venerdì, aprile 11, 2008

Sonètos Fùnebres, XVIII


"PREFIERO PATRIA LIBRE, A LA VIDA DE LOS PARIENTES"



Ovvero: In morte
della "Excelentísima Señora"
Luisa Isabel Álvarez de Toledo
y Maura
,
Duchessa di Medina Sidonia.


Figlia primogenita ed unica di Don Joaquín Álvarez de Toledo y Caro, ventesimo duca di Medina Sidonia, e della duchessa Maria del Carmen Maura Herrera (nipote di Antonio Maura che fu per cinque volte Presidente del consiglio dei ministri di Alfonso XIII); nacque il 18 agosto 1936 a Estoril, in Portogallo, dove i genitori vivevano in esilio in seguito alla crisi della "Seconda Repubblica" e lo scoppio della "Guerra civile"

Condotta al fonte battesimale il 21 agosto ricevette i nomi di Luisa Isabel María del Carmen Cristina Rosalía Joaquina e fu così ascritta nel libro d'oro dell'aristocrazia europea.
Nel 1940, terminata la Gurra Civile i Duchi di Medina Sidonia tornatono ai loro possedimenti andalusi.
Proseguendo la tradizione familiare che sin dai primi dell'Ottocento aveva reso il casato dei Medina Sidonia celebre per l'apertura alle idee progressiste, la piccola Luisa Isabel vide i propri genitori aiutare i poveri con cibo, medicine ed altro, mentre a lei consentivano tranquillamente di giocare con i figli dei contadini.

Educa in convento -come si conveniva per le fanciulle di buona famiglia- a causa del suo carattere "tremendo" e dei suoi modi "da maschiaccio" collezionò in breve tempo una lunga serie di espulsioni dai collegi religiosi: "Mi hanno insegnato il francese e hanno tentato di insegnarni l'inglese ed ho imparato a servire il tè. Nessuno mai ha preteso che io imparassi qualcos'altro".
Dalla frequentazione dei contadini imparò a ballare il flamenco.
La sua formazione culturale fu pertanto autodidatta sotto l'influenza del nonno materno Miguel Maura.

Compiuti i diciotto anni fece il suo debutto in società assieme a Sua Altezza l'Infanta Pilar de Borbón (sorella maggiore del futuro Re di Spagna Juan Carlos I). Poco prima di compiere i diciannove anni venne data in isposa al nobile José Leoncio González de Gregorio y Martí (1930-2008). Le nozze furono celebrate il 16 luglio 1955 a Mortera (in Cantabria) località di cui la nonna materna Julia Herrera si fregiava del titolo di "quinta Contessa" (la madre Carmen era morta quando Luisa aveva dieci anni).

Nel dicembre dello stesso anno 1955 (alla morte del padre) Donna Luisa Isabel venne a capo di una delle più prestigiose dinastie di Spagna risalente al 1297 (quando Guzmán "el Bueno" divenne il primo Duca di Medina Sidonia), nonchè il più antico titolo ducale reso ereditario nel 1445 per privilegio sovrano di Giovanni II per i servigi resi dal casato dei Medina Sidonia alla Corona di Castiglia.


La ventunesima Duchessa di Medina Sidonia "Grande di Spagna", ereditò inoltre i titoli di: diciassettesima Marchesa di Villafranca del Bierzo e "Grande di Spagna" (titolo concesso dalla Regina Isabella I "la Cattolica"); diciottesima Marchesa di Los Vélez e "Grande di Spagna" (titolo concesso dalla Regina Giovanna I "la Pazza"); Baronessa di Molinos del Rey ("Molins de Rei" in catalano). Fu anche "la ventinovesima"
Contessa di Niebla (fino a che non cedette questo titolo nobiliare al proprio primogenito).

Inoltre erede di antichi titoli nobiliari del Regno di Sicilia quali: Principessa di Montalbano e Principessa di Paternò, Contessa di Sclafani, Contessa di Adernò, Contessa di Caltabellotta, Contessa di Caltanissetta, Contessa di Caltabuturo, Contessa de Collesano, Marchessa di Calatafimi, Baronessa di Centorvi e Baronessa di Biancavilla (nonchè quindicesima Duchessa di Fernandina: attualmente "Ferrandina" in Provincia di Matera, Basilicata).
Ma con nessuno di una tal caterva di arcaici titoli assurse all'onore delle cronache: divenne celebre nel mondo intero con l'appellativo di 'Duquesa Roja' ovvero di "Duchessa rossa" per le sue pubbliche prese di posizioni "non convenzionali" nella Spagna franchista.

Residenza "principe" dei Medina Sidonia era il Palazzo Ducale della cittadina andalusa di Sanlúcar de Barrameda (Cadige) località in cui la duchessa (dai suoi concittadini popolarmente chiamata "La Duquesita") ha partorito i suoi tre figli: Leoncio Alonso González de Gregorio y Álvarez de Toledo (1956), María del Pilar Leticia e Gabriel Ernesto .

La diciannovenne e neosposa duchessa cominciò ad interessarsi del riordino dell'immenso patrimonio archivistico dei propri avi conservato nell'antico maniero di Sanlucar.
Dopo soli quattro anni di convivenza more uxorio , nel 1960 la duchessa si separò dal González de Gregorio anche se l'effettiva sentenza di divorzio si ebbe solo nel 2005.

Si andava, pertanto, diffondendo la fama di donna eccentrica della duchessa "tre volte Grande di Spagna", nomèa alimentate dal suo ostentare, oltre a sentimenti filantropici verso il proletariato, un portamento ed un vestire alla stregua dei suoi contadini. Contadini ai quali, oltre che a favorirli economicamente, cominciò a donare appezzamenti delle proprietà ducali, e progettava per loro la creazione di cooperative rurali.
Similmente si appassionava per le condizione economiche dei pescatori di Sanlucar de Barrameda alla testa dei quali nel 1964, abbigliata anch'essa a guisa di pescatore, guidò uno sciopero non autorizzato che le costò l'arresto ed il carcere che avrebbe potuto evitare pagando una multa, ma la ventunesima duchessa di Medina Sidonia rifiutò.

Il 17 gennaio 1967 nei cieli dell'Andalusia, durante un rifornimento in volo, avvenne la collisione tra due aerei militari statunitensi; un bombardiere B-52 che trasportava quattro bombe all’idrogeno con un aereo cisterna Kc-135; il boccaglio del braccio per il rifornimento dell’aereo cisterna urtò il bombardiere squarciandone la fusoliera che, a sua volta, colpendo l'aereo cisterna provocava l'esplosione in volo dei due veicoli e la morte di sette militari, mentre le quattro bombe atomiche cadevano sulla località costiera di Palomares de Almeria. Nell'impatto al suolo, due delle tre bombe H cadute sulla terra ferma, innescarono liberando complessivamente tre chili di plutoni; la quarta cadde in mare e quando ottanta giorni dopo fu ripescata -con ingentissimi sforzi della marina americana- dava anch'essa evidenti segnali di radioattività.

Mentre le autorità franchiste stavano tentavano di occultare o quantomeno sminuire la portata degli avvenimenti, la duchessa, riuscendo ad entrare nella zona interdetta grazie al privilegio del passaporto diplomatico vide con i propri occhi la vastità dei danni: si è poi stimato che mille e quattrocento tonnellate di terreno contaminato furono portati successivamente negli Stati Uniti per essere stoccati in appositi depositi di materiale nucleare; circa un'ottantina di cittadini di Palomares furono vittime delle radiazioni:

"Sono arrivata all’accampamento degli americani e ho visto tutti i bidoni di terra che stavano raccogliendo perché la terra era contaminata. Ne avevano levato un metro o forse più. Mi sono fatta riaccompagnare da una guardia civile che mi ha raccontato tutto.
Le persone del villaggio mi hanno chiesto di raccontare la verità all'esterno, alla stampa. Mi hanno dato anche una lettera. Sono andata a Madrid , dove conoscevo molti giornalisti e ho telefonato a molti corrispondenti dicendo che avevo l’autorizzazione della gente di parlare dell’accaduto.
Ho parlato con le autorità spagnole. Dovevano far arrivare 1 milione di dollari dall’America ma sembrava che ci fosse un problema burocratico. Allora ho chiesto di emettermi un certificato che dimostrasse che non erano stati contaminati. Il Capitano mi disse che non poteva emettere questo documento.
"Allora metteteli in quarantena e curateli" gli ho detto.
Ormai il male era fatto: "Almeno evitate che la situazione peggiori.
Se le autorità non mi ascoltano sono costretta a fare uno scandalo!"


Le sue pubbliche "sollecitazioni" al governo franchista per concedere indennizzi ai contadini i cui terreni erano stati irrimediabilmente contaminati culminarono, pertanto, un anno dopo, nel 1967, quando organizzò e capeggiò una pacifica manifestazione -oviamente non autorizzata- della popolazione di Palomares.
Fu arrestata, processata e condannata.
Il tribunale, in ossequio al suo rango, le aveva offerto il proscioglimento da ogni accusa in cambio di un suo pubblico "atto di pentimento" ma Donna Luisa preferì il carcere.
Scontò otto mesi di carcere dal marzo al novembre 1969 prima di uscire grazie ad un acconcio decreto legge di amnistia.
Nel frattempo un suo romanzo autobiografico "La Huelga" (cioè:lo sciopero) le costò nel 1968 un processo questa volta istruito presso il tribunale militare speciale che le comminò un'ulteriore condanna per avere insultato i militari e i magistrati; il libro venne proibito, circolò solo clandestinamente.
Nei suoi viaggi all'estero, solitamente in Francia, acquistava i "libri proibiti" dal regime franchista come ad esempio quelli degli esistenzialisti e dei marxisti, anche grazie al suo status diplomatico, riusciva a far passare alla dogana spagnola con lo stratagemma di coprire le opere proibite con le copertine di romanzi pornografici.
Scrisse e cercò di pubblicare "Palomares", un suo reportage sui noti eventi ma le rimandarono indietro la bozza del libro tutta completamente censurata per mano di Francisco Franco in persona!

Nell'anno 1970 a causa della sua attività politica con un atto giudiziario fu dichiarata "instabile" e le venne tolta la patria potestà dei figli mentre il marito José Leoncio Gonzales de Gregorio Marti ufficializzava la richiesta di divorzio. In questo frangente, in via confidenziale, ebbe notizia che un ordine di arresto per violazione della legge sulla censura era già pronto e che la attendeva una condannata a ventiquattro anni di prigione; in sole ventitrè ore -e in modo oltremodo picaresco- riuscì a passare i Pirenei.

