mercoledì, febbraio 22, 2006

"questo, d'ignoto amante inno ricevi" (2)

In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


E' difficile per quelli che non hanno mai conosciuto persecuzione,
E che non hanno mai conosciuto cristiano,
Credere a questi racconti di persecuzione cristiana.
E' difficile per coloro che vivono presso una Banca
Dubitare della sicurezza del proprio denaro.
E' difficile per coloro che vivono presso il Commissariato
Credere nel trionfo della violenza
Pensate che la Fede abbia già conquistato il mondo
E che i leoni non abbiano più bisogno di guardiani?
Avete bisogno che vi si dica che qualunque cosa sia stata, può essere ancora?
Avete bisogno che vi si dica che persino le modeste cognizioni
Che vi permettono d'essere orgogliosi di una società educata
Difficilmente sopravviveranno alla Fede a cui devono il loro significato?
Uomini! pulitevi i denti quando vi alzate e quando andate a letto;
Donne! pulitevi le unghie.
Voi pulite il dente del cane e il tallone del gatto.
Perchè gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perchè dovrebbero amare le sue leggi?
Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare.
E' gentile dove essi sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri.
Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli.
Essi cercano sempre d'evadere
Dal buio esterno e interiore
Sognano sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono.
Ma l'uomo che è adombrerà
L'uomo che vorrebbe essere.
E il Figlio dell'Uomo non fu crocifisso una volta per tutte:
Ma il Figlio dell'Uomo è sempre crocifisso
E ci saranno sempre Martiri e Santi.
E se il sangue dei Martiri deve scorrere sui gradini
Dobbiamo prima costruire i gradini;
E se il Tempio dev'essere abbattuto
Dobbiamo prima costruire il Tempio.




T.S.Eliot.

"Coruses from the Rock"

(Cori da "la Rocca" )



[DIVO ALOYSIO GIUSSANEO DICATUM]

martedì, febbraio 21, 2006

dei Sepolcri, VII

Ovvero:
Apparato funebre in morte di Monsignor Paul Marcinkus.
Presidente emerito della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano e presidente emerito dello I.O.R.

Perdere la trebisonda 3

Vite Parallele /5

Nell'estate del 1963 due giovanissimi cawboy si recano in Wayoming alla ricerca di un lavoro.
Vengono ingaggiati per portare in alta montagna le greggi.
Uno di loro due deve passare la notte con le pecore per evitare che vengano sbranate o rubate, ma poichè ciò è contrario alle leggi, non può accendere il fuoco per scaldarsi, e tutte le mattine deve smontare la tenda per non essere scoperto dalla Guardia forestale.
La mattina, poi, può scendere più a valle, dove si trova l'altro cawboy il quale si occupa delle vettovaglie, ma deve tornare ai pascoli prima che faccia buio.
Una sera, avendo fatto tardi il cawboy è costretto rimanere a valle.
A questo punto l'altro mandriano gli propose di dormire nella stessa tenda poichè stando vicini avrebbero sopportato meglio il gelo.
Lo sventurato rispose.

Dopo quella notte fu più facile trovare scuse per non tornare la sera a dormire ai pascoli, cosicchè a causa di un temporale notturno le pecore, lasciate senza guida, si dettero alla fuga andandosi a mischiare con altri armenti. Il mattino dopo i due mandriani ebbero la fastidiosa incombenza di riuscire a recuperare nel mucchio indistinto le pecore che avrebbero dovuto sorvegliare.

Il padrone delle pecore, intuisce che i due cawboy avevano escogitato un modo tutto loro per "ammazzare il tempo" in montagna, e dà ordine di terminare la transumanza un mese in anticipo (e perciò facendo perdere ai due un mese di stipendio).
Il proprietario si accorge, inoltre, che molte delle pecore tornate a valle non sono quelle
che erano partite mesi prima per Brokeback Montain e (intuendo cosa era avvenuto) rimprovera i due giovani mandriani di non aver avuto, nella confusione generale, nemmeno l'abilità e la furbizia ad arraffare qualche pecora in più.


"In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante.
Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce.
Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei".
Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro."
(Gv 10,1-6)

lunedì, febbraio 20, 2006

dei Sepolcri, VI

Prima ancora che nel 1948, per speciale indulto pontificio, lasciasse la congregazione delle suore Dorotee per abbraccare la clausura nel Carmelo di Coimbra, suor Lucia Dos Santos aveva già dato l'assenso al desiderio di monsignor Correira da Silva, vescovo di Leiria-Fatima, di tumulare tutti e tre i pastorelli, che nel 1917 ebbero le apparizioni della Santa Vergine, all'interno del Santuario di Nostra Signora del Rosario di Fatima. Suor Lucia del Cuore Immacolato espresse solo la richiesta che la propria tomba fosse accanto a quella della tanto amata cuginetta Giacinta.

Così più di cinquant'anni prima della sua morte era pronta la tomba della più longeva dei tre veggenti. Tomba che la stessa suor Lucia ha avuto più volte occasione di poter vedere personalmente recandosi a Fatima, per speciale deroga dalla clausura monastica, in occasioni delle visite dei pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II al santuario portoghese.
Nel transetto di destra si trova la tomba di Francesco Marto, di fronte , dall'altro lato dell'altare maggiore, la tomba della sorellina Giacinta Marto ed accanto una tomba gemella ma la cui lapide è rimasta per decenni senza alcuna iscrizione.

La novantasettenne monaca carmelitana, che lucida quasi fino alla fine dichiarò di offrire le proprie sofferenze e la vita stessa secondo le intenzioni del papa Giovanni Paolo II gravemente infermo e ricoverato al Policlinico Gemelli, morì il 13 febbraio 2005.
Le consorelle chieserò di poter tenere almeno per un anno le spoglie di suor Lucia presso il monastero S.Teresa di Coimbra. Così è stato, ed un anno e sei giorni dopo il feretro della veggente, portato a spalla, e sotto l'imperversare della pioggia e della grandine, ha fatto solennemente ingresso nella vasta piazza del santuario di Fatima.

Sulla pietra tumulare, che pesa circa 400 chili, si potrà d'ora innanzi leggere:
“Suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato. A cui è apparsa Nostra Signora. 22 marzo 1907 – 13 febbraio 2005. Traslata in questa Basilica il 19 febbraio 2006”. Sulla lapide di Giacinta e Francesco c’è un’altra iscrizione: “Beatificato(a) il 13 maggio 2000”.

Giacinta sepolta accanto a suor Lucia morì il 20 febbraio 1920. Il motivo per cui la traslazione è avvenuta il 19 febbraio è per avere al santuario le reliquie di suor Lucia il 20 febbraio che è la data scelta per la festa liturgica dei due beati pastorelli Francesco e Giacinta.
La Beata Giacinta aveva più volte confidato alla cugina Lucia di aver ricevuto ancora visite dalla Madonna, nelle quali la Signora le prediceva grandi sofferenze, ma le assicurava la ricompensa del Paradiso.
Anche la lapide di suor Lucia che ammise di aver rivisto altre volte la Santa Vergine dopo il 1917, aspetta che anche qui venga incisa la data della beatificazione.



San Josè Maria Escrivà de Balaguer non aveva una eccelsa considerazione per le suore, diceva spesso alle numerarie dell'Opus Dei: "Figlie mie, non mi diventate sciocche com le suore"; solo per "suor Lucia del Portogallo" aveva una speciale considerazione e la andava a trovare sovente."Non perchè ha visto la Madonna ma perchè ci ama molto", spiegava ai membri dell'Opera. Comunque suor Lucia, pur avendo stima per l'apostolato dell'Opus Dei: "E' un pò sciocchina ma è una brava donna" rimarcava "el fundadòr".
Una volta l'umile carmelitana gli disse:
"Don Josè Maria, lei con tutte le sue cose ed io con tutte le mie, potremmo finire anche noi all'inferno".

domenica, febbraio 19, 2006

giovedì, febbraio 16, 2006

Croce e delizia



"Al riguardo, più volte la Corte costituzionale ha riconosciuto nella laicità un principio supremo del nostro ordinamento costituzionale, idoneo a risolvere talune questioni di legittimità costituzionale (ad esempio, tra le tante pronunce, quelle riguardanti norme sull’obbligatorietà dell’insegnamento religioso nella scuola, o sulla competenza giurisdizionale per le cause concernenti la validità del vincolo matrimoniale contratto canonicamente e trascritto nei registri dello stato civile).
Trattasi di un principio non proclamato expressis verbis dalla nostra Carta fondamentale; un principio che, ricco di assonanze ideologiche e di una storia controversa, assume però rilevanza giuridica potendo evincersi dalle norme fondamentali del nostro ordinamento. In realtà la Corte lo trae specificamente dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost.
Il principio utilizza un simbolo linguistico (“laicità”) che indica in forma abbreviata profili significativi di quanto disposto dalle anzidette norme, i cui contenuti individuano le condizioni di uso secondo le quali esso va inteso ed opera. D’altra parte, senza l’individuazione di tali specifiche condizioni d’uso, il principio di “laicità” resterebbe confinato nelle dispute ideologiche e sarebbe difficilmente utilizzabile in sede giuridica.
In questa sede, le condizioni di uso vanno certo determinate con riferimento alla tradizione culturale, ai costumi di vita, di ciascun popolo, in quanto però tale tradizione e tali costumi si siano riversati nei loro ordinamenti giuridici. E questi mutano da nazione a nazione.
Così non v’è dubbio che in un modo vada inteso ed opera quel principio nell’ordinamento inglese, laico, benché strettamente avvinto alla chiesa anglicana, nel quale è consentito al legislatore secolare dettare norme in materie interne alla chiesa stessa (esempio relativamente recente è dato dalla legge sul sacerdozio femminile); in altro modo nell’ordinamento francese, per il quale la laicità, costituzionalmente sancita (art. 2 Cost. del 1958), rappresenta una finalità che lo Stato potrà perseguire, e di fatto ha perseguito, anche con mortificazione dell’autonomia organizzativa delle confessioni (lois Combes) e della libera espressione individuale della fede religiosa (legge sull’ostensione dei simboli religiosi); in altro modo ancora nell’ordinamento federale degli Stati Uniti d’America, nel quale la pur rigorosa separazione fra lo Stato e le confessioni religiose, imposta dal I emendamento alla Costituzione federale, non impedisce un diffuso pietismo nella società civile, ispirato alla tradizione religiosa dei Padri pellegrini, che si esplica in molteplici forme anche istituzionali (da un’esplicita attestazione di fede religiosa contenuta nella carta moneta - in God we trust -, al largo sostegno tributario assicurato agli aiuti economici elargiti alle strutture confessionali ed alle loro attività assistenziali, sociali, educative, nell’orizzonte liberal privatistico tipico della società americana); in altro modo, infine, nell’ordinamento italiano, in cui quel simbolo linguistico serve ad indicare reciproca autonomia fra ordine temporale e ordine spirituale e conseguente interdizione per lo Stato di entrare nelle faccende interne delle confessioni religiose
(artt. 7 e 8 Cost.); tutela dei diritti fondamentali della persona (art. 2), indipendentemente da quanto disposto dalla religione di appartenenza; uguaglianza giuridica fra tutti i cittadini, irrilevante essendo a tal fine la loro diversa fede religiosa (art. 3); rispetto della libertà delle confessioni di organizzarsi autonomamente secondo i propri statuti purché non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano (art. 8, 2° co.), e per tutti, e non solo per i cittadini, tutela della libertà in materia religiosa, e cioè di credere, non credere, di manifestare in pubblico o in privato la loro fede, di esercitarne il culto (art. 19); divieto, infine, di discriminare gli enti confessionali a motivo della loro ecclesiasticità e del fine di religione o di culto perseguito (art. 20).

