martedì, aprile 11, 2006

Martedì Santo [2]


"Ecco già prendono in mano i flagelli, e dato il segno cominciano a percuotere da per tutto quelle carni sagrosante, le quali prima apparvero livide, indi videsi da per tutto sgorgare il sangue. Oimè che i flagelli e le mani de' carnefici già tutte son tinte di sangue, la terra già è tutta bagnata di sangue. Oh Dio che alla violenza delle percosse va per aria non solo di Gesu-Cristo il sangue, ma anche la carne a pezzi.3 Quel corpo divino è già tutto lacero, ma pure sieguono que' barbari ad aggiunger ferite a ferite, dolori a dolori. E frattanto che fa Gesù? Egli non parla, non si lamenta, ma paziente soffre quel gran tormento per placare la divina giustizia verso di noi sdegnata. "Come agnello muto davanti ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca".
Va presto anima mia, va e lavati in quel sangue divino."
(S.Alfonso de Liguori; Via della Salute)

(p.b.t.)

Lunedì Santo [2]


"Il nostro Redentore, avvicinandosi già il tempo della sua passione, si parte da Betania per andare in Gerusalemme. Quando egli fu vicino a quella ingrata città, la mirò da lontano e pianse: "Videns civitatem, flevit super illam" (Luc. 19. 41). Pianse in prevedere la di lei ruina, per causa del grande eccesso che da quel popolo aveasi tra poco a commettere, di toglier la vita al Figlio di Dio.

Ah Gesù mio, voi piangendo allora sopra quella città, piangevate ancora sopra l'anima mia, vedendo la ruina ch'io stesso mi ho cagionata co' miei peccati, costringendovi a condannarmi all'inferno, dopo che voi siete morto per salvarmi.
Deh lasciate piangere a me il gran male che ho fatto in disprezzare voi sommo bene, e voi abbiate compassione di me!


Entra Gesu-Cristo nella città; il popolo gli va all'incontro, lo riceve con applauso e a festa; e per fargli onore altri spargono per la via rami di palme, altri stendono le loro vesti per dove passa. Oh chi mai avrebbe detto allora che quel Signore, riconosciuto già per Messia e accolto con tanti segni di rispetto, avea poi a comparire per le stesse vie condannato a morte con una croce sulle spalle!

Ah caro mio Gesù, ora questa gente vi acclama dicendo: "Hosanna filio David, benedictus qui venit in nomine Domini" (Matth. 21. 9): Gloria al figlio di Davide, sia benedetto chi viene in nome di Dio per la nostra salute. E poi alzeranno le voci, insultando Pilato, acciocché vi tolga dal mondo con farvi morire crocifisso: "Tolle, tolle, crucifige eum!"
Vanne anima mia, e digli tu ancora con affetto, "Benedictus qui venit in nomine Domini". Siate sempre benedetto, che siete venuto, o Salvatore del mondo, altrimenti eravamo tutti perduti. O mio Salvatore, salvatemi!

Giunta però la sera, dopo tante acclamazioni non si trovò alcuno che l'invitasse ad alloggiare in casa sua; onde gli bisognò ritirarsi in Betania.




Amato mio Redentore, se altri non vi vogliono accogliere, voglio accogliervi io nel mio povero cuore.
Un tempo io infelice vi discacciai dall'anima mia, ma ora stimo più l'avervi meco che il possedere tutti i tesori della terra.
V'amo, mio Salvatore: chi potrà mai separarmi dal vostro amore? solo il peccato, ma da questo peccato mi avete da liberare voi col vostro aiuto, o Gesù mio e voi colla vostra intercessione, o madre mia Maria."

(S.Alfonso de Liguori; Via della Salute)

domenica, aprile 09, 2006

sabato, aprile 08, 2006

Via Crucis [3]



Venne il Verbo divino nel mondo a prendere carne umana per farsi amare dall'uomo, onde venne con tanta fame di patire per nostro amore che non volle perdere momento in principiare a tormentarsi, almeno coll'apprensione.

Appena fu conceputo nell'utero di Maria egli si rappresentò alla mente tutt'i patimenti della sua Passione, e per ottenere a noi il perdono e la divina grazia, si offerì all'Eterno Padre a soddisfare per noi colle sue pene tutti i castighi dovuti ai nostri peccati; e fin d'allora cominciò a patire tutto ciò che poi soffrì nella sua amarissima morte.

- Ah mio amorosissimo Redentore, ed io finora che ho fatto, che ho patito per voi? Se io per mille anni tollerassi per voi tutti i tormenti che han sofferti tutti i martiri, pure sarebbe poco a confronto di quel solo primo momento nel quale voi vi offeriste e cominciaste a patire per me.

Patirono sì bene i martiri gran dolori ed ignominie, ma le patirono solo nel tempo del loro martirio. Gesù patì sempre fin dal primo istante del suo vivere tutte le pene della sua Passione, poiché fin dal primo momento si pose avanti gli occhi tutta l'orrida scena de' tormenti e delle ingiurie che dovea ricevere dagli uomini. Ond'egli disse per bocca del profeta: Dolor meus in conspectu meo semper (Ps. XXXVII, 18).
(...)
Iddio per sua pietà usa con noi di non farci sapere prima del tempo destinato a patire, le pene che ci aspettano.
Se ad un reo ch'è giustiziato su d'una forca gli fosse stato rivelato sin dall'uso di ragione il supplicio che gli toccava, sarebbe stato mai egli capace d'allegrezza? Se a Saul dal principio del suo regnare gli fosse stata rappresentata la spada che lo dovea trafiggere; se Giuda avesse preveduto il laccio che dovea soffocarlo, quanto amara sarebbe stata la loro vita?

Il nostro amabil Redentore sin dal primo istante del suo vivere si fece sempre presenti i flagelli, le spine, la croce, gli oltraggi della sua Passione, la morte desolata che gli aspettava. Quando mirava le vittime che si sagrificavano nel tempio, ben sapea che tutte erano figura del sacrificio ch'esso, Agnello immacolato, dovea consumare sull'altar della croce. Quando vedeva la città di Gerusalemme, ben sapea che ivi dovea lasciar la vita in un mar di dolori e di vituperi. Quando guardava la sua cara Madre, già s'immaginava di vederla agonizzante per lo dolore a piè della croce, vicina a sé moribondo.

- Sicché, o Gesù mio, la vista orribile di tanti mali in tutta la vostra vita vi tenne sempre tormentato ed afflitto prima del tempo della vostra morte. E voi tutto accettaste e soffriste per mio amore.

