mercoledì, ottobre 08, 2008

dei Sepolcri,XX

Ovvero: ""Di una cosa possiamo essere certi, che il ricordo di questa pura e nobile vita, non toccata dalle cose di questo mondo, durerà e, che Roma lo canonizzi o no, egli sarà canonizzato nelle menti della gente pia delle varie confessioni d'Inghilterra...
Il santo in lui sopravviverà
"
(The Times; in Morte del cardinale Newman; Agosto 1890)


Scriveva Papa Giovanni XXIII nella sua prima enciclica "Ad Petri Cathedram" del 1959:
"Vi sono tuttavia non pochi punti sui quali la Chiesa cattolica lascia libertà di disputa ai teologi, in quanto si tratta di cose non del tutto certe e in quanto anche, come notava il celebre scrittore inglese cardinale John Henry Newman, tali dispute non rompono l’unità della Chiesa. Esse servono anzi a una più profonda e migliore intelligenza dei dogmi, poiché preparano e rendono più sicura la via a questa conoscenza. Infatti dal contrasto delle varie sentenze scaturisce sempre nuova luce.(J.H. Newman, Difficulties of Anglicans, vol. I, lect. X, p. 261s.)"
Se all'epoca poté destare l'attenzione del lettore la -non molto velata- manifestazione di disapprovazione per la campagna inquisitoriale contro la "Nouvelle theologie" condotta dal Sant'Uffizio durante gli anni '50, destò ancor più sorpresa che per la prima volta in assoluto nella storia delle encicliche il regnante pontefice citasse un autore che non era né un "venerato predecessore" né uno di quei pochi 29 Santi cui, fino ad allora, era stato conferito il titolo di "Dottore della Chiesa".

Già nel 1945, nel centenario della conversione, era stato Pio XII ad incoraggiare -e caldeggiare presso un ancora titubante episcopato inglese- l'apertura del processo di beatificazione del più illustre convertito anglicano: John Henry Newman.
Se poi veniamo a sapere dal filosofo francese Jean Guitton, che ne aveva lungamente raccolto le confidenze, che per Papa Paolo VI lo spirito di Newman ha aleggiato potentemente sulla formulazione dei documenti del Concilio Vaticano II, non dovrà sorprendere il costante interesse, il rimarcarne la "modernità", la "attualità" e la "profeticità" con cui il magistero ecclesiastico nel post concilio ha guardato al patrimonio intellettuale ereditato dal grande convertito e apologista ottocentesco.

Nel 1990, in occasione del centenario della morte, Giovanni Paolo II inviava una Lettera pontificia al vescovo di Birmingham (città in cui il Newman si stabilì dopo la conversione e dove morì) a dimostrazione dell'altissima benevolenza della Chiesa Romana per la memoria del devoto cardinale vittoriano. E proprio in concomitanza del centenario della "nascita al cielo" del cardinale "servo di Dio" , la Congregazione per le Cause dei Santi ne accertava l'esercizio delle "virtù eroiche" e pertanto lo proclamava "Venerabile". A quel punto bisognava solo attendere fervorosamente che la medesima Congregazione delle cause dei Santi accertasse un caso di guarigione miracolosa attribuita all'intercessione del "Venerabile" per poter procedere alla solenne cerimonia di Beatificazione.
Il 21 febbraio 2001 nell'omelia durante il suo ottavo Concistoro per la creazione di nuovi cardinali, Giovanni Paolo II tenne a ricordare che in quei giorni si commemorava il duecentesimo anniversario della nascita del cardinale Newman, quasi ad invocarne -assieme al santo cardinale Pier Damiani del quale in quel giorno si ricordava la memoria liturgica- la protezione sui novelli porporati. E inviava una nuova lettera commemorativa all'Arcivescovo di Birmingham:
"Preghiamo affinché questa guida certa ed eloquente nella nostra perplessità diventi anche nelle nostre necessità un intercessore potente al cospetto del trono della grazia. Preghiamo affinché la Chiesa proclami presto ufficialmente e pubblicamente la santità esemplare di uno dei campioni più versatili e illustri della spiritualità inglese".

Nell'ottobre 2005, ormai regnante Ratzinger, il padre Paul Chavasse, superiore dell'Oratorio di Birmingham, annunciò che era allo studio dell'Arcidiocesi di Boston il caso della guarigione istantanea di un diacono permanente del Massachusetts affetto da una malattia degenerativa spinale che si era affidato all'intercessione del venerabile Newman. Richiesto dalla stampa britannica un suo commento, il cardinale Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster e Primate d'Inghilterra, rispondeva che se miracoli simili non si verificano nella patria di Newman è perché gli inglesi tendono a considerare Dio come un gentiluomo da non disturbare.

Conclusasi felicemente l'inchiesta diocesana, nell'agosto 2006 il cardinale di Boston Sean O’Malley annunziava che l'incartamento era stato trasmesso al competente dicastero vaticano.
Il 24 aprile 2008 la Congregazione dell'Oratorio di Birmingham annunciava ufficialmente che la consulta medica della Congregazione delle cause dei Santi aveva dato parere favorevole intorno alla guarigione fisica del presunto miracolato.
La beatificazione era ragionevolmente assai vicina, mancando soltanto il "voto" della commissione dei teologi e quello della consulta dei cardinali (sia gli uni sia gli altri a priori assai simpatizzanti per il Nostro "Venerabile").
Il primo di Ottobre 2008 Peter Jennings, portavoce ufficiale dei padri oratoriani di Birminghan con un comunicato stampa (previo "permesso del Postulatore Romano della Causa di Newman, Dott. Andrea Ambrosi"!) annunciava "che la commissione teologica della Congregazione per le Cause dei Santi, si è riunita a Roma nel tardo pomeriggio di ieri, Martedì 30 Settembre 2008, per considerare la natura miracolosa dell'inspiegabile guarigione del Diacono Jack Sullivan".
Aggiungeva il capo ufficio stampa degli Oratoriani, ostentando prudenza, che "I teologi, che hanno ricevuto la voluminosa documentazione otto settimane fa, hanno chiesto più tempo per studiare questa Causa di così alto profilo" ma, pur tentando di dissimulare l'orgasmatica attesa della beatificazione del loro eminentissimo confratello, i buoni figli di san Filippo Neri sanno fin troppo bene che solitamente è prima di Natale (oltre che a luglio) che il Sommo Pontefice promulga i decreti di beatificazione e canonizzazione! Pertanto, la comunità religiosa -fondata dallo Newman stesso a Birmingam nel lontano 1848- non è rimasta con le mani in mano (e nemmeno con le mani giunte) in attesa dei "decreti romani" ma ha parallelamente, e conseguentemente (e febbrilmente!) decretato di tributare pubblici atti di onori e venerazione per le spoglie del loro candidato agli altari, in ossequio alle consuetudini "romane".

Nel medesimo comunicato stampa del primo ottobre 2008 erano descritte le cerimonie di cui la salma del santo Cardinale sarebbe stata fatta segno: "Oggi ho l'onore di annunciare che in preparazione della Beatificazione del Cardinal Newman i suoi resti verranno esposti alla venerazione nella "Upper Cloister Hall" del "Birmingham Oratory", Edgbaston, il 31 ottobre e il 1 novembre.
Domenica 2 novembre alle ore 11 a.m. verrà celebrata una speciale Messa per la tumulazione... al principio della Messa il feretro contenente le spoglie del cardinal Newman verrà posto su di un catafalco davanti al presbiterio.
Alla fine della Messa il feretro contenente le spoglie del cardinal Newman sarà portato processionalmente al sarcofago di marmo italiano verde posto tra due colonne di fronte all'altare delle Anime Sante..."


Se, infatti, ogni cattolico che si commuove davanti al "corpo incorrotto" del "Papa Buono" e che si mette in fila per guardare la "bella cera" del volto di Padre Pio ( poichè vivendo in quei Paesi in cui trionfò la Controriforma s'è abituato a vedere ossa di martiri e mummie di beati quasi sotto ognuno degli altare delle proprie chiese barocche) trova "naturale" l'ostensione delle reliquie dei santi, non altrettanto normale sarà giudicata in un paese di tradizione protestante.
In Inghilterra (seppur nazione seppur profondamente secolarizzata) religiosamente, politicamente e -soprattutto!- psicologicamente l'Atto di Supremazia di Enrico VIII conserva un immenso potere (così come magistralmente denunciato dallo stesso John Henry Newman), ed ecco: l'opinione pubblica messa di fronte al culto dei santi e delle reliquie non può far a meno di rispolverare gli atavici pregiudizi antipapisti ed inorridire per tanta mancanza di "buon gusto" dei cattolici romani, nonché scandalizzata per perpetuarsi ancora nel XXI secolo di tali "abusi medievali".
Prova ne sia che, persino ormai nel XXI secolo, la stessa giurisprudenza inglese è di ostacolo alla pratica cattolica che impone la venerazione dei corpi dei santi: il primo atto dello scismatico Enrico non fu forse quella di vietare il culto di Thomas Becket e di ordinare di disperderne le ceneri poiché -giustamente- nel santo arcivescovo di Canterbury vedeva il simbolo della pretesa di indipendenza della Chiesa dal potere del monarca?
Nella cattedrale di Canterbury gli anglicani possono venerarne lo spazio vuoto lasciato dal suo mausoleo. Ed i cattolici, di San Thomas More, la più illustre vittima della riforma di Re Enrico, possono venerare la tomba nella cornice museale dell'angusta cripta della cappella anglicana della Torre di Londra.
A causa delle plurisecolare forma mentis puritana, non soltanto è difficile per gli inglesi comprendere le ragioni del desiderio che i resti mortali di un santo vengano seppelliti dentro le chiese, ma persino la stessa legislazione britannica trova difficoltà a giustificare il trasferimento un feretro dal cimitero all'interno di una chiesa!
La desiderata richiesta dei Padri dell'Oratorio di Birmingham -fattisi spalleggiare dal Vaticano stesso!- è stata presentata ufficialmente al britannico Ministero della Giustizia nel mese di Aprile 2008 prospettando la problematica della imminente elevazione agli altari di un suddito Sua Sua Maestà britannica; ovvio che da Londra al principio non poteva che arrivare l'imbarazzata risposta temporeggiatrice sulla necessità del Ministero di ricercare un approfondito parere legale. Nel frattempo gli Oratoriani -i quali nell'ambito del cattolicesimo inglese sono noti per la loro spiccata sensibilità alle forme "tradizionali" del culto e del cerimoniale cattolico- innalzavano un sarcofago di granito italiano di fronte all'altare laterale dedicato alle Anime sante del Purgatorio, e stilavano il cerimoniale per il trionfale trasporto del feretro per la solenne esposizione delle reliquie.

L'11 Agosto 2008, cento diciottesimo anniversario della morte del Venerabile Cardinale, il Ministero della Giustizia di Londra, giustificandosi di fronte all'opinione pubblica col dire che la decisione riguarda un caso particolarissimo e singolarissimo, ha autorizzato la riesumazione e la traslazione del corpo di Newman dal cimitero di Rednal, nei dintorni di Birmingham, nella grande chiesa neobarocca del Birmingham Oratory. Così avvenne che gli Oratoriani di Birmingham annunziando urbi et orbi il loro magno gaudio, gettavano nello sconcerto l'Inghilterra tutta!


La nobile figura del Cardinale Newman è popolarissima in tutto il mondo anglofono, anche fuori dall'ovile dei fedeli di Santa Romana Chiesa, per i quali egli è particolare vanto. Lo stesso variegato mondo protestante, infatti, ha da sempre apprezzato la purissima spiritualità "evangelica" dei suoi Sermoni: capolavori di sacra oratoria ma soprattutto uno dei supremi esempli di "bello scrivere" della storia della letteratura inglese.
Se, pertanto, a qualsivoglia latitudine del mondo anglosassone non è affatto ignota la fama di santità del cardinal Newman, al contempo non era un mistero per nessuno che "Roma" voleva farlo santo. E poiché sta scritto che: "i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce", da molto tempo era stata preparata una campagna scandalistica che, coinvolgendo la memoria del piissimo e castissimo cardinale, mettesse non solo in grave imbarazzo la Chiesa cattolica ma la ponesse di fronte all'opinione pubblica anglosassone sotto una luce sinistra, degna del peggior romanzo gotico ottocentesco (tanto deprecato dal Newman stesso).