(...)Ne deriva che la laicità, benché presupponga e richieda ovunque la distinzione fra la dimensione temporale e la dimensione spirituale e fra gli ordini e le società cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti nel tempo e uniformi nei diversi Paesi, ma, pur all’interno di una medesima “civiltà” , è relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com’è al divenire di questa organizzazione
(in modo diverso, ad esempio, dovendo essere intesa la laicità in Italia con riferimento allo Stato risorgimentale, ove, nonostante la confessionalità di principio dello stesso, proclamata dallo Statuto fondamentale del Regno, furono consentite discriminazioni restrittive in danno degli enti ecclesiastici, e con riferimento allo Stato odierno, sorto dalla Costituzione repubblicana, ed ormai non più confessionale, ove però quelle discriminazioni non potrebbero aversi).

Quale poi dei sistemi giuridici ora ricordati, o di altri ancora qui non considerati, sia meglio rispondente ad un’idea astratta di laicità, che alla fine coincide con quella che ciascuno trova più consona con i suoi postulati ideologici, è questione antica; una questione che però va lasciata alle dispute dottrinarie.
In questa sede giurisdizionale, per il problema innanzi ad essa sollevato della legittimità della esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, disposto dalle autorità competenti in esecuzione di norme regolamentari, si tratta in concreto e più semplicemente di verificare se tale imposizione sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di “laicità” che connota oggi lo Stato italiano, ed al quale ha fatto più volte riferimento il supremo giudice delle leggi.
È evidente che il crocifisso è esso stesso un simbolo che può assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo ove è posto
In un luogo di culto il crocifisso è propriamente ed esclusivamente un “simbolo religioso”, in quanto mira a sollecitare l’adesione riverente verso il fondatore della religione cristiana.
In una sede non religiosa, come la scuola, destinata all’educazione dei giovani, il crocifisso potrà ancora rivestire per i credenti i suaccennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile. In tal senso il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte “laico”, diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni.
Ora è evidente che in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana. Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i “Principi fondamentali” e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano.

Il richiamo, attraverso il crocifisso, dell’origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani, serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l’autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicità che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell’ordine temporale rispetto all’ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica “laicità”, confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall’ordinamento fondamentale dello Stato italiano.
Essi, pertanto, andranno vissuti nella società civile in modo autonomo (di fatto non contraddittorio) rispetto alla società religiosa, sicché possono essere “laicamente” sanciti per tutti, indipendentemente dall’appartenenza alla religione che li ha ispirati e propugnati.
Come ad ogni simbolo, anche al crocifisso possono essere imposti o attribuiti significati diversi e contrastanti, oppure ne può venire negato il valore simbolico per trasformarlo in suppellettile, che può al massimo presentare un valore artistico. Non si può però pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come ad una suppellettile, oggetto di arredo, e neppure come ad un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come ad un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato.
Nel contesto culturale italiano, appare difficile trovare un altro simbolo, in verità, che si presti, più di esso, a farlo;
e l’appellante del resto auspica (e rivendica) una parete bianca, la sola che alla stessa appare particolarmente consona con il valore della laicità dello Stato.
La decisione delle autorità scolastiche, in esecuzione di norme regolamentari, di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicità proprio dello Stato italiano.
La pretesa che lo Stato si astenga dal presentare e propugnare in un luogo educativo, attraverso un simbolo (il crocifisso), reputato idoneo allo scopo, i valori certamente laici, quantunque di origine religiosa, di cui è pervasa la società italiana e che connotano la sua Carta fondamentale, può semmai essere sostenuta nelle sedi (politiche, culturali) giudicate più appropriate, ma non in quella giurisdizionale.
In questa sede non può, quindi, trovare accoglimento la richiesta dell’appellante che lo Stato e i suoi organi si astengano dal fare ricorso agli strumenti educativi considerati più efficaci per esprimere i valori su cui lo Stato stesso si fonda e che lo connotano, raccolti ed espressi dalla Carta costituzionale, quando il ricorso a tali strumenti non solo non lede alcuno dei principi custoditi dalla medesima Costituzione o altre norme del suo ordinamento giuridico, ma mira ad affermarli in un modo che sottolinea il loro alto significato.(...)


Così deciso in Roma, il 13 gennaio 2006 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) nella Camera di Consiglio"

martedì, febbraio 14, 2006

Visioni private /7


Ovvero: come, di fronte alla provocazione dell'infido filosofo Gianni Vattimo, risponda il mite filosofo Buttiglione.

"Rocco Buttiglione - Cosa direbbe Ratzinger del film “Brokeback Mountain”? Provo a rispondere, a partire proprio dall’enciclica e dal Simposio di Platone. Socrate è attratto da Alcibiade, vuole essere suo amico, e anche Alcibiade è attratto da lui, tanto da offrirgli un rapporto omosessuale. Tra di loro c’è eros. Ma Socrate risponde che l’oggetto del suo amore non è il corpo dell’amico ma la sua anima. L’enciclica parla dell’eros (omosessuale o eterosessuale, non ha importanza) come di un dato di partenza che ha bisogno di essere purificato e illuminato dalla preoccupazione per il vero bene della persona amata. Il tema della legge qui non è centrale ed è importante che non lo sia. Si parla dell’essenza dell’amore, che ha una forte componente egoistica (“voglio l’altro per me”) e che può diventare “voglio essere io per lui”: sono pronto a sacrificare, a offrire me stesso perché si compia il suo destino, il suo bene. Si realizza così il passaggio da eros ad agape. L’amore per se stessi diventa l’amore come offerta di se stessi. Le due cose non si lasciano tagliare con il coltello né dividere nettamente. In ogni eros vero c’è un momento di agape e in ogni agape c’è sempre un momento di eros.
Il bene dell’altro à riconosciuto anche come il mio bene. Questa struttura si applica anche a “Brokeback Mountain”. L’amore è sempre positivo, ma in che modo si purifica e diventa vero, in che modo eros diventa agape? Le questioni della morale sessuale arrivano dopo. La Chiesa non vuole la svalutazione dell’eros, vuole il compimento dell’eros, che diventa possibile perché in ogni eros vero c’è un movimento che lo porta a trasformarsi in agape. L’esperienza umana è però quella del fallimento, delumano.l’insufficienza, del fatto che quel passaggio di norma fallisce. La stessa saggezza popolare suggerisce che chi ama di più soffre di più, ci dice di non credere nell’amore.
Attenti, allora, a dire che se non ci fossero i preti tutti sarebbero cristiani. Il passaggio all’agape è un passaggio di dolore, è la croce, e senza croce quel passaggio non è possibile.
Oltre a Platone, sullo sfondo dell’enciclica c’è poi Pascal. “Amerai il prossimo tuo come te stesso” è qualcosa che appare contraddittorio in se stesso: l’amore non si può realizzare con un atto di volontà, a comando. E’ reso però possibile da un amore vincitore che mi ama per primo: è l’amore di Dio che offre suo Figlio, fino alla morte sulla croce, perché l’uomo possa credere nell’amore. E’ questo il perno di tutta l’enciclica. Eros e agape così come sono concepiti nel mondo classico non bastano. Sono lo sfondo sul quale si proietta un avvenimento unico e irripetibile: c’è un uomo, Gesù Cristo, che ci ama fino in fondo e dà a noi, come risposta al suo amore, la capacità dell’amore vero."

( da "DEUS CARITAS SET.Chiacchiere umanistiche su eros, agape e Brokeback Mountain" sul Foglio di sabato 28 gennaio 2006)

visioni private /6

Ovvero:
come la professoressa di Storia Moderna, Lucetta Scaraffia (sempre più in odore di santità) continui ad andare al cinema ed a comparare la contemporanea rapprentazione filmica dell'amore umano con il "de amore cristiano" esposto dall'enciclica ratzingeriana.




"A riguardo dell’amore c’è un termine cattolico che la modernità non riesce a capire: sacramento

Leggere la “Deus caritas est” dopo avere visto “Match point” o “I segreti di Brokeback Mountain”, significa rendersi conto che Benedetto XVI ha risposto con chiare parole al male del nostro secolo, la contraffazione del concetto di amore.
I due film costituiscono infatti una perfetta sintesi del modo in cui oggi, nell’occidente che si propone come modello al mondo intero, vissuto l’amore: da una parte, la spietata analisi del rapporto di coppia, dove l’eros, divenuto strumento, si alterna con la manipolazione egoistica di un altro essere umano ai propri fini di piacere; dall’altra, l’esaltazione del vero amore, che ormai sembra possa essere vissuto soltanto dagli omosessuali, in apparenza gli unici rimasti ad aspirare con entusiasmo al matrimonio.
In questo il contesto culturale, il Papa ricorda il senso profondo dell’innovazione che il cristianesimo ha portato nel matrimonio, in un mondo pagano che per molti aspetti lo viveva con modalità simili alle nostre.
Benedetto XVI affronta nella prima parte dell’enciclica il tema che oggi è oggetto di una delle più gravi fratture fra il pensiero cattolico e la modernità, cioè il rapporto amoroso fra un uomo e una donna. Secondo critiche ormai radicate in un modo di pensare molto diffuso, la Chiesa appare infatti come una istituzione che dice sempre no alle aperture proposte dalla società laica – dall’uso di anticoncezionali artificiali all’aborto, dal libero amore al divorzio e all’accettazione dell’omosessualità come normalità – ma che non ha poi molto da proporre in cambio di questi rifiuti. Un’istituzione composta per di più da uomini celibi, che si permettono di parlare di qualcosa che non conoscono, di entrare in un campo, quello della vita sessuale fra donne e uomini, dal quale dovrebbero tenersi fuori.
Il Papa invece, con le sue parole nette e pacate, ricorda che nella tradizione cristiana la sessualità viene individuata non solo come un aspetto della natura umana, ma come il nodo fondamentale della vita, il punto in cui corpo e spirito si intrecciano e sul quale, quindi, si può e si deve agire per procedere nel cammino spirituale.
[...] E’ nell’esperienza dell’amore, del quale fa parte anche la passione sessuale, che l’individuo acquisisce un sapere essenziale, quello del sacrificio e del dono di sé.

