giovedì, ottobre 25, 2007

dei Sepolcri, XIX

Sabato 20 ottobre 2007 è morto a Roma l'ottantenne monsignor Mario Canciani che fu definito "il San Francesco dei nostri tempi". Noto al vasto pubblico come "il" parroco della chiesa romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini in realtà non ne era più il parroco dal 1997 e viveva il suo pensionamento in un istituto della diocesi di Roma che ospita i sacerdoti anziani, ed ivi è morto.

Nato a Roma il 18 gennaio 1928, fu consacrato sacerdote nell'Arcibasilica Lateranense il 29 marzo 1952, divenne il primo parroco di Casal Bernocchi nella periferia di Roma Sud. La Parrocchia di San Pier Damiani fu "eretta" giuridicamente con decreto del Vicariato di Roma del 9 febbraio 1962 in un territorio il cui perimetro era delimitato dalle seguenti strade: Via di Ponte Ladrone, Via di Valle Porcina e Via di Malafede. Ma eretta la parrocchia bisognava ancora erigere la Chiesa parrocchiale inaugurata la Domenica delle Palme del 1970.
Di quel periodo in cui dovette celebrare negli androni delle palazzine ed in cui appoggiò le iniziative e le rivendicazioni sociali della "gente de borgata" ne scrisse con vivida soddisfazione nel suo libro "Vita da prete" (Mondadori) pubblicato nel 1991.
Nel 1974 venne premiato con la nomina ad assistente diocesano di Azione Cattolica e Rettore di S. Teodoro al Palatino (oscura basilichetta in pieno Foro Romano) per poi passare nel 1982 a parroco nella Basilica di S. Giovanni dei Fiorentini (a pochi centinaia di metri dal Vaticano).
San Giovanni dei Fiorentini divenne da allora in poi celeberrima a Roma ed oltre per la possibilità di poter partecipare alla santa messa in compagnia dei propri amici cani, gatti o altri animali domestici. Le cronache raccontano di animali che composti ed in religioso silenzio sembravano rendersi conto del privilegio tutto spirituale di cui venivano favoriti.
Nel 1997 Monsignor Canciani fu mandato in pensione col titolo onorifico di "Canonico della Patriarcale basilica di Santa Maria Maggiore".

Don Mario Canciani fu un biblista, un animalista ed un vegetariano riuscendo a trovare nella sua fede cristiana, della teologia cattolica e nello studio dei testi biblici delle "prove" delle sue profonde convinzioni animaliste.

Nel suo libro "Ultima cena dagli esseni" espone la tesi, ben fondata dai dati archeologici oltre che scritturistici, che l'"ultima cena" cioè la cena pasquale prima della Passione venne celebrata da Gesù e dai suoi apostoli in casa di esseni e quindi, di conseguenza, secondo il calendario esseno e col rito esseno nel quale era vietato cibarsi dell' agnello pasquale.
In nome del dettato evangelico perciò don Canciani si è sempre, costantemente, scagliato contro la barbara usanza della "cristiana" mattanza degli agnelli da latte in occasione delle solennità pasquali.

Quando negli anni '70 cominciò a dire che anche gli animali si meritavano di andare in Paradiso fu la pubblica benevolenza che alla sua tesi diede l'allora regnante Papa Paolo VI a salvarlo dal generale sberleffo ecclesiastico.

"Nell'Arca di Noè", un testo apologetico della sua teologia animalista, egli afferma che se nel passato la teologia cattolica è stata vittima del giuridicismo negando dignità spirituale agli animali proprio perchè privi di anima "razionale" ciò non può significare che la riflessione teologica sul fututo ultraterreno degli esseri "animali" debba considerarsi chiusa: non tutto è stato ancora approfondito e compreso sul destino della Creazione "nel mondo che verrà". Emblematicamente ancora oscura dopo duemila anni appare ai cristiani quell'espressione di San Paolo secondo il quale: tutta la creazione sospira e geme nell’attesa della resurrezione!

