lunedì, maggio 21, 2007

La Divina Pastora [2]


Le associazioni rappresentative del protestantesimo italiano hanno dato la propria adesione alla manifestazione «Coraggio laico» di Piazza Navona del pomeriggio di sabato 12 maggio, contestuale allo svolgimento del Family Day a Piazza San Giovanni in Laterano.
La manifestazione pomeridiana è stata preceduta, in mattinata, da un convegno organizzato dall'dell’Ucebi (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia) svoltosi nella Sala delle conferenze di Montecitorio dove hanno "furoreggiato" due degnissime rappresentanti del protestantesimo ufficiale italiano: la pastora Maria Bonafede "moderatore" della tavola Valdese e la pastora Anna Maffei Presidente dell'Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia.

La pastora Anna Maffei nel suo intervento di Montecitorio ha evangelicamente attaccato l'ipocrisia di quelle "razza di vipere" e "sepolcri imbiancati" che hanno dato la propria adesione al "Family Day".
Sintetizzando: per la pastora il problema non è che la Chiesa Cattolica Romana non abbia mai remore nel dire la propria su qualsivoglia argomento dello scibile umano -così è sempre stato- ; al contempo è acclarato che la stragrande maggioranza degli italiani sono, si cattolici ma, dei cattolici molto "all'acqua di rose" che ben poco nel loro agire tengono in considerazione le encicliche papali e le istruzioni dell'ex-Sant'Uffizio. Ragion per cui è sconcertante che il popolo italiano formata da divorziati, divorziati-risposati, cornificatori abituali, puttanieri, e conviventi (e di cui la classe politica ne è degnissimo campione rappresentativo!) tanto si genufletta pubblicamente agli articoli di quel catechismo che poi "nel segreto della propria cameretta" trascura e disconosce: ovvero "aver trasformato la fede in una commedia, il richiamo all’autenticità davanti a Dio in un conformismo di facciata.
E su questo tema della famiglia si è scatenata in questi mesi nel nostro paese la più grottesca delle commedie, una simulazione collettiva che ha continuato a contagiare tanti"
.


La pastora Bonafede ha sì plaudito alla popolare richiesta di una più attenta politica governativa a favore della famiglia: "Peccato soltanto che il raduno in piazza San Giovanni per la scelta del momento e per i suoi contenuti sia così palesemente una manifestazione “contro”: contro i Dico, contro la laicità dello Stato, contro la libertà di scegliere di uomini e donne adulti, credenti o meno che siano.
Dall’altra, a piazza Navona, si rivendica il diritto a uno Stato davvero laico festeggiando una data che è il simbolo della vittoria della laicità in Italia, il 12 maggio di 33 anni fa, vittoria del referendum sul divorzio, e si rivendica il diritto al riconoscimento delle unioni di fatto, di relazioni affettive e parentali che la legge ignora o penalizza. Personalmente sono assolutamente convinta che si tratti di diritti che devono essere garantiti e che nulla tolgono alla libertà e all’integrità della famiglia tradizionale."



I valdesi, e i protestanti tutti perciò, hanno festeggiato l'anniversario del referendum sul divorzio perchè per gli evangelici il matrimonio non è un "sacramento" è non è nemmeno una mitologica (e un po' mafiosa)difesa e protezione da ogni pericolo esterno.
Poichè nessuno più dei discepoli di Lutero riconosce l'esistenza del peccato originale ne deriva che anche la famiglia è un'istituzione umana cui necessita la redenzione di Cristo poiché formata da persone peccatrici bisognose della divina "Giustificazione".
Epperò a quel che vedo il severo impianto teologico protestante poi nella applicazione pratica a me pare ridursi in un consolatorio chiedere perdono a Dio per il fallimento di una unione (religiosa, civile o "di fatto" che sia) confidando negli infinito potere di Cristo di annullare i peccati di chi riconosce solo in lui il proprio Salvatore.

Allora la mia domanda è: la rottura di un patto matrimoniale per un protestante è una colpa di fronte a Dio?
Ovviamente questa è una domanda squisitamente religiosa che richiederebbe una risposta squisitamente religiosa.
Or bene, se per un protestante la rottura di una unione d'amore è comunque qualcosa di "non buono" perchè stracciarsi le vesti se il Papa di Roma, seppur con un differente lessico teologico, dice anche lui che è "non buono"?
(Ma forse la mia è una domanda inutile perchè storicamente abituati all'idea che tutto è peccato i protestanti hanno difficoltà a definire cosa sia peccato!).

Il fatto è che l'impianto teologico -e psicologico- del proprio rapporto con Dio per i protestanti è assai "esistenziale" dal che deriva il ragionamento secondo cui il riconoscere i diritti delle "coppie di fatto" (degli atei materialisti) non danneggia la famiglia (di chi accetta Gesù come proprio personale Salvatore).
Ovviamente nell'approccio teologico "evangelico" ci sono delle conseguenti implicazioni politiche: siccome compito della chiesa è "evangelizzare" ecco che l'annunzio della "buona novella" è rivolta alle singole persone e non ai Parlamenti a Camere riunite ed al Consiglio dei Ministri schierato . Compito delle chiese non è quello di "dettare legge" sulle questioni che regolano la vita sociale ma bisogna rispettare la "laicità dello Stato" che invece è un diritto di tutti.

L'espressione "laicità dello Stato" (tanto implorata dai protestanti italiani e per loro tanto in pericolo a causa delle esternazioni pontificie ) dovrebbe voler dire che ogni cittadino deve avere la libertà di agire secondo la propria coscienza senza essere costretto dallo Stato a sottostare a determinate regole che fanno violenza alla propria libera coscienza così facendo mortificando ed annichilendo la dignità della persona.
Non si vede perchè se i cattolici italiani (e i loro vescovi che sono pure cittadini italiani) prendono posizione contro dei provvedimenti legislativi che ripugnano alla propria coscienza (e religiosa e innanzitutto civile!)questo dovrebbe minare la laicità dello Stato!

Personalmente allora non capisco se l'errore che gli evangelici imputano a Ratzinger oggi (e a Wojtyla ieri), a Bagnasco oggi e ieri a Ruini, sia quello di affacciarsi al balcone e proclamare "urbi et orbi" la dottrina della propria chiesa in modo che tutti sappiano come la pensi il Vaticano invece di chiamare personalmente e singolarmente tutti cattolici italiani (dal presidente del Consiglio fino a Don Mazzi) per un mirato corso di indottrinamento cattolico personalizzato: una specie di Cepu della Cei!


Altro motivo per cui i protestanti italiani hanno partecipato all'iniziativa dei Radicali, come detto dalla pastora Anna Maffei dal palco di Piazza Navona, è per lamentare la monopolizzazione da parte Vaticana di tutta l'informazione religiosa.

In realtà chi dovrebbe essere bacchettato non è il papa o i vescovi cattolici ma l'orrida schiatta dei "vaticanisti", e degli italici giornalisti tutti, che da un lato sanno che creare ad arte delle presunte tensioni tra Chiesa e Stato è redditizio (poichè non avendo Carlo e Camilla ci consoliamo con i gossip su Ruini e Tettamanzi), e dall'altro va messa in conto l'infinita ignoranza in materia religiosa per cui se in qualche paese mussulmano vengono sgozzati dei "cristiani" sono sempre ritenuti cattolici, se in Turchia viene ucciso un "pastore" per i giornali italiani era un prete e "il Culto" protestante è infallibilmente sempre definito "la Messa"!



Il 17 maggio, dopo la diffusione delle presunte scomuniche di monsignor Betori contro "un paese assediato e minacciato dall’aborto, dall’eutanasia, dall’omosessualità e dal relativismo etico" l'arcipastora Maria Bonafede ha emanato un acconcio dispaccio di doglianza:
"A noi protestanti italiani pare invece di dover testimoniare il mandato evangelico dell’amore, dell’accoglienza e del dialogo...E per questo continueremo ad aprire le porte delle nostre chiese a chi cerca conforto, a chi ha dubbi nel proprio cammino di fede, a chi cerca una novità nella propria vita. Senza discriminare nessuno in base alla sua identità sessuale o ai suoi orientamenti etici"

Però con tutta la possibile "buona fede" io non riesco a non pensare che fare il protestante nell'Italia di oggi è "troppo facile".
Mi spiego: vedo in Italia un protestantesimo che, nei suoi vertici rappresentativi, parla continuamente dell'importanza del dialogo come se fossero solo loro a dialogare "veramente" con chi discepolo di Cristo non è , lo è poco, o vorrebbero esserlo maggiormente: come se dal "sola scriptura" si sia passato al "Sola maieutica"!

Pur con divesità di accenti, alle volte non posso fare che constatare amaramente che il severo giudizio che il Catechismo Maggiore di San Pio X ha della "Riforma" non ha perso il suo "smalto":
"Al presente il nome di protestantesimo non significa più una credenza uniforme e diffusa, ma nasconde la più mostruosa congerie di errori privati ed individuali, raccoglie tutte le eresie, e rappresenta tutte le forme di ribellione contro la santa Chiesa cattolica.
Lo spirito protestante tuttavia, cioè lo spirito di sconfinata libertà e di opposizione ad ogni autorità, non lasciò di diffondersi; e molti uomini sorsero che gonfiati da una scienza vana e superba, ovvero dominati dall'ambizione e dall'interesse non dubitarono di creare o dar favore a teorie sovvertitrici della fede, della morale, e di ogni autorità divina ed umana."

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Vi sarà pure in voi protestanti una plurisecolare "psicologica" diffidenza verso le allocuzioni piovute dalle cattedre episcopali e non generate da una comune, condivisa, fraterna e "democratica" lettura della Bibbia, però, signora pastora delle anime nostre, -fatto salvo il principio che tutti siamo peccatori e che dobbiamo amarci tutti come fratelli- quando ella legge quei brani di san Paolo in cui si condannano come peccato la sodomia cosa ella ne deduce?

Come ella deduca che una coppia gay abbia tutto il diritto di avere un riconoscimento civile non mi interessa, mi interessa sapere se (alla lesbica che si affida alle sue cure pastorali ella, in base alla lettura della Sacra Bibbia è in grado di dire se un comportamento sia "evangelicamente" lecito o no!

Non mi importa sapere in base a quali dottrine politiche ella sostiene che lo Stato deve consentire l'interruzione volontaria di gravidanza.
Vorrei invece sapere se -pur rispettandone gli orientamenti etici!- se per ipotesi una sua fedele sostenesse che abortire è eticamente giusto in base a quale insegnamento di Gesù, di san Paolo o di Mosè ella le darà ragione (o vorebbe darle torto?).

Io non capisco perchè le "alte gerarchie" del protestantesimo italiano continuino a foraggiare questa mentalità da "eretici italiani del XVI secolo" per cui fuori dall'angusto e ottuso recinto del cattolicesimo ci sarebbero gli infiniti pascoli dei buoni pastori evangelici "in cui tutte le vacche sono nere".