Auto-esiliatasi in Francia, a Hesparren per oltre sei anni, si mantenne scrivendo articoli per giornali come "Le Monde" e "Liberation", denunciando la propria esperienza della dittatura franchista. Divenuta la beniamina dell'intelighenzia filocomunista con l'appellativo di "duchessa rossa", Luisa Alvàrez dovette pubblicamente schermirsi:
"Se avessi vissuto in uno stato comunista, avrei dovuto accettare tutta una serie di cose che non accetto: la perdita della libertà di espressione, di stampa, di raduno - proprio quelle privazioni contro le quali combatto nel mio paese".
La "tre volte Grande di Spagna" definiva la propria lotta politica: un "dovere repubblicano", fu pertanto una storica aderente al Partito Socialista spagnolo (PSOE) e riferendosi a Sua Maestà Juan Carlos era solita apostrofarlo come "El señor Borbòn". Amava dire:
"Se fossi nata in un paese libero, non avrei dovuto interessarmi di politica. Ma è stata una grande responsabilità essere spagnola".

Nel 1975, alla morte del Caudillo Francisco Franco, sul suo capo pendevano tutta una serie di condanne -a causa della sua attività antifranchista fatta all'estero- per le quali avrebbe dovuto scontare quarantaquattro anni di carcere!

Appena tornata in Spagna nel 1976 fu condannata a sei mesi di arresti domiciliari da scontarsi nel proprio maniero di La Montera per aver insultato una "guardia civil" subito dopo aver attraversato la frontiera.

Ritiratasi nella propria atavica magione andalusa di Sanlucar de Barrameda compose le novelle "La base", "La cacería" e in inglese "My prision", ispirandosi alla propria biografia politica; opere che in Spagna non trovarono nessun editore disposto a pubblicarle.

Si dedicò, pertanto, agli studi storici, in collaborazione con l'Università di Cadiz e il Dipartimento di Educazione dell'Andalucia, intorno alla storia del proprio casato ed alla catalogazione dei circa sei milioni di documenti conservati nell'archivio storico dei Duchi di Medina Sidonia: il più grande e antico fondo archivistico privato d'Europa. Ma anche per il sonnacchioso mondo accademico Luisa Isabel divenne un personaggio scomodo e degno di censure per la sua volontà di "revisionismo" della gloriosa storia patria.


Nel 1992 la Duchessa volle dare il proprio contributo alle celebrazioni per i cinquecento anni della scoperta dell'America col saggio: "Historia de una conjura" (storia di una congiura) cui seguì poco dopo un ulteriore tomo: "No fuimos nosotros" (Non siamo stati noi). Infatti, la tesi propugnata bellamente dalla duchessa, dopo aver scartabellato per anni le carte segrete dei propri avi, è che la scoperta dell'America sarebbe stata solo una farsa ed il frutto di una incrociata macchinazione politica:
"Per quanto ne sapeva la regina, Colombo veniva da Lisbona e faceva il tipografo. La regina aveva bisogno di qualcuno che non fosse spagnolo, che non avesse relazioni, che avesse un aspetto adeguato e che conoscesse molto poco la navigazione." Ebbe così a dichiarare (in una intervista televisiva)

L'attenzione della Duchessa (i cui avi erano i feudatari di quel porto di "Palos" da cui partirono le caravelle di Cristoforo Colombo) fu destato da un documento: "sul quale c'è scritto che la Corona mette a disposizione di Cristoforo Colombo 3 imbarcazioni per andare in un luogo assolutamente sconosciuto. Però si sapeva che il viaggio sarebbe durato 6 mesi. Colombo, infatti, si impegna a servire 2 mesi gratuitamente, mentre gli verranno pagati i restanti 4 mesi di viaggio.
Nel 1493, quando Colombo va a Barcellona, la Regina lo nomina Capitano Generale delle Indie e gli vieta di andare, nel suo prossimo viaggio, nelle miniere in possesso del Portogallo. Dunque, sia prima che dopo il 1492 sapevano esattamente dove erano le miniere.
E dovevano essere necessariamente in America. Se fossero state in Senegal, come ci raccontano, Colombo non ci poteva andare con le Caravelle"

Quindi da molto tempo prima della scoperta "ufficiale" -addirittura da secoli, secondo la XXI duchessa di Medina Sidonia!- le colonne d'Ercole erano attraversate pacificamente non solo da spagnoli e portoghesi, ma anche da inglesi ed addirittura dai turchi!
La duchessa considerò una prova indiretta della bontà della sua teoria il fatto che l'imperatore Carlo V nel 1536, cioè in seguito allo scisma anglicano di Enrico VIII, diede l'ordine di distruggere tutte le mappe e le carte nautiche sia pubbliche che in mano a privati: bisognava fare tabula rasa e creare nuove carte geografiche per convalidare l'idea di una scoperta "ex novo" da parte degli spagnoli (nonchè cattolici romani). Tra le pochissime che si salvarono, e che è giunta fino a noi, la prima mappa del nuovo mondo eseguita per i Re Cattolici dell'anno 1500 da Juan de la Cosa in cui si vede tracciato il contorno del Golfo del Messico e della Florida, ufficialmente scoperti successivamente.

Per Luisa Isabel Alvarez, molto prima che il neoeletto Papa Borgia nel 1493 ratificasse la suddivisione delle nuove terre tra spagnoli e portoghesi, già Papa Marino V era intervenuto nella contesa per le miniere d'oro "d'oltremare"! La Santa Sede aveva concesso ai portoghesi le terre chiamate di Guinea; la guerra che ne seguì si concluse nel 1480 quando Portogallo e Castiglia firmarono il trattato di Alcaçovas-Toledo, mediante il quale veniva rispettata l'esclusiva portoghese in Guinea e veniva riconosciuta la sovranità castigliana sulle Canarie.
Per la "Duchessa rossa" in realtà la guerra non era scoppiata per la colonizzazione della Guinea ma del Brasile!

In un documento indirizzato agli avi della Duchessa e risalente al 1475 Isabella la Cattolica dava istruzioni per recarsi nelle miniere d'oro di Guinea in cerca di schiavi, oro e "manegueta". Manigueta è parola portoghese per indicare comunemente il "peperoncino", ortaggio che secondo la storiografia ufficiale sarebbe potuto giungere in Europa solo diciassette anni dopo!
Quindi sia gli spagnoli che i portoghesi utilizzavano i nomi di luoghi presenti sulla costa africana per indicare anche località al di là dell'Oceano, sulle coste americane.

Nel saggio "Africa Versus América. La fuerza del paradigma" la duchessa argomenta la tesi secondo cui le miniere del sud America erano conosciuto sin dall'epoca dei Fenici, nonchè dai sovrani mussulmani di Spagna e Marocco poichè -secondo la duchessa- da Capo Vede anche la meno attrezzata delle imbarcazioni spinta dai venti Alisei in quindici giorni giunge infallibilmente in Brasile!
Secondo una tale ricostruzione prima della spartizione "ufficiale" fatta dal papa spagnolo Alessandro VI Borgia: "Ciò che gli antichi chiamavano Africa era in verità America. Tra i 16 gradi Nord e i 16 gradi Sud veniva tutto considerato come Africa".
"Gli storici credono che le miniere d'oro di cui si serviva l'Europa stavano tra il Marocco e la Guinea, però lì non c'è oro o comunque molto meno della quantità necessaria per supplire per secoli alle necessità degli europei"; ma la duchessa ha cercato di individuare sulla costa africana fiumi in grado di accogliere le navi dell'epoca ma "lì i fiumi non sono navigabili dalla foce verso l'interno"; perciò:"Tutte le descrizioni conducono al Brasile".
"Nel documento in cui Isabella La Cattolica invia una flotta di 35 caravelle in 'Guinea y La Mina de Oro' nomina il fiume Esclavios riferendosi in realtà al fiume Marañón in Brasile, dove vivevano negri e d inoltre a Recife si trova una finestra di stile moresco che dovrebbe far meravigliare gli storici".

L'opera "Africa versus America" è statta pubblicata grazie alla "Junta islamica" ovvero l'associazione ufficiale dei mussulmani di Spagna poichè arcinoto era il filoarabismo della duchessa nonchè la sua opposizione al perdurante protettorato spagnolo delle due enclave marocchine di Ceuta e Melilla, tanto è vero che nel 2000, quando si recò in visita al Re del Marocco, Mohammed VI la accolse con i massimi onori.

Nonostante il premio "Pricipe delle Asturie" per meriti culturali accordatole nel 2007, e ricevuto per le mani del medesimo Principe Felipe, per il mondo accademico lei e le sue teorie furono considerate "eccentriche" e la loro diffusione negli ambienti universitari ostacolata, fino alla fine.


E spirata all'età di 71 anni la sera del venerdì 7 marzo 2007 -Venerdì di Passione-nel suo Palazzo Medina-Sidonia di Sanlucar de Barrameda, sede dei suoi preziosi archivi e della Fondazione per gli studi storici, creata nel 1990, e per la quali ha speso la gran parte di ciò che rimaneva delle sue avite sostanze.

Nel 2005 la duchessa aveva modificato gli statuti decretando che alla propria morte la presidenza della "Fundacion Casa Medina Sidonia" andasse alla propria teutonica segretaria Liliana Maria Dahlmann, affidandole la gestione di tutti gli archivi storici dal Cinquecento in poi, e inoltre, concedendo a colei che è stata per un ventennio la sua "dama di compagnia", l'uso vitalizio di quel palazzo ducale che nel 1978 fu dichiarato dallo Stato "monumento histórico artístico".
Liliane Maria Dahlmann era giunta a Sanlucar per la prima volta nel 1983 in qualità di amica della sposa al matrimonio di Don Leoncio González de Gregorio, il primogenito di Donna Luisa.

Donna Luisa Alvarez e spirata, probabilmente a causa di un cancro ai polmoni, non prima però di usufruire della possibilità del voto postale per esprimere nuovamente il proprio suffragio per il primo ministro Spagnolo il socialista Josè Luis Rodriguez Zapatero.
Poche ora prima di morire, alla presenza della socialista Irene Garcìa, la alcaldesa (cioè la sindachessa) di Sanlucar, la "tre volte Grande di Spagna" ha sposato civilmente Liliana Maria Dahlmann.

La cinquantenne "vedova" vivrà nel palazzo di Sanlùcar sino alla morte, poi la proprietà andrà allo Stato in base alle disposizioni testamentarie della ventunesima Duchessa, disposizione questa certamente non condivisa dal ventiduesimo Duca di Medina Sidonia e dai suoi fratelli.

