martedì, marzo 21, 2006

Pacco, contropacco e contropaccotto /4

L'eminentissimo cardinale Roger Etchegaray
che si pregia d'essere amico personale del Patriarca si di Mosca e di Tutte le Russie, nel febbraio 2006 si è recato a Mosca per rappresentare la Chiesa Cattolica Romana alle solenni celebrazioni in occasione del compleanno e onomastico di Sua Santità Alessio II.
Il 20 febbraio, nel corso di un colloquio, il Vice-decano del collegio cardinalizio ha portato al Patriarca la lettera in francese con gli auguri di Benedetto XVI e consegnando il dono del vescovo di quella che i bizantini chiamano "Antica Roma" al vescovo della "Terza Roma": una medaglia d’oro del Pontificato.
La visita a Mosca del Signor Cardinale Roger Etchegaray, per condividere con l'intera Comunità cristiana russa la gioia della duplice ricorrenza del genetliaco e dell'onomastico di Vostra Santità, mi offre la gradita opportunità di farLe pervenire il mio fervido e cordiale augurio.

A questa lieta celebrazione desidero associami spiritualmente, invocando dal Signore abbondanti benedizioni per la Sua Persona e il Suo ministero, generosamente dedito alla grande causa del Vangelo.

I gesti e le parole di rinnovata fraternità fra Pastori del gregge del Signore stanno ad indicare come una sempre più intensa collaborazione nella verità e nella carità contribuiscano ad incrementare lo spirito di comunione, che deve guidare i passi di tutti i battezzati.

Il mondo contemporaneo ha bisogno di sentire voci che indicano la via della pace, del rispetto per tutti, della condanna di ogni violenza, della superiore dignità di ogni persona e degli innati diritti che le competono.

Con tali sentimenti, Le formulo cordiali voti di buona salute; sull'esempio e con l'intercessione di sant'Alessio, possa Ella continuare ad adempiere con frutto la missione che Dio Le ha affidato.

Dal Vaticano, 17 febbraio 2006.

BENEDICTUS XVI

[© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana]


A sua volta, Sua Santità Alessio II, al termine della solenne Liturgia onomastica del 24 febbraio, celebrata nella cattedrale del Santissimo Salvatore , ha chiesto al Cardinale Etchegaray di voler portare a Sua Santità Benedetto XVI, quale segno di gratitudine e di stima, una lettera di ringraziamento, unitamente al dono di una croce pettorale.



Santità,

La ringrazio di cuore per i cordiali auguri e le espressioni di ricordo nella preghiera che mi ha inviato in occasione del mio compleanno e onomastico, e che mi sono stati trasmessi da Sua Eminenza il Cardinale Roger Etchegaray.

Nel nostro tempo, in cui il secolarismo sta rapidamente sviluppandosi, il cristianesimo si trova di fronte a gravi sfide che necessitano di una comune testimonianza.

Sono convinto che uno dei compiti prioritari per le nostre Chiese, che possiedono una visione comune su numerosi problemi attuali del mondo contemporaneo, debba essere oggi la difesa e l'affermazione all'interno della società dei valori cristiani, di cui l'umanità vive da più di un millennio. Spero che a ciò contribuirà anche la rapida risoluzione dei problemi che si interpongono tra le due Chiese.

Ricambio nella preghiera a Vostra Santità gli auguri di buona salute, invocando il copioso aiuto divino nell'adempimento dell'alto ufficio di Primate della Chiesa Cattolica Romana.

Con affetto nel Signore

ALEKSIJ II
Patriarca di Mosca e di tutta la Rus’


Che cosa abbia voluto dire Benedetto XVI è chiaro ma non giurerei che altrettanto intellegibili ai pii cristiani d'occidente siano le parole del Patriarca di Mosca.
La grande "sfida" dei cristiani, secondo gli ortodossi russi non è pregare e lavorare per superare le incomprenzioni storico-teologiche al fine di giungere ad una "piena" unità visibile "affinchè il mondo creda", ma è quella di accantonare le reciproche contumelie al fine di lottare contro il secolarismo. Non il "lottare" per raggiungere una finalità puramente spirituale che riguarda "ad intra" la natura teologica delle Chiese cristiane, ma un coalizzarsi contro i nemici esterni (che il Patriarca abbia in mente lo stile degli accordi Ribentrop-Molotov?).

Quando Alessio II scrive di auspicare "la rapida risoluzione dei problemi che si interpongono tra le due Chiese", siamo ben certi che si stia riferendo al "Filioque" e all'Infallibilità, o stia invece parlando della necessità da parte di Roma di agire d'imperio per bloccare le mire alla costituzione di un Patriarcato greco-cattolico con sede a Kiev: culla del cristianesimo russo?

lunedì, marzo 20, 2006

dei Sepolcri, X



Slobodan Milosevic è morto il giorno 11 marzo 2006 nella prigione di Scheveningen, in Olanda, essendo dal Tribunale Internazionale dell'Aja accusato di "crimini contro l'Umanità".
I risultati dell'autopsia avevano ufficializzato che la morte dell'ex presidente serbo era dovuta a un infarto del miocardio, senza però escludere del tutto l'ipotesi di un avvelenamento. Perciò, per fugare ogni dubbio e mettere fine alle voci di cospirazione si è proceduto ad un ulteriore esame tossicologico da cui è emerso che l'ex dittatore assumeva volontariamente un farmaco sbagliato che comprometteva la terapia contro l'ipertensione prescritta dagli specialisti.
Milosevic prendeva di proposito un antibiotico sbagliato, la rifampicina, usata per curare lebbra e tubercolosi, che contrastava gli effetti dei farmaci per il cuore.