Il modo evangelico è fatto invece anche da tanti comunità ecclesiali (dai protestanti storici) definite "fondamentaliste" che, basandosi sulla lettura della stessa Bibbia protestante, danno però sui temi morali delle risposte assai meno "ireniche" rispetto alle pastore valdesi: perchè?

sabato, maggio 19, 2007

DEVOTIO MODERNA [7]

Ovvero: visioni private

Francesca Sanna, Anna Rita Luceri e Carla Calò, tre ruspanti pugliesi di Martano (Lecce) che formano il trio comico “Ciciri e tria” che mette in scena tre comari che "recitano" preghiere divertentemente eterodosse: senza dubbio tra le rivelazioni della stagione televisiva 2007 di “Zelig Off”(fortunato show di Canale 5 che ha tenuto a battesimo tanti nuovi talenti comici emergenti).

DEVOTIO MODERNA [6]

Bologna "la rossa" nasconde un segreto: la secolare devozione per la Madonna di San Luca che la veglia dall'alto del Santuario sul Colle della Guardia.
Una settimana all'anno, però, la Madonna scende in città ai primi vespri della V domenica dopo Pasqua e questo accade sin dal 1433, quando era vescovo di Bologna il beato Nicolò Albergati.
La venerata immagine, dunque, scende processionalmente nel pomeriggio del sabato dal colle della Guardia, percorrendo il portico -composto da seicentosessantasei arcate- edificato tra il 1706 e il 1715. Viene accolta dal Cardinale Arcivescovo, dal clero e da tutta la città a Porta Saragozza; poi l'Icona, traversando il centro di Bologna, viene condotta in solennissimo corteo sino alla Cattedrale di San Pietro, dove resterà fino alla domenica dell’Ascensione quando con simile processione il clero e il popolo scortano la loro celeste patrona fino al varco di Porta Saragozza (dove comincia -assai ripida!- la salita al Santuario).

Durante la settimana di permanenza in città la Santa Vargine accoglie nella Cattedrale di San Pietro il popolo fedele, uscendo solo nel pomeriggio del mercoledì per fare un salto al Duomo di San Petronio dove per l'intercessione della Madre di Dio viene impartita la benedizione solenne a tutti i bolognesi.


Nell'anno di Grazia 2007 qualcosa è andato storto: cadendo l'annuale "discesa" il 12 maggio e cioè in concomitanza con la manifestazione del Familiy Day di Roma alcune decine di "fedeli" di Rifondazione Comunista e dei Verdi hanno salutato il passaggio della processione della Madonna di San Luca alzando cartelli di contestazione alla CEI lamentando l'ingerenza clericale che affliggerebbe l'Italia.

I laici ed "illuminati" disturbatori non sono stati graditi nè a Destra ma nemmeno a Sinistra tant'è che il Sindaco Cofferati ha lamentato la "interferenza vistosa ai danni di un culto molto sentito dai bolognesi". Il "rosso" sindaco della "rossa" metropoli romagnola era infatti menbro di quella processione (con tanto di fascia tricolore) al fianco del purpureo arcivescovo Caffarra: "Le manifestazioni religiose - ha detto Cofferati - non devono essere mai disturbate. I promotori delle contestazioni devono fermarsi a riflettere".

Rifondazione Comunista e i Verdi hanno riflettuto e poi hanno risposto che si era trattato solo di una fortuita casualità che l'iniziativa dell'orgoglio laico "alla bolognese" incrociasse lo storico percorso della plurisecolare processione cattolica.

Poi arriva il giovedì 17 che oltre ad essere uno di quegli otto giorni in cui La cattedrale di Bologna accoglie i devoti della Santa Vergine, è anche la giornata mondiale contro l´omofobia dalchè i 350 iscritti alle associazioni gay e lesbiche di Bologna -essendo come suol dirsi: "dell'altra parrocchia"- per evitare di "incontrare per caso" la Madonna di San Luca hanno scelto di recarvici in corteo: sgranando la lista dei morti per omofobia intercalati da poco devote invocazioni a monsignor Bagnasco, presidente della CEI.

Poichè "Lo zelo per la Tua casa mi divora" l'Eminentissimo Caffarra non ha posto tempo in mezzo per biasimare l'accaduto:

"L’incivile gazzarra avvenuta ieri davanti al portone della Cattedrale, spalancato per permettere ai fedeli l’accesso per pregare davanti alla venerata immagine della Madonna di San Luca, resterà come una macchia che non si cancella nella storia luminosa e commovente dell’amore di Bologna verso la sua Patrona.
Ieri la città è stata offesa.
E’ stata offesa nel suo sentimento religioso profondo; un sentimento che davanti all’immagine della Beata Vergine sempre sa accantonare divisioni politiche e disuguaglianze sociali, ricomponendo il consorzio umano nella più profonda unità dell’amore orante a Maria.
E’ stata offesa anche nella sua tradizione civile che ha sempre visto nella Madonna di San Luca il suo più alto vessillo identitario; una tradizione mai interrotta in 531 anni di discese della Venerata Immagine dal Colle della Guardia. E’ stata offesa nella sua virtuosa e permanente pratica della tolleranza e dell’ordine civico.
Ed è tanto più grave che tale incivile manifestazione, nella quale sono state esibite persino scritte al limite del blasfemo, abbia avuto per protagonisti anche due deputati al Parlamento nazionale e alcuni esponenti politici locali.
Come Vescovo di questa città, ritengo doveroso denunciare che simili episodi sono segno evidente di un degrado civico prima d’ora qui sconosciuto, e richiamare le autorità cui compete a far rispettare quelle regole di convivenza che la città e la Nazione si sono date per il bene comune.
Invito i fedeli e tutti coloro che tengono tra gli affetti più preziosi quello per la Madonna di San Luca a pregare perché il Signore conforti chi – autorità ecclesiastiche e semplici fedeli – ieri è stato oggetto di dileggio e di offese, e perché Egli si lasci incontrare con il suo perdono, sulla via della conversione del cuore, da chi ha agito forse senza sapere quello che stava facendo.


Bologna, 18 maggio 2007
+Carlo Card. Caffarra
Arcivescovo Metropolita di Bologna

venerdì, maggio 18, 2007

è la stampa bellezza! 3

Ovvero: Quel gran pezzo dell'Ubaldo...



Omelia imbarazzante? No, giornalismo devastante
Il testo di mons. Betori non c'entra con le critiche

Articolo di Umberto Folena sull'Avvenire di venerdì 18 maggio 2007 in cui si freme e ci si angustia per le volontarie (e volenterose) distorsioni del significato dell'omelia pronunziata il 16 maggio dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana in occasione della solennissima eugubina festività di Sant'Ubaldo.

«Come creare il mostro e darlo allegramente in pasto all'opinione pubblica. Quanto è capitato ieri al segretario della Cei, monsignor Giuseppe Betori, è degno di una lezione di giornalismo su come non si fa giornalismo eppure si fa, tanto resterai impunito.
Allora. Da una parte abbiamo l'omelia tenuta da Betori nella Cattedrale di Gubbio l'altro ieri, festa del patrono sant'Ubaldo. Dall'altra le cronache e i commenti di certi giornali, molti dei quali si sono evidentemente ispirati ai "lanci" di alcune agenzie di stampa. E la sensazione è di enorme imbarazzo. Non per Betori, ma per i giornali.

Difficile imbattersi in un simile cumulo di invenzioni, travisamenti e sintesi truffaldine.
Prendiamo il Corriere della Sera. Titolo a pagina 12: «Il relativismo etico è il nuovo Barbarossa». Occhiello: «Bisogna ispirarsi a sant'Ubaldo che difese Gubbio dall'esercito imperiale».
La Repubblica a pagina 10 conferma: «Giuseppe Betori ha riattualizzato l'assedio del Barbarossa contro la città». La Chiesa che si difende dallo Stato aggressore… Giochino goloso, peccato che Betori non nomini mai il Barbarossa, di cui il Corriere, in un eccesso di zelo, pubblica perfino ritratto e scheda. «Sant'Ubaldo - sono le vere parole di Betori - pose fine all'assedio delle città nemiche».
La guerra in questione era tra Gubbio e una decine di città umbre. Quella della Chiesa contro lo Stato, di una Chiesa minacciata e assediata, è una totale invenzione. Ubaldo, ricorda Betori, difende non la Chiesa ma la città e la sua gente.
Ma c'è di peggio e più sottile. Quali sono, attribuite a Betori, le nuove minacce portate alla convivenza civile da «nichilismo e relativismo»?
I giornali ne citano cinque: l'eutanasia, l'aborto, l'embrione ridotto a materiale per sperimentazioni, la negazione della dualità sessuale e lo scardinamento della famiglia. Un abile taglia e cuci. L'elenco di Betori era infatti ben più lungo. Ecco che cosa i giornali hanno censurato: nichilismo e relativismo provocano «l'emarginazi one e la condanna dei più deboli e svantaggiati; coltivano sentimenti di arroganza e di violenza che fomentano le guerre e il terrorismo; delimitano gli spazi del riconoscimento dell'altro chiudendo all'accoglienza di chi è diverso per etnia, cultura e religione; negano possibilità di crescita per tutti mantenendo situazioni e strutture di ingiustizia sociale». Sembrano i temi storicamente più cari alla sinistra. Un colpo di forbice e via.

Chiara Saraceno, sulla Stampa (pagina 41, titolo: «Monsignore, si dia una calmata»), è ancora più raffinata. Scambia le cause con gli effetti facendo fare a Betori la figura dell'ottuso fissato con il sesso, gli embrioni e l'eutanasia: «Sono loro - scrive la Saraceno - responsabili dei mali del mondo, non i dittatori politici ed economici (eccetera)».
L'ultimo terzo dell'omelia è dedicato alle soluzioni: al «volto di Dio che è amore» (Deus caritas est, Benedetto XVI), alla «visione alta della carità», alla «meta della santità»: silenzio totale, è ovvio, altrimenti viene contraddetta la caricatura di un Betori tutto politico e ingerente.

