mercoledì, aprile 25, 2007

L'allodola di Frisinga / 7


Nella sua consueta catechesi dell'udienza generale di mercoledì 25 aprile 2007 , l'ottuagenario sedici volte Benedetto, pur parlando dei suoi "amici" Padri della Chiesa, ha molto confidato della metodologia con cui egli -un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore- si è sempre devotamente cibato del "Pane della Parola":

"Cari fratelli e sorelle,

nelle nostre meditazioni sulle grandi personalità della Chiesa antica, ne conosciamo oggi ad una delle più rilevanti. Origene alessandrino è realmente una delle personalità determinanti per tutto lo sviluppo del pensiero cristiano. Egli raccoglie l'eredità di Clemente alessandrino, su cui abbiamo meditato mercoledì scorso, e la rilancia verso il futuro in maniera talmente innovativa, da imprimere una svolta irreversibile allo sviluppo del pensiero cristiano.(...)

Abbiamo accennato a quella "svolta irreversibile" che Origene impresse alla storia della teologia e del pensiero cristiano. Ma in che cosa consiste questa "svolta", questa novità così gravida di conseguenze? Essa corrisponde in sostanza alla fondazione della teologia nella spiegazione delle Scritture. Far teologia era per lui essenzialmente spiegare, comprendere la Scrittura; o potremmo anche dire che la sua teologia è la perfetta simbiosi tra teologia ed esegesi. In verità, la sigla propria della dottrina origeniana sembra risiedere appunto nell’incessante invito a passare dalla lettera allo spirito delle Scritture, per progredire nella conoscenza di Dio. E questo cosiddetto "allegorismo", ha scritto von Balthasar, coincide precisamente "con lo sviluppo del dogma cristiano operato dall’insegnamento dei dottori della Chiesa", i quali - in un modo o nell’altro - hanno accolto la "lezione" di Origene. Così la tradizione e il magistero, fondamento e garanzia della ricerca teologica, giungono a configurarsi come "Scrittura in atto" (cfr Origene: il mondo, Cristo e la Chiesa, tr. it., Milano 1972, p. 43). Possiamo affermare perciò che il nucleo centrale dell’immensa opera letteraria di Origene consiste nella sua "triplice lettura" della Bibbia.(...)Con questa espressione intendiamo alludere alle tre modalità più importanti - tra loro non successive, anzi più spesso sovrapposte - con le quali Origene si è dedicato allo studio delle Scritture. Anzitutto egli lesse la Bibbia con l’intento di accertarne al meglio il testo e di offrirne l'edizione più affidabile. Questo, ad esempio, è il primo passo: conoscere realmente che cosa sta scritto e conoscere che cosa questa scrittura voleva intenzionalmente e inizialmente dire. Ha fatto un grande studio a questo scopo ... egli ha avuto anche contatti con i rabbini per capire bene il testo originale ebraico della Bibbia ...

Anche nelle Omelie Origene coglie tutte le occasioni per richiamare le diverse dimensioni del senso della Sacra Scrittura, che aiutano o esprimono un cammino nella crescita della fede: c'è il senso "letterale", ma esso nasconde profondità che non appaiono in un primo momento; la seconda dimensione è il senso "morale": che cosa dobbiamo fare vivendo la parola; e infine il senso "spirituale", cioè l'unità della Scrittura, che in tutto il suo sviluppo parla di Cristo. E’ lo Spirito Santo che ci fa capire il contenuto cristologico e così l'unità della Scrittura nella sua diversità. Sarebbe interessante mostrare questo. Un po' ho tentato, nel mio libro «Gesù di Nazaret», di mostrare nella situazione di oggi queste molteplici dimensioni della Parola, della Sacra Scrittura, che prima deve essere rispettata proprio nel senso storico. Ma questo senso ci trascende verso Cristo, nella luce dello Spirito Santo, e ci mostra la via, come vivere."

1 commento:

Duca De Gandia ha detto...

