mercoledì, marzo 19, 2008

Mercoledì Santo [4]


[Come noi ora moriamo sulla croce con Cristo; ma il suo sguardo rivolto a noi fa sparire ogni sofferenza]



«E osservavo con tutte le mie forze per vedere il momento del trapasso, e pensavo di vedere il corpo ormai completamente morto, ma vidi che non era così. E proprio nello stesso momento in cui mi parve che la sua vita non potesse durare più a lungo, e la visione della fine si avvicinasse inesorabilmente, all'improviso, mentre stavo contemplando il medesimo crocifisso di prima, Egli cambiò nell'aspetto del suo volto beato.

Il mutamento del suo volto beato cambiò anche me, ed io mi sentii felice e gioiosa nel grado massimo possibile.
Allora Nostro Signore lietamente sussurrò al mio spirito: "Dov'è finita ora ogni tua angoscia e ogni tua pena?" E io fui ricolma di gioia.

Compresi che per Nostro Signore noi siamo ora sulla croce con lui nei nostri dolori, e che moriamo nella nostra passione, e volentieri rimaniamo sulla medesima croce con il suo aiuto e la sua Grazia fino all'ultimo momento. Improvvisamente vedremo mutare l'aspetto del suo volto, e noi saremo con lui in cielo. Tra un momento e l'altro sarà un istante: e poi tutto sarà trasformato in gioia. E questo Egli intese quando mi disse: "Dov'è ora ogni tua pena e ogni tua afflizione?". E noi saremo pieni di felicità.

E qui io vidi veramente che se Egli ci mostrasse ora il suo beatissimo volto, non ci sarebbe alcun dolore sulla terra -nè in qualsiasi altra parte- che potrebbe inquietarci, ma tutto sarebbe per noi gioia e felicità.
Ma poichè Egli ci mostra il volto che ebbe nella Passione, quando portò la sua croce in questa vita, allora noi soffriamo pene e travagli con lui, come richiede la nostra natura.

E il motivo per cui Egli patì è perchè vuole, per sua bontà, renderci eredi con lui nella gioia. E in cambio delle piccole pene che noi soffriamo in questa vita avremo una sublime ed eterna conoscenza di Dio che non potremmo altrimenti mai avere. E quanto più crudeli sono state le nostre pene con lui sulla croce tanto maggiore sarà la nostra gloria con lui nel suo regno.»



(Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich)

martedì, marzo 18, 2008

Martedì Santo [4]


[Dell'indicibile Passione di Cristo, e delle tre cose della Passione che si devono sempre ricordare]

«E così io vidi Nostro Signore Gesù soffrire a lungo poichè l'unione con la divinità dava alla sua umanità forza di soffrire per amore più di quanto possano tutti gli altri uomini.
E non intendo soltanto dolore più di quello che possa patire qualsiasi altro uomo ma anche che il suo dolore superò quello che tutti gli uomini chiamati a salvezza, dal primo giorno della Creazione fino all'ultimo, possano dire o immaginare pienamente, se si considera la dignità dell'altissimo nobile Re e la vergognosa malvagia e penosa morte che subì. Poichè colui che è l'Altissimo e il più degno fu obbrobriosamente condannato e disprezzato in modo estremo: perchè il punto più importante che si deve considerare nella sua Passione è pensare e rendersi conto che colui che patì è Dio. E rifrettere inoltre su questi due punti, che sono minori: uno è che cosa patì, l'altro è per chi egli patì.

E in questo egli portò alla mia mente in parte la sublimità e della nobiltà della gloriosa divinità, e inotre la preziosità e la tenerezza del suo corpo beato che era ad essa unito, e ancora la riluttanza che la nostra natura prova di fronte al dolore.
Poichè, proprio in quanto era tenerissimo e purissimo, Egli era straordinariamente forte di fronte alla sofferenza.


Ed Egli soffrì per i peccati di tutti gli uomini che saranno salvati; ed Egli vide e soffrì in sè -per simpatia e amore- il dolore, la desolazione e l'angoscia di ogni uomo. Poichè quando la Nostra Signora soffrì per le pene di Lui, altrettanto Egli soffrì pe le pene di lei.
E ancora di più, in quanto la sua dolce umanità era di una antura più nobile, e fino a quando potè egli soffrì per noi e si affrisse per noi.
E ora Egli è risorto e non può più soffrire; e tuttavia Egli soffre per noi, come dirò più avanti.

Ed io, contemplando tutto ciò per sua Grazia, vidi che in lui l'amore per la nostra anima era così forte che egli scelse volontariamente e con gran desiderio di soffrire, e soffrì pazientemente con grande gioia.
L'anima che contempla ciò, quando è toccata dalla Grazia, comprenderà veramente che le pene della Passione di Cristo superano tutte le pene, cioè quelle pene che in virtù della Passione di Cristo saranno trasformate in gioia eterna.

E' volontà di Dio, secondo quanto comprendo, che noi contempliamo la sua beata Passione in tre maniere.
La prima è considerare con contrizione e compassione l'altroce pena che egli soffrì; e questo è quanto il Signore mi mostrò in quel momento e mi diede la forza e la grazia per comprenderlo.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

lunedì, marzo 17, 2008

Lunedì Santo [4]


[Del conforto che dà la contemplazione del Crocifisso...]

«In quel momento avrei voluto distogliere gli occhi dalla croce, ma non osavo, perchè sapevo bene che finchè contemplavo la croce ero sicura e salva. Perciò non volli mettere in pericolo la mia anima, perchè senza la croce non c'era sicurezza alcuna contro il timore dei demoni.
Allora venne alla mia ragione una proposta, detta con tono amichevole: "Guarda in cielo, a suo Padre".
E allora io vidi chiaramente, con la fede che sentivo, che non c'era nulla tra la croce e il cielo che potesse inquietarmi. Qui dovevo guardare in alto o rispondere.
Risposi ineriormente con tutta la forza della mia anima, e dissi: "No, non posso perchè tu sei il mio cielo".

Così io dissi perchè non volevo alzare gli occhi: avrei preferito infatti rimanere in quel dolore fino al giorno del Giudizio piuttosto che giungere al cielo per un'altra via che non fosse lui. Poichè sapevo bene che colui che mi teneva legata così dolorosamente mi avrebbe sciolto quando a lui fosse piaciuto.

Così imparai asciegliere Gesù come mio cielo, proprio mentre lo vedevo in quel momento tutto nel dolore.
Non mi piaceva nessun altro cielo all'infuori di Gesù, e lui sarà la mia gioia quando vi arriverò.

Ed è sempre stato motivo di conforto l'avere scelto Gesù come mio cielo, per sua Grazia, in tutto quel tempo di Passione e di sofferenza.
E questo è stato un insegnamento per me: continuare a sciegliere Gesù come mio cielo, nel benessere e nella desolazione...»


(dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwitch)

domenica, marzo 16, 2008

duquedegandia.blogspot.com



AVVISO ai piissimi pellegrini che nella Settimana Santa son soliti stazionare devotamente ante questo pusillimo blog: l'atteso trapasso si è compiuto inesorabilmente!
Petanto il nuovo indirizzo di cotanto blog tardo-barocco è:
duquedegandia.blogspot.com


Post scriptum: le "Maestranze" mi pregano di segnalare agli eventuali benevoli lettori "via feed" che il nuovo indirizzo a quello è anch'esso trapassato:
http://duquedegandia.blogspot.com/feeds/posts/default

Delle Cinque Piaghe del Nuovo Lezionario della Santa Chiesa

Ovvero: "Te possino dà tante cortellate/ pe quante messe ha detto l'arciprete/ Pe quante messe ha detto l'arciprete/ pe quante vorte ha detto: orate frate/.



Sant'Alfonso de Liguori diffuse una divota "Orazione a Gesù Crocifisso" al fine di meditare sovente i misteri della nostra redenzione: "cominciando da ciò che disse di Voi, o mio Gesù, il santo Profeta Davide: Traforarono le mie mani e i miei piedi ed enumerarono tutte le mie ossa."

A differenza di ciò che riteneva Sant'Alfonso, la Santa Madre Chiesa prendendo atto degli sviluppi storico-critici non attribuisce più al "santo profeta Davide" la compilazione di tutti e centocinquanta salmi del salterio, e nel frattempo la corrente traduzione della Bibbia in lingua italiana, abbandonando le affettazioni settecentesce, recita: "Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa" (Salmo 21,17-18).
Non di meno, però, la tradizione cristiana non ha mai cessato di additare nel Salmo 21 -che principia con le parole "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" - un testo vaticinante l'opera redentiva del venturo Messia d'Israele. Fu lo stesso Cristo in croce ad intonare il primo versetto di quel salmo quasi volendo invitare gli astanti a comparare quell'antico testo delle Sacre Scritture con la scena che sul Golgota si stava avverando ed inverando.

Tutti e quattro gli Evangelisti sottolineano, manifestando così la convinzione della primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, che la Passione, morte, Risurrezione di Gesù di Nazaret si compirono "secondo le Scritture".

Di questa costante fede cristina del compimento di tutte le promesse messianiche nella persona dell'ebreo Gesù di Nazaret, ne è garante il culto liturgico che, massimamente nella Settimana Santa, ripropone, all'orecchio, alla mente, ed al cuore del credente in Cristo, non soltanto quei brani del Nuovo Testamento che enarrano la Passione ma anche quei brani delle antiche scritture di Israele che ne paiono una terribile e mirabile descrizione profetica.

Il pio cattolico, pertanto, che la domenica popolarmente detta "delle palme" partecipa alla liturgia eucaristica detta "In Passone Domini" (a causa dell'antica tradizione della Chiesa Romana di proclamare in tal giorno l'intero racconto evangelico della Passione di Cristo) ripeterà fervorosamente quale antifona al "salmo responsoriale" il famigerato grido di Gesù in Croce "Dio mio,Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" mentre opportunamente il lettore intercalerà alcuni versetti tratti dal Salmo 21.