A quel punto si telefona ai politici notoriamente disponibili, gli si legge una riga di titolo d'agenzia e gli sciagurati commentano, a cominciare (e finire) dal verde Silvestri: Betori è come il mullah Omar. Sappiamo che ormai il danno è fatto. Che è vano pretendere dagli interessati di correggersi chiedendo scusa a Betori e ai lettori. Che l'Ordine dei giornalisti ha ben altro a cui pensare.
Superfluo appellarsi alla deontologia professionale, al buon senso e alle buone maniere. La Saraceno parla di un'omelia «intimamente violenta oltre che intellettualmente rozza».
Perché prima di massacrare così un vescovo, un prete, una persona, non ha avuto l'accortezza, la curiosità, la prudenza di informarsi e leggere per intero l'omelia? Chi è intellettualmente rozzo? Chi deve esercitare "autocontrollo"?
Ecco perché siamo imbarazzati. Peggio: disgustati.»

giovedì, maggio 17, 2007

Donna Moderna /3

17 Maggio: la Chiesa commemora San Pasquale Baylon.

È considerato il patrono dei cuochi e dei pasticcieri, secondo la tradizione sarebbe il presunto inventore dello zabaione (o almeno in suo onore fu così battezzato dai pasticcieri: "San Bayon"). Probabilmente per l'effetto "afrodisiaco" che lo zabaione produrrebbe nel viril sesso, San Pasquale è altresì protettore delle fanciulle in cerca di marito ed in generale di tutte le donne.

Orsù, dunque! In questi tristi tempi per la solidità del Matrimonio, e in cui financo si mette in dubbio l'utilità, la natura e la ragion d'essere stessa dell'istituto familiare, sarà cosa sommmente propizia al muliebre e femminino sesso -massimamente alle nubili!- elevar accorate preci al santo frate alcantarino:
"Sam Pasquale Bbailonne
protettore delle donne,
famme trovà nu bbel mmarito
grann'e ggrosso e ccolorito:
come attè ttal e qquale,
o gglorioso Sam Pasquale! "

POST Mortem 4

Articolo di Giulio Meotti sul Foglio di giovedì 17 maggio 2007:
"Uccisioni, crocifissioni, minacce, sequestro delle case, imposizioni della jiza (la tassa sui dhimmi). Molti fuggono"


2007, CRISTIANI IN FUGA DALL’IRAQ
«Nel 1976 un team di archeologi iracheni scoprì una chiesa del quinto secolo vicino alla città santa sciita di Kerbala. Costruita centoventi anni prima dell’avvento dell’islam in Mesopotamia, la chiesa, durante quell’enorme campo di concentramento in superficie con fosse comuni sotto terra che era il regime di Saddam Hussein, fu trasformata in un poligono di tiro.
“In quel periodo un milione di persone fu deportato, per la maggior parte curdi e cristiani” ha detto il vicepremier Barham Salih.
Saddam pose le chiese sotto il controllo del ministero delle proprietà islamiche, noto come “Awqaf”, ne bombardò a centinaia. I nuovi nati non potevano essere chiamati con i nomi cristiani e il siriaco fu bandito. In cambio il regime garantiva una certa tranquillità alla comunità caldea, alla quale apparteneva il ministro degli Esteri di Saddam, Tareq Aziz.

I cristiani iracheni ora stanno soccombendo di fronte a una minaccia più terrificante dell’arabizzazione di Saddam, che distrusse duecento villaggi cristiani fra il 1960 e il 1988: l’estinzione fisica di massa, la caccia all’uomo scatenata da al Qaida e dall’insorgenza.
“Faremo tutto il possibile per salvarli” ha detto il premier Nouri al Maliki. Agenzie di stampa come Fides e AsiaNews, ma soprattutto organi di informazione assiri e caldei, diffondono le cronache sul massacro degli eredi degli apostoli nella terra dei due fiumi. Un eccidio che ricorda le immagini dei quattro padri bianchi uccisi in Algeria nel 1992, dei sette monaci trappisti sgozzati nel 1996 e delle tre missionarie crivellate in Yemen nel 1998. Un’ecatombe senza precedenti. La fine di un mondo. La distruzione delle origini.


“C’è un’altra guerra in Iraq: la guerra contro la cristianità” dice Arnold Beichman della Hoover Institution. Nina Shea, che dirige il Freedom House’s Centre for Religious Freedom, definisce i cristiani “canarini nella miniera del medio oriente”. E parla di “pulizia etnica”.
Lawrence Kaplan di New Republic scrive che “sunniti e sciiti concordano su poco, tranne che sulla persecuzione dei cristiani”. Andy Darmoo, presidente di Save the Assiryans, ha parlato di “fine della cristianità in Iraq”.

Oltre la metà dei cristiani ha già abbandonato il paese. “Entro vent’anni non ci saranno più cristiani” dice Wijdan Mikha’il, ministro per i Diritti umani nel nuovo Iraq. “Mi sono sempre considerato prima iracheno, poi cristiano. Oggi si dice che un cristiano è ‘infedele’”.

Liquidata la comunità ebraica, quella dei Profeti e degli scribi del Talmud, anche l’ottanta per cento dei mandei, il più antico culto gnostico, ha lasciato l’Iraq.
Nel gennaio 2005 una delle loro figure di spicco, Read Radhi Habib, fu ucciso dopo aver rifiutato di convertirsi all’islam.
Poi fu la volta dei tre fratelli Juhily, rapiti e sgozzati. “I fanatici islamici ci attaccano per ciò che siamo” dice Yonadam Kanna, parlamentare cristiano di Baghdad.
E’ stata appena assassinata la segretaria di una clinica cristiana di Mosul. Il giorno dopo un fedele della parrocchia di San Paolo. Quattro mesi fa padre Munthir, settantenne reverendo della chiesa presbiteriana di Mosul, fu ritrovato con un proiettile nel cranio.
“Uccideremo tutti i cristiani iniziando da lui” avevano detto i rapitori. Poi due suore caldee, Fawzeiyah e Margaret Naoum, pugnalate a morte a Baghdad. Il direttore del Museo nazionale iracheno, l’assiro Donny George, è fuggito in Siria.


“Centinaia di cristiani sono stati uccisi e le loro chiese distrutte”, denuncia Romeo Hakkari, leader di House of the Two Rivers Democratic Party. Una buona notizia è che al monastero di Mar Gorghis di Mosul è stato inaugurato l’anno accademico di teologia. Classi rigorosamente miste, nonostante la minaccia della sharia.

Una bambina caldea di Baghdad è stata riconsegnata morta alla famiglia dopo il sequestro. A Tell el Skop sono appena stati uccisi nove cristiani, fra cui due bambini. “I cristiani sono ormai considerati in via di estinzione”. Sono le parole di Bashar Warda, rettore del Seminario maggiore trasferito da Baghdad in Kurdistan per motivi di sicurezza.

La chiesa di Baghdad dedicata alla Vergine è stata bombardata nel settembre scorso, uccidendo due fedeli. Il 5 agosto 2005 una studentessa assira dell’Università di Mosul, Anita Tyadors, venne giustiziata perché parlava inglese, vestiva occidentale, era orgogliosamente cristiana. Pochi giorni dopo ci fu il massacro di quattro assiri che scortavano Pascale Warda, l’unico ministro donna del governo Jafaari.

La Society for Threatened Peoples pubblica un rapporto sulle violenze contro i cristiani all’Università di Mosul, “aggrediti come ‘agenti americani’”. I jihadisti usano contro i cristiani la stessa accusa che la monarchia hashemita, spodestata dal fascismo baathista, utilizzò per la loro collaborazione con l’impero inglese.
“Uniamoci per mettere fine a questa follia” è la richiesta di aiuto che i vescovi hanno lanciato al vertice di Sharm el Sheikh di due settimane fa. Il portavoce della conferenza dei vescovi americani, Thomas Wenski, chiede a Condoleeza Rice di intervenire.
La popolazione cristiana che nel 2003 contava un milione e 200 mila persone, ora è scesa a 600 mila.


A Ninive, antico nome di Mosul, è nato il profeta Jonah.
Qui caldei e assiri, i più antichi abitanti dell’Iraq, pregano ancora in aramaico, la lingua di Gesù.
Ancora per buona parte del Novecento sono state censite minoranze di ebrei, yezidi e cristiani, e, tra questi, cattolici, protestanti, mandei, armeni, ortodossi, nestoriani e monofisiti giacobiti. Ora a migliaia i cristiani fuggono verso la città curda di Ain Kawa. Qui il mullah wahabita Krekar aveva imposto la chiusura dei negozi durante la preghiera, il burqa alle donne, le parabole satellitari e la musica strumentale, eliminando le foto femminili da ogni prodotto importato dall’estero. La libertà tornò sovrana nel 2003, al seguito delle truppe americane.
Città fiore all’occhiello del generale Petraues, Mosul è oggi terra di conquista anticristiana. Negli ultimi quindici giorni decine di famiglie, le poche che resistono all’esilio, hanno ricevuto intimidazioni in cui si chiede di pagare un “contributo alla resistenza; pena la vita”.
A Baghdad la famiglia di Mazen Sako è stata attaccata da miliziani vestiti di nero: “Siamo venuti a sterminarvi. Sarà la fine per voi cristiani”. Hanno ucciso Majed di dieci anni.

Il patriarcato caldeo ha trasferito nel Kurdistan il Babel College, che detiene la più antica biblioteca cristiana, e il Seminario di San Pietro. A nord i cristiani sono protetti dai peshmerga, leggendaria milizia curda.
Gruppi islamici vanno imponendo la tassa sui “sudditi” a Baghdad e Mosul, la celebre jiza, l’imposta abolita dall’Impero ottomano. “I non musulmani devono pagare il tributo al jihad se vogliono avere il permesso di continuare a vivere e professare la fede in Iraq”.
I cristiani sono anche costretti a lasciare le case dopo che lettere minatorie ne assegnano la proprietà a musulmani.
Quelli che vogliono vendere non riescono a trovare acquirenti, gli imam hanno detto: “Non comprate dagli infedeli, lo avremo gratuitamente”.
Una fatwa vieta di compiere in pubblico gesti rituali. “Togliete le croci dalle chiese o le daremo alle fiamme”. E’ la minaccia alla chiesa caldea di San Pietro e Paolo di Dora, il grande quartiere cristiano di Baghdad. Nel febbraio 2004 a Erbil, i tagliateste di Ansar al Sunna, assassini dei dodici nepalesi, provocarono cento morti nelle sedi dei partiti curdi. “I crociati sono entrati nelle province di Kirkuk” si lesse nella rivendicazione.
Nel 2004 fu ucciso l’assiro Ra’aad Augustine Qoryaqos, docente di medicina della al Anbar University. Nella rivendicazione Zarkawi mise assieme “la Guardia nazionale pagana” e i “collaborazionisti crociati”. Nel marzo 2004 due cristiani di Baghdad, Ameejon Barama e sua moglie Jewded, furono ritrovati con la gola recisa. Il 21 ottobre la morte si avventò sul traduttore assiro Layla Elias Kakka Essa. Sono oltre trecento i traduttori assassinati dai terroristi. Un numero di poco superiore a quello degli accademici uccisi dal 2003.
Un mese dopo al Qaida passò al lancio di granate sulle chiese.

