza perdere quelle già possedute.
Per capire perché Newman insista in questo modo nella "Grammatica”, sulla persistenza delle certezze occorre considerare qual è 1'intenzione fondamentale di quest'opera. Sinteticamente, si può dire che Newman vuole mostrare che la certezza non è l’esito più o meno automatico di un procedimento dimostrativo, ma una conquista personale per cui ciascuno deve e può fare affidamento sulle capacità che gli sono date dal Creatore.
La persone ha le risorse che le occorrono per arriva¬re alla certezza e le deve usare.
Se abbandonare le proprie certezze fosse facile come sembra a uno sguardo superficiale, questo, secondo Newman, potrebbe farci dubitare del fatto che sia ragionevole fare affidamento sulla nostra capacità di arrivare alla certezza. In particolare, non sarebbe ragionevole farlo nel caso che si tratti di materie religiose, nelle quali la varietà e variabilità delle opinioni sembra prevalente. Ma secondo Newman in realtà non e cosi: anche in questo ambito le vere certezze sono poche ma resistono ai facili mutamenti.
La conversione può essere ragionevole perche e possibile per l'uomo arrivare a una nuova certezza. Non vedere come attraverso la conversione si mantengano le vere certezze significherebbe pero gettare il sospetto sulla capacità che la persona ha di arrivare a una certezza ragionevole e quindi anche sulla ragionevolezza della stessa conversione.
Ma le riflessioni di Newman nella "Grammatica" gettano anche una Luce interessante sulla condizione paradossale del convertito che lui stesso aveva sperimentato. Mentre gli uni lo accusavano di non essere stato sincero continuando a professarsi anglicano senza esserlo realmente, gli altri sospettavano che la sua adesione al cattolicesimo non fosse stabile e convinta.
Gli uni e gli altri non capivano che la conversione può essere un nuovo inizio senza essere una rottura totale con il passato, che la continuità non e un segno dell'insincerità della conversione ma al contrario fa vedere come essa coinvolga le convinzioni più profonde della persona, che talvolta bisogna cambiare per restare fedeli alla verità gin riconosciuta».

domenica, gennaio 24, 2010

Gran Rabbi nato /13

Il 21 gennaio 2009 il filosofo Jean-Luc Marion prendendo posto del Seggio 4 tra gli "immortali" membri della Accademia di Francia, principava con il solenne panegirico del proprio predecessore tra "Grandi di Francia", ovvero: l'Eminentissimo Jean-Marie Lustiger deceduto il 5 Agosto 2007 ( Arcivescovo di Parigi dal 1981 al 2005).

L'Osservatore Romano nell'edizione 23 gennaio 2010 pubblica la traduzione della parte finale del lungo discorso titolando: "EBREO E CARDINALE. Jean-Marie Lustiger e il «caso serio» della Francia".
A seguire si ripropone la fine della fine, in cui il filosofo propone una autentica "fenomenologia" di quel bambino ebreo di nome Aaron che divenne il Lustiger sommo sacedote dei francesi:

«“Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Luca, 22, 42).
Nella crisi della Chiesa, Jean-Marie Lustiger vedeva il centro della crisi universale della razionalità, una crisi talmente profonda che il nichilismo rendeva ineluttabile. Vi rispondeva con una sola rivendicazione, per i cristiani naturalmente, ma anche per tutti gli uomini, “il diritto di ricercare la verità e di obbedirle” (Devenez dignes de la condition humaine, p. 66).

Forse il suo destino fu di vivere e di morire come Péguy. Scoprendo un racconto del maresciallo Juin, non ho potuto evitare di associarli. Nel 1953, nel suo elogio di Jean Tharaud, l’amico e collaboratore di Péguy, ricordava la morte del poeta cristiano e socialista, avvenuta il 5 settembre 1914 fra Peuchard e Montyon, “a qualche passo da me”. E raccontava “il miracolo di un nemico, che credevamo vittorioso, che si ferma nel punto preciso in cui egli (Péguy) era caduto, per poi retrocedere nella notte”. L’avanzata tedesca si sarebbe così letteralmente bloccata sulla morte di Péguy, persino a causa di essa. E se, oserei dire, Jean-Marie Lustiger, morto e vivo, segnasse per noi il punto di avanzata ultima del nichilismo, dunque il segno della sua ritirata?
Cosa suggeriva d’altro canto nel ripetere che “siamo all’inizio dell’era cristiana” (Dieu merci, les droits de l’homme, p. 451)?
Corriamo qui nuovamente il ragionevole rischio di credergli.

