venerdì, dicembre 23, 2005

Habemus camaurum!

In un non antico passato, da questo mio inutile blog, mi sono trovato alambire l'argomento tiare, mitrie, pilei e camauri (con annessi berretti frigi e corni dogali), la loro origine, evoluzione e valenza simbolica.Mai avrei immaginato che a distanza di due mesi il vetusto camauro sarebbe assurto all'onore delle cronache giornalistiche per pontificale virtù di quel sedici volte Benedetto che ne ha decretato la riabilitazione.
Benedetto XVI, infatti, si è presentato in Piazza S. Pietro all'udienza di mercoledi 21 dicembre 2005 indossando codesto venerabile copricapo in disuso dai tempi dell'ancheggli settantottenne Giovanni XXIII.
Degna di nota è la circostanza del "battesimo" del camauro dell'era ratzingeriana. L'afflusso di popolo bramante di ricever l'apostolica benedizione del bavarese Pontefice "ccioiosamente" regnante è, infatti, talmente copiosa che è impossibile stipare tutti i pellegrini nella seppur capiente Aula Nervi -cosa mai verificatasi per lo passato nella brutta stagione ad eccezione dell'anno giubilare!- da costringere la Prefettura della Casa Pontificia ad optare nuovamente per una udienza all'aperto, mercè il cielo limpido - seppur gelido- della Roma prenatalizia.
Così il sedici volte Benedetto e vieppiù prudentissimo Romano pontefice, dovendo zizzagare per il Foro Petriano a bordo della bianca jep scoperta, s'è prodigato di trovare il metodo infallibile per non soccombere ai mali di stagione. Perciò sull'eburnea talare ha indossato un bianco cappottone, e sopra ancora l'ampio mantello rosso; saggiamente si è premunito di riparare dal gelo le canute tempie con un camauro di velluto rosso foderato e bordato di candida pelliccia e che appena giunto alla sede, Benedetto XVI si è sfilato porgendolo al proprio segretario prima di iniziare l'udienza e la lettura della sua allocuzione.
Non so quanti in Piazza san Pietro avranno capito che "quello" era un camauro e non il berretto di Babbo Natale ma sono certo che per primo il Papa (sedici volte degno d'esser) Benedetto abbia soriso di gusto al pensiero della stupita reazione della pubblica opinione di fronte alla sua mise assai natalizia.

I vaticanisti, fedeli al detto: "tira più un pelo di camauro che una allocuzione pontificia", nei loro sesoconti giornalistici hanno saltato a piè pari la meditazioe natalizia di Benedetto XVI sul tema: Cristo luce del mondo, per soffermarsi sulla nota di colore. Ma quel che è irritante è il loro sentirsi in dovere di tranquillizare l'opinione pubblica che Benedetto XVI indossando un copricapo di origine medievale non vuol significare una volontà di tornare ad un cattolicesimo preconciliare.
Vi immaginavate voi che il camauro avesse tutto questo valore simbolico? Io no: manco fosse il triregno!

Gesù ci ha insegnato che Iddio Misericordioso fa splendere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti come sugli ingiusti. Da ciò possiamo agevolmente dedurre che Dio faccia anche soffiare il vento gelido sugli orecchi dei chierici come su quelli dei laici ragion per cui è bene che anche gli ecclesiastici si procurino dei caldi colbacchi che ne proteggano le meningi. i Romani Pontefici sin dal Medio Evo andavano fieri della loro cuffia imbottita di pelliccia tanto da farla immortalare nei loro ritratti, e tant'è che i nostri nonni per dire cuffia dicevano : "papalina".
Fu Pio VI Braschi, alla fine del Settecento, che per primo disdegnò "la papalina", come si vede nel suo famoso ritratto opera di Pompeo Batoni in cui il camauro appare negletto sullo scrittoio permettendo al Pontefice di mostrare la sua vaporosa e boccoluta capigliatura che tanto il Braschi amava sfoggiare. Dopo di lui continuò ad essere obliato tant'è che (nonostante il saltuario uso che ne fece Leone XIII) scomparve dall'iconografia dei pontefici.
Dopo l'ottuagenario e gracile Leone XIII nessun papa ne fece uso tant'è che quando Giovanni XXIII ne richiese uno, le cronache riportano lo stupore (misto a imbarazzo) del sarto pontificio. Credo che anche Papa Ratzinger abbia dato al suo sarto una bella gatta da pelare ( o sarebbe meglio dire un ermellino da pelare).

Nel film "Operazione San Gennaro" Nino Manfredi dopo aver rubato il tesoro del Duomo di Napoli organizza la fuga su una macchina con finta targa diplomatica del Vaticano con dentro uno, travestito da Cardinale. Si ritrova, invece, su di una (vera) automobile vaticana accanto ad un autentico Cardinale. Manfredi trovando "un pò sguarnito" il vestiario cardinalizio si informa se non avesse dimenticato qualcosa. Il Cardinale come a giustificarsi replica: "questo è l'abito".
Anch'io ripeto di fronte alle presunte novità nell'abbigliamento di Papa Ratzinger che quello è, al di là di ogni ragionevole dubbio, l'abbigliamento di sempre dei Romani Pontefici.

giovedì, dicembre 22, 2005

Lettere dogmatiche

Con lettera datata primo dicembre 2005, la Congregazione del culto divino e disciplina dei Sacramenti ha notificato ai responsabili del movimento neocatecumenale, Kiko Argüello e Carmen Hernández di modificare le stravaganze liturgiche del Cammino Neocatecumenale e di conformarsi, quanto prima, ai libri liturgici del Rito Romano.

L'allodola di Frisinga /5

"... La prima parola che vorrei meditare con voi è il saluto dell’Angelo a Maria.
Nella traduzione italiana l’Angelo dice: “Ti saluto, Maria”. Ma la parola greca sottostante, “Kaire”, significa di per sé “gioisci”, “rallegrati”...
Ma è opportuno rilevare subito che le parole dell’Angelo sono la ripresa di una promessa profetica del Libro del Profeta Sofonia. Troviamo qui quasi letteralmente quel saluto. Il profeta Sofonia, ispirato da Dio, dice ad Israele: “Rallegrati, figlia di Sion; il Signore è con te e prende in te la Sua dimora". Sappiamo che Maria conosceva bene le Sacre Scritture. Il suo Magnificat è un tessuto fatto di fili dell’Antico Testamento. Possiamo perciò essere certi che la Santa Vergine capì subito che queste erano parole del Profeta Sofonia indirizzate a Israele, alla "figlia di Sion", considerata come dimora di Dio. E adesso la cosa sorprendente che fa riflettere Maria è che tali parole, indirizzate a tutto Israele, vengono rivolte in special modo a lei, Maria. E così le appare con chiarezza che proprio lei è la "figlia di Sion" di cui ha parlato il profeta, che quindi il Signore ha un'intenzione speciale per lei, che lei è chiamata ad essere la vera dimora di Dio, una dimora non fatta di pietre, ma di carne viva, di un cuore vivo, che Dio intende in realtà prendere come Suo vero tempio proprio lei, la Vergine. Che indicazione! E possiamo allora capire che Maria cominci a riflettere con particolare intensità su che cosa voglia dire questo saluto.

Ma fermiamoci adesso soprattutto sulla prima parola: “gioisci, rallegrati”. Questa è la prima parola che risuona nel Nuovo Testamento come tale, perché l’annuncio fatto dall'angelo a Zaccaria circa la nascita di Giovanni Battista è parola che risuona ancora sulla soglia tra i due Testamenti. Solo con questo dialogo, che l'angelo Gabriele ha con Maria, comincia realmente il Nuovo Testamento. Possiamo quindi dire che la prima parola del Nuovo Testamento è un invito alla gioia: “gioisci, rallegrati!”.
Il Nuovo Testamento è veramente "Vangelo", la “Buona Notizia” che ci porta gioia. Dio non è lontano da noi, sconosciuto, enigmatico, forse pericoloso. Dio è vicino a noi, così vicino che si fa bambino, e noi possiamo dare del “tu” a questo Dio.

Soprattutto il mondo greco ha avvertito questa novità, ha avvertito profondamente questa gioia, perché per loro non era chiaro se esistesse un Dio buono o un Dio cattivo o semplicemente nessun Dio.
La religione di allora parlava loro di tante divinità: si sentivano perciò circondati da diversissime divinità, l'una in contrasto con l'altra, così da dover temere che, se facevano una cosa in favore di una divinità, l'altra poteva offendersi e vendicarsi. E così vivevano in un mondo di paura, circondati da demoni pericolosi, senza mai sapere come salvarsi da tali forze in contrasto tra di loro. Era un mondo di paura, un mondo oscuro. E adesso sentivano dire: “Gioisci, questi demoni sono un niente, c’è il vero Dio e questo vero Dio è buono, ci ama, ci conosce, è con noi, con noi fino al punto di essersi fatto carne!" Questa è la grande gioia che il cristianesimo annuncia. Conoscere questo Dio è veramente la "buona notizia", una parola di redenzione.

Forse noi cattolici, che lo sappiamo da sempre, non siamo più sorpresi, non avvertiamo più con vivezza questa gioia liberatrice. Ma se guardiamo al mondo di oggi, dove Dio è assente, dobbiamo constatare che anch’esso è dominato dalle paure, dalle incertezze: è bene essere uomo o no? è bene vivere o no? è realmente un bene esistere? o forse è tutto negativo? E vivono in realtà in un mondo oscuro, hanno bisogno di anestesie per potere vivere. Così la parola: “gioisci, perché Dio è con te, è con noi", è parola che apre realmente un tempo nuovo. Carissimi, con un atto di fede dobbiamo di nuovo accettare e comprendere nella profondità del cuore questa parola liberatrice: “gioisci!”.

Questa gioia che uno ha ricevuto non può tenersela solo per sé; la gioia deve essere sempre condivisa. Una gioia la si deve comunicare. Maria è subito andata a comunicare la sua gioia alla cugina Elisabetta. E da quando è stata assunta in Cielo distribuisce gioie in tutto il mondo, è divenuta la grande Consolatrice; la nostra Madre che comunica gioia, fiducia, bontà e ci invita a distribuire anche noi la gioia...


“Non temere!”, Maria dice questa parola anche a noi. Ho già rilevato che questo nostro mondo è un mondo di paure: paura della miseria e della povertà, paura delle malattie e delle sofferenze, paura della solitudine, paura della morte. Abbiamo, in questo nostro mondo, un sistema di assicurazioni molto sviluppato: è bene che esistano. Sappiamo però che nel momento della sofferenza profonda, nel momento dell’ultima solitudine della morte, nessuna assicurazione potrà proteggerci. L'unica assicurazione valida in quei momenti è quella che ci viene dal Signore che dice anche a noi: “Non temere, io sono sempre con te”. Possiamo cadere, ma alla fine cadiamo nelle mani di Dio e le mani di Dio sono buone mani.