Il mistero del matrimonio

Solo staccandosi da sé, rinunciando a sé, rimettendo il proprio destino nelle mani di un altro, il soggetto può dare un senso all’esistenza.
Il rapporto di coppia si trasforma, con il cristianesimo, da evento naturale e sociale in legame sacro, per il quale viene utilizzato il termine greco “mystèrion”, che in latino verrà tradotto con “sacramentum”.
Il “segreto” del matrimonio sta nel sacramento, cioè nel dono di una grazia che trasforma nell’intimo. Per questo nella tradizione latina – diversamente dagli altri sacramenti nei quali ministro è il sacerdote o il vescovo – nel matrimonio i ministri sono gli sposi stessi, trasformati dall’intervento di Dio. Lo scrive con limpidezza Romano Guardini: “Il matrimonio non è meramente l’adempimento dell’amore nella sua immediatezza, che porta uomo e donna a unirsi, ma la loro lenta trasformazione che si compie nello sperimentare la realtà”. Una trasformazione del modo di concepire l’atto sessuale ben spiegata da quelli che i teologi medievali avevano identificato come i fini del matrimonio: costituire una famiglia rivolta al futuro attraverso la procreazione; la fedeltà reciproca, che significa anche potersi fidare l’uno dell’altro nelle traversie della vita; infine il sacramento come presenza di Dio che aiuta i coniugi a realizzare quanto di buono può venire dal rapporto d’amore fra una donna e un uomo, imperfetti e deboli come tutti gli esseri umani.
L’idea che liberare gli esseri umani da ogni proibizione nel comportamento sessuale avrebbe aperto le porte alla felicità alla concordia è un’utopia smentita dall’aumento del numero dei divorzi, dai problemi delle famiglie spezzate e del destino dei figli: lo sperimentiamo quotidianamente nella nostra società disperata e disperante, senza vie d’uscita, perché la libertà individuale non viene mai messa in discussione come valore supremo a cui aspirare e uniformarsi. Si è cercato di togliere dal matrimonio tutto ciò che costituiva rinuncia e sacrificio, quanto sembrava incompatibile con il progetto di realizzazione individuale, e lo si è svuotato del suo vero significato.

Benedetto XVI ci ricorda il nucleo centrale dell’insegnamento cristiano, cioè che eros e agape non solo devono stare insieme, ma anche aprirsi all’amore di Dio, alla carità. E ce lo dice senza ideologia, senza contrapporre una interpretazione a un’altra, ma ricordando che l’amore è un’esperienza concreta che si vive e si riconosce, che quasi si tocca con mano, non un’idea come un’altra da provare e magari criticare, non un’esperimento sociale, non un’utopia."

(da il Foglio di sabato 4 febbraio 2006)

domenica, febbraio 12, 2006

Ciao Darwin

Ovvero: "Fatti non foste a viver come bruti"

Il 12 febbraio del 1809 nasceva a Shrewsbury (Shropshire) in Inghilterra Charles Robert Darwin.
[...]il 197° anniversario della sua nascita [...] sarà celebrato con commossa memoria il Darwin’s Day, in Italia e nel mondo.
Perché tanta solennità e tanta fretta nel glorificare il grande naturalista inglese? Si potevano aspettare quei tre anni mancanti, per una commemorazione più tonda.
E poi perché un “Day” per Darwin e non per Galileo o Newton o Einstein? Gli organizzatori ritengono evidentemente che i tempi incalzino, che il grande naturalista inglese sia minacciato e bisogni correre alle difese, mentre Galileo, Newton e Einstein possano dormire in pace. Chi minaccia Darwin? I creazionisti americani? Forse l’Intelligent Design di Seattle?
O preoccupano di più le parole di Papa Ratzinger a Piazza San Pietro: “Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione”?. Già nel quarto secolo, ricorda il Papa, San Basilio Magno rimproverava ai seguaci di Ario che essi: “…immaginavano l’universo privo di guida e di ordine, come in balìa del Caso.” [...]

La mia ipotesi è che il darwinismo stia cedendo dal suo interno.
Ogni successo o scoperta della biologia è ormai da tempo accreditata a Darwin, e ciò è comprensibile se la biologia è sempre più intesa come “nota in calce” alla teoria dell’evoluzione. (Dawkins). Quello che si sta dissolvendo è l’impianto teorico della dottrina, che per il vero è sempre stato travagliato.

Mezzo secolo fa, nel centenario dell’uscita de “L’Origine delle Specie” di Darwin (1859), il biologo canadese W.H. Thompson, incaricato di stendere una prefazione alla riedizione, lamentava: “Questa situazione, dove uomini si riuniscono in difesa di una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico… è anomala e indesiderabile nella scienza.”
Bisogna riconoscere a Darwin il gran merito storico di aver svincolato le epoche della vita dalla teologia. Non ritenne tuttavia, e questo va ancora a suo merito, che la sua teoria fosse incrollabile. Anzi scrisse: “Se potesse essere dimostrato che esistesse qualche organo complesso che non avrebbe potuto essere formato attraverso leggere modifiche, numerose e successive, la mia teoria crollerebbe definitivamente.”[...]
Col passare dei decenni, “tutte” le sue proposte [di Darwin] sono state contraddette, non dai creazionisti, ma dai darwinisti stessi. La trasmissione dei caratteri acquisiti (teorizzata nella teoria della Pangenesi), l’onnipotenza della selezione naturale, il gradualismo delle trasformazioni, le forme intermedie, la tendenza al progresso, la discesa dell’uomo dalla scimmia… tutte queste cose giacciono nei polverosi musei della scienza, sostituite da nozioni che col Darwin storico non hanno più alcuna relazione.
E come allora si sostiene la Grande Teoria?
Contrapponendosi all’ingenuità di un Creazionismo letterale, che sbriga la creazione del cosmo, della vita e dell’uomo in sei giorni e misura la durata dell’universo in poco più di quattromila anni. Per tenersi in piedi, il darwinismo preferisce andare a cercare i suoi antagonisti in sinagoga o in sagrestia, piuttosto che nei laboratori dei ricercatori innovativi. E intanto elargisce premi e celebra giornate di gloria. A parte la disperazione che il darwinismo ha prodotto nei fedeli, privati del loro Dio, della loro anima, della loro fede, dell’aldilà, di tutte le loro virtù (tra cui quella di non opprimere i deboli), rimasti senza bellezza, speranza e significato, a parte tutto questo, nessuno si è curato della legittimazione che il darwinismo offriva al razzismo, alla sopraffazione, all’egoismo.
Scrisse Darwin, nel suo “Descent of Man”, e lo ripeterò sino alla noia: “Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta (e), tra qualche tempo a venire, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge”, e così l’uomo sarà innalzato, perché la sua superiorità non si misurerà dalla differenza tra il negro e lo scimpanzé, ma tra quella tra il bianco caucasico e il babbuino (oltre al negro, anche le scimmie antropomorfe saranno state eliminate). Anche in questa previsione Darwin ha sbagliato. Queste frasi vanno tuttavia fatte presenti a coloro che hanno richiesto che Darwin fosse insegnato ai bambini delle scuole elementari.

Voglio ricordare ai celebratori del darwinismo quel che accadeva in Inghilterra e in America cent’anni fa, nel 1906. Nelle vicinanze della cittadina di Piltdown si cominciavano a scoprire i resti del teschio di una specie nuova, l’uomo-scimmia di Piltdown o ‘Eoanthropus dawsoni’, che ebbe l’onore di quarant’anni di esposizione al
Museo di Storia Naturale di Londra, di menzione su tutti i libri di testo, finché nel 1953 si scoprì essere un volgare falso, un montaggio della volta cranica di un aborigeno australiano con la mandibola di un orango del Borneo, in cui era incastonato un dente manipolato.

Nello zoo del Bronx, a New York, era intanto esposto nudo al pubblico, in una gabbia insieme a un orango e uno scimpanzé, un pigmeo del Congo, come esempio di anello intermedio tra la scimmia e l’uomo, con il beneplacito della Società Zoologica Americana. Si chiamava Ota Benga e morì suicida.

Darwin ha fatto il suo tempo, e non ha portato né la soluzione dei problemi delle origini, né la probità nella biologia, né la pietà nel mondo.
Il mio modesto consiglio è quello di dare alla sua tomba le debite onoranze… e di dimenticarlo.
Giuseppe Sermonti

(il Foglio, sabato 11 febbraio 2006)

venerdì, febbraio 10, 2006

Sonetos Fùnebres V



Termino ricordando con commozione le parole pronunciate da sua madre, Maria Polselli vedova Santoro: “La mamma di Don Andrea perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è amore”.
(Camillo Card. Ruini omelia nella messa esequiale di don Andrea Santoro, basilica di San Giovanni in Laterano, 10 febbraio 2006)

giovedì, febbraio 09, 2006

Benedictus benedicat III



"Colpisce innanzitutto la prontezza con cui la diplomazia vaticana, sia pure nell’impossibilità di avere un peso politico di qualche rilievo nel quadro di una guerra già scoppiata, colse le dimensioni della tragedia che si stava abbattendo sugli armeni. Le deportazioni ebbero inizio il 24 aprile 1915, e nonostante le comunicazioni fossero precarie e difficili, Benedetto XV, che aveva molto a cuore l’Oriente cristiano – fu lui a dare vita al Pontificio Istituto orientale di Roma –, fece il suo primo intervento pubblico sulla questione il 6 dicembre, al Concistoro dei cardinali, pronunciando una frase che è quasi una definizione ante litteram del termine genocidio: «Miserrima armenorum gens ad interitum prope ducitur»
L’infelicissimo popolo armeno è condotto alla soglia dell’annientamento»).
La lettera che indirizzò al sultano
è un capolavoro di delicata abilità diplomatica, benché fosse chiaro che il sovrano era ormai un fantoccio nelle mani di altri. E non va dimenticato neppure il contributo dato da Pio XI al ricovero di tanti orfani armeni dopo la guerra, per i quali aprì la villa di Castel Gandolfo. A un prelato che gli faceva osservare che stava dando ospitalità a “figli di eretici”, il Papa rispose, battendo energicamente il pugno sul tavolo, che si trattava piuttosto di figli di martiri..."