E venne il giorno in cui la Conferenza Episcopale Italiana diede alle stampe un nuovo lezionario festivo, entrato in vigore dall prima domenica di Avvento dell'anno liturgico 2007-2008 e che suscitò un certo clamore giornalistico per l'aver sostituito il "Ti saluto" dell'Arcangelo Gabriele alla Santa Vegine con il più corretto "Rallegrati"; aver sostituito l'infausta e plurisecolare traduzione "non ci indurre in tentazione" del Pater noster con il più opportuno " non abbandonarci alla tentazione"; o con decisioni assai più discutibili come l'aver sostituito un termine "desueto" quale Mammona con il più prosaico termine "ricchezze".

Pertanto i cattolici fedeli e praticanti nella domenica "delle palme" del 16 marzo 2008 hanno ascoltato il tproclamare al salmo responsoriale la seguente strofa rivisitata dai sommi liturgisti e parolieri della Chiesa di Dio pellegrina in Italia:
"Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa."

"Hanno scavato"?
Perchè sostituire il verbo forare col verbo scavare?
Non sia considerato irrispettoso della sacra Gerarchia ed irriguardoso degli illuminati esegeti interrogarsi sulle motivazioni che hanno poratato ad una simile decisione.
Non si può certo dubitare che il testo ebraico dell'antico salmo riporti un termine che in espressione italiana possa essere tradotto proprio ed esattamente con "scavare" ma è pur vero, ed i buoni sacerdoti dai loro pulpiti son soliti rammentarlo quando son costretti a declamare espressioni assai dure del buon Gesù, che le lingue semitiche son assai povere di termini e perciò poco amanti delle sfumature semantiche.

Ragion per cui il verbo "scavare" riferito a "mano" risulterebbe una bella metafora per un poeta simbolista di fine Ottocento, ma appare sconcertante se messo in bocca alla severa prosa di un biblico agiografo! La proposizione "Scavare in una mano", infatti, può significare solo "provocare una ferita in una mano" a meno che non si intenda quale espressione metaforica ma il tal caso è impossibile, non solo per chi legge il salmo applicandolo al contesto alla crocifissione di Cristo ma anche solo nel contesto veterotestamenario tout court: è evidente che il salmista stà descrivendo la situazione esistenziale di un essere umano angosciato spicologicamente ed angustiato fisicamente.

Se -obbedendo agli imperscrutabili decreti della volontà divina- i sommi italici esegeti e liturgisti non gradivano il verbo "forare", avevano tutta una gamma di sfumature prima di approdare a qiell'imbarazzante "Hanno scavato le mie mani e i miei piedi"! "Hanno ferito", "hanno bucato", "hanno perforato", "Hanno traforato", "hanno trapanato", "hanno bucherellato", "hanno scavicchiato", "hanno violato la privacy delle mie mani e dei miei piedi"!
Niente poteva essere meno opportuno, niente poteva essere più lontano dalla descrizione delle sacre stimmate di Gesù Cristo di quel vagamente metaforico "scavare"!

In Passione Domini



[Quarta Rivelazione; come Dio preferisca che noi siamo lavati dal peccato nel suo sangue piuttosto che nell'acqua: poichè il suo sangue è preziosissimo]

«Contemplando, io vidi il corpo che sanguinava abbondantemente come durante la flagellazione, ed era così: la pelle splendente era lacerata da profonde ferite che penetravano nella tenera carne a causa dei duri colpi su tutto il dolce corpo.
Il sangue caldo scorreva con tale abbondanza che non di riusciva a vedere nè la pelle nè le ferite, perchè tutto era coperto di sangue.

E quando giungeva al punto in cui avrebbe dovuto cadere scompariva. Ciò nonostante il sangue continuò a scorrere per un certo tempo, fino a che potei osservarlo con attenzione. Ed era così abbondante che mi venne da pensare che se fosse stato veramente di sostanza reale avrebbe insanguinato tutto il letto e sarebbe traboccato tutto intorno.

Allora mi venne in mente che Dio ha creato abbondanza di acque sulla terra per il nostro uso e per le nostre necessità fisiche secondo il tenero amore che egli ha per noi. Ma tuttavia Egli preferisce che noi prendiamo come medicina perfetta il suo sangue beato per lavarci dai nostri peccati: questa è la bevanda che egli desidera darci più di qualsiasi altra (esistente) nel creato. Perchè il suo sangue è abbondantissimo, così come è preziosissimo per virtù della beata divinità. Ed è della nostra stessa natura, e per la nostra beatitudine esso scorre sopra di noi per virtù del suo amore prezioso.

Il preziosissimo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, così com'è veramente inestimabile, è altrettanto veramente sovrabbondante.

Contempla e vedi le virtù di questa preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue: discese nell'inferno e ne spezzò le catene e liberò tutti quelli che vi erano detenuti, e che ora appartengono alla corte del cielo.

La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue scorre su tutta la terra, ed è in grado di lavare dal peccato tutte le creature che sono, sono state o saranno di buona volontà.
La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue ascese in cielo nel corpo beato di Nostro Signore Gesù Cristo, ed ora là stà in lui, continuando a scorrere, pregando per noi il Padre, e così è e sarà finchè noi ne avremo bisogno.

E inotre scorre in tutto il cielo nella gioia per la salvezza di tutta l'umanità che ora è là, e di quella che ci sarà, riempiendo così il numero degli eletti che attende di essere completato».


(Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich)

venerdì, marzo 14, 2008

sabato, marzo 08, 2008

venerdì, febbraio 29, 2008

Dio e Sanremona /2

Ovvero: come il giornalista Federico Marchi sopra "il Giornale" enarri che in quel di Sanremo, in concomitanza della celeberrima gara canora, sia esplosa una gesuitica cagnara intorno ai gregoriani inni e cantici:

Sanremo si ribella ai Gesuiti: «Vogliamo la Messa in latino»

"A Sanremo si possono cantare le canzoni sui gay, su Saffo, sulla rivoluzione, ma non si possono cantare le Messe in latino. Il caso è stato sollevato ieri (27 febbraio 2008, ndr) in Comune, mentre alla sala stampa dell'Ariston Roof andavano in scena le solite polemiche sul calo di ascolti, sulle canzoni inedite o meno e sullo spostamento del Festival a Roma.

La situazione è seria e rischia di causare un vero scontro in città ma non solo. Tutto ha avuto inizio lo scorso 7 luglio quando il Papa aveva disposto la possibilità di celebrare nuovamente la Santa Messa tradizionale in latino. Condizione necessaria era la richiesta di un gruppo di fedeli composto da almeno 30 persone.
È così subito nata un'iniziativa che ha portato alla costituzione di un gruppo sanremese cui hanno aderito 250 fedeli.
Il 23 dicembre si è svolta la prima celebrazione, in rito tradizionale e cantata in gregoriano, presso la chiesa di Santo Stefano retta dai Padri Gesuiti.
Alla Messa avevano partecipato 500 fedeli, molti dei quali giovani, il che faceva presupporre il ripetersi di queste occasioni come lo stesso Benedetto XVI aveva auspicato.

Il superiore dei Gesuiti per il nord Italia, Padre Alberto Remondini, ha invece decretato l'impossibilità di celebrare Messe in latino se non per eventi eccezionali, escludendo di fatto la possibilità di stabilirne cadenze fisse o periodiche.

«Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso» aveva scritto il Santo Padre nella sua lettera sulla Messa tradizionale.
Proprio su queste parole si basa la protesta attuata dall'associazione di fedeli di Sanremo «Beato Tommaso Reggio» che ora chiede il rispetto di queste intenzioni per poter celebrare nuovamente il rito con date fisse.

«Abbiano chiesto chiarimenti sia al Provinciale d'Italia, sia al Superiore Generale dei Gesuiti - ha detto uno dei portavoce Enrico Spitali - precisando che la mancata risposta sarebbe equivalsa ad una conferma del divieto comunicatoci verbalmente». La risposta non è arrivata confermando quindi questa decisione negativa.
«È molto doloroso che questa violazione di un diritto di fedeli e, soprattutto - proseguono i fedeli -, che questo spregio alle disposizioni del Santo Padre provenga dall'Ordine i cui membri, per statuto, formulano un voto speciale di obbedienza al Papa».

Tutto questo mentre si assiste a celebrazioni particolari che sono state approvate, il gruppo sanremese fa infatti riferimento al Padre Gesuita Van Der Eecke e al corso di danza liturgica che si tiene anche a Milano.

Il dito viene puntato proprio sullo spirito di obbedienza dei Gesuiti verso il Santo Padre che, in questo caso, sembrerebbe venire meno.

«Evidentemente possiamo affermare che il primo atto del Papa Nero è una patente di disobbedienza al Santo Padre, quello vero - prosegue Francesco Rilla delegato sanremese di Una Voce per l'Italia - perché decretare che un suo provvedimento, avente immediata forza di legge, non deve essere applicato in alcun luogo di culto è un atto, prima ancora che illegittimo ed abusivo, oltraggioso verso Benedetto XVI».

I fedeli appartenenti al gruppo di Sanremo chiedono, a questo punto, di vedere attuate le disposizioni del Santo Padre anche dai Gesuiti di tutt'Italia e che, dunque, sia espressamente consentito ai Padri di riaprire le porte della loro chiesa al rito antico e alla Messa tradizionale celebrata secondo i libri liturgici approvati dal Papa.
«Ci auguriamo - conclude Enrico Spitali - che, per dimostrare nei fatti l'attaccamento al Santo Padre della Compagnia di Gesù, i suoi vertici intervengano a chiarire la situazione incresciosa creata dall'ostracismo ingiustificato ed immotivato alla Santa Messa tradizionale in latino».
Il caso parte da Sanremo ma rischia di assumere un rilievo nazionale per gli sviluppi che potrà aprire."

© Copyright Il Giornale (Genova), 28 febbraio 2008

lunedì, febbraio 25, 2008

La Ceremonia del Besamanos [3]

"Gesù disse: «Chi mi ha toccato?».
Mentre tutti negavano, Pietro disse: «Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia».
Ma Gesù disse: «Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me».(Lc VIII, 45-46)"

Ovvero: racconto agiografico di Maurizio Crippa (Il Giornale, lunedì 25 febbraio 2005) intorno al divoto baciamano di Giuliano l'apostolo apostata al sedici volte Benedetto papa "ccioiosamente" regnante avvenuto tra le sacre mura della Chiesa romana di Santa Maria Liberatrice nella terza domenica di Quaresima dell'anno terzo di pontificato.