Terza parola: al termine del colloquio Maria risponde all’Angelo: “Sono la Serva del Signore, sia fatto come hai detto tu”.
Maria anticipa così la terza invocazione del Padre Nostro: “Sia fatta la Tua volontà”.
Dice “sì” alla volontà grande di Dio, una volontà apparentemente troppo grande per un essere umano; Maria dice “sì” a questa volontà divina, si pone dentro questa volontà, inserisce tutta la sua esistenza con un grande “sì” nella volontà di Dio e così apre la porta del mondo a Dio. Adamo ed Eva con il loro “no” alla volontà di Dio avevano chiuso questa porta. “Sia fatta la volontà di Dio”: Maria ci invita a dire anche noi questo “sì” che appare a volte così difficile. Siamo tentati di preferire la nostra volontà, ma Ella ci dice: “Abbi coraggio, dì anche tu: ‘Sia fatta la tua volontà’, perché questa volontà è buona. ..."

sabato, dicembre 17, 2005

RATIONE PECCATI /3

Ovvero: LA LEZIONE DEL PAPA ALL'OCCIDENTE
di Gianni Baget Bozzo che spesso sproloquia ma qualche volta, miracolosamente, fà delle considerazioni tutto sommato assennate.
Sicuramente questo articolo di Baget Bozzo a commento del primo messaggio di Benedetto XVI per la
Giornata Mondiale della Pace ha il merito d'essere fra le analisi del pensiero di papa Ratzinger che più possono suscitare spunti di riflessione (da Il Giornale di venerdì 16 dicembre 2005).

"Il messaggio di Benedetto XVI per la giornata della pace è un testo unico, che si distingue da tutti quelli dei precedenti pontefici, sia per la forza del tema religioso che per il realismo dell'analisi. Non è un testo che segue le linee abituali, ma passa immediatamente dal tema della pace a quello della verità della pace.
La parola «verità» è al centro del pensiero di Joseph Ratzinger, e lo è ancor di più in quello di Benedetto XVI. La «verità della pace» consiste nel rapporto di verità degli uomini con Dio.
Il Papa non si riferisce alle cause politiche della guerra né ai mezzi politici per promuovere la pace; gli è ben chiaro che non è da una analisi dei rapporti internazionali e delle regole che vi governano che si attende un contributo dalla Chiesa.
Il Papa vede le cause della guerra nella mancanza della «verità della pace» che è il riferimento all'ordine divino e trascendente. La pace degli uomini dipende dal riconoscimento della verità di Dio e dai rapporti dell'uomo con Dio. La crisi del terzo millennio è nell'addensarsi di nuove nubi,diverse da quelle del secolo ventesimo, sul rapporto tra uomo e Dio. La Chiesa si limita così al suo essenziale e non diviene soggetto politico, o almeno lo diviene per ciò che le è proprio e non per interventi di carattere politico e diplomatico. Dal tema della pace a quello della «verità della pace» vi è un salto di qualità, che mostra come il Papa voglia fare della questione su Dio la vera questione, l'unica e ultima che conti e la prima che deve risolversi.
Di qui viene il testo fondamentale del messaggio,la condanna del nichilismo e del fondamentalismo fanatico come le forze che si oppongono alla verità della pace: «Il nichilismo e il fondamentalismo fanatico si rapportano in modo errato alla verità: i nichilisti negano l'esistenza di qualsiasi verità, i fondamentalisti accampano la pretesa di poterla imporre con le forze... il nichilismo e il fondamentalismo si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l'uomo e per la vita e, in ultima analisi, per Dio stesso: il nichilismo ne nega l'esistenza nella provvidente presenza nella storia,il fondamentalismo ne sfigura il volto amorevole e misericordioso».
Siamo così giunti al cuore politico del messaggio, che è il problema del terrorismo. Qui sta il realismo dell'attuale pontefice, che, per la prima volta, sottolinea che nel terrorismo sono presenti «le più profonde motivazioni culturali, religiose e ideologiche». Così viene riconosciuta per la prima volta in un discorso papale la matrice del terrorismo nel fondamentalismo islamico: una novità nel linguaggio papale circa questo fenomeno,un rifiuto di censurare con eufemismi le ragioni fondamentaliste islamiche del terrorismo.
E il nichilismo è visto come ciò che, demotivando il mondo occidentale dall'idea di avere un senso e un riferimento alla verità trascendente, distrugge le capacità creative dell'Occidente perché trasforma la vita umana in un non senso, che non ha altra utilità che se stessa.
Alla mancanza di identità dell'Occidente («l'Occidente non si ama», ha scritto il cardinale Ratzinger), corrisponde una super motivazione del fondamentalismo islamico che coinvolge tanta parte del mondo musulmano.

La Chiesa è ricondotta così a se stessa, ma fa del suo problema il centro dei problemi del mondo. La Chiesa cattolica vive sempre in un'ottica occidentale anche quando non lo vuole ammettere, perché tale è il mondo di cui essa è la radice. Ma poche volte ha, negli ultimi decenni, assunto un'ottica comprensiva direttamente dei problemi che, ad un tempo, unificano l'Occidente e dominano il mondo. In un modo o nell'altro, nella conformità all'Occidente come nella contestazione di esso, l'Occidente è il cuore e il pensiero della comunità mondiale,anche se esso vive questa sua condizione come paura e come colpa.
Il realismo dell'attuale pontefice si esprime nella approvazione del «diritto internazionale umanitario»; e qui, singolarmente e inaspettatamente, elogia «i tanti soldati impegnati in delicate operazione di composizione dei conflitti e di ripristino delle condizioni necessarie per la realizzazione della pace». E qui si può pensare, certo, all'Afghanistan o ai Balcani, ma anche ad esempio all'intervento iracheno, o almeno di quello italiano in Irak.Proprio qui si situa l'elogio ai cappellani militari, certo un tema non presente nei messaggi sulla pace dei precedenti pontefici.
Questo è un testo innovativo e costituisce forse il documento più politicamente impegnativo di Benedetto XVI; indica il suo approccio religioso ai temi della condizione umana nell'Occidente e nel mondo. È raro trovare in un testo papale accenni al demonio dopo il Concilio Vaticano II; e per questo ci sembra opportuno lasciare alla fine la frase decisiva: «Chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace?

La Sacra Scrittura mette in evidenza la menzogna, pronunciata all'inizio della storia dall'essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall'evangelista Giovanni come padre della menzogna». Sentire dire da un Papa che il diavolo è causa della guerra è un'affermazione vera, che proprio credo nessuno oggi si attendesse ma che il Papa teologo ha avuto il coraggio di pronunciare."

Legenda

Ovvero: Wojtyla. Ratzinger, Goethe e le STORIE SATANICHE di Antonio Socci.

«Il male non è affatto - come reputava Hegel e Goethe vuole mostrarci nel Faust - una parte del tutto di cui abbiamo bisogno, bensì la distruzione dell'Essere. Non lo si può rappresentare, come fa il Mefistofele del Faust,con le parole: “io sono una parte di quella forza che perennemente vuole il male e perennemente crea il bene”. Il bene avrebbe bisogno del male e il male non sarebbe affatto realmente male, bensì proprio una parte necessaria della dialettica del mondo. Con questa filosofia - aggiungeva Ratzinger - sono state giustificate le stragi del comunismo, che era edificato sulla dialettica di Hegel vòlta in prassi politica da Marx. No, il male non appartiene alla “dialettica” dell'Essere, ma lo attacca alla radice».

venerdì, dicembre 16, 2005

l'allodola di Frisinga /4

Ahimè, dopo duemila anni di Cristianesimo c'è ancora troppa confusione su cosa sia il retto pensiero cristiano e cosa no.
Sommanente illuminante di quale debba essere il retto sguardo cristiano sulla realtà è stata l'omelia dell'8 dicembe di Benedetto XVI.
Il pontefice "ccioiosamente regnante" ha mirabilmente esposto la dinamica che vive l'uomo, ogni uomo che viene in questo mondo, che lo porta a provar inimicizia per Dio, durante l'omelia dell'Immacolata Concezione, commemorando i quarantanni della conclusione del Concilio Vaticano II. Contro tutte le aspettative degli "esperti" che preannunciavano che il pontefice avrebbe approfittato della solennità per fare un bilancio del Concilio e della sua più o meno corretta attuazione, Benedetto XVI, invece, s'è attenuto al tema della memoria liturgica del giorno : il peccato Originale e la Grazia redentrice di Gesù Cristo.

Il dogma del peccato Originale non è solo un buffo racconto sugli alberi da frutta ma è soprattutto quella realtà misteriosa e tragica che ogni uomo può comprendere perfettamente senza conseguire alcun dottorato in esegesi dell'Antico Testamento, ma semplicemente guardandosi dentro:

"Cari fratelli e sorelle! Se riflettiamo sinceramente su di noi e sulla nostra storia, dobbiamo dire che con questo racconto è descritta non solo la storia dell'inizio, ma la storia di tutti i tempi, e che tutti portiamo dentro di noi una goccia del veleno di quel modo di pensare illustrato nelle immagini del Libro della Genesi. Questa goccia di veleno la chiamiamo peccato originale. Proprio nella festa dell'Immacolata Concezione emerge in noi il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa; che manchi qualcosa nella sua vita: la dimensione drammatica dell'essere autonomi; che faccia parte del vero essere uomini la libertà del dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé; che solo allora si possa sfruttare fino in fondo tutta la vastità e la profondità del nostro essere uomini, dell'essere veramente noi stessi; che dobbiamo mettere a prova questa libertà anche contro Dio per diventare in realtà pienamente noi stessi. Con una parola, noi pensiamo che il male in fondo sia buono, che di esso, almeno un po', noi abbiamo bisogno per sperimentare la pienezza dell'essere. Pensiamo che Mefistofele – il tentatore – abbia ragione quando dice di essere la forza "che sempre vuole il male e sempre opera il bene" (J.W. v. Goethe, Faust I, 3). Pensiamo che patteggiare un po' col male, riservarsi un po' di libertà contro Dio, in fondo, sia bene, forse sia addirittura necessario."
Questa è nè più nè meno la colpa originaria! La radice avvelenata di ogni piccolo o grande male operato dall'uomo. Ciò che distrugge il legame tra Adamo e il Creatore è la meschinità dello sguardo con cui l'uomo si pone di fronte al proprio essere, all'essere del mondo e all'Essere stesso di Dio: "Ho sentito il Tuo passo nel giardino, ho avuto paura e mi sono nascosto".