(30 Giorni, giugno 2005)

perdere la trebisonda 2

Forse sarà una leggenda, forse sarà una esagerazione, ma alcuni sostengono che all'arrivo degli Ottomani invasori nella regione anatolica con capitale la città di Trebisonda, essendo popolata da cristiani, i Turchi vollero convertire all'Islam gli abitanti con le buone o con le cattive maniere.
A Trebisonda, si dice per paura, il vescovo e i dignitari si fecero musulmani, seguiti da tutta la popolazione. Per premio il vescovo venne eletto Pascià.
Dallo straniamento provocato dalla vicenda nascerebbe il detto "perdere la trebisonda"

perdere la trebisonda 1

"In lingua italiana il nome, sostantivato, della città viene utilizzato nella frase "perdere la trebisonda" con utilizzo e significato analogo a quello di "perdere la bussola" (o "la tramontana"): essere disorientati o confusi e con il significato aggiuntivo di perdere il controllo, inquietarsi. Ciò deriva dal fatto che, anticamente, la città di Trebisonda costituiva un importantissimo punto di riferimento visivo per le navi che percorrevano quelle rotte: se mancato, spesso si verificavano tragici naufragi lungo le coste circostanti."

(Wikipedia)

mercoledì, febbraio 08, 2006

Vite Parallele 4

Ovvero: LO SFREGIO ALLA SACRA ICONA



Il 30 settembre 2005 il giornale danese Jyllands-Posten pubblicò 12 vignette caricaturali sulla religione islamica col titolo: "I volti di Maometto". Come segno di solidarietà per le continue proteste di piccoli gruppi mussulmani domiciliati in Danimarca , i cugini norvegesi, giornalisti del "Magazinet", il 10 gennaio 2006 hanno ripublicato le vignette, acuendo così le proteste islamiche.
Sarà la prossimità del Carnevale, ma dal primo febbraio 2006 le varie redazioni giornalistiche europee han tirato fuori il costume da Giovanna d'Arco e, brandendo lo stendardo della libertà d'espressione, hanno ripubblicato le vignette per solidarietà con i colleghi scandinavi.
Soprattutto in quel Nord-Europa dove spesso capita che le chiese vengano demolite perchè non ci son più fedeli che le frequenti, è parso assurdo che cisiano "ancora" persone in grado di protestare pubblicamente per un'offesa del proprio sentimento religioso (che in Occidente, tra tutti i sentimenti è considerato il più intimo e privato).
Immediatamente, al dilagare delle vignette -e delle proteste- il Presidente afgano Hamid Kazai, interprete dei sentimenti nazionali ha affermato che: "ogni insulto al Profeta, la pace sia con lui, è un'insulto ad oltre un miliardo di persone e un'azione come questa non dovrebbe ripetersi".
Il Presidente egiziano Mubarak ha ammonito l'Occidente di non continuare a difendere la legittimità della publicazione delle vignette in nome della libertà d'espressione, perchè "così si darà un'ottima scusa a estremisti e terroristi" che , come puntualmente è avvenuto, avrebbero fomentato l'odio antioccidentale delle masse islamiche.
Il premier turco Erdogan si è prontamente ploclamato scioccato per la pubblicazione delle immagini "blasfeme", sostenendo che questo episodio era un lampante esempio che: "ci dovrebbe essere un limite alla libertà di stampa".
Queste le prime reazioni di alcuni leader politici islamici che in Occidente sono consideati tra i più moderati, i quali, però, si sono ben guardati dallo spiegare ai loro sudditi - pardòn: concittadini- che in regime di democrazia esiste una netta distinzione tra il Pubblico ed il privato; che una cosa è il "reato" commesso da un privato cittadino di uno Stato altra invece la responsabilità politica del Governo dello Stato stesso. Tale dottrina il capo del governo danese, Rasmussen, si è subito prodigato di chiarificare ai Mass Media arabi: il primo Ministro danese s'è dichiarato personalmente dispiaciuto e comprensivo dei sentimenti islamici ma quale capo del Governo non può assumersi alcuna responabilità dei fatti ne tantomeno - Codice di Procedura Penale alla mano- ha alcuna autorità per punire i giornalisti blesfemi.
Il povero Rasmussen è apparso agli interlocutori arabi come un pazzo delirante: che capo del Governo sei se non hai l'autorità sovrana di sbattere in galera chi più ti aggrada e per quale motivo più ti piace?
O peggio, Rasmussen è stato visto dai telespettatori islamici come un presuntuoso crociato - e se qualcuno ha qualche dubbio si guardi la bandiara danese - che nasconde dietro la scusa della Democrazia il suo disprezzo anti-islamico.
Nel frattempo, e nei giorni a seguire, c'è stato un continuo rimbalzare sui Media delle notizie di manifestazioni di protesta nel Vicino e nell'Estremo Oriente sfociate in atti di violenza alle rappresentanze diplomatiche europee e danesi in particolare.
E mentre centinaia di studenti pachistani ed indonesiani urlavano di essere pronti a partire per la guerra santa, si faceva assordante la reticenza dei mussulmani residenti nelle Nazioni democratiche e liberali dell'Europa. A questi ultimi gli intellettuali ed i politici rivolgono l'ammonimento che la libertà di cui godono in Occidente ha un prezzo. La libertà non è gratis! Ed il prezzo da pagare è la tolleranza delle opinioni altrui.


Erano le 14:30 di domenica 29 gennaio quando Simona Ventura conduttrice della trasmissione televisiva "Quelli che il calcio", in onda su raidue, si è collegata con la signora Rosa Berlusconi.
L'anziana signora, ben cotonata, in elegante abito scuro, con una collana di perle, sprofondata in un'enorme poltrona blu ed oro che parla con un pesante accento milanese non è in realtà la novantacinquenne madre di Silvio Berlusconi ma l'attrice comica Lucia Ocone.
Al pari di Max Giusti, Lucia Ocone interagisce nel programma calcistico di Simona Ventura con delle parodie di personsggi famosi, e così, dopo la parodia di Eva Henger, di Madonna e di Anna Moroni ecco che la giovane attrice romana impersona la nonagenaria matriarca della famiglia Berlusconi.

L'idea della parodia non nasce dal nulla ma segue una settimana di articoli giornalistici -molti i faceti- sulle indiscrezioni che vorrebbero "mamma Rosa" lamentare la mancanza di riconoscenza di molti uomini pubblici che devono la loro carriera al suo figliolo Silvio che quando era imprenditore tanto li aveva beneficati.
La signora Rosa esordisce dicenso che in Italia economicamente si stà bene e che lei con la sua pensione minima arriva tranquillamente alla fine del mese.
« Fu mi tus cos! Faccio tutto io! Conto l’argenteria, spolvero il televisore Luigi XVI che mi ha regalato il Paolino... è originale, sa? Vu al mercà a fa’ la spesa... e sto attenta ai prezzi, sa? ». Ironizzando sul fatto che i l presidente del Consiglio ha più volte suggerito alle casalinghe di fare il giro dei mercati per risparmiare, confida Rosa: «L’ortolano el me vureva fa’ pagà un chilo di mele 2 euro... Ué ma schersum ? Sono d’oro? Allora ho fatto il giro dei mercati con l’aereo di mio figlio e in Francia ho trovato le mele a 2 euro al chilo».
Poi si mostra preoccupata per il cumulo di lavoro che pesa sul suo povero Silvio:
«C’ha intorno più servi lui che la Regina Madre, ma alla fine è sempre lui che deve fare tutto! Emilio corri di qui, Paolino gira di là, Vittorio fa minga inscì , ma niente! Alla fine Silvio deve scrivere le notizie, fare i programmi, fare le leggi».

L'esilerante parodia ha fatto infuriare molti berlusconiani di cui s'è fatto interprete il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, che ha parlato di "satira politica a senso unico che ha fatto un ulteriore salto sul terreno dell’inciviltà" dissacrando il profondo legame madre-figlio, seppur di un personaggio pubblico.

Cicchitto ha ribadito che "mai era avvenuto che fossero presi di mira parenti di leader politici. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la satira politica ma solo con la stupidità, un’infinita faziosità e uno straordinario cattivo gusto".
I dirigenti Rai hanno convenuto che sia stata una satira di basso livello quella di Lucia Ocone che ha impunemente ridicolizzato le ambasce di una mamma novantacinquenne per il suo bambino settantenne.
Gli autori del programma di Simona Ventura hanno assicurato che la parodia non sarebbe stata mai più riporoposta.

martedì, febbraio 07, 2006

C'è del marcio in Danimarca

OVVERO: L'INVENZIONE DELLA VERA ICONA

"Chi è Abu Laban, imam a Copenaghen
E’ tutto partito da un uomo solo. L’imam palestinese Abu Laban, a Copenhagen da ormai dodici anni, è per i danesi la faccia più familiare dell’islam. Negli anni si è saputo costruire l’immagine di religioso moderato e fino a qualche giorno fa era invitato regolarmente nei salotti televisivi e nei meeting ufficiali con alti rappresentanti del governo. Nonostante il danese stentato, Abu Laban era il cocco dell’intelligenzia locale; era l’uomo-ponte tra le due culture. A settembre, quando uscirono le fatidiche vignette, Laban fu pronto a organizzare manifestazioni di protesta, ma il governo e i media danesi, presi dalle elezioni locali, lo ignorarono. L’imam della moschea danese – un qaidista in sonno, pronto ad accendere il fuoco un pericoloso jihad culturale – aveva ben chiara la sequenza delle mosse successive da intraprendere.
Dopo aver contattato gli ambasciatori a Copenaghen di vari paesi islamici, a dicembre Abu Laban ha formato una delegazione che si è recata in medio oriente
per pubblicizzare la vicenda. I musulmani danesi hanno incontrato i dirigenti della Lega araba e dell’università al Azhar al Cairo, l’antico cuore degli studi dell’islam, per poi proseguire per l’Arabia Saudita e il Qatar, dove sono stati ricevuti dallo sceicco Yusuf al Qaradawi, eminenza grigiadei Fratelli musulmani e star di uno show su al Jazeera in cui dispensa verdetti religiosi.
A tutti mostrano i disegni. Furbescamente ne aggiungono altri tre – studiati ad arte per essere massimamente insultanti – con cui Jylland Posten non ha nulla a che fare. Un profeta con la faccia suina, un profeta avvinghiato a un cane e un profeta con la scritta “demone pedofilo”.
Il passato di Abu Laban è nero. Documenti d’intelligence mostrati ieri sera alla tv danese rivelano che è stato per anni in contatto con gruppi terroristi, in particolare con l’egiziana Jamaat Islamiya. Agli inizi degli anni 90 il gruppo spostò parte della sua leadership in Europa, e a Copenaghen s’insediarono Ayman al Zawahiri, oggi vice di bin Laden, e Talat Fuad Kassem, uno dei suoi massimi esponenti. Dalla capitale scandinava i due pubblicavano al Murabitun, la rivista ufficiale dell’organizzazione.
Abu Laban divenne traduttore e distributore del mensile, che glorificava l’uccisione di turisti in Egitto, come avvenne a Luxor nel 1997, e incitava allo sterminio degli ebrei in Palestina."
( da Il Foglio di venerdì 3 febbraio 2006)

giovedì, febbraio 02, 2006

La Niña Santa /5

Ovvero: Piccolo trattato Della Maestà del Sacramento
(PARTE TERZA)