Noi abbiamo seguito la storia di Jean-Marie Lustiger sulla scia della scelta, ossia della risposta alla parola, essa stessa intesa come una chiamata. Ma, nel suo caso più che in qualsiasi altro, questa parola diceva la parola per eccellenza, poiché si diceva come il Verbo – e questo “Verbo era Dio”. E dunque la scelta si deve qui intendere come la Promessa, fatta dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, di scegliere un popolo e, attraverso di esso, adottare l’umanità lasciata a se stessa e smarrita. Nessun caso quindi qui, in risposta al colloquio intitolato Le Choix de Dieu (1987), La Promesse designa un libro pubblicato il più tardi possibile (nel 2002), ma divenuto inevitabile dal 1982 e l’intervista concessa al quotidiano israeliano “Yedot Haharonot”, con il titolo di Puisque’il faut… (ripreso in Osez croire, 1985). Era necessario, in effetti, cardinale Lustiger! Se lei constatava che la sua “nomina era una provocazione; che metteva il dito nella piaga; che obbligava la gente a riflettere e a sapere la verità” (Le Choix de Dieu, p. 401), era perché essa mostrava pubblicamente quello che lei aveva scoperto dal 1936, quando Aron non si chiamava ancora Jean-Marie: “Divenendo cristiano, non ho voluto smettere di essere l’ebreo che ero allora. Non ho voluto sfuggire alla condizione di ebreo”, perché al contrario “l’ebraismo non aveva per me allora altro contenuto di quello che ho scoperto nel cristianesimo” (Osez croire, pp. 56 e 60). Una simile evidenza non solo di una continuità, ma persino di un’identità, anche altri, come Bergson, l’hanno vista; ma essa può, in seno a una lunga storia di conflitti fra le due religioni, sorprendere, anzi scioccare. E, da una parte e dall’altra, non è mancato lo stupore, persino l’indignazione. Testimoniano quanto meno la serietà di un dibattito essenziale fra i due interlocutori, poiché di fatto questi imparano a confrontarsi, ognuno per sé e l’uno in rapporto con l’altro, con la scelta e la promessa che li definiscono e che essi rischiano sempre, sebbene in modi diversi, di disconoscere, e dunque di alterare. Cerchiamo dunque di comprendere quello che Aron Jean-Marie Lustiger voleva far intendere.

Innanzitutto voleva dire che (cosa che non può che provocare i cristiani) per un ebreo senza un’educazione religiosa precisa, in altre parole senza una pratica talmudica né una cultura rabbinica, la lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento in continuità fa apparire la Bibbia come un solo blocco. Chiunque conosce la Legge e i profeti, la storia della scelta di Israele e le vicissitudini dell’Alleanza, l’attesa del Messia nella figura del Servo sofferente, può ammettere che il cristianesimo “mi era come già noto. Ero persino sorpreso dal fatto che gli altri non comprendevano quello che io comprendevo” (Le Choix de Dieu, p. 71) . In altre parole, è più utile essere ebreo che non ebreo per comprendere Cristo: “Quando, per la prima volta, mi son trovato veramente dinanzi a dei cristiani, conoscevo meglio di loro quello in cui credevano” (Osez croire, p. 59). Entrare nel secondo testamento non implicava alcuna rottura con il primo né con l’identità ebraica, poiché si trattava della stessa promessa.