Se il cristiano non accetta il dramma della continua tentazione operante nel cuore dell'uomo a procedere all'annichilimento dell'Essere, mi si spieghi a cosa serva al cristiano aver fede nella venuta del Salvatore : Gesù Cristo? Ma soprattutto da cosa lo abbia salvato, o lo debba salvare?
"Dal peccato", risponderebbe chiunque a questa domanda; anche un ateo, anche un agnostico, un anticlericale, risponderebbe perentoriamente che il Figlio di Dio si è incarnato per salvare l'uomo dal peccato: questa è infatti la Dottrina. Ma ciò che deve inquietare è che il senso di ironico distacco con cui correttamente risponderebbe l'anticlericale che considera: 'peccato', 'grazia', 'incarnazione', 'redenzione' niente più che "flatus vocis", non è poi troppo distante dall'intimo sentimento con cui il comune cristiano si accosta (o si discosta) dai medesimi contenuti della fede.
A che servirebbe l'opera redentrice di Cristo, la sua vittoria sul peccato e sulla morte se poi tutti gli uomini, anche i cristiani buoni e bravi che non peccano, soffrono come tutti, sono tartassati da malattie e calamità senza alcuno sconto da parte del loro Dio "Amore", e poi muoiono come tutti gli altri?

Questa e altre simili considerazioni scaturiscono da una sottovalutazione, o peggio eliminazione totale dall'orizzonte del pensiero del cristiano della dinamica Peccato-Grazia, sostituita da un più laica quanto manichea contrapposizione Bene-Male.

Ciò da cui Gesù Cristo salva l'uomo l'umanità non è tanto dal cumulo di colpe piccole e grandi sommate dai singoli uomini nel corso delle generazioni, quanto dal peccato che affratella l'intero Genere umano: cioè il sospetto che l'amore di Dio sia una truffa. E' da questa originaria meschinità di sguardo, che affligge ogni singolo esponente del genere umano, che Gesù Cristo è venuto a salvare!
Dio s'è incarnato, si è fatto vero uomo "per darci un esempio" dice san Pietro cioè per mostrare che è possibile all'uomo vivere in comunione con Dio, per far entrare tutti gli uomini in questa dinamica di amore del Padre Eterno col suo Figlio Eterno dal momento, infatti, che il Figlio di Dio ha assunto la natura umana tutto il genere umano può, se unito al Figlio partecipare di questo amore.
Questo legame tra il Figlio di Dio e il suo discepolo si chiama "Grazia" e solo in questa continua adesione al modo di pensare di Dio, rivelato agli uomini dall'uomo-Dio Gesù che è possibile non ricadere nell'annichilimento della realtà che chiamiamo peccato.

Cristo quindi non ha sconfitto il Male nel senso che lo ha eliminato (e la cosa scandalizza molti uomini sedicenti "spirituali"), ma lo ha sconfitto estirpato alla radice la menzogna del Maligno che insinuava che Dio vuole male all'uomo, dando Gesù stesso, con la sua vita di sofferenze, la testimonianza che niente di ciò che è umano, compresa la sofferenza e la morte, può di per sè deturpare la sintonia tra l'uomo e Dio.
La più grande prova di questa nuova dinamica di comunione nella Grazia tra Dio e l'uomo, pur nelle immutate feriali condizioni esterne, ci è data nella persona che più ebbe stretti contatti umani - e spirituali- con il Salvatore: la sua madre.

"È in lei [Maria]che Dio imprime la propria immagine, l'immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa. Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l'immagine dell'Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l'amore, è una vera immagine dell'Immacolata. Il suo cuore, mediante l'essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza. Ella si rivolge a noi dicendo: "Abbi il coraggio di osare con Dio! Provaci! Non aver paura di Lui!..."

martedì, dicembre 13, 2005

VOS ET IPSUM BLOG BENEDICIMUS!

Lo zelo per la tua casa (teramana) mi divora


Il sempre "orrido" Langone, non si smentisce mai! Dopo esser andato per l'Italia a recensire i ristoranti, sul Foglio del 9 dicembre 2005 si propone quale recensore di messe domenicali, facendo prudentemente precedere una esposizione della teologia cattolica della Santa Messa non disdegnando l'ammiccante riferimento al Cristo che intrecciate delle cordicelle nè fa una frusta per scagliarsi contro i mercanti nel tempio : "lo zelo per la tua casa mi divora" recita infatti il Salmo 68.

Solo Cristo ci può salvare.
Nel Vangelo ci promette la vita eterna (immortalità dell'anima ma anche dei corpi) e intanto ci fornisce la regola la regola aurea per la vita presente: "amerai il prossimo tuo come te stesso". Da duemila anni questo comandamento agisce sulle coscenze degli uomini al punto da aver reso quasi universalmente inaccettabili i sacrifici umani, la schiavitù, il lancio delle prime pietre e im generale quel homo homimi lupus che è tipico del mondo pagano.
Il sacrificio di Cristo e le sue parole così necessarie alla nostra vita sono tramandate nella Santa Messa, con venti secoli displendida, commovente fedeltà a quello che lui disse durante l'ultima cena: "Fate questo in memoria di me".

Cristo si può trovare certamente anche altrove, ad esempio nelle pagine del Vangelo letto in privato, o in un film sulla sua vita, o appeso alle pareti di un tribunale o di un ospedale o di una scuola o fra i seni di una donna "i grappoli d'uva" del Cantico dei Canrtici. Sono presenze lodevoli madi efficacia limitata, presenze minori, assediate da mille distrazioni e confusioni.
I crocifissi in particolare sono come le sentinelle nella notte di cui parla il profeta Isaia, un richiamo costante alla conversione e alla pietà, ma tutta la loro forza discende dalla presenza fondamentale del corpo di Cristo nello spazio esclusivo (la chiesa che è la casa di Dio) e nel tempo privilegiato della messa (quei sessant minuti circa durante i quali lasciamo il mondo fuori). Senza la messa vivificante le croci tornano ad essere dei legnetti. sono arciconvinto che la messa domenicalesia rimedio ad una vasta gamma di mali personali e civili: il sindaco che autorizza le aperture festive dei centri commerciali e di altri luoghi di culto idolatrico della Bestia dell'apocalisse, quella che impone agli uomini un marchio sulla mano e sulla fronte.

Siamo noi ad avere bisogno di Cristo, non è Cristo ad avere bisogno di noi. Siamo liberi di non andare a messa, possiamo accontentarci di vivere senza compagnia dentro una fossa senza luce. Non è che si partecipa alla funzione domenicale per compiacere le alte sfere, è tutta la comunità a ricavarne coesione e dolcezza: “Dove c’è Gesù gli uomini diventano migliori” (Papa Benedetto XVI).

Ma non tutte le messe sono uguali.
Sia chiaro: nell’ostia il corpo di Cristo c’è sempre, anche quando a officiare è un prete in jeans in mezzo a un capannone. (Idea cattolicissima dei sacramenti validi anche quando chi li somministra è indegno, idea perfino ovvia quando si pensa che lo Spirito non ce lo mette il prete ma Dio). Voglio dire che non tutte le messe stimolano la partecipazione e l’entusiasmo nello stesso modo, che una messa perfettamente valida spesso è una messa perfettamente noiosa che scoraggia e allontana i fedeli.
Forte di alcune letture sull’argomento, prima fra tutte “Introduzione allo spirito della liturgia” di un Joseph Ratzinger ancora cardinale, oltre che dello zelo descritto nel Salmo 18, con un certo sprezzo del pericolo mi sono autonominato critico liturgico.


Quì termina la citazione dell'orrido Langone che nel suo articolo passa poi a recensire le messe cui ha partecipato negli ultimi tre mesi: Milano, Padova, Cremona, Parma, Montalcino, Bologna, Roma e Teramo.
Durante questo peregninare ha scoperto che non c'è una messa uguale all’altra, "differendo per durata, ambiente, parole, musiche, gesti, fervore."
Questo piamente giocare al 'Gambero rosso liturgico' può anche suscitare giuste critiche ma certo non può essere di alcun nocumento alla retta spiritualità liturgica.

A causa di un antico e devoto affetto che mi lega alla città di Teramo ho gusto di segnatamente segnalare l'orrida recensione sulla messa nella città aprutina, lodando altresì l'occhio lungo di Langone verso la soda pietà (e non solo) delle fanciulle teramane.



TERAMO
Sant'Agostino
Domenica 23 ottobre 2005, ore 12
Clero secolare


E' una chiesa spenta la chiesa di Teramo. Niente candele nè cereee nè elettriche qui a Sant'Agostino, nè alla Santissima annunziata, nè al Cuore Immmacolato di Maria. La cattedrale è addirittura chiusa, chissà per quanto e da quando (il cartello che parla di restauri sembra coevo del portale).Tocca citare francesco Alberoni. "Una chiesa in cui non c'è una candela invita solo alla rinuncia, alla pigrizia e allasconfitta".
I preti di Teramo sono dei poltroni e i laici di Teramo pure. comunque la festa va santificata comunque e all'uopo va bene anche Sant'Agostino, bella chiesa in brutta piazza, bella chiesa per quanto riguarda l'immobile, meschinissima chiesa per ciò che concerne i mobili. Molte sedie e poche panche eanche queste ultime indecenti, di legno impiallacciato, con inginocchiatoio munito di feltrino a mimare l'imbottitura.
Niente candele, ho già detto.
Sulla destra c'è una nicchia, dentro la nicchia un santo e davanti al santo che cosa c'è? forse un altare? Ma no, c'è un orrendo confessionale che lo copre per metà (spero solo sia un santo vendicativo). piante ovunque, buttatea caso come il vivaio di un pazzo. Niente musica, iente incenzo, niente chierichetti, ed è la messa principale dellla chiesa che fa le veci della cattedrale! Per fortuna c'è gente e la predica non è niente male.
Belle ragazze nerovestite, molto partecipi. Nonostante che il contsto non aiuti, alla consacrazione la maggioranza dei presenti si inginocchia: c'è ancora speranza anche a Teramo.
(Camillo Langone)

giovedì, dicembre 08, 2005

mercoledì, dicembre 07, 2005

Gaudet Mater Ecclesia!