La vista solamente, o mio Signore appassionato, di tutt'i peccati del mondo, e specialmente de' miei, co' quali già prevedevate ch'io avea ad offendervi, fé che la vostra vita fosse più afflitta e penosa di quante vite vi sono state e vi saranno. Ma oh Dio, ed in qual barbara legge sta scritto che un Dio ami tanto una creatura e che dopo ciò la creatura viva senza amare il suo Dio, anzi l'offenda e disgusti? Deh, Signore, fatemi conoscere la grandezza del vostro amore, acciò non vi sia più ingrato. Oh se v'amassi, mio Gesù, se v'amassi da vero, quanto dolce mi sarebbe il patire per voi!

A Suor Maddalena Orsini che stava da lungo tempo con una tribulazione, apparve un giorno Gesù in croce e l'animò a soffrirla con pace. La serva di Dio rispose: “Ma, Signore, voi solo per tre ore siete stato in croce, ma per me sono più anni che soffro questa pena.” Allora le disse rimproverandola Gesù Cristo: “Ah ignorante, che dici? Io sin dal primo momento che stiedi in seno di mia madre, soffrii nel Cuore quel che poi in morte tollerai sulla croce.”

(S.Alfonso de Liguori; Amore delle Anime)

giovedì, aprile 06, 2006

Vite Parallele /7



"Non è bene che un Papa viva più di vent'anni" scriveva il padre oratoriano John Hanry Newman in un suo sfogo epistolare mentre Pio IX che regnava gloriosamente, e a grandi passi si avvicinava al venticinquesimo di Pontificato, aveva indetto quel Concilio Vaticano da cui ne sarebbe uscito con l'aureola dell'infallibilità.

Scriveva il più celebre convertito d'Inghilterra che un pontificato ultraventennale produceva inevitabilmente il pericolo di una specie di "dittatura" sulla Chiesa: non solo le idee, le convinzioni,le devozioni, di un singolo papa rischierebbero d'essere assolutizzate ed estese acriticamente alla Chiesa universale ma anche i preconcetti, le antipatie personali, i clientelismi e i carrierismi ecclesiastici non troverbbero quel freno, quell'argine, quel riequilibrio che è data dalla ciclica morte del papa regnante. E i cardinali non auspicano mai che si elegga un papa fotocopia del predecessore.

Comunque, Pio IX, pur fra le amarezze dovuta alla presa di Roma, celebrò il raggiungimento dei fatidici "anni di San Pietro" (primo papa a superare i 25 anni!) e per giunta coronato del dogma dell'infallibilità pontificia e contornato dall'affetto dei cattolici del mondo intero i quali andavano raccogliendo petizioni affinchè a papa Mastai venisse ufficialmente tributato il titolo di "Pio Magno" poichè ai fedeli cattolici a lui contemporaneie gli davvero appariva un "Grande" tra i Sommi pontefici di tutta la storia.
Pio IX per umiltà preferì declinare tali manifestazioni di glorificazione della sua persona chiedendo come dono del venticinquesimo di pontificato "solo" una nuova decorazione per il trono della venerata statua bronzea del Principe degli Apostoli conservata nella Basilica vaticana.

Pio IX superò di gran lunga le nozze d'argento col papato e questo fu dai fedeli universalmente considerata uno specialissimo segno dellle divine compiacenze del Signore Gesù Cristo verso l'operato del Suo vicario in terra.
Grazie ai quasi 32 anni di pontificato e grazie alla grande diffusione che nell'Ottocento ebbe la Stampa e l'arte fotografica l'immagine di Pio "il Grande" era diffusissima e notissima all'occhio e al cuore della maggioranza dei cattolici.

Giovanni Maria Mastai Ferretti aveva aggiunto al carisma papale un suo indubbio carisma personale. Era piacevole a vedersi, aveva un bel volto rotondo segnato da un perenne sorriso, una belle voce e un eloquio capace di commuovere e affascinare (come era insegnato nelle lezioni di oratoria di ogni buon ecclesiastico dell'epoca) ma il Mastai vi eccelleva grazie al suo carattere solare ed empatico. Aveva un grande spirito di osservazione, grande umorismo- a volte anche caustico-, amava il contatto con la gente, si sentiva veramente a suo agio quando poteva andare in mezzo al (suo) popolo e, cosa degna di nota, non era affatto misogeno: a differenza della quasi totalità del clero cattolico dell'epoca non aveva alcun imbarazzo a stare da solo in una stanza con una donna e riusciva "persino" a fare tranquillamente cortese conversazione.

Ma anche se dai fedeli Pio IX era considerato quasi eterno, ecco che divenuto ottuagenario Papa Mastai non è più l'uomo vigoroso che compare sui ritratti ufficiali: il suo fisico risente di tutti gli acciacchi dell'età ed è particolarmente affetto da delle piaghe alle gambe che gli rendono difficoltoso il muoversi.
La sua mente rimaneva sempre lucida ed il suo spirito vigile nel difendere i diritti della Chiesa come ebbe a proclamare in una udienza ai pellegrini francesi nel giugno del '77: "Scrivono che sono stanco, si, lo sono di tante iniquità e di disordini; lo sono di vedere oggi d' la religione oltraggiata; lo sono soprattutto di vedere la gioventù pervertita in scuole senza Dio. Ma se sono stanco, non sono ancora disposto a por giù le armi, a patteggiare con l'ingiustizia, a cessare di fare il mio debito. No, grazie a Dio, per questo non sono punto stanco e spero non lo sarò mai".

Intanto, il 13 maggio 1877 Pio IX compì 86 anni ed ai monsignori della Corte pontificia che gli facevano gli auguri avrebbe risposto: "Per quest'anno e poi basta".

Il suo fisico indebolito dagli acciacchi dell'età avanzata ebbe assai a soffrire per il caldo estivo e con l'arrivo dei primi freddi PioIX fu assalito da ripetute crisi infuenzali. La percezione che il pontifice era ormai al tramonto fece si che re Vittorio Emanuele II desse l'ordine di preparare gli apparati funebri.
Ma Pio IX visse ancora per compiere la sua ultima opera di misericordia: fu, infatti, il cinquantottenne re d'Italia che, colpito da febbre improvisa, morì il 9 gennaio 1878.

Alla notizia che lo scomunicato Vittorio Emanuele era gravemente ammalato Pio IX inviò immediatamente il proprio confessore al Quirinale per dargli l'assoluzione ma i ministri rifiutarono di farlo accedere. Dopo le ripetute richieste del re di voler "morire in grazia di Dio" fu consentito al cappellano di Corte di confessarlo e togliergli la scomunica. Si potè così celebrare delle esequie religiose e fu il medesimo Pio IX a scegliere il Pantheon quale regia sepoltura.