Si erano già studiate le possibili mosse con cui il nemico "romano" avrebbe argomentato sia la difesa del cardinal Newman sia la difesa della condotta della gerarchia stessa nei confronti della tomba del cardinale; tutto era stato calcolato al fine di preventivamente rendere più subdole ed insinuanti le accuse alla gerarchia cattolica.
Si attendeva, con biblica pazienza, solo che arrivasse il giorno "beato" in cui (con la esplicita connivenza del Vaticano) i preti cattolici di Birmingham, manifestando il più totale disprezzo per la libera decisione del cardinal Newman, avrebbero preteso di strappare violentemente la salma del celebre convertito dalla zolla di terra che -per esplicita e reiterata volontà testamentaria- condivideva nel Camposanto di Rednal con il confratello Ambrose StJohn.
Già in un articolo dell'agosto 2001 per la rivista cattolica "The Tablet" lo studioso Alan Bray scriveva: "gli eredi della fede di Newman non dovrebbero separarli ora. Il gesto di Newman è un ultimo imperativo comando: non si tratta solo delle sue ultime volontà di uomo, ma anche di qualcosa di più. Si tratta del suo ultimo insegnamento".

Le pruriginose insinuazioni diffuse ad arte non potevano trovare miglior involontario avvocato difensore che il Codice di Diritto Canonico poichè, anche se egli non avesse espresso alcuna opinione a riguardo della propria sepoltura, l'estumazione del Cardinal Newman, fatta a norma dei "sacri canoni", nella mente degli inglesi sarebbe comunque stata giudicata istintivamente nè più nè meno che alla stregua della "volgare" profanazione della più comune delle tombe.
Così insidiosamente striscia subdolamente il teorema calunnioso: come osa il Diritto Canonico arrogarsi il diritto di piegare al proprio arbitrio la legislazione inglese? Se infatti il Diritto Canonico può arrogarsi una qualche giurisdizione sui cattolici inglesi, questa autorità non può che essere meramente spirituale poichè per quanto riguarda la sfera temporale essi sono assoggettati alle leggi dello Stato britannico.
Ne consegue, pertanto, che i preti di Birmingham, chiedendo il rispetto delle norme "canoniche" previste dalla Santa Sede nei processi di beatificazioni, è come se avessero chiesto al Ministero della Giustizia di ratificare il diritto del Papa di Roma di esercitare un potere "temporale" sul suolo del Regno Unito! Poichè nulla può essere considerato meno spirituale e più "materiale" che armarsi di badile e scoperchiare i poveri resti di una cassa da morto, impossessarsi di umide ossa pretendendo poi di esserne considerato quale legittimo "proprietario"!

Non si è posto tempo in mezzo, da parte degli autoploclamatisi difensori dell'eterno riposo del Cardinal Newman, nel ventilare l'opportunità di citare in giudizio lo stesso Ministero di Giustizia per aver concesso illecitamente l'estumazione della salma di Newman: "illecitamente" poichè non in ossequio alla tradizione della legislazione inglese ma bensì in ossequio alla legislazione del Vaticano. Tanto più che il Ministero della Giustizia ha agito in manifesta violazione delle stesse e reiterate volontà testamentarie del defunto!
Dove è mai finito il sacro rispetto che la legge inglese tributa alla libertà sovrana dell'individuo? Che cosa è mai questo che accade nella patria di Stuart Mill?
Se il Vaticano ha la forza di imporre la propria arroganza quando in Inghilterra regna la "papessa" Elisabetta II devotissima alla Chiesa Anglicana e mentre governa un Primo Ministro calvinista, come sarà possibile arginare la tirannide vaticana il giorno in cui il Primo Ministro di Sua Maestà britannica fosse un cattolico o quando - se fosse abolito l'Act of Settlement del 1701- lo stesso monarca inglese fosse di confessione cattolica?

La patetica pantomima mediatica in difesa della libertà del cardinale di poter giacere nella tomba con chi più gli aggradasse, è risultata perciò per i cattolici inglesi assai più imbarazzante di quello che si può superficialmente immaginare proprio a causa del possibile riemergere nell'opinione pubblica d'una seppur sopita, ma pur sempre latente, atavica pregiudiziale antipapista. Di quì l'affrettarsi della giornalista Elena Curti nel firmare un editoriale sulla rivista cattolica "The Tablet" in cui dichiarava britannicamente tutto il sincero dispiacere al pensiero "che l’ultimo desiderio del cardinale possa non essere osservato...
E’ chiaramente documentato che egli volle essere sepolto con il suo caro amico ed è pietoso che le sue ultime volontà non siano rispettate...
"Piuttosto avrei pensato di riesumare anche Ambrose StJohn e a metterlo con Newman”
(SIC!).
L'editorialista del giornale cattolico "Tablet" ha perciò creduto opportuno avanzare una soluzione pilatesca in ossequio al tipico "buon senso" degli inglesi ma rinunciando all'esercizio buon senso tout court poichè se l'unica e sola ragione dell'esumazione della salma di Newman è la felice conclusione del processo di beatificazione (e l'imminente elevazione agli altari), come potrebbe al contempo la Chiesa procedere all'esumazione di Ambrose StJohn per il quale non è stato aperto alcun processo di beatificazione?
Come non rendersi conto che se le autorità ecclesiastiche trasferissero entrambe le salme dalla tomba di Rednal al verde sarcofago di Birminghan non farebbero altro che "canonizzare" la trista maldicenza?
La strategia difensiva non ha, pertanto, puntato sull’adesione compatta del “fronte cattolico” in difesa delle tradizioni romane, al contrario ha puntando tutto sull’autodifesa dell’autoctono cattolicesimo anglosassone dall’accusa di connivenza con siffatte macabre tradizioni dei cattolici continentali.

L’immancabile sondaggio tra i fedeli anglicani (poiché la Chiesa Anglicana considera Newman nonostante tutto anche come una propria gloria) non poteva che essere una plebiscitaria richiesta affinché si lasciasse riposare in pace l’antico cardinale.
Non era stato lo stesso Newman a sostenere brillantemente la tesi che il fedele cattolico, anche di fronte all’infallibilità papale, mantiene tutta intera la propria libertà di decisione secondo coscienza? Non era dottrina professata dal futuro beato che nei casi in cui la parola del Papa è in contrasto con la coscienza bisogna seguire la voce della propria coscienza e non quella del Papa? Che, cioè la sovranità della coscienza e superiore alla sovranità papale?
Ed allora, come è possibile non solo giustificare, ma persino approvare un simile atto da parte del Vaticano?
Faticoso puntualizzare che lo stesso Newman ,se gli fosse stato richiesto dalla Santa Sede, avrebbe rinunciato ad essere seppellito accanto ad Ambrose StJohn senza troppe lacerazioni della propria coscienza poiché per il santo cardinale “la coscienza” era lo strumento con cui la voce di Dio detta la propria volontà alla creatura umana , non la comunemente intesa facoltà dell’individuo di fare quello che più gli pare e piace!

Seguitiamo a scandagliare l’occulto teorema: quindi, se il Papa da ordine di spostare la sepoltura di Newman in violento contrasto con l’esplicita autodeterminazione di Newman stesso, venendo meno platealmente al più sacro dei doveri che è il rispetto della libertà altrui, ciò non può essere affatto giustificato come atto di ordinaria amministrazione, come volevano invece far credere i preti di Birmingham, altrimenti ciò sarebbe la conferma che il Cattolicesimo altro non è che il regno dell’arbitrio dispotico e della tirannide assolutistica.
No, il popolo inglese è un popolo di gentiluomini che non può certo accusare di tale nefandezza uomini che mostrano così tanta signorilità nell’indossare le vesti prelatizie!
Vorrà dire perciò che il Vaticano, decretando un’operazione in contrasto col comune britannico senso del buon gusto, doveva avere davvero delle secrete e quanto mai inconfessabili motivazioni occulte: inquadrata in una simile pregiudiziale e ben rifinita cornice l’esumazione non poteva che apparire inquietante, menre la difesa dell’onore del santo John Henry si è tramutata in un’impresa disperata; indifendibile la Santa Romana Chiesa.

Lo stesso Arcivescovo di Birmingham ha dovuto ammettere che “sono tanti quelli che si oppongono all’esumazione” (tanti quindi anche i fedeli cattolici!) ma al contempo assicurava che “l’esumazione ci sarà” dato che gli Oratoriani di Birmingham non avrebbero risparmiato al loro santo nessuno di quegli onori che è tradizione tributare ai santi da parte della Chiesa cattolica; le pretestuose polemiche si sarebbero sopite quando, di fronte alla possibilità più unica che rara di poter venerare le ossa di un così peculiare astro della storia e della cultura inglese, la popolazione inglese deponendo i puritani pregiudizi si sarebbe sentimentalmente lasciata avvincere dal fascino di un così venerabile rituale della Chiesa Romana.


L’esumazione è stata effettuata nella massima discrezione il giovedì 2 ottobre 2008, giorno che fu sempre tanto caro al santo cardinale per essere la festa liturgica degli Angeli Custodi.
Nota, infatti, la predilezione di John Henry Newman per gli Angeli, anche da anglicano. Sin da dai suoi quindici anni, in quella che Newman definì la sua prima conversione, quando si impresse profondamente nella sua mente la certezza dell’esistenza di Dio, conseguentemente ne dedusse che il senso e significato della realtà visibile è dato dalla realtà invisibile; che dovesse esserci una mistica analogia tra la gerarchia dei poteri naturali e le potenze sovrannaturali. Né conseguì la fede nella dottrina dell’esistenza degli spiriti angeli: intelligenze puramente spirituali che si prendono cura del mondo visibile. Scriveva in un suo sermone anglicano del 1831: “Ogni alito d’aria, ogni raggio di luce e di colore, ogni bel panorama è, se così posso dire, l’orlo della loro veste e l’ondeggiare del manto di coloro i cui volti contemplano Dio”.
La creatura umana, composta di spirito e di materia è un fratello minore dell’angelo che però ha ricevuto la missione di essere "il Vicerè" di Dio “nel mondo della materia e dei sensi, alla frontiera contro il nemico” (come poeticamente detto da Newman nel "Sogno di Geronzio").

Per Newman la vita reale è la vita dell’anima peregrinante nel regno del visibile le cui immagini ed simboli disseminati lungo il sentiero indicano la via da percorrere: “ex umbris et imaginibus in veritatem” chiederà per testamento che venga scritto sulla propria lapide commemorativa della sua chiesa di Birmingham.
Ogni essere umano in quanto essere spirituale, dunque, deve sforzarsi (andando oltre le apparenze o le repulsioni sensibili) di vivere in compagnia degli angeli e dei santi e, come questi e quelli, trovarsi sempre alla presenza della Maestà Divina:
“Chi può affermare che tutti noi, o almeno quelli di noi che vivono nella fede in Cristo, non abbiamo per tutto il tempo che viviamo sulla terra una misteriosa anche se inconsapevole, vita alla presenza di Dio, vedendo ciò che non sappiamo di vedere, trasformati nella sua impronta, ma incapaci di applicarvi la nostra riflessione? E tutto questo senza avere di conseguenza uno sdoppiamento del nostro io; senza anche la realtà del nostro soggiorno terrestre e della nostra prova ne siano sminuite, ma anzi ne siano accresciute?
Non ci sono stati forse uomini prima d’ora, come Eliseo, quando il suo spirito seguì il suo servo Giezi, oppure come san Pietro quando annunciò l’arrivo degli uomini che avevano seppellito Saffira, ovvero come san Paolo quando la sua presenza in spirito lo precedette a Corinto…”?
E in un altro sermone:
“E perché dovrebbe essere incredibile che lo Spirito possa visitare l’anima e produrre in essa una manifestazione divina che tuttavia essa non percepisce dato che le sue percezioni attuali si hanno soltanto per mezzo del corpo? Chi può limitare il potere dello Spirito di Dio… Come la Terra gira attorno al sole eppure diciamo che il sole si muove, le nostre anime, di fatto, vengono portate a Cristo anche se noi diciamo che è lui che viene da noi…. San Paolo fu rapito in paradiso eppure il suo corpo rimase dov’era e se l’anima ne venne separata era una questione che egli non seppe risolvere ”.

