giovedì, gennaio 18, 2007

Sant'Abbondio v/s don Abbondio

A Como non c'è più religione!
["Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v'era paragonato, per l'amore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sé, che, per saperne qualche cosa, non c'è bisogno d'un'erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato." (Promessi Sposi, cap.8)]
Ovvero: Panegirico di monsignor Alessandro Maggiolini vescovo emerito di Como a firma di Maurizio Crippa sul Foglio di mercoledì 17 gennaio 2007.



"Solo una breve in cronaca sui quotidiani locali, la storia del sacrestano filippino del duomo di Como che ha aggredito a colpi d’ascia un bulletto che lo tampinava. Ma a qualche cronista che non se n’era ancora andato da Erba, a bazzicare il paesino dell’orrore che sta a un quarto d’ora di macchina, e che magari domenica [14 gennaio,n.d.r.] è andato distrattamente alla “Messa di saluto” di monsignor Alessandro Maggiolini, sarà servita per confermarsi nell’idea: non c’è più religione, a Como.
A Como città, dove quest’estate un vigile ha sparato alla testa a un ragazzo cingalese, e le polemiche sul perché non sono ancora finite; a Como e dintorni, dove a settembre fuori dalle scuole si sono avvistate le prime mamme col burqa.

In effetti, visto dal lato della cronaca di questi giorni, il panorama che il vescovo che è stato per diciotto anni alla guida della diocesi (ora vi rimarrà come vescovo emerito) si lascia dietro le spalle sembra quasi l’avverarsi di qualcuna delle sue famose e fosche profezie sulla società che va in rovina: “La nostra società deve ancora avvertire il sapore del marcio che viene in bocca dal tipo di vita che sta conducendo”, aveva detto al Foglio giusto un anno fa.
Anche lo sfondo vagamente razzista su cui si è innestata la tragedia di Erba sembra fatto apposta per dare ragione a quei suoi giudizi molto poco ecclesialmente corretti sui “musulmani che si moltiplicano in proporzione geometrica di fronte a noi che invecchiamo a vista d’occhio”; ma ancor di più sugli italiani che “finiranno per assomigliare a negretti o indios da catechizzare”.
Tutte cose che il settantaseienne prelato lombardo aveva iniziato a dire per tempo, e non ha mai smesso di farlo, non per cupezza da Savonarola ma per via dell’occhio lucido sulla realtà sociale. E per via anche del suo italiano bello e schietto, per nulla impastato di melassa clericale, con cui quelle cose ha sempre detto.

Per certi versi, l’uscita di scena di monsignor Alessandro Maggiolini potrebbe assomigliare a quella dei due vecchi servi dell’ultimo imperatore nel “Romolo il Grande” di Durrenmatt, che lasciando la scena mentre Odoacre è già alle viste e tutto sembra perduto, sospirano: “Via noi, si piomba nel più buio medioevo”. Pur costituzionalmente allergico agli ottimisti faciloni, Maggiolini non si è però congedato dai suoi fedeli con la stessa allegria da naufraghi dei servi dell’imperatore. “Il Vangelo è la buona notizia che ci rende sorridenti e cattivanti”, ha detto invece domenica in Sant’Abbondio, aggiungendo una delle sue proverbiali sentenze senza appello: “Una chiesa mesta, anche in momenti di prova, è una caricatura dell’inferno”.

Allo stesso tempo, però, sussistono pochi dubbi che le sue analisi fossero esatte, che i suoi strali lanciati contro una chiesa che non è più chiesa e contro una società che (da un pezzo) aveva iniziato ad andare in malora colpissero nel segno. Lasciando anche stare l’omicidio di Erba. A cominciare, ovviamente, dalla questione dell’identità locale, culturale e religiosa, e del rapporto con l’immigrazione di matrice islamica.
“Abbiamo perso dieci anni”, commentava con un filo d’amarezza un anno fa Maggiolini, ricordando come già nel suo primo discorso alla città di Como, tenuto nel 1989, avesse sottolineato il problema di “pensare con esattezza l’incontro con l’islam: un incontro tra culture diverse”.
Ovviamente, per queste idee, nella sua lunga carriera sulla cattedra di Sant’Abbondio gli hanno dato del leghista, dell’integralista, del profeta di sventura e del culturalmente rozzo. Lui, che invece è stato anche l’unico italiano a far parte della commissione per la stesura del Nuovo Catechismo della chiesa cattolica, essendo uno degli uomini più preparati nella gerarchia italiana.
Non se n’è mai curato, ovvio.