Il "divinus" Magister nel 'quadragesimo anno' dalla conclusione del Concilio Vaticano II segnala la volontà vaticana che quegli anni di "aggiornamento" della Chiesa cattolica, come li disse -e li pensò- Giovanni XXIII, vengano finalmente letti storicamente e teologicamente, e non mitologicamente alla stregua di un sessantotto ecclesiastico.
Con la contestazione sassantottina il Concilio Vaticano II non ha infatti nulla a che fare, tant'è che all'epoca del maggio parigino e delle manifestazioni negli atenei americani conto la guerra del Vietnam il Concilio si era chiuso da tre anni.
Fu proprio allora che il generale uragano della "Contestazione" volle inpadronirsi dello Spirito del Concilio.

Come ha ben spiegato Benedetto XVI nella sua autobiografia, in quegli anni del dopo Concilio ci si rese conto che mente lui ed altri giovani, e meno giovani, teologi si erano battuti per contestare, e smantellare, una recente tradizione e terminologia neoscolastica post-tridentina, per riportare alla coscenza -ed al linguaggio- ecclesiale l'antica Tradizione magisteriale dei Padri della Chiesa indivisa, del primo millennio, di contro molti si prefiggevano,, invece di fare tabula rasa della Chiesa "tridentina" per ricostruire dal nulla una "nuova" Chiesa ed un "moderno" Cristianesimo "libero" dal proprio passato quasi che avere un passato bimillenario fosse un peccato mortale.

Il cardinale Joseph Ratzinger, incontrando nel 1988 a Santiago i vescovi cileni, ha parlato di “un isolamento oscuro del Vaticano II” e ha detto:

“Alcune descrizioni suscitano l'impressione che dopo il Vaticano II tutto sia diventato diverso e che tutto ciò che è venuto prima non potesse essere più considerato o potesse esserlo soltanto alla luce del Vaticano II. Il Vaticano II non viene trattato come una parte della complessiva tradizione vivente della Chiesa, ma come un inizio totalmente nuovo. Sebbene non abbia emanato alcun dogma e abbia voluto considerarsi più modestamente al rango di Concilio pastorale, alcuni lo rappresentano come se fosse per così dire il superdogma, che rende tutto il resto irrilevante”, mentre “possiamo rendere davvero degno di fede il Vaticano II se lo rappresentiamo molto chiaramente così com'è: un pezzo della tradizione unica e totale della Chiesa e della sua fede”.

In effetti, negli anni postconciliari era di moda paragonare la Chiesa a un cantiere, in cui si facevano demolizioni e nuove costruzioni o ricostruzioni. Molto spesso nelle prediche l'ordine di Dio ad Abramo di andarsene dal suo paese era interpretato come un'esortazione alla Chiesa ad abbandonare il suo passato e la sua tradizione.

Al contrario, bisogna ribadire con nettezza che un'interpretazione del Vaticano II al di fuori della tradizione contrasterebbe con l'essenza della fede: la tradizione, non lo spirito del tempo, è l’elemento costitutivo del suo orizzonte interpretativo. Certo non può mancare lo sguardo sull’oggi. Sono i problemi attuali che richiedono risposte. Ma queste non possono venire se non dalla rivelazione divina, che la Chiesa tramanda. Questa tradizione rappresenta anche il criterio a cui ogni nuova risposta deve attenersi, se vuole essere vera e valida.

Su questo sfondo anche la distinzione così in voga tra “preconciliare” e “postconciliare” è molto dubbia sul piano teologico e su quello storico. Un Concilio non è mai un punto di arrivo o di partenza sul quale possa essere scandita la storia della Chiesa o addirittura la storia della salvezza. Un concilio è piuttosto un anello di una catena la cui fine nessuno conosce al di fuori del Signore della Chiesa e della storia. Non può mai introdurre una frattura nella continuità dell’azione dello Spirito.

Continuità ha che fare con prosecuzione. Ci sarà allora un Vaticano III? Non sorprende che si sia avanzata una richiesta di questo tipo, peraltro da parti tra loro opposte.

Secondo alcuni dovrebbe riunirsi un nuovo Concilio che finalmente realizzi la democratizzazione della Chiesa, consenta l'accesso ai sacramenti a coloro che dopo un matrimonio fallito hanno contratto una nuova unione, apra la strada al matrimonio dei sacerdoti e al sacerdozio femminile, e porti alla riunificazione dei cristiani divisi.

Altri pensano che la confusione e la crisi dell'irrequieto periodo postconciliare avrebbero bisogno urgentemente di un Vaticano III che metta ordine e faccia da guida.

Una cosa è certa: anche questo nuovo eventuale concilio – magari di Nairobi o di Mosca, Nairobiense o Moscoviense – si collocherebbe nel solco della tradizione e sarebbe solo un altro elemento di questa venerabile serie.

Il Vaticano II non è stato né l'inizio né la fine della storia conciliare e abbiamo il compito di realizzarlo, prima di parlare del futuro.

Mary per sempre

L'orrido Langone sul FOGLIO di martedì 29 novembre pubblica una 'orrida' lettera apera ad Abel Ferrara per spiegargli che si può essere un ottimo cattolico peccatore pur avendo fede nella storicità dei quattro Vangeli canonici.

"Caro Abel - Provo a darti una risposta.
L’altra sera al cinema Astra di Parma, dopo la presentazione di “Mary”, hai chiesto al padre gesuita Virgilio Fantuzzi, critico cinematografico di Civiltà Cattolica, qual è la posizione della Chiesa sui vangeli apocrifi che hanno ispirato il tuo film. Non era una domanda provocatoria e nemmeno una semplice curiosità. Si capiva che la questione ti stava davvero a cuore, vecchio ragazzo cattolico del Bronx.
Potrei dire che questa domanda l’avresti dovuta fare prima di girare il film, non dopo, ma come faccio ad accusarti se quando finalmente hai chiesto nessuno ti ha risposto. Padre Fantuzzi, che Dio lo perdoni, ha detto di non sapere nulla di questi strani vangeli, ha detto che lui è solo un prete che va al cinema, ha detto che la cosa più interessante di “Mary” è il metalinguaggio (ha detto proprio così: metalinguaggio). Sembrava che sul palco dell’Astra l’unico cattolico fossi tu (l’altro critico presente al dibattito, Fabio Ferzetti, ha dichiarato tutto contento di non essere battezzato). Io ero lassù in galleria, senza microfono e anche, lo confesso, impreparato quasi quanto padre Fantuzzi. Avrei potuto dire che dei gesuiti resta solo l’ombra di una grande (cattiva) fama, se il critico di Civiltà Cattolica dopo aver visto un film così concretamente cristiano ritiene che il suo elemento più importante sia il metalinguaggio. Dando lo spettacolo penoso di una Chiesa divisa, a una platea già abbastanza scettica di suo. Quindi ti rispondo per iscritto, sperando che la comune amica Alessandra Fornari, la signora dei cinema di Parma, abbia la possibilità di tradurre (hai detto tu stesso, e se non l’avessi detto ce ne saremmo accorti benissimo, che due anni di Trastevere non ti sono bastati per imparare l’italiano, la lingua dei tuoi avi di Sarno, provincia di Salerno).

No, il vangelo di Maria Maddalena non è riconosciuto come attendibile dalla Chiesa. E quando dico Chiesa non dico Vaticano inteso come palazzo, colle, basilica, stato eccetera, quell’insieme di mattoni e istituzioni che secondo i mitomani di tutto il mondo sta al centro di ogni complotto, di ogni ragnatela...La Chiesa è il popolo di coloro che attraverso la fede e il battesimo si fanno figli di Dio e membra di Cristo. La Chiesa siamo noi, Abel. Siamo io e te a non ritenere attendibili il vangelo di Maria Maddalena. E tu hai fatto un film su qualcosa che tu stesso non ritieni attendibile? Ho il dovere di correggerti fraternamente, Abel. Sul mio sentimento di fratellanza nei tuoi confronti non devi avere il minimo dubbio. Non soltanto ti sono fratello in Cristo. C’è di più: apparteniamo entrambi allo stesso gruppo misconosciuto e oggi come oggi ultraminoritario, quello dei pornografi cattolici. Oggi come oggi perché in certi periodi fu più numeroso: penso a Pietro Aretino, Charles Baudelaire, Giuseppe Gioachino Belli, Salvador Dalì… Tra i vivi mi viene in mente Juan Manuel de Prada, il giovane scrittore spagnolo autore di “Coños”. Abbiamo le stesse ossessioni, le stesse manie. Mi sono identificato col Cattivo Tenente, mi sarei fatto volentieri infilare un canino nel collo da Annabella Sciorra (“The addiction”), mi sarei venduto la collezione di etichette di vini per le labbra e il resto di Béatrice Dalle (“Blackout”).

Ma il vangelo di Maria Maddalena non è vero, Abel.
I vangeli veri, quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, sono stati scritti in aramaico e in greco nel I secolo, a pochi anni dalla morte di Gesù, quando molti testimoni oculari erano vivi, mentre quello di Maria Maddalena è un testo scritto in copto (lingua dell’Egitto) nel II secolo. Ovviamente non l’ha scritto Maria Maddalena, che a quell’epoca avrebbe avuto più o meno centocinquant’anni.
Di vangeli apocrifi sono piene le sabbie del deserto e anche se sono tutti falsi non sono tutti velenosi. Ad esempio lo Pseudo-Matteo ci ha regalato l’asino e il bue della Natività, una dolce fantasia che riscalda il cuore di tutti noi che amiamo il presepe.
(Abel, perché non fai un film su una banda di spacciatori che allestisce il presepe per far piacere a un loro bambino malato di tumore? Io vorrei impersonare un Re Mago, Gaspare, quello che porta l’oro. Poi alla fine il bambino guarisce, miracolo, e la polizia non li acchiappa, altro miracolo).

Tutt’altra cosa è il vangelo di Maria Maddalena, intessuto di visioni, porte, maestri, e di segreti riservati a pochi eletti: un testo tipicamente gnostico, settario, evidentemente scritto a posteriori con finalità polemiche, dove Cristo è un fantasma, dove si spegne la natura luminosa del cristianesimo, salvezza accessibile a tutti.