Potrebbe trattarsi di un suicidio, seguendo la tragica scia familiare. Mentre il giovane "Slobo" studiava Giurisprudenza a Belgrado, il padre si suicidò. Undici anni dopo, anche la madre farà lo stesso, e poi lo zio materno, ex generale. E' facile intuire che queste tragedie familiari segnano profondamente il giovane Slobodan.
L'anziano Milosevic avrebbe, quindi, cercato di togliersi la vita e nel contempo, dichiarandosi più volte timoroso di essere avvelenato, fare del proprio suicidio un'arma politica cercando di scaricarne la responsabilità ad occulti mandanti.
Il 10 marzo, giorno prima del decesso, Milosevic aveva scritto al ministro degli esteri russo sostenendo di non ricevere cure adeguate: chiedeva aiuto a Mosca, perché temeva che qualcuno cercasse di avvelenarlo. "Nella lettera - riferisce il ministero russo - l'ex presidente ribadisce la sua richiesta di sostegno dalla Russia per ottenere il permesso di sottoporsi a una terapia in una clinica di Mosca".

La seconda ipotesi, meno "eroica", è che cercasse di aggravare le proprie condizioni cliniche per ottenere di trasferirsi in Russia per sfuggire alla condanna e al carcere perpetuo.
Si è tratto, quindi, dell'ultimo calcolo politico errato della sua lunga carriera.

Alla notizia della sua morte il mondo si è ricordato del dittatore balcano uscito dalle scene politiche dopo la rivolta popolare del 5 ottobre 2000.

Colpisce che il governo serbo abbia dato l'assenso alla sepoltura in Patria dell'uomo che ha trascinato il paese in dieci anni di continue guerre che i politici e la maggioranza dei serbi giudica sbagliate e catastrofiche.
Su richiesta del presidente serbo Boris Tadic il Consiglio supremo di difesa ha prontamente annunciato che non intendeva mettere unità dell'esercito serbo-montenegrino a disposizione per le esequie e che quindi era assolutamente escluso che ci sarebbe stato un funerale di Stato, ma al contempo si avallava il riposo in pace della salma sotto le zolle del giardino della casa di Milosevic nel suo paese natale: "quella Pozarevac dove il suo figlio ossigenato e ribaldo aveva costruito la Disneyland serba – Bambi, ora chiuso – e anche la più grande discoteca serba – Madonna, poi venduta – e la sua tomba sarà un’attrazione solo per i rancorosi, la nostalgia è quella riservata a Tito, le canzoni che gli zingari di Pascevo intonano agli angoli delle vie pedonali di Belgrado parlano di Uzice, della Seconda guerra mondiale, di Tito, niente Srebrenica o Vukovar, niente Milosevic" (Toni Capuozzo).
Forse la volontà politica è stata quella di voler celebrare, con le pubbliche esequie di Milosevic nel museo del Comunismo, a poca distanza dal mausoleo di Tito, celebrare i solenni funerali della stessa Jugoslavia: quella Jugoslavia che iniziò ad agonizzare durante i funerali di Tito ed il cui nascosto cancro del particolarismo etnico la distrusse politicamente ma anche nella psiche dei suoi politici e dei suoi cittadini.
La pietra tombale di Milosevic precede di poche settimane il referendum per l'autederminazione della Repubblica del Montenegro che porterà alla definitiva scomparsa del concetto e del nome stesso di Jugoslavia.

Sul quotidiano “Politika”, il 17 marzo è stato pubblicato un necrologio che recitava: “Grazie per tutte le chimere e le ruberie, per ogni goccia di sangue che a causa tua hanno versato in migliaia, per la paura e l’incertezza, per le vite e le generazioni fallite, per i sogni che non abbiamo realizzato, per il terrore e le guerre che, senza chiedercelo, hai condotto a nome nostro, per tutto il peso che ci hai caricato addosso. Ci ricordiamo dei carri armati nelle vie di Belgrado e il sangue sui marciapiedi. Ricordiamo Vukovar. Ricordiamo Dubrovnik, Ricordiamo Knin e la Krajina. Ricordiamo Sarajevo. Ricordiamo Srebrenica. Ci ricordiamo dei bombardamenti. Ci ricordiamo del Kosovo. E lo ricorderemo ancora per un po’. E lo sogneremo. Ci ricordiamo dei morti, dei feriti, degli sfortunati e dei profughi. Ci ricordiamo delle nostre vite distrutte. Lo terranno a mente i cittadini della Serbia”.