Ne consegue che il “Santo”,secondo la riflessione di Newman : “la maggioranza delle persone non lo conoscono, e perfino in san Paolo o in san Giovanni vedrebbero un uomo comune.
E tuttavia uno di costoro parlerà in maniera efficace anche alle masse. In momenti di difficoltà o di pericolo eccezionali, quando lo spirito umano viene meno di paura, egli eserciterà un potere naturale sul mondo e ci parrà che parli non come singolo individuo, ma se come in lui fosse concentrata tutta la virtù e la grazia di quei santi che sono stati i suoi compagni per tutta la sua vita. E’ vissuto con coloro che sono morti, e al mondo apparirà come uno che venga di tra i morti, che parli a nome dei morti, che usi il linguaggio delle anime dei morti per parlare delle cose visibili, che riveli i misteri del mondo celeste
”.

Sembra quasi di vederli gli Angeli volteggiare sopra il Cimitero di Rendal il 2 d'Ottobre 2008, nel giorno della loro festa, e scendere a passeggiare tra quei “ figli degli uomini” intenti a scavare nella sepoltura del santo cardinale, sussurrando al loro cuore: perché cercate tra i morti colui che vive?


Sabato 4 ottobre 2008, Peter Jennings, capo ufficio stampa della Congregazione dell’Oratorio di Birmingham dava il resoconto ufficiale dell’esumazione di due giorni prima: assolutamente niente è stato ritrovato dei resti mortali del Cardinale John Henry Newman. Sono stati rinvenuti solo alcuni frammenti ormai fradici del legno della cassa, e parte delle sagoma metallica rappresentante lo stemma cardinalizio che si trovava affisso sul coperchio della cassa mortuaria assieme ad una targhetta su cui è la ormai logora incisione del nome dell’illustre defunto: "Eminent[issimus] et Reverend[issimus] Joannes Henricus Newman Cardinalis Diaconus S Georgii in Velabro Obiit Die XI August. MDCCCXC RIP".

Se per il personale medico e tecnico presente all’estumazione il totale dissolvimento del corpo di un defunto posto in un terreno molto umido e in una semplice bara di legno di quercia non è stata affatto una sorpresa (anzi era l’ipotesi prevedibile), invece davvero grande dev'esser stata la costernazione dei confratelli nel Cardinale per non aver ritrovato nessuna reliquia del loro santo!

E mentre gli attivisti contrari alla separazione delle ossa di Newman da quelle del confratello StJohn, elevavano i loro osanna, farneticando sul fatto che ora Newman era da considerarsi ancora più santo per aver fatto un simile scherzo “da prete” al Vaticano, invece i savi di mente andavano considerando che la Divina Provvidenza avava -nei suoi insondabili giudizi- così disposto per far emergere nella sua più pura luce il peculiare carisma di santità del Cardinal Newman.
Ad un bambino che, vedendolo nelle solenni vesti purpuree, gli esternò il dubbio se fossero più importanti i santi o i cardinali, John Henry Newmana aveva risposto: "I cardinali sono della terra, solo i santi sono del cielo".


Un nuovo comunicato stampa di venerdì 10 Ottobre rettificava lo svolgimento dei riti di venerazione del “Venerabile”: Alcune ciocche di capelli del santo vegliardo (custodite religiosamente dai Figli di San Filippo Neri sin dalla morte del cardinale) sarebbero state poste in una teca di vetro assieme alle reliquie “secondarie” ritrovate nella tomba (dopo essere state sottoposte a restauro consevativo a cura dello “York Archeological Trust”) ed esposte per due giorni alla venerazione dei fedeli –dalle ore nove alle ore venti- com’era già stato precedentemente previsto. Invece durante la messa solenne di domenica 2 Novembre 2008 la teca di vetro verrà posta nella cappella, a destra del presbiterio, dedicata ad un altro santo cardinale: Carlo Borromeo grande amico di San Filippo Neri. La teca rimarrà così esposta alla venerazione per tutto il tempo che ancora bisognerà attendere per la Beatificazione (cioè: finchè non si trovi una opportuna collocazione per le "insperate" reliquie).

“Dalla meticolosa esumazione della tomba del Cardinal Newman a Rendal il giovedì 2 Ottobre 2008 non è stato rintracciato nessun resto umano. I Padri del “Birmingham Oratory” hanno quindi deciso che il sarcofago di marmo verde fatto per ricevere il corpo del Cardinale Newman non verrà posto nella chiesa come originariamente programmato.”
Così accontentati tutti coloro che, a vario titolo, in Inghilterra non avevano apprezzato la decisione di esumare Newman (poiché dato che i resti umani non sono stati ritrovati e quindi non sono stati esumati, pertanto l’esumazione non c’è stata) la mente degli inglesi potrà senza turbamento accostarsi alle più autentiche reliquie del santo: le sue illuminanti trattazioni, i suoi spirituali concetti, la sua mistiche meditazioni che -non è da escluderlo!-, un giorno potrebbero ottenergli da parte della Cattedra di San Pietro un titolo di devozione ancora ulteriore a quello derivante dalla canonizzazione.

Si può immaginare che, pur con tutto l'umano dispiacere e adorarando i decreti della Divina Maestà, il padre Chavasse, Prevosto della comunità oratoriana di Birmingham, ha dovuto ammettere che la dissoluzione del corpo del "venerabile" è stato un evento “provvidenziale” mettendo fine al pretesto di un’insulso clamore mediatico intorno a quella -divenuta polemicamente celeberrima- croce di pietra del vecchi cimitero di Birmingam, anche gli stesi confratelli del santo cardinale, privati per sempre del suo corpo, dovranno sempre più, e sempre meglio, venerare lo “spirito” di John Henry Newman:
“Il Signore anche quando fu innalzato sulla croce offrì l’esempio di un’anima protesa verso il cielo e nascosta in Dio, mentre ai suoi piedi stava il mondo tumultuante. La folla incredula si accalcava intorno ala croce, quelli che passavano lo insultavano e gli scribi lo schernivano. Tuttavia egli anche nella sua agonia, era immerso nella divina contemplazione. […] E mentre egli era nascosto in Dio, così pure, in quel momento terribile, al suo fianco c’era qualcuno che fissando lui era anch’egli nascosto in Dio. Il buon Ladrone disse: “Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. E Gesù gli rispose : “In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso”.
[…]
Il Figlio dell’uomo, però, mentre era in terra con il suo agire esteriore, in spirito era in cielo.
Seguitelo nel deserto… quando dopo la tentazione del diavolo vennero gli angeli e lo servivano; o salite con lui sul monte a pregare, dove… fu trasfigurato e parlò con Mosè e con Elia; e voi vedrete veramente dove era realmente e con chi mentre dimorava su questa terra: con i santi e con gli angeli, con il Padre che lo proclamò suo Figlio prediletto, e con lo Spirito Santo che discende su di lui. Egli fu il Figlio dell’uomo che sta in cielo e che mangiò un cibo che gli altri non conoscevano.
Così diverremo noi, nell’apparenza e nelle realtà, se saremo suoi.
Veramente la nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo; ma quanto al mondo, non saremo tenuti in grande considerazione: il mondo non ci conosce perché non ha conosciuto lui. Ancora di più, saremo messi in ridicolo a causa della nostra religione, saremo disprezzati o anche puniti; se hanno chiamato Belzebul il padrone di casa quanto più i suoi familiari!
Tale è la condizione di coloro che risorgono con Cristo.
Egli risuscitò nella notte, quando nessuno lo vide e così pure noi risusciteremo. Ma non sappiamo né come né quando.

Nessuno conosce alcunché della nostra storia religiosa, del nostro andare a Dio, del nostro crescere in grazia, dei nostri successi, ma solo Dio che le produce segretamente…
Aspirate perciò a essere concittadini dei santi e familiari di Dio (…), e risorgerete con Cristo.
Guardate: egli vi offre la mano; egli risorge, risorgete con lui!
Uscite dalla tomba del vecchio Adamo, dalle preoccupazioni che appesantiscono, dalle gelosie, dall’irritabilità e dagli ideali mondani, dalla schiavitù delle abitudini, dal tumulto delle passioni, dal fascino della carne, dallo spirito freddo, mondano, calcolatore; dalla frivolezza, dall’egoismo, dall’effeminatezza, dall’ambizione e dall’orgoglio. Impegnatevi d’ora innanzi a fare quello che è così difficile compiere, ma che non deve essere tralasciato; vegliate, pregate e meditate secondo le possibilità concesse a voi da Dio…
...mostrate che il vostro cuore i vostri desideri, la vostra vita sono con Dio… affinché realizziate in buona misura l’esortazione di san Paolo: ‘Cercate le cose di lassù ’ e manifestiate che voi siete suoi, perché il vostro cuore e risorto con Cristo e la vostra vita è nascosta in lui.”


martedì, ottobre 07, 2008

Economia della Salvezza /2

"OLTRE I SOLDI. Così in 15 minuti Benedetto XVI ha riassunto alcuni dei passi centrali del suo pontificato"
Ovvero: Articolo sul Foglio di martedì 7 ottobre 2008, in cui si espone un'anonima riflessione intorno alla Meditazione spirituale che il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto in apertura dei lavori della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis durante la preghiera dell’Ora Terza, lunedì 6 ottobre 2008 :


E' vero. il Papa ha parlato del "crollo delle grandi banche", ha detto: "Questi soldi scompaiono, sono niente", ha ricordato che "chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia".
Fin qui però non ci sarebbe nulla di eccezionale. Chi frequenta le chiese è abituato a sentire prediche sulla vacuità delle ricchezze. Di solito funziona così: "Viviamo nella società dell'apparenza, siamo schiavi del successo", quindi "etica, morale" e un larvato invito a vivere un po' in disparte, come dire che è bene per l'uomo sottrarsi alla realtà.
Davanti ai vescovi radunati in Vaticano per il Sinodo, il Papa non ha seguito questa logica.

Ha parlato di "successo, carriera e soldi" per dire cosa?
Che "la Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà".

Commentando il Salmo 118 con il suo modo semplice e piano parlando a braccio, stupendo un po' tutti, Benedetto XVI ha disegnato un discorso di quindici minuti in cui sono riecheggiate Ratisbona, le sue encicliche, il discorso al Colleges des Bernardins, il libro su Gesù.
Chiudono le banche, si sgretolano le certezze più solide e lui ammonisce: "Dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio... chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza".
E' l'opposto di un invito a fuggire la realtà. E' l'invito a capovolgere l'assioma cardine dell'Illuminismo e tornare a vivere veluti si Deus daretur. Perché "tutta la creazione è pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura". E' la storia di questo rapporto che muove il mondo -dice il Papa- e in questo lega in un istante la storia del popolo ebraico e il cristianesimo: "Nel periodo ellenistico, il giudaismo ha sviluppato l'idea che la Torah avrebbe preceduto la creazione del mondo materiale. Questo mondo materiale sarebbe stato creato solo per dare luogo alla Torah, a questa Parola di Dio che crea la risposta e diventa storia d'amore".
Ma nel suo discorso Benedetto XVI è andato oltre. Ha affermato che è la ricerca di Dio a dare sicurezza alla vita dell'uomo.

