venerdì, aprile 17, 2009

VOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUS

Ovvero: Dedicato a quegli anticattolici che seguono assiduamente Radio Maria per potersi poi stracciare le vesti se il famigerato "Padre Livio", commentando ogni possibile lacrimevole sciagura, ripete l'ovvietà che le disavventure umane fanno parte degli imperscrutabili disegni divini: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia comunque benedetto il nome del Signore" sentenziava santo Giobbe.


"Alle ore 5,21 del 28 dicembre 1908, lunedì, ancora al buio e con gran parte della popolazione ancora a dormire, un sisma (uno dei più potenti della storia italiana), che raggiunse i 7,1 gradi della scala Richter (circa 11-12 gradi della scala Mercalli), seguito da un maremoto, sconvolse le coste calabro-sicule con scosse devastanti. Messina vide crollare il 90% degli edifici, e fu praticamente rasa al suolo... Si narra che il giorno precedente alla sciagura fosse stato molto tranquillo, per le strade si respirava un clima di festa e nulla lasciava intuire cosa sarebbe accaduto a breve. A Messina si era trascorsa una serata tranquilla: si festeggiava la festa di Santa Barbara, mentre al Teatro si dava la prima dell'Aida... A Reggio ci si compiaceva del nuovo e moderno impianto di illuminazione stradale elettrico, inaugurato solo il giorno precedente.*"

L'inutile quesito di ripete dopo ogni cataclisma alla contemplazione dello straziante spettacolo della morte e della distruzione: Perché?
Soprattutto un irrazionale senso di colpa attanaglia i sopravvissuti per non essersi resi conto del pericolo imminente, per non aver colto - cioè per non aver voluto cogliere ciò che, solo col senno del poi, appare- la lontana e lugubre eco del battito d'ali dell'incombente angelo steminatore.

Se proprio non è scientificamente prevedibile "il quando" accadrà un terremoto, è però possibilissimo ipotizzare che, ad esempio: una città che nella sua millenaria storia ciclicamente fu distrutta da un sisma, al compiersi dell'ennesimo ciclo (secolare, bisecolare, trisecolare o millenario che sia), subirà una simile, se non medesima ennesima sorte. Forse che gli aquilani del 2009 avevano qualche diritto in più degli aquilani di tre secoli prima (o di sei secoli prima) per non subire il terremoto? Forse che gli abitatori delle falde del Vesuvio, il giorno che il vulcano si risveglierà, avranno diritto a sorte migliore degli antichi abitanti di Pompei ed Ercolano?

Il sacerdote messinese Annibale Maria di Francia (1851- 1927) era lucidamente rassegnato all'ipotesi di essere vittima dell'ennesimo terremoto, poichè la cronicistica storica messinese conserva memoria dello scatenamento di un sisma ogni secolo circa. L'ultimo sisma che aveva distrutto la città di Messina risaliva al 1783.
Erano perciò trascorsi più di cento vent'anni dall'ultimo sisma quando, in occasione del ripetersi di piccole scosse di debole magnitudo, monsignor Di Francia, in un sermone del 15 novembre 1905, nè approfitto per redarguire la popolazione messinese dall'alto pulpito della cattedrale di Messina (quella cattedrale che il terremoto tre anni dopo avrebbe raso al suolo).
Constatando la rilassatezza morale dei fedeli messinesi l'uomo di Dio invitava accoratamente a mettersi al più presto "in grazia di Dio" prima che la ciclica catastrofe si abbattesse improvvisa sullo stetto di Messina e potenzialmente su ognuno di loro. Pertanto, poichè la profezia si addice alla santità, nel processo di canonizzazione di Annibale Maria Di Francia molti testimoniarono che il padre avesse preconizzato il luttuosissimo evento. Ma nessuna divina rivelazione aveva ricevuta San'Annibale, bensì la mera logica lo rendeva consapevole dell'altissimo rischio, essendo già abbondantemente trascoso il secolare intervallo tra una sismica ecatombe e l'altra.

Di quel terremoto del 1908 si son commemorati i cento anni, e mentre stiamo qui ad aspettare di scoprire se ne passeranno altri venti anni prima del prossimo "terremoto di Messina", propongo la lettura della bozza del famigerato sermone in cui il santo messinese vaticinava una Messina sotto la minaccia di castighi*:


"Senza mezzi termini, senza reticenze e timori, io vi dico, o miei concittadini, che Messina è sotto la minaccia dei castighi di Dio: essa non è meno colpevole di tante altre città del mondo che sono state distrutte o dal fuoco o dalle guerre o dai terremoti: deve dunque aspettarsi da un momento all’altro di subire anch’essa la stessa sorte...
Ecco il terribile argomento del mio lacrimevole discorso.