A fine gennaio sembrò ai medici che la salute del pontedice fosse migliorata tanto da consentirgli di presiedere il 2 febbraio il rito dell'omaggio delle candele benedette ma il giorno dopo la salute del papa peggiorò di colpo; Pio IX si mise a letto e le sue condizioni continuarono a peggiorare di giorno in giorno mentre i saloni della "anticamera pontificia" si riempirono di ecclesiastici, diplomatici e nobiltà romana ansiosa di avere notizie fresche sull'agonia del Santo Padre.
Intorno al suo capezzale, nel frattempo, si susseguiva l'omaggio dei cardinali, mentre il papa, semiseduso sopra il suo letto rivolgeva una parola di addio ora all'uno ora all'altro porporato.

La mattina del 7 febbraio, il cardinale Giocchino Pecci, Camerlengo di Santa Romana Chiesa - che da lì a due settimane ne sarebbe stato il successore- avvicinatosi al capezzale disse al pontefice agonizzante:" Santo Pade, benedite noi tutti del Sacro Collegio, benedite tutte le Chiese".
Con voce molto affaticata ma chiara Pio IX rispose: "Si benedico tutto il Sacro Collegio, e prego Dio che vi illumini perchè possiate fare una buona scelta". Poi prendendo la piccola croce di legno che portava al collo i cui era inserita una reiquia della "Vera Croce" tracciò nell'aria un segno di croce ed aggiunse: "Benedico tutto il mondo cattolico".


Verso le cinque il Cardinale Penitenziere intonò le preghiere dei moribondi il papa spirò come se stesse fissando un oggetto invisibile la cui vista gli recasse grande consolazione e dolcezza, e fu congetturato dai presenti che egli vedesse la Santissima Vergine. Erano le 17, 40 e tutte le campane di Roma stavano dando i rintocchi dell'Ave Maria.

La profonda pietà e devozione personale di Pio IX, massimamente verso Maria Santissima, era universalmente nota al popolo cristiano e col passare degli anni com'era crescita la devozione verso la figura del Papa inteso come istituzione, non meno era andata sviluppandosi la convinzione della santità personale di papa Mastai.
La mattina dell'8 febraio diffusasi la notizia della morte del papa il popolo romano, pen nulla affezionatosi ai "piemontesi", irrefrenabilmente si riversò verso il Vaticano per vedere per l'ultima volta il proprio Papa-Re, creando un'intasamento nella zona del rione Borgo che comportò la massiccia presenza della forza pubblica per dirigere l'afflusso e il deflusso dalla Basilica di san Pietro. La salma di Pio IX portata su una semplice lettiga fu perciò esposto per cinque giorni alla devozione popolare davanti alla Cappella del Sacramento e in modo che i fedeli potessero baciargli i piedi.

San Giovanni Bosco che in quei giorni si trovava a Roma scrisse nel suo diario personale: "Oggi si estingueva il Sommo e Incomparabile astro della Chiesa, il Pontefice Pio IX. Entro breve tempo sarà subito sugli altari".
Meno di ventiquattr'ore dalla morte, con un telegramma, arrivò la prima richiesta ufficiale per richiedere l'apertura del processo di Beatificazione.

las angustias /3



La "Fundación Santa María" - di cui, visto il nome dell'intestataria, non si possono avere dubbi sulla competenza in problematiche religiose!- ha presentato, martedì 4 aprile a Madrid, uno studio che analizza il profilo dei giovani spagnoli tra i 15 e i 25 anni: "Hovenes Españoles 2005".

Tra i dati offerti dallo studio, l'allontanamento progressivo dei giovani non solo dalla Chiesa cattolica ma dall'interesse per la religione in genere.
Solo nel 1994 i giovani spagnoli che si consideravano cattolici erano il 77% e oggi, per la prima volta nella storia, non arrivano al 50% (il 49% per la precisione).

Gli autori del rapporto attribuiscono questo fenomeno al fatto che “i giovani non trovano modelli di religiosità attraenti”.

Altre motivazioni addotte sono “la crescente secolarizzazione della società, i cambiamenti politici in una direzione chiaramente laicista e la sfiducia che la Chiesa suscita tra i giovani”.
Le maggiori critiche che i giovani rivolgono alla Chiesa sono “la sua eccessiva ricchezza, le sue ingerenze in politica e il conservatorismo in materia sessuale”.

Solo il 10% dei giovani si dichiara cattolico impegnato, mentre il 20% afferma di essere indifferente a livello religioso, agnostico o ateo.
Sommando gli atei e chi si dichiara totalmente indifferenti si sfiora la percenttuale del 46% (nel raporto del '94 era il 22%)
“Il resto è costituito da una grande massa di Spagnoli che in misura maggiore o minore si identificano con la loro condizione di cattolici, caratterizzata però principalmente dalla passività”.

Quanto alla famiglia, il rapporto constata tra i giovani “un pluralismo nella valutazione di ciò che oggi costituisce una famiglia, anche se continua a prevalere la concezione della famiglia costituita da un padre e una madre uniti in matrimonio e da un figlio”.
Comunque anche nel XXI secolo (primo dell'era Zapatero)il 43% dei giovani spagnoli quando pensa al al proprio matrimonio pensa ad una cerimonia religiosa secondo il rito di santa madre Chiesa. mentre il matrimonio civile e le unioni di fatto sono prese in considerazione rispettivamente dal 22% e dal 16% degli intervistati.

I giovani under 25, sottolinea il rapporto, hanno un'ideale molto elevato del matrimonio ma lo ritardano, vogliono avere figli ma pochi. Emerge che danno grande valore all'essere fedeli al partner anche se è universalmente noto che nel Regno di Spagna nell'ultimo anno le separazioni e i divorzi sono decisamente aumentati.

mercoledì, aprile 05, 2006

Tommaso e la dottrina della predestinazione


"Confesso, non senza vergogna, che il giusto e generalizzato cordoglio per la fine infame del povero Tommaso mi irrita. Mi irrita profondamente, perché non riesco a non pensare ai tanti Tommaso senza nome che non sono pianti da nessuno, perché morti ancor più anzitempo, senza lasciare testimonianza dei loro occhi lampeggianti.
Delle due l'una: o crediamo davvero, come in questi giorni sembra essere il caso, che l'omicidio è tanto più efferato quanto più inerme e impotente, persino di balbettar difesa, è la vittima. Oppure siamo, e neppure segretamente, convinti che l'utilizzo di mezzi meno teatrali del badile faccia la differenza.