Ma lo sai che uno dei massimi propagandisti di questa pessima frottola, Daniel Meurois-Givaudan, è un acquariano che dice di compiere viaggi astrali? E tu rinneghi duemila anni di martiri e santi per dar retta a un tizio che, accogliendo l’invito dell’Essere di Luce, fra una reincarnazione e l’altra vaga nella Terra di Smeraldo dell’Oltrecorpo alla ricerca del proprio karma? Ma in che mani ti metti e metti i tuoi spettatori?
Padre Fantuzzi di Civiltà Cattolica non è stato capace di dirtelo e allora te lo dico io: pentiti, Abel. Tieni fede al tuo nome, non fare il Caino.
Infine la questione solo apparentemente pornografica e non teologica di Juliette Binoche stravestita. Vivi a Roma? Bene, allora invece di leggere gli gnostici puoi studiare la pittura barocca e scoprire che alla Maddalena si addice il nudo, non il potere."

martedì, dicembre 06, 2005

Nel ventre tuo s'accese... l'amore?


Giuliano "l'Apostolo" (Ferrara) in un suon condivisibilissimo editoriale del Foglio di martedì 6 dicembre 2005:
"LA TRUFFA DELLA LIBERA PROCREAZIONE

Un documento della Cgil rilancia le assurdità abortiste anni Settanta

Ci avevano assicurato di essere maturati, di aver capito con i soliti trent’anni di ritardo che un conto è combattere l’aborto clandestino, giusto, e un conto è assecondare una sottocultura antinatalista, abortista, sotto le sembianze di un’ideologia libertaria caricata sulle spalle delle donne e dell’umanità, che alle donne deve notoriamente in parte eccellente se non esclusiva la propria esistenza in vita.
Eccoli qua, invece, con il solito documentino rozzo della Cgil emanato ieri, che convoca la manifestazione anni Settanta in difesa dell’aborto, anzi in promozione della “libera procreazione” e della “legge 194 come simbolo dell’autodeterminazione della donna”.
Libera procreazione? Ma non si nasce liberamente, la generazione è un ordine o un dono della natura in un contesto di affetto, di amore e di piacere, e la civilizzazione ha felicemente compiuto e perfezionato la natura istituendo la famiglia, una speciale grazia protettiva, che svezza alleva cura educa socializza ed emancipa uomini e donne, mettendoli in condizioni di essere liberi diversamente da quanto accade agli altri animali, che nonostante abbiano ridotte capacità di linguaggio e ragione finiranno per esserci superiori in quanto non conoscono la possibilità di trasformare l’aborto da evento spontaneo in organizzazione seriale di soppressione di miliardi di vite.
Il nostro libero arbitrio può servire a impedire una tragedia, la morte in pancia procurata con un cucchiaio o con il prezzemolo, non a trasformare i ferri, l’aspiratore o il veleno della Ru486 in “simboli dell’autodeterminazione della donna”. Ma stiamo scherzando? Sono queste le bandiere del femminismo, del progressismo? No che non lo sono. Non lo sono mai state. Questo è soltanto il più ideologico e falso dei linguaggi. Una truffa in atto pubblico.

C’è un duro sforzo in atto del partito credente, dei cattolici italiani, per superare l’opposizione di principio alla legislazione che ha liberato la società, per l’essenziale, dal dramma dell’aborto clandestino.
C’è un tentativo laico dei vescovi di calarsi in una realtà difficile, tragica, e di ragionare come se Dio non esistesse neppure per loro, pur di ottenere una svolta culturale antiabortista nella coscienza pubblica e privata di questa ordalia con la quale convive il mondo moderno.
E che fa la retroguardia della sinistra italiana, la Cgil, mentre le Turco e le Bindi promuovono meritevolmente un bond per evitare gli aborti delle donne in difficoltà? Comunica a quelle donne che la loro autodeterminazione sta in una procreazione libera, in una scelta irrazionale, in una decisione contro se stesse e contro una vita nascente che nessuno può contestare in nome di fumisterie ideologiche luttuose."



Al di là della volontà della Cgil o di chiunque altro di organizzare manifestazioni neofemministe a difesa della 194, è sovranamente deprimente questa imperterrita e lamentosa denuncia di cospirazioni clerical-fasciste per togliere alla donna il "diritto" di abortire, e che non vuol tenere in alcun conto i molteplici fattori che la "problematica" gravidanza -sia quella desiderata, sia quella meno, sia quella per niente- comporta.
All'epoca del referendum abrogativo della 194 i Radicali erano tra i fautori dell'abrogazione proprio perchè la 194 non considera affatto l'aborto un diritto civile! E' una legge che vuol tutelare la salute psicofisica della donna e per questo depenalizza l'aborto nelle strutture mediche legalmente riconosciute.
La 194, inoltre, prospetta "in embrione" la possibilità di aiuti alla maternità che evitino il ricorso all'interruzione di gravidanza: questa parte della legge non è stata mai applicata.
L'irrazionale alzata di scudi verso chiunque voglia valorizzare l'aspetto dell'aiuto alla vita nascente, già previsto dalla legge 194, rende assai dubbiosi sulla lucidità intellettuale di quella "meglioggioventù" che totalitaristicamente si definisce: democratica.

lunedì, dicembre 05, 2005

HABEMUS MOSAICUM!


Per una venerabile consuetudine, principiata da San Leone Magno, la patriarcale basilica di San Paolo fuori le Mura è decorata da una mirabile teoria di immagini dei Romani pontefici.

Le antiche immagini ad affresco, in seguito al furioso incendio che nel luglio 1823 devastò la basilica paleocristiana, nella risorta basilica neoclassica sono state sostituite ex novo con tondi in mosaico.

All'avvento di ogni novello Romano pontefice la Venerabile Fabbrica di San Pietro, da cui dipende la Studio del mosaico del Vaticano, incarica un pittore di realizzare una tela del diametro di due metri raffigurante un busto del pontefice di cui i mosaicisti vaticani realizzeranno l'esatta copia in mosaico che verra posta nel clipeo vuoto accanto al mosaico raffigurante il predecessore, aggiornando così la bimillenaria sequenza.




Incaricato di approntare la raffigurazione a mezzo busto di Benedetto XVI è stato il noto ritrattista Ulisse Santini cui va l'universale plauso per la felice riproduzione delle fattezze del bavarese Pontefice "ccioiosamente regnante" abbigliato con i sacri paramenti con cui il 29 giugno ha per la prima volta presieduto nella Basilica Vaticana il solenne pontificale nella solennità liturgica dei santi apostoli Pietro e Paolo.

L'opera pittorica e la copia musiva sono state presentate al Sovrano Pontefice prima che Sua Santità si recasse nel Foro Petriano per presiedere all'udienza generale di mercoledì 23 novembre.
La presentazione al pubblico è avvenuta convenientemente nella Basilica Ostiense, la sera di sabato 25 novembre in concomitanza del concerto dei Wiener Philharmoniker diretti da Seiji Ozawa che hanno eseguito la sinfonia n. 9 e il "Te Deum" di Anton Bruckner a conclusione del IV Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra promosso dalla Fondazione Pro Musica e Arte Sacra (che è stato lo sponsor del nuovo tondo musivo)e dalla Daimler Chrysler Italia.

il 2 dicembre il clipeo musivo è stato collocato accanto a quello di Giovanni Paolo II ed in tale occasione sotto il ritratto del defunto pontefice è stata posta la bronzea iscrizione della durata complessiva del pontificato wojtyliano:
SED(DIT)A(NNI)XXVI M(ENSESE) V DIES XVII

venerdì, dicembre 02, 2005

Santa anche subito /3

(Dal FOGLIO di giovedì 1 dicembre 2005)

Santanchè prima arrivata
L'on. Daniela Santanchè (An) è stata, in commissione Bicamerale a Montecitorio, la prima donna relatrice della Finanziaria nella storia della repubblica. e dichiara di essere, in ordine decrescente: "Primo, orgogliosa per An; secondo, emozionata; e rerzo, felice".
Il presidente della Camera, onorevole Pier Ferdinando Casini (Udc), così giudica l'accaduto: "E' questa la vera novità della legislatura!".

giovedì, dicembre 01, 2005

Fiocco fiacco

Ovvero la ragionata difesa dell'atteggiamento della Chiesa cattolica in materia di AIDS contro "l'inutile strage" mediatica cui è implacabilmente sottoposto il cattolicesimo

venerdì, novembre 25, 2005

about a boy /10


Faccio la carità a chi suona dentro le metropolitane o agli angoli delle strade solo quando li sento strimpellare due, e solo due, canzoni.
Quel pezzo dei Nomadi che fa:
“…sull'autostrada cercavi la vita, ma ti ha incontrato la morte, ma ti ha incontrato la morte...

Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi,
voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi...”

L’altra canzone è in lingua spagnola: “Historia De Un Amòr”
Ya no estás más a mi lado, corazón
En el alma sólo tengo soledad
Y si ya no puedo verte
Porque Dios me hizo quererte
Para hacerme sufrir más
...
Es la historia de un amor como no hay otro igual
Que me hizo comprender todo el bien, todo el mal
Que le dio luz a mi vida
Apagándola después
Ay qué vida tan oscura
Sin tu amor no viviré

giovedì, novembre 24, 2005

visioni private /5

"Ogni cosa è illuminata"

ovvero:"Il nonno dice: guarda fuori quando il paesaggio è superiore".

mercoledì, novembre 23, 2005

Sonetos Fùnebres IV

Ovvero: EL GRANDE ENTIERRO

A trent'anni dalla morte di Francisco Franco la Spagna ha eliminato i monumenti equestri del Caudillo, ha tolto dalle "calles" le targhe inneggianti a colui che ha governato per un quarantennio, e con scettro di ferro, la nazione iberica.
Si riteneva il salvatore della Spagna da tutto ciò che secondo lui stava distruggendo l'identità, la storia, l'anima stessa dell'Ispanidàd .
Franco ha stretto lo scettro fino alla morte come il cinquecentesco "Rey prudente" non risparmiando alla sua Spagna fino all'ultimo la durezza della dittatura. Ma da buon monarca, devoto delle glorie di Ferdinando e Isabella, sentì forte l'esigenza di costruire per tempo una chiara, forte ed autorevole successione.
La svolta democratica di Juan Carlos non era certo nei pensieri del Caudillo, ma la maturazione politica del futuro re la si deve all'essere stato volente o nolente, per anni il diletto allievo di Franco.


Per un trentennio la necessità di mantenere una pace sociale ha "distratto" gli spagnoli, solitamente amanti della litigiosità, dal chiedere giustizia dei misfatti di Franco soprattutto per non inficiare la validità dell'assetto statale esistente che -seppur sviluppatosi democraticamente- è figlio legittimo del franchismo.
Questo è il grande miracolo, o se vogliamo trucco, politico di Francisco Franco che emblematicamente si manifesta gelidamente pietrificato, nell'enorme croce della Valle de los Caidos sopra il faraonico ossario delle vittime comuniste e fasciste della Guerra Civile spagnola. Visionario Calvario ideato dal dittatore e in cui anch'egli volle far tumulare le proprie ossa: nel tentativo di dominare anche da morto quei fantasmi.