«E finalmente in una tiepida domenica mattina di febbraio si sono incontrati. Un semplice parrocchiano un po' speciale del Testaccio, il quartiere un tempo popolare e poi simbolo della Swinging Rome rutelliana, e il vescovo della città venuto in visita alla parrocchia di Santa Maria Liberatrice.

La foto presa al volo dall'Ansa è bella e reticente, come tutte le foto rubate alla cronaca. Il corpaccione esuberante nel cappotto cammello del giornalista laico - anzi ex comunista - e oggi combattente contro l'aborto; e il corpo esile e diafano, bianco come la papalina e la zazzera del gran professore tedesco, il Papa teologo. Alla fine del lungo percorso attraverso il mondo della politica e quello delle idee, dalla noia per l'ideologia alla scoperta della teologia, Giuliano Ferrara è arrivato sotto casa, nella «sua» parrocchia, dove ieri ha incontrato Benedetto XVI, gli ha baciato con rispetto la mano, è brillato un sorriso, si sono scambiati qualche rapida parola. La foto è reticente. Non per le parole che resteranno private, ma perché non dice nulla del lampo degli occhi, che senza dubbio ci dev'essere stato. E chi come me ha consuetudine con il mio direttore, sa che sono lampi eloquenti, spesso felicemente bambini.

Un lungo rapporto a distanza, quello tra il direttore del Foglio che da tempo ha preso il vezzo di definirsi «ateo devoto», mandando fuori di testa tutti quelli che non sanno se prenderlo sul serio, e in brodo di giuggiole gli amici che sanno che è divinamente serio, assolutamente ironico. E il «professor Ratzinger», come Ferrara lo chiama spesso.

Anche se la dietrologia italiana immagina sempre rapporti sotterranei e chissà quali segreti d'Oltretevere, (...) era la prima volta che i due si trovavano vis à vis.
Un lungo avvicinamento, e credo non spiacerebbe ai due se si rubassero a Goethe le sue «affinità elettive».

Quando Joseph Ratzinger si presentò sulla Gran Loggia di San Pietro, il pomeriggio del 19 aprile 2005, i testimoni oculari - io non c'ero, sto a Milano - raccontano di un gran balzo di Giuliano sulla poltrona, e del suo urlo liberatorio «Josephum», con cui faceva eco in tutta la redazione al nome latino appena pronunciato dal cardinale camerlengo.
Il trionfo di una scommessa vinta, di un'anticipazione azzeccata.
Quella mattina, il Foglio era uscito a tutta prima pagina con il titolo «La formidabile lezione del professor Ratzinger» e aveva sbattuto in faccia ai dubbiosi il testo integrale dell'omelia che Ratzinger aveva tenuto prima dell'inizio del Conclave. E che era già un programma di pontificato. Ma un orecchio più fine avrebbe forse avvertito che i gemiti della poltrona del direttore avevano un tono diverso da quelli provocati da Ferrara per un'altra notizia, anche quella pubblicata a tutta prima pagina con un giorno d'anticipo, la rielezione di Bush alla Casa Bianca. Quello era il legittimo orgoglio di una scommessa giornalistica stravinta. Invece il tripudio di quel pomeriggio d'aprile, quello che fece decidere in un istante, come capita sempre al Foglio, di uscire il giorno dopo con la testata modificata in «Il Soglio», con una squillante «S» rossa, era la gioia di un nuovo inizio: quasi l'intuizione di un «adesso cominciamo a divertirci», adesso avremo qualcosa di cui scrivere ogni giorno.

Ferrara ripete sempre che ad appassionarlo alle vicende della Chiesa fu la potenza meravigliosamente spavalda davanti alla modernità di Giovanni Paolo II. Ma già allora, in tempi non sospetti, fu il Prefetto della Fede ad attirare la sua attenzione.
Nel 2000 il Foglio aveva già pubblicato con risalto la Dominus Jesus, la «dichiarazione circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa», contestata dai progressisti, con cui Joseph Ratzinger faceva punto e a capo di tutte le possibili confusioni sulle diverse religioni. Analoga attenzione aveva attirato nel 2004 la Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo, scritta sempre dal Custode della Fede. Altra clamorosa bomba messa sotto la mentalità corrente, che non a caso interessò maggiormente le femministe inquiete che tante anime belle della Chiesa chiacchierante, quella istituzione trasversale che tanto Papa Ratzinger quanto Ferrara detestano apertamente. Erano i primi segnali, che lasciavano a bocca aperta molti in redazione, di un interesse crescente. Ma segnali che venivano da lontano.

Ferrara semplicemente si è accorto che la sapienza della Chiesa, Agostino e Tommaso, Wojtyla e Ratzinger, ha spesso molte più cose interessanti da comunicare all'uomo (post)moderno - sull'amore umano, sulla nascita e la morte, fino al «supremo scandalo del nostro tempo», l'aborto - di quanto non l'abbiano tonnellate di filosofia corrente e di scadente pensiero unico laico. E da allora il Foglio è stato un tripudio di iniziative che Ferrara ama definire «ratzingeriane», come anche gli Appunti per il dopo pubblicati la scorsa estate.
Vista da (abbastanza) vicino la fascinazione di Ferrara per Ratzinger («siamo il giornale del Papa», è battuta su cui in redazione si può scherzare, ma fino a un certo punto) è fatta sostanzialmente di due cose. L'interesse per un uso della ragione «illuminista», che si interroga su tutto e non rinuncia alla ricerca della Verità. L'altra è il sacrosanto amore per il linguaggio, la parola cristallina che chiama le cose con il loro nome, che scandaglia il vero e lo rende comprensibile anche ai laici.
Di contro c'è l'odio per il fumo dell'ecclesialese, il linguaggio indigeribile che invece sembra essere il codice segreto del cattolicesimo contemporaneo. Quello «aperto al mondo», ma che al mondo non riesce a dire niente di interessante. E figurarsi a un uomo di mondo come Giuliano Ferrara.
Da qui il grande rilancio del discorso «illuminista» di Ratisbona, e la passione con cui il Foglio ha discusso le encicliche di Benedetto XVI: passione intellettuale per un uomo che ha qualcosa da dire, e sa splendidamente dirlo, sottolinea sempre Ferrara. Fino alla pubblicazione a tutta prima pagina del grande discorso negato alla Sapienza, sbattuto in faccia all'ignoranza di professori piccini e censori.

Da anni in tanti si interrogano sui rapporti tra Giuliano Ferrara e la Fede, tra il direttore del Foglio e il Papa. Su quel suo stare «sulla soglia» di Santa Romana Chiesa. Chi ha la possibilità di frequentare la faccenda un po' più da vicino, potrebbe testimoniare davanti al Sant'Uffizio soltanto di quel che vede: una stupenda, inconsueta, avventura intellettuale e umana. Vissuta con amore e buonumore dal suo protagonista. Fino all'ultima partita, quella che Giuliano Ferrara ha intrapreso della lista per la moratoria contro l'aborto. Su questo, il Papa ha già detto quel che doveva dire: riprendendo, nel discorso al corpo diplomatico di inizio anno, il filo del parallelo ferrariano tra la moratoria della pena di morte e il necessario impegno a favore della vita.»

sabato, febbraio 23, 2008

LA DIVINA PASTORA [7]

LE SUORE VERDI

Ovvero:GREEN SISTERS: A Spiritual Ecology (Harvard University Press, April 2007), by Sarah McFarland Taylor.


«Il libro di una storica delle religioni dal punto di vista delle donne, Sarah McFarland Taylor, episcopaliana, rilancia pesanti accuse di panteismo nei confronti di numerose religiose cattoliche statunitensi, appartenenti a varie congregazioni: di San Giuseppe, di Loreto, della Carità, di Notre Dame, dell’Umiltà di Maria, del Cuore Immacolato di Maria oltre che a suore francescane e domenicane e alle Sorelle delle Missioni mediche.

“Green Sisters: a spiritual ecology” si intitola la sua opera, una ricerca cominciata nel 1994 e che l’ha portata a trascorrere due estati nella Fattoria Genesi, nel New Jersey, a visitare dozzine di centri analoghi, a compiere centinaia di interviste e a presenziare a quattro conferenze delle “Sorelle della Terra”. La conclusione: Dio e il cosmo, per le “green sisters” sono fusi l’uno nell’altro.
Alla conferenza delle “Sorelle della terra” del 2002 le 150 partecipanti cantavano, della Terra: “Tutto è santo, così santo. Tutto è sacro, così sacro. Tutto è uno”. Invece nel 2003, alla conferenza della Leadership delle Religiose (che raccoglie 76mila aderenti negli Usa), novecento suore cantavano, sempre riferito alla Terra: “Sacra è la chiamata, davvero tremenda la consegna. Aver cura del Sacro, aver cura del Sacro”.
L’invito della conferenza mostrava un’immagine del pianeta con la scritta: “Aver cura del Sacro”. Il teologo di riferimento è un passionista di novanta anni, Thomas Berry, discepolo di Teilhard de Chardin. Propone come “Grande Opera” per l’umanità del nostro tempo quella di “fare da levatrice all’umanità verso l’era Ecozoica”.
Il mondo naturale, secondo padre Berry, è la “rivelazione primaria” di Dio; il teologo consiglia di mettere la Bibbia sullo scaffale almeno per venti anni, così che la gente possa leggere “la scrittura primaria che è intorno a noi”.

Le “suore verdi” hanno spostato la loro preoccupazione primaria dagli esseri umani alla “Terra totale”. Così una suora che ha studiato con padre Berry quando prese i voti si sentì “legata da un amore appassionato con il Divino così come si è rivelato nella storia universale”. Il che, fa notare una studiosa critica, “non è la stessa cosa che diventare sposa di Cristo”. Per un’altra il voto di castità significa “impegno morale a alleggerire l’ecosistema” stressato dalla crescita della popolazione.