Pensando a Tommaso vediamo tutte le cose della vita che non potrà vedere. E per gli altri, quelli che della vita si sono persi anche la prima luce? Soprattutto per un liberale, è impossibile sognare la fine dell'aborto, è un'utopia troppo onerosa per le nostre coscienze grigie. Ma che ci colga almeno un'ombra di pensiero e di rimorso, almeno quando vestiamo il lutto dei vinti di Erode, è chiedere troppo?
Alberto Mingardi, Milano".

(dal blog del "divinus" Magister)

las angustias /2

Ovvero: la Rosa nel Pugno

Via Crucis [2]

Las Tres Caìdas de San Isidoro









lunedì, aprile 03, 2006

Tommaso e la dottrina della grazia



Il piccolo Tommaso Onofri, bimbo biondo e riccioluto di un anno e mezzo, malato di epilessia , fu rapito dalla casa dei genitori a Casalbaroncolo (in provincia di Parma) la sera del 2 marzo.
Il padre Paolo Onofri da quel momento indossò un piccolo tau in legno , ciè una piccola croce francescana ignaro che ben presto gli inquirenti, i giornalisti e l'Italia intera gli avrebbero fatto portare una croce molto più pesante.

Gli inquirenti cominciarono a chiedere agli affranti genitori di fornire delle giustificazioni razionali di alcuni comportamenti illogici dei rapitori. Dato che i coniugi Onofri non erano in grado di giustificare il motivo per cui i rapitori avevano loro legato le mani davanti e non dietro come invece dovrebbe fare un "vero" rapitore "come Cristo comanda", e non riuscendo il signor Onofri a scusarsi abbastanza per essersi riuscito a slegare rapidamente, i magistrati decisero di scavare nelle loro misere vite di piccolo-borghesi padani.

I gionalisti e le "inviate" di "Ciao Michele" non riuscivano a contenere lo sconcerto, il terrore e il raccapriccio raccontando della "cantina dei misteri". I giornalisti -e le giornaliste soprattutto- sospiravano affannosamente e sudavano freddo cercando di immaginare per quale inconfessabile motivo la cantina di Paolo Onofri non fosse sporca, piena di topi e ragnatele. Per quale diabolico motivo era linda, piastrellata, con tanto di comodo divano ed angolo cottura?
La domanda maliziosamente reiterata creò così nei telespettatori italiani un sottile senso di colpa per aver ristrutturato il seminterrato della propria villetta monofamiliare.
Per quale perverso motivo Paolo Onofri teneva un fornelletto a gas: per farsi un caffè in santa pace?

I genitori del picolo Tommy, incoraggiati anche dalle confidenze degli inquirenti che prospettavano una soluzione a giorni, cominciarono a pregare il Servo di Dio Giovanni Paolo II per ottenere il ritrovamento del bambino, accorgendosi che il 2 aprile, suo "dies natalis" al cielo, coincideva con il primo mese (col senno di poi diremmo "trigesimo") della scomparsa del figlioletto.
Il Santo ha fatto la grazia!

La straziante attesa dei coniugi Onofri ha avuto fine.
E bisogna ammettere che l'anima di Giovanni Paolo II ha avuto pietà anche dell'Italia intera, o almeno di quell'Italia che non ce la faceva più a vedere quegli sciacalli che, famelici, circondavano la casa della famiglia Onofri. Grazie ai loro microfoni puntati, hanno fatto sentire in presa diretta agli italiani, seduti davanti comodamente a guardarsi il telegionale, le urla disperate del signor Onofri mentre anch'egli sentiva sempre sul medesimo Tg5 la notizia "che non avremmo mai voluto dare" (che, cioè, non avremmo mai voluto dare dopo qualche altro Tg di un'altra rete):che il piccolo Tommaso era morto.
Ucciso il giorno stesso del rapimento perchè piangeva.

Il rapitore Alessi Mario era un pregiudicato originario della provincia di Agrigento: il solito balordo extracomunitario.

visioni private /10



Il 2 aprile 2005, poche ore dopo la morte di Giovanni Paolo II, mentre a Ivan Dragicevic, uno dei veggenti di Medjugorje, gli appariva la Madonna, come gli accade "normalmente" sin dal 24 giugno 1981, quel 2 aprile, alla sinistra della Santa Vergine è apparso anche il Papa Giovanni Paolo II da poco spirato.



Il Papa era sorridente, appariva giovane ed era molto felice. Era vestito di bianco con un mantello dorato. La Madonna si è voltata verso di lui e i due, guardandosi, hanno entrambi sorriso, un sorriso straordinario, meraviglioso. Il Papa continuava estasiato a guardare la Giovane Donna ed ella si è rivolta verso Ivan dicendogli: "il mio caro figlio è con me". Non ha detto nient’altro, ma il suo volto era raggiante come quello del papa che ha continuato a guardare il volto di lei.

Nella storia della mistica non sono poche le testimonianza di coloro che sostengono di aver ricevuto visioni di anime cui Iddio ha concesso di manifestare ai viventi notizia della propria collocazione ultraterrena.
Anche nel caso dei Romani Pontefici, in molte biografie di Santi si racconta che questi ultimi hanno cominciato a pregare per l'anima di un Pontefice appena spirato e che ad un certo punto hanno smesso intimamente certi che l'anima del papa morto avesse raggiunta la gloria del Paradiso.

Un caso ben documentato è quello legato a Papa Pio VI Braschi, incarcerato ed esiliato per volontà di Napoleone, morì in esilio il 29 agosto 1799. Il 17 giugno 1814 - quasi quindici anni dopo la morte! - apparve alla Beata Elisabetta Canori Mora come ella annotò nel suo diario spirituale:
"Mi si presentò il buon pontefice Pio VI. Mi disse che avessi pregato per lui, che era ancora in purgatorio, per diverse mancanze riguardanti il pontificato.
Piena di ammirazione, gli dissi io: «E cosa mai volete da me, anima benedetta, che sono la creatura più vile, più miserabile che abiti la terra? Andate dalle anime spose di Gesù Cristo, che vi ottengano la grazia!».
Riconoscendo me stessa e la mia scelleraggine, mi misi a piangere; il santo Pontefice non restò persuaso alla mia confessione, ma viepiù si raccomandava.
Mossa dunque da una certa compassione, gli domandai cosa voleva che avessi fatto per liberarlo dal purgatorio. «Va’ dal tuo padre», mi disse, «e l’obbedienza ti manifesterà cosa devi fare per ottenermi la grazia. Ti prometto di non abbandonarti mai, e di esserti valevole protettore in Cielo».
Dette le suddette parole, disparve.