Padrini dell'Infanta Leonòr sono stati i nonni paterni, "los Reyes".
E' infatti tradizione della Real Casa spagnola che siano i nonni o comunque venerandi membri della Famiglia Reale a tenere a Battesimo gli infanti.
Non si può sottovalutare il fatto che per la Chiesa cattolica: "I padrini contraggono una parentela spirituale col battezzato e coi suoi genitori, la quale cagiona impedimentodi matrimonio coi medesimi" [CMSPX n.576], ragion per cui la tradizione nasce dalla necessità delle monarchie nel passato di non creare ulteriori impedimenti al matrimonio tra regali parenti, dato che i promessi sposi andavano obbligatoriamente scelti in una ristretta cerchia di Case principesche tutte imparentate tra loro.
A Roma, nel 1938 alla presenza di Sua Maestà Elena di Montenegro Regina d'Italia e del Re di Spagna in esilio Alfonso XIII, la di lui consorte regina Victoria Eugenia - nonna paterna - fece da madrina a Juan Carlos, mente il padrino fu il nonno materno l'infante Don Carlos di Borbone "delle Due Sicilie".
L'infanta Elena, primogenita di Re Juan Carlos, fu battezzata il 27 dicembre 1963 essendo padrini la nonna paterna donna María de las Mercedes di Borbone e dall'infante Don Alfonso de Orleáns y Borbón.
La secondogenita Cristina fu battezzata il 20 giugno 1965, la Infanta María Cristina de Borbón y Battenberg, contessa di Marone, zia del Re, e Alfonso de Borbón Dampierre, fratello di Juan Carlos, ne sono stati i padrini
Il Príncipe "de Asturias", battezzato l'8 febbraio 1968, ebbe come madrina la bisnonna paterna: la Regina Victoria Eugenia, che trent'anni prima era stata anche la madrina di Juan Carlos e che per il lieto evento ritonava in Ispagna per la prima volta dal 1931. Padrino di Felipe fu il figlio della Regina Victoria Eugenia e padre di Juan Carlos: il conte di Barcellona Don Juan de Borbón y Battenberg.
"I padrini e le madrine sono obbligati a procurare che i loro figli spirituali siano istruiti nella vera fede e vivano da buoni cristiani edificandoli col buon esempio" [CMSPX n.575]
Pertanto la Madre Chiesa ammonisce che: "Si debbono eleggere a padrini e madrine persone cattoliche, di buoni costumi e ossequienti alle leggi della Chiesa" [CMSPX n.574]

Chiediamoci: chi, dunque, più di una "Maestà cattolica" è degna di tale ritratto?
Chi più dei membri della Casa reale dei Re "Cattolicissimi" può dare maggior esempio di devozione per "Nuestro Padre el Señòr Jesùs Cristo" e per ciò che la santa Chiesa cattolica ci propone a credere?


Da una tale considerazione prende vita un'altra tradizione della famiglia reale spagnola: le Altezze Reali ricevono il Battesimo nello stesso fonte battesimale in cui fu battezzato lo spagnolissimo San Domenico di Guzman.
Il fonte battesimale si trovava originariamente nella chiesa del castello di Caleruega, "pueblos" della Vecchia Castiglia poco distante dall'altro villaggio di Guzman di cui era originario il padre di san Domenico.
Probabilmente nel 1173 il terzogenito di Felice di Guzman e di Giovanna d'Aza fu battezzato in quella pila di pietra bianca il santo fondatore dell'Ordine dei Padri predicatori universalmente noti come "Domenicani".

Nel XVII secolo il Re di Spagna Filippo III diede ordine di trasportare la vasca di pietra a Valladolid per il battesimo del fururo Filippo IV dopodichè fu trasferita a Madrid nel convento di "Santo Domingo el Real" dove, impreziosita da un rivestimento d'argento d'orato, la vasca attende d'uscire per il battesimo dei novelli infanti di Spagna, previa annotazione su di un apposito registro.
I cugini di Leonòr, non essendo altezze reali non hanno avuto un tale privilegio dovendosi accontentare di un fonte battesimale in argento dei primi dell'Ottocento, opera della "Real Fabrica de Platerìa".

Ma perchè San Domenico?
Perchè a causa di una infelice leggenda si vuole che San Domenico sia stato l'inventore dell'Inquisizione.
Leggenda: perchè quando Papa Gregorio IX istituì i tribunali dell'Inquisizione san Domenico era santamente spirato da undici anni. E dico infelice leggenda poichè furono i domenicani stessi, incaricati dal pontefice a presiedere quei tribunali dell'eresia, ad inventare la fama di "grande inquisitore" al loro fondatore, quando invece San Domenico aveva fondato i "Predicatori", appunto, per combattere l'eresia catara per mezzo della predicazione per estirpare anzitutto l'ignoranza del messaggio cristiano.
Nel 1478 Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, nell'ottica della "Reconquista", chiesero a papa Sisto IV il potere di creare nei loro regni un'organizzazione inquisitoriale autonoma : la famigerata Inquisizione spagnola. Questa si differenziava proprio perchè vero tribunale "statale" cioè dipendente unicamente dalla Corona di Spagna senza possibilità di intervento esterno compreso quello pontificio.
I Re cattolici misero a capo della loro personale Inquisizione solo i padri domenicani (e domenicani spagnoli!)
Detto ciò è facile intuire il movente simbolico per cui Filippo III scelse, per battezzare -"cristianàr": si dice eloquentemente in lingua castigliana!- il proprio erede, proprio il fonte di san Domenico.
Oggidì, ormai scrostate dall'immgine storica di Domenico di Guzman le posticce patine inquisitoriali, gioiamo comunque (e se possibile maggiormente che per il passato) per la felice ventira della piccola Leonòr di poter aver avuto, al momento in cui per mezzo del Battesimo faceva ingresso nel seno della Madre Chiesa, la benedizione d'un padrino celeste così amante della Fede cattolica!
Poichè chi chiede il Battesimo chiede di aderire alla Fede -tutta intera- professata dalla Chiesa.
"In tutti i battezzati, bambini o adulti, la fede deve crescere dopo il Battesimo. Per questo ogni anno, nella notte di Pasqua, la Chiesa celebra la rinnovazione delle promesse battesimali. La preparazione al Battesimo conduce soltanto alla soglia della vita nuova. Il Battesimo è la sorgente della vita nuova in Cristo, dalla quale fluisce l'intera vita cristiana." [CCC n.1254]
"Il Battesimo è il sacramento della fede. La fede però ha bisogno della comunità dei credenti. E' soltanto nella fede della Chiesa che ogni fedele può credere. La fede richiesta per il Battesimo non è una fede perfetta e matura, ma un inizio, che deve svilupparsi. Al catecumeno o al suo padrino viene domandato: “Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?”. Ed egli risponde: “La fede!”. [CCC n.1253]"

mercoledì, febbraio 01, 2006

La Niña Santa /4

Ovvero: Piccolo trattato Della Maestà del Sacramento
(PARTE SECONDA)


"I credenti che rispondono alla Parola di Dio e diventano membra del Corpo di Cristo, vengono strettamente uniti a Cristo: “in quel Corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti che attraverso i sacramenti vengono uniti in modo arcano ma reale a Cristo che ha sofferto ed è stato glorificato”. Ciò è particolarmente vero del Battesimo, in virtù del quale siamo uniti alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, e dell'Eucaristia, mediante la quale “partecipando realmente al Corpo del Signore” “siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi” [CCC n.790]."
"Ciò accade per la potenza dello Spirito Santo poichè: “Quello che il nostro spirito, ossia la nostra anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il Corpo di Cristo, che è la Chiesa”. “Bisogna attribuire allo Spirito di Cristo, come ad un principio nascosto, il fatto che tutte le parti del Corpo siano unite tanto fra loro quanto col loro sommo Capo, poiché egli risiede tutto intero nel Capo, tutto intero nel Corpo, tutto intero in ciascuna delle sue membra”. Lo Spirito Santo fa della Chiesa “il tempio del Dio vivente” [CCC n.797 ]."
"Infine lo Spirito Santo è il Maestro della preghiera." [cCCC n.146]
I fedeli pregano il Signore Gesù Cristo ed al contempo professano la fede in lui nelle celebrazioni liturgiche.
"L'assemblea che celebra è la comunità dei battezzati i quali, “per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo, vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, e poter così offrire in un sacrificio spirituale tutte le attività umane del cristiano”. Questo “sacerdozio comune” è quello di Cristo, unico Sacerdote, partecipato da tutte le sue membra"[CCC n.1141].


Erano circa ottanta persone presenti alla liturgia battesimale della Infanta Leonor di Borbone.
In prima fila, a lato del fonte battesimale: "los Reyes"; il Principe e la Principessa delle Asturie, la quale teneva fra le braccia la loro primogenita;
la Infanta Elena ed il marito Jaime de Marichalar, Duchi di Lugo con i loro due figli Felipe Juan Froilán e Victoria Federica; la Infanta Cristina ed Iñaki Urdangarin, Duchi di Palma di Mallorca, con i loro quattro figli: Juan Valentín, Pablo Nicolás, Miguel e Irene.
Tranne quest'ultima, nata da poco più d'un anno e per ciò durante la cerimonia rimasta docilmente in braccio alla madre, gli altri cuginetti dell'Infanta Leonor non hanno resistito alla tentazione di scorrazzare attorno al fonte battesimale.

In seconda fila, poi,le due sorelle del Re, "las Infantas" Pilar e Margarita con le loro rispettive famiglie; la famiglia della Regina Sofia, la Casa Reale greca, il fratello ed ex Re Constantino di Grecia e la consorte Anna María, la sorella della Regina di Spagna, principesse Irene, e i loro figli e le loro famiglie.
Di fronte, dall'altro lato del fonte battesimale posto al centro del "vestibulo", stavano i nonni materni, don Jesús Ortiz Alvarez e donna Anna Togores con tutti i parenti della Principessa delle Asturie.
Oltre poi alla presenza di alcuni scelti amici dei Principi delle Asturie.