Scrisse che uno dei testi che più lo commuovevano era stato scritto del padre dell'evoluzionismo Charles Darwin che ne "I poteri mentali dell'uomo e quelli degli animali inferiori" afferma: «È noto l'amore del cane per il suo padrone: e tutti sanno che nell'agonia della morte egli accarezza il padrone; e ognuno può aver sentito dire che che il cane che soffre mentre viene sottoposto a qualche vivisezione e lecca la mano dell'operatore; e quest'uomo, a meno di avere un cuore di sasso, deve provare rimorso fino all'ultima ora della sua vita».
Per don Canciani pertanto nè la teologia, nè la filosofia, nè la deontologia medica sono giunte ancora a tributare ad ogni essere vivente che ama e che soffre il riconoscimento che la sua dignità travalica ogni contingente finalità strumentale. Monsignor Canciani fu perciò propugnatore della lotta anti-vivisezione: "Dobbiamo riconoscere che la morale cristiana non ha elaborato fin qui un pensiero coerente e sistematico sulla sperimentazione animale. È indubbio anzi che gli uomini di chiesa spesso hanno veicolato teorie caratterizzate da profonda insensibilità e indifferenza etica."

Dal 1987 prese inoltre l'iniziativa di benedire solennemente gli animali nella festa di san Francesco (e non in quella di Sant'Antonio Abate) proprio a significare la dignità spirituale delle bestie e la propria fiducia nell'infinito amore di Dio che vuole che tutte, proprio tutte, le sue creature -poichè tutte parimenti partecipi del "soffio divino"- abbiano diritto al Paradiso.
Fu per 16 anni il parroco ed il confessore di Giulio Andreotti.

4 commenti:

L'agliuto ha detto...

Che bella persona. Un sant'uomo.
Oggi pomeriggio me ne vado in rure, come ogni settimana, a rigovernare tre cani e dieci gatti, tutti randagi, ma nessuno affamato.
Buona domenica.

Pandreait ha detto...

Calano così definitivamente le tenebre su eventuali, ma molto molto eventuali, possibilità di rivelazioni sui segreti del magnifico Giulio, di cui mi onoro avere un autografo siglato su una guida di Roma.

Li porterei volentieri i miei amici MICI a San Giovanni dei Fiorentini, li è che il tragitto appare un tantino lungo.

Mc.Cam ha detto...

Prima o poi anche la Chiesa ammetterà l'anima degli animali, come ha dovuto ammettere quella delle donne.
La macellazione degli agnelli è una scusa tanto come la vivisezione (Padre Gemelli tagliava le corde vocali ai cani affinché non guaissero durante gli esperimenti) per le menti deboli.

Duca De Gandia ha detto...

A proposito di menti deboli...
questa storia secondo cui la Chiesa (cioè gli uomini di Chiesa) hanno dovuto con grande sofferenza e riluttanza ammettere che pure le donne appartenessero al genere umano mi ha sempre fatto ridere. Ancor di più mi fanno ridere le persone che sono convinte che veramente per secoli fosse dottrina comune che le donne non avessero l'anima! Cosa succedeva prima del "concilio" di Macon? forse che le donne non venivano battezzate, cresuimate e comunicate?


A Macon città della Francia nell'anno 585 non ci fu un "concilio ecumenico" ma una riunione di vescovi franchi nei cui documenti ufficiali non c'è alcuna solenne definizione del dogma secondo cui anche le femmine vanno in Paradiso!
E' invece san Gregorio di Tour che nella sua "Historia Francorum" racconta lo svolgersi dei lavori sinodali e si diletta nel raccontare i giochi di erudizione con cui i vescovi si sollazzavano tra una sessione di lavori e l'altra.
Un vescovo chiese se il sostantivo latino "homo", nelle sacre scritture indica il solo "vir" cioè maschio o significa anche "persona".
Ci riferisce Gregorio di Tour che gli altri vescovi risposero al problema filologico citando il testo della Vulgata in cui è scritto che Dio "creò l'uomo ("homo"), e maschio e femmina lo creò" quindi il termine "homo" è un termine che include entrambi i sessi.
Inoltre nel vangelo Gesù stesso si definisce "filius hominis" anche se lo stesso vangelo dice che per virtù dello Spirito Santo è solamente figlio di una donna.

Insomma una gara di saccenteria pretesca.