Le “suore verdi” sostengono di non essersi allontanate dalla tradizione cattolica, ma non tutti sono d’accordo. In particolare alcuni pensano che la loro visione di Cristo non sia ortodossa.
Una delle suore intervistate sostiene che “nella liturgia del Cosmo” c’è fusione fra “la storia di Gesù, la storia della terra e la storia del cosmo” in una grande “epica evoluzionistica”.
Con poche eccezioni le “suore verdi” sono vegetariane: molte dichiarano di aver cessato di considerare “i non umani inferiori agli umani”. E una religiosa spiega che la cena per lei “è un’eucarestia quotidiana con il corpo della terra e del sole”. E hanno anche un’analogia fra cibo consumato ogni giorno e la transustanziazione eucaristica.

Il fenomeno delle “suore verdi” fu notato nel 1993, durante una visita in Vaticano dei vescovi Usa. Giovanni Paolo II ammonì: “Talvolta forme di venerazione della natura e la celebrazione di miti e simboli sostituiscono il culto di Dio rivelato in Gesù Cristo”. Ma non ci fu nessuna azione disciplinare, anche se alcuni critici sostengono che molte delle loro tesi ricadono nella condanna emanata da Pio IX verso il credere che “tutte le cose sono dio e hanno la stessa sostanza di Dio”.»
(di Marco Tosatti vaticanista della Stampa)

venerdì, febbraio 22, 2008

"questo, d'ignoto amante inno ricevi" (3)

Sive: In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


«A Roma ho imparato una lezione molto importante, tra le innumerevoli altre conquiste.

E' stato spesso affermato che l'architettura gotica rappresenta l'anima che tende verso Dio, mentre quella rinascimentale e romanica rappresenta Dio che trova la Sua dimora nell'uomo. Entrambi questi aspetti sono essenziali, eppure nessuno dei due, nella religione dell'Incarnazione, può sussistere senza l'altro.

Da un lato è vero che l'anima deve essere sempre in ricerca, sempre rivolta in alto verso l'oscurità dove Dio si nasconde, sempre memore che l'infinito trascende il finito e che vi è un elemento di immenso agnosticismo in ogni credo; le direzioni di questo mondo, così comìera, s'innalzano verso le tenebre; la luce che ci accompagna attraverso tracce incise e indizi oscuri ci permette di camminare, ma nulla di più. Nel silenzio Dio si rivela e attraverso i misteri proclama la Sua esistenza. Dio è spirito, senza forma, infinito, invisibile ed eterno: Quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità! (Gv 4,24). Qui vi è quindi il misticismo e la notte oscura dell'esperienza spirituale.

Dall'altra parte Dio si è fatto uomo e "il Verbo si fece carne".
La natura divina e inconoscibile si unì alla carne e "venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la Sua gloria". Ciò che era nascosto divenne conosciuto. Non siamo solo noi gli assetati che bussano: è Dio stesso ad essere assetato del nostro amore, a morire su una croce affinchè possano venire aperte le porte del Paradiso a tutti i credenti, che ha squarciato il velo del Tempio con il suo urlo di morte, e che ancora adesso bussa ad ogni cuore per poter entrare a cenare in compagnia dell'uomo.
La cupola rotonda del Paradiso è stata portata quaggiù in terra, i confini del mondo sono visibili e riconoscibili grazie alla luce di Dio; il vasto chiarore della Rivelazione si difonde in ogni dove attraverso finestre che danno su un lastricato splendente; angeli insieme a santi e uomini si radunano come ebbri per l'amore divino, l'altare sublime si erge davanti a noi illuminato (...) affinchè tutti possano vedere e ammirare.

Ora, va detto che questo aspetto della religione dell'Incarnazione non aveva molto significato per me.
Ero un nordico e nel senso letterale del termine, educato in maniera nordica. Amavo le luci soffuse, la musica misteriosa e le ombre del bosco fitto, mentre odiavo gli spazi aperti al sole, le trombe che suonano all'unisono e il tondo e il quadrato in architettura. Preferivo la meditazione rispetto alla recitazione delle preghiere; Madame Guyon a Mather Julian; John Inglesant a San Tommaso; il secolo tredicesimo così come me lo immaginavo a quello sedicesimo.

All'incirca sin dalla fine della mia esperienza anglicana avrei dovuto conoscere questo aspetto: allora avrei potuto risentirmi per quest'accusa in quanto già iniziavo a capire (e quindi pensavo di aver pienamente compreso) che il mondo era sia materiale che spirituale e che le credenze erano necessarie come le aspirazioni.
Ma quando giunsi a Roma compresi che in realtà non avevo colto del tutto questo aspetto.

Ecco una città rinascimentale da capo a coda, sotto un cielo limpido e un sole che scotta, la cui religione era come l'anima che risiede nel corpo. Era la dimostrazione vivente di come la realtà umana può personificare il divino.
Anche le dottrine proprie del cristianesimo venivano raffigurate con immagini pagane. La rivelazione parlava attraverso le forme della religione naturale; Dio abitava senza vergogna nei luoghi luminosi, i preti erano preti e non pastori dalle buone intenzioni; compivano i sacrifici, aspergevano con l'acqua benedetta, partecipavano a lunghe e ondulate processioni con l'incenzo e i lumi, chiamando Olimpo il Paradiso.
In un altare di granito notai la scritta Sacrum Divo Sebastiano.

Spesso sedevo in compagnia di professori di teologia che scherzavano, ridevano e dimostravano la loro gioia in una sala conferenze davanti a sei nazioni. Vedevo l'immagine del "Padre dei principi e dei re e padrone del mondo" esposta nelle strade il giorno del suo onomastico, circondata di fiori e lampade ad olio nella maniera in cui, due millenni fa, altri padroni del mondo venivano onorati. Sono sceso nelle catacombe nei giorni di Santa Cecilia e di San Valentino e ho sentito l'odore del bosso e del miro sotto i mie piedi, che rendeva onore alla fragranza della loro memoria così come secoli prima, in un diverso contesto, aveva reso onore ai vincitori.
In una frase, iniziai a capire che "il Verbo di fece carne e venne ad abitare in mezo a noi" (Gv1,14); che se ha scelto la sostanza creata di una vergine per costituirsi un corpo naturale, allora può anche utilizzare la sostanza creata degli uomini (i loro pensieri, le loro forme di espressione e metodi) per formare per sè quel corpo mistico attraverso cui Egli si rende presente a noi sempre. In poche parole, capii che l'unica cosa veramente mondana è il peccato.

Ma allora il cattolicesimo è materialistico?
Certo, e lo è come la Creazione e l'incarnazione, nè più ne meno.

E' impossibile descrivere cosa significhi questa scoperta per uno spirito nordico. Significa di sicuro l'oscuramento di alcune di alcune di quelle vecchie luci che sembravano scosì belle nella semi oscurità dell'esperienza individuale, o piuttosto il loro scoparire di fronte alla luce forte del giorno.
[...]
Paragonate un aspetto qualsiasi della fede e del culto cattolico così come vengono vissuti nella Città eterna al corrispondente anglicano!
Eppure gli anglicani rimangono scioccati quando vengono a Roma, i dissidenti si scandalizzano del paganesimo e i liberi pensatori sorridono al pensiero delle piccolezze di tutto questo. Certo, si scioccano, si scandalizzano e sorridono: potrebbero comportarsi diversamente?

Invece la verità è che un soggiorno a Roma allaga la mente al di là di ogni descrizione.
Mentre fino a quel momento mi ero abituato ad immaginare il Cristianesimo come un fiore delicato, divino in quanto soprannaturalmente fragile, ora vedevo che è invece un albero i cui rami accolgono gli uccelli dell'aria un tempo nemici della sua tenera crescita ma che ora possono trovarvi rifugio. La sua divinità consiste nell'ampienza della sua diffusione e dalla forza delle sue possenti radici: nulla pò paragonarsi a questo.
Prima la immaginavo come un aroma raffinato e dolce, da venir gustato a parte; ora capivo che si trattava del lievito, nascosto nei luoghi più reconditi della terra, che si manifestava in modo molto più rozzo di quanto avrei immaginato fino a quando tutto sarà fermentato.

E così giorno dopo giorno continuavo ad imparare (...) piano piano la lezione veniva assimilata dal mio cervello ed imparavo che vi era qualcosa di totalmente diverso da ciò che ero abituato a conoscere, qualcosa che non avrei mai appreso nella mia tranquilla penombra nordica.
Qui si trova la sede centrale del mondo spirituale; qui la grazia veniva elargita, i dogmi definiti e le provviste salvaguardate per le anime di tutto il mondo.
Qui aveva stabilito il Suo trono per governare il Suo popolo, dove un tempo Domiziano, dominus et deus noster, l'imitatore di Dio comandava prescindendo da Lui, eppure adombrando il vicario di Cristo.

Il Venerdì Santo, sotto le rovine del Palatino, andai alla chiesa di San Toto e ascoltai quel versetto: "Se liberi costui non sei amico di Cesare" (Gv19,12). Oggi "costui" è il Re mentre Cesare non è nulla.

Certo è che qui, più che in ogni altro luogo, il lievito conficcato dalla mano divina nel suolo duro dell'Impero romano, gradualemte si è espresso in leggi e dogmi con immagini del pensiero "del mondo"; qui il sangue di Pietro è confluito sotto l'obelisco, ancora pulsante nelle vene di Pio [X, all'epoca regnate, n.d.r], Pontifex Maximus et Pater Patrum, che dista solo di qualche metro.

Almeno questo a Roma l'ho appreso, ed era una lezione che valeva la pena imparare, pur tra tutte le difficoltà. Venivo da una stanza calorosa e illuminata dal caminetto, piena di ombre, e mi ritrovavo ora esposto alle folate di vento negli spazi immensi della storia umana.
Capii finalmente che nulla di ciò che è umano è indifferente a Dio, che i tentattivi di ricerca dei popoli pre-cristiani molto spesso li hanno avvicinati al Cancello della Verità; che i loro piccoli sistemi, sforzi ed immagini non venivano disprezzati da Colui che li aveva permessi, e che "Dopo aver Iddio in antico, a più riprese e in molti modi, parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi parlò a noi per mezzo del Suo Figlio, che costituì erede di ogni cosa e per mezo del quale creò anche i secoli. questo figlio, immagine della gloria di dio e impronta della sua sostanza, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso nel più alto dei cieli alla destra della Maestà divina" (Ebrei, I, 1,3)».