PS: mentre in Spagna, con furia iconoclasta, Zapatero vuol eliminare la toponomastica franchista facendosi vendicatore del nonno e di tutti i caduti per colpa del Franchismo, in Italia, ad un anno dalla morte, si scoprono lapidi alla memoria di Arafat.
La mia conclusione è che è molto più facile ben volere i dittatori altrui.

martedì, novembre 22, 2005

sedere sul trono

«Si è rotta l’asse del w.c. in legno di noce del Principe Carlo.
Ne è stata commissionata un’altra, in stile perfetto, all’antiquario Drummonds. È grande e solida.
“Suitable for a very large real” dice Mr. Drummonds»

( Il Foglio martedì 22 Novembre 2005)

Diari di un Curato

Ovvero: Cento colpi di spazzola prima di andare a dire messa

«...A una settimana dal caso clamoroso dell’arresto di padre Felix Barbosa Carreiro, un prete sorpreso in un’orgia di sesso e droga con 4 adolescenti adescati su Internet, il settimanale Istoè (Così è) ieri ha rivelato che il Papa, Benedetto XVI, ha inviato ai primi di settembre una commissione in Brasile per indagare sulle denunce di abusi sessuali compiute ai danni soprattutto di bambini poveri. In almeno due casi a testimoniare la veridicità dei racconti delle vittime sono gli stessi violentatori che hanno riportato le loro esperienze su un diario. Padre Tarcisio Tadeu Spricigo ha persino compilato le dieci regole per restare impuniti.

L’INCHIESTA - L’azione determinata di Benedetto XVI, prima di diventare pontefice a capo della congregazione per la dottrina delle fede e quindi responsabile delle indagini sui casi di abusi sessuali nella Chiesa, ha già portato alcuni risultati. Il periodico anticipa la relazione che gli inviati del Papa si apprestano a portare in Vaticano. Il quadro è allarmante. E descrive scenari purtroppo simili a quelli già accertati negli Stati Uniti, ma che stanno emergendo anche in inchieste delle chiese locali di altri Paesi come l’Inghilterra, la Francia, la Croazia e l’Irlanda.

Un fenomeno che il Vaticano tenta di prevenire. Per il 29 novembre è atteso un documento che fornirà le linee guida ai seminari. Tra le indiscrezioni, l’esclusione dei ragazzi con tendenze omosessuali. Tuttavia le complicità di cui i sacerdoti responsabili di abusi a volte godono fa sì che, come nel caso di padre Tarcisio Tadeu Spricigo, in carcere per aver violentato un bimbo di 5 anni, tornino ad abusare di altri piccoli prima di essere arrestati.
In Brasile oltre ai 10 sacerdoti in cella, ce ne sono 40 latitanti.

I NUMERI - Secondo Istoè, nell’inchiesta vaticana si parla di circa 1.700 preti, il 10 per cento del totale, coinvolti in casi di cattiva condotta sessuale: incluse le violenze su bambini e donne. Si dice che il 50% dei preti non mantiene il voto di castità. E che negli ultimi tre anni sono stati più di 200 i preti mandati in cliniche psicologiche della Chiesa per essere rieducati.

IL DIARIO - Agli atti del processo contro padre Tarcisio c’è un vero e proprio manuale del prete pedofilo e appunti sulle sue emozioni e le regole per restare impunito. Una fra tutte: «Mai avere una relazione con bambini ricchi».
Scrive il prete: «Mi preparo per la caccia, mi guardo intorno con tranquillità perché ho i ragazzini che voglio senza problemi di carenze, perché sono il giovane più sicuro al mondo». «Piovono ragazzini sicuri affidabili e che sono sensuali e che custodiscono totale segreto, che sentono la mancanza del padre e vivono solo con la mamma, loro sono dappertutto. Basta solo uno sguardo clinico, agire con regole sicure». «Per questo sono sicuro e ho la calma. Non mi agito. Io sono un seduttore e, dopo aver applicato le regole correttamente, il ragazzino cadrà dritto dritto nella mia... saremo felici per sempre». E infine: «Dopo le sconfitte nel campo sessuale ho imparato la lezione! E questa è la mia più solenne scoperta: Dio perdona sempre ma la società mai».

A consegnare il diario alla polizia è stata una suora, alla quale il sacerdote lo aveva dato per errore...»

(Corriere della sera, 21 Novembre 2005)

lunedì, novembre 21, 2005

domenica, novembre 20, 2005

Vite Parallele 3

Luciana Litizzetto dixit:
“Il cardinal Ruini è come Stefano Bettarini.
Entrambi erano famosi perché facevano un altro mestiere mentre adesso sono noti perchè stanno sempre in televisione e sui giornali.”

sabato, novembre 19, 2005

La buona Ventura (dell'Isola dei famosi)



L’ISOLA DEI REDUCI
Maurizio Ferrini e Lory Del Santo ovvero Quelli della Notte e Drive In, però vent’anni dopo

È ufficiale: siamo invecchiati.
Tutti si sentano offesi nessuno si senta escluso.
Siamo vecchi, superati, relitti dei totalitarismi televisivi, nostalgici di un intrattenimento illusorio, reperti di un decennio mai veramente conclusasi – gli anni Ottanta.
Siamo invecchiati mercoledì, tra le undici e mezzanotte, quando l’inutile fatina è stata eliminata e la vittoria dell’Isola dei famosi edizione 2005 se la sono giocata Drive In e Quelli della Notte, ovvero i due programmi più rimpianti e più sopravvalutati della storia della televisione.
Siamo invecchiati quando la realtà ci ha messi di fronte all’evidenza delle nostre illusioni, a quanto fosse velleitario il nostro fare la morale a quel magma postmoderno che è il contemporaneo, ai reality show che producono personaggi televisivi che altra collocazione non hanno se non finire in altri reality show, alla televisione che cannibalizza la televisione.
Siamo invecchiati quando sono entrati Andy Luotto e Max Catalano e Silvia Annacchiaro, quando ci siamo dovuti arrendere e ammettere che sì: chiunque faccia la morale alla televisione nell’era dei reality ha evidentemente rimesso dalla propria coscienza le quantità di scorie tossiche prodotte dagli esperimenti di Arbore.
È accaduto quando sono rimasti in due, Lory Del Santo e Maurizio Ferrini, e Simona Ventura, in modalità “parole in libertà”, ha domandato retorica: “Chi sarà Zeus e chi sarà Ade?”. E a voler fare della sociologia spicciola si potrebbe dire che è molto umbertecchiana, nel parlare di cose che non conosce e nel farlo in un italiano comprensibile solo a lei e ad Alfonso Signorini, ma, lasciando da parte la sociologia, c’è solo da dire che la Ventura è perfetta, profondamente inserita nel suo tempo, sta alla televisione come Baricco alla letteratura e Muccino al cinema, e una macchina da guerra che non teme gap culturali né incertezze stilistiche, e funziona molto ma molto di più di quanto abbia funzionato Renzo Arbore, che gli aforismi a vanvera li lasciava dire alle macchiette di scena, e lui era sempre un gradino sopra, un po’ meglio; migliore almeno quanto lo era e lo è Ricci, che è talmente superiore che in scena ci manda gli altri, i fenomeni da baraccone, lui fa “l’autore”, una contraddizione in termini televisivi se mai ve n’è stata una (può televisivamente esistere ciò che non va in scena? Inadatti a fornire risposta, lasciamo il campo ad Antonella Boralevi, che dopo la fine del’Isola ha detto da Vespa “Ho fatto un discorso di semiologia” ed è quindi qualificata per il compito).

Ventura non è un po’ meglio di chi ospita, chi arringa, chi premia e chi punisce: è un po’ peggio, è lo è con tale fierezza che neppure infierisce sulle velleità di gloria della tv d’autore che fu, anzi col Ferrini di Quelli della Notte e con la Del Santo di Drive In è quasi affettuosa, così come lo si è con i bambini della portinaia a Natale.

Oggi non arriverebbero alla terza puntata

Il fatto che Drive In e Quelli della Notte, i programmi che hanno allietato le giovinezze dell’attuale classe dirigente italiana, quelli che li fecero sentire trasgressivi e innovatori e ganzi, oggi non arriverebbero alla terza puntata. E non perché la creatività televisiva è stata strozzata dal giogo dell’Auditel, come quelli che ritengono il pubblico un incomodo che impedisce al mezzo televisivo di trasmettere solo concerti da camera e documentari sulla riproduzione sulle libellule. Al contrario: perché la tv è migliorata. Moltissimo. In una maniera che ha fatto invecchiare i varietà comici degli anni Ottanta in un modo subitaneo e devastante.
Provate a riguardare le registrazione, e ve ne accorgerete: Studio Uno è molto ma molto più contemporaneo del programma in cui esordì Piersilvio o di quello che regalò all’Italia (che ancora ringrazia) Marisa Laurito.
Chi li rimpiange, Drive In e Quelli della Notte, rimpiange i vent’anni o poco più che aveva quando andavano in onda.

Chi li rimpiange non li ha rivisti in anni recenti. Altrimenti si accorgerebbe della voragine che c’è tra il Ferrini dell’Isola, quello che discetta senza rete di Maya e Babilonesi e “quando tu vuoi corrompere l’uomo gli dici che il tempo è denaro, ma il tempo è arte”, e il tristanzuolo venditore di pedalò che improvvisava per la gioia degli arboriani. A voler essere intellettualmente onesti, non si può non riconoscere che “Io non ho avuto fidanzati, ho avuto quasi solo mariti”, battuta estemporanea di Lory Del Santo, è nettamente superiore a tutte quelle che le scriveva Antonio Ricci, avendo individuato il di lei core business –l’oca giuliva- ma non sapendolo far risaltare come sa farlo solo un programma che non sarà reale, ma che è vivo, contemporaneamente: non modernariato già mentre va in onda.

(Il Foglio venerdì 18 novembre 2005)

venerdì, novembre 18, 2005

Lory Del Santo Subito

Lory Del Santo avrebbe meritato di vincere la terza edizione dell’Isola dei Famosi solo per aver detto: «Io non ho avuto tanti fidanzati, ho avuto quasi solo mariti»; la frase più celebre del 2005 dopo l’espressione “dittatura del relativismo” pronunciata dal Cardinal Ratzinger nell’omelia d’apertura del Conclave da cui ne è uscito Papa.