A partire dai suoi interventi sui giornali, e anche dai titoli di alcuni suoi libri, roba come “Fine della nostra cristianità” e “Declino e speranza del cattolicesimo”. Libri che lo hanno accreditato anche presso i laici come un grintoso testimone di una terra senza più religione, guardata con un realismo acuto e un’ironia sferzante per certi aspetti simile a quella aspra del suo amico Giacomo Biffi, cardinale nella grassa e dotta e rossa Bologna.
Del resto i suoi diciotto anni a Como sono coincisi con gli anni della crisi della Prima Repubblica e della dissoluzione della Balena bianca, in cui anche nella bianca terra di Como il cristianesimo si è andato spampanando, molto prima dell’invasione dei barbari.
Tempo in cui troppo spesso “la gerarchia è stata costretta a intervenire” semplicemente perché i laici cattolici, soprattutto quelli impegnati in politica, “non sanno più cosa dire”. Perché lui ha in mente soprattutto questo: l’eclissi dei cristiani, ché poi la malora della società è un po’ anche una conseguenza.
E gliel’ha detto, ai suoi fedeli venuti in duomo a salutare il loro vescovo in
carrozzella: “Lungo tutto l’episcopato ho insistito sulla coltivazione dell’originalità cristiana: senza questo aspetto, questo rapporto con Gesù, la chiesa e il cristianesimo non hanno più nulla da dare e da dire: diventano una sorta di bocciofila”.

Lui ha sempre avuto un’idea diversa della fede: “Il distintivo del cristianesimo è il Credo, non il dialogo. Sui ‘può darsi’, nessuno impegna la vita”.
E quel che ha sempre detestato di più è proprio quella chiesa molto correttina, molto accogliente ma anche molto incapace di chiamare le cose con il proprio nome; incapace di dire qualcosa, anche quando va in televisione. Una volta disse: “Preti e suore danno indegno spettacolo di sé apparendo in stupidi spettacoli televisivi”. Insomma non c’è più religione, ma peggio ancora è se la religione ridotta a “un residuato di chiesa”, che insiste “su un progressismo sociale e politico”.

Di fronte a tutto questo, va reso atto a Maggiolini di essere sempre stato capace di parlare chiaro, di dire le cose nero su bianco, di guardare la realtà – anche quella sociale di una diocesi più contraddittoria di quanto appaia a vederla nei telegiornali – senza infingimenti. Senza melassa buonista.
Sapendo che i problemi ci sono, e non sono solo l’islam, ma sono anche i temi della vita e della morte, dell’eutanasia. Insomma i nodi cruciali su cui alla fine le persone decidono di sé; in cui alla fine la società decide se la trama fitta della seta di Como che l’ha tenuta insieme finora possa tenere ancora. O se debba strapparsi, sfilacciarsi, marcire. Ogni tanto impazzire per il baccano che fanno i vicini di casa. Insomma tutte quelle cose che o la chiesa le dice, o che ci sta a fare? Anche se hai la diocesi che funziona e il quotidiano diocesano che fa buone tirature. ma la realtà è questa. Quasi ci si stupiva, davanti alla tv, a vedere ogni tanto un ciclista che, transitando davanti al cancello degli orrori di Erba, si facesse il segno della croce invece di lasciare l’ennesimo, stupido orsetto di peluche.
Ma senza condanne arcigne. Così ad esempio il vescovo di Como si è trovato anche a dire, su Piergiorgio Welby: “Mi chiedo, prima di morire si è affidato alla misericordia di Dio, non poteva essere questa invocazione un motivo per concedere i funerali?”.