Mi porto la mattina seguente 18 giugno 1814 al mio padre [spirituale], gli comunico quanto passava nel mio spirito, gli domandai cosa avevo da fare; il mio confessore mi impose di andare cinque volte a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare di Papa Pio V, e pregarlo per la liberazione di questo suo successore, altre cinque volte mi fossi portata alla chiesa di santa Pudenziana, pregando i santi martiri di ottenere la grazia.

Mi porto il suddetto giorno 18 a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare del suddetto santo. Si raccolse il mio spirito, fui sopraffatta dallo Spirito del Signore, quando mi avvidi che il Signore prendeva per pura sua carità della compiacenza in me. Lo pregai di liberare il suddetto santo Pontefice dal purgatorio. Si degnò il mio Dio di rimettere a mio arbitrio la liberazione di quest’anima.
La povera anima mia, sopraffattta dallo stupore, per l’esuberanza della grazia: «Mio Dio», disse, «bontà infinita, lasciate che soggetti all’obbedienza la vostra grazia; e, se vi piace, lasciate che il mio padre destini il giorno».

Molto piacque al Signore il mio pensiero, e ad arbitrio del mio direttore fu rimesso il giorno della suddetta liberazione.


La mattina seguente mi porto al mio direttore, gli rendo conto di quanto è passato nel mio spirito. Mi dice il mio padre: «Io vi comando di raccomandarvi al Signore, affinché si degni in questo giorno di liberare quest’anima dal Purgatorio. Badate bene, mi disse, che non passi la notte! Dite al Signore che questa è l’obbedienza che vi corre, che si degni di esaudirvi!».

Mi parto dal confessionario, mi pongo in ginocchioni, piangendo dico: «Gesù mio, avete inteso quanto mi ha imposto il mio padre; per carità, lasciatemi obbedire!».

Fui accertata dal mio Signore, che all’ora di Vespro, questa santa anima avrebbe avuto l’ingresso felice nella patria degli eterni contenti....


Il giorno 19 del suddetto mese, nella santa Comunione, vidi questo santo pontefice davanti al trono augustissimo del sommo Dio.
Rivolta a lui lo pregai di intercedere per noi: «Santo Pontefice, gli dissi, pregate per la santa Chiesa, particolarmente vi sia a cuore la povera città di Roma».
Unisco le mie povere preghiere con le fervide preghiere di questo santo pontefice. Dio ci mostra il suo sdegno giustissimo contro tanti peccati enormissimi che l’offendono, particolarmente ci mostra Roma ingrata, e qual è il castigo preparato per questa ingrata città: dopo molte afflizioni di ogni sorta, è il togliere a questa il grande onore di possedere la Santa Sede.

Oh quante miglia distante da te, o misera città, si sarebbe allontanata la Santa Sede, se le fervide preghiere di questo santo Pontefice non avessero intercesso la grazia!

Rallègrati, dunque, che la Santa Sede non partirà da te; ma non sarai immune dal flagello che Dio è per mandare sopra la terra, per la inosservanza dei suoi comandamenti. Se non mutiamo costumi, guai a noi, guai a noi, guai a noi!

Grandi furono i ringraziamenti che ricevetti da questo santo Pontefice, molte furono le promesse che mi fece di aiutarmi in tutti i miei bisogni....
Mi disse che ringraziato avessi il mio padre, per avergli accelerato il felice ingresso al Paradiso.
Mi promise che in benemerenza della gran carità usata verso di lui, lo avrebbe assistito nel punto della sua morte."
[Diario]

domenica, aprile 02, 2006

vite Parallele /6 [secondo quadro]

Nel 1978, l'eccesso di buona salute del neoeletto cinquantottenne Papa Giovanni Paolo II, se dal principiò suscito il sollievo per l'impossibilità del verificarsi di un'altro conclave a breve scadenza, ben presto cominciò a creare perplessità e polemiche. Karol Wojtyla non era un papa che, a differenza dei suoi augusti predecessori, stesse in Vaticano ad attendere i pellegrini; che disdetta per chi veniva a Roma per "vedere il papa" mentre lui invece stava settimane intere a zonzo per l'Asia, per Africa e per America!
Woityla "amava" viaggiare e molti si cominciavano a chiedere se fossero davvero utili e quanto costassero questi continui viaggi intorno al mondo. Giovanni Paolo II, inoltre, dismessi gli abiti pontificali, si prendeva le ferie per andare a farsi "la settimana bianca"! Quando poi i dipendenti vaticani, per ripicca per non aver ottenuto un'aumento di salario, rivelarono che il papa aveva dato ordine di costruire due piscine: una in Vaticano e l'altra a Castel Gandolfo, lo sconcerto fu irrefrenabile. I monsignori di Curia fecero presente al pontefice che l'idea del papa in costume da bagno che sui bordi di una piscina si abbronzava all'ombra del cupolone avrebbe scandalizzato i fedeli cattolici. I fedeli non avrebbero apprezzato che il papa spendesse soldi per dei lussi mentre al mondo tanti poveri muoiono di fame.
Giovanni Paolo II rispose: "Costa più una piscina o un conclave?" Volendo intendere che l'esercizio sportivo era finalizzato a mantenerlo in buona salute.

L'attentato del 13 maggio 1981 segnò solo una parentesi nella frenetica attività di Giovanni Paolo II che continuò come prima a visitare le parrocchie romane, vaggiare per tutta Italia e all'estero, oltre ai suoi quotidiani incontri con i rersponsabili della Curia Romana.
Giovanni Paolo II si svegliava tutte le mattine alle 5:30, dopo essersi vestito si recava in cappella dove inginocchiato -o sdraiato- in adorazione davanti al Santissimo Sacramento trascorreva due ore circa poi alle 7:30 celebrava la messa cui seguiva un'altra ora di ringraziamento. Alle 8:30 faceva colazione, dava udienza oppure leggeva o scriveva. Spesso per avere maggior concentrazione scriveva in cappella davanti al tabernacolo. Cercava ogni momento libero per pregare, ogni tempo morto, era occupato dalla recita del Rosario. Anche quando con l'avanzare della vecchiaia dovette diminuire gli impegni, e prendersi più ore di riposo, i lunghi appuntamenti con la preghiera rimasero invariati.

