mercoledì, settembre 12, 2007

Pro Missa Bene Cantata [4]

Ovvero: « Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti. »



A commentare il viaggio pastorale in terra Austriaca del Papa sedici volte Benedetto ci ha pensato magistralmente egli medesimo nella catechesi del mercoledì.
Non mi rimane pertanto che unirmi al generale plauso per la chiarezza e per la pregnanza delle sue austriache allocuzioni.

Rimane, ahimè, sempiterno il sacrosanto diritto di infuriarsi con l'orrida schiatta dei vaticanisti che nonostante l'appiglio "politico" conto eutanasia ed aborto del discorso del venerdì sera ha dovuto sudare sette camicie per portare a casa il compitino essendo schiettamente "spirituali" le mariali e cristologiche dissertazioni ratzngeriane offerte ai fedeli austriaci. Ci si è, perciò, lamentati dei pochi fedeli, del poco calore mostrato dagli austriaci, del -presunto- contrasto col l'accoglienza invece per lo passato mostrata al comunicativo Wojtyla, o giudicando la scelta di limitare le adunanze liturgiche in ambiti strettamente chiesastici è stata interpretata come una paura del confronto con un cattolicesimo "adulto" e non più incline pertanto alle tribali manifestazioni di mediterranea papolatria.

Encomio particolare merita il novello (e direi "novizio" dato l'argomento) vaticanista di Raitre che ha sostituito il mite ed umile di cuore Aldo Maria Valli (ormai gloriosamente assunto da Raiuno). Infatti, l'acconcio servizio televisivo del TG3 di domenica sera (9 settembre) principiava con l'immagine pomeridiana del pontefice che pronunciava il suo discorso ai monaci cistercensi dell'abbazia di Heiligenkreuz, in cui si sentiva il sonoro originale del discorso in tedesco in cui subito spiccava l'espressione latina "OPUS DEI" !
Solo allora si sentiva l'italica lingua del giornalista scandire in breve il sillabo degli ammonimenti pontifici nei tre giorni in Austria: contro il week-and e a favore della messa domenicale, sul rispetto per preti e suore dei voti religiosi e -triginta! triginta uno!!- sull'obbligo di anteporre il dovere della preghiera prima di qualunque altra attività. In fine il vaticanista ha citare un passo del discorso papale ai cistercensi: "Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei -e il giornalista ha ben marcato le due parole latine!- con Dio come specifico soggetto o non è".
Fine del servizio giornalistico.

Ora, io mi chiedo cosa abbia potuto capire il telespettatore medio sentendo che il Papa ha affermare che per lui l'Opus Dei deve stare al primo posto!
Nessuno ha spiegato che mille e cinquecento anni prima che nascesse Escrivà de Balaguer per la Regola di San Benedetto "opus Dei" voleva appunto significare che per il monaco pregare non è un diletto ma è "l'opera" cui deve dedicarsi: pregare è un "lavoro" tant'è vero che la regola monastica impone di pregare Domine Iddio otto ore al giorno! Però questo il vaticanista che per lavoro dovrebbe "tradurre" ciò che dice il papa non lo detto agli spettatori del Tg3.
Ma allora perchè sceglier proprio quella frase? Per ammonire gli avventori di Raitre che il papa è di estrema destra e perciò gli piace un'organizzazione "fascista" come l'Opus Dei? Ma di questo i "fedeli" del TG3 ne sono già convinti a priori.

L'immagine più bella di tutto il viaggio è stata quella dell' Angelus di domenica 9, quando ad un papa divertito per il vento che giocava col suo mantello rosso, è venuto in soccorso il beatissimo arcivescovo e cardinale Christoph Schönborn che ha devotamente retto la mantellina per impedire che svolazzasse davanti al volto del Successore di Pietro, quasi a riproporre l'immagine della berniniana Cathedra nell'abside della Basilica Vaticana dove i Santi Padri della Chiesa sorreggono il lieve peso del glorioso seggio del Principe degli Apostoli (immagine che spero sia bene augurante per il futuro dell'Eminentissimo pupillo di papa Ratzinger).