Milosevic è stato l'ultimo a morire tra i presidenti delle repubbliche jugoslave che trascinarono i loro popoli in guerre fratricide, perciò, c'è stata una voglia collettiva di metterci "una pietra sopra", di dimenticare rapidamente i massacri le fosse comuni; ma la mentalità germinata da un decennio di odi e di vendette ha profondamente plasmato le coscienze degli ex-jugoslavi per i quali: "è meglio essere stato un criminale di guerra che una vittima". La fine di Milosevic conferma questa amara situazione: le genti dell'ex-Jugoslavia son più pronte a esprimere il cordoglio per la scomparsa di un dittatore, accusato di pesantissimi crimini, che per la scomparsa di migliaia persone innocenti ma sconosciute.
"Il dettaglio più emozionante delle esequie è un messaggio di solidarietà e di condoglianze scritto da un altro detenuto, il criminale di guerra croato generale Ante Gotovina. Un saluto da vecchi nemici, da fronti etnici sorpassati, da tagliagole arrugginiti, da un mondo che ha lasciato solo macerie e cicatrici".

sabato, marzo 18, 2006

...entre todas las mujeres! [7]



Ovvero: dolores!

"Nel luglio scorso [2005,ndr]il governo socialista spagnolo ha introdotto una nuova normativa sul divorzio, che da allora è consentito senza previa separazione e alla sola condizione che nozze siano state celebrate da tre mesi. Si tratta di una norma simile a quella che la Rosa nel pugno vorrebbe introdurre in Italia, e anche per questo può essere interessante esaminare che effetti abbia avuto in Spagna.

Le domande di divorzio, che nel primo semestre del 2005, quando vigeva ancora la vecchia normativa, erano state circa 27 mila, nel semestre successivo sono cresciute fino a 60 mila, sono cioè più che raddoppiate. Le separazioni, contemporaneamente, sono diminuite, ma solo di un terzo.
Si dirà che la legislazione non fa che rispecchiare una crisi della famiglia, che è quindi indipendente dalle scelte politiche, ma in realtà non è proprio così.

Tra le ragioni che concorrono a rafforzare o, al contrario, a indebolire la stabilità della famiglia c’è la considerazione che quell’istituto basilare riceve dalla società.
Se il giuramento di fedeltà reciproca “finché morte non ci separi”, che è pronunciato sia nei matrimoni civili sia in quelli religiosi, viene considerato una barzelletta, gli effetti non si fanno aspettare.
Se il matrimonio, che ha nella sua natura la finalità della riproduzione, viene equiparato alla convivenza tra persone dello stesso sesso, come accade in Spagna, finisce con lo svalutarsi.
Ora la formula matrimoniale spagnola dovrebbe essere trasformata nell’impegno a restare insieme per una stagione, visto che dopo dodici settimane può essere tranquillamente sciolto.

Le associazioni femministe spagnole, che hanno applaudito a tutte le leggi che disgregano la famiglia, contemporaneamente denunciano l’aggravamento della condizione
di disparità della donna, che percepisce mediamente retribuzioni inferiori del 40 per cento. Questo significa che sono ancora le donne la parte più debole, che subisce il danno maggiore dalla distruzione dei vincoli familiari.
Ma queste femministe, a quanto pare, non sanno fare due più due."

Giuliano Ferrara, Il Foglio sabato 18 marzo 2006)

venerdì, marzo 17, 2006

VIA CRUCIS

Sacra Conversazione /4

Ovvero: "It's not time to make a change"



"...l’opuscolo intitolato “L’esortazione della via giusta e della salvezza vera”, recapitato nelle caselle postali degli abitanti di Budrio di Correggio in Emilia e inviato a diversi parroci vicentini, rappresenta primo caso esplicito di dawa (invito all’islam): proselitismo religioso rivolto direttamente agli occidentali.
Ventidue pagine scritte in italiano, pubblicate da una casa editrice turca, Hakikat, e spedite da un centro islamico tedesco della città di Schontal per spiegare ai cristiani le ragioni profonde della loro confusione.
Prima regola: sapere che Gesù non è figlio di Dio che la Trinità è una blasfemia. “I cristiani dicono che Gesù è il Messia, figlio di Allah: potrebbe esserci un ignoranza (senza apostrofo) più grande di questa?”, si legge nella prima pagina.
“I cristiani dichiarano che Allah abbia un figlio, ma che falsità è questa?”, ribadiscono. “Avete detto qualcosa di mostruoso”, intimano. “Manca poco che si spacchino i cieli, si apra la terrae cadano a pezzi le montagne, perché (i cristiani, ndr) attribuiscono un figlio al Compassionevole”.

Seconda regola: sapere (rubiamo una battuta a Daniele Luttazzi) che se la risposta è Cristo, allora la domanda è sbagliata. Infatti gli autori dell’opuscolo lanciano un monito inconfutabile: “Voi sapete che l’islam è la vera religione, Muhammad l’ultimo profeta che Allah il Sublime ci ha inviato, ma voi persistete ostinati nella rinnegazione (…) le lettere di Paolo, abili come il diavolo, insegnano diffamazione,
pettegolezzi, tradimento, spionaggio (…)”.

I toni e i contenuti del catechismo islamico mandato via posta a residenti e parroci hanno il sapore di una sfida, di un’aggressiva campagna elettorale, se la parola guerra di civiltà suona esagerata. Dopo le prime otto pagine commentate contro la Trinità si passa a uno dei temi più cari dei fondamentalisti: il castigo, attraverso citazioni estrapolate dal Corano. Come questa, presa dalla sura Ad-Dukhan (Il fumo, versetti 47-50): “Afferratelo e portatelo nel fondo della Fornace, e gli si versi in capo il castigo dell’acqua bollente… sei forse tu l’eccelso, il nobile? Ecco quello di cui dubitavate”.