Shlemon Warduni, vescovo dei caldei di Baghdad, ha detto che “da due mesi molte chiese non hanno più croci sulle loro cupole”, come la chiesa assira di San Giorgio, a cui gli islamisti hanno staccato la croce, per quella caldea di San Giovanni ci hanno pensato i fedeli. L’agenzia Sir rende noto che i cristiani di Dora possono rimanere solo se accettano di dare in moglie una figlia o una sorella a un musulmano, creando i presupposti di “una progressiva conversione dell’intero nucleo familiare all’islam”.
Raymond Moussalli, portavoce dei rifugiati cristiani, ha detto che sette chiese a Dora hanno chiuso. Una fatwa vieta di portare la croce al collo.
“I cristiani stanno morendo” dice Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, mentre giungono notizie di autobombe e uccisioni di cristiani anche dalle zone curde.
Padre Adris Hanna avverte che “i preti vengono rapiti, le donne violentate, a Bassora un ragazzo di 14 anni è stato crocefisso”. “Quella dei cristiani iracheni è stata fra le prime comunità al mondo, con il rito siriaco e la lingua aramaica” dice padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews. “E’ in corso una guerra contro il cristianesimo e ‘la’ radice cristiana. Queste comunità sono importanti nella storia dell’evangelizzazione. La difesa dei cristiani non è confessionale, ma di civiltà. Il tradimento dell’occidente è complice dell’islamismo panarabo”.


Nel mirino anche i pagani.
Tre settimane fa sono stati giustiziati 23 yazidi, antichissima setta prezoroastriana, sulla strada fra Mosul e Ba’ashika, villaggio a maggioranza cristiano. Hanno fermato l’autobus e li hanno uccisi dopo aver fatto scendere i cristiani, a cui hanno imposto la tassa. Il 21 ottobre 2004 i corpi di due yazidi furono trovati senza testa fra Talafar e Sinjar. Alle donne cristiane viene chiesto di rispettare la sharia, altrimenti rischiano la morte, e alcune sono state uccise.
Anche la nuova Costituzione, la prima antifondamentalista del mondo islamico e sostenuta dai cristiani, è al centro della furia jihadista perché all’articolo 14 dice che “gli iracheni sono tutti uguali senza distinzione di sesso, etnia, nazionalità, origine, colore, religione”, e all’articolo 7: “Ogni comportamento che appoggi, aiuti, istighi o propaghi il razzismo, il terrorismo, il takfir (dichiarare infedele), la pulizia etnica sono proibiti”.
Nell’ideologia takfir è lecito uccidere gli “infedeli”, compresi i musulmani che non seguono la sharia. E’ ammesso l’omicidio di bambini perché non pecchino in futuro.

“Avete goduto della pace nella terra dei musulmani. La vostra malevolenza è diventata evidente quando sono penetrati gli invasori. Hanno trovato grande sostegno fra i cristiani come interpreti e informatori. I cristiani sono agenti degli occupanti”. Questo mandato di morte fu diffuso dalle “Brigate per la liquidazione degli agenti cristiani”.
A settembre fu decapitato padre Amer Iskander, sequestrato dopo il discorso a Ratisbona di Benedetto XVI dai “Leoni dell’islam”. “Il ciarlatano Benedetto XVI ricorda Urbano II a Claremont” disse il successore di Zarkawi, Abu Ayyub al Masri. L’uccisione del coreano Kim Sun-il fu rivendicata contro “un cristiano che voleva evangelizzare la terra dell’islam”. I rapitori di Iskander volevano trenta cartelle di scuse affisse sulle chiese di Mosul. Il ministro curdo Sarkis Ghajan doveva bloccare la costruzione di case per i cristiani in arrivo. Il giorno della morte di Iskander, padre Joseph Petros fu ucciso a Baghdad.

All’Agenzia Fides una suora dice che “la responsabilità è degli imam che dicono che uccidere un cristiano non è reato. E’ una caccia all’uomo”. Tra i mestieri più colpiti i commercianti di alcolici, un lavoro permesso sotto Saddam. Dalla “Rabbia di Allah” all’“Organizzazione della dottrina islamica”, i wahabiti vanno a caccia di mercanti di alcol. Il 95 per cento dei negozi di liquori gestiti da cristiani ha già chiuso. Nel maggio 2003, lo sceicco sadrista Mohammed al Fartousi emise una fatwa contro alcolici e cinema. Fra i primi a morire ci fu Sabah Sadiq, mentre andava a pagare il riscatto del fratello. La categoria dei barbieri è un’altra fra le più insanguinate.
Dopo Baghdad e Mosul, negli ultimi giorni sono stati colpiti a Kirkuk. Nel 2005 a Baghdad quaranta barbieri crivellati o sgozzati. A Mosul situazione anche peggiore. Sulle vetrine ci sono volantini di “Monoteismo e Jihad”, l’organizzazione di Zarqawi. Il testo invita i barbieri a non offendere l’islam col taglio rasato. Pena “la decapitazione del barbiere e del cliente di fronte ai famigliari”.
Altri crimini: ascoltare musica occidentale, indossare jeans, vendere film, danzare, commettere adulterio e, nel caso delle donne, non coprirsi o camminare senza un uomo.
Una campagna è stata lanciata contro l’“arte non islamica”. Una serie di sculture pagane sono state polverizzate. Una famosa statua nella parte nord di Mosul è stata distrutta perché ritraeva donne con le giare sulle spalle.
Sono stati frustrati dei cristiani accusati di bere alcol. Il corpo di una donna in vestaglia è stato ritrovato per strada. “Una prostituta punita” diceva il cartello. Che tutti prendessero nota. I barbieri hanno esposto cartelli in cui si legge che “non si effettuano né il taglio rasato né la rasatura della barba”. I cristiani che non si sono dati alla clandestinità hanno messo scritte cautelative: “Niente massaggi al viso”. Su un autobus di linea il conducente ha imposto la divisione fra uomini e donne. Altri volantini obbligano i negozi di abbigliamento a coprire i manichini.


I bagni pubblici hanno chiuso a causa di una fatwa sul sapone, “non esisteva all’epoca di Maometto”. Gli ordini arrivano fino all’assurdità: i ristoranti, molti cristiani, non possono preparare insalate di cetrioli e pomodori, uno è femmina e l’altro maschio. Le donne cristiane non si mostrano in pubblico senza il velo. I muri della città sono tappezzati di volantini che intimano di “seguire le orme della nostra signora Maria che si copriva il capo. Pena la morte”.
All’indomani dell’11 settembre, le televisioni di tutto il mondo trasmisero uno spot di al Qaida. Un drappello di jihadisti fa irruzione in una casa, marcia sotto il funebre stendardo, spara contro un bersaglio. Una croce cristiana. Simbolo da abbattere, come le bellissime giare di Mosul, come i meravigliosi Buddha di Bamyan, come padre Iskander. Pochi compresero la simbologia.

Nel 1998 il vescovo pachistano John Joseph si sparava alla tempia davanti a un tribunale in cui era stato condannato a morte il cristiano Ayub Masih. Oggi come allora, le ciglia del mondo libero si abbassano sulla sorte dei cristiani. In Iraq, la terra dell’Eden, la patria di Abramo da cui partirono gli evangelizzatori della Cina, una storia millenaria si sta spegnendo come cenere fredda.
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mercoledì, maggio 16, 2007

Gran Rabbi nato /5

IL DIBATTITO E' MEGLIO DEL DIALOGO
Ovvero: Mercoledì 16 maggio 2007 il Foglio pubblica un (lunghissimo) articolo-intervista di Andrea Monda al rabbino che ha "illuminato" Joseph Ratzinger!


Non c’è Von Balthasar. E nemmeno Rahner e Congar (e Wojtyla). DeLubac giusto una volta, Danielou due volte e Agostino, il “suo” Agostino, tre volte soltanto.
E’ interessante, a volte, leggere un libro a ritroso, partendo dalle ultime pagine, anzi, dall’indice dei nomi. Se poi il libro è quello di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, un’occhiata alle “fonti” è tentazione troppo forte a cui resistere. E le sorprese non mancano, non solo per le assenze ma anche per le “presenze”, come quella dell’anglicano C.S. Lewis, l’autore delle “Cronache di Narnia”, ma la più notevole delle quali è senz’altro quella di Jacob Neusner a cui Benedetto XVI dedica intere pagine, proprio nel cuore del suo saggio, nel capitolo dedicato all’esame del Discorso della montagna.

Neusner, chi era costui?
Anzi, chi è, visto che il settantacinquenne Rabbi Jacob è attivo come non mai.
Nato ad Hartford nel Connecticut nel 1932, sposatosi nel 1964 e padre di quattro figli, Jacob Neusner è un rabbino culturalmente influente quanto raffinato, tra i massimi esperti delle Sacre Scritture ebree: ad oltre novecento ammontano le sue pubblicazioni su Torah, Mishnah, Talmud e sui Midrash. Ha insegnato in diverse università americane (Columbia, Wisconsin, Dartmouth…) e dal 1994 insegna Storia e Teologia del giudaismo al Bard College dello stato di New York.
Ma forse il suo ritratto migliore è quello che gli dedica il Papa a pagina 129 del suo saggio su Gesù di Nazaret quando riconosce il “grande aiuto” che ha ricevuto dalla lettura del libro di Neusner “A Rabbi Talks with Jesus: An Intermillennial, Interfaith Exchange”, New York 1993) (tradotto in italiano da Piemme, Casale Monferrato, nel 1996 col titolo “Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù” e ora, purtroppo, introvabile).

Scrive Benedetto XVI che “Neusner, un ebreo osservante e rabbino, è cresciuto in amicizia con cattolici ed evangelici, insegna all’università insieme con teologi cristiani e nutre un profondo rispetto nei confronti della fede dei suoi colleghi cristiani, ma resta saldamente convinto della validità dell’interpretazione ebraica delle Sacre Scritture.
Il profondo rispetto verso la fede cristiana e la sua fedeltà al giudaismo lo hanno indotto a cercare il dialogo con Gesù”.
Parafrasando le parole di Benedetto XVI si potrebbe dire che ora è il Papa che, spinto dal profondo rispetto verso la fede ebraica e dalla sua fedeltà al cattolicesimo, è stato indotto a cercare il dialogo con il Neusner.


Il Foglio ha cercato Jacob Neusner per saperne di più di questo dialogo tra un ebreo e un teologo cattolico, iniziato negli anni Novanta attraverso una corrispondenza epistolare privata e ora diventato pubblico grazie al libro su Gesù di Nazaret, che quel teologo ha scritto dopo essere stato eletto Papa.

* * *

Nel suo saggio “Mere Christianity” del 1952 Lewis afferma: “Sto cercando di impedire che qualcuno dica del Cristo quella sciocchezza che spesso si sente ripetere: ‘Sono pronto ad accettare Gesù come grande maestro di morale, ma non accetto la sua pretesa di essere Dio’. Questa è proprio l’unica cosa che non dobbiamo dire: un uomo che fosse soltanto un uomo e che dicesse le cose che disse Gesù non sarebbe certo un grande maestro di morale ma un pazzo… oppure il Diavolo”.