Accennando a un tema che ha anche causato aspri dibattiti nella Chiesa, ha ricordato ai vescovi che "noi siamo sempre alla ricerca della Parola di Dio" e che per questo la lettura della Scrittura non è il semplice studio di un testo letterario, ma "È il movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio".
Sono ritornate così alla mente le parole del suo Gesù di Nazaret dove dove scriveva che "oggi la Bibbia viene assoggettata da molti al criterio alla cosiddetta visione moderna del mondo, il cui dogma fondamentale è che Dio non può affatto agire nella storia... Allora la Bibbia non parla più di Dio, del Dio Vivente, ma parliamo solo noi stessi e decidiamo che cosa Dio può fare e che cosa dobbiamo o vogliamo fare noi".
Il Papa ha ricordato che l'uomo non può affidare le sue speranze a sistemi perfetti, ma solo all'amicizia di Dio. In questo sta il valore della Chiesa, fissato ben oltre i dibattiti che l'hanno afflitta dopo il Concilio Vaticano II. "Entrando nella comunione con la Parola di Dio, entriamo nella comunione della Chiesa che vive la Parola di Dio. Non entriamo in un piccolo gruppo, nella regola di un piccolo gruppo, ma usciamo dai nostri limiti".

domenica, ottobre 05, 2008

LA DIVINA PASTORA [8]

Ovvero: "Spesso parliamo del contenuto delle Scritture supponendo che il contenuto sia il messaggio. Ma è falso.
Il vero contenuto della Bibbia è la persona stessa che sta leggendo"

(H.M. McLuhan)

Il programma dell'evento culturale "La Bibbia Giorno e Notte", intelligentemente organizzato dal Pontificio Consiglio per la Cultura -e cioè da quel naturaliter affabulatore di monsignor Gianfranco Ravasi- in collaboratore con la Rai, in concomitanza dell'apertura del Sinodo dei Vescovi sulla Sacra Scrittura, prevedeva (addirittura cronometricamente!) che la maratona della lettura ininterrotta della Bibbia (secondo il Canone del Concilio di Trento, ovviamente!) avrebbe dovuto principiare domenica 5 ottobre 2008 alle ore 19:10 in punto quando, nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, sarebbe stato proiettato su di un megaschermo il filmato registrato in cui Benedetto XVI legge l'incipit della Bibbia fino al quarto versetto del secondo capitolo del Genesi.
Poi, alle 19:28 il vescovo ortodosso Ilarion del Patriarcato di Mosca avrebbe letto tutto il restante secondo capitolo della Genesi, avendo davanti agli occhi una imponente edizione del testo sacro aperto su di un leggìo baroccheggiante.
E in effetti, secondo programma, principiava proprio così la teoria di mille e duecento persone che avrebbero avuto l'onere di colmare le 139 ore che separano il primo versetto della Genesi all'ultimo versetto dell'Apocalisse.

Il programma ufficiale aveva previsto che a seguire, alle ore 19:33, la pastora Maria Bonafede, dal 2005 Moderatore (moderatrice?) della Tavola Valdese, leggesse per intero il capitolo terzo.

A seguire Roberto Benigni cui, con grandissimo acume, l'occulto regista ha dato, al sempre sottilmente ironico comico toscano, il compito di rendere lieve l'estenuante genealogia di Matusalemme and company; poco dopo anche "il divo" Giulio Andreotti avrebbe letto di Babele nochè la genealogia di alcuni coetanei dello stesso senatore a vita: tutta gente morta a quattrocentotrenta anni, a duecentosette anni o a duecentocinque anni.

Epperò, rispetto al programma diffuso c'è stata una "sostituzione di persona" che non bisognerebbe ignorare o "relativizzare", ma su cui bisognerebbe seriamente interrogarsi: la pastora Maria Bonafede non ha letto "Genesi 3" ma è stato Domenico Maselli anch'esso valdese nonchè Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) che s'è recato al leggìo per declamare il terzo capitolo della Genesi, ovvero il racconto del Peccato Originale.
Eppure la stessa Chiesa Valdese (con un comunicato stampa del 17 settembre 2008) aveva annunciato ufficialmente che "In occasione della lettura integrale ed ininterrotta della Bibbia, che avverrà dal 5 all'11 ottobre in diretta televisiva, la pastora Maria Bonafede, moderatore della Tavola valdese, affiancherà Benedetto XVI nella serata di apertura dell'evento. Maria Bonafede leggerà il III capitolo della Genesi."

Cosa è successo nel frattempo?
Forse una scelta dettata dalla richiesta di maggior spirito ecumenically correct da parte delle altre denominazioni protestanti italiane diverse da quella valdese?
Difficile crederlo. Lo stesso Domenico Maselli aveva dichiarato che la sacra esibizione della pastora Bonafede davanti alle telecamere della Rai era unanimamente considerato un onore ed un vanto del protestantesimo italico tutto: "Crediamo sia molto significativo che tra i primi a leggere la Bibbia vi sia il moderatore della Tavola valdese, una piccola chiesa autoctona italiana che ha preceduto la Riforma protestante, ne ha poi accettato i principi, e costituisce il nucleo storico della presenza evangelica nel nostro paese".

La legittimità dell'interrogativo, quindi, permane.


Cosa è successo a Maria "Moderatrice"?

Mi si perdoni se di seguito prospetto un'ipotetico retroscena, forse non del tutto peregrino.
Dunque: la pastora, una sera, terminato di scrivere un sermone contro la vendita delle indulgenze per svagarsi un po' si guardava su Raidue la replica notturana di "Protestantesimo", avrà allungato una mano sul tavolino del salotto e raccolta una delle tante edizioni della Bibbia in suo possesso, la avrà aperta al capitolo terzo, per provare l'intonazione e le pause (e trastullandosi facendo la parodia di papa Ratzinger).
Ma, tutto d'un tratto, un insinuante sospetto si è fatto strada nella mente della "Pastora delle anime"; come un fulmine che squarcia la notte, illuminando la propria partecipazione alla kermesse biblica di luce sinistra.

Sarebbe stata la terza persona a far parte della maratona biblica, ma il primo esponente del seppur variegato mondo evangelico nochè la prima fra tutte le donna. Epperò, mentre il Papa cattolico avrebbe letto della Creazione del Cosmo e mentre il vescovo ortodosso avrebbe letto della Creazione dell'Uomo, la pastora protestante -la prima donna- avrebbe dovuto leggere della perdizione del genere umano a causa della prima donna: "Il sepente mi ha ingannato ed io ne ho mangiato".

L'Italia intera avrebbe visto in diretta televisiva un esponente del "sesso debole", per di più protestante, quale medium di quella Eva che stupidamente soccombe alle tentazioni di Satana. Avrà pensato la pastora: Ecco! La solita intollerante Chiesa Romana maschilista e misogena che vuol far passare subliminalmente il messaggio che la donna -e "l'eresia protestante"- sia il privilegiato "strumento del diavolo" per procurare la dannazione deigli uomini!

Ancora prostrata dal disgustante dubbio della possibilità d'un simile occulto oltraggio cattolico alla sua persona ed alla sua fede, la sua attenzione fu attirata dal trillo del telefono. Con un poco d'ansia vista l'ora tarda, alza la cornetta e con propria grande sorpresa sente dall'altro capo del filo la flautata voce del biblista Gianfranco Ravasi che inframmezzando citazioni del Salmo 22 ("su pascoli erbosi mi fa riposare"), si premurava di informarsi di non averla disturbata nell'ora del riposo dalle fatiche pastorali.
Monsignor Ravasi si scusava per l'ora tarda ed inopportuna ma non era riuscito a resistere alla tentazione di annunziarle la "lieta novella" in anteprima assoluta!
L'ambrosiano prelato era appena stato a cena dal Santo Padre col quale si era intrattenuto amabilmente, disputando sulla mai risolta diatriba intorno al dubbio se anche le donne abbiano un'anima razionale; il Santo Padre, inoltre, avendo felicemente constatato il generale interesse mediatico creatasi attorno alla manifestazione "La Bibbia Giorno e Notte", aveva accettato la proposta di monsignor Ravasi di bissare, partecipando, questa volta di persona, ad un nuovo evento televisivo assai più breve dal titolo: "E' giunta l'Ora".
Il nuovo progetto prevede infatti, in occasione della prossima Pasqua, un'ora in diretta televisiva, sempre da Santa Croce in Gerusalemme, durante la quale il Papa ed un esponente della Chiesa Ortodossa ed un esponente delle Chiese protestanti dovranno declamare il testo evangelico della Passione di Cristo.
Il Papa leggerà le parole di Gesù, il russo Ilarion del patriarcato di Mosca ha già dato la sua disponibilità a fare la parte del narratore e si era perciò pensato alla pastora Maria Bonafede per leggere le battutte degli altri personaggi: Giuda Iscariota, Caifa e Ponzio Pilato. Ad essere sinceri, si era già proposto a Riccardo di Segni di leggere le battute di Caifa ma il rabbino, pur felicitandosi per l'iniziativa nel suo complesso, ha gentilmente declinato l'invito.

Ma a tal segno, la pastora fremente, avrà attaccato il telefono in faccia ad un costernato Monsignor Ravasi che non sarà riuscito a capacitarsi per cotanta manifestazione di scarsa sensibilità evangelica.

sabato, ottobre 04, 2008

gioia del "colle" [2]

Ovvero: LO SPIRITUALE E IL TEMPORALE



In una piovosa mattinata romana il cui cielo pare quasi si schiarisca solo per consentire una più felice e fausta salita al Palazzo del Quirinale, scortato dai Corazzieri; il sedici volte Benedetto nella solennità di San Francesco d'Assisi, Santo Patrono di quell'Italia di cui la sede quirinalizia ospita il Capo di Stato, è giunto in visita "di restituzione" al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo che questi s'era recato in visita ufficiale in Vaticano il 20 novembre 2006.

Pertanto, il quattro di ottobre dell'anno di nostra salute bismillesimo ottavo -nonché quarto anno di sacro principato ecclesiastico- il nove volte pio Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante, accolto con somma deferenza dall'undicesimo Sommo Magistrato della costituzionale Repubblica Italiana; indossata, sopra l'abito corale ancora estivo, una preziosa stola appartenuta al Beato Pio IX (decorata con le sacre immagini della Vergine Immacolata e della santa martire romana Agnese); è asceso a quei saloni dai voluttuosi ornamenti neo-rococò, decorati in ossequio al gusto della Real Casa savoiarda. Quattro sovrani sabaudi si susseguirono in quella che era stata per oltre due secoli la nobilissima ma austera residenza dei Romani Pontefici: San Giovanni Bosco lo aveva profetizzato -addirittura già nel 1855- che "la famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione"!



Nella sua allocuzione di fronte "alle illustri Personalità qui presenti" il piissimo Benedetto XVI ha evocato le figure dei "Pii" Braschi e Chiaramonti delle cui "prove e persecuzioni" il Quirinale fu teatro; non ha menzionato espressamente il "Pio" Mastai Ferretti, dei cui segni pastorali Papa Ratzinger s'è rivestito per l'occasione, ma ha citato quell'altro Pio che nel 1929 risolvette la questione Romana in modo "definitivo e irrevocabile" e per il quale (usando le parole del Poverello d'Assisi) la sovranità temporale sullo Stato della Città del Vaticano, accordata al Romano Pontefice con Trattato del Laterano, è "quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima".
«Sul finire del 1939, a dieci anni dal Trattato Lateranense, avvenne la prima visita compiuta da un Pontefice al Quirinale dopo il 1870.
In quella circostanza, il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, del quale ricordiamo in questo mese il 50° della morte, così ebbe ad esprimersi con immagini quasi poetiche:
"Il Vaticano e il Quirinale, che il Tevere divide, sono riuniti dal vincolo della pace coi ricordi della religione dei padri e degli avi. Le onde tiberine hanno travolto e sepolto nei gorghi del Tirreno i torbidi flutti del passato e fatto rifiorire le sue sponde dei rami d’olivo" (Discorso del 28 dicembre 1939).»