Il terzogenito Don Gabriel Ernesto, ricevuta la ferale notizia, si è così espresso:
"Mia madre per me è sempre stata un incubo. Abbiamo dovuto fare di tutto per bloccarla quando ha cominciato a regalare porzioni di terreno del palazzo di Medina Sidonia alla povera gente che ci viveva intorno, e alla fine ci siamo riusciti. Ma mia madre non ci ha mai perdonato di aver vinto la causa con la quale volevamo impedirle di dare via la proprietà.
Poi, quando Miss Dahlmann arrivò in Spagna dalla Germania e loro due diventarono amanti, mia madre aderì ad un gruppo di lesbiche radicali.
Quando ho scoperto che aveva sposato la sua segretaria in articulo mortis, ho pensato che era tipico di lei."

La messa esequiale è stata celebrata domenica 9 marzo 2008 nella Chiesa parrocchiale di "Nuestra Señora de la O".
La salma, che i comunicati uffiali affermavano sarebbe stata tumulata nella cappella di famiglia nel cimitero di Sanlucar de Barrameda, in realtà, in ossequio alle disposizioni testamentarie, è stata cremanata e le ceneri sparse per i giardini del Palazzo ducale dei Medina-Sidonia.

UNA PRECE

giovedì, aprile 10, 2008

Santa anche subito /12


"Tutti i miei conoscenti di sinistra e di centrosinistra vogliono una politica di destra.
Di destra-destra, mica Pdl. Quando fanno il test elettorale su www.voisietequi.it immancabilmente scoprono di condividere il programma della Lega e della Destra. Per ritrarsi subito dopo inorriditi: Bossi e Santanchè mai!

La democrazia italiana è cinquanta per cento brogli e cinquanta per cento bon ton. Sui brogli c’è poco da fare, è una tradizione che risale al 1860.
Il bon ton è appena più recente ma non meno consolidato: non sta bene dichiararsi di destra, nemmeno a sé stessi. E così vogliono bloccare l’immigrazione e votano Veltroni, frenare la deriva morale e votano Casini."

(Camillo Langone; PREGHIERA;
Il Foglio di giovedì 10 aprile 2008)

sabato, aprile 05, 2008

VOS ET IPSAM Campagnam Electoralem BENEDICIMUS

Ovvero: Fenomenologia della Madonna della Lettera.


Una nota di folclore cattolico durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del domenica 13 e lunedì 14 aprile 2008, è pervenuta dal clamore mediatico intorno ad una lettera "della Madonna" composta e propagandata dal sacerdote genovese Paolo Farinella in data 4 febbraio 2008, ovvero durante i giorni giubilari per i centocinquant'anni delle apparizioni della Beata Vergina Maria di Lourdes.
Proprio in vista della festività marina dell'11 febbraio, infatti, il prete per lamentare il proprio sdegno per la caduta del secondo governo Prodi ed il proprio livore contro una iniqua legge elettorale e pertanto contro l'inetta classe politica tutta, non ha trovato niente di più originale che indiraizzare una lettera aperta alla Madre di Dio:
"Non ci resta che la Madonna di Lourdes, nella speranza che almeno lei possa fare qualcosa per l’Italia dove Padre Pio protegge il clan Mastella, Santa Rosalia piange il cattolicissimo Cuffaro e Sant’Agata di Catania si affida alla mafia per la sua onorata processione. Madonna di Lourdes, confidiamo in te! "

Indagare il perchè, tra tutti i titoli mariani sotto cui invocare aiuto e protezione dalla Vergine Santa, don Farinella abbia scelto proprio quello della Madonna di Lourdes potrebbe essere oggetto di meditazione assai proficua.

Il non aver scelto una qualche Madonna italiana (dalla Madonna di Pompei a quella "delle lacrime" di Siracusa, dalla romana Madonna del Divino Amore (salvatrice dell'urbe) alla "prodiana" Madonna di San Luca, per non parlare della poi della a lui familiare genovese Madonna della Guardia) può non essere considerato come l'ennesima manifestazione di quella cronica esterofilia che permea la mentalità italiana?
Forse a don Farinella le italiche madonne appaiono troppo "compromesse" con l'establishment , con lo statu quo quando non addirittura conniventi col malaffarre:
"Si manda a casa Prodi per fare posto al senatore (prossimo) Cuffaro, uomo integerrimo e di specchiata virtù, certificata dall’autorità del vice papa Pierferdinando Casini, cristiano spocchioso di chiara moralità coniugale insieme al suo compagnuccio di merende Gianfranco Fini: costoro, insieme al loro padrone e capo, cattolici dichiarati, amano tanto la famiglia da averne anche due sul modello poligamico arabo. Costoro, che hanno votato cristianamente in silenzio tutte le leggi immorali del governo Berlusconi, di cui, fino a ieri dicevano peste e corna, oggi strisciano ai suoi piedi proni al bacio della sacra pantofola con la benedizione del santo padre e figli devoti, sotto la direzione del cerimoniere Giuliano Ferrara."

La Madonna di Lourdes "appare" pertanto super partes, lontana dai centri di qualsiasi potere mondano, civile ed ecclesiarico.
Ella, la purissima, la senza peccato, colei che sola ha il privilegio unico di autodefinirsi "l'Immacolata" per antonomasia e che illumina con la sua specchiata illibatezza una grotta in cui solitamente pascolavano i porci, pare allegoricamente esprimere il suo celeste, chiaro e severo giudizio sulle vicende terrene.
Ella chiede preghiere e mortificazioni per i poveri peccatori.
Il suo linguaggio è scarno, diretto ed essenziale; anche quando chiede a Bernadette di indirizzare le proprie richiesta agli uomini di Chiesa la Santa Vergine si esprime senza deferenze curiali con quel: "và a dire ai preti" che non piacque per niente al curato Peyramale, il parroco di Lourdes.

Pertanto incalza don Farinella nel suo sfogo alla Vergine di Lourdes:
"Mi addolora che in questo attentato alla democrazia si possa scorgere la longa manus della gerarchia ecclesiastica cattolica, perché il colpo di grazia al governo Prodi, da sempre inviso oltre Tevere, forse perché da quelle parti non si tollerano i cristiani adulti, è avvenuta in una sincronia di fatti e interventi che definire casuali significa bestemmiare il Nome di Dio...

Ora le destre e le armate di Ruini, il grande regista dell’asse atei-devoti e devoti-atei, possono avanzare a tenaglia e, travolta la suicida maggioranza del governo Prodi, installarsi nelle casseforti del potere e spartirsi con immorale cupidigia le spoglie di ciò resta del malaffare, del conflitto d’interessi, dell’economia, della cassa e della dignità di un popolo...

...Onore alla Cei, a Ruini, a Bertone, a Betori e a Bagnasco che ora benedicono, senza dirlo espressamente, le falangi fasciste, casiniane, finiane, storaciane, mastelliane e berlusconiane, dimenticandosi – ahimé! – che tutti questi lanzichenecchi hanno fatto scempio della morale cattolica e della dottrina sociale alla quale pure dicono di doversi ispirare, avendo fatto solo i loro interessi e quelli del padrone, infischiandosene di quelli del Paese, delle famiglie, dei poveri, degli immigrati e di quanti non hanno nemmeno lacrime per piangere.

Onore a tutti i cristiani, figli devoti del papa, che in nome dei sacri valori della famiglia e del "sano laicismo" voteranno per cattolici divorziati, concubini, conviventi, mafiosi, condannati, ladri, atei e devoti capaci di vendere Cristo, l’etica e l’onore per meno di trenta denari. Quando si tratta di battere e riscuotere cassa, ciò che conta è la forza del potere, mai la coerenza del cuore e la dignità della coscienza che sono appannaggio degli spiriti deboli. Non ci resta che sperare in un miracolo! Madonna di Lourdes, pensaci tu, per piacere! Anche in articulo mortis! "


Se a molti piissimi cattolici la "sacra" missiva del prete genovese è parsa addirittura blasfema, essa in realtà dal punto di vista teologico-dogmatico appare perfettamente in linea con la più rigida tradizione spirituale che in diversi secoli, e sebbene con differenti sensibilità, ha visto da parte dei devoti la formulazione di voti e promesse, per certi versi dei veri e propri contratti con la Madonna stessa: si ricordi che il termine "omaggio" nel diritto feudale indicava la cerimonia di vassallaggio.

"Totus Tuus ego sum et omnia mea Tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor Tuum, Maria" è la formula della "schiavitù mariana" promossa da San Luigi Grignon de Monfort che ne fu il grande apostolo dei tempi moderni (e di tale formula di "consacrazione" a Maria il Papa Giovanni Paolo II ne fu novello propugnatore). Già in età patristica Sant'Ildefonso di Toledo giustificava una simile spiritualità di sottomissione a Maria: “Per questo io sono tuo schiavo, perché il mio Signore è tuo figlio. Per questo tu sei la mia Signora, perché tu sei la schiava del Signore.”

Tipico dell'età medievale e barocca fu quello di suggellare la propria consacrazione mariana con veri e propri documenti formali; e magari controfirmati col proprio sangue; come ad esempio il giuramento "immacolatista" con cui nei secoli precedenti alla definizione dogmantica del 1854 moltissimi teologi si impegnavano a difendere "usque ad effusionem sanguinem" la dottrina della "Immacolata Concezione".

Spesso agli atti di devozione privata si accompagnavano petizioni pubbliche e solenni di città, di intere nazioni e regni con cui solennemente le pubbliche autoritò civili e militari supplicavano la protezione della "Vergo Potens" "Refugium peccatorum" ed "Auxilium Christianorum".

Il popolo cristiano della città di Messina venera la Santissima Vergine come propria specialissima patrona sotto il peculiare appallativo di Madonna "della lettera" , piamente tramandando l'antica divota nuova secondo cui i primi messinesi battezzati da san Paolo, avendo saputo per bocca dell'apostolo che la Madre di Gesù era ancora in vita -quando nell'anno 42 l'apostolo Paolo tornò a Gerusalemme- decisero di indirizzare alla Madonna una lettera che sarebbe stata poi consegnata nelle sue mani sante e venerabili da una delegazione di messinesi stessi, per ancor meglio esprimere "coram santissima" i sensi della propria devozione.
Non solo, ma addirittura la santissima Vergine Maria rispose all'ambasciata con una propria breve ma pregnante missiva che non poteva non concludersi che con la sua materna benedizione (e con la promessa della propria perpetua intercessione).

A ben guardare, però, il culto apparentemente singolarisimo verso una Madonna compositrice di missive alla blebe cristiana, è ben più diffuso e capillare nella storia della Chiesa, nella storia della devozione, e soprattutto nella forma mentis dei fedeli cattolici!

Esemplare, in tal senso, è il culto spoletino per la Santissima Icone della Madre di Dio. Piccola immagine di foggia bizantina ispirata alla icona costantinopolitana detta “Haghiosoritissa”; fu donata nell'anno 1155 ai cittadini di Spoleto da Federico I "il Barbarossa" quale segno di pace dopo la guerra in cui le truppe dello svevo sacro romano imperatore avevano raso al suolo la città di Spoleto.