Dalle "Confessioni di un Convertito" (1913)
di Robert Hugh BENSON (1871-1914)

mercoledì, febbraio 20, 2008

ADVERSUS HAERESES, XIII

Ovvero: Con "quanta cura" Marco Politi scrive i suoi articoli?

Commemorandosi il centotrentesimo anniversario del beatissimo trapasso di Papa Mastai (7 febbraio 1878), mercoledì 6 febbraio 2008 il sedici volte Benedetto salutando i pellegrini radunatisi nell'Aula Paolo VI per la consueta udienza generale ha menzionato, tra gli altri, anche i rappresentanti del Comitato Pio IX di Senigallia:
"Vi ringrazio per il vostro generoso impegno teso a richiamare l'attenzione sulla figura e sull'esemplarità delle virtù di questo grande Pontefice, che espletò con eroica carità la missione di pastore universale della Chiesa, avendo sempre come obiettivo la salvezza delle anime. Nel suo lungo pontificato, segnato da avvenimenti burrascosi, egli cercò di riaffermare con forza le verità della fede cristiana di fronte a una società esposta ad una progressiva secolarizzazione. La sua testimonianza di indomito e coraggioso servitore di Cristo e della Chiesa costituisce anche oggi un luminoso insegnamento per tutti. Auspico di cuore che questa significativa ricorrenza contribuisca a far conoscere meglio lo spirito e il "volto" di questo mio beato predecessore e a farne apprezzare ancor più la sapienza evangelica e la fortezza interiore."


Chi tra i vaticanisti avrebbe potuto avere mai qualcosa da ridire per un saluto rivolto dal papa a dei pellegrini giunti a Roma per celebrere (per giunta un anniversario tondo) la festa di un santo ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica?

Marco Politi, ovviamente!
Egli, dopo aver celebrato nell'intimo dei novelli Novendiali per la buon'anima di Papa Mastai Ferretti, in data 16 febbraio -cioè ben dieci giorni dopo!- ha pubblicato sulla Repubblica un disgustoso articolo pieno di veleno e vomito verso il nove volte e beato Pio e verso il sedici volte Benedetto pontefice regnante!

"L´ombra di Pio IX torna ad affacciarsi in Santa Romana Chiesa. L´improvvisa esaltazione di papa Mastai, indicato da Benedetto XVI come grande pontefice di esemplari virtù, «indomito e coraggioso» combattente contro la secolarizzazione dell´Ottocento, non è l´auspicio migliore per un rasserenarsi delle tensioni tra la società laica e il papato...
L´immagine di Pio IX, nella descrizione fatta da Ratzinger, è quella di un pontefice che lotta per riaffermare le verità della fede cristiana di fronte a una società protesa verso la secolarizzazione. Un eroico baluardo. Ieri Pio IX, oggi Benedetto XVI è l´equazione presentata istintivamente agli occhi dei fedeli e del mondo. L´Osservatore Romano conferma. «Oggi si vive in buona parte dell´eredità di Pio IX - proclama fiero il postulatore della causa di canonizzazione - e si corrono rischi che il suo magistero intendeva risparmiare alla Chiesa d´allora e di sempre». Così si pone sullo stesso piano ciò che conciliabile non è.
L´opposizione frontale alla modernità di Pio IX e l´apertura ai segni dei tempi di Giovanni XXIII, l´infallibilità papale da un lato e la gestione collegiale della Chiesa con l´insieme dei vescovi dall´altro.
Torna continuamente, insomma, la volontà di negare il carattere di svolta e, per certi aspetti, di rottura del concilio Vaticano II..."

Il guaio di Politi e che l'idea reiterata con diabolica perseveranza, secondo cui il Concilio Vaticano II ha prodotto un rottura totale con cattolicesimo come s'era andato strutturando nei diciannove secoli precedenti, non viene combattuta subdolamente da Benedetto XVI tramite la citazione di questo o di quel papa reazionario ma è stata solennenente, fortemente e perentoriamente negata da Papa Ratzinger nel suo primo discorso alla Curia Romana del dicembre 2005, quarantesimo anniversario della chiusura del Vaticano II.

L'idea, invece, secondo cui il cattolicesimo anche nel XXI secolo "vive in buona parte dell´eredità di PioIX", e che fa muovere a sdegno sin nelle viscere il Nostro sono parole non di un fanatico pretuncolo lefebvriano ma di un papa "conciliare" come Paolo VI!
Papa Montini, infatti, nel centenario della morte di papa Mastai presiedette un solenne pontificale in San Pietro per "l'amabile figura di Papa Pio IX":
... per commemorare la sua nascita al Cielo, avvenuta un secolo fa, allorché la sua anima apostolica, al suono dell'Ave Maria, lasciò il corpo ormai grave d'anni e d'affanni. Ciò vuol dire che limiteremo la nostra memore attenzione e la nostra devota meditazione sul profilo spirituale ed apostolico di un Pontefice che tanto fu amato, e su ciò che egli, con invitto coraggio, intraprese per l'incremento della fede cattolica e per il bene della Santa Chiesa.
...l'ansia di servire la causa di Cristo e del suo Vangelo. "Servire la Chiesa: questa fu l'unica ambizione di Pio IX", ha scritto uno storico autorevole. Ciò spiega l'instancabile sua dedizione ai doveri, anche i più gravosi e più ardui, dell'apostolico ministero: una qualità costante che è doveroso riconoscergli non senza ammirazione, al di là degli stessi impulsi dell'umano carattere e delle obiettive difficoltà che si frapposero alla sua azione di Pastore e di Sovrano..."

Dopo di chè il papa, che viene sempre citato a sproposito per aver detto nel centenario di Porta Pia che la fine del potere temporale fu provvidenziale, fa un elogio dello Stato Pontificio:

"...Il crollo del Potere temporale appariva indebito e grave, e comprometteva l'indipendenza, la libertà e la funzionalità del Papato; minaccia questa che pesò, fino ai giorni della Conciliazione, sulla Sede Apostolica, tenendo vivo con nostalgica amarezza il ricordo dei secoli, in cui il Potere temporale era stato lo scudo difensivo di quello spirituale e in pari tempo il tutore del territorio dell'Italia centrale, vi aveva conservato la memoria e il costume civile della tradizione classica romana, favorendo la promozione della compagine degli Stati del continente, alimentando una coscienza unitaria della civiltà scaturita dall'umanesimo greco-romano, e soprattutto sviluppando negli animi e nei costumi la fede cattolica... La ferita inferta allora al Papato arrivò anche a grande parte del Popolo e della Chiesa intera, e ne tormentò per lunghi anni la coscienza civile e il sentimento cattolico."

"Intorno alla compatibilità del regno temporale col regno spirituale disputano tra loro i figli della Chiesa cristiana e cattolica" (Sillabo) ma il sedicente cattolico più o meno adulto, più o meno baciapile, che continua a biasimare Pio IX, per essere sempre rimasto intransigentemente reazionario nel rivendicare i propri diritti di sovrano temporale, vuol dire che non è un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica! La storia stessa infatti ha premiato l'intransigenza di Pio IX (e parimenti dei suoi successori come solitamente si fa finta di dimenticare)!
Pio IX in fine ha vinto: ciò che di principio rivendicava Papa Mastati fu concesso cinquantanni dopo la sua morte a Pio XI con i Patti Lateranensi del 1929 e la creazione dello Stato del Vaticano.

"Ma ecco- continua papa Montini-, proprio in quella paradossale situazione il prodigio della immortalità di Pietro ("Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo", aveva detto Gesù [Matth. 28, 20]), si rinnovò. Tutto il Pontificato di Pio IX fu, si può dire, una rivelazione delle inesauste energie che il Papato e la Chiesa, per una storia sempre nuova, possiedono in proprio.

Un'apertura di dilatata generosità fu la nota precipua del suo servizio, la quale, fondendosi con le innate caratteristiche di cordialità e di buon senso, ereditate dalla sua terra e dalla sua gente, valse a conciliargli la devozione delle classi umili e popolari e via via, in misura crescente, delle moltitudini dei figli della Chiesa.
...Pio IX appare nella storia della Chiesa come un solerte animatore ed un operoso costruttore, il cui carisma e la cui eredità si protendono fino all'età contemporanea, se è vero che non poco di quanto egli intuì e volle e attuò è rimasto vivo e perdura anche oggi."

Che profonda sintonia tra queste affermazioni del 1978 e quelle espresse dal postulatore della causa di canonizzazione di papa Mastai "Oggi si vive in buona parte dell´eredità di Pio IX"! Se questo sarebbe il segnale della cospirazione lefebvreiana ed anti vaticanosecondista promossa dall'attuale pontefice, forse che, ad insindacabile giudizio di Politi, papa Ratzinger si vedrà strappato dalla buon'anima di Papa Montini lo scettro di primo cospiratore?

Orbene, sostenere che il lunghissimo pontificato di Pio IX ha prodotto dei frutti che hanno positivamente inciso su tutta la successiva storia della Chiesa non può essere considerata una discutibile e faziosa dichiarazione di principio ma è un dato di fatto incontrovertibile. Basterebbe solo pensare alle decine di nuovi ordini religiosi maschili e femminili (per tutti varrà ricordare i salesiani di Don Bosco) nati con la benedizione del beato Papa-Re!

Ora, se Paolo VI nel centenario della morte di un papa (il cui processo di beatificazione era "congelato") poteva permettersi di fare un simile peana, perchè mai nel centotrentesimo anniversario della morte di un papa ormai già beatificato Benedetto XVI avrebbe dovuto esimersi dal rivolgere un breve pensiero e saluto ai fedeli di Senigallia venuti a Roma per celebrarne la festa liturgica attorno alle sacre spoglie di papa Mastai?