Non è mancata la citazione, in laude del Santo Patrono d'Italia, del venerato predecessore polacco che per ben tre volte fece visita all'inquilino del Quirinale!
Senza dimenticare, in queste litanie di santi pontefici quel Beato e buon Papa Giovanni; che andando in visita al Quirinale 11 maggio 1963 si compiacque di lodare la santa memoria di Pio IX; pellegrino ad Assisi il 4 ottobre 1962 esaltò il Soglio Pontificio quale somma gloria italica:
"Tu, Italia diletta, alle cui sponde venne a fermarsi la barca di Pietro - e per questo motivo, primieramente, da tutti i lidi vengono a te, che sai accoglierle con sommo rispetto e amore, le genti tutte dell'universo - possa tu custodire il testamento sacro, che ti impegna in faccia al cielo e alla terra"

Terminata la citazione "giovannea" il buon papa Ratzinger termina con l'esclamazione: "Iddio protegga e benedica l’Italia e tutti i suoi abitanti!" che suona anch'essa come l'eco delle parole di un altro papa di nome Giovanni (Mastai Ferretti): "Benedite, gran Dio, l'Italia e conservatele sempre questo dono di tutti preziosissimo, la fede. Beneditela con la benedizione che umilmente vi domanda, posta la fronte per la terra, il vostro Vicario".

E mentre, ammainato lo stendardo vaticano dal torrino del palazzo del Quirinale, il cielo nuovamente si incupiva, il corteo di corazzieri motorizzati facevano corona alla automobile del successore di tanti sì angelici e buoni pastori che lentamente procedeva, benedicente, verso il colle Vaticano.
Quando ormai il corteo papale raggiunto il ponte (Ponte Vittorio Emanuele II!) attraversava un Tevere le cui sponde parevano assai più vicine, ecco che, qual sommo segno dell'ira demoniaca per tanta "Santità" dentro al Quirinale -"il principe delle potenze dell'aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli" di cui parla l'Apostolo Paolo! (Efesini 2,2)- un fulmine è andato a scagliarsi fragorosamente contro il pennone da pochi minuti orbo della bandiera bianca e gialla ornata dalle chiavi di San Pietro: potere del temporale!

giovedì, ottobre 02, 2008

CASTRUM DOLORIS, XV

Ovvero: "Più che in ogni altra occasione, abbiamo avuto l'opportunità di sperimentare la grande compassione e la grande generosità di questo papa durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna speranza".
(rav Elio Toaff, in morte di Pio XII, ottobre 1958)


In un suo scritto dato alle stampe nel 1973, il celeberrimo vaticanista Carlo Falconi manifestava tutto il proprio cruccio per il fatto che una Stampa sempre pronta a gridare al sensazionalismo, nonché ormai disgraziatamente avvezza ad amplificare ad arte qualsiasi pettegolezzo ecclesiastico, non avesse invece giudicata degna di alcun interesse la rivelazione del fatto che papa Pio XII nel 1940 aveva comunicato al Governo Britannico, per mezzo di sir Francis D'Arcy Osborne (diplomatico inglese presso il Vaticano), il piano tedesco di attaccare la linea Maginot.
Papa Pacelli, quindi, nonostante le pubbliche dichiarazione di neutralità -in quanto padre spirituale che ama in egual modo tutti i suoi figli sull'uno e sull'altro fronte- in realtà poi, segretamente aveva parteggiato per uno dei due fronti, inviando al fronte alleato notizie riservate sui piani di guerra dell'esercito nazista!
Ma ecco che qualunque rivelazione di qualsivoglia atto della Santa Sede e di Papa Pacelli in persona non si adegui al canovaccio di un Pio XII e di una Chiesa cattolica connivente col Nazismo ma che, invece, possa essere interpretato più o meno quale sintomo di un -seppur blando- antinazismo viene lasciato cadere, scivola insignificante, cade negletto, privo di peso.

Le critiche velate durante gli anni cinquanta, quando egli era "gloriosamente" regnante, dopo la sua dipartita divennero -fuori e dentro la Chiesa cattolica- accuse esplicite e pubbliche: un "papa politico" che nel procedere delle barbarie della seconda Guerra mondiale si sarebbe limitato a rammentare ai belligeranti i doveri e le regole della diplomazia anteponendoli alla proclamazione dei superiori diritti umani ed anteponendo la politica ai principi evangelici: in una parola il famigerato "silenzio".
"Il silenzio di Pio XII" divenne addirittura proverbiale e divenne il titolo di un saggio storico del 1965 che a vent'anni anni dalla fine della guerra mondiale proprio Carlo Falconi dedicava all'analisi della politica vaticana durante i cinque anni di guerra, nonché, più in generale al contegno delle gerarchie ecclesiastiche nell'Europa occupata dai nazisti.

Pur giudicando irritanti le pubbliche difese a spada tratta dell'operato di Pio XII che, al principio del proprio pontificato -tra l'altro anche nel suo viaggio a Gerusalemme- fece Paolo VI (l'antico collaboratore di Pacelli in Segreteria di Stato), e seppur definisca demagogico il contemporaneo varo dei processi di beatificazione di due pontefici tanto diversi come Pacelli e Roncalli, Carlo Falconi -bontà sua!- nel 1973 sosterrà che:
"Prima o poi l'implacabile accanirsi del destino contro questa discutibilissima, ma in ogni caso imponente, personalità [...] finirà, come sempre accade dopo ogni eccesso, per far trionfare la giustizia.
Ho scritto nel mio Silenzio di Pio XII che, se lo storico non può non essere categorico nel condannare la responsabilità oggettiva del Pacelli, altrettanto categorico deve essere nel non attribuirgli una responsabilità soggettiva, perché la decisione di tacere fu da lui presa in coscienza dopo drammatiche lotte interiori: e sono tutt'ora di questo parere.

Pio XII non fu un pavido o una "creatura pusillanime" [...]. E basterebbe a dimostrarlo anche solo l'informazione fornita a sir Osborne il 6 maggio 1940, ma comunicata contemporaneamente anche ai governi dell'Olanda e del Belgio. Ben difficilmente infatti la resistenza di questi ultimi due Paesi avrebbe potuta far argine al dilagare delle colonne corazzate della Wermarcht e, se i loro archivi del ministero degli esteri e di quello della guerra, o anche solo qualche loro addetto, fossero caduti in mano agli occupanti, il segreto sarebbe stato irrimediabilmente svelato. In tal caso, non è davvero arduo immaginare quali ne sarebbero state le conseguenze personali per il papa e per la Santa Sede.

L'atteggiamento di Pio XII nei riguardi della Polonia invasa sette mesi prima era stato di un'estrema cautela e i gerarchi nazisti non potevano che esserne soddisfatti. Ma già nell'incontro dei ministri degli esteri italiano e tedesco nell'aprile 1941 a Firenze, il governo tedesco aveva chiesto a quello italiano di fare in modo che il papa lasciasse Roma "perché nella nuova Europa non dovrebbe esservi posto per il papato". Ciò perlomeno, era stato riferito al papa il 25 aprile e monsignor Tardini, Segretario della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, lo aveva registrato in un suo pro-memoria del 6 maggio. Un piano del genere può certo spiegarsi anche soltanto come un ovvio corollario dell'ideologia nazista, ma soltanto con essa o non piuttosto con ragioni più immediate e più gravi di carattere apertamente vendicativo?
E' accertato, infatti, che nel 1943 dopo che Roma era stata occupata dai tedeschi, reparti speciali dovevano attendere l'ora X per metter le mani anche sul Vaticano e soprattutto sulla persona del papa (l'ordine era stato dato personalmente da Hitler al generale delle S.S. Karl Wolf il 13 settembre alla presenza di Bormann)".

Gli anni settanta, specialmente in quell'Italia in cui scrive Falconi, sono gli anni in cui il gergo dell'ideologia marxista ha conquistato l'intellighenzia "borghese" dell'Occidente laico ma anche il nuovo clero post-conciliare, perciò, continua il Nostro:
"Il mancato apprezzamento per questo coraggio di Pio XII stupisce però soprattutto in un tempo come l'attuale nel quale la parola "rivoluzione" è declinata in tutti i modi possibili e immaginabili e i mezzi per sostenerla e i pretesti per legittimarla come parola d'ordine sono ricercati ovunque e non di rado con più gratuita tenacia. Un papa che parteggia con l'aggredito contro l'aggressore con rischio personale e per la sua Chiesa non è davvero un fatto di tutti i giorni.
Ma c'è un episodio molto più audace, che rende quasi scandalosa l'ingiustizia del misconoscimento del coraggio di Pio XII soprattutto in un momento come l'attuale. Quello che fu rivelato per la prima volta dal suo segretario particolare, il gesuita Robert Leiber, un mese dopo la sua morte, nel profilo che questi gli dedicò sulla rivista "Stimmen der Zeit". Con appena una decina di parole, padre Leiber affermò che nella primavera del 1940 Pio XII diede il suo appoggio nientemeno che ad un complotto di alti ufficiali tedeschi che miravano alla deposizione di Hitler.
Pio XII cospiratore, Pio XII guerrigliero, ecco davvero un papa Pacelli totalmente inedito.

Gli storici possono anche rimanere abbastanza indifferenti. Di papi congiuranti e trafficanti con pugnali e veleni non scarseggia certo la storia dei vicari di Cristo in terra. I secoli bui della fine del primo millennio e quelli d'oro del Rinascimento ne offrono addirittura delle serie. Ma dopo di allora lo stile dei papi mutò notevolmente. L'ultimo esemplare di una notevole spregiudicatezza è forse Gregorio XIII [...].
Ebbene, Gregorio XIII approvò vari tentativi di assassinio di Elisabetta d'Inghilterra facendoli ampiamente giustificare dal suo segretario di Stato. Anche se non li promosse o non li appoggiò in modo concreto, con finanziamenti o altro [...] comunque dopo quattro secoli di una tradizione del genere è naturale che i non addetti al lavoro ignorino o conoscano in modo estremamente vago questi non gloriosi trascorsi del papato. Ma proprio per questo dovrebbero ancor più reagire con un autentico soprassalto di fronte alla rivelazione di Pio XII congiurato contro Hitler.

In parte almeno la colpa di ciò va attribuita a una relativa mancanza di particolari, soprattutto di colore, capaci di dare una carica adeguata al fatto. [...] il personaggio che fece da trait d'union tra il gruppo degli ufficiali tedeschi e padre Leiber: Joseph Müller, ufficialmente agente del servizio militare di spionaggio del Reich, ma nello stesso tempo principale emissario dei nuclei della resistenza militare anti-hitleriana. Cattolico di professione avvocato nella vita civile, egli era stato amico del Pacelli quando questi aveva ricoperto in Germania la carica di nunzio apostolico. Per anni durante la guerra riuscì ad informare il papa sulla situazione interna tedesca, specialmente su eventi di carattere militare (fu lui tra l'alto che lo preavvisò dell'imminente attacco alla Maginot) senza naturalmente entrare in contatto diretto con lui anche solo una volta. Suo unico tramite fu invece costantemente padre Leiber. Per mezzo suo Müller comunicò a Pio XII la richiesta dello status di governo alternativo a favore dei congiurati, richiesta che doveva essere trasmessa a Londra. Ovviamente i congiurati avevano bisogno di tale riconoscimento per il momento in cui, eliminato Hitler, avrebbero conquistato il potere.