Le ultime due pagine sono dedicate a Yusuf Islam , alias Cat Stevens, al quale gli Stati Uniti hanno negato il visto di entrata.
Domanda (retorica): “Perché Bush non voleva permettergli l’entrata?” Risposta: “Yusuf non aveva un cannone, un fucile, o un aereo (sic!), perché l’America lo temeva?
Perché ha una fede che niente supera.
Loro sanno bene che la loro fede è falsa e il loro libro inventato”.

“Non c’è altro Dio all’infuori di Lui”

L’opuscolo ha ovviamente suscitato reazioni all’interno della diocesi di Reggio Emilia, dopo la pubblicazione di alcuni stralci da parte del Giornale di Reggio.
Don Emilio Landini, responsabile delle comunicazioni sociali della diocesi, ha dichiarato: “Tutto questo potrebbe far sorridere ma si ride molto meno se si pensa all’ignoranza religiosa sulla Bibbia. Sono strumenti fatti per un proselitismo d’assalto che non aiutano certo il dialogo”.
Il consigliere comunale di Novellara, Youssef Salmi, che appartiene alla corrente dei musulmani moderati, dice invece che è “propaganda politica contro l’islam perché tende a esasperare i temi che ci dividono dai cristiani”.

A Vicenza, don Massimo Sbicego, uno dei parroci ai quali è stato inviato il testo, ha commentato: “Si tratta di una provocazione che mi lascia sconcertato”.
E’ presto per sapere se il libello, tradotto in nove lingue e pubblicato sul sito web della casa editrice turca Hakikat debba essere considerato una controffensiva dei fondamentalisti contro le vignette, ma Mario Scialoja, membro della consulta islamica governativa ha osservato: “Si tratta di un testo offensivo ed è verosimile che la casa editrice turca abbia visto nella città di Reggio Emilia un terreno fertile dopo la manifestazione contro le vignette”.
Purtroppo la frase finale dell’esortazione contenuta nell’opuscolo non concede il beneficio del dubbio. “Non c’è città che noi prima del giorno della risurrezione non distruggeremo, o che non puniremo con una grave condanna. O cristiani, noi vi intimiamo a credere che c’è soltanto un solo sublime Allah, che non c’è Dio all’infuori di Lui, che lui non genera e non è stato generato, e che tutti i profeti, Mohammed (la pace sia con lui) e Gesù (la pace sia con lui) sono i suoi inviati”.


(da un articolo di Cristina Giudici sul Foglio di venerdì 17 marzo 2006)

martedì, marzo 14, 2006

...entre todas las mujeres! [6]




Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui.
(Lc. 23, 27)

domenica, marzo 12, 2006

scuola di preghiera


L'eminentissima ("ac reverendissima"!) Pescevivo in un post titolato: "Preghiera proibita" definisce "inquetante" che in un Istituto Professionale sia stato espresso "parere sfavorevole da parte del Collegio dei Docenti per un momento di preghiera, l’Angelus, tre volte la settimana, durante l’intervallo. Numero di persone intenzionate a partecipare a questo atto sovversivo: forse dieci. Tempo totale (2 minuti x 3 volte): circa 8 minuti" a settimana!

Sicuramente da parte dei docenti c'è la classica, epidermica - e personalissima - ripulsa laicista contro ogni manifestazione di fede, intesa quale ostentazione di ottuso e superficiale pietismo, cui si aggiunge la nuova "paura" che se si "concede" questa "libertà di culto" ai cattolici "non si vede" come poter poi negare uguale trattamento agli islamici.

Il problema dei docenti nasce dall'errato presupposto che tutte le religioni siano uguali. "Ovviamente" bisogna avere rispetto per ogni persona e quindi anche per le sue convinzioni religiose ma bisogna anche tener presente che i modi di espressione pratica della fede variano da religione a religione, non solo, ma anche l'impostazione teologica che sta dietro alla pratica pubblica della preghiera è differente tra religione e religione!

Per dirla senza troppi giri di parole: per la mentalità islamica se un mussulmano prega in un luogo ciò renderà quel suolo "terra dell'Islam" e ciò darà ipso facto a ogni mussulmano di rivendicare il diritto di pregarci per sempre, nonostante qualunque contraria disposizione futura! Per i cristiani non è così. E se qualcuno reputa il contrario mente sapendo di mentire!
I cristiani distinguono tra i luoghi di culto che sono le chiese e gli altri edifici (dove può anche "scapparci" una preghiera) soprattutto perchè le preghiere vocali, come pure la lettura del sacro testo e la sua esegesi cioè la "predica", non ingloba in se la totalità dell'atto del culto, come invece avviene per l'Islam, perchè la pienezza del culto cristiano è data da riti specifici chiamati Sacramenti di cui l'Eucaristia ne è il culmine.

Ognuno sano di mente capirà agevolmente che la veloce recita dell'Angelus Domini, da parte d'una decina di liceali nell'angolo d'un corridoio della propria scuola, non è paragonabile alla celebrazione di una Messa o alla benedizione col Santissimo Sacramento!
Nè con la preghiera dell'Angelus quei cattolici in erba hanno la presunzione di marcare il territorio "a futura memoria"; il loro desiderio nasce da una educazione alla fede per cui sorge l'esigenza di rinnovare a se stessi (e non agli altri!)quella consapevolezza gioiosa di stare alla presenza di Dio e di stare vivendo in una storia (personale e comunitaria) resa sacra dall'evento dell'Incarnazione del Figlio di Dio avvenuta proprio quel giorno in cui la Vergine Maria disse "Ok" all'angelo Gabriele.