Dunque
, l’Isola le ha fatto un regalo: finalmente ha svelato Lory Del Santo…

«Sì… pensavo di morire senza essere capita. E, invece, ora sono così felice che posso veramente morire. Neppure mia madre ha mai compreso nulla di me, ancora si chiede da dove sia uscita…».


Dove trova tutta questa energia e questa saggezza?

«Sono così, ho sempre lottato come un leone, non mi arrendo mai. Le frasi che dico sempre? Non le ho lette da nessuna parte, ho aperto quattro libri in tutta la vita. Mi vengono in mente in continuazione, le annoto su un taccuino».
Che farà con i 100mila euro di vincita?
«Finisco di pagare il mutuo della casa e magari mi rifaccio il seno... Sono così dimagrita a Samanà».

Quanto e come ha usato la sua avvenenza per raggiungere i suoi scopi?

«Essere bella mi ha aiutata molto, è una carta di credito. Sono una donna spregiudicata che non lascia perdere nulla. Ho usato la seduzione per conquistare gli uomini, ma mai per andare avanti nella carriera, anche se non trovo nulla di male ad usare il proprio corpo, tutta la vita è un dare e un avere. Ho agito come una Cenerentola che rubava il vestito elegante per andare a conoscere il principe, non per vendermi a lui, ma per esserne arricchita.»

mercoledì, novembre 16, 2005

about a boy /8

Sono stato meno di ventiquattrore lontano da Roma, per festeggiare la laurea del mio più caro amico, ed al mio ritorno ho ritrovato una città che ha sfruttato la mia assenza per rivestirsi di addobbi natalizi!

venerdì, novembre 11, 2005

Amicus Plato sed Magis Amica Santippe, III

Ci sono spettacoli teatrali che si va a vedere per pura "devozione".
Mi son detto che non dovevo farmi scappare l'occasione, ed il privilegio, d'applaudire Franca Valeri...prima che muoia.

Ovvero:
«LA VEDOVA SOCRATE»

«Ci teneva molto a essere accolto bene di là, con tutte le raccomandazioni degli dei, ne parlava sempre qui e fuori con tutti questi ragazzi, non so lo scopo quale era, ma discutevano proprio di questa cosa. Sembrava che il corpo desse una gran noia a tutti perché la nostra parte buona è l’anima, perché più che altro non si vede. E per lui era un vantaggio: bello non era.
Ad Alcibiade non gli andava giù… lui sul corpo ci contava molto.
In quel libraccio di Platone che è andato a ruba su quella famosa serata di quel simposio… fra parentesi, si è mai sentito che delle donne fanno un pranzo solo per parlare dell’amore? Ecco… i filosofi sì… Ho qui quello schifo di libretto… Me l’ha dato un cliente… una vergogna quando l’ho letto… non l’ho neanche finito… poi l’ho nascosto…

…mi ha preso una botta di furore quando ho aperto e leggo… ecco qui… che un certo Aristodemo… mi pare, se non mi sbaglio… ma è difficile… che so chi è… raccontava di aver incontrato Socrate… testuale… «ben lavato e con i sandali ai piedi, il che gli avveniva di rado». Guarda che figura mi ha fatto fare, che so solo io la fatica per fargli fare un bagno… mi si sarà lavato di nascosto mentre ero fuori… chissà nel bagno di chi… mentre io devo sopportarlo anche a tavola e peggio a letto con quei piedi sporchi che mi lascia sempre impronte dappertutto… e poi dice: «Gli chiesi dove andasse fattosi così bello…», figuriamoci, si fa prendere in giro… «Quello…» (hai capito che insolente «Quello»! Socrate…) … «Quello rispose: “A cena da Agatone”» Figurati che cena…bevono e mangeranno un po’ di frutta… Adesso vi leggo qui, più avanti, salto tutti i discorsi che avrebbero fatto… cose che le sento anche in casa…
ecco, qui sono arrossita da sola mentre leggevo, non credevo ai miei occhi… ecco qua: «Non molto tempo dopo udirono la voce di Alcibiade (il generale) dal cortile, era completamente ubriaco e gridava forte, domandando dove fosse Agatone e pretendendo che lo si conducesse da lui…».
Lui pare che fosse geloso da morire di questo Agatone perché mio marito se ne occupava un po’, credo più che altro per rischiarargli un po’ le idee perché è uno di quei belli stupidi come le oche… cose che sento dire, non mi interessano più di tanto…
«Sorreggendolo dunque la flautista…»
sarà qualche troietta… femmina? Strano, non ne girano di donne in quei pranzi…
«E alcuni altri del suo seguito, lo condussero dai presenti» -attenti bene- «e lui si fermò sulla porta, cinto da una fitta corona di edera e di violette con una gran quantità di nastri sul capo…»
Queste sono cattiverie di quella serpe di Platone… si può dire di tutto, anzi, ma c’è un limite… quello è un militare, un generale… per quanto gay le sue battaglie se l’è fatte… le ha anche prese… forse si era presentato sul capo con qualche addobbo floreale… e non è finita…
«Lui venne avanti soggetti da quegli uomini (appunto, uomini) togliendosi i nastri per inghirlandare Agatone eccetera. eccetera… si pose in mezzo fra socrate e lui… abbracciò Agatone e gli pose le ghirlande…»
Ditemi voi se è possibile mettere in piazza di queste porcherie… metti che ci sia del vero… è il caso di farlo sapere a tutti?… un generale, che figura ci fanno le nostre gorze armate…
resti fra noi…
un giorno mi è piombato in casa tutto agitato… sembrava che mi volesse picchiare «Perché Socrate non mi vuole più? Mi preferisce quello stupido ragazzo… mi aiuti lei… dica una buona parola…»
Mi dicevo fra me… non lo sfiora l’idea che sono la moglie… la dignità sotto la pianta dei piedi proprio… l’ho buttata un po’ sul ridere per vincere l’imbarazzo… «Sa perché con me ha resistito tanto tempo? Perché sono bionda…» nota che lui è nero. Ha pianto. L’ho tenuto a cena perché era in uno stato da non farsi vedere in giro. «Non ho fame, non ho fame» e poi si è mangiato tutto… avevo fatto delle polpettine di pecorina vergine con l’uva nera che sono una squisitezza…»


...«So che mio marito aveva una gran devozione per Eros che io ho sempre considerato un dio minore e in casa mia non vedrete mai oggetti di devozione per lui o per la sua signora madre. È strano che anche mio marito giustificasse tutte queste storie di sesso come amore del bello.
Come vedete non è il mio punto di vista, che ho sposato lui che era brutto come un satiro e le cose belle le ho preferite in oggetti da vendere che non in ragazzi da mantenere.
Mi chiedi Elocula cosa ho avuto da lui per considerare la mia vita soddisfacente? Una preziosa vedovanza.
La giovinezza come sapete è breve e, poiché non ho motivo né probabilità di degustare della cicuta, ritengo di potermi godere a lungo questo privilegio.
La morte del marito è un così grande dolore che nessuna donna ci rinuncerebbe »

giovedì, novembre 10, 2005

Rock teologic

Simpatico siparietto tra Celentano e Battiato durante la puntata di Rock Politic.

Adriano Celentano s'avvicina a Franco Battiato, dopo che questi ha finito di declamare una nichilista "canzungella" sul tema: "polvere sei e polvere ritornerai", e gli dice: "So che tu credi nell'Incarnazione".
"No. Nella Reincarnazione" - puntualizza Battiato.
"E' uguale" - chiude Celentano la querelle teologica.

PS: Molte altre corbellerie "spirituali" ha detto Celentano nel breve dialogo con Battiato ma non sono state scritte in questo post.
Questo post è stato scritto affinche crediate che Celentano è il re degli ignoranti.

mercoledì, novembre 09, 2005

Vite Parallele 2

Ovvero: Monumenta Historica Populi Nostris

Il 9 novembre 2005, come ogn’un sa, ricorre il quarantaduesimo genetliaco di Biagio Antonacci.
Ma forse non tutti sanno che ricorrono anche i 1681 anni dalla consacrazione della Patriarcale Arcibasilica Lateranense del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, Cattedrale di Roma (Omnium Urbis et Orbis Mater et Caput).

domenica, novembre 06, 2005

La niña santa /2

Ovvero: L’Infanta sul cui dominio non tramonta mai il sole.


Se un giorno diverrà la quarta Regina di Spagna più che Maestà Cattolica la si potrebbe chiamare Maestà “cesarea” (sperando che gli Asburgo non s’adontino) dato che la volontà di celebrare i fasti della Real Casa borbonica ha prevaricato l’arte medica tanto da decretare di sottoporre la Principessa delle Asturie a taglio cesareo, circa due settimane prima della presunta fine della gestazione.
Il 31 ottobre 2005, per evitare che il lieto èvento potesse sovrapporsi con le commemorazioni del trentesimo anniversario della salita al trono di Don Juan Carlos I, è così venuta alla luce l’infanta Leonòr, primogenita del principe ereditario Felipe.
Molti si sono sorpresi per la scelta di un nome poco diffuso in Spagna: nel 2004 solo 77 bambine in tutta la Spagna sono state registrate con tale nome. Non è nemmeno un nome usuale nella Storia di Spagna; l’ultima Eleonora di rilevanza storica fu la principessa Leonòr del Portogallo madre di Isabella la Cattolica.
Trent’anni dopo la morte del dittatore Francisco Franco, nonno Juan Carlos può così festeggiare anche l’avvento della terza generazione di quella risorta monarchia borbonica che ha avuto il grave compito di sostenere ed incarnare il ‘desarroyo’ democratico di una Spagna che in breve ha raggiunto i livelli delle più progredite potenze occidentali.

Tra l’abdicazione di nonno Alfonso XIII ed i regno del nipote Juan Carlos c’è stata una frattura di quasi mezzo secolo, inframmezzata da un dittatore, più realista del re, che esaltò i trionfi del siglo de oro, massimamente di Filippo II,ed ancora più se possibile, venerò la santa memoria di Isabella e che in più teneva in casa sua un braccio di Santa Teresa d’Avila.
Juan Carlos non sarebbe potuto durare molto come re, essendo stato scelto da Franco a succedergli, se non si fosse posto come obbiettivo quello di prendere le distanze dal reazionario nonno Alfonso, e dal Caudillo, e da quella Spagna tronfia di glorie di cartapesta.