Dietro al fonte battesimale, presenziavano al sacro rito "el Presidente del Gobierno" Josè Luis Rodríguez Zapatero e la gentile consorte Sonsoles Espinosa, così come 36 anni prima, nello stesso luogo, il Generalissimo Francisco Franco e "la Señora" Carmen Polo, avevano presenziato al battesimo del Principe Felipe.
Erano presenti inoltre: il Ministro della Giustizia Juan Fernando López Aguilar, il Presidente del "Congreso de los Diputados" Manuel Marín; il presidente del Senato Javier Rojo; del "Tribunal Constitucional" María Emilia Casas Bahamonde; del "Tribunal Supremo" Francisco José Hernando; della "Comunidad de Madrid" Esperanza Aguirre ed il Sindaco di Madrid Alberto Ruiz-Gallardón; in fine, il Conte di Elda: "Decano de la Diputación Permanente y Consejo de la Grandeza"; tutti accompagnati dal rispettivo coniuge.

La partecipazione delle autorità della Cosa Pubblica al battesimo della Infanta Leonòr deve ammonirci sul significato universale e non privato di ogni celebrazione sacramentale!
" Nella Liturgia agisce "Cristo tutto intero" (Christus Totus), Capo e Corpo. Quale sommo sacerdote, egli celebra con il Corpo, che è la Chiesa celeste e terrestre" [cCCC n.233]

"E' tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra. “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è "sacramento di unità", cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi." [CCC n.1140].
E' stato infatti un Vescovo, il Cardinale Antonio María Rouco Varela Arcivescovo di Madrid, ad amministrare il sacramento all'Infanta perchè, anche se in caso di necessità, chiunque può battezzare, dato che: "Quando uno battezza è Cristo stesso che battezza"[CCC n.1088], essendo il Vescovo capo visibile della Chiesa locale, egli è perfetta "icona" di Cristo, Capo mistico della Chiesa Universale.
Sua Eminenza Antonio María Rouco Varela è stato assistito nel rito da Monsignor Francisco Pérez González, Arcivescovo Castrense (ossia Ordinario militare)di Spagna. Hanno concelebrato inoltre: Monsignor Manuel Monteiro de Castro Nunzio Apostólico della Santa Sede; Monsignor Fidel Herraez vescovo ausiliare di Madrid; Monsignor José Manuel Estepa Llaurens Ordinario militare emerito; Monsignor Serafín Sedano Gutiérrez cappellano di Sua Maestà e dal Maestro di Ceremonie Don Andrés Pardo.
Si è così rinnovata la felice tradizione che vede i rampolli della Real Casa spagnola ricevere il Santo Battesimo per mano di un esponente dell'Ordine episcopale.
Juan Carlos ,nato a Roma il 5 gennaio 1938 fu battezzato il giorno 26 seguente nel palazzo del Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta (in via Condotti) dal Cardinale Eugenio Pacelli che l'anno appreso sarebbe stato assunto al Pontificato col nome di PioXII.
Alla Zarzuela, il Battesimo dell'infanta Elena fu officiato dal Nunzio Apostolico monsignor Riberi. La seconda figli di Juan Carlos, Cristina, come poi l'erede al trono Felipe, furono invece battezati da sua Eccellenza Casimiro Morcillo, Arcivescovo di Madrid-Alcalà.
Lo stesso Cardinale Rouco Varela ha inoltre battezzato tutti i nipoti del Re di Spagna.
Il "rito essenziale" del Battesimo è stato preceduto dalla lettura delle Sacre Scritture ed il padre di Leonor, Principe Felipe ha letto la prima lettura tratta dal profeta Ezechiele (cap 36, 24-28):
"Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo.
Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio."

La Liturgia della Parola è parte integrante delle celebrazioni sacramentali[CCC n.1154].
Inseparabili in quanto segni e insegnamento, la parola e l'azione liturgiche lo sono anche in quanto realizzano ciò che significano. Lo Spirito Santo non si limita a dare l'intelligenza della Parola di Dio suscitando la fede; attraverso i sacramenti egli realizza anche le “meraviglie” di Dio annunziate dalla Parola; rende presente e comunica l'opera del Padre compiuta dal Figlio diletto. [CCC n.1155]


Come per i battesimi degli altri nipoti de "los Reyes" la celebrazione è stata animata dal coro delle religiose Figlie di Santa María del Cuore de Gesù di Galapagar, località nei pressi di Madrid.

“La tradizione musicale di tutta la Chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della Liturgia solenne” [CCC n.1156].
"Il canto e la musica svolgono la loro funzione di segni in una maniera tanto più significativa quanto più sono strettamente uniti all'azione liturgica, secondo tre criteri principali: la bellezza espressiva della preghiera, l'unanime partecipazione dell'assemblea nei momenti previsti e il carattere solenne della celebrazione. In questo modo essi partecipano alla finalità delle parole e delle azioni liturgiche: la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli"[CCC n.1157]

lunedì, gennaio 30, 2006

La Niña Santa /3

Ovvero: Piccolo trattato Della Maestà del Sacramento
(PARTE PRIMA)


Il 14 gennaio dell'anno di grazia 2006, ventiseiesimo del regno di Sua Maestà Cattolica Don Juan Carlos I di Borbone,alle ore 12:30 nel palazzo della Zarzuela i principi delle Asturie hanno portato al lavacro battesimale la loro figlia primogenita, l'Infanta Eleonora di Borbone (seconda nella linea di successione al trono di Spagna); dopo due mesi e mezzo dal felice parto - cesareo - della principessa donna Letizia, avvenuto nella notte del 31 ottobre nella Clinica Ruber Internacional di Madrid.


L'usanza di battezzare i bambini è una tradizione della Chiesa da tempo immemorabile. Essa è esplicitamente attestata fin dal secondo secolo. E' tuttavia probabile che, fin dagli inizi della predicazione apostolica, quando “famiglie” intere hanno ricevuto il Battesimo, [At 16,15; At 16,33;At 18,8;1Cor 1,16 ] siano stati battezzati anche i bambini.[CCC n.1252]

Poiché nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale, anche i bambini hanno bisogno della nuova nascita nel Battesimo per essere liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio, alla quale tutti gli uomini sono chiamati. La pura gratuità della grazia della salvezza si manifesta in modo tutto particolare nel Battesimo dei bambini. La Chiesa e i genitori priverebbero quindi il bambino della grazia inestimabile di diventare figlio di Dio se non gli conferissero il Battesimo poco dopo la nascita [CCC n.1250]

La santa Chiesa cattolica proclamando ciò non compie alcun atto di superbia ma afferma una verità innanzitutto storica! Il fulcro della lieta novella (KERIGMA) è la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Fu unicamente questo, infatti, l'argomento del primo discorso di san Pietro alle folle di Gerusalemme, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo il giorno di Pentecoste.
"Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!".
All'udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: "Che cosa dobbiamo fare, fratelli?".
E Pietro disse: "Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito."(At 2, 36-38)

Quindi: "Dal giorno di Pentecoste la Chiesa amministra il Battesimo a chi crede in Gesù Cristo" [cCCC n.255] poichè lo stesso "Gesù Cristo [...]dopo la sua Risurrezione affida agli Apostoli questa missione: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo" [cCCC n.254]

Compito della Chiesa una santa cattolica ed apostolica è annunziare che Dio s'è fatto uomo, ed un uomo storicamente individualizzabile: Gesù di Nazaret. Essendo Dio dall'eternità si è volontariamente limitato nel tempo e nello spazio vivendo la condizione umana fino in fondo, compresa la sofferenza e la morte! Ma al contempo, essendo Dio, ha misteriosamente santificato i vari aspetti dell'esistenza umana.
Risorgendo dai morti, ha dato compimento a quest'opera di redenzione della natura umana, creando "di fatto" il precedente di un essere umano che ha sconfitto il comune destino di tutta la specie umana: la morte. Risorgendo con il suo vero corpo, Gesù ha, inoltre, trasfigurato ed unito eternamente l'umanità a Dio stesso.
Avendo assunto in Dio la nostra umanità Gesù Cristo é perciò "il capo" del genere umano e , per sua grazia,vuole attrarre a sè tutti gli altri uomini che essendo fratelli dell'uomo Gesù sono al contempo fratelli del Figlio eterno di Dio Padre.

Questo frutto dell'opera di redenzione dell'uomo è un dono gratuito di Dio, per cui è detta dai teologi: GRAZIA.
La grazia di Cristo è il dono gratuito che Dio ci fa della sua vita, infusa nella nostra anima dallo Spirito Santo per guarirla dal peccato e santificarla. E' la grazia santificante o deificante, ricevuta nel Battesimo. Essa è in noi la sorgente dell'opera di santificazione:
Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo. [CCC n.1999]
La grazia è una partecipazione alla vita di Dio; ci introduce nell'intimità della vita trinitaria. Mediante il Battesimo il cristiano partecipa alla grazia di Cristo, Capo del suo Corpo. Come “figlio adottivo”, egli può ora chiamare Dio “Padre”, in unione con il Figlio unigenito. Riceve la vita dello Spirito che infonde in lui la carità e forma la Chiesa[CCC n.1997]

Ovviamente la Chiesa proclama che Il Signore Gesù Cristo essendo l'unico Salvatore del mondo può in infiniti modi concedere la grazia giustificante e santificante agli uomini, ma al contempo:
"La Chiesa non conosce altro mezzo all'infuori del Battesimo per assicurare l'ingresso nella beatitudine eterna; perciò si guarda dal trascurare la missione ricevuta dal Signore di far rinascere “dall'acqua e dallo Spirito” tutti coloro che possono essere battezzati. Dio ha legato la salvezza al sacramento del Battesimo, tuttavia Egli non è legato ai suoi sacramenti." [CCC n.1257]


Dopo questo preambolo che vuol facilitare un clima di ecumenico ed universale compiacimento per il battesimo dell'Infanta Leonor, anche tra coloro che non sono ascrivibili tra i "Grandes de España" passo a soffermarmi sullla celebrazione del sacramento.
“Attenendoci alla dottrina delle Sacre Scritture, alle tradizioni apostoliche e all'unanime pensiero. . . dei Padri”, noi professiamo “che i sacramenti della nuova Legge sono stati istituiti tutti da Gesù Cristo nostro Signore” [CCC n.1114].