Altra considerazione. Il rito cattolico, come detto prima, distingue chiaramente tra la preghiera "pubblica" della Chiesa e la preghiera privata dei fedeli; cioè: tra la liturgia per cui sono necessarie precise posture (sedersi, alzarsi, inginocchiarsi), la presenza di ministri del culto (che devono indossare abiti particolari per celebrare i riti) oltre all'uso di immagini ed oggetti come crocifissi, candelieri, etc...; ed invece la scarna ripetizione di brevi formule da parte di uno o più persone, senza alcuna necessità di alcuna suppellettile (e quindi senza alcun eventuale costo per le finanze dell'Istituto scolastico). I dirigenti scolastici hanno reagito come se gli avessero chiesto di costruire una cappella palatina.
Inoltre il sommesso tono di voce con cui si recitano piamente le avemarie non può produrre alcun "inquinamento acustico" se solo si pensi che (tralasciando i Muezin!) nel rito cristiano bizantino le antifone debbono essere obbligatoriamente cantate!

Mi permetto una ulteriore considerazione.
La problematica riveste solo superficialmente i rapporti tra confessionalità degli studenti e laicità della scuola, ma compete alla categoria dell'esercizio dell'autorità ( e cioè: del potere) all'interno della scuola: se degli studenti comunicano alle autorità dell'Istituto scolastico l'intenzione di voler recitare una Ave Maria, ciò che è una comunicazione da mettere agli atti, viene interpretata come una supplica alle Serene Maestà.

C'è, infatti, la perversa tendenza da parte di ogni corpo docente della penisola italica a regolamentare, frenare, imbrigliare, ogni attività in nome del "quieto vivere": non si vogliono proteste da parte di genitori che si è involontariamente contrariato, non si vogliono richiami da parte di Provveditorati o -Dio non voglia!- contraddirre in alcun modo una qualche a loro ignota circolare ministeriale. In breve: non si vogliono "casini".

Quale insulto sarebbe per le intime convinzione degli studenti se uno sparuto gruppo di loro compagni, durante la ricreazione, si riunisce furtivamente per dire un' avemaria?
Sarebbe uno dei gruppetti tra i tanti altri gruppetti (molto più rumorosi) che si formano e si disfano continuamente tra una campanella e l'altra.

Chi si straccierebbe le vesti se durante la richeazione una quindicina di adolescenti caciaroni si riunisse per vedere quanto è "fico" l'ultimo modello di telefonino che ad uno di loro ha regalato mammà?
Nessuno, ovviamente.
Ma sono moralmente certo che se quello stesso studente si presentasse dal Preside chiedendo l'autorizzazione di poter, durante la ricreazione, illustrare ad alcuni suoi compagni quanto è fico il suo nuovo telefono cellulare, farebbe scattare nel Preside "la sindrome della carta da bollo", e gli farebbe venire mille anzie, e susciterebbe nel docente mille elocubrazioni sulle possibili conseguenze, foriere di guai imprevisti, che il suo assenzo all'iniziativa privata degli studenti potrebbe causargli.



Toni Capuozzo sul Foglio di venerdì 10 marzo da ulteriori esempi di questo tipo di deontologia professionale dei docenti italiani.

Il primo fatto è accaduto in "un paesetto di neppure cinquemila abitanti, Fiumicello. Una storica roccaforte della sinistra, nelle terre che un tempo furono bracciantili, cantate da Pier Paolo Pasolini e ritratte da Giuseppe Zigaina (...). Tutto cambiato, e altri tempi anche per don Gigi, il parroco che era abituato a convivere, in un appeasement fondato sul buon senso, con i vecchi sindaci comunisti (...).Così quando si è trattato di stilare un piano per la visita pastorale del vescovo di Gorizia, monsignor Dino De Antoni, don Gigi ha proposto la più classica della tappe: la visita alle scuole elementari. Ma dalla scuola è arrivato un “no” secco, basato sulla considerazione che la visita del prelato avrebbe potuto offendere, turbare o ledere la sensibilità degli alunni di fede musulmana presenti nell’istituto.

Va precisato che nessun segnale di allarme o di disagio era emerso dai genitori degli alunni di fede diversa da quella cristiana, e che il “no” veniva per intero dal consiglio dei docenti, che evidentemente hanno un’idea della laicità dell’istituzione e del rapporto tra le fedi fondata sulla totale separatezza, piuttosto che sull’incontro e sul confronto. Le porte sbarrate del plesso scolastico, però, non sono riuscite a trattenere la notizia, e il fatto è diventato un caso, anche politico.
Interrogazioni parlamentari, intervento del sindaco – di centrosinistra sì, ma cattolico – che ha offerto l’aula del consiglio comunale per un incontro, fuori dalle aule scolastiche, tra vescovo e scuole (...)