“Per me, non si è mai trattato di rinnegare la mia identità ebraica. Al contrario, percepivo Cristo Messia d’Israele e vedevo cristiani che non nutrivano stima per l’ebraismo” (Le Choix de Dieu, p. 51). Questa continuità si può ammettere solo se i cristiani rinunciano, anch’essi e per primi, alla rottura, in altre parole se rinunciano a una perversa teologia del verus Israël, all’eresia di Marcione, sempre viva, che mormora all’orecchio che la Chiesa sostituisce Israele e lo annulla. No! Essa vi s’innesta come l’oleastro s’innesta sull’olivo buono secondo un’orticultura ribaltata che l’Apostolo dice “contronatura” (Romani, 11, 24) intendendo per pura grazia. Un cristiano non può accedere al rango di discepolo di Cristo, ebreo, se non con l’inquieta consapevolezza che la “Chiesa non è un altro Israele, essa è il compimento stesso in Israele del disegno di Dio” (La Promesse, pp. 15, 99, 127). “Nel suo Messia, Dio ha compiuto le promesse fatte a Israele” (La Choix de Dieu, p. 76). “Il Cristo, che Dio ha fatto Signore di tutti e Primogenito dei morti, non si sostituisce a Israele; ne è la suprema figura e il frutto perfetto. Non è la negazione d’Israele, è la sua redenzione” (La Choix de Dieu, pp. 359 e 446). La redenzione d’Israele si è compiuta nella redenzione di tutti gli uomini che Cristo integra in se stesso. Poiché tutti i popoli saliranno a Gerusalemme, purché sia la Gerusalemme che discende dal cielo.

Ne consegue che la Chiesa nasce ebrea e che il primo dibattito ha luogo fra gli ebrei che riconoscevano Gesù di Nazaret come Cristo, il Messia, che ha sofferto ed è stato risuscitato da Dio, e gli ebrei che non lo riconoscevano come tale. La prima divisione, dopo la distruzione del secondo Tempio, separò quelli che riconoscevano il corpo di Cristo come l’unico sacrificio che si potesse rendere a Dio e quelli che ormai senza tempio e senza sacrificio, instauravano il culto sinagogale e la lettura talmudica. Cristo ha provocato innanzitutto l’elezione degli ebrei e la Chiesa si definisce innanzitutto fra gli ebrei, che tutti restano però legati all’unica elezione, destinati all’unica promessa. Poiché mai un ebreo può smettere di restare tale nella sua carne, e questo è uno dei suoi privilegi rispetto al cristiano. In poche parole, come si vanta Paolo di Tarso: “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Romani, 11, 29). Se condivisione ci doveva essere, non ci fu tra gli ebrei e i cristiani, ma essenzialmente e prima di tutto fra gli ebrei restati fedeli alla loro elezione e che, per questo, hanno creduto di dover rifiutare a Gesù la dignità di Cristo e gli ebrei che, per restare fedeli all’unica elezione, si sono decisi a riconoscere Gesù come il Messia.

Così si percepiscono la grandezza e la debolezza della Chiesa dei cristiani che la visione di Aron Jean-Marie Lustiger provoca qui fino in fondo. Una volta associati di diritto i pagani alla salvezza venuta attraverso gli ebrei, certamente, la “Chiesa è allo stesso tempo quella degli ebrei e quella dei pagani” (La Promesse, p. 17). Di conseguenza, però, occorre, perché questi pagani diventino anch’essi autentici cristiani, che smettano di comportarsi come pagani e dunque accettino il loro innesto sull’olivo buono, sulla radice ebraica. Rimettere in discussione questo innesto, dunque qualsiasi forma di antisemitismo, equivale a rinnegare Cristo in loro. “Si può dire che l’atteggiamento concreto dei pagano-cristiani nei confronti del popolo d’Israele è il sintomo della loro infedeltà reale a Cristo o della loro menzogna nella loro pseudo-fedeltà a Cristo. È la confessione involontaria del loro paganesimo e del loro peccato” (La Promesse, pp. 74, 80, 162). Oppure: “Al centro della storia, il rapporto con l’ebraismo è un test della fedeltà cristiana” (Le Choix de Dieu, p. 82). E ancora: “Quello che le nazioni fanno degli ebrei verifica quello che esse fanno di Cristo” (ivi, p. 84).