Se durante l'udienza di mercoledì 20 febbraio il sedici volte Benedetto avesse salutato calorosamente una delegazione di fedeli giunti da Carpineto Romano in occasione del centotrentesimo anniversario dell'elezione di Leone XIII (20 febbraio 1878) c'è da chiedersi se Politi si sarebbe adontato.
Certamente no, perchè Leone XIII è universalmente noto per essere stato un papa "buono", "il papa dei lavoratori" il papa della "Rerum novarum" un papa progressista rispetto a Pio IX, un papa che accettò la modernità, di dice con formula equivoca.

Ma Leone XIII è anche il papa che ha rinnovato sin dalla sua prima enciclica la protesta per l'usurpazione sabauda del principato ecclesiastico. Leone XIII è il papa che ha rinnovato tutte le condanne teologiche e dottrinarie già condannate da Pio IX nell'enciclica "Quanta cura" (e sintetizate nel Syllabo), primariamente quello che all'epoca veniva detto "Indifferentismo" (ai nostri tempi si direbbe "Relativismo") religioso ma anche nei suoi risvolti filosofici e politici:
"...nel secolo XVI una funesta novità di opinioni infatuò moltissimi.
Da quel tempo, la moltitudine non solo volle dare a se stessa una libertà più ampia, che fosse di uguaglianza, ma sembrò anche voler foggiare a proprio talento l’origine e la costituzione della società civile. Anzi, moltissimi dei tempi nostri, camminando sulle orme di coloro che nel secolo passato si diedero il nome di filosofi, dicono che ogni potere viene dal popolo: per cui coloro che esercitano questo potere non lo esercitano come proprio, ma come dato a loro dal popolo, e altresì alla condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato, possa venire revocato. Da costoro però dissentono i cattolici, i quali fanno derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario principio.
...dopo la cosiddetta Riforma, i cui promotori e capi combatterono radicalmente con nuove dottrine la potestà sacra e civile, repentini tumulti ed audacissime ribellioni seguirono specialmente in Germania, e ciò con tanta deflagrazione di guerra civile e con tanta strage, che pareva non ci fosse alcun luogo immune da tumulti insanguinati. Da quella eresia ebbero origine nel secolo passato la falsa filosofia, quel diritto che chiamano nuovo, la sovranità popolare e quella trasmodante licenza che moltissimi ritengono la sola libertà. Da ciò si è arrivati alle finitime pesti che sono il Comunismo, il Socialismo, il Nichilismo, orrendi mali e quasi sterminio della società civile..." (enciclica Diuturnum illud)

Rincarava poi la dose (enciclica Immortale Dei)
"... il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio. Solo Dio, infatti, è l’assoluto e supremo Signore delle cose, al quale tutto ciò che esiste deve sottostare e rendere onore: sicché chiunque sia investito del diritto d’imperio non lo riceve da altri se non da Dio, massimo Principe di tutti. Non v’è potere se non da Dio (Rm 13,1)...
...Perciò, come a nessuno è lecito trascurare i propri doveri verso Dio – e il più importante di essi è professare la religione nei pensieri e nelle opere, e non quella che ciascuno preferisce, ma quella che Dio ha comandato e che per segni certi e indubitabili ha stabilito essere l’unica vera – allo stesso modo le società non possono, senza sacrilegio, condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione come fosse una pratica estranea e di nessuna utilità, o accoglierne indifferentemente una a piacere tra le molte; ma al contrario devono, nell’onorare Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler essere onorato. Santo deve dunque essere il nome di Dio per i Principi, i quali tra i loro più sacri doveri devono porre quello di favorire la religione, difenderla con la loro benevolenza, proteggerla con l’autorità e il consenso delle leggi, né adottare qualsiasi decisione o norma che sia contraria alla sua integrità...

Dunque Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato di ciascuno; sicché si può delimitare una sorta di orbita, all’interno della quale ciascuno agisce sulla base del proprio diritto. Ma poiché l’uno e l’altro potere si esercitano sugli stessi soggetti, e può accadere che una medesima cosa, per quanto in modi diversi, venga a cadere sotto la giurisdizione dell’uno e dell’altro ... Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa"

Ora, tutto questo magistero di Leone XIII non solo è la piana ed ampia esposizione delle condanne contenute nel famigerato "Sillabo" di Pio IX ma, più che dalla penna di un papa innovativo, paiono addirittura uscite dalla bocca di teocrati medievali come Innocenzo III, Innocenzo IV o Bonifacio VIII!

Non mi dilungo con citazioni dell'enciclica "Libertas", tanto cara ai fondatori della futura Democrazia cristiana, dove Papa Pecci si scaglia contro la laicità dello Stato e contro la libertà religiosa (o per meglio dire contro l'uguagliaza di tutti i culti di fronte allo Stato).

Eppure, pur avendo insegnato ai fedeli cattolici le medesime dottrine di Pio IX, Leone XIII non è vittima del medesimo dileggio laicista!
Se Benedetto XVI elogiasse "la figura mite e forte" di papa Leone XIII nessuno vomiterebbe tanto astio sulla figura altrettanto mite ed umile di papa Ratzinger, perchè?

Perchè di Pio IX si fatto un simbolo, la personificazione di quel "immortale odium" per il papato, per la sua missione spirituale, segno e sintomo di qul disprezzo per la pretesa della Chiesa cattolica di professare dottrine di carattere soprannaturale!
Soltanto che ormai, i "democratici" e i "liberali" contemporanei non sono più truci nel loro anticlericalismo come lo erano nell'Ottocento, poichè non solo la Chiesa Cattolica ha dovuto fare "aggiornamento".

Il moderno antipapista per colpire e trafiggere al cuore la santità dei più venerandi dogmi del cattolicesimo ha imparato a strumentalizzare la medesima volontà della Chiesa cattolica -massimamente espressa col Concilio vaticano II- di promuovere una nuova evangelizzazione indirizzata all'uomo della società ormai secolarizzata:
"Ma l´operazione -come mutatis mutandis spiega lo stesso Politi- può riuscire soltanto affidandosi all´apologetica o rifugiandosi nella rimozione. Pio IX aborriva la democrazia, il Vaticano II l´ha fatta propria. Pio IX considerava folle la libertà di religione, il Vaticano II l´ha riconosciuta. Pio IX riteneva inconcepibile la libertà di coscienza, Karol Wojtyla ne ha fatto un cardine del suo pontificato".

Cioè bisogna infischiarsene del fatto che Leone XIII esprimeva verso il mondo moderno, cioè verso le ideologie moderne, i medesimi anatemi di Pio IX, perchè ammettere questo è ammettere che vi sia una continuità dottrinaria tra i pontefici, significa manifestare scopertamente che in realtà la propria critiaca distruttrice si rivolge non a singole pecche dei cattolici (chierici innanzitutto) ma al Cattolicesimo tout court, lo scopo di chi procede di tal sorta è quello di mostrare la contraddizzine tra un pontefice e l'altro, rappresentare ogni papa come un attore che entra in scena per dire l'esatto contrario del proprio predecessore e, con tutto ciò, far apparire il pontefice regnante sempre e comunque peggiore dei predecessori. Perciò, Pio IX non fu un buon papa perchè si oppose all'unità d'Italia (ma l'unità d'Italia non è un dogma come non lo è quello dell'unità della Jugoslavia), mente Leone XIII era un papa che amava gli operai. Pio X era un papa bonaccione che non si occupava di politica ma solo di far imparare il catechismo ai bambini; Benedetto XV era un pacifista, Pio XI era un fascista e comunque era sempre meglio di Pio XII che era un criminale nazista.
E poi "venne un uomo mandato da Dio" il suo nome era Giovanni: il papa "buono", buono cioè da usare in ogni attacco alla Chiesa. Poi Paolo VI che fece le riforme (d'accordo, avrebbe potuto fare di più ma meglio di Ratzinger!).
Papa Luciani che era un parroco di campagna che abolì la sedia gestatotia e che sicuramente avrebbe rivoluzionato la Chiesa cattolica, avrebbe venduto il Vaticano e dato il ricavato ai poveri del sudamerica per finanziare la rivoluzione anti-imperialista, se non fosse morto dopo soli 33 giorni (probabilmente a causa di un caffe avvelenato offertogli dall'allora cardinale Ratzinger).
Che dire, poi, del grande e rimpianto papa Giovanni Paolo II che per ventisei anni è volato ai quattro angoli del pianeta allo scopo di evangelizzare ai cattolici dei cinque continenti la buona novella che le religioni sono tutte uguali?

Ovviamente , Politi è persona colta, o almeno facendo il vaticanista da almeno tre papi ed essendosi sorbito migliaia di omelie sulla divinità di Gesù Cristo, sulla immacolata concezione della Vergine etc, lo sa benissimo che la dottrina cattolica dopo il Concilio Vaticano II non è mutata e che le prese di posizione di Benedetto XVI non sono in controtendenza con quelle del suo immediato antecessore. Ma egli è pagato per scrivere malevoli pettegolezzi sul pontefice sotto mano.

Proprio nel discorso di apertura del Concilio Giovanni XXIII ebbe a ribadire che i padri conciliari non erano stati chiamati a Roma per procedere a nuove definizini dogmatiche ma che il concilio: "vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà.
Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità... Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I".

Un pò come i devoto di sant'Antonio, che da lui cercano solo i miracoli ignorando che egli sia un Dottore della Chiesa, senza, pertanto, considerare utilile o necessario alla propria devozione la lettura dei tomoni scritti dal santo di Padova, similmente, Papa GiovanniXXIII viene issato a bandiera del rinnovamento, dell'aggiornamento, a difesa di ogni possibile rigurgito controriformista senza sapere che in realtà papa Giovanni nutriva una specialissima devozione per Pio IX sulla cui tomba in San Lorenzo al Verano il cardinal Roncalli si recò a pregare poche ore prima di entrare in conclave.