Ma la querelle più interessante è quella scoppiata tra scuola e genitori. Questi ultimi lamentano di non essere stati informati della scelta e parlano, in una lettera aperta “di delusione e impotenza, dinanzi a una decisione impostaci dall’alto”, lamentano di essere stati tenuti ai margini, come se il loro compito fosse limitato alla gestione delle festicciole di fine anno, esprimono la convinzione che con la decisione presa unilateralmente dalla scuola si sia persa un’occasione di confronto, perché nessuno crede che la visita del prelato fosse mirata alla conversione o al proselitismo dei non cristiani. E ribadendo l’estraneità a ogni sfruttamento politico della vicenda, presentano le dimissioni in massa dall’organismo che li rappresenta all’interno della scuola.

La replica della scuola, a firma del dirigente Aldo Durì, è un piccolo capolavoro di linguaggio burocratico, tra il politicamente corretto e un donabbondismo laico: “La decisione di non accogliere il vescovo non è stata imposta dall’alto. Molto semplicemente la legge non prevede in materia alcuna competenza per i genitori, che certo hanno diritto a essere informati sulle attività didattiche, ma non di entrare in merito agli orientamenti pedagogici e ai rapporti tra istituzioni… inoltre, prima che altre soluzioni potessero maturare, qualcuno, non certo la Direzione, scatenava una campagna scandalistica che finiva per troncare ogni dialogo tra le parti.
Nessuno vuole infatti negare ai bambini l’opportunità di uno scambio di esperienze con l’arcivescovo: tanto che l’incontro avverrà comunque all’esterno della scuola, in un clima di libera scelta e partecipazione”.

Il secondo fatto è più divertente, o amaro, ma anche meno chiaro.
Succede alle scuole elementari di Feletto, qualche decina di chilometri più a nord (...). Gli insegnanti decidono di non festeggiare, o di festeggiare “diversamente”, giovedì grasso. E sul giornale locale appare la spiegazione di un’insegnante, Marinella Pighini: “La decisione è stata presa per rispettare gli alunni delle altre religioni, dai musulmani ai testimoni di Geova, ai buddisti, agli ortodossi”. Nelle scuole del paese, tra i mille e cento alunni di materne, elementari e media, gli “altri” sono un centinaio.
Ma riesce difficile capire chi, tra loro, potesse sentirsi offeso da un appuntamento così poco spirituale."

sabato, marzo 11, 2006

Donna Moderna /2



(grazie a Gianni De Martino)

Donna Moderna

"Il convivere potrà anche sembrare a qualcuno una conquista moderna, ma non lo è certamente. C'era ai tempi di Gesù, e anche nel cosiddetto buio medioevo, dove molti immaginano frati torturatori pronti a mettere al rogo i peccatori.
Quanto la realtà sia differente ce ne possiamo accorgere ad esempio sfogliando la storia di Santa Margherita da Cortona."

giovedì, marzo 09, 2006

Perdere la trebisonda /4

[In quel tempo, cominciarono a verificarsi efferati fatti di sangue che minarono la pax religiosa italiana. Era iniziata infatti, da parte islamica, la caccia al mussulmano convertitosi al cristianesimo; venivano sgozzati loro, e tutta la loro famiglia, e spesso anche i preti e i membri della comunità parrocchiale considerata responsabile della "perversione" di tanti buoni mussulmani venuti in occidente solo per trovare un lavoro.
La mattanza era cominciata durante i festeggiamenti per l'inaugurazione della moschea di Milano con i suoi sei minareti: tutti di dieci e quindici metri più alti della guglia della Madonnina.

Era arduo per il Ministro dell'Interno far capire alla Consulta islamica che lo scopo per cui il Governo italiano l'aveva voluta tant'anni prima (durante il ventennio berlusconista) era proprio quello di placare gli esagitati e di inculcare ai mussulmani italiani il rispetto per la libertà di coscienza e per i principi costituzionali.
I membri della Consulta islamica si mostrarono molto comprensivi per il punto di vista del signor Ministro e che: si, erano degli atti di violenza e quindi in sè deprecabili ma che essendo tali efferati attentati il frutto di santo zelo per per il santo Corano ed il santo Profeta loro non potevano far altro che lodare tanta devozione.

Non convinceva i rappresentanti delle comunità islamiche il paragone che il Ministro faceva con il remissivo atteggiamento dell'episcopato italiano che aveva persino donato spontaneanente ai musulmani le antiche basiliche costruite per commemorare le vittorie militari contro i Turchi affinchè fossero trasformate in moschee.
Ai capi mussulmani il paragone pareva privo di logica; non c'era alcuna ragione che i mussulmani imitassero la mansuetudune cristiana: Cristo aveva comandato ai suoi fedeli di porgere l'altra guancia, di amare i propri nemici e di fare del bene ai propri persecutori; il profeta Maometto si era ben guardato da dare ai credenti dei comandamenti così bizzarri e autolesionistici!

La Consulta islamica era formata da circa 350 rappresentanti di cui una decina per le loro benemerenze nominati "a vita" direttamente da Osama Ben Laden III: ranpollo della schiatta che regnava sulla nazione culla dell'Islam ribattezzata Arabia Benlaudita.
La Consulta aveva la sua sede storica a Palazzo Madama da quando il "Senato delle Regioni" voluto dalla riforma costituzionale del 2005 si era dimostrato alla prova dei fatti assolutamente inutile e perciò abolito.