La Madre di Dio, raffigurata a mezzo busto, mesta e dolente, leva in altro le mani in segno di intercessione presso Cristo quale avvocata dei peccatori e regge il seguente cartiglio:
“Che chiedi o Madre? -La salvezza dei viventi -
Mi provocano a sdegno -Compatiscili, Figlio mio
-Ma non si convertono!
-E tu salvali per grazia”.
La sacra immagine divenne il palladio della città, baluardo della propria indipendenza ed "icona" della propria sovranità politica; poichè se i fedeli cristiani indirizzano le proprie petizioni alla Madre di Dio, ciò vuol dire che essi ritengono che ella non solo abbia la posibilità di rispondere positivamente ma anche di agire fattivamente a loro favore!

Soprattutto nella lunga serie delle apparizioni mariane dell'età contemporanea viene dagli agiografi evidenziato come le manifestazioni di Nostra Signora abbiano avuto lo scopo di rispondere alle pubbliche richieste di soccorso e persino di prevenire e mitigare futuri più gravi pericoli, non più locali ma di portata planetaria.
Il culto tutta moderno verso le apparizioni di una Santa Vergine propagandatrice di messaggi più o meno segreti per i papi, per i governanti, per la Chiesa e per il mondo in genere, nasce pertanto già antica: i reiterati brevi messaggi ai fedeli di tutto il mondo da parte della Madonna di Medjugorie in realtà in nulla innovano nel contenuto rispetto a quel presunto primo messaggio dell'anno 42 indirizzato ai fedeli messinesi.

Se don Farinella ha deciso di scrivere proprio alla Vergine di Lourdes -e pertanto implicitamente ne aspettava anche risposta!- forse il motivo sta nel fatto che la Bella Signora della grotta è la meno politicizzata tra tutte le madonne; e benedetto da tutti (persino dai laicisti ed anticlericali) è il frutto delle apparizioni di Massabielle: ovvero la cura amorevole dei malati, disabili, handicappati e della varia umanità sofferente.
Una Madonna "del fare", una Madonna di poche parole che chiede a Bernadette di scavare nel fango, una Madonna che, pertanto, chiede ai cristiani di "sporcarsi le mani" per il bene comune invece di rinchiudersi nella propria "turris eburnea".

Come ai messinesi di duemila anni prima anche per Don Paolo Farinella è giunta celermente la risposta della Mamma Santissima con lettera raccomandata tramite messaggero angelico:
"Caro Paolo prete,
Sono la Madonna, la mamma di Gesù, e rispondo alla lettera aperta che esprimeva disillusione e disorientamento di fronte alle elezioni politiche dell’aprile 2008.
Moltissimi cittadine e cittadini non riescono a capire le posizioni della gerarchia cattolica, nonostante la politica di formale «non coinvolgimento» che il Presidente della Cei ha annunciato con grande enfasi il 10 marzo 2008 nella sua prolusione al consiglio permanente dell’organismo che raggruppa i vescovi italiani. «Non coinvolgimento» apparente, perché poi tutto, l’atteggiamento, il clima, il respiro, il contesto, lo sguardo, tutto converge verso alleanze implicite in nome di valori o singoli temi, perdendo di vista la visione complessiva del «bene comune» che è il criterio di fondo che la stessa gerarchia cattolica scrive nei suoi documenti ufficiali. Nello stesso tempo c’è il rifiuto di fronte alle liste così come sono fatte.
Molti si chiedono se sia giusto votare, se sia utile, se sia doveroso. Da persona seria, rispondo e non mi sottraggo al dovere di offrire una valutazione e di dare un consiglio...

Il segretario del partito democratico è certamente serio, fotogenico, televisivo, ma anche è un monsignore: basta guardarlo per vedere subito «le physique du role». Berlusconi gli è debitore in eterno (infatti non lo attacca mia direttamente) perché fu Monsignor Dabliu Veltroni a salvare Berlusconi dalla bancarotta, consegnandogli, chiavi in mano, il monopolio televisivo.
Era il 4 febbraio 1985. Al senato era in scadenza il decreto sulle tv voluto da Craxi e detto «decreto Berlusconi». La sinistra indipendente fece ostruzionismo e bastava che il Pci prestasse un suo uomo che parlasse per venti minuti e quel decreto non sarebbe mai più passato perché era stato bocciato una prima volta alcuni mesi prima. Dabliu Veltroni, che già studiava da prete, era responsabile dell’informazione di Botteghe Oscure e in questa veste diede ordine ai suoi di fare passare il decreto perché De Mita aveva concesso la direzione di Rai 3 all’allora PCI. Per venti minuti di ostruzionismo mancato, l’Italia si trova con il flagello Berlusconi e le sue tv... Di questo l’Italia deve ringraziare Monsignor Dabliu Veltroni...

...Alla storia si aggiunge anche la promessa che Monsignore Dabliu Veltroni fece diventando sindaco di Roma per la seconda volta: allo scadere del mandato, sarebbe andato in Africa e lavoro per lo sviluppo di quel continente che ama tanto e avrebbe lasciato la politica. Oggi si è dimesso da sindaco e dirige il nuovo partito democratico, in omaggio alle promesse e alla coerenza.
Detto questo, per chiarezza, bisogna rilevare che ha saputo dare l’unico e rilevante segno di rinnovamento, almeno iniziale, della politica, scegliendo di non allearsi con quella sinistra (si fa per dire!) recidiva che ha litigato tanto da riconsegnare per la seconda volta l’Italia a Berlusconi. Nelle sue liste bloccate come quelle degli altri, ha svecchiato il parlamento e ha fatto un programma credibile e possibile, anche se ha fatto l’errore di allearsi con i radicali, cortigiane a buon mercato che ieri erano di là...

Se gli Italiani e le Italiane dovessero scegliere onestamente, secondo coscienza, non dovrebbero votare alcuno degli attuali pretendenti. Non votare però è un brutto segno...

IN SINTESI

Se io, la Madonna, dovessi essere in Italia e votare, seguirei questi criteri, in quanto cittadina e in quanto cristiana:

1. Non voterei per i partiti o liste e/o individui suggeriti o appoggiati, direttamente o indirettamente dall’autorità ecclesiastica perché non ne ha competenza e perché in Italia vige un concordato che vincola le parti a fronte di reciproci benefici. La Chiesa deve pretendere la liberta di parola, di aggregazione, di culto, di insegnamento, senza oneri per lo Stato.

2. Non voterei simboli e scritte che portano il nome «cristiano» o immagini religiose, come croci, campanili: è un uso improprio, segno di ateismo pratico.

3. Non voterei partiti e liste che presentano inquisiti di qualunque genere: il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, giustamente ha detto (aveva il diritto di dirlo) che i politici devono essere «esemplari». Un cristiano non può votare la lista di Berlusconi che ripresenta oltre trenta inquisiti più Marcello Dell’Utri già condannato in via definitiva e per la seconda volta i 1° grado; non può votare Udc di Casini che presenta Cuffaro «vasa-vasa», condannato in 1° grado per associazione mafiosa. I cattolici che li votano tradiscono tutto il loro codice etico.

4. Non voterei liste o partiti che presentano coloro che sono passati da una parte all’altra senza battere ciglio, tradendo gli elettori. Chi tradisce una volta è pronto per la seconda se il prezzo è congruo: non bisogna votare, ad es. De Gregorio, Dini, Bordon, Manzione, ecc.

5. Non voterei i difensori della famiglia che nella loro vita privata sono divorziati o conviventi, se pubblicamente urlano sulla indissolubilità della famiglia fondata sul matrimonio: non possono imporre agli altri i pesi che essi non sono stati capaci di portare. O stanno zitti o si ritirano a vita privata: se non lo fanno, devono mandarceli gli elettori.

6. Non voterei chi vuole imporre agli altri la propria visione della vita sia religiosa che politica, senza tenere conto delle esigenze delle minoranze di qualunque natura e cultura, nel rispetto assoluto della dignità della persona, sia essa residente o immigrata.

7. Non voterei liste o partiti che non abbiano candidato almeno un 30% di presenze femminili.
8. Non voterei liste o partiti che non abbiano almeno un 30% di candidati e candiate sotto i 40 anni.
9. Non voterei liste o partiti che presentano oltre il 30% di candidati con più di tre legislature.

10. Non voterei liste o partiti xenofobi che discriminano uomini e donne in base al sesso, alla religione, alla nazionalità, al bisogno e alla dignità come la lega di Bossi che venera il «dio Po» e rinnega anche la decenza.

Io, la Madonna, voterei per salvare l’Italia dal baratro della barbarie berlusconiana e poi dal giorno dopo le elezioni… sarà un altro giorno.
Con la mia materna benedizione
Maria di Nazaret, 11 marzo 2008"


La lettura di cotanto circostanziato messaggio della Madonna non può che lasciare costernati!
Se infatti la lettera del parroco genovese invocante il soccorso della "Regina delle Vittorie" appare legittima, poichè implicitamente riconosce la prerogativa della Santa Vergine quale "mediatrice di tutte le grazie", la risposta celeste invece appare macroscopicamente come un falso grossolano poichè innova decisamente rispeto a tutti i precedenti mistici interventi della Santa Vergine nelle vicende terrene.
Lo stile dialogico della Bella Signora di Don Farinella è di una prolissità imbarazzante che contrasta insanabilmente con il modo di esprimersi di Nostra Signora di Lourdes: nelle apparizioni che si susseguirono dall'11 febbraio al 16 luglio 1858 rimase per il più delle volte silenziosa, limitandosi a sgranare la corona del rosario.

martedì, aprile 01, 2008

domenica, marzo 30, 2008

Delle Cinque Piaghe del Nuovo Lezionario della Santa Chiesa [2]

Ovvero: Te possino dà tante cortellate/ pe quante messe ha detto l'arciprete/ pe quante messe ha detto l'arciprete/ pe quante vorte ha detto: orate frate/(Stornello romanesco)


Un tempo era detta la "Prima domenica dopo Pasqua" ed "In Albis" poichè anticamente la liturgia romana ("de Roma") prevedeva un apposito rito (nella basilica di San Pancrazio) nel quale i catecumeni che avevano ricevuti i sacramenti dell'iniziazione cristiana durante la veglia pasquale deponevano la bianca veste battesimale.

Dopo la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II la domenica dell'ottava di Pasqua è stata più opportunamente chiamata "Seconda domenica del Tempo di Pasqua".
Il 30 di aprile dell'anno giubilare e bimillenario dell'era cristiana il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II canonizzando proprio nelle domenica "In Albis" la grande mistica polacca Faustina Kowalska -e facendone pertanto la prima santa del nuovo millennio!- decretò che: "questa seconda Domenica di Pasqua, (...) d'ora innanzi in tutta la Chiesa prenderà il nome di Domenica della Divina Misericordia".