Come non pensare qui alle riflessioni critiche di Lévinas a proposito di Montherlant, che vedeva “alleato di un cristianesimo che è soprattutto il cristianesimo dei pagani e non il cristianesimo degli ebrei” (Carnets de captivité, p. 183)? Come non pensare alle tentazioni e ai tentativi di fabbricare un cristianesimo esplicitamente degiudaizzato, un Gesù “dolce galileo”, persino provenzale o francamente ariano? Se dunque l’antisemitismo diviene “veramente il test assoluto” (ivi, p. 156) dell’apostasia cristiana, allora un cristiano antisemita semplicemente non è più cristiano: “Ai miei occhi, gli antisemiti non erano fedeli al cristianesimo” (Le Choix de Dieu, p. 51). Non si deve dunque confondere l’antiebraismo, disputa fra eredi per sapere chi resta più fedele e merita meglio l’elezione – disputa falsata d’altronde da entrambi i lati, in quanto ogni eletto non può giudicare la propria risposta a un’elezione che gli viene da un altro – confondere, dicevamo, l’antiebraismo con l’antisemitismo, che vuole niente di meno che rifiutare categoricamente quella stessa eredità, e che per riuscire a farlo nega agli ebrei la loro elezione, al punto di annientarli perché incarnano irrimediabilmente la promessa di Dio. La Shoah non costituì solo la più grande violazione dei diritti dell’uomo, essa rappresentò anche la più grande blasfemia contro la legge di Dio, poiché si abbatté sul popolo da Lui scelto, sugli ebrei e, permettetemi di aggiungere, in definitiva anche sui cristiani, sul popolo immenso della promessa universale. L’ateismo moderno, per lo meno nelle sue figure totalitarie compiute, si è voluto non solo anticristiano, ma alla fine anche antisemita, perché “non (poteva) sopportare la presenza “particolare” dell’Assoluto nella storia” (Le Choix de Dieu, p. 84). Non pretese solo di annullare Dio, ma anche di cancellare qualsiasi traccia dell’elezione attraverso la quale Dio si rivela nel mondo.

“Dio è morto”. Certo, ma quale Dio? Nietzsche ha constatato il primo fatto, ma poneva anche la seconda domanda. Per un ebreo “e dunque” un cristiano, la risposta viene da sé: “Il dio rifiutato non è che il dio dei pagani mascherato da Dio dei cristiani” (La Promesse, p. 101), “l’idolo dei pagano-cristiani” (ivi, p. 134), la folla degli “dei degradati, idoli degradanti” (Devenez dignes de la condition humaine, p. 23).
Così meditata da Aron Jean-Marie Lustiger, ebreo e cardinale della Chiesa cattolica, l’elezione non è più un incidente della storia, ma ne fissa il senso e ne schiude le ultime dimensioni.
Certo, si può temere, come il suo predecessore su questo stesso seggio, Pierre Emmanuel, che l’elezione resti spesso incerta: “Il cielo/ È sempre così lontano dalle sue due braccia che tendono/ tutto il peso del dolore dell’uomo verso l’alto/ In una invettiva o in una invocazione, chi può dirlo?”.
Ma, nel profondo di ognuno di noi, sappiamo bene che, persino per noi nelle nostre povere blasfemie, risuona sempre una chiamata, eco persistente dell’elezione di Aron Jean-Marie Lustiger.

Mentre vorrei cercare di esprimervi, signore e signori dell’Accademia, la mia gratitudine per l’onore che mi avete fatto ricevendomi fra di voi, un timore più grande mi fa tacere: voi mi avete eletto al seggio che occupava e che occuperà sempre questa figura troppo alta. E, nella sua luce, tutto ci appare più grande e dunque più difficile. Ma anche di questa difficoltà vi sono grato. Che esista dunque, utinam».