E a proposito degli "amici" di Ratzinger stà per arrivare (in lingua italiana) Manuele II Paleologo:)

Il Foglio di mercoledì 25 aprile 2007:

"Milano. Nel 1942, i padri domenicani responsabili delle Editions du Cerf, la prestigiosa casa editrice francese dell’ordine, erano sfollati a Lione.
A Lione nel 1942 due padri gesuiti che poi saranno grandi teologi, protagonisti del Concilio e cardinali, Jean Danielou e Henri de Lubac, pubblicavano la “Vita di Mosè” di Gregorio di Nissa, il primo volume di una colossale impresa editoriale che avrebbe inciso profondamente nella rinascita della cultura cristiana dei decenni successivi, fino al Vaticano II e ben oltre esso.
L’incontro tra gli editori domenicani e i teologi gesuiti (nel gruppo c’era anche Yves Congar) rese possibile la nascita delle “Sources Chrétiennes”, la collana che in sessant’anni ha pubblicato oltre 500 volumi di scritti dei Padri della chiesa e di scrittori cristiani dal I al XV secolo, offrendoli per la prima volta in epoca moderna nel testo originale in edizione critica, corredato dalla traduzione in francese, da introduzioni e apparati di note storiche, filologiche e teologiche di alto livello scientifico.

Ora le “Sources Chrétiennes” iniziano una nuova vita in Italia, grazie a un altro felice incontro: le Edizioni Studio Domenicano di Bologna e le Edizioni San Clemente guidate da Antonia Salzano Auctis hanno infatti deciso di collaborare per pubblicare i volumi delle “Sources” in traduzione italiana. “Una bella notizia, una grande iniziativa di cui c’era estremo bisogno”. Così Pietro Citati saluta la nascita dell’edizione italiana. Solo due settimane fa, in un articolo sulla Repubblica dedicato al rapporto tra il cristianesimo e la cultura negli ultimi decenni, il critico aveva lamentato la mancanza in Italia di un’impresa paragonabile alle “Sources”.
Il lavoro di De Lubac, Danielou e di altri teologi che erano ripartiti proprio dallo studio dei Padri della chiesa era stato, spiegava Citati, “una grande rivoluzione silenziosa” all’interno del cristianesimo. Non per nulla, aggiunge ora Citati, “la parte migliore del Concilio nasce da questi teologi, e dalla loro riscoperta delle radici culturali e teologiche della tradizione, che erano andate quasi dimenticate”, con grave impoverimento culturale del cristianesimo e non solo. Un impoverimento oggi ancora più grave, e rispetto al quale la riscoperta dei Padri può essere un decisivo antidoto.
E’ questo lo spirito, dunque tutt’altro che aridamente filologico, da cui nascono le “Sorgenti” italiane, come ha ben chiarito l’arcivescovo di Bologna cardinale Carlo Caffarra presentando l’iniziativa: “Oggi il pensare cristianamente è insidiato da un soggettivismo che imprigiona l’uomo dentro un reticolato di opinioni senza senso”, ha detto. “Pensare cristianamente è allora necessario per ogni credente, se non vuole che il credere sia separato dalla vita. E’ andando alla scuola dei Padri che impariamo la logica cristiana”.
Una logica ancor più ricca, spiega al Foglio fra’ Giorgio Carbone, responsabile delle Edizioni Studio Domenicano, in quanto i Padri dei primi secoli rappresentano una fonte unitaria e riconosciuta per la chiesa cattolica come per le chiese d’oriente. “L’opera dei Padri è come l’eco della rivelazione biblica. Per secoli questi autori, molti dei quali erano vescovi, anche se non mancano i ‘laici’, hanno compiuto una sempre più approfondita ‘presa di coscienza’ della Rivelazione e del suo significato in rapporto alle scritture.
E’ in forza di questa riflessione sui Vangeli e sulle Scritture che il pensiero cristiano si forma. I grandi teologi medievali, la Scolastica, conoscono benissimo questi testi. E il loro recupero, iniziato negli anni 40-50, ha rivitalizzato tutto il pensiero cristiano”.

Lo scopo dell’iniziativa editoriale, dunque, è quello di contribuire a una crescita culturale di tutti i cristiani, e anche dei laici interessati a riscoprire le radici della cultura e della razionalità dell’occidente giudaicocristiano.
Per questo attorno al progetto si è costituito un comitato scientifico fitto di personalità cattoliche e laiche. Per questo Citati si augura “traduzioni ben fatte, che non respingano il pubblico” da quelli che Caffarra chiama “amici con i quali dialogo sui grandi interrogativi della vita”.

Tra i primi tre volumi pubblicati, un titolo indica bene anche l’intento di sfida culturale insito nell’impresa: si tratta dei “Dialoghi con un musulmano” di Manuele il Paleologo, l’imperatore bizantino divenuto famoso dopo Ratisbona."