Questo volle il santo Pontefice polacco a sigillo della santità e del carisma della suora polacca che nel suo "Diario" aveva trascritto il racconto delle apparizioni di Gesù Cristo il quale il 22 Febbraio del 1931 diede precise istruzioni affinchè venisse istituito nella Chiesa un culto specialissimo alla Sua Divina Misericordia per mezzo del culto di una apposita immagine, di pii esercizi di pietà tra cui una "coroncina" e una una novena, e di una "Festa della Divina Misericordia" da celebrarsi appunto nella domenica "In Albis": "Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori."

Il culto alla Divina Misericordia, guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche per molto tempo a causa di spiacevoli e reiterati fraintendimenti, fu non dimeno oggetto di critiche anche dopo la canonizzazione di Faustina Kowalska (e la conseguente "canonizzazione" del di lei messaggio mistico) da parte di quei piissimi cattolici che si angustiarono nel vedere imposta a tutta la Chiesa Cattolica "una devozioncella polacca". In realtà, ottenuto l'appellativo "della Divina Misericordia", nella celebrazione liturgica della domenica dell'ottava di Pasqua nulla è mutato (nè và mutato): non si tratta di sostituire le orazioni e le letture della Seconda Domenica di Pasqua con quelle della Messa "votiva" della Divina Misericordia, si tratta invece di un invito al clero e ai laici di meglio riflettere, meditare, contemplare, e quindi "celebrare", proprio quell'infinita Misericordia di Dio manifestatasi nei misteri pasquali; entrambre le orazioni "colletta" previste nel Messale "di Paolo VI" per la domenica "in Albis", infatti, fanno esplicito riferimento alla Misericordia di Dio:

"Dio di eterna misericordia, che nella ricorrenza pasquale ravvivi la fede del tuo popolo, accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti. Per il nostro Signore Gesù Cristo..."

Oppure:
"Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo..."

Le stesse letture bibliche della Liturgia della Parola contengono un esplicito riferimento alla Misericordia di Dio; principiando dalla pericope del Santo Evangelo secondo San Giovanni in cui si racconta delle apparizioni "a porte chiuse" del Risorto nel Cenacolo e del potere concesso ai suoi apostoli di perdonare i peccati: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Così recita la versione del Nuovo Lezionario approvato dalla Confernza Epicopale Italiana che così innova rispetto al desueto "rimettere i peccati".

Lamentabile invece la nuova versione della proposizione immediatamente precedente in cui Gesù: "soffiò e disse loro" che sostituisce la precedente, più logica e coerente (oltre che più elegante nella forma): "alitò su di loro e disse".

Vivessimo in un secolo cristiano a quest'ora sarebbe già sorto un drammatico scisma che avrebbe destabilizzato alle fondamenta la Chiesa Cattolica; poichè se ogni laica mente raziocinante dovrà convenire sul fatto che "soffiare" non è sinonimo di "alitare", tanto più un fervente fedele dovrà rimanere sconcertato e intimamente scosso al pensiero che per i piissimi pastori della Santa Chiesa pellegrinante per le italiche calli risulta del tutto indifferente anzi inutile, nella meditazione dei misteri redentivi, il soffermarsi a riflettere che come segno "sacramentale" della trasmissione dello Spirito Santo agli Apostoli -ovvero alla Chiesa nascente!- il nostro "Dio fatto uomo" abbia scelto di alitare invece di soffiare o viceversa!

Nella storia della Chiesa si sono create insanabili dispute dogmatiche a causa di uno "iota"; Gesù stesso ammonì i suoi discepoli che persino uno "iota" contenuto nelle Sacre scritture non verrà meno prima che tutte le profezie bibliche si siano pienamente compiute; figuriamoci cosa direbbe di quegli italici sacri pastori, biblisti e liturgisti che intorno all'alitare o meno del Figlio di Dio procedono con una nonchalance e con assai minor scrupolo di coscienza di quanto son soliti fare disquisendo dell'alitare o meno del bue e dell'asinello!

Vorrei ma non riesco a passare avanti senza curarmi, inoltre, della volontà dei novelli esegeti di espellere dal mistico ovile evangelico la consecutio temporum (che forse visto il nome puzza un pò troppo di tradizionalismo lefebvriano) per cui accade che Nostro Signore rivolgendosi all'incredulo San Tommaso non dica più "beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" ma: "beati quelli che non hanno visto e hanno creduto".

"Dio mio, misericordia!" verrebbe spontaneo esclamare, ed in questo "al dimandar precorre" il salmo responsoriale tratto dal salmo 117:
"Celebrate il Signore, perché è buono:
eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono:
eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne:
eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio:
eterna è la sua misericordia...

Non più! I sommi liturgisti e parolieri del Nuovo Lezionario hanno reputato più opportuno, e -soprattutto dopo la decisione pontificia di nominare la tal domenica in cui si proclama il tal salmo "della Divina Misericordia"!- sommamente conveniente alle esigenze pastorali sostituire il (desueto?) termine "Misericordia" con "Amore"!

Recita perciò il ritornello:
"Rendete grazie al Signore perché è buono:
il suo amore è per sempre.

Recità ormai la prima strofa:
"Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».


Permettano i miei cinque lettori che io copra pudicamente l'esternazione di indecorose espressioni di disagio e di imbarazzo con un velo di... misericordia.

Oso solo avanzare le più che legittime perplessità sul fatto che nel conseguente brano nella Seconda Lettura tratto dalla "Dalla prima lettera di san Pietro apostolo" i pleclari esegesi non si siano dati cruccio di emendare altrettanto zelantemente la parola del pescatore di Cafarnao:
"Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti"!
Una colpevole svista dei sommi "revisionisti"? Dobbiamo perciò attendere quanto prima una nuova versione del Nuovo Lezionario oramai, finalmente, senza misericordia?


Post Scriptum: In tale clima pasquale e gioioso, festivo e solennemente tutto "misericordia" e tutto "amore", dopo aver petulantemente angustiato i miei cinque lettori li invito, orsù, a volgere con le parole del salmo 117 la mente e il cuore al Signore che ha fatto meraviglie; pardòn : "prodezze"!

martedì, marzo 25, 2008

Regina Coeli, Laetare, Alleluja!



[4]"Desiderando la Vergine conoscere il mistero, esclamò al santo servitore: “Dal mio grembo votato alla verginità, dimmi come può essere generato un figlio?”

E l’Angelo le rispose con riverenza soltanto questo:
Gioisci, partecipante al mistero ineffabile;
Gioisci, credente di ciò che matura nel silenzio;
Gioisci, preludio ai miracoli di Cristo;
Gioisci, compendio dei suoi dogmi;
Gioisci, scala celeste per cui discese Iddio;
Gioisci, ponte che conduce dalla terra al cielo;
Gioisci, degli Angeli inaudito prodigio;
Gioisci, dei demoni terribile sconfitta;
Gioisci, perché generasti ineffabilmente la Luce;
Gioisci, perché a nessuno hai rivelato il mistero;
Gioisci, perché trascendi la conoscenza dei sapienti;
Gioisci, perché illumini la mente dei credenti;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"

[5]"La potenza dell'Altissimo coprì allora con la sua ombra la Vergine affinché concepisse; e il suo seno senza frutto si trasformò in campo fertile per coloro che vogliono cogliervi salvezza, cantando: Alleluia!"


[14]"Una nuova creazione rivelò il Creatore apparso fra noi sue creature; poiché germinato da un grembo incontaminato lo conservò intatto quale era prima, così noi, contemplando il miracolo, inneggiamo alla Vergine, esclamando:
Gioisci, fiore della verginità;
Gioisci, corona della castità,
Gioisci, perché fai risplendere l'immagine della (nostra) resurrezione;
Gioisci, perché ci manifesti la vita angelica;
Gioisci, albero dai magnifici frutti che nutrono i fedeli;
Gioisci, pianta dalle ombrose fronde che offrono riparo a molti;
Gioisci, perché hai portato in seno Colui che è guida degli erranti;
Gioisci, perché hai dato alla luce Colui che è il liberatore dei prigionieri;
Gioisci, perché sei la nostra propiziatrice presso il giusto Giudice;
Gioisci, perché sei la riconciliazione per molti peccatori;
Gioisci, perché dai rifugio a chi è privo di fiducia;
Gioisci, perché possiedi un amore che supera ogni desiderio;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"


[15]"Mirando questa prodigiosa natività, distacchiamoci da questo mondo, elevando la nostra mente al cielo; perché l'Altissimo apparve sulla terra come umile uomo, per attrarre in alto coloro che a lui acclamano: Alleluia!"


[16]"L’incomprensibile Verbo discese in terra nella sua pienezza senza per nulla allontanarsi dai cieli; perché con condiscendenza divina e non mutazione di luogo si abbassò e nacque dalla Vergine che, assorta in Dio, udiva:
Gioisci, dimora del Dio infinito;
Gioisci, porta di un venerando mistero;
Gioisci, verità incomprensibile per chi non crede;
Gioisci, indubbio vanto per chi crede;
Gioisci, cocchio santissimo di Colui che siede sui Cherubini;
Gioisci, dimora bellissima di Colui che è sopra i Serafini;
Gioisci, perché concili cose contrarie;
Gioisci, perché congiungi verginità e maternità;
Gioisci, perché hai distrutto la prevaricazione;
Gioisci, perché hai fatto spalancare il Paradiso;
Gioisci, perché sei la chiave del regno di Cristo;
Gioisci, speranza di beni eterni;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"


[21]"Volendo salvare il mondo, il Creatore di tutte le cose in esso venne spontaneamente; e benché come Dio fosse Pastore, apparve per noi e fra noi come agnello, come uomo parlava agli uomini, ma come Dio sente dirsi: Alleluia!"



A Te, o Madre di Dio,
che guidasti la nostra difesa, innalziamo l’inno della vittoria e della riconoscenza, per essere stata salvati da terribili sciagure. Tu, dunque, nella tua potenza invincibile, liberaci da ogni sorta di pericoli, cosicché a Te si esclami: Gioisci, o Sposa Semprevergine!





[22]"Noi vediamo la Vergine come fiaccola splendente, apparsa a coloro che sono nelle tenebre; perché avendo acceso il Lume immateriale, ella guida tutti alla cognizione divina, illuminando di splendore le menti e viene onorata da questa esclamazione:


Gioisci, raggio del Sole spirituale;
Gioisci, riverbero dello splendore senza tramonto;
Gioisci, fulgore che illumini le anime;
Gioisci, tuono che atterrisci i nemici;
Gioisci, perché fai sorgere la luce sfolgorante;
Gioisci, perché fai scaturire il fiume dalle inesauribili acque;
Gioisci, simbolo del fonte battesimale;
Gioisci, perché togli le macchie del peccato;
Gioisci, lavacro che purifichi la coscienza;
Gioisci, coppa che mesci esultanza;
Gioisci, fragranza del profumo di Cristo;
Gioisci, vita del mistico convito;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"

[23]"Volendo perdonare le antiche offese, Colui che rimette i debiti a tutti spontaneamente si presentò a coloro che si erano allontanati dalla grazia e, lacerata la condanna del peccato, da tutti sente esclamare: Alleluia!"