Esiste un minuzioso rapporto di Osborne, datato del 7 febbraio 1940, relativo ai suoi contatti in proposito con il Vaticano. Vi si apprende tra l'altro che Osborne ebbe allora tre incontri personali con monsignor Ludwig Kaas, ex capo del Zentrum, il disciolto partito cattolico tedesco, ritiratosi a Roma sin dal 1933, dove funse da consigliere di Pio XII per i problemi tedeschi. Ma soprattutto vi si legge riferita tra virgolette, la parte centrale delle parole pronunciate dal papa: "Una parte dell'esercito tedesco è disposta a un cambiamento di governo che la liberi da Hitler: il quale si vanta che sarà al Louvre quest'estate...". L'eventuale governo anti-hitleriano sarebbe stato, secondo il papa, "una dittatura militare, ma temporanea, destinata poi a venir rimpiazzata da un governo democratico, moderato, decentrato e federale".
"Ci manca", aggiungeva il pontefice,"ogni garanzia sulla cui base stabilire se un governo tedesco del genere sarebbe più meritevole di fiducia o anche solo meno aggressivo di quello attuale". Ma "la mia coscienza non mi permette di ignorarlo: vi fosse anche solo una possibilità su un milione, non indietreggerei di fronte a nessuna soluzione che servisse allo scopo di risparmiare delle vite umane".
Anche in base alla mancanza di garanzie a cui accennava prudentemente Pio XII, gli alleati negarono il richiesto riconoscimento perché non si fidavano dei "nuovi capi", ritenendoli esponenti delusi della casta militare tedesca, preoccupati più che altro di perdere prestigio con la sconfitta.
Ma il fatto del passo pontificio rimane. E non perde nulla del suo peso e del suo significato, specialmente in vista delle conseguenze che poteva procurare a papa Pacelli se Hitler ne fosse venuto a conoscenza.
Non c'è molto da esitare, infatti, per catalogare una collaborazione del genere. Morale o materiale che fosse l'appoggio fornito dal papa, questo appoggio costituiva, sotto il profilo giuridico, un reato internazionale, traducendosi nell'appoggio dato da un capo di Stato a un complotto tendente alla eliminazione di un'altro capo di Stato col quale il primo non solo non era in stato di belligeranza, ma neppure aveva interrotto le relazioni diplomatiche e gli speciali rapporti concordatari.
[...]
Ebbene, se nonostante queste allarmanti previsioni e , si può aggiungere, nonostante i dubbi che egli stesso nutriva verso i promotori dell'impresa (dubbi che costituivano un'altra remora ad abbracciarla), egli ritenne di dover dare il proprio appoggio a i cospiratori, nessuno può negare l'impressionante temerarietà del suo gesto.
Certo si rimane perplessi, confrontando questo suo comportamento con quello posteriore dinanzi al dilemma se denunciare o no all'opinione pubblica mondiale, dopo aver esaurito ogni altro tentativo in privato, i crimini commessi o lasciati commettere dai nazisti durante il conflitto contro minoranze indifese e per lo più innocenti. Sembra impossibile infatti che lo stesso uomo abbia prima potuto mostrare tanto coraggio e poi almeno in apparenza, altrettanto debole."
(C. Falconi; Ritrattazioni;1973)

martedì, agosto 26, 2008

Historia Ecclesiastica Anglorum, IX

Sive: EX UMBRIS ET IMAGINIBUS IN VERITATEM


"Questa la storia: giorno dopo giorno vanno e vengono per la Hagley Road carrozze, omnibus, carri e veicoli; sul marciapiedi si aggirano avanti e indietro i pedoni; proprio a fianco del marciapiede si scorgono un giorno le fondamenta appena gettate di un edificio piuttosto grande. Studiata la cosa, si viene a sapere che si vuole erigere un edificio cattolico, anzi un monastero. Ne nascono grandi e accalorate discussioni, specialmente quando sulla superficie cominciano ad apparire i mattoni.

Nel frattempo l'architetto, che non sospetta di nulla, prende le misure e si rende conto che il terreno è tutt'altro che piano. Poi, siccome i cattolici preferiscono che i vari piani siano in orizzontale, decide che i mattoni del seminterrato dovranno elevarsi al di sopra del livello del terreno più da un lato dell'edificio che dall'altro. Infatti, volere o no, sul lato in questione c'è una specie di volta o cantina, cosa non del tutto fuori luogo visto che quella parte dell'edificio dovrà ospitare la cucina. Perciò, facendo di necessità virtù, fa scavare alcuni piedi di terra e crea diverse stanze adatte a vari scopi, sia sopra che sotto il livello del terreno.

Mentre l'architetto è intento al proprio lavoro sono occupatissimi anche i perdigiorno, i pettegoli, gli allarmisti. Girano intorno all'edificio, osservano i muri di mattoni del seminterrato, interessandosi specialmente degli scarichi. Intanto sputano sentenze sul papismo e sulla sua diffusione. Alla fine penetrano nello spazio riservato agli addetti ai lavori, scendono ad esaminare lo scheletro incompiuto, vedono quello che c'è da vedere e quello che non c'è se lo immaginano.

Ogni casa è costruita secondo un'idea; una residenza non la si costruisce come se fosse un ufficio pubblico, nè un palazzo come una prigione, una fabbrica come un capanno da caccia, nè una chiesa come un granaio. Analogamente le case religiose hanno una idea tutta loro; possiedono alcune peculiarità nella forma e nella sistemazione interna che sono indispensabili.
Certo, l'idea stessa di un oratorio* doveva essere alquanto imbarazzante per la mentalità protestante giacchè non si conciliava affatto con i principii protestanti della comodità e dell'utilità.
Perchè mai una stanza così grande qui? E una così piccola là?
Perchè un corridoio così lungo e largo?
E perchè un muro così lungo senza finestre?
Persino le dimenzioni della casa vanno spiegate.

Coloro che avevano avuto modo di esercitare la loro facoltà di giudizio intorno all'impegnativo argomento della gerarchia cattolica e della sua necessità non ebbero difficoltà ad emettere sentenze su stanze da letto e ripostigli.
Troppe cose davano adito a sospetti e spingevano l'intruso a dubitare di aver raggiunto il fondo.

Alla fine gli balenò nella mente una domanda: cosa c'entrava questo edificio con gli scantinati?
Scantinati e monaci, qual è il loro rapporto reciproco?
I monaci quale uso fanno mai di fosse, buche, angoli, di dipendenze e tettoie?
Si creò uno scandalo che attirò altri curiosi.
Lo scandalo si allargò, diventò un'impressione, una convinzione; la verità era lì nuda e cruda; era nata una tradizione, fu ricavato un fatto che da allora in poi ebbe molti testimoni: gli scantinati erano celle.
Una volta che lo si era detto suonava così evidente! E tutti coloro che entravano nell'edificio o passavano da quelle parti diventavano in qualche modo testimoni oculari di ciò che si era letto nei libri ma che per molte generazioni l'Inghilterra non aveva, per sua fortuna, conosciuto: di carcerazioni, torture, di vittime lasciate morire di fame, immurate, assassinate; tutte cose quanto mai appropriate per un edificio monastico.

Ora sono tentato di fermarmi un po', per migliorare (come dicono i pulpiti evangelici) questa sensazionale scoperta. Perciò la analizzarò brevemente nei suoi vari capi: 1. L'ACCUSA; 2. I SUOI FONDAMENTI; 3. GLI ACCUSATORI; e 4. L'ACCUSATO.

L'ACCUSA. Eccola, che i cattolici, impegnati a costruire la casa in questione, perpetrano abitualmente omicidi.
Che questa fosse precisamente l'accusa è provato dal fatto che, se la tribuna scelta per lanciarla fosse stata diversa da quella che conosciamo, l'oratore avrebbe potuto essere incriminato per diffamazione. Queste le sue parole: Il coroner di solito non conduceva l'inchiesta se non là dove circolava la voce che un'inchiesta fosse necessaria; e come faceva la voce ad uscire dalle celle sotterranee dei conventi?
Proprio così, ripeteva, celle sotterranee: e lui aveva qualcosa da dire a proposito di questi luoghi. Proprio in quel momento, nella parrocchia di Edgbaston, nel distretto di Birmingham, stavano costruendo una specie di convento molto grande con sotterranei pieni di celle; e quelle celle a che cosa servivano?

I FONDAMENTI DELL'ACCUSA. Sono semplicissimi. Guardateli: 1.che l'edificio è orizzontale; 2.che il lotto di terreno su cui è costruito è più alto su un lato che sull'altro.

GLI ACCUSATORI. Anche questo getta luce sul carattere della tradizione protestante. Non solo gente debole e ignorante, non gente di secondo piano ma uomini istruiti, gentiluomini con ottimi contatti e di rango, uomini d'affari, uomini di carattere, componenti del corpo legislativo, uominio che conoscono benissimo il luogo, uomini che conoscono gli accusati per nome: questi sono gli uomini che deliberatamente, ripetutamente, anche dopo che sono stati sbugiardati, accusano certe persone di abbandonarsi a pratiche selvagge e barbare, di piacchiare, imprigionare, far morire di fame e ammazzare chi è a loro soggetto.

L'ACCUSATO. Provo un senso di vergogna, fratelli miei, apresentare davanti a voi il mio caso quando altri migliori di me hanno dovuto sopportare accuse più infamanti; ma ascoltatemi con pazienza.
Dunque l'accusato sono io .
E un gentiluomo irreprensibile, membro della contea, con i cui parenti prossimi ho rapporti di amicizia quasi fraterni da un quarto di secolo, che mi conosce di fama più e meglio (credo) di quanto non mi conosca chi si trova in questa stanza (a parte i miei amici personali): bene, costui accusa me -e altri con me- di deliziarmi del sangue, di godere delle grida e dei gemiti di dolore e disperazione, di sedere al posto d'onore in banchetti in cui si servono membra strappate, muscoli tremanti e facce impazzite per il terrore.
Ah, che mondo è mai questo!
Avrebbe potuto guardarci negli occhi e affermare una cosa simile? Avrebbe avuto il coraggio di dirlo se si fosse reso conto di chi stava parlando? Perchè chi siamo noi? Siamo vissuti in un angolo? Siamo usciti alla luce sbucando all'improvviso da sotto terra?

Per la maggior parte della nostra vita siamo stati nutriti al seno delle grandi scuole e università dell'Inghilterra protestante. Siamo stati figli adottivi dei vari Edoardo ed Enrico, dei Wykeham* e dei Wolsey* dei quali gli inglesi sono soliti menar vanto.
Siamo cresciuti tra centinaia di coetanei, ora sparsi per tutto il Paese, proprio in quelle classi sociali nelle quali entrano solo coloro che fanno parte del corpo legislativo.
Il nostro nome è noto alle classi colte del Paese più di qualsiasi altra persona non pubblica.
Inoltre, se ci sono al mondo uomini di cui si può dire che vivono in publico questi sono i membri dei college: la tavola comune, persino le sedie, i letti e la biancheria, le tazze e i piatti, il secchio per il carbone e le scope, tutto è proprietà comune, e appartiene ai loro vicini. Questo è il loro stilre di vita: qui nulla si può nascondere; ogni tratto caratteriale o stranezza di condotta diventa di domino comune.
Questa è stata la mia vita per un quarto di secolo sotto gli occhi di numerosissimi testimoni ben noti ai miei accusatori. E più o meno questa è la vita che noi tutti conduciamo fin da quando ci troviamo a Birmingham, dove la nostra casa è aperta a tutti e dove noi stessi siamo disponibili, per così dire, a tutte le ore.

Stando così le cose, considerando l'accusa e le prove, e l'accusatore, e l'accusato, quale illustrazione più eloquente possiamo noi cattolici augurarci di trovare di come si è formata e di quanto vale una tradizione protestante?

Lo dico a beneficio dei tempi che verranno; «se non per un'altra ragione -come dice un grande autore- almeno per questa: perchè i posteri sappiano che non abbiamo consentito col silenzio che certe cose svanissero come in un sogno, quanto segue dovrà rimanere a futura memoria».
In genere queste cose si dimenticano, perchè doverle ricordare è fastidioso e scomodo; e allora si consenta che dei molti esempi, che sono stati lasciati perire, su come è nata la tradizione anticattolica rimanga almeno quest'ultimo.