Alla "classica" obiezione su come poter conciliare Pio IX e Giovanni XXIII rispondeva già il cardinale Saraiva Martins nel lontano anno 2000 ai tempi della polemica sulla beatificazione congiunta di papa Mastai e Papa Roncalli:
"...cos' ha in comune il Papa della Pacem in terris con il Papa del Sillabo? "
«Giudicare il Sillabo come espressione di uno spirito illiberale e contro il progresso o come un incontrollato rigurgito reazionario, significa non conoscere a sufficienza né Pio IX né la sua epoca.
Il Sillabo non può essere considerato un atto isolato dal Magistero precedente a Pio IX né a quello a lui susseguente. Il documento venne, del resto, invocato, e con insistenza, da molti vescovi ed è conseguenza logica in un' ottica di fedeltà alla rivelazione divina e al patrimonio della verità rivelata.
È noto, inoltre, cosa il beato Giovanni XXIII pensasse nell' indire il concilio Vaticano II. Si ispirava al suo lontano predecessore Pio IX e, da buon conoscitore della storia della Chiesa, l' 8 dicembre 1960 affermava: «Dalla contemplazione della figura mite e forte di Pio IX, prendiamo ispirazione per inoltrarci di buon passo nella grande impresa del concilio Vaticano II, che ci sta innanzi»

Che direbbe Politi nello scoprire che anche il "Papa buono" ricevette in udienza i conterranei di Papa Mastai?

All’udienza generale del 6 settembre 1961, rivolgendosi ai millecinquecento pellegrini di Senigallia, il Papa ricordò subito la figura del suo antecessore marchigiano:
«I pellegrini di Senigallia vantano una gloria specialissima: Pio IX. E il vecchio Pio IX deve tornare a farsi vedere. Il pensiero va spesso a questo insigne servo di Dio e non è disgiunto dal desiderio per una sua glorificazione, riconosciuta anche sulla terra. Ci sarà il Concilio Vaticano II, il quale non può, in qualche modo, non riallacciarsi al Concilio Vaticano I, voluto e aperto da Pio IX. Chissà che in tale circostanza non ci sia pure l’auspicabile gaudio di vedere Pio IX oggetto di particolare venerazione. Sarà, comunque, quel che Iddio disporrà per la sua maggior gloria. Il Signore è mirabilis in sanctis tuis, tanto in quelli decorati con l’aureola della venerazione ufficiale decretata dal capo visibile della Chiesa, quanto in tutti gli altri che popolano il paradiso.
Noi dobbiamo attendere, quaggiù, alla nostra santificazione, il che equivale a imitare i moltissimi che hanno bene compiuto, con la fede e le opere, il pellegrinaggio terreno».

E nel suo "Diario dell'anima" durante gli esercizi spirituali dell'avvento del 1959 aveva scritto:
"Nella mitez­za e nella umiltà del cuore c'è la buona grazia del ricevere, del par­lare, del trattare; la pazienza del sopportare, del compatire, del tacere e dell'incoraggiare. Ci deve essere soprattutto la prontezza abituale alle sorprese del Signore, che tratta bene i suoi prediletti, ma di solito ama provarli con le tribolazioni, le quali possono es­sere infermità del corpo, amarezze dello spirito, contraddizioni tre­mende, da trasformare e da consumare la vita del servo del Signore e del servo dei servi del Signore, in un vero martirio. Io penso sem­pre a Pio IX di santa e gloriosa memoria; ed imitandolo nei suoi sacrifici, vorrei essere degno di celebrarne la canonizzazione."

Insomma, appare chiaramente che, soprattutto in vista della convocazione del concilio, per papa Roncalli Pio IX era il più adatto modello di pontefice a cui ispirarsi nello svoglimento dei suoi doveri pontificali! Con buona pace di tutti coloro per i quali sono inconciliabili "L´opposizione frontale alla modernità di Pio IX e l´apertura ai segni dei tempi di Giovanni XXIII, l´infallibilità papale da un lato e la gestione collegiale della Chiesa con l´insieme dei vescovi dall´altro."

Lascio ad altra occasione la disquisizione sul "body-languige" di papa Ratzinger che tanto manda in fregola Marco Politi.

"Noi oggi - conchiudeva Paolo VI la sua omelia- abbiamo voluto commemorarlo per tributargli un doveroso omaggio se pur assai impari al merito, e per manifestare, altresì, quei sensi di viva riconoscenza che il Pastore della Chiesa di oggi deve al Pastore della Chiesa di ieri, che la Chiesa del Concilio Vaticano II deve alla Chiesa del Concilio Vaticano I, che tutto il Popolo di Dio, nella mirabile realtà unitaria della comunione dei santi, deve a coloro - fedeli e pastori - che l'hanno preceduto "nel segno della fede" e, con in mano questa fiaccola di luce (cfr Matth. 25, 1; 5, 15), sono già andati incontro a Cristo Signore. Così sia."

lunedì, febbraio 18, 2008

Tristitia Christi /4

Ovvero: "A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili?
Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!"

In data 25 gennaio 2008 il cardinale Karl Lehmann arcivescovo di Magonza ha inviato una lettera circolare a tutti i vescovi tedeschi per annunziare le proprie dimissioni da Presidente (per oltre un ventennio) della Conferenza episcopale tedesca (Dbk).
Il settantunenne presule e teologo (che ha motivato le proprie dimisioni a causa di problemi di salute) ha chiesto, pertanto, che in occasione dell’assemblea della Dbk che si sarebbe aperta l'11 febbraio a Würzburg, si procedesse all'elezione del successore.
Ed ecco che il 12 febbraio 2008 viene prontamento eletto il nuovo presidente dei vescovi tedeschi nella persona nel sessantanovenne Arcivescovo di Friburgo monsignor Robert Zollitsch.

L'Arcivescovo Zollitsch (eletto dopo un ballottaggio con il "più ratzingeriano" Reinhold Marx neo-Arcivescovo di Monaco e Frisinga) ha principiato il proprio mandato di sei anni a capo dei vescovi tedeschi rispondendo alle domande dei giornalisti.

Non essendo in grado di valutare il vero o presunto "scalpore" che le dichiarazioni di monsignor Zollitsch abbiano realmente suscitato nei germanici lettori di "Der Spiegel" e di "Bild am Sonntag", devo purtroppo constatare sui media italiani la solita insulsa cagnara sulle dichiarazioni "rivoluzionarie" del prelato di turno.

Il canovaccio è sempre il solito: se i cattolici italiani avessero il coraggio di valicare i confini italiani ci troveremmo di fronte allo spettacolo di fedeli, vescovi e conferenze episcopali tutte che "vanno avanti nonostante il Vaticano" (come in illo tempore cantava Jovanotti).
Si rinnova la disgustosa distorsione della realtà ecclesiastica e dottrinaria da parte dell'intelighentia "laica" italiana! Questa perenne sindrome da "eretici italiani del XVI secolo" per cui lontani dall'ombra del cupolone, e fuori dalla giurisdizione di Ruini ieri e di Bagnasco oggi, sussisterebbe e prosperebbe un cattolicesimo che sin nelle più alte gerarchie và professando un progressismo in esplicito dissenso con le direttive del pontefice regnante (il quale -ovviamente- è sempre più reazionario rispetto al papa morto).

"I vescovi tedeschi aprono ai gay e ai preti sposati" titola persino il dodoci volte pio Andrea Tornielli! E se tanto mi da tanto, lascio solo immaginare ai miei cinque lettori che cosa avranno riferito opinionisti meno pii: "la svolta", "la spallata", "la rivoluzione" dell'illuminato ecclesiastico di turno che non ha paura di uscire dallo stato di minorità cui lo costringe il despota oscurantista del Vaticano!

Ma cosa avrebbe mai detto di così "rivoluzionario" questo "novello Lutero"?
«Constatiamo la diminuzione delle vocazioni, perché la sfida del Vangelo è difficile da trasmettere. È ovvio che il collegamento tra l’essere prete e il celibato non è teologicamente necessario».
Ha sostenuto che il celibato non è una legge di diritto divino ma di diritto ecclesiastico ragion per cui alla bisogna potrebbe essere sempre modificata o abolita. Bella scoperta!
Come non trattenere un riso (amaro) percependo lo spasimo orgasmico di tanti sedicentio intellettuali che trovano di un progressismo al limite del rivoluzionario tanta verbosa banalità del contemporaneo gergo ecclesialese?

Sostenere però che l'Arcivescovo di Friburgo "vuole" l'abolizione del celibato e che assieme a lui una grande parte dell'episcopato mondiale vogliano veramente abolire il celibato dei preti è ben altra cosa!
Il monsignore ha chiaramente detto che in ben due recenti Sinodi dei Vescovi (e non solo, aggiungerei) della cosa se ne è discusso ma che la stragrande maggioranza dei padri sinodali ha ritenuto non utile e fruttuoso l'introduzione dei preti uxorati nella chiesa di rito latino.
L´Arcivescovo Zollitsch ha sottolineato che il cosiddetto "matrimonio dei preti" «sarebbe una rivoluzione che una parte della Chiesa non accetterebbe» e pertanto, «giacché l´abolizione del celibato inciderebbe molto nella vita interna della Chiesa» è necessario che sia un Concilio Ecumenico a prendere una tale capitale decisione.

Il solito prelato progressista che invoca un Concilio Vaticano III quale panacea ti tutti i mali della Chiesa?
Proprio no. Da tutti descritto come un mite pastore, per anni responsabile della commissione "per dottrina della fede" della stessa conferenza episcopale tedesca il prelato non ha fatto altro che tentare di rispondere alle domande preconfezionate sciorinatagli dal giornalista di turno che magari è convinto che su tematiche "sensibili" i vescovi non si possano esprere per paura dalle ritorsioni del "dittatore" vaticano.
Il vero problema e che per i "mass media" gli unici problemi "sensibili" sono quelli che riguardano l'ambito della genitalità.

Il signor Arcivescovo, da par suo, ha risposto assai cattolicamente a tutte le domande: teologiche, canonistico-disciplinari, giuridiche, politiche ed economico-sociali.
Sono poi i media che semplificano e appiattiscono. Poi, mettendo insieme capra e cavoli, scrivono maliziosamente che l'arcivescovo è "favorevole alle unioni gay e al matrimonio dei preti" quasi che le due "liberalizzazioni" fossero interdipendenti.