[dall'INNO ACATHISTO]

lunedì, marzo 24, 2008

domenica, marzo 23, 2008

l'allodola di Frisinga /9

Ovvero: "...affinchè si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall'Egitto ho chiamato il mio figlio" (Mt.2,15)


"Nella sua vita terrena Gesù, come tutti noi, era legato alle condizioni esterne dell’esistenza corporea: a un determinato luogo e a un determinato tempo. La corporeità pone dei limiti alla nostra esistenza. Non possiamo essere contemporaneamente in due luoghi diversi. Il nostro tempo è destinato a finire. E tra l’io e il tu c’è il muro dell’alterità. Certo, nell’amore possiamo in qualche modo entrare nell’esistenza dell’altro.
Rimane, tuttavia, la barriera invalicabile dell’essere diversi.

Gesù, invece, che ora mediante l’atto dell’amore è totalmente trasformato, è libero da tali barriere e limiti. Egli è in grado di passare non solo attraverso le porte esteriori chiuse, come ci raccontano i Vangeli (cfr Gv 20, 19). Può passare attraverso la porta interiore tra l’io e il tu, la porta chiusa tra l’ieri e l’oggi, tra il passato ed il domani.
[...]
Il suo andare via diventa un venire nel modo universale della presenza del Risorto, in cui Egli è presente ieri, oggi ed in eterno; in cui abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi. Ora può oltrepassare anche il muro dell’alterità che separa l’io dal tu.
Questo è avvenuto con Paolo, il quale descrive il processo della sua conversione e del suo Battesimo con le parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).
Mediante la venuta del Risorto, Paolo ha ottenuto un’identità nuova. Il suo io chiuso si è aperto. Ora vive in comunione con Gesù Cristo, nel grande io dei credenti che sono divenuti – come egli definisce tutto ciò – “uno in Cristo” (Gal 3, 28).

[...]

Nel capitolo conclusivo della Lettera agli Ebrei [...] si legge: “Il Dio della pace ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna” (cfr 13, 20). In questa frase echeggia una parola del Libro di Isaia, nella quale Mosè viene qualificato come il pastore che il Signore ha fatto uscire dall’acqua, dal mare (cfr 63, 11).
Gesù appare come il nuovo Pastore, quello definitivo che porta a compimento ciò che Mosè aveva fatto: Egli ci conduce fuori dalle acque mortifere del mare, fuori dalle acque della morte.

Possiamo in questo contesto ricordarci che Mosè dalla madre era stato messo in un cestello e deposto nel Nilo. Poi, per la provvidenza di Dio, era stato tirato fuori dall’acqua, portato dalla morte alla vita, e così – salvato egli stesso dalle acque della morte – poteva condurre gli altri facendoli passare attraverso il mare della morte. Gesù è per noi disceso nelle acque oscure della morte. Ma in virtù del suo sangue, ci dice la Lettera agli Ebrei, è stato fatto tornare dalla morte: il suo amore si è unito a quello del Padre e così dalla profondità della morte Egli ha potuto salire alla vita. Ora eleva noi dalla morte alla vita vera.

Sì, è ciò che avviene nel Battesimo: Egli ci tira su verso di sé, ci attira dentro la vera vita. Ci conduce attraverso il mare spesso così oscuro della storia, nelle cui confusioni e pericoli non di rado siamo minacciati di sprofondare.


Nel Battesimo ci prende come per mano, ci conduce sulla via che passa attraverso il Mar Rosso di questo tempo e ci introduce nella vita duratura, in quella vera e giusta.
Teniamo stretta la sua mano!
Qualunque cosa succeda o ci venga incontro, non abbandoniamo la sua mano! Camminiamo allora sulla via che conduce alla vita."

Benedictus PP XVI

In Resurrectione Domini


[Come Cristo desideri che noi ci rallegriamo grandemente in lui per la nostra redenzione, e che gli chiediamo la Grazia di poterlo fare]

«E in queste tre parole: "E' una gioia, una felicità, un gaudio eterno per me" furono mostrati tre cieli, così: nella gioia io intesi il compiacimento del Padre, nella felicità la gloria del Figlio e nel gaudio eterno lo Spirito santo.
Il Padre si compiace, il Figlio è glorificato, lo Spirito Santo ne gioisce.

E qui io vidi il terzo modo di contemplare la sua beata Passione, vale a dire la gioia e la felicità che lo portano a trarre gaudio da essa. Poichè il nostro cortese Signore mi mostrò la sua Passione in cinque modi: il primo è la testa che sanguina, il secondo è lo scolorarsi del suo volto beato, il terzo è l'abbondante sanguinamento del suo corpo per le ferite della flagellazione, il quarto è il suo progressivo e profondo essiccarsi -questi quattro, come ho detto prima, riguardano le sofferenze della Passione- e il quinto è quello che mi è appena stato mostrato sulla gioia e la beatitudine della Passione. Poichè è volontà di Dio che noi abbiamo in lui un vero gaudio per la nostra salvezza, ed Egli vuole che da questo venga a noi un potente conforto e una grande forza, e quindi vuole che la nostra anima sia gioiosamente occupata dalla sua Grazia.
Poichè noi siamo la sua gioia, ed Egli si compiace in noi eternamente, così come noi godremo in lui con la sua Grazia.

Tutto quanto Egli fa, ha fatto e farà per noi, non è nè può essere peso o fatica, tranne quando morì rivestito della nostra umanità cominciando al momento della dolce Incarnazione sino alla beata Risurrezione nel mattino di Pasqua. Tutto questo tempo durò il prezzo e la fatica spesa per la nostra redenzione e di questa impresa Egli continua a gioire eternamente, come ho detto prima.

"O Gesù che davvero sappiamo prestare attenzione a questa gioia che è nella beatissima Trinità per la nostra salvezza, e desiderare di avere con la sua Grazia il medesimo gaudio spirituale", vale a dire che il gaudio per la nostra salvezza sia uguale, per quanto ciò sia possibile nel tempo in cui siamo sulla terra, alla gioia che Cristo stesso prova per la medesima salvezza.

Tutta la Trinità operò nella Passione di Cristo offrendoci abbondanza di virtù e pienezza di Grazia mediante lui: ma solo il Figlio della Vergine soffrì, del che tutta la la beata Trinità si rallegra. E questo fu mostrato in queste parole: "Sei appagata?".

Con un'altra parola Cristo disse: "Se tu sei pienamente appagata io sono pienamente appagato". Come se avesse detto: "E' una gioia e un gaudio che mi bastano e non chiedo altro da te a proposito della mia sofferenza se non che io possa appagarti".
Ed in questo Egli mi rammentò la caratteristica di uno che dona con gioia.
Ogni persona che dona con gioia presta poca attenzione alla cosa che dà ma tutto il suo desiderio e il suo intento sono di far piacere e di recare sollievo a colui al quale dà il proprio regalo. E se colui che lo riceve accoglie il dono con gioia e con riconoscenza, allora il gentile donatore non fa alcun conto di quello che ha speso e sofferto per la gioia e la felicità che gli viene dal fatto di aver compiaciuto e confortato colui che egli ama. Questo mi fu mostrato in modo assolutamente chiaro.

Pensa quanto più attentamentre puoi alla grandezza di questa parola: "sempre". Poichè in questa mi fu rivelata una profonda conoscenza dell'amore con cui Egli ci salvò con le numerose gioie che derivarono dalla Passione di Cristo.
Una è che Egli si rallegra di averla sofferta e che non soffrirà più.
Un'altra è che con la Passione Egli ci ha redenti dalle pene eterne dell'inferno.
Un'altra è che Egli ci ha portato in cielo facendoci diventare la sua corona e la sua eterna felicità.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

sabato, marzo 22, 2008

Sabato Santo [3]


[La decima rivelazione è Nostro Signore Gesù Cristo che mostra il suo cuore beato spezzato in due per amore, e se ne rallegra]

«Con volto ilare il nostro buon Signore guardò il suo fianco e lo contemplò con gioia, e con il suo dolce sguardo guidò la mente della sua craatura attraverso quella stessa ferita, dentro il suo fianco, e là gli mostrò un luogo bello e delizioso largo abbastanza da contenere tutta l'umanità salvata affinchè vi riposasse nella pace e nell'amore.
E con questo gli rammentò il preziosissimo sangue e l'acqua che Egli per amore lasciò sgorgare dal suo costato. E i questa dolce contemplazione mostrò il suo cuore beato spaccato in due e, rallegrandosi, mostrò alla mia mente in modo parziale la sua divinità benedetta, nella misura da lui voluta in quel momento, dando così forza alla povera anima perchè potesse comprendere ciò che si può esprimere con le parole, cioè l'amore infinito che non ha principio, è, e sempre sarà.

E con ciò il nostro buon Signore disse pieno di gioia: "Guarda quanto ti amo"; come se avesse detto: "Mia cara, contempla e vedi il tuo Signore, il tuo Dio, che è il tuo Creatore e la tua gioia eterna: vedi il tuo fratello, il tuo Salvatore; figlia mia, contempla e vedi quale gaudio e felicità io provo per la tua salvezza, e per il mio amore rallegrati con me".

E inoltre, per una comprensione più profonda fu detta questa beata parola: "Guarda quanto ti amo", come se avesse detto: "Contempla e vedi che ti ho amato talmente prima che morissi per te da voler morire per te.
E ora io sono morto per te, e ho sofferto volentieri quello che ho potuto. E ora tutte le mie pene amare e tutto il mio duro travaglio sono trasformati in gioia eterna e in felicità per me e per te. Come potrebbe avvenire ora che tu mi chieda qualcosa che mi è gradito senza che io te lo conceda con tanta gioia?
Il mio gaudio è la tua santità e la tua gioia e la tua felicità eterna con me".

Questo è il senso, semplicemente, come riesco a dire, di questa beata parola: "Guarda quanto ti ho amato!"
Questo mi mostò il nostro buon Signore per renderci felici e gioiosi.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

venerdì, marzo 21, 2008

Venerdì Santo [4]


[Della brama e della sete spirituale di Cristo, che dura e durerà fino al giorno del Giudizio; e in ragione del suo corpo Egli non è ancora pienamente glorificato, nè è del tutto impassibile]


«E così il Signore rispose a tutte le domande e a tutti i dubbi che io potevo esprimere, dicendo con tono sommamente confortante: "Posso portare ogni cosa al bene, porterò ogni cosa al bene, voglio portore ogni cosa al bene; e vedrai tu stessa che ogni cosa sarà bene".