Jacob Neusner da buon ebreo non accetta la pretesa di Gesù di essere Dio ma la prende molto sul serio e soprattutto non ama ripetere luoghi comuni come per esempio quello di separare il Gesù storico dal Gesù della fede. Questa sua apertura intellettuale non lo fa però venir meno neanche di un millimetro rispetto alla sua fede nell’Israele Eterno. “Io e il Papa siamo d’accordo sull’asserzione che il Gesù storico non è separato dal Gesù della fede” afferma il rabbino settantacinquenne.

“Nei primi anni Novanta il cardinale Ratzinger, richiamato all’interno della questione della pretesa di conoscenza storica nelle biografie del Gesù storico, fece notare che i risultati di molti diquesti lavori erano predeterminati dalle presupposizioni degli storici che li avevano scritti.
Nuovi approcci sono seguiti a quello storico-critico, rappresentati di recente dal professore Bruce Chilton, nel suo ‘Rabbi Jesus’ che ha realizzato una biografia interiore, descrivendo il significato religioso delle narrazioni dei Vangeli, compreso quello di Giovanni.
Il mio contributo è stato quello di mostrare che il Discorso della montagna, per la gran parte attribuito alle ‘ipsissima verba’ di Gesù, è un documento di una teologia cristiana pienamente sviluppata”.

Jacob Neusner è molto soddisfatto dell’andamento del dialogo tra lui e Ratzinger, persone “fedeli a Dio” che hanno “appreso il rispetto reciproco delle diverse convinzioni: noi partecipiamo a un medesimo compito che è quello di servire Dio e questo non esclude il dibattito. Ciò su cui i due libri insistono è che la pretesa di verità delle religioni non è negoziabile e deve essere affrontata”.

Il rabbino è colpito in particolare dall’affetto del teologo diventato Pontefice, un affetto e un rispetto che si inseriscono “nella tradizione dei doni di Papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II, e di due generazioni di cristiani che hanno cercato di realizzare questo compito di conciliazione.

La chiesa cattolica ha tentato di formare una teologia cattolica del giudaismo e alcune autorità del giudaismo si sono impegnate a rispondere.
Tutti questi sforzi sono a un tempo sensibili e delicati ma anche capaci di far nascere frutti”.

Profondo conoscitore delle Scritture, Neusner preferisce entrare nel merito del confronto tra ebrei e cristiani a livello appunto scritturistico, lasciando da parte la pur condivisa critica all’eredità dell’illuminismo che ha fatto sì che la questione ‘de veritate’ sia stata accantonata perché la religione è stata progressivamente considerata, proprio per le sua pretesa di verità, come un elemento di disordine e violenza.
Anche a Neusner non va giù che gli stati laici abbiamo predicato e praticato una indifferenza rispetto alla verità e quindi alle religioni ed è triste, secondo il rabbino, che il dialogo e la “negoziazione” abbiano preso il posto del dibattito e della ricerca. Questa considerazione lo porta a confermare la bontà del suo interloquire col pontefice romano perché “quelli che prendono sul serio la pretesa veritativa delle religioni entrano nel dibattito, basato su premesse condivise, riguardante ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”.

Insomma, niente chiacchiere, ma massima concentrazione sul Discorso della montagna, perché è lì che si giocagioca tutto: “Il vangelo secondo Matteo definisce le basi del dibattito con l’affermazione di Cristo sul fatto che egli sia giunto a portare a compimento la Torah.
Questo è il punto di partenza della discussione, un punto in cui persiste un criterio condiviso di verità. E’ un’impresa degna di essere affrontata. Il risultato della discussione è chiarire le scelte fatte dai partecipanti al dibattito, le alternative che si trovano di fronte a ciascuno di essi, e le conseguenti forme di sistema religioso difese da ognuno. Lo studio comparativo delle religioni chiarisce il carattere delle religioni che sono comparate e rinforza da entrambi i lati la fede nelle proprie rispettive posizioni”.

Se queste sono le premesse è scontata la risposta sul tema della tendenza, presente in molti stati occidentali, di ridurre lo spazio pubblico delle religioni che devono essere costrette nell’ambito privato, personale, interiore.

“La religione è una faccenda pubblica e sociale, è qualcosa che la gente compie insieme. Ridurre la religione a qualcosa di privato e di personale è trattare la religione come qualcosa di insignificante. Ma la stragrande maggioranza degli esseri umani in tutto il mondo pratica una religione che è pubblica e che ha una pesante relazione con la sfera politica.
Nella storia e nella contemporaneità il cristianesimo, il giudaismo, l’islam, il buddismo e le altre religioni del mondo esprimono giudizi sulla condizione umana e definiscono la cultura per la maggior parte dell’umanità, come hanno dimostrato gli studi sociali di padre Andrew Greely dell’Università di Chicago e dell’Arizona.
Dobbiamo sempre ricordarci che solo alcune nazioni hanno intrapreso il sentiero di secolarizzazione, solo alcune, non la maggior parte”.

Per Neusner, e questo è un altro punto di accordo con l’impostazione ratzingeriana, la religione ebraica insieme a quella cristiana, rappresentano il vero “illuminismo”, perché portano la luce della ragione in un mondo pagano oscuro e violento, e questo lo si comprende bene rispetto al problema della concezione della vita: “Abbiamo appreso la lezione della guerra e dell’Olocausto, che ci ha insegnato ad apprezzare il carattere sacro, inviolabile della vita, anche dei non nati.
Il giudaismo e il cristianesimo stanno dalla parte della vita che supera la morte.”

Dalla vita alla famiglia il passo è breve: “La famiglia trova la sua definizione nel racconto della creazione nella Genesi, con la sua enfasi sull’unione tra l’uomo e la donna.
Il rito del matrimonio del giudaismo è esplicito nel paragone tra gli sposi e Adamo ed Eva”.
Breve anche il passo dalla famiglia alla nazione; sotto questo aspetto Neusner rifiuta ogni idea di ebraismo come religione etnica o nazionalistica: “I profeti della Bibbia ebraica e i rabbini del Talmud che sostengono l’eredità profetica trasmettono una visione di tutta l’umanità, una visione di pace, e includono nelle loro profezie tutti i popoli e le razze.
Questa è la concezione del giudaismo, che cerca la riconciliazione escatologica di tutta l’umanità”, come dice il secondo capitolo del libro del profeta Isaia: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti”( Is 2, 1-2).

Se il Papa sottolinea la portata universale del messaggio cristiano, gli fa eco (e da controcanto) il rabbino Neusner: “Il giudaismo porta un messaggio per tutta l’umanità e apre la porta alla conversione, all’accettazione della Torah del Sinai e alla sua legge e alla sua teologia da parte di tutta l’umanità. In questo senso l’umanità realizza la santità di ogni vita umana, nell’accettare la parola di Dio della Torah e il piano per la santificazione dell’umanità.
Il giudaismo, che accetta i convertiti, non è una religione etnica o nazionalistica ma una religione che si comprende attraverso la figura di Israele come popolo di Dio, così come definito dalla Torah. In questa convinzione entra lo stato di Israele che incarna la speranza del popolo ebraico per la restituzione della terra santa al popolo santo e viceversa, ma questa è un’aspirazione soprannaturale, non limitata a un particolare gruppo etnico”.

Universalismo e questione del sabato: il rabbino rilegge il capitolo che il Papa dedica al Discorso della montagna e, con perfetta simmetria, ne sottolinea anche tutte le “distanze”: “Il sabato per il giudaismo è inteso come la celebrazione della creazione del mondo e la liberazione per gli schiavi dall’oppressione, la libertà per l’umanità.
Il riposo del sabato rappresenta un’offerta a Dio. Tutto questo non può essere desacralizzato, ‘laicizzato’. Qui le due fedi sciolgono la compagnia, si dividono.
E così pure l’islam che, da parte sua, ha una concezione del venerdì diversa dalla santificazione giudaica del settimo giorno della creazione e diversa pure dalla domenica cristiana”.
Così, acutamente senza peli sulla lingua, un ebreo rabbino capo parla con Gesù e di Gesù, aiutato e confortato dall’altrettanto acuta e schietta attenzione di un teologo tedesco che da due anni da oltre un miliardo di persone di quel Gesù è considerato vicario.

martedì, maggio 15, 2007

segni della fine del mondo /4

Ovvero: Nostra Signora di "Porto Salvo"
Nelle elezioni comunali svoltesi domenica 13 maggio 2007 nell'isola di Lampedusa (Provincia di Agrigento), ovvero nel lembo di terra più a Sud della nazione italiana , ha vinto la Lega Nord!
La coalizione di centrodestra è risulta vincente come nelle altre elezioni svoltesi in concomitanza in Sicilia. Nel Comune di Lampedusa la coalizione formata dal Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, An e Udc e Lega Nord ha ottenuto il 40% delle preferenze.
La Lega Nord, inoltre, ha ottenuto il risultato migliore tra i partiti della coalizione vincente riuscendo a portare al Comune 4 suoi consiglieri guidati da Angela Maraventano che conquista la poltrona di vicesindaco.
La Maraventano è famosa per le sue battaglie contro l'immigrazione clandestina che da tempo affliggono Lampedusa diventata ormai famosa per gli sbarchi e tristemente celeberrima per il "Centro di prima accoglienza".
La prima cosa che farà la nuova vicesindaco sarà quella di utilizzare la struttura destinata a nuovo centro di accoglienza per immigrati (e che dovrebbe essere pronto nel prossimo autunno) come nuova scuola per i bambini lampedusani.

Angela Maraventano detta "la passionaria" qualche tempo fa propose di inserire Lampedusa nella provincia di Bergamo.

La (santissima) Annunziata




"SINISTRA ASCOLTA SAN GIOVANNI" è il grido della giornalista Lucia Annunziata che dalle colonne della Stampa, quasi novella stilita, lunedì 14 maggio 2007 essa rivolge a coloro che soli si considerano tali e che orgogliosamente si son fregiati del titolo di "Democratici".

"Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!"(Mt 3,2) o "Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? (Mt 3,7): probabilmente son queste le parole di San Giovanni che la Sinistra italiana dovrebbe ascoltare poichè Lucia Annunziata invoca un generale cospargersi il capo di cenere, che non c'è stato. Anzi! Si è assistito da parte della Sinistra all'accusare la manifestazione cattolica di essere una manifestazione in quota al centrodestra fino a far sospettare molti cattolici che avevano votato per la Margherita che forse aver mangiato "pane e cicoria" sia stata una penitenza poco fruttuosa: forse che, ad imitazione di san Giovanni, bisognerebbe prendere le distanze dagli ex comunisti e senza por tempo in mezzo dirigere i propri appetiti verso le lecuste e il miele selvatico?