Ciò in cui hanno concordato il Santissimo e l'Eminentissimo nella progettazione del viaggio è stato quello di costringere i cattolici austriaci a puntare lo sguardo molto in alto. Qualcuno ha detto che i discorsi papali hanno viaggiato nell'iperuranio tralasciando di trattare delle concrete problematiche della Chiesa Austriaca. Notorio è che, nonostante la sua millenaria storia di devozione cattolica, l'Austria come tutto l'occidente è fortemente laicizzata e prova ne sono la quasi nulle nuove vocazioni. E che dopo gli scandali sessuali che travolsero il predecessore dell'angelico Schönborn è sorto un generale "anticlericalismo ecclesiale" di cui si è fatto portavoce l'organizzazione "Noi siamo Chiesa" i cui membri accolsero il passaggio della papamobile di Giovanni PaoloII sventolando palloncini neri in segno di protesta. Ma adesso il Wojtylaccio è morto e tutti stanno invece a sottolineare con quanto più calore venne accolto rispetto al teutonico Benedetto. Credo che sia, invece, accaduto esattamente il contrario di quanto i vaticanisti hanno raccontato.
Ratzinger ama visceralmente l'Austria (anche se con tutto l'aplomb teutonico del caso) e di questo gli austriaci non possono non avene avuto chiaro sentore; poi il Papa, anche se dice cose impopolari o non del tutto condivisibili agli stessi cattolici mitleuropei, almeno però viene ammirato e rispettato per il fatto di "parlar chiaro" e non scivolare nel politichese e senza irritanti dosi di politically correct.
A tal proposito, mirabile e stato nel discorso al corpo diplomatico il paragrafo "Il dialogo della ragione" come ha sintetizzato un anno di disquisizione scaturita dalla lectio di Ratisbona:
Fa parte dell’eredità europea, infine, una tradizione di pensiero, per la quale è essenziale una corrispondenza sostanziale tra fede, verità e ragione. Si tratta qui, in definitiva, della questione se la ragione stia al principio di tutte le cose e a loro fondamento o no. Si tratta della questione se la realtà abbia alla sua origine il caso e la necessità, se quindi la ragione sia un casuale prodotto secondario dell’irrazionale e nell’oceano dell’irrazionalità, in fin dei conti, sia anche senza un senso, o se invece resti vero ciò che costituisce la convinzione di fondo della fede cristiana: In principio erat Verbum – In principio era il Verbo – all’origine di tutte le cose c’è la Ragione creatrice di Dio che ha deciso di parteciparsi a noi esseri umani.
Permettetemi di citare in questo contesto Jürgen Habermas, un filosofo quindi che non aderisce alla fede cristiana. Egli afferma: “Per l’autocoscienza normativa del tempo moderno il cristianesimo non è stato soltanto un catalizzatore. L’universalismo ugualitario, dal quale sono scaturite le idee di libertà e di convivenza solidale, è un’eredità immediata della giustizia giudaica e dell’etica cristiana dell’amore. Immutata nella sostanza, questa eredità è stata sempre di nuovo fatta propria in modo critico e nuovamente interpretata. A ciò fino ad oggi non esiste alternativa” .
E Amen!


Per quanto riguarda, poi, le proteste ecclesiali ormai "Noi simo Chiesa" non riempie più gli stadi e la forza propulsiva dovuta ad una reale e giusta indignazione momentanea però non può non diventare snervante ed inconcludente stando dietro ai "tempi della Chiesa" soprattutto se debbono essere madri e padri di famiglia a protestare contro il celibato per chiedere che i preti si possano sposare e che le suore possano dire messa. In vero anche da molto settori del basso clero ci sono state vibrate proteste contro i metodi poco democratici da parte della Santa Madre Chiesa Gerarchica, epperò cura dell'eminentissimo Schönborn è stato cercare di far capire che nella struttura della Chiesa già ci sono le strutture finalizzate a cercare e trovare il dialogo tra i fedeli della Chiesa cattolica , cioè il "Consiglio pastorale parrocchiale" ed il "Sinodo diocesano", senza bisogno di inventarsi continui parlamenti e parlamentini in cui adunare gli Stati Generali della Chiesa.

Il Papa nei suoi discorsi al clero austriaco non ha fatto sconti, invitandoli a "pregare, pregare, pregare" dicendo chiaramente ciò che a loro dovrebbe essere ben chiaro non solo per averlo studiato nei manuali di Teologia cattolica ma anche nei vecchi catechismi dei bimbi: che la "Grazia" è un dono gratuito di Dio e che la preghiera è necessaria per ottenerla ed ancor più per conservarla poichè è dottrina ufficiale della Chiesa cattolica che è assolutamente impossibile con uno solo sforzo della volontà umana il non commettere peccato ma che invece il permanere nello "stato di Grazia" sarebbe impossibile senza un intervento divino. Se questa è la dottrina della Chiesa cattolica è perciò inutile che il papa di fronte alle "cadute del clero" si metta a fare solo degli sterili esercizi di sociologismo.