Certamente la favola è fallita sul nascere [...] ma avrebbe potuto prosperare: è morta perchè non è stata cresciuta bene. Avrebbe dovuto essere curata mentre si trovava in quegli scantinati sotterranei dove trasse il primo respiro finchè fosse stata in grado di sopportare la luce, finchè avesse sviluppato le membra e rinforzato la voce e finchè noi, a cui essa si riferiva, fossimo morti e ci fossimo presentati al giudizio. A quel punto avrebbe potuto alzare la testa senza paura e senza biasimo e avrebbe potuto asserire col suo magistero ciò che nessuno poteva negare.

Ma gli uomini sono tutti creature delle circostanze, sono trascinati verso una rovina che pure vedono ma non possono evitare: questo è quel che è successo alla tradizione di Edgbaston. Fu gridata dai tetti quando avrebbe dovuto essere sussurrata nei salotti, e lo sforzo le fu fatale.

Eppure, non dobbiamo dimenticarlo, avrebbe potuto avere un destino migliore. Avrebbe potuto ardere sommessa nella cenere e diffondersi fra una parte della gente di Birmingham. Avrebbe potuto sedimentarsi sul fondo oscuro dei loro ricordi e risalire di tanto in tanto fino a piosarsi sulla loro lingua. Avrebbero potuto esserci rapidi cenni, timori, dicerie, voci, pronte a ribadire che nei nostri sotterranei si rinnovavano di tanto in tanto gli orrori dell'Inquisizione."

JOHN HENRY NEWMAN; "Lectures on the Present Position of Catholics in England"; (traduzione italiana: "Discorsi sul Pregiudizio"; Ed. Jaka Book)

sabato, agosto 23, 2008

Historia Ecclesiastica Anglorum, VIII


EX UMBRIS ET IMAGINIBUS IN VERITATEM

Ovvero: dalle conferenze del cardinale John Henry Newman
"Sulla presente condizione dei Cattolici in Inghilterra"


"Vi leggerò il resoconto della benedizione col SS. Sacramento alla quale un protestante andò ad assistere nella cappella dei padri dell'Oratorio a Londra.

Cito le sue parole da una pubblicazione di quell'importante istituzione che è la British Reformation Society, fondata nel 1827 e sostenuta, credo, da molte persone eminenti, nobili, gentiluomini, e ministri di varie sette religiose. Il periodico di cui parlo si chiama The British Protestant, or Jurnal of the Religius Principles of the Reformation. Pare che sia una delle pubblicazioni ufficiali dell'Associazione perchè ne porta lo stemma sulla copertina. Nel numero 62, del febbraio 1850, ci vengono offerti gli «Extracts from the Jurnal of a Protestant Scripture Reader».

Questo gentiluomo, nel corso delle sue visite missionarie in varie zone di Londra, entro, martedì 8 gennaio , nella cappella cattolica di King William Street che -così inizia il suo racconto- «con quelle grosse rose di tutti i colori e con l'alloro», «assomigliava più ai negozi di fiori sul bancone principale di Covent Garden che a un luogo di culto».
Bene, aveva naturalmente il diritto, come qualunque altra persona, di dire quello che ne pensava; e non sarò certamente io a contestarglielo. E non dirò nulla neppure del suo resoconto sulla predica, che riguardava uno sei santi del mese di gennaio e sulla quale trova da ridire perchè non veniva mai nominato Gesù e non conteneva neppure una parola scritturale, non immaginando che subito dopo ci sarebbe stato un rito dove non solo noi ci inchiniamo davanti al Suo nome ma adoriamo la Presenza reale e sostanziale di Nostro Signore.

Non devo certo ricordare a voi, cari fratelli, che la benedizione col SS. Sacramento è uno dei riti più semplici della Chiesa.
I preti entrano e s'inginocchiano; uno di loro apre il Tabernacolo, prende il SS. Sacramento, lo mette in posizione verticale in un Ostensorio di metallo prezioso e lo colloca in alto sopra l'altare fra tante luci e candele, perchè tutti lo vedano. I fedeli danno inizio al canto; nel frattempo il prete incensa due volte il Re del Cielo, davanti al quale è inginocchiato.
Poi prende in mano l'Ostensorio e volgendosi verso i fedeli li benedice col Santissimo, facendo il segno della croce, mentre un accolito richiama l'attenzione di tutti suonando un campanello.
E' la solenne benedizione che Nostro Signore impartisce ai suoi fedeli come quando stendeva le manio sui bambini o quando benedisse i discepoli prima di salire al cielo dal Monte degli Ulivi.
[...]
Fra i riti della Chiesa è uno dei più belli, naturali e consolanti. Ma non per il nostro giovane biblista protestante al quale ora ritorno.

Questo biblista protestante, come egli ama definirsi, entra dunque nella cappella convinto naturalmente di sapere tutto di tutto. Egli è la misura di tutto, o almeno di tutto quello che è papista.
Il papismo lo conosce alla perfezione, nella sostanza, nello spirito, nell'orientamento, nei risultati; sa interpretarne tutti i particolari non appena gli si presentano davanti, in base alla sua conoscenza previa ossia -per usare un termine teologico- «infusa».
Sa bene, e lo sa fin da bambino, che il papismo è un sistema di impostura, anzi un'impostura così sfacciata che è un prodigio anzi un miracolo che qualcuno possa venirne catturato -un miracolo, s'intende, di satana: senza la suggestione del maligno, infatti, è impossibile che anche una sola anima possa credere a quello che il biblista protestante chiama «frode così manifesta».

Biblista qual è, conosce benissimo il versetto undici del capitolo due della Seconda Lettera ai Tessalonicesi: «Perciò, qunque, Dio manda a questa gente una forza di inganno in modo che essi credano alla menzogna» e lo applica alla scena che si svolge davanti ai suoi occhi.
Sa che l'unico compito del prete è quello di imbrogliare la gente, e sa che la gente è così incredibilmente rozza che non c'è trucco per assurdo e grossolano con la quale non la si possa raggirare. Se il prete innalzasse uno spaventapasseri loro scapperebbero via come stupidi volatili, scambiando lo spaventapasseri per un uomo; basta che metta mano alle sue palline o alle sue carte e ci giochi con destrezza, e loro lo scambiano per un dio. Anzi, lo sappiamo tutti, darà a credere che è un dio per davvero, che può fare quello che vuole, ed è peccato dubitarne.

E la cosa più straordinaria e incredibile di questo papismo è che benchè il Parlamento sia impegnatissimo ad approvare delle leggi che lo combattano, come se fosse il tifo o il colera, è sempre la anzi si espande. Ma si sa, satana è il padre della menzogna e tanto basta.
Con questo grande principio impresso nella mente entra nella cappella, ben sapendo che vi troverà qualche trucco perciò la scena che si svolge davanti ai suoi occhi non lo sorprende affatto.
Osserva con calma, mentre i cattolici si inchinano e cantano e il prete incensa, e intanto stende il suo rapporto che suona così.

Dopo la predica, ci dice (cito direttamente dal diario), «fece il suo ingresso un altro giovane prete con in mano una bacchetta lunga che aveva in cima uno spegnitoio e una candelina e cominciò ad accenderne delle altre».
«Un altro giovane prete»; ovviamente pensa che nasciamo tutti preti; i «preti» sono una sorta di razza, degli animali in riproduzione, come i buoi o le pecore, e ci sono i preti giovani e i preti vecchi, preti bianchi e preti neri, e forse preti uomini e preti donne.
E dunque fece il suo ingresso questo «altro prete giovane» con una bacchetta. «Con una bacchetta»: evidentemente pensa che questo accenditoio e spegnitoio abbia qualcosa di religioso; è la bacchetta magica del prestigiatore; capirete subito che ho ragione a dire così.

«Poi la scena presenta quattro preti che si avvicinano all'altare» (come già detto sono tutti preti), «quattro preti e in mezzo a loro Gordon».
Qui si sbaglia e mostra un'imperdonabile maleducazione nell'usare il nome di uno dei padri dell'Oratorio di Londra, il mio caro confratello e amico il rev.do Philip Gordon: infatti non si trattava di lui e comunque lui non era prete. Ometterei volentieri il nome se non fosse che esso rende il tutto più efficace.

«Uno di loro», prosegue, «prese da un armadietto sull'altare» cioè il Tabernacolo, «una stella d'oro» -è la raggera dell'Ostensorio, dove si ripone il SS. Sacramento- «e la avvitò in cima ad un candeliere» cioè la base dell'Ostensorio, «e lo colloco in cima all'altare, sotto una specie di alveare sostenuto da quattro colonnine», cioè sotto il baldacchino.

Lui la raggera la chiama stella perchè è un cerchio circondato da raggi e pare che in qualche modo la colleghi alla stagione dell'anno, l'Epifania, quando la stella apparve ai Re Magi.
«La stella», continua, «sfavilava come un diamante, perchè aveva nel mezzo una lampada circolare». Suppongo si riferisca al vetro che protegge il SS. Sacramento e che riflette la luce. Vedrete chiaramente nel proseguo del racconto che secondo lui i fedeli adoravano proprio questa stella con la lampada.

«La stella sfavillava come un diamante, perchè aveva nel mezzo una lampada circolare; quando venne collocata sotto l'alveare i quattro preti si misero a bruciare incenso e intanto facevano oscillare una specie di grossa lanterna» (il turibolo) «in direzione della stella e s'inchinavano a baciare la base dell'altare davanti alla stella».

Ora, cari fratelli, non biasimo questa persona perchè non conosce un rito cattolico, che d'altra parte non ha modo di conoscere, ma perchè pensa di conoscerlo quando non lo conosce affatto, e perchè entra nella cappella con l'idea quanto mai bizzarra che il papismo sia una ridicola pagliacciata che un protestante con un po' di sale in zucca capisce subito, e perchè non si sorprende che quattro preti, un giovane prete con una bacchetta e un'assemble di fedeli adorino una stella d'oro sfavillante come un diamante con una lampada al centro!
Questo è quello che voglio dire quando utilizzo il termine pregiudizio.

Forse vi sarà difficile ammettere che io lo abbia interpretato in modo corretto; dunque consentitemi di continuare:
«Nella scena succesiva uno di loro andò a tirare giù la stella e a deporla sull'altare; intanto un'altro mise attorno alle spalle di Gordon una specie di scialle bianco».
Vero, si riferisce al velo che viene messo attorno alle spalle del prete prima che si volti col SS. Sacramento in mano.
«A questo punto Gordon afferra la stella con un lembo dello scialle attorno al candeliere mentre gli altri due preti, uno da una parte e uno dall'altra, tengono steso lo scialle: proprio una bella esibizione di magia».


Quello che rende il tutto assai divertente per il cattolico e che i gesti del prete sono descritti con accuratezza. E' la descrizione di uno che tiene gli occhi aperti e li usa molto bene ma che, mentre procede, ricoppre quello che vede con i suoi commenti assurdi. Osservate, parla di «magia»; vediamo dunque dov'è la magia e che cosa succede della stella, della lampada, e del candeliere con intorno lo scialle.

«Allorchè sollevò la stella, voltando le spalle a tutte le candele accese, Gordon rivelò con chiarezza il trucco papista: dentro il candeliere c'era un campanello».
Qui per la prima volta viene meno gravemente quanto ai fatti.
Non poteva guardare in due direzioni diverse nello stesso tempo: sentiva il campanello, che l'accolito suonava da una parte, ma non lo vedeva. Dove poteva essere? Il suo genio prontissimo, il genio cioè di questo straordinario pregiudizio nei nostri confronti, gli disse subito dove si trovava. Con la loro tradizionale astuzia, i preti l'avevano nascosto dentro la base del candeliere.
Ascoltate:
«Allorchè sollevò la stella, voltando le spalle a tutte le candele accese, Gordon rivelò con chiarezza il trucco papista: dentro al candeliere c'era un campanello che suonò tre volte per conto suo, per ingannare ancora di più quei poveri ciechi; e la luce che trapassava lo scialle era di così tanti colori mentre padre Gordon si muoveva; il campanello che suonava non potevano vederlo perchè il candeliere era coperto da un lembo dello scialle magico, sotto il quale lo manovrava il dito di Gordon».
Questo dunque il resoconto del rito della benedizione.