Il Governo si trovò di fronte alla necessità di dare un giro di vite per far sopravvivere i valori di libertà e democrazia nella loro accezione occidentale. Perciò venne fondata un nuovo tipo di tribunale detto "La suprema e generale Inquisizione" allo scopo di punire con il sequestro dei beni e l'espulsione tutti i fiancheggiatori delle violenze e quelli che pubblicamente ne difendevano le ragioni in nome del "multiculturalismo" .
Principiò così il grande esodo islamico dalla penisola.

La Consulta islamica fu sciolta d'autorità perchè non rispettosa dei valori inscritti nella carta costituzionale ed il Senato fu ristabilito.
Il nuovo Presidente del rinato Senato come prima cosa scrisse un manifesto culturale dall'illuminante titolo : "Mogli e buoi dei paesi tuoi" che tanto risollevò le sorti dell'intellighentsia dell'Occidente.

Memorabile fu il giorno in cui il direttore del Corriere della Sera -un ebreo laicista- scrisse un editoriale in cui si dichiarava apertamente favorevole, anzi auspicava il prima possibile, la beatificazione di Isabella la Cattolica]

Perdere la trebisonda /3

" ...Le chiese distrutte e saccheggiate? “C'è stata una guerra e cose brutte sono successe su entrambi i fronti”, spiega.

Gli faccio notare che la maggior parte delle moschee sul territorio greco-cipriota sono state restaurate, mentre il suo governo ha autorizzato la trasformazione delle chiese in ristoranti ed hotel, un insulto al sentimento dei credenti. “L'hanno fatto per non lasciare andare in rovina gli edifici e comunque sono decisioni prese dal governo precedente, che non condivido”, si schermisce Ozel.

Insisto: cosa mi dice delle chiese che, anche in questi giorni, vengono trasformate in moschee? Il funzionario turco-cipriota allarga le braccia: “È un’usanza ottomana…”."

(Luigi Geninazzi "Avvenire" 26 febbraio 2006)

domenica, marzo 05, 2006

dei Sepolcri, IX

Ovvero:
Un breve ma bello elogio funebre in morte di Anna Maria Cenci , apologeta e scrittrice di operette d'esegesi biblica per i semplici ed umili di cuore.

sabato, marzo 04, 2006

dei Sepolcri, VIII

Ovvero: Sapessi com'è strano
avere un Santo Sepolcro a Milano.



"...«Scusate, il Famedio?», uno dei custodi del cimitero Monumentale di Milano si stacca dal gruppo di colleghi. Dà un’occhiata alla signora: «Lei cerca il prete? Vada dritto, non salga la scalinata, sotto a destra». «Grazie». La donna, spingendo il passeggino, si incammina. Davanti alla tomba comincia a pregare, sottovoce, sgranando la decina del Rosario che ha tra le mani. Pochi minuti poi si avvicina alla lapide, con la mano sfiora la fotografia del don Giuss, torna dal bimbo, gli fa fare il segno della croce: «Adesso possiamo andare». Mentre la donna se ne va arriva un signore che appoggia la ventiquattrore e prega, poi due ragazze. È un venerdì mattina di una fredda giornata di gennaio. «È sempre così - ci racconta padre Francesco, cappellano del Monumentale -. C’è sempre qualcuno davanti alla tomba di Giussani..."
[Tracce febbraio 2006 ]

Le quote porpora /3

Dominus Antonius Cardinalis Cañizares

Archyepiscopus Toletanus et Hispaniae Primas

venerdì, marzo 03, 2006

Parole sante, Signora mia!


Il più noto fenomeno di devozione mariana contemporaneo, in ambito cattolico, è quello legato alle ininterrotte apparizioni della Santa Vergine che si ripetono regolarmente ad un gruppo di veggenti sin dal 24 giugno 1981 a Medjugorie: (allora) un paesello sperduto della Bosnia-Erzegovina oggi noto ai devoti di Maria al pari di Lourdes e Fatima.

Il primo giorno la Santa Vergine non disse nulla. Fu il giorno appresso, il 25 giugno 1981 -esattamente 10 anni prima della dichiarazione di guerra della Serbia con cui iniziarono le pulizie etniche nell'ex-Jugoslavia!-, che l'Apparizione dichiarò di essere la "Regina della Pace" e di essere venuta a chiedere (a tutti ma innanzitutto) ai parrocchiani di Medjugorie: la'assidua preghiera e il sacrificio di intere giornate di digiuno a pane ed acqua per scongiurare il pericolo della guerra. I giovani veggenti convinsero il parroco e i parrocchiani e così a Medjugorie si cominciò a pregare per la pace nei cuori, nelle famiglie e "per la pace nel mondo" non immaginando lontanamente che dopo pochi anni la guerra sarebbe scoppiata a casa loro.

Chi conosce anche superficialmente i fatti di Medjugorie sà che la "Gospa": cioè "la Signora" in serbo-croato, appare ogni venticinque del mese per dare un (breve) "messaggio" di esortazione nel percorso spirituale. Ma è molto meno risaputo che la Santa Vergine ha chiesto a Mirjana, una delle giovani veggenti del 1981 (che ormai è anch'ella diventata una "gospa"), di indirizzare tutte le sue preghiere e sacrifici per la conversione degli atei e dei non credenti (e miscredenti) che però la Bella Signora, con sensibilità tutta femminile e materna chiama : "quelli che non hanno ancora conosciuto l'amore di Dio".
Mirjana prega e fa pregare per quell'intenzione dando così vita ad uno specifico gruppo di preghiera che si riunisce ogni due del mese. In tale data la Regina della Pace appare alla veggente dandole uno speciale messaggio mensile mirato a chi prega e si dedica all'apostolato verso i non credenti.