Una bella eredità ingombrante, culturale, teologica e pastorale, quella che il vescovo emerito lascia al suo successore, abituato al calore pastorale con cui firmava a Livorno le sue lettere alla diocesi: “Con tanto affetto, Diego, il vostro vescovo”. Lui dovrà misurarsi con una eredità importante, con una personalità che ha lasciato un segno originale nella chiesa e nella società italiane.
E i cattolici lariani dovranno abituarsi al nuovo stile pastorale di monsignor Diego Coletti, un teologo che viene da un percorso culturale ed ecclesiale diverso da Maggiolini, prima rettore di seminario a Venegono, poi consulente del cardinal Martini per la preparazione del Convegno ecclesiale di Loreto, infine rettore del Pontificio seminario lombardo di Roma, fino all’approdo alla diocesi di Livorno. Un uomo più da “percorsi intraecclesiali”, come si dice in gergo, meno avvezzo a predicare sui tetti e a tirare di sciabola – quando serve – con la politica, i giornali, l’opinione pubblica laica.


Maggiolini è stato infatti anche uno dei pochi casi di prelato italiano capace – anche desideroso – di far sentire la propria voce a tutta la società. E spesso è stata una voce non allineata al mormorio medio della Conferenza episcopale.
Capitò anche ai tempi dello scontro tra la Cgil di Sergio Cofferati e il governo Berlusconi sull’articolo 18, quando il vescovo di Como fu l’unico dell’episcopato a criticare il sindacato.
E’ capitato più di recente sulle questioni bioetiche, lo scorso anno per i referendum e ora sul tema dei pacs: “Sembra che si debba cambiare il vocabolario della lingua italiana”, ha detto in una delle sue ultime omelie, “i patti di convivenza sociale non sono più patti sanciti dalla benedizione di Dio. L’amore sembra diventato il gioco del più potente con dei balocchi da strapazzare e da buttare quando si consumano. Ciò che sembra rimanere di quello che era il matrimonio santificato da Dio è la ricerca di vantaggi economici congiunti a un piacere che svuota di serietà”.

Ma ovviamente la battaglia culturale su cui vanta la primogenitura è quella multiculturale.
Lungimirante. Ma ancora dice: “Non si possono spalancare le porte della nazione e far crescere un’identità culturale”.
Quando la Lega raccolse le firme per un referendum sull’immigrazione, gli fecero pure un esposto alla magistratura per “odio razziale”, semplicemente per avere dichiarato che “le firme non sono contro gli extracomunitari indistintamente, ma contro gli immigrati clandestini”. Abbiamo perso dieci anni, ripete. Lui che nel 1998 aveva già tuonato contro i rischi di una “colonizzazione passiva” derivata non dall’immigrazione in sé, ma dall’immigrazione incontrollata, avalutativa, che ha dominato in questi decenni non solo l’Italia ma tutto il continente europeo.
Allora, non faceva piacere ai suoi colleghi dell’episcopato doversi misurare con le sue affermazioni, quelle che neanche un decennio dopo sono diventate lapalissiane verità: “Presto si dovrà insegnare l’islam anche nelle scuole pubbliche”, o il dubbio a più riprese sollevato che, nella nuova situazione, i diritti legati alla libertà religiosa avrebbero messo in forse gli stessi privilegi garantiti dal Concordato all’interno del sistema educativo.

Dieci anni fa, quando affermare che la società multireligiosa “non è aprioristicamente perfetta” e che avere un atteggiamento debole nei confronti dell’islam avrebbe potuto generare integralismi suonava come una provocazione, un paradosso antiecumenico.
Così, quando nel 1999 il vescovo di Como dichiarò: “Non ci si meravigli di seimila firme raccolte a Como. La gente è stufa di sentire il ministro degli Interni e il governo che imbastiscono discorsi francescani per poi lasciare ad altri, caritatevoli, la soluzione di problemi che sono di giustizia”, l’irritazione e l’imbarazzo furono palpabili all’interno della Conferenza episcopale. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, gli rispose a muso duro: “Il referendum è uno scandalo; siamo diventati disumani. L’uomo è oramai solo una merce da mercato: se serve lo si attira, se no lo si respinge”. Mentre lo stesso segretario della Cei, monsignor Ennio Antonelli espresse il suo “no” deciso al referendum promosso dai leghisti: “E’ molto lontano dalle posizioni della chiesa, poiché si presta a diffondere sentimenti di tipo razzista e certo non bisogna soffiare sul fuoco”.
Passati gli anni, la posizione culturale e pastorale di monsignor Maggiolini, se pur non sono diventate maggioritarie, hanno finito per convincere tutti almeno per il loro tasso di realismo.