L'interesse per la salute del papa si riaccese quando in una domenica del luglio 1992 affacciandosi per l'Angelus rivelò ai fedeli raccolti in piazza S.Pietro che il giorno dopo si sarebbe recato al Policlinico Gemelli per accetamenti. Il papa era affetto da un tumore risultato benigno e che fu asportato con successo. Ma per il fatto che diversamente dall'81 il cardinale Casaroli non avesse chiesto il parere dei luminari inernazionali, si diffudero allarmistiche voci di un papa affetto da oscure malattie e con un piede nella fossa.
Tra gli esperti di "cose vaticane" si aprì il preconclave: un "preconclave" durato ben tredici anni!
Nel 1993 a causa di una caduta si slogò una spalla.
Il vaticanista Giancarlo Zizzola pubblicò quell'anno una storia dei conclavi ipotizzando il prossimo per il 1994.

Nell'aprile 1994 Giovanni Paolo II scivolò nella vasca da bagno fratturandosi il femore: non potè più sciare. Fu ricoverato al Gemelli dove gli venne impiantata una protesi, ma l'operazione non riuscì perfettamente causandogli un'artrite acuta al ginocchio destro, dolori per i quali da quel momento Giovanni Paolo II dovette camminare appoggiandosi ad un bastone. Durante quel ricovero gli venne per la prima volta diagnosticato il morbo di Parkinson che cominciava allora a fargli tremare la mano sinistra.
Sempre Zizzola diede alle stampe "Il Successore": un giudizio "complessivo" del pontificato wojtyliano e una serie di ritratti di papabili; il sesto concistoro del giugno 1994, infatti, fu considerato l'ultima infornata di cardinali di giovanni Paolo II.
Nel 1995 il giornalista Peter Hebletewein diede alle stampe il libro inchiesta "The next Pope" morendo poco dopo mentre Karol Woityla continuerà a regnare per altri dieci anni per celebrare le esequie di molti suoi preconizzati successori.

Nel 1996 Giovanni Paolo II dovrà nuovamente ricoverarsi perchè colpito da dolori intestinali; sarà anche l'anno della publicazione della Costituzione Apostolica "Universi Dominici Gregis" per la regolazione del futuro conclave: in quel documento per la prima volta viene detto espressamente che la Sede Vacante oltre che per la morte del papa può avvenire in seguito a delle dimissioni, ma ormai l'opinione pubblica si è abituata all'idea di avere a che fare con un papa anziano e tutto l'interesse mediatico si spostò sui preparativi del grande Giubileo dell'anno 2000.

Nel gennaio 2001, pochi giorni dopo la chiusura della porta santa, a causa delle dichiarazioni dell'arcivescovo di Magonza secondo il quale anche se il papa pensasse a dimettersi la Curia certamente lo dissuaderebbe, si riaprì fragorosamente la disquisizione sull'opportunità delle dimissioni papali.
Il papa infatti negli ultimi anni si era molto imgobbito, era aumentata la difficoltà a camminare e dall'anno 2000 nelle occasioni pubbliche per gli spostamenti utilizza una pedana mobile, la voce una volta tuonante diventa flebile e le parole cominciano ad essere biascicate. Fa ormai solo pochi passi e comincia a celebrare la messa seduto. Nonostante che Giovanni Paolo II ripetesse spesso che il suo destino era solo nelle mani di Dio e che Dio solo poteva togliergli il peso del pontificato, molti davano per certo che, per sfuggire alla Curia che lo costringeva a non dimettersi, papa Wojtyla avrebbe sfruttato il suo viaggio in Polonia del 2002 per abdicare e chiudersi in un convento a godersi il meritato riposo.

La visita al Parlamento italiano del 14 novembre 2002 è l'ultima volta in cui il papa seppur a fatica camina da solo appoggiandosi al bastone. Da quel momento apparirà in pubblico sempre seduto su una poltrona a rotelle.
Nel 2003, venticinquesimo di pontificato, non ha più la forza di leggere un discorso intero e diviene usuale che monsignor Leonardo Sandri Sostituto della Segreteria di Stato, comparisse in piedi accanto al pontefice facendosi sua portavoce. Nel discorso del 16 ottobe 2003 il papa tenne personalmente a spiegare la motivazione spirituale per cui continuava nella sua missione: "Oggi, cari Fratelli e Sorelle, mi è gradito condividere con voi un’esperienza che si prolunga ormai da un quarto di secolo. Ogni giorno si svolge all’interno del mio cuore lo stesso dialogo tra Gesù e Pietro. Nello spirito, fisso lo sguardo benevolo di Cristo risorto. Egli, pur consapevole della mia umana fragilità, mi incoraggia a rispondere con fiducia" . Implicitamente così Giovanni Paolo II dichiarava che non si sarebbe mai dimesso.

Pur nelle difficoltà fisiologiche e logistiche Giovanni Paolo II continuò a viaggiare: nel Maggio 2003 in Spagna, a giugno festeggiò il suo centesimo viaggio internazionale in Croazia ed Erzegovina. In Settembe si recò in Slovenia e ad ottobre al santuario della Madonna di Pompei. Nel 2004 : in Svizzera a Giugno, a Lourdes in Agosto e a Loreto in Settembe. Giovanni Paolo II appare ormai spossato ma contro ogni pessimistica previsione nel Natale 2004 riesce a legere da solo tutto il discorso "Urbi et Orbi" e a fare gli auguri in 66 lingue: le stesse degli anni precedenti. Ma a fine gennaio la situazione precipita rapidamente.
A tarda sera del primo febbaio 2005 viene ricoverato urgentemente al Gemelli per difficoltà respiratorie,; i medici propongono una tracheotomia pochè la posizione del collo cascante verso il petto tende a schiacciare i muscoli della laringe; ma essendoci il pericolo che il papa non possa più parlare Giovanni Paolo II temporeggia. Essendosi placata la febbe e rientrato il problema respiratorio il papa vuole tonare in Vaticano e i medici lo accontentano il 10.
Il 13 muore suor Lucia di Fatima.
Il 24 improvvisamente un nuovo ricovero: ormai la tracheotomia risulta indispensabile.


Il pericolo che il papa rimanga muto sembra scongiurato quando affacciandosi domenica 13 marzo dalle finestre del Gemelli pronuncia un breve, biascicato, saluto; la sera stessa tornerà in Vaticano per la Settimana Santa i cui Riti i medici gli impediscono prudentemente di presiedere.
Affaccandosi dalla finestra del suo studio, impugnando una palma benedetta, la Domenica delle Palme dà la sua muta benedizione alla folla di giovani presenti in piazza. La percezione che le forze di Giovanni Paolo II stanno venendo meno è sconvolgentemente chiara.
Avrebbe voluto essere presente alla Via Crucis al Colosseo ma dovette accontentarsi di seguirla dall sua cappella privata: stava seduto davanti all'altare nella sua cappella privata, seguiva la celebrazione su uno schermo televisivo e pregava. Alla stazione quattordicesima, prese nelle mani il Crocifisso e lo strinse a se.