La sua ignoranza di tutto quello che ci riguarda è così crassa, e così assoluta la fiducia in quello che sa, che non si perita di far stampare la seguente rubrica per la celebrazione del rito in questione:

Innanzitutto, un prete giovane innalza una stella dorata, simile a diamante, contenente una lampada e la colloca in cima ad un candeliere, poi accende cinquanta candele per mezzo di una bacchetta che ha alla sua estremità uno spegnitoio e una candela di cera; poi quattro preti si inchinano, bruciano incenso e fanno oscillare una lanterna davantri alla stella; poi uno dei preti, avendo cura di tener nascosto quello che fa, con un grande scialle che gli ricopre le mani insieme alla base del candeliere solleva detto candeliere con la lampada e la stella d'oro che sfavilla come un diamante, e in segreto comincia a far tintinnare col dito un campanello nascosto dentro la base; al che l'assemblea dei fedeli si stupisce e adora smodatamente stella, lampada e candeliere.

Termina con la seguente perorazione: «Questo è il potere dei preti, sono i migliori attori di questa città. Sarei felice che questo mio resoconto venisse pubblicato perchè lo porterei da padre Gordon per vedere se gli riesce di contraddire soltanto una parola».
Sarebbe più giusto dire che questo è il potere del pregiudizio, per buona sorte scritto e consegnato al mondo come modello di ciò che, non documentato, avviene nella mente di parecchie migliaia di persone.
Proprio la sicurezza con cui si appella all'accuratezza della sua testimonianza mostra come il pregiudizio riesca a creare e a colorare anche là dove i fatti sono innocui o perfettamente naturali. Esso è superiore ai fatti, e vive in un mondo tutto suo.

E nel nostro caso non serve obbiettare che, anche se avesse conosciuto il vero significato del rito lo avrebbe comunque, anzi ancor di più, liquidato come manifestazione di idolatria.
La questione non è che penserebbe lui dei nostri riti se li comprendesse appieno, dal momento che non credo che il suo giudizio abbia un qualche valore, o che noi non possiamo avere ragione quanto ce l'averrebbe un biblista.
La questione non è come potrebbe giudicare ma che cosa abbia effettivamente pensato e come sia giunto a pensare così.

Il suo pregiudizio ha interpretato le nostre azioni."

giovedì, agosto 21, 2008

Historia Ecclesiastica Anglorum, VII

Ovvero: da «La Montagna dalle Sette Balze»,
l'autobiografia spirituale di Thomas Merton.


"Studiavamo Cicerone e storia d'Europa, storia del secolo diciannovesimo, riversando su Pio Nono una certa misura di freddo disprezzo. Nei corsi d'inglese leggevamo La Tempesta, Il Racconto della Priora e Il Racconto del Penitenziere.
Buggy Jerwood il cappellano tentava di insegnarci la trigonometria. Con me non ebbe successo.
A volte tentava di insegnare anche un po' di religione, ma neppure qui aveva successo.
In ogni modo il suo insegnamento religioso consisteva in genere in osservazioni morali più o meno vaghe, in un'oscura mescolanza di buona educazione britannica e delle sue idee preferite in fatto di igiene personale. Tutti sapevano che la sua lezione sarebbe terminata con una dimostrazione pratica di qualche particolarità del canottaggio, egli si sarebbe seduto sulla cattedra per mostrarci come si maneggia un remo.
Non si faceva canottaggio a Oakham dato che non vi erano corsi d'acqua, ma ai suoi tempi, il cappellano era stato uno degli «azzurri» di Cambridge. Era un uomo alto, forte e di bell'aspetto, con i capelli appena un pò brizzolati sulle tempie, una larga mascella britannica e una vasta fronte liscia e frasi quali «Io sto per il gioco leale e per il vero spirito sportivo.»

Il suo sermone più noto era quello sul capo tredicesimo della Prima Lettera ai Corinti, che è in realtà un passo meraviglioso. Ma la sua esegesi era un po' strana, tipica però di lui e in un certo senso di tutta la sua Chiesa.
L'interpretazione di «Buggy» della parola «Carità» in questo brano (e anche in tutta la Bibbia) era che essa significasse semplicemente: «tutto ciò che s'intende quando si chiama qualcuno "gentleman"». In altre parole, la "carità" significava vero spirito sportivo, cricket, cose pulite, l'indossare abiti adatti, il non essere volgare nè maleducato.
Eccolo, ritto sul pulpito disadorno, levare il mento sopra quelle file di ragazzi in giacca nera e dire: «Si potrebbe rileggere questo capitolo di san Paolo e sostituire addirittura la parola "gentleman" ogni volta che si trova "carità".
Anche se parlassi con tutte le lingue degli uomini e degli angeli, se non sono un "gentleman", non sarei che un bronzo sonante e un tamburo squillante... Il "gentleman" è paziente e gentile;
il "gentleman" non invidia, non agisce con perversità, non è vano...
il "gentleman" non si smentisce mai... » E così via.
Non voglio ora accusarlo di terminare il capitolo con l'osservazione: «Rimangono ora la fede, la speranza e la "gentlemanliness", la "gentlemanliness" è la maggiore... »; sebbene questa fosse la conclusione logica del suo ragionamento.
I ragazzi ascoltavano con tolleranza simili teorie.
Ma credo che San Pietro e i dodici Apostoli sarebbero stati piuttosto sorpresi nell'apprendere che Cristo era stato flagellato e percosso dai soldati, insultato e incoronato di spine, sottoposto a indicibili umiliazioni e finalmente inchiodato alla Croce e lasciato là morire dissanguato perchè noi tutti potessimo diventare «gentleman».

sabato, agosto 16, 2008

LASCIA CH'IO PIANGA... [5]

Sive: MIRABILIA URBIS ROMAE


Apprendo con ritardo e pubblicamente esprimo la più sentita compartecipazione al cordoglio per l'irreparabile dipartita della storica gelateria romana di Piazza Cola di Rienzo.
Pertanto, faccio mie le doglianze ed i plorati così bene espressi nell'esequiale post estivo di quel veramente "Autorevole Guru informatico" che nel 2005 fu nominato (dal 'Sole 24 ore') quale "Camerlengo della Blogosfera" (ignoriamo se attualmente l'Illustrissimo -ac Reverendissimus- goda del medesimo titolo o nel frattempo sia stato fatto segno di qualche promozione, ut amoveatur):
IN MORTE DELLA GELATERIA PELLACCHIA

"La notizia è arrivata così, come un fulmine a ciel sereno. E me l'ha data una persona di origine polacca, anche lei frequentatrice di quella gelateria.

All'inizio, non volevo crederci.
Continuavo a dire a me stesso, "Non può essere, sicuramente si sbaglia". Forse ha capito male.
"No no, è tutto vero purtroppo. Hanno venduto a Damiani, il gioielliere. Ha chiuso", assicura.

La Gelateria Pellacchia a Via Cola di Rienzo. The best gelato. Dal 1900. Anzi, dal 1890, quand'era una latteria.

Nessun altro a Roma sapeva fare il gelato così: nemmeno S.Calisto, forse ecco giusto il cioccolato poteva rivaleggiare ma per il resto, nessun paragone; neppure Fassi ha mai avuto la stessa morbidezza e gusto, anche se ottimo; neanche Giolitti, sebbene ci si sia avvicinato molto, è mai riuscito ad uguagliarne la freschezza e la leggerezza.

Era un gelato da palato sopraffino, senz'altro, ma tutti riuscivano comunque a capire che era particolare. Bastava prendere la panna. Montata a mano, servita da un grande contenitore in acciaio, superbamente buona. O il pistacchio, divino. Qualsiasi gusto alla frutta corrispondeva ad un momento di felicità. Leggerezza e bontà in un connubio unico: chiunque era in grado di digerirlo, anche per questo era frequentato da persone di ogni età, dalla borghesia bene di Prati e da chi voleva assaporare QUELLO specifico impasto e non altri e si fermava proprio lì, mettendo regolarmente la macchina in doppia fila e rischiando multe e improperi per poter avere quell'attimo di beatitudine.

Quando qualche persona veniva da fuori ospite da noi, io avevo l'onore di portarla a via Cola di Rienzo. Ricordo ancora mia cugina, e tanti amici e parenti, e persone care [...]

I proprietari, senza figli, non hanno voluto continuare la tradizione, e non apriranno altre gelaterie.
Nessuno erediterà la ricetta, a quanto pare, e questa, tra le tante, è senz'altro la più triste delle notizie."

martedì, agosto 05, 2008

Rosa Mystica [2]


MARIA NEL FOLCLORE ARABO-PALESTINESE

(di EUGENIO PIO ZOLLI; "Da Eva a Maria", 1953)



Della flora purpurea palestinese fa parte l'elicriso sanguigno, di cui Virgilio si adornava per sfuggire alle male arti altrui. Questo fiore viene chiamato dagli arabi "Sangue di gazzella": nell'Oriente, come pure nel Cantico dei Cantici, la gazzella è legata alla simbologia dell'amore.

La correlazione tra le divinità e i fiori è quanto mai antica e diffusa. Ed è così che si spiega il rapporto tra tra la Vergine "el-Adra" (el àsdra, s dolce) e le rose.
La rosa richiama alla mente la "Rosa mystica".

Anche altri fiori, tra cui la Salvia trilobata, sono legati a Maria. Tale fiore viene detto, nelle province meridionali della Palestina, "Mirpmije". Tale pianta è dotata di qualità mediche.

A Gerusalemme si celebra il 15 del mese di 'Ab (Agosto) la festa del "transito della Nostra Signora Maria".
Ecco come si svolge la celebrazione.
Nella notte del dodici, alle ore tre, dopo un digiuno di 14 giorni, la Sacra Immagine viene trasportata al Convento di Maria alla Sua tomba nella valle del Cedron, dove rimane fino alle ore nove mattutine del 13.
Un catafalco con baldacchino viene posto tra la tomba e l'altare. Su di esso viene posta l'Immagine che si riflette in due placche di latta lucida poste ai fianchi di essa. I visitataori, uomini donne e bambini, baciano l'Immagine da una parte e poi, dopo esser passati curvi sotto di essa, rinnovano il loro omaggio dall'altra parte, vicino all'Immagine.

Il patriarca greco celebra il mattino del 14 il funerale.
Nel giorno precedente vengono erette delle tende per il patriarca, l'orchestra militare e per i visitatori. La calca di gente si muove alla luce dei lampionio accesi. I cibi che vengono consumati sono modesti e constano per lo più di sostanze vegetali.
La festa gaia viene celebrata il 15 del mese.
In tale giorno si usa presso gli Armeni di portare in chiesa uova e fichi per la benedizione, frutta che era matura già da una quindicina di giorni ma che viene ammessa alla tavola soltanto dalla festa in poi.
Il Dalman * trova un nesso tra l'antica festa ebraica del 15 di 'Ab con le danze nelle vigne, a cui si davano le vergini di Gerusalemme in quella occasione. Nelle vigne e nei giardini fruttiferi danzavano le vergini biancovestite cantando:
"Oh, giovane, alza gli occhi e guarda a quanto stati per scegliere! Non tenere conto della bellezza, guarda se la famiglia è buona! l'avvenenza inganna, un attimo dura la bellezza, una donna che teme Iddio è degna di lode! "
Si tratta quindi di una festa di vergini, di frutte fragranti, d'amore. Tutto ciò in unione alla Festa in onore di Maria.

Tornano alla mente le rime di Guittone d'Arezzo:
Ora vegna a la danza,
e con baldanza - danzi a tutte l'ore
che spera in voi, Amore
e di cui lo cor meo disia amanza.

Oh, quanto è dilettoso esto danzare
in voi laudare, - Beata Maria!