Con tutto ciò, dalla grata del confessionale in cui il combattivo vescovo ha dichiarato di voler proseguire la sua missione di pastore, Maggiolini osserverà una città in cui le sue profezie di due decenni fa sembrano inesorabilmente avverarsi."

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Le "profezie" di Maggiolini sono in parte causa dell'immobilità di questo pastore, capace di lanciare anatemi, ma di non cercare mai soluzioni... molto comodo. Preghiamo per Coletti.

Duca De Gandia ha detto...

Per Coletti: una prece.
Epperò accusare di immobilismo un vescovo ormai quasi condannato alla sedia a rotelle parmi molto indelicato.

Sul Giorno del 18 gennaio c'è Intervista a Mons. Maggiolini a cura di Gabriele Moroni, dove, come al solito usa un linguaggio molto franco e diretto: "almeno tu nell'universo (cattolico)!


http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.presentation.DettaglioInfo?idInfo=34268&url=dettaglioRassegna.jsp


«SARÒ VESCOVO della diocesi ancora per quindici giorni. Poi diventerò emerito. Ho chiesto una sola cosa. L’unica cosa che ho chiesto è che mi lascino il confessionale in Duomo. Non ha idea di quanto bene faccia confessare. Bene al confessore, voglio dire».
Ride della battuta. Monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo di Como e dintorni, una terra che pare percorsa dal filo sottile, insidioso di una violenza governata dalla follia. Voce autentica del cattolicesimo lombardo. Occhi acuti, severi, che non si sono mai staccati dalle pagine dove è predicata l’evangelica necessità dello «scandalo».

(...)


Carlo Castagna ha perdonato agli assassini. La gente di Erba no.



«Devo dire che capisco Castagna come la gente di Erba. Per Castagna mi trovo di fronte a un uomo che ha avuto il coraggio di cavare dall’animo una parola di perdono per gli assassini. Non è che la gente di Erba non abbia perdonato. Quello che pare desiderio di vendetta, in realtà è esigenza di giustizia. Dal punto di vista cristiano perdonare non è fingere che non sia capitato niente. Altrimenti è finita. Vorrebbe dire cancellare i tribunali, le carceri. Questo non è cristianesimo.

Un agire del genere non è umano. Il perdono non è assenza. Per il cristianesimo la pena ha un significato punitivo, rieducativo, riparativo».

(...)


Intolleranza. Uno dei grandi mali della nostra epoca.



«Difendo l’intolleranza. Sono contrario al cedimento di certezze di fronte ad altre certezze che non si condividono.

Anche i vescovi italiani dovrebbero avere la spina dorsale più dritta. Hanno paura a intervenire. E lasciano solo il Papa. E anche il povero Ruini rimane solo a fare la sintesi fra il niente di molti vescovi che tacciono e altri che parlano d’altro.

Ma di cosa hanno paura i vescovi? Di perdere prestigio? Ma quasi tutti lo hanno già perso. Di incontrare contrarietà teoriche? Discutano. Di non avere ragioni da contrapporre? Lo dicano. E allora la Chiesa è diventata una bocciofila, Gesù Cristo non c’entra niente. Mettiamoci tutti a difendere il lustro della Chiesa, i vestiti rossi, i rocchetti col pizzo. La gente non sa più cosa fare di queste cose. Se si vuole Christian Dior o Krizia si sa dove trovarli e sono molto più bravi. Anche la Wanda Osiris era molto più brava».