Dopo la salita al trono, los Reyes hanno continuato a vivere come prima, non avendo nessuna intenzione di rimettere piede nei saloni dorati del palazzo reale, lasciato sotto il dominio di legioni di turisti, per concentrarsi sull’essenziale: essere l’immagine della Spagna moderna, vincente ma solida e tradizionale, quanto basta.
Il giovane Juan Carlos principe senza trono, figlio di principe senza trono, fece un matrimonio riuscitissimo, per i parametri dell’epoca, sposando una principessa di casa reale regnante.
E davanti alle nozze con Sofia di Grecia tutta l’umanità civilizzata deve inchinarsi al pensiero che per quel ricevimento di nozze fu ideata una delle invenzioni fondamentali del XX secolo: "gamberetti in salsa rosa"!

Una volta diventato re, Juan Carlos ha concesso anche ai suoi “infanti”di fare -mutatis mutandis- dei matrimoni politicamente correttissimi.
L’Infanta Elena ha sposato un aristocratico castigliano, con la faccia bislunga da hidalgo castigliano, che lavora nell’alta finanza.
L’Infanta Cristina ha sposato un bel pallavolista basco con cui vive in Catalogna, altra regione autonomista insieme ai Paesi Baschi.
Il Principe delle Asturie -dulcis in fundo-ha coronato il sogno di tutte le “sciampiste” del Regno (Canarie comprese) designando a futura regina una borghesissima “mujer trabajadora” con tanto di matrimonio fallito (ed annullamento della Sacra Rota “tambièn”) in curriculum.
Ci ha messo un po’ la Principessa delle Asturie, mugugnavano gli spagnoli, ma alla fine ha sfornato l’erede. I più tradizionalisti avrebbero preferito un “varòn” perché la nascita di una bambina potrebbe spingere il Governo Zapatero (nemico giurato di ogni discriminazione sessuale e paladino di ogni “total ecuiparacion”) ad abolire la legge salica che concede il titolo di erede al trono al primo dei figli maschi. La piccola Eleonora di Borbone a tutt’oggi potrebbe diventare Regina solo in mancanza di fratelli maschi come è stato nella Storia per Isabella la Cattolica, Giovanna la Pazza e Isabella II. Coerentemente con la “politica” sostenuta da "los Reyes" per presentare l’immagine di una monarchia al passo coi tempi, lo stesso Juan Carlos non avrà nulla da eccepire. Nella Spagna di Zapatero è inpossibile che scoppi una guerra carlista come alla salita al trono di Isabella II. Ma anzi! La piccola Eleonora di Borbone non è ancora erede al trono e già possiede dei “domini” su internet! Quando si dice monarchia del terzo millennio!

Da parte della Casa reale «è stato chiesto al Red.es, l'ente che si occupa delle registrazioni dei domini ''.es'', di bloccare qualsiasi richiesta per indirizzi che contengano o richiamino il nome ''Leonor''. Da segnalare che tra i domini già registrati dalla ''Casa Real'' figurano ''reinaleonor.com'' e ''princesaleonor.com''. Che sia un primo passo verso quella piccola rivoluzione che potrebbe abbattersi sulla costituzione spagnola? »
Ma essendo internet l’attuale impero universale su cui non tramonta mai il sole, non è stato possibile impedire alla grande rete di approfittarsi del lieto evento per creare pagine web non autorizzate.
Risulta infatti che la neonata Altezza Reale a poche ore dalla nascita abbia aperto addirittura due weblog in cui l’Infanta elargisce ai sudditi saggi consigli su come sopravvivere alla Sua regale nascita.

sabato, novembre 05, 2005

venerdì, novembre 04, 2005

mercoledì, novembre 02, 2005

Sonetos Fùnebres

«Lo Caduco esta urna peregrina,
oh peregrino, con majestad sella»
(L.De Gòngora)

martedì, novembre 01, 2005

Santa anche Subito! 2

Alcuni (pochi ma autorevoli) miei affezionati interlocutori (memori di un -a quanto capisco- memorabile post osannante il di lei à plomb), privatamente mi hanno maliziosamente sollecitato a commentare “quel gesto” scurrile della onorevole Daniela Santanchè che tanto ha fatto scalpore. Forse un peccato veniale se quell’eloquente gesticolazione fosse stata espressa dalla mano dell’uomo qualunque, si è detto, ma ignominioso per un rappresentante del popolo italiano e vieppiù infangante della sacralità del laticlavio parlamentare.

Penso che sia vero totalmente il contrario.

Trovo che il gesto sia banalmente volgare se agito dal comune cittadino ma, nella concreta occasione immortalata dai mas media, Daniela Santanchè nell’ostendere il dito medio verso i manifestanti che la insultavano all’uscita di Montecitorio, abbia, con quel gesto, simbolicamente manifestato in sommo grado la difesa della sacralità della carica parlamentare vilipesa dai giovani manifestati! A questa conclusione, che di primo acchito parrebbe assai bislacca, son giunto grazie all’enfatica notizia che lady Camilla Parker Bowls ormai Duchessa di Cornovaglia e consorte legittima del futuro re d’Inghilterra, ha indossato per la prima volta un diadema reale, prestatole dalla suocera Elisabetta II. Così incoronata, con la preziosa tiara esibita per la prima volta dalla regina Mary a Delhi per l’incoronazione di Giorgio V ad imperatore delle Indie, Lady Camilla ha presenziato, al fianco del re Harald di Norvegia, al suo primo pranzo ufficiale a Buckingham Palace offerto dalla regina Elisabetta in onore dei monarchi scandinavi.

Or bene,l’esercizio del potere politico nell’età Contemporanea ha imparato a fare a meno di un simbolismo del potere che avesse troppo il sapore del sacro e dell’atavico per assumere una veste più pragnaticamente borghese.

Non solo i regimi repubblicani ma le stesse monarchie dell’Occidente (compreso il Papato che democratico non è) hanno assunto una veste alto borghese. Da quando nel 1978 i papi non vengono più incoronati con la tiara ornata dalle triplici corone solo il monarca britannico sale al trono rivestito di tutti i simboli del potere (questo è il fondamentale motivo per cui se la consorte dell’erede al trono inglese indossa o meno un diadema regale si tratta di notizia di rilievo).

Certo: non solo il copricapo è simbolo di potere, ma anche il globo, la spada e lo scettro sono simboli di un Ancien Regim, più arcaico di quanto si possa immaginare, che a fatica si è potuto mandare in pensione. Ne è prova l’iconografia imperiale napoleonica che, nonostante debba esaltare “il buon governo” dei Lumi, idealmente in contrasto col dispotismo “medievale” dell’Ancien Regim, ha avuto comunque necessità del "fasto" per cui è stata sommata sia la simbologia dell’Impero romano sia di quello carolingio e medievale.

La Santanchè, orba di corone e di scettri ha rettamente palesato il suo potere istituzionale con un gesto che antropologicamente ha la medesima consistenza simbolica dello scettro!

Il dito medio indirizzato contro qualcuno con volontà prevaricatoria, proprio in quanto simbolo fallico è una variazione dell’archetipo primordiale del potere. Tutto ciò che si erge per virtù propria indica è simboleggia il senso di "elevazione". Anche la corona regale pur essendo essenzialmente un anello è soggetta allo stesso paradigma simbolico. Corona infatti ha la stessa origine semantica di “corno”; di “Kronos” (il romano Saturno, dio che presiede al settimo cielo, che regnò nell’età dell’oro, la più “elevata” che con “Tempo” si è irrimediabilmente degrada); (sempre in greco) “keraunos” significa “fulmine”: attributo simbolico scagliato da Zeus, dio del cielo; in arabo e in ebraico corno si declina rispettivamente con i termini: qarn e kâran. Nell’antico Egitto le corna erano gli attributi di Ammone, così come il cobra (e non ci vuole Donatella Rettore!) per il suo “potere” di sollevarsi verso l’alto era distintivo aristocratico che troneggiava sui copricapi (a punta!) dei faraoni. Per i persiani i copricapo a punta detti “mitra" erano simboli di divinità quindi utilizzati dai re e dai sacerdoti cosi come nell’immaginario, a punta sono i cappelli di maghi e streghe. Addirittura “bicornis” sono le mitre dei vescovi proprio a simboleggiare una pienezza di poteri, così come a forma di corno era il copricapo (il “camauro”)del Doge veneziano.

Anche presso i popoli dove la corona ha una forma circolare viene decorato da terminazioni appuntite che svettano verso l’esterno ad imitazione dei raggi solari, indicando per analogia la potenza (creatrice/distruttrice) del sovrano.
Anche nella simbologia biblica il corno è simbolo del potere (il drago con dieci corna descritto al capitolo 12 dell’Apocalisse sta a simboleggiare un potentissimo potere avverso).

“Cairn” è il termine con cui i popoli celtici chiamavano i sacri cumuli di pietre eretti in onore delle divinità celesti, così come lo stessa simbologia è alla base del culto degli alberi sacri: le querce che reggono la volta celeste per i Sassoni, così come il mitologico albero dalle mele d’oro nel giardino delle Esperidi o il biblico albero della Vita del giardino dell’Eden, difeso dai Cherubini. Immagini di quel cardine attorno a cui gira il mondo che è lo stessa simbologia racchiusa nello scettro.

Lo scettro in fondo non è altro che un bastone, in cui si riverberano tutte le significanze dell’albero. Il bastone ha il potere di sostenere, sovvenire ad una mancanza di forza, può essere quindi una stampella nella debolezza ma può essere anche un’arma: il bastone, guidato dalla mano, ha il potere di moltiplicare la forza muscolare del braccio, e di colpire con una potenza che da sola la mano non potrebbe avere. Segno della duplice natura del potere: condurre e costringere, guidare e punire.
Simbologia che investe il pastorale episcopale allo stesso modo del manganello del poliziotto. Qualunque sia la forma e la dimensione, dal corto bastone tinto di rosso che nella Grecia classica impugnavano i maestri che insegnavano l’Iliade, alle mazze delle majorettes, dalle bacchette magiche alle bacchette dei direttori d’orchestra, tutta la simbologia, l’etnologia, l’antropologia, l’iconologia, proclama la profondità di significati e la legittimità simbolica del volgare gesto della Santanchè contro quei giovinastri facinorosi, che si sono azzardati a dare della “puttana” ad una rappresentante del Popolo italiano, solo perché non appartenente alla propria parte politica.

Daniela Santanchè ha in tal guisa, mirabilmente e perentoriamente illustrato la dignità di deputato della Repubblica, e di questo dovremmo esserle tutti un po’ grati. Le và riconosciuto di aver reagito con una comprensione della propria dignità non dissimile dalla nobiltà d’animo con cui i re di Francia impugnavano, nei secoli antichi, “la mano di Giustizia”!