E se la preghiera principale del clero è la messa, la messa domenicale è il principale appuntamento della fede del cristiano perciò di fronte ai cattolici dalla secolarizzata Austria in cui si discute di declassare la domenica a giornata lavorativa il Pontefice interviene a gamba tesa citando i martiri di Abitene: Sine Dominicum non possumus!: "Senza la domenica non possiamo vivere".
Il "ccioiosamente" regnante Benedetto ha perciò invitando con i gesti più che con le parole ad apprezzare il millenario patrimonio spirituale tipico dell'Austria qual è, per esempio, l'amore per la musica che ha prodotto "musica sacra" di grande solennità e bellezza e che può ancora essere un validissimo strumento catechetico. Infatti non in uno stadio da calcio si è svolta la messa domenicale ma nell'austero e glorioso duomo di Vienna in cui Benedetto XVI ha tributato il suo omaggio alla tradizione viennese di accompagnare ogni domenica il pontificale episcopale con musiche di cappella. Per l'occasione è stata eseguita la "Mariazeller Messe" (per i fan del ritorno del latino: "Missa Cellensis") composta nel 1782 l'austriaco Franz Joseph Haydn, per coro, soli e orchestra.
Una "Missa" che come da molti è stato lamentato (tra l'altro dal "divinus" Magister)è stata mortificata dai commentatori televisivi che hanno creduto bene poter impunemente coprire con il loro secolare chiacchiericcio le note e -soprattutto- le parole del "Sanctus", "Gloria", "Credo", "Agnus Dei": cioè di parti proprie e principali, e non certo accessorie e secondarie, del rito della messa cattolica che si stava trasmettendo!

Se il fine della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II fu quella di una maggior comprensione e, conseguente, partecipazione dei fedeli cattolici ai "sacri misteri", consentendo una maggior flessibilità dei riti e delle formule, perciò questa opera di "inculturazione" nei paesi di millenaria tradizione cattolica non può tradursi solo in un furore iconoclastico per tutto ciò che è il frutto della fede, della ragione e del sentimento dei cattolici dei secoli precedenti!

Trovo sia proprio questo il messaggio esemplare della messa nel duomo di Santo Stefano che parmi ben espresso dalle parole stesse di Joseph Ratzinger nel suo saggio Introduzione allo Spirito della Liturgia:
"L'arte barocca, successiva al Rinascimento, presenta aspetti molteplici e si realizza in modio differenti. Nella sua forma migliore essa si fonda sui principi della riforma inaugurata dal Concilio di Trento che- ancora una volta sulla sia della tradizione occidentale- metteva particolarmente in rilievo il carattere didattico pedagogico dell'arte, ma, come principio di un rinnovamento dall'interno.
La pala d'altare è come una finestra attraverso la quale il mondo di Dio si fa strada verso di noi; il velo della temporalità viene sollevato e noi possiamo dare uno sguardo nella profondità del mondo di Dio. Quest'arte vuole coinvolgere nuovamente nella liturgia celeste, tanto che ancora oggi noi possiamo percepire una chiesa barocca come un'unica, fortissima , tonalità di gioia, come un alleluia che è diventato immagine: la gioia del Signore è la nostra forza - questo detto veterotestamentario (2Esdra 8,10) esprime il sentimento ultimo di cui vive tale iconografia.

L'Illuminismo ha poi sospinto la fede in una sorta di ghetto intellettuale e sociale; la cultura contemporanea si è poi allontanata da essa e ha percorso un altro cammino, così che la fede si è rifugiata nello storicismo -nell'imitazione del passato- o ha cercato di adattarsi o si è persa nella rassegnazione e nell'astinenza culturale, cosa che poi ha portato a un nuovo iconoclasmo, che talvolta è stato anzi visto come un compito del Concilio Vaticano II"

1 commento:

Duca De Gandia ha detto...

Articolo di Giorgio Israel sul FOGLIO di sabato 15 settembre 2007:
PERCHE’ IL FILOSOFO TEDESCO SPIAZZA IL PENSIERO LAICO
E adesso scopriamo che pure il grande Habermas non si porta più
I DETRITI DI UN SECOLO DI SOCIOLOGIA “SCIENTIFICA” E IL FASTIDIO PER IL SUO DIALOGO CON IL PENSIERO GIUDAICO-CRISTIANO

"Prima o poi occorrerà ammettere che più di un secolo di sociologia “scientifica” ispirata al modello delle scienze esatte ha lasciato poche acquisizioni e molti detriti. E’ questo il primo pensiero dopo aver ascoltato Jürgen Habermas a Roma su “La rinascita della religione: una sfida per l’autocomprensione laica della modernità?”.