Io comincio da farvi una enumerazione di tutti quei motivi pei quali i castighi del Signore su questa città appariscono alla mia atterrita fantasia quasi inevitabili.
I. Il primo motivo è che i nostri peccati reclamano i castighi di Dio. Presso di noi “peccato” è una parola di poco peso. Lo commettiamo con la massima facilità, ci abituiamo assai naturalmente, arriviamo a bere l’iniquità come acqua e con l’anima piena di peccati e di delitti ridiamo, scherziamo, dormiamo e pensiamo ad acquistarci il ben vivere per peccare ancora di più.
Se qualche volta ci pentiamo, è un pentimento superficiale e momentaneo: ben presto si torna al vomito.
Leggiamo la Sacra Scrittura, interroghiamo la storia di tutti i secoli, e noi troviamo che Dio punisce non solo nell’altra vita, ma anche in questa. Diluvi sterminatori, terremoti distruttori, guerre, epidemie devastatrici, carestie, siccità, mali sempre nuovi e incogniti: tutto dimostra che Iddio castiga severamente i peccati anche in questa vita. Messina ha peccati?
O miei concittadini, rispondetelo voi!
Qui la bestemmia regna sovrana. Qui l’indifferentismo religioso non è poco; qui l’usura, il furto, gli omicidi apertamente, per strada, di giorno. Qui la cattiva stampa. Qui gl’insegnanti atei, le superstizioni sono all’ordine del giorno. Vi è lo spiritismo, vi sono le magherie, vi sono i sortilegi.
In Messina vi è la disonestà divenuta abitudine; vi è l’avarizia e la durezza del cuore per cui si lasciano perire i poveri e il danaro si spende piuttosto nel lusso. Tutti questi peccati gridano al Signore: “Signore, affrettati punisci!”.
II. Un secondo motivo per cui dobbiamo ritenere per certi i castighi di Dio, è che tante altre città a noi vicine hanno già avuto questi castighi, appunto perchè avevano i nostri stessi peccati.
Ora, se Dio punì quelle città che avevano questi stessi peccati, perchè non punirà anche noi? Dio è giusto.
III. I castighi di Dio verranno su di noi perchè abbiamo avuto diversi avvisi e non ne abbiamo fatto caso.
Undici anni or sono, la terra ci tremò sotto i piedi. Dopo 4 anni, il 1898, terremoti: minore fervore. Finalmente 40 giorni fa terremoti. Che si fece? Nulla!
Il popolo, le famiglie rimasero indifferenti!
Ci siamo abituati. Ci sembra che godiamo d’un privilegio d’immunità presso Dio e che possiamo peccare a nostro bell’agio.
Ah, non è così! Tutti questi replicati avvisi non sono che i lampi e i tuoni precursori dell’imminente scoppio dell’uragano!

IV. La nostra storia, fin dall’origine, ci accerta che Messina, quando in un’epoca quando in un’altra, è stata visitata sempre dal divino flagello. Il passato insegna l’avvenire.
Se Iddio per tanti secoli ha fatto così con questa città, perchè deve mutare adesso la sua condotta?
Ed aggiungo che è da molto tempo che Messina è esente dal flagello di Dio. Altra volta non passavano dieci o dodici anni che o la guerra o le epidemie visitavano questa città. Dal 48 all’87 è stata un’alternativa di guerre e di colera. Ma dall’87 a noi, circa 20 anni, completa esenzione da pubbliche e violente calamità. Che significa?
Che Messina da quel tempo ha forse commesso meno peccati di prima? Ah, tutt’altro! Piuttosto significa che quanto Iddio ritarda…
Ma a me sembra che fin da quando io ho preso a dimostravi che i castighi di Dio sono per noi inevitabili, voi abbiate cominciato ad appellarvi alla divina Misericordia.
Adunque tutto ci dà a temere che i castighi di Dio sono già prossimi a piombare sulla nostra città.
Ahimé!
Io sento che tutto in noi e fuori di noi domanda i castighi di Dio.
E noi che facciamo? Noi seguitiamo a chiamare i divini castighi, e provochiamo il Signore che ce li manda.
Mi è occorso più di una volta di sentire con le mie orecchie persone a dire: “Se Dio sapesse fare le cose, manderebbe un terremoto e ci subisserebbe tutti”. Empia parola!
E non è questo uno sfidare la divina collera, perchè ci subissi tutti col terremoto?