Nell' apparizione del 2 marzo 2006 la Santa Vergine, contrariamente al suo solito, non ha dato alcun messaggio ma -come ha poi spiegato Mirjana- s'è mostrata molto triste, fino alle lacrime, parlando della sua pena per la difficile situazione mondiale.
Ovviamente la veggente s'è tenuta per se le confidenze fattele dalla Vergine Maria. Mirjana ha solo accennato che alla fine dell'apparizione, piangendo, la Madonna ha scandito per ben tre volte:
"Dio è amore!
Dio è amore!
Dio è amore!"

A Maria di Nazaret và, quindi, il premio per la migliore e più incisiva recensione alla prima enciclica di Benedetto XVI

giovedì, marzo 02, 2006

Sacra Conversazione /3

Ovvero: Musulmani che abbandonano l'islam: «È il medioevo»
(di Magdi Allam sul Corriere della Sera di giovedì 02 marzo 2006


"Verrebbe da dire: «Che Allah vi protegga!». Se non fosse che sono dei musulmani che non credono più in Dio. Anzi si professano atei. Ma ciò che maggiormente colpisce è che abiurano l'islam pubblicamente, rivendicano con orgoglio l'affrancamento da una religione da loro vissuta come una forma di schiavitù intellettuale e percepita come la vera fonte della cultura dell'odio e della morte. Così come sorprende, in questa fase storica dove predomina la paura, che il numero degli ex musulmani- atei dichiarati è in crescita. Al punto che hanno dato vita a un proprio sito «Apostates of Islam» ( www.apostatesofislam.com).

Il caso più recente, forse il più eclatante, è di Wafa Sultan, psicologa e scrittrice di origine siriana, residente negli Stati Uniti, che nel giro di una settimana si è beccata prima un'accusa di miscredenza in diretta sulla televisione Al Jazira da parte di un docente dell'università islamica di Al Azhar, poi una vera e propria fatwa, responso giuridico islamico, di condanna di apostasia annunciata ai fedeli in preghiera nella moschea Al Hasan di Damasco durante il sermone di venerdì scorso. Il predicatore siriano è arrivato a sostenere che «questa apostata nuoce all'islam più di quanto non abbiano nuociuto le vignette sul profeta Mohammad (Maometto)». Ma lei non è il tipo da farsi intimidire. Pensate che all'interno del suo sito in arabo www.annaqed.com/writers/sultan/contents.html ha creato una pagina dove pubblica tutte le minacce che riceve, comprese le e-mail dei mittenti.

Partecipando alla trasmissione «Al ittijah al muakes» (Controcorrente)andata in onda su Al Jazira il 21 febbraio scorso, Wafa ha affrontato con una schiettezza e un coraggio impressionanti il suo rivale, il docente egiziano di Islamistica Ibrahim al-Khouli. «Ciò che vediamo non è uno scontro di civiltà o di religione — ha affermato Wafa — ma è uno scontro tra due opposti, una mentalità medioevale contro quella del ventunesimo secolo, tra la civiltà e l'arretratezza, tra la libertà e la repressione, tra la democrazia e la dittatura». E quando il conduttore Feisal al-Kassem le ha chiesto: «Lei intende che è un conflitto tra la civiltà dell'Occidentale e l'arretratezza dei musulmani?», Wafa ha risposto seccamente: «Sì».
Poi ha argomentato: «Sono i musulmani ad avere scatenato la guerra di civiltà, da quando il profeta dell'islam disse: "Mi è stato ordinato di combattere la gente fino a quando non credono in Dio e nel suo profeta" e da quando i musulmani hanno diviso la gente tra musulmani e non musulmani». E ancora rivolgendosi al docente islamico: «Come spiega a suo figlio il versetto che recita: "Combattete quelli che non credono né in Dio né nel Giorno ultimo?" (Corano, IX, 29)».

Quando la discussione si è fatta incandescente, Wafa è diventata ancor più grintosa: «Come è stata diffusa la tua religione? — ha chiesto con forza a al-Khouli —. Con la spada e l'aggressione dei Paesi. Poi dite che si è espanso con la giustizia e il rispetto dei diritti altrui. Quando lei dottor Ibrahim si mette con il megafono davanti a una chiesa e urla che è una menzogna che Gesù è Dio, il figlio di Maria, forse che lei rispetta il credo altrui?».
Si è così arrivati al momento cruciale in cui Wafa ha declinato la sua identità spirituale: «Non sono cristiana, non sono musulmana, non sono ebrea. Sono una persona laica che non crede nel sovrannaturale».
Ed è subito schioccata l'accusa di al-Khouli: «Lei è una miscredente?».
Tranquilla la risposta di Wafa: «Ma io rispetto il diritto degli altri a credere». E lui ribatte: «Allora sei una miscredente...sei una miscredente?».
Lei imperturbabile: «Può dire ciò che le pare».
[...]"