Altra cosa veramente sconcertante per non dire irritante da parte di coloro che sbandierano il proprio "orgoglio laico" è quello di rimproverare al milione di persone che hanno partecipato sabato 12 maggio al Family Day a Piazza San Giovanni di essere poco cristiani; innanzitutto di mancare nella virtù preclara dei cristiani ovvero la carità: andare in piazza ad "ostentare" la solidità del proprio matrimonio e la propria nuMerosa prole è una violenza psicologica verso i propri fratelli più sfortunati che hanno divorziato o che non hanno avuto figli!
E' mancato solo che il giorno dopo l'Unità e il Manifesto scrivessero che a fine giornata la nettezza urbana avava raccolto centinaia di preservativi usati (e magari con in filigrana lo stemma dell'arcidiocesi di Genova!)

Poi ci son quelli che senza passare dalla teologia morale arrivano a trattare di rettamente della teologia dogmatica rimproverando alla Chiesa Cattolica di aver travisato la dottrina di Gesù Cristo tanto che l'imbarazzo tacito dell'Annunziata verso costoro nel articolo qui sotto riproposto diviene palese:
"Vabbè, capisco. Un milione di persone cosa volete che sia?
Per altro non è nemmeno sicuro che siano state davvero un milione, perché si sa che in questi casi gli organizzatori esagerano.
Così come si sa che quando ci sono le parrocchie di mezzo la folla si fa subito, e infatti che tipo di folla era, alla fine? Brutti, brutti, brutti persino peggio di quelli di Cl che almeno hanno l’estetica giusta, visto che sono espressione del Nord.

Poi, se non bastasse, non avete guardato le tendenze demografiche, non avete forse visto che i dati ci danno ragione, in Italia, e anche in America, aumentano le famiglie senza matrimonio, e i figli fuori dal matrimonio?

Mi arrendo, dunque, alla valanga di rassicurazioni che i pensatori, i leaders (e un po’ di basso cicaleccio) della sinistra, oggi tutta in versione «esperta di Vangelo», mi dicono per aiutarmi a dimenticare presto la giornata del Family Day. Nulla è successo, tutto è come prima.

Personalmente, i Vangeli non li sfoglio con frequenza, ma qualche conto con le mani, senza scomodare un pallottoliere, credo di saperlo ancora fare: e secondo questi conti, in un Paese in cui la coalizione al governo ha vinto per ventimila voti, c’è un’alta possibilità che quei ventimila voti fossero domenica in quella piazza.

Se si aggiunge che la manifestazione è stata organizzata da Savino Pezzotta, uomo non esattamente sconosciuto alla sinistra, e da Luigi Bobba, senatore a pieno titolo del nuovo Pd, i dubbi sulla presenza di quei ventimila voti si fanno quasi certezza. Era davvero scontato, ed è oggi davvero indifferente, che quella piazza non sia stata parte delle mobilitazioni del centrosinistra? Sullo scontato non possiamo pronunciarci, visto che con i se non si va da nessuna parte; quanto all’efficacia basta guardarsi intorno.

I coraggiosi della laicità a Piazza Navona hanno messo su una bella festa, ma con lo sguardo rivolto indietro, rivelando di quanta nostalgia siano intessute le loro aspirazioni di oggi. La lontana equidistanza in cui si sono rifugiati i Ds ha negato quella che è, ancora oggi, la loro migliore qualità: la forza di stare in mezzo alle cose. Più che in ascolto sono apparsi così in imbarazzo. Ma il vero disastro ha attraversato come una lama i cattolici del futuro Partito Democratico: con Acli, Sant’Egidio, sindacato in piazza, e Bindi (e simili) a tentare freneticamente di lanciare un ponte qualunque con quella stessa piazza: chi pensa che una conferenza nazionale sulla famiglia sia una ottima risposta a tanti cattolici in piazza alzi la mano.

Del resto, dicono i commentatori, spaccare, infilare questo paletto nel cuore della unità dei cattolici del futuro Partito Democratico era proprio lo scopo di questa manifestazione. Se questo era l’obiettivo di Pezzotta, dei focolarini, e della Chiesa abbiamo solo da congratularci con loro: l’obiettivo è stato raggiunto. La domanda rimane: com’è possibile che gli italiani che vogliono difendere la famiglia - obiettivo in sé non così disprezzabile (dopotutto non si trattava di svastiche o croci uncinate) - partiti con Savino Pezzotta siano arrivati poi sotto il cappello di Silvio Berlusconi. Ed è una domanda cui la sinistra ancora non ha dato risposta. Sostenere infatti che questo sia il risultato di una enorme pressione della Chiesa, o di una abilità tattica della destra, non è credibile. La Chiesa era molto più forte e attiva nel lontano 1974, eppure il referendum vinse. E il centrodestra appare oggi più confuso e diviso del centrosinistra: persino in piazza San Giovanni domenica i suoi leader sono riusciti a litigare.

Invece di guardare indietro alla gloriosa data del referendum sull’aborto, il pensiero del centrosinistra avrebbe dovuto forse rivolgersi a un altro referendum, quello sulla procreazione assistita, perso drammaticamente pochi anni fa. Dopo quella sconfitta la sinistra avviò una riflessione sul proprio stesso voto, che aveva rifiutato quella scelta. Si disse, allora, che evidentemente stava crescendo nella popolazione italiana una ricerca intorno all’etica pubblica e privata dai profili diversi, in cui si coniugava il desiderio di cambiamento a un bisogno di certezze. Famiglia, Stato, cittadinanza, sicurezza sono del resto in tutta Europa (nelle analisi dello stesso centrosinistra) il grumo intorno a cui si desidera trovare quella solidità che serve ad affrontare tutto un mondo in rapida evoluzione: aperto dalla rottura delle frontiere dell’economia, della scienza e delle nazioni. Riflessioni che sono state riproposte recentemente anche dalle trasformazioni in corso in grandi Paesi guida come l’Inghilterra, e poi la Francia. Nazioni in cui nuove domande economiche e spirituali hanno - secondo l’opinione di tutti - provocato la fine dell’idea tradizionale di destra e sinistra.

Dunque, perché non riconoscere che sui temi della famiglia, dei diritti, della sicurezza, è al lavoro anche in Italia questa talpa che lentamente cambia la coscienza pubblica, inclusa quella di sinistra? Si è preferito invece dare vita a una vecchia competizione fra laici e cattolici, in cui, se di questo si tratta, si è finito con il dare la vittoria alle forze più conservatrici.

Certo, i principi sono importanti, e la politica è innanzitutto difesa di principi: non si può ammainare la bandiera della laicità. Ma se questi principi non si è capaci di trasformarli in provvedimenti reali, perché mancano i numeri nello stesso governo, perché c’è dissenso nella stessa base delle forze politiche che li propongono, perché c’è divisione nel Paese, bisognerà almeno dirsi che questa politica è inefficace? Se di recente c’è stato caso più perfetto di errata gestione di un percorso politico, certo io non lo ricordo."

A SECRETIS, II

Ovvero: la paura fa 90!



Sul quotidiano LIBERO del 12 maggio 2007, alla vigilia del novantesimo anniversario della prima apparizione della Santa Vergine a Fatima, in un suo articolo il buon Antonio Socci come un novello Giobbe ha espresso tutte le sue doglianze contro le invettive lanciategli contro nientemeno che dall'Eminentissimo Bertone Segretario di Stato di sua Santità.

Socci è l'autore di un ormai celeberrimo panphlet "Il quarto segreto di Fatima" che analizza la suggestiva ipotesi di un terzo segreto composto di due parti: il testo della visione pubblicata nel 2000 e un testo con le parole della Santa Vergine a commento della visione (cioè il "vero" segreto) ancora secretato.

Il libro, che è stato assunto ad un clamore ed una fama certamente insperata dall'autore, ha il suo punto di forza proprio nella sincera ed autobiografica analisi della propria costernazione di fronte (alle incongruenze tra ciò che per quarant'anni era trapelato intorno al Terzo Segreto di Fatima e cio che poi si è rivelato essere), e soprattutto, alla mancanza di trasparenza con cui monsignor Tarcisio Bertone, l'allora Segretario della Congregazione per la dottrina della Fede, aveva gestito la pubblicazione del segreto e massimamente i suoi incontri di ore con la nonagenaria Suor Lucia di cui ben poco è trapelato.

E' capitato spessissimo, con suor Lucia viva ma soprattutto con suor Lucia morta, che se qualcuno avanzi un'ipotesi temeraria o meno sulla vicenda delle apparizioni di Fatima ecco subito scendere in campo monsignor Bertone nel frattempo divenuto cardinale di Genova e e poi Segretario di Stato vaticano, a puntualizzare, smentire, chiarificare la verità dei fatti in virtù di ciò che Suor Lucia gli ha detto nelle lunghe ore di "interrogatorio" cui fu sottoposta per mandato di Papa Giovanni Paolo II il quale con una missiva rassicurava la veggente di rispondere senza reticenze al monsignore inviatio da Roma.

Niente vieta di credere in buona fede alle dichiarazioni del cardinal Bertone anche se è opinione non condannabile quella di chi ritiene che colloqui così importanti avrebbero dovuto essere registrati accuratamente, e che se sono stati verbalizzati (cosa di cui Bertone diede indiretta conferma in un'intervista dopo la morte di suor Lucia) avrebbero dovuto essere resi pubblici dato che "l'interrogatorio" cui Bertone sottopose la novantenne carmelitana riguardava solo ed esclusivamente il cosiddetto "terzo segreto di Fatima" intorno al quale dopo il 13 maggio 2000 non ci dovrebbero essere più segreti.


Così si angustia il buon Socci:
"Che errore. Chissà perché il cardinal Bertone si è cacciato in questo guaio mettendo nei pasticci il Vaticano.
Personalmente dovrei essere strafelice che il Segretario di Stato (quindi il numero 2 della Chiesa) abbia pubblicato un libro, "L'ultima veggente di Fatima", per ribattere al mio "Il quarto segreto di Fatima". È un unicum. Neanche Dan Brown ha avuto un tale onore. Evidentemente quelle mie pagine devono scottare molto. Al prelato è scappata la frizione perché - con tanti saluti alla carità cristiana - inveisce contro di me: le mie sarebbero «pure farneticazioni», la mia inchiesta farebbe il gioco «dell'antica massoneria per screditare la Chiesa» ...

...
Ma qual è il cuore della nostra diatriba? Sta in questa domanda: il famoso "terzo segreto" di Fatima, contenente la profezia di ciò che dovrà accadere alla Chiesa e al mondo nel futuro prossimo, è stato pubblicato per intero nel 2000? Io ho cominciato la mia inchiesta convinto che fosse così. Poi mi sono reso conto che i fatti dicevano il contrario. Ne ho dovuto lealmente prendere atto, dichiarandolo e rilevando un quantità incredibile di "buchi" e contraddizioni della versione ufficiale. "


Ben si vede che il cardinal Bertone ha letto il panphlet socciano dove nella narrazione della secretazione ed ella dissecretazione del "terzo segreto" coloro che fanno meno bella figura sono papa Giovanni XXIII e Bertone.
Quest'ultimo, a differenza del "Papa Buono" a propria discolpa non può vantarre l'aureola della santità nè la mitezza di carattere.