E qui non posso nascondervi, fratelli miei, che appunto il terremoto è il flagello col quale io temo che il Signore voglia punirci.
Diverse ragioni di ciò mi persuadono:
1° In primo luogo, regna in Messina tale indifferentismo, tale acquiescenza col peccato, tale noncuranza dei castighi di Dio, che abbiamo bisogno di essere scossi: abbiamo bisogno di un castigo che ci scuota, che ci atterrisca, che ci risvegli! E tale è il terremoto, quando è veramente forte sterminatore!
2° Questo è il flagello che pare abbia preso Iddio attualmente nelle sue mani: questo flagello ha fatto rumoreggiare. E le minacce che ci ha fatte non sono state minacce di guerra ma di terremoti!
3° Perchè il terremoto per quanto è terribile ha però questo di buono, che apporta una conversione generale! È un gran missionario. Si resiste alle prediche. Ma quando ci sentiamo tremare...
4° È da molto tempo che questo flagello in tutto il suo rigore non viene su di noi. L’ultimo che rovinò Messina avvenne nel 1783, vuol dire centoventidue anni fa.
La nostra storia ci fa sapere che dal 1360 in poi vi sono stati in Messina i terremoti quasi ad ogni secolo più o meno. Ora sono passati un secolo e 22 anni dall’ultimo terremoto, ed oggi pare che questa misera città stia aspettando da un momento all’altro la sua rovina!
"

(San'Annibale Maria Di Francia; Appunti di predica, 15 novembre
1905, in Scritti, vol. 55, doc. 2005).

1 commento:

Duque de Gandia ha detto...

ringrazio il divoto lettore che mi ha fatto dono di un gustoso commento intorno al TERREMOTO DI MESSINA del catanese Don Giuseppe Tomaselli (1902-1989)salesiano lungamente operante nella Città dello Stretto.

"UN CATACLISMA. Certi avvenimenti più che alla luce na­turale, dovrebbero essere guardati alla luce della fede.

La mia dimora è Messina, città bella per la sua posizione lungo lo Stretto e per le sue costruzioni tutte a nuovo.
Stralcio qualche brano di un articolo della « Scintilla », periodico messinese, pubblicato in questi mesi.
Per la festa dell'Immacolata del 1908, in un giornaletto umoristico di Messina apparve una poesia, in cui si metteva in ca­ricatura la purezza verginale della Ma­donna.
Per il Natale dello stesso anno « Il Te­lefono », giornale irreligioso, pubblicò una poesia satirica contro Gesù Bambino.

Nel pomeriggio della domenica, 27 di­cembre, apparvero attaccate ai muri della città strisce di carta con parole: « Gesù Cristo non è mai esistito ».

Nella serata del medesimo giorno in un teatro della città, in quello della « Mu­nizione », si fece una rappresentazione sacrilega, nella quale si voleva dimostrare che Gesù Cristo non è mai esistito; la commedia finì con la parodia di un terre­moto.
Sempre nella stessa serata il Circolo Massonico « Giordano Bruno » si radunò e decretò la distruzione della Religione a Messina.

La malvagità umana, per opera della massoneria locale, si schierò apertamente contro Dio. Ma « con Dio non si scherza! », così poi commentò il fatto il giornale di Lon­dra, il « Times ».

Dopo poche ore di tutto ciò, alle 5,20 del 28 dicembre, un susseguirsi di forti terremoti ridusse la città in un mucchio di macerie. In pochi istanti Messina divenne un cimitero.
Fu distrutta anche la tipografia nella quale si pubblicava « Il Telefono », ma rimase intatta la macchina, in cui era an­cora la composizione del giornale conte­nente la poesia sarcastica contro Gesù Bambino: « Tu che sai, che non sei ignoto - Manda a tutti un terremoto! ».
L'Onorevole Micheli ed il Senatore Mariotti, penetrati in quella tipografia per dare aiuto ai superstiti, fecero tirare mi­gliaia di copie di quella poesia per spedirne ovunque.

Il cataclisma di Messina fu un fatto na­turale, ma, date le circostanze, si può affer­mare che sia stata la risposta di un Dio sdegnato all'uomo insipiente. Lo stesso Arcivescovo, Mons. D'Arrigo, spedì una circolare ai Parroci, dicen­do: - Vi esorto a spiegare al popolo che il terremoto di Messina è stato giusto ca­stigo di Dio. -

Le centomila vittime del terremoto del 1908 apportarono luce spirituale a tanti ciechi morali, i quali ritornarono a Dio."