"Purtroppo" l'arcivescovo di Friburgo non è poi così tanto rivoluzionario come si vuol far credere se di seguito dichiara perentoriamente il "suo" no alle donne prete: «Gesù Cristo ha chiamato soltanto uomini a fare gli apostoli. La funzione sacerdotale e quella episcopale restano riservate agli uomini, anche se in determinate cerimonie religiose le donne possono predicare. Siamo interessati ad avere donne come assistenti spirituali».

Ciò che infastidice maggiormante è questa assoluta mancanza di rispetto per la dottrina cattolica immaginata e rappresentata come un incoerente cumulo di divieti anacronistici! Tali detrattori non aspettano altro che il prete, il vescovo, il cardinale "utile idiota" di turno che ammoderni ed aggiorni la Chiesa, una Chiesa in cui però non vorranno mai entrare perchè, per quanti aggiornamenti si saranno fatti, la Chiesa cattolica apparirà loro sempre troppo "medievale".


Per quanto riguarda poi le sensazionali confessioni di monsignor Robert Zollitsch alla "Bild am Sonntag" sul più che comprensibile umano rimpianto per non aver avuto figli, ecco di seguito le scabrose dichiarazione che non mancheranno di renderlo "per antonomasia" il vescovo più trasgressivo della storia del Cristianesimo :

«Quando ero studente ero innamorato di una compagna di classe e vedevo bene per me un matrimonio e una famiglia. Sarei volentieri diventato padre. Non avere propri figli è di per sé una rinuncia. Ho dovuto provare questa rinuncia su me stesso, per poter essere disponibile nei confronti di molte persone».
Fu una decisione assolutamente razionale: volevo aiutare altri uomini a condurre una vita nella fede e senza peccato».

Chissà se i lettori tedeschi saranno rimasti scossi nel sentire Monsignor Zollitsch elencare i propri "vizi":
«La sera ascolto musica di Mozart e Haydn, leggo e bevo un bicchiere di vino rosso».

domenica, febbraio 17, 2008

Pro Missa bene cantata [7]

Mercè il "divinus" Magister si alza il velame sul contenuto delle risposte date "a braccio" dal sedici volte Benedetto alle domande formulategli da alcuni membri del clero romano durante la tradizionale udienza ai parroci e rettori delle chiese della Diocesi di Roma.
Nell'udienza al clero romano del 7 febbraio 2008, che si è svolta nella Loggia delle benedizioni della Basilica Vaticana, come di prammatica il giovedì seguente il Mercoledì delle Ceneri, tra le dieci domande rivolte a Benedetto XVI una recitava così:
Come conciliare il tesoro della liturgia in tutta la sua solennità con il sentimento, l'affetto e l'emotività delle masse di giovani chiamati a parteciparvi?

Il Sedici volte e vieppiù Benedetto sommo liturgo ha così risposto:

"È un grande problema quello delle liturgie alle quali partecipano masse di persone. Ricordo che nel 1960, durante il grande congresso eucaristico internazionale di Monaco, si cercava di dare una nuova fisionomia ai congressi eucaristici, che sino ad allora erano stati soltanto atti di adorazione. Si voleva mettere al centro la celebrazione dell'Eucaristia come atto della presenza del mistero celebrato.

Ma subito nacque la domanda su come fosse possibile. Per adorare, si diceva, lo si può fare anche a distanza; ma per celebrare è necessaria una comunità limitata che possa interagire con il mistero, dunque una comunità che deve essere assemblea attorno alla celebrazione del mistero.

Erano molti quelli contrari alla celebrazione dell'Eucaristia all'aperto con centomila persone. Dicevano che non era possibile proprio per la struttura stessa dell'Eucaristia, che esige la comunità per la comunione. Erano anche grandi personalità, molto rispettabili, quelle contrarie a questa soluzione.

Ma poi il professor Jungmann, grande liturgista, uno dei grandi architetti della riforma liturgica, ha creato il concetto di "statio orbis", cioè è tornato alla "statio Romae" dove proprio nel tempo della Quaresima i fedeli si raccolgono in un punto, la "statio", come i soldati per Cristo, e poi vanno insieme all'Eucaristia. Se questa, ha detto, era la "statio" della città di Roma, il luogo dove la città di Roma si riunisce, allora questa è la "statio orbis", il luogo di raccolta del mondo.

È da quel momento che abbiamo le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione delle masse. Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta.

Anche un'altra domanda ho fatto, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c'è ancora la struttura voluta dal Signore. Sono domande. E così si è presentata a lei, a Loreto, la difficoltà nel partecipare a una celebrazione di massa durante la quale non è possibile che tutti siano ugualmente coinvolti. Si deve dunque scegliere un certo stile per conservare quella dignità che è sempre necessaria per l'Eucaristia; la comunità non è uniforme e l'esperienza della partecipazione all'avvenimento è diversa; per alcuni è certamente insufficiente. Ma a Loreto la cosa non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione.


Si deve dunque riflettere bene su cosa fare in queste situazioni [...]. Rimane il problema fondamentale, ma mi sembra che, sapendo che cosa è l'Eucaristia, anche se non si ha la possibilità di un'attività esteriore come si desidererebbe per sentirsi compartecipi, vi si entra con il cuore, come dice l'antico imperativo nella Chiesa, creato forse proprio per quelli che stavano dietro nella basilica: "In alto i cuori! Adesso tutti usciamo da noi stessi, così tutti siamo con il Signore e siamo insieme". Non nego il problema, ma se seguiamo realmente questa parola "In alto i nostri cuori" troveremo tutti, anche in situazioni difficili ed a volte discutibili, la vera partecipazione attiva."

Il vaticanista Paolo Rodari (dal suo Palazzo Apostolico) informa che Benedetto XVI ha dato ordine che non solo il cuore ma corpo ed anima di monsignor Guido Marini fossero elevati nel più alto dei cieli, mercè l'uso dell'aereoplano, al fine di sorvolare l'oceano Atlantico e l'Oceano Pacifico per recarsi negli Stati Uniti ed in Australia a supervisionare la regia delle incombenti messe "oceaniche" che il Sommo Pontefice deve presiedere:

"...Nell’ultima grande celebrazione di massa cui Ratzinger ha partecipato, ad esempio, e cioè il recente raduno di Loreto, tutti i problemi di questa celebrazione si sono verificati e la cosa, ha detto, «non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione».
E così, ecco la soluzione, per ora ancora parziale, ma comunque necessaria, in vista delle prossime messe oceaniche: le due in occasione del viaggio apostolico negli Stati Uniti (il 17 aprile nel nuovo Nationals Park e il 20 aprile al Yankee Stadium di New York) e quelle previste in occasione della giornata mondiale della gioventù di Sydney.
Negli Usa, e poi in Australia, il Papa ha deciso di non delegare più a terzi l’organizzazione delle celebrazioni. E così ha chiesto che, nei prossimi giorni, fosse il suo cerimoniere, monsignor Guido Marini, a volare oltre Oceano (sia Pacifico che Atlantico) col preciso incarico di studiare gli spazi adibiti per le funzioni liturgiche al fine di assumersi la responsabilità diretta dello svolgimento delle celebrazioni in quegli spazi. Affinché il risultato siano messe sì oceaniche, ma almeno segnate il più possibile da compostezza e rigore."

sabato, febbraio 16, 2008

Benedictus benedicat, VI

Sive: « Tu es "Petrus", et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam; et portae inferi non praevalebunt».


“E’ una tragedia: Benedetto XVI è ancora più forte, è ancora peggio di Giovanni Paolo II” .
Queste le testuali parole espresse nei riguardi della persona di Joseph Ratzinger poche ore dopo la sua esaltazione alla cattedra di san Pietro nell' aprile del 2005.
Tali biasimevoli giudizi non provenivano però da parte del professor Marcello Cini o da qualche suo collega del dipartimento di Fisica dell'università La Sapienza, nè da parte di tanti cattolici sedicenti 'adulti' che speravano in un pontefice più "conciliante", nè dai papaboys che avrebbero preferito un papa più fotogenico, e nemmeno dai mondani e fatui opinionisti che desideravano l'elezione di un papa che semplicemente non fosse cattolico romano.

“Il nuovo Papa è ancora più forte di quello di prima e ci farà soffrire molto”!
E' parola, niente di meno che, di satanasso in persona:
"per l’esattezza, parlò per bocca di una donna - posseduta - sottoposta ad esorcismo da Monsignor Andrea Gemma, Arcivescovo Emerito di Isernia-Venafro, uno dei pochi prelati, se non il solo, ad esercitare il ministero della liberazione dal Maligno, che ha raccontato l’aneddoto in questa intervista esclusiva concessa a ‘Petrus’...
“Il fatto che Satana abbia paura del Papa, vuol dire che è sulla strada giusta. Che Dio guardi e protegga il Santo Padre Benedetto XVI! Non tutti sanno che Giovanni Paolo II è molto invocato negli esorcismi, e il Diavolo soffre molto all’udire il suo nome. E’ dunque confortante che Benedetto XVI venga considerato dagli spiriti maligni un avversario addirittura più pericoloso, letale e potente del suo venerato predecessore”.


In successivi articoli il giornalista Gianluca Barile, direttore del sito 'Petrus', dà notizia che ai primi di febbraio 'mentre una donna era sottoposta a preghiera di liberazione in una chiesetta in provincia di Salerno, Satana si è lasciato sfuggire l’ennesimo sfogo':
“Lo odio, non lo sopporto più: ogni sua parola, ogni suo gesto e ogni sua benedizione rappresentano un esorcismo” .

"Satana non riesce proprio a rassegnarsi: il Papa gli dà filo da torcere, lo tortura, lo smaschera mettendo continuamente in guardia l’umanità contro le sue opere e seduzioni, e lui, il Maligno, l’angelo decaduto, il dannato in eterno, il capo degli spiriti infernali, si sente ormai alle strette, piegato e piagato dal Magistero di Joseph Ratzinger.

In quanto collaboratore di un esorcista, sono testimone diretto della sofferenza atroce che patisce il Diavolo al solo udire il nome di Benedetto XVI: urla, strepiti, pianti di dolore... è disperato, non ne può proprio più del Papa e delle sue continue catechesi contro l’Inferno e gli spiriti che lo abitano..."