Prova che la lettura de "Il quarto segreto di Fatima" ha provocato a Sua Eminenza un gran "giramento dei santissimi" è l'aver ingaggiato il vaticanista di Raiuno Giuseppe de Carli per un libro-intervista da contrappore al libro di Antonio Socci. Ecco pertanto vedere le stampe per le edizioni Rizzoli "L'ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia" in cui l'Eminentissimo racconta per l'ennesima volta tutta la verità sui suoi incontri con suor Lucia. Fa problema che ogni volta che il cardinal Bertone assicura di dire "tutto" su Fatima aggiunge sempre qualcosa di nuovo!

Di ciò continua a dolersene Socci: "A Bertone, che da monsignore ebbe una parte da protagonista nella pubblicazione del segreto fatta nel 2000, chiesi un colloquio nel corso dell'inchiesta.
Pur conoscendomi bene, me lo negò e anzi si attivò subito per pubblicare un libro di risposta al mio. Come poi ha fatto in questi giorni (il 13 maggio è il 90° anniversario delle apparizioni).
Il problema è che questo libro non dà neanche una risposta agli interrogativi. E anzi pone ulteriori problemi.

Ho provato addirittura imbarazzo a leggere una cosa tanto pasticciata e autolesionista.
Per qualunque autore sarebbe un colpo eccezionale vedersi attaccato personalmente dal Segretario di Stato vaticano senza uno straccio di argomento. Ma per me è un disastro, perché mi sento prima cattolico che giornalista.

Avrei preferito aver torto marcio ed essere confutato. Oppure avrei voluto che la Santa Sede si decidesse a rivelare tutta la verità sul "terzo segreto" di Fatima, pubblicando - come la Madonna aveva chiesto - la parte ancora nascosta. Altrimenti avrei preferito essere ignorato, snobbato, boicottato. L'unica cosa sbagliata, l'unica cosa da evitare è precisamente ciò che Bertone ha fatto: esporsi pubblicamente senza rispondere a nulla e anzi aggiungendo trovate disastrose. Per lui e per il Vaticano.

Innanzitutto c'è il problema della "gestione" della testimone di Fatima, suor Lucia: per anni tutti hanno potuto strologare su Fatima tranne lei che dal 1960 è stata silenziata dal Vaticano. Cosa si temeva? Prima della pubblicazione del testo, nel 2000, il papa invia Bertone dalla suora, a Coimbra. Lo invierà ancora una volta nel novembre 2001. Infine il prelato tornerà da lei nel dicembre 2003. Questi tre colloqui erano la grande occasione perché l'unica veggente in vita, ormai quasi centenaria, lasciasse a tutti i cristiani e all'umanità la sua completa e preziosissima testimonianza sulla più importante apparizione mariana della storia. Un'opportunità epocale. Anche per mettere a tacere tante voci e leggende e per proteggere il Vaticano da accuse di manipolazione, Bertone avrebbe dovuto registrare (magari anche far filmare) questi eccezionali colloqui da lasciare ai posteri. O quantomeno disporre di verbalizzare tutto, domande e risposte, da far firmare alla veggente. Per evitare future e prevedibili contestazioni. Ma incredibilmente questi tre interrogatori, della durata - dice il prelato - di «almeno dieci ore», non furono né registrati, né filmati, né verbalizzati.

Il prelato ci spiega oggi che lui «prese appunti».
Così nei documenti ufficiali di Fatima sono riportate solo poche frasette attribuite alla suora, frasi di discussa credibilità e per nulla esaurienti perché le domande decisive, quelle che servivano per chiarire tutti i dubbi, non le furono poste, o almeno non sono riportate da Bertone ...

...
E quel che è peggio attribuisce oggi alla suora - che nel frattempo è morta e non può smentire nulla - delle frasi che non furono riportate nel resoconto ufficiale del 2000. Secondo Bertone la suora avrebbe detto, davanti al testo del 2000, che «questo è il Terzo Segreto», «l'unico testo» e «io non ho mai scritto altro».
Perché una frase così importante non fu riportata da Bertone nella pubblicazione ufficiale? E perché il prelato non chiese alla veggente se aveva mai scritto il seguito delle misteriose parole della Madonna sospese dall'eccetera («In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede ecc») che sono sempre state considerate dagli esperti l'incipit del Terzo Segreto?

Davvero strano. Come l'altra frase che oggi - e solo oggi, morta la veggente - il prelato le attribuisce, secondo cui suor Lucia, quando seppe dell'attentato al papa del 1981, «pensò subito che si era attuata la profezia del Terzo Segreto». Perché mai una conferma così decisiva non fu riportata nel resoconto ufficiale? Perché nel dossier vaticano, che pubblicava il testo della visione (col «vescovo vestito di bianco ucciso»), nessuno - né suor Lucia, né i cardinali Sodano e Ratzinger e neanche Bertone stesso - scrisse esplicitamente che l'attentato del 1981 era la realizzazione del Terzo Segreto?
E perché Ratzinger disse che tale interpretazione era solo un'ipotesi e non c'erano «interpretazioni ufficiali» della Chiesa, mentre oggi Bertone pretende di imporla come versione ufficiale?
E perché suor Lucia, nella lettera al pontefice allegata al dossier vaticano, scritta nel 1982, quindi un anno dopo l'attentato, spiegò che «non constatiamo ancora la consumazione finale di questa profezia» (del Terzo Segreto), ma che «vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi»?
Perché in quella lettera al pontefice Lucia non fa menzione dell'attentato appena verificatosi se proprio quello era la realizzazione del Segreto?

C'è chi ha sostenuto che Bertone non abbia registrato, né verbalizzato i colloqui con la veggente perché ne sarebbero emerse pressioni psicologiche, sulla suora di clausura, per indurla ad avallare certe tesi.
Mi è tornato in mente leggendo la pagina del libro di Bertone dove il cardinale ricorda che ad un certo punto la veggente era «irritata» e gli disse: «Non mi sto confessando!».
A cosa poteva rispondere con queste dure parole Lucia? Forse qualcuno ricordava all'anziana suora di clausura il potere ecclesiastico e ventilava «non assoluzioni»? Non si sa, perché il prelato - che ricorda bene la risposta (per le rime) della suora - dice di aver «rimosso» (testuale) la sua domanda. È evidente che il "quarto segreto" di Fatima (ovvero la parte nascosta del terzo) esiste e nel mio libro penso di averlo dimostrato...


...Non ho spazio qui per elencare tutte le gaffe del libro. Ma qualcuna sì. Bertone c'informa per esempio che «suor Lucia non lavorò mai col computer». Notizia preziosa perché in un'intervista alla Repubblica del 17 febbraio 2005 aveva dichiarato che Lucia «usava alla fine perfino il computer». La cosa allora serviva ad accreditare certe lettere del 1989 di suor Lucia che non erano auto- grafe e contraddicevano quanto aveva detto in precedenza sulla «consacrazione della Russia».

È curioso che il Segretario di Stato nel suo libro accrediti pure la voce che Gorbacev, nella storica visita a papa Wojtyla del 1° dicembre 1989, «abbia fatto mea culpa» davanti al papa, quando fu ufficialmente smentita dalla Sala Stampa vaticana il 2 marzo 1998. Del resto Bertone oggi accredita come autentiche addirittura le esplosive dichiarazioni sul Terzo Segreto attribuite a Giovanni Paolo II a Fulda nel novembre 1980, quando esse furono smentite sia dalla Sala Stampa vaticana che dal cardinal Ratzinger («questo incontro a Fulda è falso, non ha avuto luogo e il papa non ha detto queste cose»).
Del resto Bertone si premura di dire che «l'interpretazione del cardinal Ratzinger» relativa al Terzo Segreto «non era un dogma di fede». Ma lascia che il suo intervistatore presenti il Bertone-pensiero così: «le sue parole, davanti a tante interpretazioni del messaggio della Madonna..., sono l'imprimatur di una versione definitiva». Addirittura superiore a Ratzinger..."

giovedì, aprile 26, 2007

ADVERSUS HAERESES, XI


Alle ore 17:12 del 20/04/2007 sulla prima pagina di Televideo Rai appare la notizia: "Papa, abolito ufficialmente il limbo
Il "limbo" è stato abolito ufficialmente dalla Chiesa. Oggi è stato pubblicato un documento della commissione teologica internazionale, approvato dal Papa, afferma che il tradizionale limbo, il luogo dove i bambini non battezzati vivono per l'eternità senza comunione con Dio, riflette una visione eccessivamente restrittiva della salvezza."

Stupice il clamore che un documento di una commissione teologica può suscitare in noi uomini e donne mondani e carnali che solitamente poco ci curiamo dei nostri eterni destini!

Ad un estremo ci sono dei patetici cattolici "progressisti" che si son compiaciuti per un ulteriore nuovo "passo avanti" della Chiesa beandosi al pensiero che tra ottocento anni la Chiesa potrà anche mutare la dottrina ufficiale sulla pillola e sul preservativo; dall'altro i cattolici e i non cattolici (oltre ai cattolici distratti) che pensano che è stato abolito il Limbo tout court e quindi d'ora in poi dovrà essere considerata una fola la post mortem discesa di Cristo al Limbo.

Poi oltre a pochi analisti laici intelligenti ci son quelli per cui l'abolizione del dantesco "castello degli spiriti magni" è l'ulteriore prova provata che il papa non è infallibile e che la fede cattolica una fandonia.
Mi aspetto ti trovare quanto prima fresco di stampa un nuovo libercolo di Piergiorgio Odifreddi dal titolo "Perchè non possiamo essere lambiti dal Limbo" in cui il razionalista illuminato, usando il più puro metodo scientifico, smaschererà tutte le menzogne della Chiesa cattolica indicando punto per punto i passi in cui la dottrina cattolica si è distaccata da ciò che invece ha scritto Dante Alighieri della Divina Commedia.

(Avrei voluto nei giorni scorsi e vorrei adesso scriverne molto più diffusamente -e mi auguro di farlo prima o poi- ma per alcune settimane questo blog dovrà... "riposare nel seno di Abramo")

mercoledì, aprile 25, 2007

Sonetos Fùnebres, XIV

Ovvero: Salva o Dio il Tuo popolo e benedici la Tua eredità!










