sabato, dicembre 09, 2006

Il presepe spiegato alle ragazze


Ovvero: Epistola -qui riproposta in versione purgata ed emendata- pubblicata dal Foglio (sabato 9 dicembre 2006) in cui l'orrido Langone si fa apostolo dell'arte presepiale.

«Carissima Giovanna,
mi raccomando, l’albero no.
(...)gli abeti sono piantati nei giardini delle villette da uomini malvagi con l’intenzione di trasformarli a dicembre in alberi di Natale.
Così come la moneta cattiva scaccia quella buona, l’albero scaccia il presepe. Ci può essere una fase di compresenza ma l’esito finale è questo.

Sotto gli abeti non cresce niente, gli aghi caduti rendono acido e inospitale il terreno, sotto l’albero di Natale muore il Natale che discende dal latino e significa “della nascita”. Nascita di chi, di che cosa, se manca il presepe e quindi il Bambino? O se il nesso non è evidente come spesso accade?
Se ad esempio all’albero manca la stella cometa, segnale indicatore della natività? Resta un albero, solo un albero, a rappresentare sé stesso e al limite la natura con i suoi cicli di vita e di morte (soprattutto di morte visto che la stragrande maggioranza degli alberi di Natale è costituita da abeti agonizzanti, estirpati con violenza, amputati delle radici e destinati a seccare in breve tempo, compresi quelli ambientalisti pubblicizzati da Ikea, la multinazionale anticristiana che vende mobili tristi e abeti morenti, però ecologici perché si possono riconsegnare dopo le feste affinché vengano trasformati in truciolato, sai l’abete com’è contento).

L’albero tende all’astratto mentre il presepe è figurativo(...).
L’albero è minimalista, può essere stilizzato e ridotto a segno grafico, a triangolo verde o anche rosso. E come dice James Hillman, che sarà pure uno psicanalista ma qualcosa capisce, “l’anima è costretta a scappare dal minimalismo.”

Prova tu a stilizzare un presepe. Impossibile perché è impossibile stilizzare la vita, che sguscia e prolifera e prende sempre nuove forme. L’albero è sostenuto dalla pubblicità, dai film, dai centri commerciali, è accettato da molte religioni e da tutte le irreligioni.
Mentre il presepe appartiene solo alla vera religione, quella fondata da Gesù Cristo alle sorgenti del Giordano, sulle alture del Golan, e che attraverso l’imposizione delle mani si è trasmessa per duemila anni senza interruzioni da Pietro fino a Benedetto e che da Benedetto si trasmetterà ad altri uomini fin quando ci saranno uomini perché “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Il Bambino Divino non poteva apparire fra i protestanti, quei musilunghi che non ne amano la Madre, tantomeno fra i maomettani per i quali Dio è lontanissimo, impenetrabile e di certo non può essere tenuto in braccio e allattato.

Poteva apparire ed è apparso in Italia, in un paese di montagna al centro esatto della penisola, a metà strada fra nord e sud,fra Adriatico e Tirreno, ovvero a Greccio, diocesi di Rieti.
Ad accoglierlo non poteva che essere l’alter Christus, il secondo Cristo, San Francesco, che nella notte del Santo Natale 1223 allestì il primo presepe. Non a caso era un presepe vivente. Vivo e brulicante.



Francesco, innamorato della Creazione, non si sarebbe mai sognato di festeggiare una nascita segando un albero.
Animato dallo Spirito infuse entusiasmo in tutto il paese che si trasformò in una nuova Betlemme: “Uomini e donne con la gioia nel cuore facevano a gara nel preparare ceri e fiaccole per rischiarare quella notte fatidica, in cui si accese la Stella che illuminò tutti i giorni e tutti gli anni.
Alcuni preparano la mangiatoia, altri recano il fieno, altri ancora pensano al bue e all’asinello”.
La moglie del signore di Greccio fece con le sue mani il simulacro del Bambino. Gli araldi annunciarono la notizia. I frati accompagnarono Francesco, già circonfuso di santità. Arrivò anche l’attesa benedizione del Papa, che autorizzava a dire messa davanti a una stalla, su un altare portatile, situazione insolita che poteva sembrare indecorosa. (Il primo presepe vivente non fu una manifestazione folcloristica, fu una messa solenne).

Da quella notte meravigliosa il Dio-Bambino è entrato nelle case, e non solo per i suoi coetanei. E’ un suicidio dell’anima metterlo fuori dalla porta solo perché siamo diventati grandi. E’ come dire che siamo diventati vecchi, insensibili, quasi morti, incapaci di provare alcunché.
Tu mi dici che il presepe non lo vorresti fare più ma che alla fine ti convinci quando ti vengono a trovare i nipotini: “Mi intenerisco e lo faccio con loro: cuore di zia!”.
Benissimo. Ma oltre che per i bambini vorrei che lo facessi per il Bambino. E per te, e per gli altri.