Ciò emerge dalla relazione di Habermas, per esempio quando osserva che “la debolezza della teoria della secolarizzazione è dovuta a inferenze affrettate che tradiscono un uso impreciso dei concetti di ‘secolarizzazione’ e di ‘modernizzazione’”.
Perché parlare di “imprecisione” e non di uso astorico?
Il concetto di precisione si addice a definizioni relative a oggetti aventi caratteristiche di invariabilità, non a fenomeni, addirittura soggettivi, dipendenti dal tempo storico. In tal caso, il tentativo di dare definizioni “precise” è vano. Habermas ricorda i tre cardini su cui poggia la tesi della secolarizzazione risalente a Durkheim e Weber: il progresso della scienza e della tecnologia promuove una visione antropocentrica e umanistica del mondo inconciliabile con le visioni teocentriche; la differenziazione funzionale dei sottosistemi sociali dissolve la funzione pubblica delle religioni; la crescita di benessere e di sicurezza esistenziale elimina il bisogno di fede in un potere più “alto”. Ma questa tesi era soprattutto una credenza dei padri della sociologia scientifica che non ha corrisposto agli sviluppi storici successivi.

Che il progresso scientifico e tecnologico implichi di per sé antropocentrismo e umanesimo poteva essere creduto nel periodo trionfale del positivismo. Oggi quest’idea si scontra con i fatti: il prevalere del meccanicismo spinge in una direzione antiumanistica e per nulla antropocentrica. Così, l’idea che la diffusione del benessere dissolva l’esigenza di trascendenza era un “wishful thinking”, pesantemente smentito dalla storia del Novecento: l’insoddisfazione per la società del benessere non ha ricondotto alle religioni tradizionali, ma è stata convogliata entro altre correnti di forza inaudita.

L’analisi dei padri della sociologia non può essere considerata fuori dalla storia, come se dovessimo discutere delle equazioni di Maxwell. Vi è certamente stato un processo di secolarizzazione nel senso sopradetto. Ma occorre chiedersi se lo spazio sottratto alle religioni sia stato riempito dalla razionalità illuministica o positivistica o, piuttosto, l’esigenza di assoluto non si sia incanalata in altre direzioni, e altri attori abbiano occupato la scena. E’ stupefacente che si possa sviluppare un’analisi di questi temi escludendone i più ingombranti protagonisti del Novecento: i totalitarismi.

Appare molto più significativa la categoria di “teologie sostitutive” introdotta da George Steiner. Secondo tale visione il vuoto lasciato libero dalle religioni è stato riempito da teologie sostitutive, sistemi “mitopoietici” che offrono risposte alle problematiche tipiche del pensiero religioso: visioni totalizzanti ed escatologiche che rispondono ad aneliti messianici; la sostituzione dei testi sacri con testi canonici, nuove “tavole della legge”; il conseguente conflitto fra ortodossia ed eresia; la costituzione di linguaggi e riti formati da metafore, simboli, gesti, scenari aventi un valore d’identificazione.
Queste caratteristiche si ritrovano tutte nei movimenti totalitari del Novecento e poco hanno a che fare con il razionalismo secolare, anche se ne ereditano lo scientismo, piegato però a una prospettiva escatologica che, pur dicendosi terrena, è talmente fuori dalla storia reale da rivelare il suo carattere di surrogato dell’esigenza frustrata di trascendenza e di redenzione.

Tanto è inverosimile un’analisi delle relazioni tra secolarismo e religiosità in Europa senza riferimento ai totalitarismi, quanto lo è discutere le condizioni presenti dell’Europa senza occuparsi di cosa stia accadendo nel vuoto lasciato libero dal comunismo. A nostro avviso, l’esigenza di palingenesi messianica del comunismo, privata di prospettive concrete, dei suoi “libri sacri” e dei suoi simboli identificativi, li ha sostituiti con una visione ridotta al mito salvifico della tecnoscienza, in quanto capace di redimere la società e di ricostruire scientificamente l’uomo, depurandolo dagli errori inerenti alla sua “imperfetta” costituzione naturale.