"Chiamo i sacramenti segni sensibili ed efficaci della grazia perchè tutti i sacramenti significano, per mezzo di cose sensibili, la grazia divina che essi producono nell'anima nostra."[CMSPX n.519]

Come , infatti, come durante la sua vita terrena il Signore Gesù per mezzo della sua umanità, e tramite le cose sensibili manifestò il suo potere e la sua autorità divina, così dopo la sua resurrezione essendo il suo corpo glorioso ormai libero dai limiti spaziotemporali, continua ad operare misteriosamente, ma sensibilmente ed oggettivamente nella Chiesa (suo corpo mistico).Sintetizzando, quindi:
"I misteri della vita di Cristo, costituiscono il fondamento di ciò che adesso Cristo, mediante i ministri della Chiesa, dispensa nei sacramenti: "Ciò che era visibile nel nostro Salvatore è passato nei suoi sacramenti" (San Leone Magno)" [cCCC n.225]

Or bene, dato che: "La grazia di Dio è un dono interiore" [CMSPX n.526] che si comunica all'anima tramite umili segni, essa sfugge allo sguardo delle menti carnali, ma allorchè "i santi misteri" sono celebrati da coloro che sono rivestiti da un prestigio mondano, come nel caso della Casa reale spagnola, possono essere, per tutti e per ognuno, valida occasione didascalica intorno alla maestà della vita spirituale cristiana.

Il battesimo della settima nipote delle Loro Maestà "los Reyes", come già detto, è stato celebrato nella residenza reale della Zarzuela, nella località madrilena "monte de el Pardo", che Juan Carlos di Borbone e Sofia di Grecia abitano dal 1962 anno del loro matrimonio, e dove sono stati battezzatianche i loro tre figli: le "Infantas" Elena e Cristina e il principe Felipe, così come i sei figli delle due "Infantas": i cuginetti di Leonor.
Questa concomitanza porta per analogia a considerare le grandezze del matrimonio cristiano poichè: “Il patto matrimoniale [...]tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento” [CCC n.1601]. Ciò è mirabilmente evidenziato dal rito bizantino che chiama la celebrazione del Matrimonio "Incoronazione" (da notare che anche con questo suggestivo rito si sposarono Juan Carlos di Spagna e Sofia di Grecia) dato che il celebrante (vescovi o presbiteri) ascoltato il reciproco consenso scambiato tra gli sposi pone le corone sulla loro testa per evidenziare la loro nuova dignità in seno alla Chiesa.
"La fecondità dell'amore coniugale si estende ai frutti della vita morale, spirituale e soprannaturale che i genitori trasmettono ai loro figli attraverso l'educazione. I genitori sono i primi e principali educatori dei loro figli" [CCC n.1653].
Essendo la sollecitudine spirituale per la propia prole compito dato da Dio stesso tramite la grazia del sacramento del Martrimonio: " E' per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un'antica espressione, chiama la famiglia “Ecclesia domestica” Chiesa domestica . E' in seno alla famiglia che “i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l'esempio, i primi annunciatori della fede, e secondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale” [CCC n.1656].

Tale dimensione spirituale della famiglia cristiana è stata plasticamente espressa dai Reali nonni Juan Carlos e Sofia che hanno trasformato l'ingresso della loro regale residenza - "il vestibolo" - in battistero.
Il vestibolo è stato, infatti, adornato con drappi ed arazzi, ornato di rose e gigli (omaggio della città di Valencia).
Che il battesimo sia stato celebrato nella stanza d'ingresso della dimora di Sua Maestà non può non far riecheggiare la metafora usata dalla spagnolissima Santa Teresa d'Avila che parla della vita interiore come di un castello spirituale con molte stanze abitate da Sua Maestà (cioè Dio) in cui è possibile accedervi (cioè fuor di metafora, l'anima può entra in sè stessa) solo se in stato di grazia . Perciò molto appropriatamente la Chiesa definidce il Battesimo:
"IL VESTIBOLO d'ingresso alla vita nello Spirito (“vitae spiritualis ianua”), e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione"[CCC n.1213].



"Se ci pensiamo bene, che cos'è l'anima del giusto se non un paradiso, dove il Signore dice di prendere le sue delizie?
E allora come sarà la stanza in cui si diletta un Re così potente, così saggio, così puro, così pieno di ricchezze? No, non vi è nulla che possa paragonarsi alla grande bellezza di un'anima e alla sua immensa capacità!
Il nostro intelletto, per acuto che sia, non arriverà mai a comprenderla, come non potrà mai comprendere Iddio, alla cui immagine e somiglianza noi siamo stati creati. [...] Che confusione e pietà non potere, per nostra colpa, intendere noi stessi e conoscere chi siamo!
Non sarebbe grande ignoranza, figliuole mie, se uno, interrogato chi fosse, non sapesse rispondere, né dare indicazioni di suo padre, di sua madre, né del suo paese di origine?
Se ciò è indizio di grande ottusità, assai più grande è senza dubbio la nostra se non procuriamo di sapere chi siamo, per fermarci solo ai nostri corpi.
Sì, sappiamo di avere un'anima, perché l'abbiamo sentito e perché ce l'insegna la fede, ma così all'ingrosso, tanto vero che ben poche volte pensiamo alle ricchezze che sono in lei, alla sua grande eccellenza e a Colui che in essa abita.
E ciò spiega la nostra grande negligenza nel procurare di conservarne la bellezza. Le nostre preoccupazioni si fermano tutte alla rozzezza del castone, alle mura del castello, ossia a questi nostri corpi.
Come ho detto, questo castello risulta di molte stanze" (S.Teresa)

giovedì, gennaio 26, 2006

about a boy /12

- Ormai il tuo blog ha preso una piega pericolosamente monotematica: Ratzinger, Ratzinger e Ratzinger; dovresti cambiare il titolo in "Ratzinger fan club" o "Viva Ratzinger". Ci sono solo foto di Papa Ratzinger, immagini di papi morti, immagini di papi antichi, foto di Ratzinger da giovane, foto di Ratzinger col cappello di Babbo Natale...

- Scusa? Ma tu guardi solo le figure?

- Beh, no. Però i tuoi post parlano solo di Papa Ratzinger, papi morti, papi di una volta, Ratzinger da giovane, Ratzinger col cappello da Babbo Natale...

- Ok, ok, mi hai convinto: tu guardi solo le figure.

mercoledì, gennaio 25, 2006

Il Vicario di Dante

Ovvero: la divina commediola di un Papa costretto per più di una settimana a commentare pubblicamente la sua prima ed attesissima lettera enciclica "Deus caritas est", la cui pubblicazione ha difettato a causa del poliglotto staff di traduttori che, come sostiene il "divinus" Magister, avrebbe "remato contro".
Quasi novelli Caronte che rifiutino di assecondare il cammino dell'illustre pellegrino oltremondano, o come - più appropriatamente - angeli che rifiutino di lasciar salpare dalle rive del Tevere, la barca con le benedette anime del Purgatorio.



"L'escursione cosmica, in cui Dante nella sua "Divina Commedia" vuole coinvolgere il lettore, finisce davanti alla Luce perenne che è Dio stesso, davanti a quella Luce che al contempo è "l'amor che move il sole e l'altre stelle" (Par. XXXIII, v. 145). Luce e amore sono una sola cosa. Sono la primordiale potenza creatrice che muove l'universo. Se queste parole del Paradiso di Dante lasciano trasparire il pensiero di Aristotele, che vedeva nell'eros la potenza che muove il mondo, lo sguardo di Dante tuttavia scorge una cosa totalmente nuova ed inimmaginabile per il filosofo greco. Non soltanto che la Luce eterna si presenta in tre cerchi ai quali egli si rivolge con quei densi versi che conosciamo: "O luce etterna che sola in te sidi, / sola t'intendi, e da te intelletta / e intendente te ami a arridi!" (Par., XXXIII, vv. 124-126).
In realtà, ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio come cerchio trinitario di conoscenza e amore è la percezione di un volto umano - il volto di Gesù Cristo - che a Dante appare nel cerchio centrale della Luce. Dio, Luce infinita il cui mistero incommensurabile il filosofo greco aveva intuito, questo Dio ha un volto umano e - possiamo aggiungere - un cuore umano.
In questa visione di Dante si mostra, da una parte, la continuità tra la fede cristiana in Dio e la ricerca sviluppata dalla ragione e dal mondo delle religioni; al contempo, però, appare anche la novità che supera ogni ricerca umana - la novità che solo Dio stesso poteva rivelarci: la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue, l'intero essere umano. L'eros di Dio non è soltanto una forza cosmica primordiale; è amore che ha creato l'uomo e si china verso di lui, come si è chinato il buon Samaritano verso l'uomo ferito e derubato, giacente al margine della strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico.

La parola "amore" oggi è così sciupata, così consumata e abusata che quasi si teme di lasciarla affiorare sulle proprie labbra. Eppure è una parola primordiale, espressione della realtà primordiale; noi non possiamo semplicemente abbandonarla, ma dobbiamo riprenderla, purificarla e riportarla al suo splendore originario, perché possa illuminare la nostra vita e portarla sulla retta via.
È stata questa consapevolezza che mi ha indotto a scegliere l'amore come tema della mia prima Enciclica. Volevo tentare di esprimere per il nostro tempo e per la nostra esistenza qualcosa di quello che Dante nella sua visione ha ricapitolato in modo audace.
Egli narra di una "vista" che "s'avvalorava" mentre egli guardava e lo mutava interiormente (cfr Par., XXXIII, vv. 112-114). Si tratta proprio di questo: che la fede diventi una visione-comprensione che ci trasforma.
Era mio desiderio di dare risalto alla centralità della fede in Dio - in quel Dio che ha assunto un volto umano e un cuore umano. La fede non è una teoria che si può far propria o anche accantonare. È una cosa molto concreta: è il criterio che decide del nostro stile di vita. In un'epoca nella quale l'ostilità e l'avidità sono diventate superpotenze, un'epoca nella quale assistiamo all'abuso della religione fino all'apoteosi dell'odio, la sola razionalità neutra non è in grado di proteggerci. Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati fino alla morte..."

martedì, gennaio 24, 2006

Letterature comparate /3


Propongo il (molto) lungo articolo di Andrea Monda, apparso sul Foglio del 30 dicembre 2005, in cui vengono sottolineate alcune analogie tra il pensiero dello scrittore C.S.Lewis ed il teologo Ratzinger.
Propongo l'articolo - ahivoi!- assai cospicuo, conscio di contravvenire alla regola aurea dei blog.
Lo dedico a Monsieur de Lapalisse che, con'egli protesta, non legge i giornali e non guarda la tv ma si informa tramite i novelli mezzi telematici.
Per tutti coloro che invece non possiedono in grado eroico la virtù della perseveranza, segnalo un post della impeccabile PESCEVIVO che dell'articolo ne ha fatta degna epitome.