Il giorno di Pasqua per la benedizione "Urbi et Orbi", dopo che il cardinal Sodano dal sagrato di S.Pietro ha letto il discorso papale, quando a mezzogiorno apparve dalla finestra per impartire la benedizione, a motivo della commozione e della sofferenza non riuscì a pronunciare le parole, fece soltanto il segno di Croce con la mano e con un gesto rispose ai saluti dei fedeli.
Ha rivelato il suo segretario Stanislaw Dziwisz che il Santo Padre fu profondamente scosso da questo evento. Dopo essersi allontanato dalla finestra disse: «Sarebbe forse meglio che muoia, se non posso compiere la missione affidatami», e subito aggiunse: «Sia fatta la Tua volontà... Totus tuus».

Mercoledì 30 il papa è ormai molto debole e non riesce ad alimentarsi da solo, viene perciò alimentato artificialmente; un sondino che dal naso passando per la laringe arriva allo stomaco si agginge, così, al tubicino nella trachea che gli consente di respirare.
Giovedì 31 mentre celebra la messa è assalito da fremiti convulsi: la febbe si è improvvisamente alzata: febbre alta causata da un'infezione dell'apparato urinario che da, così, inizio all'agonia che durerà due giorni.
Giovanni Paolo II riceve l'Unzione degli Infermi.
Nel primo pomeriggio del 2 aprile le suore polacche che lo assistono lo sentono nella sua lingua materna implorare: "Lasciatemi andare alla casa del Padre".

Appresa la norizia della morte il sindaco di Cracovia e il cardinale arcivescovo Franciszek Macharski chiesero la sepoltura in patria appoggiandosi alla volontà in tal senso espressa da Giovanni Paolo II prima del crollo del Comunismo (per continuare ad essere una spina nel fianco dell'URSS anche da morto).

Ma anche se i cardinali avrebbero deciso -com'era naturale - per la sepoltura in Vaticano si chiedeva che almeno il cuore di Karol Wojtyla, come era avvenuto per molti illustri polacchi del passato, venisse portato a Cracovia.
La congregazione cardinalizia ignorò la richiesta.

[ps: Questo post va letto come "pandant" del post precedente]

venerdì, marzo 31, 2006

Vite Parallele /6 [primo quadro]

Alfonso de'Liguori , fondatore e Rettor Maggiore della congregazione del SS. Redentore consacrato a Roma nuovo vescovo della diocesi di S.Agata dei Goti, l' 8 luglio 1762 si congedava dalla sua comunità di Pagani, passava per Napoli da dove l'11 partiva per fare solenne ingresso nella sua nuova diocesi.


Monsignor de'Liguori a sessantasei anni era precocemente invecchiato e con molti acciacchi. Arrivato in Cattedrale, nel bel mezzo della sua prima predica fu assalito da un violento attacco di tosse tanto che il più giovane dei canonici della catterale disse ai colleghi: "Signori miei, apparecchiamoci per ricevere l'altro vescovo, perchè se verra a monsignor Don Alfonso de Liguori un'altra tosse simile a questa lo perderemo certamente".
La cosa fu riferita all'orecchio del vescovo che rispose che prima di morire avrebbe visto rinnovarsi tutto il clero della cattedrale e così fu: comè come non è, il primo a morire fu il giovane monsignore spiritoso.

Il vescovo de'Liguori si riteneva personalmente responsabile della salvezza, o della dannazione, eterna dei suoi quarantamila fedeli. Questo peso gravoso se lo figurava plasticamente nella mole del monte Taburno che con i suoi 1394 metri dominava la cittadina di S.Agata. Intraprese da subito una "missione al popolo" chiamando predicatori da fuori della diocesi, iniziò a visitare, i malati, i carcerati, le parrocchie e le claustrali, e programmò ogni due anni, da maggio a settembre, la visita a tutta la sua impervia diocesi (certe località erano raggiungibili solo a piedi o a dorso di mulo).

Introdusse la pratica della "Vita Divota" cioè predicava giornalmente davanti al popolo radunato al Vespro per la benedizione con il Sacramento. La voce popolare era piena di ammirazione per gli sforzi del "vescovo santo" ma al contempo c'era apprensione su quanto avrebbe resistito la sua fibra: "Monsignore si ammazza da se stesso!" era l'unanime commento.

Nel febbraio 1770 Don Ercole de'Liguori, fratello di Sant'Alfonso, aveva voluto per il figlio Carlo dei funerali così solenni che qualcuno pensò che il il de'Liguori morto fosse il celebre vescovo e scrittore ascetico la cui fama era diffuso in tutta l'Europa cattolica. Fuori dal Regno di Napoli la falsa notizia fu universalmente presa per veritiera e si diffusero sulle gazzette i necrologi e molteplici furono le messe di suffragio come quella decretata dai canonici della cattedrale di Lucca cui sant'Alfonso fece pervenire una lettera di ringraziamento.

La notizia, per il vero, non poteva apparire priva di fondamento dato che il monsignore aveva settantacinque anni ed era di salute malferma e molti ecclesiastici napoletani cercavano per mezzo dell'influenza della Corte, o del Cardinale Arcivescovo o del Nunzio Apostolico, di farsi nominare successori dell'illustre infermo.

All'asma di cui soffriva sin dalla giovinezza si erano aggiunte, la malaria e la bronchite cronica, con crisi violente che tutti lo avevano più volte creduto in punto di morte e gli era stata amministrata l'Estrema Unzione. Ciclicamente tornavano ad acuirsi l'asma, la febbre terzana e e catarro; nel marzo 1768 s'era aggiunta un nuovo male: "dolori interni" che lo costringono a passare le giornate a letto.
A luglio, calata la febbre e calmatasi la sciatica, potè rialzarsi in piedi, celebrare messa, ed essendoci la siccità intraprese subito con sforzo sovrumano una serie di predicazioni per invitare i fedeli a fare penitenza e muovere la misericordia di Dio. Dopo otto giorni, nella festa di sant'Anna, finalmente scoppio un terribile diluvio.
Ma Alfonso da quella settimana di missione popolare ne uscì spossato. Ad agosto dovette mettersi a letto con la febbre, torturato da dolori all'intestino e da una forma reumatica generalizzato che gli impedivano di prendere sonno. Il 26 agosto monsignor de'Liguori ricevette il viatico, fece testamento e si preparò a morire.
Ma non morì.
La febbe passò ma si aggravò la sindrome reumatica, artrosi lombare e soprattutto artrosi cervicale che gli impesiva di tenere la testa dritta ma che piegava il capo ciondoloni sul petto:"un povero cionco" era l'espressione con cui da quel momento fino alla morte amò autodefinirsi.