Ed ecco che un altro mito escatologico novecentesco, l’eugenetica, si riaffaccia nei panni di un ideale di progresso. Questo bisogno inesausto di escatologia spiega perché tanti orfani del marxismo siano in prima linea nel lanciare la singolare formula della scienza come “religione della ragione”. E spiega il paradosso per cui il bersaglio della critica storico-scientifica delle religioni sono cristianesimo ed ebraismo e i loro libri sacri mentre si presta un deferente omaggio al Corano, e si manifesta comprensione nei confronti del fondamentalismo islamico. Simili manifestazioni hanno poco a che fare con il secolarismo e la laicità. Giustamente si parla di “laicismo” – ne ha parlato Habermas suscitando fastidio – ovvero dell’erigere l’antireligiosità a fede, rinunciando alla tolleranza voltairiana in favore dell’intransigenza delle teologie sostitutive.

Non sorprende che un discorso moderato e aperto sulla ragione – un’autentica difesa della razionalità – venga oggi in Europa soprattutto dal vilipeso ceppo giudaico-cristiano.
Il discorso di Benedetto XVI a Regensburg ha destato scandalo perché ha proposto una nuova alleanza tra ragione e religione in opposizione alla visione della fede come alternativa alla ragione o della ragione eretta a fede.
Come parlare di secolarismo tollerante europeo, se la “religione della ragione” respinge questa mano tesa e preferisce mostrare comprensione per chi predica la supremazia assoluta della fede?
Nella sua relazione Habermas propone una critica del laicismo in quanto capace di provocare conflitti altrettanto profondi di quelli tra fedi religiose ostili.
Egli identifica il laicismo come devianza da una condizione ideale di coesistenza tra visioni contrastanti, derivante dall’accettazione di un minimo comun denominatore di regole – una condizione che individua come ipotesi controfattuale.
Crediamo poco all’uso di ragionamenti controfattuali nelle scienze sociali. Le scienze fisico-matematiche ricorrono a ragionamenti controfattuali in quanto l’essenza del loro metodo è immergere il reale in un immaginario controllato. Ma non esiste un virtuale nella sfera sociale e per questo una sociologia teorica è impossibile. Pertanto, lo schema utilizzato da Habermas, ricorrendo all’idea di equilibrio, che ha dato sempre cattivi risultati nelle scienze umane, non corrisponde a situazioni realistiche e praticabili.
Ma questo è un altro discorso. Qui ci interessa sottolineare che, anche a partire da un siffatto approccio, Habermas perviene a conclusioni nette sul pregiudizio che una visione laicista può portare alla tolleranza.
Tuttavia, la parte più interessante del testo di Habermas è dove egli, scendendo sul terreno storico, critica “la presa di posizione polemica dell’Illuminismo nei confronti del potere temporale della religione”, che “tende a oscurare il fatto che il pensiero postmetafisico si è appropriato criticamente di contenuti della tradizione giudaico-cristiana non meno importanti dell’eredità della metafisica greca”.
Egli sottolinea che “i concetti moderni della persona individuale e della forza individuante di una storia di vita traggono le loro connotazioni di unicità, insostituibilità e soggettività o interiorità dalla nozione biblica di una vita vissuta sotto lo sguardo divino”. “La morale laica dell’eguale rispetto per ciascuno” ha un carattere di imperativo categorico perché “mantiene una traccia della trascendenza intramondana dalla prospettiva divina del Giudizio Universale”.

Si potrebbe aggiungere che questo apporto è stato determinante anche sul terreno
della razionalità scientifica: la formazione della scienza europea ha avuto come attori principali “teologi laici” che ne hanno fondato i concetti sulla base di riflessioni teologiche sull’infinito, lo spazio, il tempo e il rapporto tra matematica e realtà.
E’ bastato che Habermas ponesse la domanda “intorno a che cosa la ragione secolare possa apprendere dall’acquisire coscienza del suo rapporto genealogico con l’eredità giudaico-cristiana” per destare fastidio in molti commentatori.

Si è tentato di far credere che il suo intervento sia stato “una sfida alle tesi di Papa Ratzinger”. Al contrario. Per Habermas, la ragione laica deve “astenersi dal valutare la razionalità o irrazionalità della religione in quanto tale”: un richiamo che incontra le tesi di Benedetto XVI. E quando conclude dicendo che il “riserbo cognitivo” di un “agnosticismo riflessivo” “può soltanto operare a favore di quelle religioni che a loro volta hanno imparato a riconoscere la democrazia, il pluralismo religioso e l’autorità laica della scienza”, egli fa l’affermazione più imbarazzante per chi ha voluto presentare il suo intervento come un’apologia della ragione laica europea in quanto sola capace di gestire l’incontro delle civiltà.
Provatevi a chiedere quali sono quelle religioni: la risposta l’ha data poco prima Habermas, più chiaramente non si potrebbe."
Giorgio Israel