"Un modo originale, ma non sbagliato, di avvicinarsi alla lettura della prima enciclica, “Deus Caritas est”, che Benedetto XVI ha firmato il giorno di Natale, è forse proprio la visione del film “Le cronache di Narnia”, tratto dall’omonima saga letteraria di C.S. Lewis, che sta mietendo in questi giorni successi in tutto il mondo.
Il teologo e poi cardinale Ratzinger infatti, a suo tempo fu lettore di Lewis e non è stato neanche il solo cattolico illustre a rendere omaggio al geniale scrittore anglicano, come dimostrano la corrispondenza epistolare tra quest’ultimo e il prete veronese (poi proclamato santo) Giovanni Calabria, gli elogi di Urs von Balthasar (che definì “Il grande divorzio” un vero capolavoro) o le più recenti citazioni del cardinale Christoph Shoenborn nei suoi testi a commento del catechismo della Chiesa Cattolica o, per finire, l’elogio indiretto che Giovanni Paolo II rivolse al segretario dello scrittore inglese, Hopper(...).
Anche Ratzinger, dunque, fa parte dei lettori di Lewis, del quale ha apprezzato la grande intelligenza, lo humour e, come avrebbe scritto Borges (altro acuto estimatore di Lewis) “l’infinita onestà di quell’immaginazione”. Come Chesterton, anche Lewis fu un geniale convertito d’Inghilterra capace di trattare argomenti sommi con somma levità, animato da un’imponente forza dialettica, un gusto del paradosso che non diventa mai sarcasmo ma sempre stimolo per una riflessione ulteriore e uno sguardo più aperto e franco su quel mistero chiamato uomo. Autore molto prolifico, Lewis è oggi famoso in tutto il mondo come maestro del genere fantastico ma forse i saggi sulla fede cristiana rappresentano le sue pagine più belle e vitali, come nel caso de “I quattro amori”, “Il cristianesimo così com’è” e “L’abolizione dell’uomo”. Quet’ultimo libro fu elogiato esplicitamente da Ratzinger, così come un altro best seller di Lewis, “Le Lettere di Berlicche”, in cui lo scrittore “osa” mescolare teologia e sbrigliata immaginazione. Di questo libro, l’allora cardinale Ratzinger nel 1999 disse: “Quanto sia oggi antimoderno
interrogarsi sulla verità lo ha genialmente esposto lo scrittore e filosofo inglese
C.S. Lewis”.

Lo scrittore anglicano e il teologo bavarese

Esistono altre tracce rivelatrici di questa relazione tra il teologo bavarese e lo scrittore anglicano. Ecco un brano di “Miracles”, scritto da Lewis nel 1947: “Per dirla con franchezza, non ci piace per niente l’idea di ‘un popolo scelto’. Democratici per nascita e per educazione, preferiremo pensare che tutte le nazioni e tutti gli individuipartano alla ricerca di Dio da una posizione uguale per tutti, o addirittura che tutte le religioni siano vere. Ma, come si deve subito ammettere, il cristianesimo non fa nessuna concessione a questa ipotesi. Non parla affatto di una umana ricerca di Dio, ma di qualche cosa fatta da Dio per l’uomo, sull’uomo e riguardo all’uomo. E il modo in cui è stato fatto è selettivo al più alto grado, non democratico. Dopo che la conoscenza di Dio si era universalmente perduta o oscurata,
viene individuato un uomo fra tutti gli uomini della terra (Abramo); egli viene separato (e, possiamo supporre, in modo abbastanza penoso) dal suo ambiente naturale,
viene mandato in un paese straniero, e fatto l’antenato di una nazione destinata a tramandare la conoscenza del vero Dio. All’interno di questa nazione vi sono altre selezioni – alcuni muoiono nel deserto, alcuni rimangono in Babilonia – e poi altre selezioni ancora. Il processo va avanti restringendo sempre più il suo campo, alla fine si concentra su un piccolo punto luminoso simile alla punta di una spada.
E’ una ragazza ebrea assorta in preghiera. Tutta l’umanità (per quel che concerne la sua redenzione) si è ristretta a tanto.
Un tale processo è molto diverso da quanto vorrebbe la sensibilità moderna; ma, sorprendentemente, è proprio quello che si produce abitualmente nella Natura, il cui metodo è la selezione, e con essa (dobbiamo ammetterlo) uno spreco enorme.
Di tutto l’enorme spazio solo una parte piccolissima è occupata dalla materia.
Di tutte le stelle solo pochissime hanno dei pianeti, forse solamente una. Di tutti
i pianeti del nostro sistema, probabilmente solo uno tollera la vita organica. Nella trasmissione della vita organica, sono emessi innumerevoli semi e spermatozoi, dei quali solo alcuni sono selezionati e assegnati all’onore della fertilità. Tra le specie, solo una è razionale. Nell’ambito di questa specie solo pochi si elevano all’eccellenza della bellezza, della forza o dell’intelligenza”.
E’ notevole in questa pagina, tra le altre cose, specie per un anglicano (per quanto vicino al cattolicesimo come Lewis), l’accento su Maria, paragonata a “un piccolo punto luminoso simile alla punta di una spada”.

Venti anni dopo (Lewis intanto era morto nel 1963), nella sua ormai classica “Introduzione al cattolicesimo”, il professore di Tubinga Joseph Ratzinger, parlando della “ragionevolezza della fede”, osserva come la fede cristiana non possa venire in alcun modo neutralizzata o sterilizzata, sopprimendo lo scandalo che l’accompagna. Vale a dire che il senso che fonda l’essere e la storia si immerge esso stesso nella storia divenendo un evento, una figura particolare di questa storia. E si chiede se poi i cristiani abbianoil diritto “di abbandonarsi a un’unica figura collocando così la salvezza dell’uomo e del mondo come sulla punta d’ago di quest’unico punto d’incidenza.”
E continua: “Noi restiamo quasi ammutoliti di fronte a questa Rivelazione cristiana, domandandoci, specialmente qualora la confrontiamo con la religiosità dell’Asia, se in fin dei conti non sarebbe stato per noi assai più facile credere nell’Eterno, pensando a lui, anelando a lui e confidando in lui. Ci chiediamo se non sarebbe stato quasi meglio che Dio ci avesse lasciati a una distanza infinita come prima; se effettivamente non sarebbe stato assai più agevole, trascendendo ogni realtà mondana, cercare di cogliere attraverso una tranquilla contemplazione il mistero eternamente inafferrabile … Questo Dio ristretto a un unico punto non deve forse morire definitivamente, nel quadro di un mondo che ridimensiona inesorabilmente l’uomo e la sua storia riducendoli a un infinitesimale granello di polvere sperso nel tutto, e solo nell’ingenuità dei suoi anni di fanciullezza aveva permesso all’uomo di considerarsi come il centro dell’universo?
Questo stesso uomo, però, al momento attuale che segna il suo risveglio dai sogni
d’infanzia, non dovrebbe finalmente avere il coraggio di destarsi del tutto tergendosi gli occhi scuotendosi da quella pazzesca illusione, pur bella che fosse, inquadrandosi senza indugi in quel poderoso complesso di cui la nostra minuscola vita non è che una microscopica cellula, la quale dovrebbe ritrovare un senso proprio così, nell’ammettere la sua esiguità?”.

Lo scandalo del cristianesimo

Lo scandalo del cristianesimo è una punta di spada che spezza in due la storia umana, è nella “selezione” così “scorretta” con cui Dio, nell’Incarnazione come nella Natura, incide nella vicenda umana. Ma la riflessione dei due teologi, lo scrittore e ilprofessore, continua in parallelo, nella
stessa direzione.
Scrive Lewis: “Quando analizziamo la selezione dai cristiani attribuita a Dio, non troviamo in essa niente di quel ‘favoritismo’ da noi temuto. Il popolo ‘scelto’ non è scelto nell’interesse suo proprio (certamente non per il suo onore o il suo piacere), ma nell’interesse di chi non è scelto. Ad Abramo viene detto che ‘nel suo
seme’ (la nazione scelta) ‘tutte le nazioni saranno benedette’.
Quella nazione fu scelta per portare un pesante fardello. Le sue sofferenze furono grandi, ma, come riconobbe Isaia, furono sofferenze che guariscono altri.
Alla Donna scelta per ultima è riservato il profondo abisso dell’angoscia materna.
Suo Figlio, l’Iddio Incarnato, è ‘un uomo dei dolori’; l’unico Uomo nel quale sia discesa la Divinità, l’unico Uomo che possa essere legittimamente adorato, eccelle per la sofferenza”.

Gli fa eco Ratzinger in un altro brano, tratto dal suo testo fondamentale di ecclesiologia, “Nuovo popolo di Dio”, del 1969:
Si diventa cristiani non per sé, ma per gli altri; o piuttosto lo si è per se soltanto quando lo si è per gli altri”. Questo è il motivo, per il teologo, per cui il servizio della Chiesa è grande: non perché la Chiesa venga salvata e gli altri rifiutati, ma perché tramite essa anche gli altri vengono salvati, secondo il principio che caratterizza tutta la storia della salvezza, quello della Pars pro toto della “minoranza a servizio della maggioranza”, della “rappresentanza”.
“Alla nostra ottica” osserva Ratzinger, “il fenomeno Chiesa diventa sempre più minuscolo nel tutto del cosmo. Se si comprende la Chiesa alla luce di quanto si è detto, non c’è più bisogno di sorprendersi per questa sua piccolezza nel mondo… Per poter essere la salvezza di tutti non è necessario che la Chiesa si identifichi anche esternamente con tutti. La sua essenza è piuttosto radicata nella sequela di quell’uno che ha preso l’umanità intera sulle sue spalle; la sua essenza consiste nell’essere la schiera dei pochi, tramite quelli Dio vuole salvare tutti. La Chiesa non è tutto ma esiste per tutti. Essa è l’espressione del fatto che Dio edifica la storia nella reciprocità degli uomini alla luce di Cristo”.
L’esiguità della Chiesa è la sua forza, è la solitudine del seme che sopravvive alla selezione, è il “resto di Israele”, sono i Giusti di cui parlava Borges nell’omonima poesia, persone che, senza saperlo, “stanno salvando il mondo”.
E’, infine, la paradossalità la cifra della riflessione filosofica e letteraria di Lewis, una cifra che senz’altro troveremo nella prima, programmatica, attesa enciclica di Benedetto XVI, “Deus Caritas est”.

Andrea Monda