San Francesco quella notte non aveva in mente il catechismo per l’infanzia, si rivolgeva all’intera comunità e anche a sé stesso. “Più che rievocare l’episodio egli voleva rivivere il mistero” è stato detto.
Questo dev’essere anche il nostro atteggiamento.
Non dobbiamo riprodurre meccanicamente una tradizione, dobbiamo sentire il bisogno di vedere nascere il Bambino sotto i nostri occhi, fra le nostre mani, la Santa Notte che sta per arrivare.

Ho trovato un brano di Francesco Mastriani, romanziere ottocentesco prolificissimo (107 romanzi, beato lui! come faceva?), che descrive il rito così come si svolgeva a Napoli all’epoca sua: “Uomini, donne, e ragazzi provvisti di ceri, fanno in processione il giro della casa, scendono talvolta nel cortile, visitano gli altri quartieri del palazzo, e si riducono al presepe, dove genuflessi e cantando l’inno ambrosiano, da qualcuno della famiglia (spesso un ragazzo) viene collocato sulla paglia il celeste Pargoletto”.
Era il tempo felice in cui Napoli andava famosa nel mondo per la devozione e i mandolini: città da cartolina, dissero in seguito come fosse una colpa, come se il pino di Posillipo e il sangue di san Gennaro ostacolassero le belle migliorie che avevano in mente, centri direzionali, acciaierie, scampie.

Una processione tipo quella di Mastriani la faccio anch’io, anche se in tono minore, senza coinvolgere i vicini di casa. E senza cantare l’inno ambrosiano che c’entra con Milano solo perché composto da sant’Ambrogio. E’ un canto gregoriano chiamato anche “Veni Redemptor gentium”, dalle prime parole (...).
Noi di solito cantiamo qualcosa di più facile, in italiano, “Tu scendi dalle stelle”. Mi sembra l’accompagnamento ideale in quanto l’autore, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, è napoletano e settecentesco come lo stile di tanti presepi casalinghi.


Cantiamo solo la prima parte. “Tu scendi dalle stelle, / o Re del cielo, / e vieni in una grotta al freddo e al gelo”, e qui mi vengono i brividi.

“O Bambino mio divino, / io ti vedo qui a tremar / o Dio beato / ah quanto ti costò l’averci amato!”, e a questo punto mi scendono le lacrime.


Dovrebbe capirlo chiunque quanto stoni in un momento simile l’abete agonizzante, la distrazione che apportano le sue lucine. Lo dice Gesù: “Non potete servire a Dio e a Mammona”. L’albero è mammonico, è stato piazzato nel tempio famigliare dai mercanti e da lì bisogna scacciarlo prima che il suo neopaganesimo per poveri di spirito faccia guai ulteriori.

Gli abeti lassù sulle montagne, per la gioia degli scoiattoli, e il presepe quaggiù per la gioia degli uomini a cui facilita almeno quattro delle sette opere di misericordia spirituale che la chiesa esorta caldamente a compiere.

“Perdonare le offese”: il Natale ci rinnova liberandoci da quella zavorra che sono i propositi di vendetta.

“Consolare gli afflitti”: invitare ad esempio le persone sole a condividere con noi i riti di festa.

“Consigliare i dubbiosi” e “Insegnare agli ignoranti”: il presepe è un formidabile catechismo visivo. Gli angeli evocano l’esistenza di una sfera superiore, di un mondo oltre il mondo. L’asino e il bue sembrano volerci parlare e dirci che la natura non è necessariamente ferina, mortifera come per i pagani, ma può essere addomesticata e resa amica. Dal volto della Madonna si capisce che tutto quello che conta è amare ed essere amati. I Re Magi, che provenendo da paesi lontani vanno messi davanti alla mangiatoia solo all’Epifania, evidenziano che Gesù è nato per tutti i popoli: gli europei di Gasparre, gli africani di Baldassarre, gli asiatici di Melchiorre. In pratica i Re Magi mostrano che Gesù nasce ebreo ma che dopo pochi giorni diventa cattolico, cioè universale.

In un libro di Bukowski, e che c’entra Bukowski potrai dire ma Bukowski c’entra sempre perché è una vena d’oro, il suo fango pullula di pepite, ho scovato due definizioni perfette e meno male che l’alcol danneggia le cellule cerebrali: “Un intellettuale è un uomo che dice una cosa semplice in maniera difficile, un artista un uomo che dice una cosa difficile in maniera semplice.” Ecco, san Francesco era un grandissimo artista perché capace di tradurre nella lingua della commozione una montagna di noiosi libri teologici. Senza nemmeno averli letti.