Boris Eltsin primo presidente della Russia, morto di infarto lunedì 23 aprile all'età di 76 anni, è stato il primo leader ad avere in Russia un funerale di Stato e una sepoltura rigorosamente e solennemente conformi al rito cristiano ortodosso, dopo la Rivoluzione d'ottobre.
All'interno della cattedrale del Santissimo Salvatore del Cremlino (ricostruita per volontà di Boris Eltsin proprio com'era e dov'era quella distrutta dagli stalinisti) la bara in legno di massello brunito, avvolta dalla bandiera nazionale, era stata sistemata martedì al centro della cattedrale, vigilata da quattro giovani della Guardia d'Onore del Cremlino per una veglia funebre che ha visto sfilare davanti al feretro oltre ventimila russi.

La solenne "divina" liturgia funebre di mercoledì 25, iniziate al mattimo e protrattasi per molte ore com'è consueto nel rito bizantino, è stata presieduta dal metropolita Juvenalij di Krutitsy e di Kolomna (una delle cariche più importanti del Patriarcato di Mosca) che nell'orazione funebre ha detto del defunto "corvo bianco" che: "Ha aiutato il popolo ad ottenere la libertà".


Di lato al feretro la panca dei parenti: la vedova Naina, le due figlie vestite di nero, i nipoti, i due generi, gli amici più stretti.

Alla cerimonia funebre erano presenti statisti stranieri provenienti da tutto il mondo: Bush senior e Clinton, il presidente tedesco Horst Kohler, l'ex presidente del Consiglio e senatore a vita Giulio Andreotti in rappresentanza dell'Italia, Lech Walesa per la Polonia. Fra i ciunquemila ospiti riuniti nella cattedrale, anche il grande rivale politico di Eltsin, Mikhail Gorbaciov.

L'allodola di Frisinga / 7


Nella sua consueta catechesi dell'udienza generale di mercoledì 25 aprile 2007 , l'ottuagenario sedici volte Benedetto, pur parlando dei suoi "amici" Padri della Chiesa, ha molto confidato della metodologia con cui egli -un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore- si è sempre devotamente cibato del "Pane della Parola":

"Cari fratelli e sorelle,

nelle nostre meditazioni sulle grandi personalità della Chiesa antica, ne conosciamo oggi ad una delle più rilevanti. Origene alessandrino è realmente una delle personalità determinanti per tutto lo sviluppo del pensiero cristiano. Egli raccoglie l'eredità di Clemente alessandrino, su cui abbiamo meditato mercoledì scorso, e la rilancia verso il futuro in maniera talmente innovativa, da imprimere una svolta irreversibile allo sviluppo del pensiero cristiano.(...)

Abbiamo accennato a quella "svolta irreversibile" che Origene impresse alla storia della teologia e del pensiero cristiano. Ma in che cosa consiste questa "svolta", questa novità così gravida di conseguenze? Essa corrisponde in sostanza alla fondazione della teologia nella spiegazione delle Scritture. Far teologia era per lui essenzialmente spiegare, comprendere la Scrittura; o potremmo anche dire che la sua teologia è la perfetta simbiosi tra teologia ed esegesi. In verità, la sigla propria della dottrina origeniana sembra risiedere appunto nell’incessante invito a passare dalla lettera allo spirito delle Scritture, per progredire nella conoscenza di Dio. E questo cosiddetto "allegorismo", ha scritto von Balthasar, coincide precisamente "con lo sviluppo del dogma cristiano operato dall’insegnamento dei dottori della Chiesa", i quali - in un modo o nell’altro - hanno accolto la "lezione" di Origene. Così la tradizione e il magistero, fondamento e garanzia della ricerca teologica, giungono a configurarsi come "Scrittura in atto" (cfr Origene: il mondo, Cristo e la Chiesa, tr. it., Milano 1972, p. 43). Possiamo affermare perciò che il nucleo centrale dell’immensa opera letteraria di Origene consiste nella sua "triplice lettura" della Bibbia.(...)Con questa espressione intendiamo alludere alle tre modalità più importanti - tra loro non successive, anzi più spesso sovrapposte - con le quali Origene si è dedicato allo studio delle Scritture. Anzitutto egli lesse la Bibbia con l’intento di accertarne al meglio il testo e di offrirne l'edizione più affidabile. Questo, ad esempio, è il primo passo: conoscere realmente che cosa sta scritto e conoscere che cosa questa scrittura voleva intenzionalmente e inizialmente dire. Ha fatto un grande studio a questo scopo ... egli ha avuto anche contatti con i rabbini per capire bene il testo originale ebraico della Bibbia ...

Anche nelle Omelie Origene coglie tutte le occasioni per richiamare le diverse dimensioni del senso della Sacra Scrittura, che aiutano o esprimono un cammino nella crescita della fede: c'è il senso "letterale", ma esso nasconde profondità che non appaiono in un primo momento; la seconda dimensione è il senso "morale": che cosa dobbiamo fare vivendo la parola; e infine il senso "spirituale", cioè l'unità della Scrittura, che in tutto il suo sviluppo parla di Cristo. E’ lo Spirito Santo che ci fa capire il contenuto cristologico e così l'unità della Scrittura nella sua diversità. Sarebbe interessante mostrare questo. Un po' ho tentato, nel mio libro «Gesù di Nazaret», di mostrare nella situazione di oggi queste molteplici dimensioni della Parola, della Sacra Scrittura, che prima deve essere rispettata proprio nel senso storico. Ma questo senso ci trascende verso Cristo, nella luce dello Spirito Santo, e ci mostra la via, come vivere."

martedì, aprile 24, 2007

Pax tibi, o inFauste, evangelista meus! 3

Era un "pellegrinaggio" organizzato per Febbraio ma poi saltato a causa della caduta della maggiornanza in Senato sulla politica estera del Governo Prodi e della conseguente crisi politica. I monaci atoniti, comprensivi di fronte ai doveri istituzionali della terza carica dello Stato italiano, rinnovarono l'invito ma Fausto Bertinotti ha prudentemente aspettato la conclusione della assai ascetica Quaresima ortodossa per non ritovari a dover digiunare forzatamente durante tutto il proprio soggiorno sull'Aghios Oros.
Il Foglio di martedì 24 aprile 2007 offre con alcune dense pennellate l'icona del Fausto aghiorita contemplatore "di vino".



No, le barrique no! Molte cose il compagno presidente Fausto Bertinotti ha gradito dei due giorni sul Monte Athos: dalla natura al mare, dagli abati all’alloggiamento nella camera che ospita anche Carlo d’Inghilterra. Ma quando Sergio Valzania, responsabile dei programmi radiofonici Rai e ideatore del viaggio, lo ha condotto a Milopotamos, a visitare la cantina dove un suo amico monaco conserva il vino che produce, ha avuto il suo momento di dissenso, esprimendo la sua contrarietà al modello francese.
Quelle piccole botti da 225 litri non convincono affatto il presidente, piuttosto fautore, nel settore vinicolo, della “tradizione italiana”.

Il posto, come tutto il Monte Athos, soprattutto ora che è primavera, è meraviglioso: la luce, i colori, la grande antica torre.
“Uno dei più belli visti al mondo… Questo se la passa da Dio, in questo posto meraviglioso”, ha sospirato Bertinotti. Gli hanno fatto notare che lì si produce vino piuttosto “a maggior gloria di Dio”, e ridendo Bertinotti ha notato: “Ho un amico calvinista che produce vino, anche lui a maggior gloria diDio”.
Un grande esperto, lo ha giudicato comunque Valzania. “Ha stappato una bottiglia di vino rosso, buono, e una di bianco, così così”.

Poche ore ma intense. E’ saltata la visita al monastero della Grande Lavra, ma c’è stata quella al monastero di Simonos Petra, considerato il più “aperto” dell’intero Monte Athos. “Noi facciamo degli esperimenti”, gli ha detto infatti l’abate su una splendida terrazza, 350 metri a picco sul mare.
Invece ha alloggiato a Vatopedi, considerato al contrario il monastero più ortodosso della piccola repubblica teocratica. E perciò tutt’altro discorso si è sentito fare Bertinotti da quest’altro abate: “Noi veneriamo il vero Dio nel vero modo”.

Perfetto pellegrino, il presidente della Camera ha partecipato a tutti i vespri notturni nella chiesetta di Vatopedi: cento monaci che cantavano, Bertinotti che con attenzione seguiva. Poi, domenica mattina, dalle 7 alle 8 e 45, alla messa.
Cena tutta vegetariana il sabato sera, appunto prima dei vespri, pesce a pranzo la domenica, soltanto che il pranzo era alle ore 9, subito dopo la messa.

Ha avuto – autorevolezza della carica – l’alloggio più bello di Vatopedi, Bertinotti: con il bagno in camera e un terrazzo, l’ennesimo da quelle parti, con un panorama da lasciare senza fiato.
“Venite a vedere com’è bello!”, ha fatto notare al resto dei partecipanti. E soddisfatto la mattina dopo ha assicurato che nell’alloggiamento “non mancava nulla ma non c’era niente di superfluo, anche gli asciugamani erano quelli giusti”.
Ma soprattutto, dice Valzania, “si è incuriosito del sistema politico del Monte Athos, ha fatto un sacco di domande sul rapporto tra democrazia e tradizione”.
Il sistema di governo, la gerarchia che tiene in equilibrio le libere scelte, i poteri che s’intrecciano: questi i temi toccati.
I monaci hanno assicurato al presidente della Camera che “gli americani hanno elaborato la loro Costituzione anche studiando la Costituzione del Monte Athos”. Ipotesi affascinante, nel pieno della discussione sulle leggi elettorali italiane…

“In un posto così si notano quali sono le radici culturali dell’Europa”, ha detto Bertinotti ai suoi interlocutori. Ma aggiungendoaggiungendo anche che “è chiaro che esistono le radici cristiane, ma esistono anche altre radici culturali di cui tener conto”.
Ha visitato biblioteche, osservato meravigliosi dipinti, provato nostalgia verso quel mare nel quale è vietato fare il bagno, ha percorso la strada tra un convento e l’altro. Ha ricevuto in dono libri con le meraviglie artistiche del Monte Athos, ha acquistato braccialetti per i nipotini, ha rifiutato il miele locale: “Ne sono ghiotto e me ne regalano in continuazione: non riesco a finire quello che ho a casa”.

Vent’anni fa, Monte Athos ha festeggiato i suoi mille anni. “Un’astronave che si prepara a viaggiare nel tempo per altri mille anni”, hanno spiegato. E Bertinotti: “Un compleanno che vale la pena festeggiare”.

Felice e rilassato, alla fine, il presidente. Ci tornerà?
Dice Valzania: “Gli ho chiesto: ci sei mai stato a Santiago de Compostela? Dovresti andarci”.
E Bertinotti? “Mi ha sorriso”.
Magari chissà… In ogni modo, ogni volta che i monaci gli allungavano un bicchiere d’acqua ripetevano: “Chi ha bevuto l’acqua della Montagna Sacra torna di sicuro”.