Dove dice:"Io posso" intendo che che si riferisce al Padre; dove dice "Sono in grado" lo intendo del Figlio; dove dice "Io voglio" lo intendo dello Spirito Santo; e dove dice "Io porterò" lo intendo della beata Trinità, tre Persone e una Verità; e dove dice "Tu stessa vedrai" intendo l'unità della natura umana che sarà salvata nella beata Trinità. E in queste cinque parole Dio vuole che noi ci raccogliamo nella quiete e nella pace.
E così la sete di Cristo avrà fine.

Perchè questa è la sete spirituale di Cristo: la brama d'amore che dura e durerà fino a che non avremo la visione di lui nel giorno del Giudizio. Poichè noi che saremo salvati, e saremo la gioia e la felicità di Cristo, siamo ancora quì e alcuni non sono ancora nati e tanti ancora devono nascere fino a quel giorno.

Perciò questa è la sua sete e il suo desiderio d'amore per noi: riunirci tutti in lui per la nostra felicità infinita, così mi sembra. Perchè ora noi non siamo ancora interamente in lui come saremo invece allora.
Poichè noi sappiamo per fede, e fu anche rivelato a tutti, che Gesù Cristo è Dio e uomo; e nella sua divinità Egli è in se stesso felicità suprema, lo era fin dal principio e lo sarà per sempre, eterna felicità che non può essere in se stessa nè aumentata nè diminuita.
E questo fu mostrato copiosamente in tutte le rivelazioni (particolarmente nella dodiicesima dove dice: "Sono io l'Altissimo").

Quanto poi all'umanità di Cristo, ci è noto per fede ed è anche stato mostrato che fu per forza della divinità che Egli patì i tormenti della Passione e morì, per amore, per portarci alla sua gioia. E queste sono le opere dell'umanità di Cristo nelle quali Egli si rallegra (e questo fu rivelato nella nona rivelazione, dove dice: "E' una gioia, una felicità, un gaudio eterno per me l'aver sofferto la Passione per te"). E quì è la gioia delle opere di Cristo e questo egli intende (nella medesima rivelazione) che noi siamo la sua felicità, siamo la sua ricompensa, siamo il suo onore, siamo la sua corona.

Quanto al fatto che Cristo è nostro capo, Egli è glorificato e inpassibile; quanto al suo corpo nel quale sono unite tutte le sue membra Egli non è ancora pienamente glorificato nè è del tutto impassibile. Poichè quella medesima sete e brama che ebbe sull'albero della croce, desiderio, brama e sete che -secondo me- erano in lui fin dall'inizio, Egli le ha ancora e continuerà ad averle fino al momento in cui l'ultima anima da salvare sarà giunta in cielo nella sua felicità.

Poichè come c'è veramente in Dio l'attributo della misericordia e della pietà, altrettanto veramente c'è l'attributo della sete e del desiderio; e in virtù di questa brama di Cristo noi possiamo rispondere con altrettanta brama, desiderando lui: senza di ciò nessuna anima giunge al cielo.

E questo attributo della sete e del desiderio nasce dall'infinita bontà di Dio, proprio come l'attributo della pietà viene dalla sua infinita bontà.
E benchè Egli possegga sia il desiderio che la pietà, esse sono -mi sembra- qualità diverse.
E in questo stà la caratteristica della sete spirituale, che dura in Lui fino a quando noi siamo nel bisogno, attraendoci in cielo nella sua beatitudine.
E tutto questo io vidi come una rivelazione di compassione, perchè questa cesserà nel giorno del Giudizio.

Così Egli ha pietà e compassione per noi e desiderio di averci con sè, ma la sua sapienza e il suo amore non permettono che la fine giunga prima del tempo che è stato stabilito come il migliore.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

giovedì, marzo 20, 2008

Giovedì Santo [4]



[La nona rivelazione è circa il gaudio, etc; dei tre cieli e dell'infinito amore di Cristo nel suo desiderare ogni giorno di soffrire per noi, se potesse, anche se non è necessario]


«Allora il nostro buon Signore mi domandò: "Sei contenta che io abbia sofferto per te?".
Io dissi: "Si, Buon Signore, e ti ringrazio moltissimo; si buon Signore possa tu essere benedetto".
Allora disse Gesù, il nostro buon Signore:" Se tu sei appagata, io sono contento. l'aver sofferto la Passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno, e se potessi soffrire di più lo farei".

In questo stato d'animo il mio spirito fu sollevato al cielo, e là io vidi tre cieli: e a quella vista fui grandemente stupita e pensai: "Vedo tre cieli e tutti e tre appartengono alla benedetta umanità di Cristo. E nessuno è maggiore dell'altro, nessuno è minore, nessuno è più alto, nessuno più basso, ma tutti sono uguali quanto a gioia".
Come primo cielo Cristo mi mostrò suo Padre, non in una immagine corporea ma nelle sue proprietà e nel suo operare". Questo vuol dire che io vidi in Cristo ciò che il Padre è.
L'opera del Padre è questa: Egli ricompensa suo Figlio Gesù Cristo. Questo dono e questa ricompensa è così gioiosa per Gesù che il Padre non avrebbe potuto dargli una ricompensa che gli fosse più gradita. Poichè il primo cielo, cioè la compiacenza del Padre mi si mostrò come un cielo ed era pieno di beatitudine. Poichè Egli si compiace grandemente in tutto quello che Gesù ha fatto per la nostra salvezza, perciò noi non siamo suoi soltanto perchè ci ha redenti ma anche per il dono cortese di suo Padre.
Noi siamo la sua gioia, siamo la sua ricompensa, siamo la sua gloria, siamo la sua corona. E che noi siamo la sua corona è una meraviglia singolare e una visione piena di gaudio.

Quello che sto dicendo è per Gesù una felicità così grande che egli non tiene in alcun conto il suo tormento e la sua Passione, e la sua morte crudele e ignominiosa.

E in queste parole: "Se io potessi soffrire di più lo farei" io vidi veramente che tutte le volte che potrebbe morire, egli morirebbe, e l'amore non lo lascerebbe mai tranquillo fino a che non l'avesse fatto.
E contemplai con grande diligenza per osservarre quante volte egli sarebbe morto se l'avesse potuto. E veramente il numero delle volte superava la mia comprensione e la mia intelligenza talmente che la mia ragione non poteva nè era in grado di comprendere o di capire. E quand'anche Egli fosse morto o volesse morire tante volte, tuttavia Egli non avrebbe tenuto questo in alcun conto per amore: poichè Egli valuta tutto poca cosa rispetto al suo amore.

In vero, benchè la dolce umanità di Cristo possa soffrire solo una volta, la sua bontà non cesserebbe mai di offrirsi. Ogni giorno Egli è pronto a fare lo stesso, se possibile. Poichè se Egli dicesse che vuole creare per mio amore nuovi cieli e nuove terre, questo sarebbe ancora poco al confronto perchè egli potrebbe fare questo ogni giorno, se lo volesse, senza alcuna fatica. Ma il morire per mio amore tante volte che il numero supera la capacità di comprensione della creatura, questo è il dono più alto che Nostro Signore Dio potrebbe fare all'anima dell'uomo, secondo me.

Dunque, quello che vuol dire è questo: "Perchè mai non dovrei fare per amor tuo quello che posso? La morte non mi pesa, poichè io per amore tuo morirei tutte le volte che posso, non tenendo conto delle atroci sofferenze".

E questo io vidi come il secondo modo di contemplare la sua beata Passione.
L'amore che lo spinse a soffrire supera tutti i suoi patimenti come il cielo supera la terra; perchè il dolore fu un'impresa nobile, preziosa e gloriosa realizzata con la forza dell'amore. E l'amore era senza principio, è e sarà senza fine. E nel nome di questo amore egli disse con molta dolcezza queste parole: "Se potessi soffrire di più soffrirei di più".

Egli non disse: "Se fe fosse necessario soffrirei di più" ma " Se io potessi soffrirei di più", perchè anche se non fosse necessario ed Egli potesse soffrire di più, Egli lo farebbe.
Questa opera della nostra salvezza fu ordinata da Dio secondo i suoi piani. Fu realizzata con tutta la dignità di cui Cristo era capace: e quì io vidi una gioia piena di Cristo, poichè la sua gioia non sarebbe stata piena se quanto fu fatto avesse potuto essere fatto in modo migliore.»


(Dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

mercoledì, marzo 19, 2008

Mercoledì Santo [4]


[Come noi ora moriamo sulla croce con Cristo; ma il suo sguardo rivolto a noi fa sparire ogni sofferenza]



«E osservavo con tutte le mie forze per vedere il momento del trapasso, e pensavo di vedere il corpo ormai completamente morto, ma vidi che non era così. E proprio nello stesso momento in cui mi parve che la sua vita non potesse durare più a lungo, e la visione della fine si avvicinasse inesorabilmente, all'improviso, mentre stavo contemplando il medesimo crocifisso di prima, Egli cambiò nell'aspetto del suo volto beato.

Il mutamento del suo volto beato cambiò anche me, ed io mi sentii felice e gioiosa nel grado massimo possibile.
Allora Nostro Signore lietamente sussurrò al mio spirito: "Dov'è finita ora ogni tua angoscia e ogni tua pena?" E io fui ricolma di gioia.

Compresi che per Nostro Signore noi siamo ora sulla croce con lui nei nostri dolori, e che moriamo nella nostra passione, e volentieri rimaniamo sulla medesima croce con il suo aiuto e la sua Grazia fino all'ultimo momento. Improvvisamente vedremo mutare l'aspetto del suo volto, e noi saremo con lui in cielo. Tra un momento e l'altro sarà un istante: e poi tutto sarà trasformato in gioia. E questo Egli intese quando mi disse: "Dov'è ora ogni tua pena e ogni tua afflizione?". E noi saremo pieni di felicità.

E qui io vidi veramente che se Egli ci mostrasse ora il suo beatissimo volto, non ci sarebbe alcun dolore sulla terra -nè in qualsiasi altra parte- che potrebbe inquietarci, ma tutto sarebbe per noi gioia e felicità.
Ma poichè Egli ci mostra il volto che ebbe nella Passione, quando portò la sua croce in questa vita, allora noi soffriamo pene e travagli con lui, come richiede la nostra natura.

E il motivo per cui Egli patì è perchè vuole, per sua bontà, renderci eredi con lui nella gioia. E in cambio delle piccole pene che noi soffriamo in questa vita avremo una sublime ed eterna conoscenza di Dio che non potremmo altrimenti mai avere. E quanto più crudeli sono state le nostre pene con lui sulla croce tanto maggiore sarà la nostra gloria con lui nel suo regno.»



(Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich)

martedì, marzo 18, 2008

Martedì Santo [4]


[Dell'indicibile Passione di Cristo, e delle tre cose della Passione che si devono sempre ricordare]

«E così io vidi Nostro Signore Gesù soffrire a lungo poichè l'unione con la divinità dava alla sua umanità forza di soffrire per amore più di quanto possano tutti gli altri uomini.
E non intendo soltanto dolore più di quello che possa patire qualsiasi altro uomo ma anche che il suo dolore superò quello che tutti gli uomini chiamati a salvezza, dal primo giorno della Creazione fino all'ultimo, possano dire o immaginare pienamente, se si considera la dignità dell'altissimo nobile Re e la vergognosa malvagia e penosa morte che subì. Poichè colui che è l'Altissimo e il più degno fu obbrobriosamente condannato e disprezzato in modo estremo: perchè il punto più importante che si deve considerare nella sua Passione è pensare e rendersi conto che colui che patì è Dio. E rifrettere inoltre su questi due punti, che sono minori: uno è che cosa patì, l'altro è per chi egli patì.

E in questo egli portò alla mia mente in parte la sublimità e della nobiltà della gloriosa divinità, e inotre la preziosità e la tenerezza del suo corpo beato che era ad essa unito, e ancora la riluttanza che la nostra natura prova di fronte al dolore.
Poichè, proprio in quanto era tenerissimo e purissimo, Egli era straordinariamente forte di fronte alla sofferenza.


Ed Egli soffrì per i peccati di tutti gli uomini che saranno salvati; ed Egli vide e soffrì in sè -per simpatia e amore- il dolore, la desolazione e l'angoscia di ogni uomo. Poichè quando la Nostra Signora soffrì per le pene di Lui, altrettanto Egli soffrì pe le pene di lei.
E ancora di più, in quanto la sua dolce umanità era di una antura più nobile, e fino a quando potè egli soffrì per noi e si affrisse per noi.
E ora Egli è risorto e non può più soffrire; e tuttavia Egli soffre per noi, come dirò più avanti.

Ed io, contemplando tutto ciò per sua Grazia, vidi che in lui l'amore per la nostra anima era così forte che egli scelse volontariamente e con gran desiderio di soffrire, e soffrì pazientemente con grande gioia.
L'anima che contempla ciò, quando è toccata dalla Grazia, comprenderà veramente che le pene della Passione di Cristo superano tutte le pene, cioè quelle pene che in virtù della Passione di Cristo saranno trasformate in gioia eterna.

E' volontà di Dio, secondo quanto comprendo, che noi contempliamo la sua beata Passione in tre maniere.
La prima è considerare con contrizione e compassione l'altroce pena che egli soffrì; e questo è quanto il Signore mi mostrò in quel momento e mi diede la forza e la grazia per comprenderlo.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

lunedì, marzo 17, 2008

Lunedì Santo [4]


[Del conforto che dà la contemplazione del Crocifisso...]

«In quel momento avrei voluto distogliere gli occhi dalla croce, ma non osavo, perchè sapevo bene che finchè contemplavo la croce ero sicura e salva. Perciò non volli mettere in pericolo la mia anima, perchè senza la croce non c'era sicurezza alcuna contro il timore dei demoni.
Allora venne alla mia ragione una proposta, detta con tono amichevole: "Guarda in cielo, a suo Padre".
E allora io vidi chiaramente, con la fede che sentivo, che non c'era nulla tra la croce e il cielo che potesse inquietarmi. Qui dovevo guardare in alto o rispondere.
Risposi ineriormente con tutta la forza della mia anima, e dissi: "No, non posso perchè tu sei il mio cielo".

Così io dissi perchè non volevo alzare gli occhi: avrei preferito infatti rimanere in quel dolore fino al giorno del Giudizio piuttosto che giungere al cielo per un'altra via che non fosse lui. Poichè sapevo bene che colui che mi teneva legata così dolorosamente mi avrebbe sciolto quando a lui fosse piaciuto.

Così imparai asciegliere Gesù come mio cielo, proprio mentre lo vedevo in quel momento tutto nel dolore.
Non mi piaceva nessun altro cielo all'infuori di Gesù, e lui sarà la mia gioia quando vi arriverò.

Ed è sempre stato motivo di conforto l'avere scelto Gesù come mio cielo, per sua Grazia, in tutto quel tempo di Passione e di sofferenza.
E questo è stato un insegnamento per me: continuare a sciegliere Gesù come mio cielo, nel benessere e nella desolazione...»


(dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwitch)

domenica, marzo 16, 2008

duquedegandia.blogspot.com



AVVISO ai piissimi pellegrini che nella Settimana Santa son soliti stazionare devotamente ante questo pusillimo blog: l'atteso trapasso si è compiuto inesorabilmente!
Petanto il nuovo indirizzo di cotanto blog tardo-barocco è:
duquedegandia.blogspot.com


Post scriptum: le "Maestranze" mi pregano di segnalare agli eventuali benevoli lettori "via feed" che il nuovo indirizzo a quello è anch'esso trapassato:
http://duquedegandia.blogspot.com/feeds/posts/default

Delle Cinque Piaghe del Nuovo Lezionario della Santa Chiesa

Ovvero: "Te possino dà tante cortellate/ pe quante messe ha detto l'arciprete/ Pe quante messe ha detto l'arciprete/ pe quante vorte ha detto: orate frate/.



Sant'Alfonso de Liguori diffuse una divota "Orazione a Gesù Crocifisso" al fine di meditare sovente i misteri della nostra redenzione: "cominciando da ciò che disse di Voi, o mio Gesù, il santo Profeta Davide: Traforarono le mie mani e i miei piedi ed enumerarono tutte le mie ossa."

A differenza di ciò che riteneva Sant'Alfonso, la Santa Madre Chiesa prendendo atto degli sviluppi storico-critici non attribuisce più al "santo profeta Davide" la compilazione di tutti e centocinquanta salmi del salterio, e nel frattempo la corrente traduzione della Bibbia in lingua italiana, abbandonando le affettazioni settecentesce, recita: "Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa" (Salmo 21,17-18).
Non di meno, però, la tradizione cristiana non ha mai cessato di additare nel Salmo 21 -che principia con le parole "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" - un testo vaticinante l'opera redentiva del venturo Messia d'Israele. Fu lo stesso Cristo in croce ad intonare il primo versetto di quel salmo quasi volendo invitare gli astanti a comparare quell'antico testo delle Sacre Scritture con la scena che sul Golgota si stava avverando ed inverando.

Tutti e quattro gli Evangelisti sottolineano, manifestando così la convinzione della primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, che la Passione, morte, Risurrezione di Gesù di Nazaret si compirono "secondo le Scritture".

Di questa costante fede cristina del compimento di tutte le promesse messianiche nella persona dell'ebreo Gesù di Nazaret, ne è garante il culto liturgico che, massimamente nella Settimana Santa, ripropone, all'orecchio, alla mente, ed al cuore del credente in Cristo, non soltanto quei brani del Nuovo Testamento che enarrano la Passione ma anche quei brani delle antiche scritture di Israele che ne paiono una terribile e mirabile descrizione profetica.

Il pio cattolico, pertanto, che la domenica popolarmente detta "delle palme" partecipa alla liturgia eucaristica detta "In Passone Domini" (a causa dell'antica tradizione della Chiesa Romana di proclamare in tal giorno l'intero racconto evangelico della Passione di Cristo) ripeterà fervorosamente quale antifona al "salmo responsoriale" il famigerato grido di Gesù in Croce "Dio mio,Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" mentre opportunamente il lettore intercalerà alcuni versetti tratti dal Salmo 21.

E venne il giorno in cui la Conferenza Episcopale Italiana diede alle stampe un nuovo lezionario festivo, entrato in vigore dall prima domenica di Avvento dell'anno liturgico 2007-2008 e che suscitò un certo clamore giornalistico per l'aver sostituito il "Ti saluto" dell'Arcangelo Gabriele alla Santa Vegine con il più corretto "Rallegrati"; aver sostituito l'infausta e plurisecolare traduzione "non ci indurre in tentazione" del Pater noster con il più opportuno " non abbandonarci alla tentazione"; o con decisioni assai più discutibili come l'aver sostituito un termine "desueto" quale Mammona con il più prosaico termine "ricchezze".

Pertanto i cattolici fedeli e praticanti nella domenica "delle palme" del 16 marzo 2008 hanno ascoltato il tproclamare al salmo responsoriale la seguente strofa rivisitata dai sommi liturgisti e parolieri della Chiesa di Dio pellegrina in Italia:
"Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa."

"Hanno scavato"?
Perchè sostituire il verbo forare col verbo scavare?
Non sia considerato irrispettoso della sacra Gerarchia ed irriguardoso degli illuminati esegeti interrogarsi sulle motivazioni che hanno poratato ad una simile decisione.
Non si può certo dubitare che il testo ebraico dell'antico salmo riporti un termine che in espressione italiana possa essere tradotto proprio ed esattamente con "scavare" ma è pur vero, ed i buoni sacerdoti dai loro pulpiti son soliti rammentarlo quando son costretti a declamare espressioni assai dure del buon Gesù, che le lingue semitiche son assai povere di termini e perciò poco amanti delle sfumature semantiche.

Ragion per cui il verbo "scavare" riferito a "mano" risulterebbe una bella metafora per un poeta simbolista di fine Ottocento, ma appare sconcertante se messo in bocca alla severa prosa di un biblico agiografo! La proposizione "Scavare in una mano", infatti, può significare solo "provocare una ferita in una mano" a meno che non si intenda quale espressione metaforica ma il tal caso è impossibile, non solo per chi legge il salmo applicandolo al contesto alla crocifissione di Cristo ma anche solo nel contesto veterotestamenario tout court: è evidente che il salmista stà descrivendo la situazione esistenziale di un essere umano angosciato spicologicamente ed angustiato fisicamente.

Se -obbedendo agli imperscrutabili decreti della volontà divina- i sommi italici esegeti e liturgisti non gradivano il verbo "forare", avevano tutta una gamma di sfumature prima di approdare a qiell'imbarazzante "Hanno scavato le mie mani e i miei piedi"! "Hanno ferito", "hanno bucato", "hanno perforato", "Hanno traforato", "hanno trapanato", "hanno bucherellato", "hanno scavicchiato", "hanno violato la privacy delle mie mani e dei miei piedi"!
Niente poteva essere meno opportuno, niente poteva essere più lontano dalla descrizione delle sacre stimmate di Gesù Cristo di quel vagamente metaforico "scavare"!