Lui stesso si definiva “ignorante e illetterato” e probabilmente nulla sapeva di iconoclastia, che è una versione antica, quindi ancora religiosa, di minimalismo. A loro volta iconoclastia e minimalismo sono due forme di nichilismo.
(...)
La questione delle immagini è troppo importante per essere abbandonata nelle mani dei critici d’arte che sono, lasciamelo dire, in completa balia di Mammona. La affrontò Ratzinger quand’era ancora cardinale: “L’iconoclasmo come una negazione dell’incarnazione, come la somma di tutte le eresie. Incarnazione significa anzitutto che Dio, l’invisibile, entra nello spazio del visibile, perché noi, che siamo legati al materiale, possiamo riconoscerlo”.

San Francesco inventando il presepe schiacciò l’iconoclastia per secoli così come la Madonna fece scrocchiare la testa del serpente nel quadro di Caravaggio e nel film di Gibson, Dio ce lo conservi.
Ora che il nichilismo torna a masticare vittime, che Botta, Fuksas e Meier sono assoldati da preti più disgraziati di loro per cancellare ogni segno visibile di Cristo a cominciare dalla Croce, il presepe è più importante che mai. Con la sua attenzione per tutte le cose, anche le più minute.
Ti ricordi cosa disse il proprietario della Terrazza Calabritto quando ci portò il conto? Io mangiai bene e bevetti meglio ma la cena si è fissata nella mia memoria per quella sua parola: “Attenzione”. Ci avvisò dello sconto con incredibile garbo, senza la solita laidezza del ristoratore ruffiano, dicendo: “Ho avuto un’attenzione”.

Il presepe, in particolare quello napoletano, è fondato sull’attenzione.

Attenzione verso tutto: uomini, animali, cose. Attraverso la cura del particolare il presepista dà valore a ogni singolo infinitesimale elemento.
“La salvezza del piccolo” l’ha definita il filosofo Giorgio Agamben. Tutto viene attentamente considerato affinché tutto venga salvato. “Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati”: certi presepi sembrano l’illustrazione di queste parole di Gesù riportate da Matteo.
Mi si chiarisce una frase di don Giussani: “Dentro il Mistero anche l’acciuga mangiata dal tonno trova la sua redenzione”.
Ho visto un milione di presepi e nemmeno quelli più ingombranti prevedevano tonni e acciughe eppure ora capisco, siamo tutti acciughe e la stella del presepe ci indica la direzione da prendere per non finire in salamoia.

Adesso non è che ti dico di correre a San Gregorio Armeno per fare incetta di pastori e pecorelle, fra l’altro se c’è qualcuno a cui San Gregorio Armeno piace non sono io ma sei tu: “Una folla bellissima, almeno lì non c’erano gli scugnizzi che ti tirano i petardi addosso, perchè sennò i pastorai non venderebbero quindi sono loro stessi a cacciarli”.



Io preferisco via Tribunali dove c’è meno folla e più bellezza ovvero La Scarabattola. Vorrei comprare da quei sommi artigiani un presepe in campana di vetro, un presepe a sviluppo verticale con la Sacra Famiglia o poco più, soluzione perfetta per l’esteta pigro che sono: nessun bisogno di cercare il muschio, di ritagliar le stelle, di ricomprare ogni anno le pecorelle smarrite… Un presepe monoblocco che non richieda interventi, a parte l’estrazione della campana dallo sgabuzzino ogni 8 dicembre.

Ma forse come dicevi tu, alludendo alla gioia dei nipotini quando cominciano a trafficarci, la magia del presepe è fatta anche di allestimento.
Alzo le mani: ognuno scelga il presepe più confacente, piccolo o grande, fisso o mobile, napoletano o leccese o bolognese o peruviano, l’importante è che si faccia.
San Gregorio Armeno o Tribunali o soffitta col baule degli avi, attingi dove ti pare ma sbrigati, non aspettare che i nipoti ti preghino di farlo, e non frapporre più scuse fra te e il Bambino, non dire che per il presepe ci vuole la famiglia altrimenti che senso ha, ci vuole l’armonia altrimenti che senso ha, ci vuole chissà quale fede vigorosa altrimenti che senso ha.

Non è la tua condizione a dare un senso al presepe, è il presepe che dà un senso alla tua condizione. Qualunque essa sia.

Che Gesù Bambino ti benedica sempre.
Camillo»

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