Cominciò a vivere praticamente sempre seduto in poltrona. Durante una visita di uno specialista fatto venire da Napoli -probabilmente nell'ottobre 1768- ci si accorse che il continuo contatto della barba sul petto aveva provocato una piaga purulenta, già quasi incancrena. Il medico ordinò di farlo stare steso a letto il più possibile, prescrisse bagni d'acqua tiepidi per l'artrosi e gli diede un rimedio che quietò i dolori causati dall'ulcera.
"Si faccia l'ubbidienza al medico, e poi si muoia" era il commento umoristico di monsignor Alfonso al momentodi essere sottoposto alle cure prescritte.
Ma pur rimanendo confinato a letto, tranne che per l'impossibilità di celebrare la messa, per il resto nulla era cambiato nella vita del vescovo: "Io sono il Vescovo, Iddio a me ha costituito Vescovo, ed io debbo badare con modo speciale" rispondeva al Vicario che lo pregava di riposarsi e lasciare fare a lui.
Però Alfonso aveva coscienza del suo peggioramento tant'è che conservava nascosta nel suo armadio una lettera di dimissioni indirizzata al papa e non datata per ogni evenienza.Il suo cameriere la trovò, la lesse e disse tra sè: "Ennò Monsignore, non ci dovete lasciare!" e la fece sparire.

Venuta la bella stagione i medici gli prescrissero una passeggiata in carozza mattino e sera, ma il santo si oppose: "Quello che debbo spendere per la carrozza e mantenimento dei cavalli debbo levarli ai poveri". Perciò si comprò una carrozza sgangherata e due ronzini altrettanto mal messi. Iniziarono così le passeggiate di monsignor de'Liguori che molto presto si ridussero a quella serale per il troppo strapazzo che da quelle benefiche uscite ne pativa il fisico: pochi passi aggrappato al braccio dell'accompagnatore, due uomini per issarlo in vettura e poi la vera "via crucis" che gli causavano i continui scossoni della carrozza a causa delle strade sconnesse.
La gente commentava: "Monsignor vecchio, vecchio il cocchiere, vecchia la carrozza, vecchi i cavalli". Meta della pasaggiata era la visita ogni sera ad un ammalato diverso che immancabilmente non riusciva a frenare le lacrime vedendo monsignor vescovo molto più malato di se stesso. Al rientro ci si fermava mezzora in chiesa per la visita al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima e per un breve "fervorino" ai fedeli presenti.

La testa a penzoloni gli rendeva ormai difficoltoso il bere, gli venne proposto di usare una cannuccia d'argento ma il santo si oppose. Si usò una cannuccia di legno ma si ruppe, di ferrò ma il ferro si arrugginisce! Fu comprata di nascosto una cannuccia d'argento e si disse a monsignor de'Liguori che pareva argento ma era fatta di "stagno di Venezia".


L'8 agosto '79 scrive al padre Blasucci: "Sto bene colla testa; ma non posso camminare se non appoggiato ad un'altro, perchè non mi reggono le gambe, e già fa l'anno che non dico messa perchè il reumatismo mi ha totalmente torto il collo, che non posso alzarlo per sumere il Sangue... ho presi tanti rimedi e bagni e 'l collo sta sempre torto in una maniera... Io stò risoluto a lasciare il vescovado e venirmene a morire tra' miei nella mia Congregazione. Ora sto confuso solo circa al come e al quando".

Pur nelle continue sofferenze era in piena attività e niente era cambiato nell'attività della diocesi ed in quella del Palazzo vescovile in Arienzo tranne per il fatto che monsignore non celebrava più la messa. Sfogandosi di questa intima pena in una udienza al priore degli Agostiniani quest'ultimo si stupì che un uomo di così grande cultura come monsignor de'Liguori non fosse a conoscenza che per i sacedoti malati erano previste deroghe e indulti! Poteva celebrare seduto e bevendo al calice con una cannuccia.
Alfonso pieno di gioia il giorno appresso, domenica, celebrò messa dopo quasi un anno esatto.


Le voci che la diocesi di Sant'Agata dei Goti fosse ormai allo sbando a causa del vecchio vescovo immobilizzato a letto crescevano sempre più a Napoli così che Alfonso s'era deciso di chiedere le dimissioni a Clemente XIII, ma essendo quell'anno 1769 un "annus orribilis" nelle relazioni tra Regno di Napoli e Santa Sede monsignor de'Liguori desistette certo che, per ripicca al papa, la corte napoletana avrebbe rifiutato di concedere l'exequatur al nuovo vescovo che il papa avrebbe nominato, lasciando la diocesi per molti anni priva di vescovo. Morto Clemente XIII ed eletto Clemente XIV si decise a presentare le dimissioni essendo universalmente noto che i Borboni, e di Francia, e di Spagna e di Napoli, avevano favorito l'elezione del francescano cardinale Ganganelli.
Ma papa Ganganelli respinse le dimissioni dicendo:
"Mi contento che governi la Diocesi di sopra al letto. Vale più una sua preghiera da dentro al letto che se girasse per cento anni l'intera Diocesi".


I Redentoristi chiesero al loro fondatore di insistere, che forse il papa non aveva ben capito la gravità delle sue condizioni di salute ma Alfonso rispondeva: "La voce del Papa è voce di Dio per me, e muoio contento se per volontà di Dio io muoia oppresso sotto il peso del vescovado".
Una volta che i Redentoristi insistevano il santo rispose: "Questo [papa] è monaco capo tuosto, se lo fo, non l'accetta; pazientiamo, ed aspettiamo l'altro Papa, che viene appresso". Questa frase fu interpretata come battuta umoristica e provocò l'ilarità generale essendo Clemente XIV in ottima salute e di 9 anni più giovane di Alfonso che invece aveva un piede nella fossa.
Ma la querelle sulla soppressione dei Gesuiti che il papa fu costretto a decretare nel 1773 provocò in Clemente XIV una prostrazione spirituale che lo portò sulla soglia della disperazione, provocando un tracollo fisico che nel settembre 1774 lo porterà alla tomba.

Alfonso ripresentò le dimissioni a Pio VI.
"Beatissimo Padre, rappresento alla V. Santità come io fui fatto vescovodi S.Agata de'Goti, nel Regno di Napoli, in età avanzata di sessantasei anni. Ho tirato, con l'aiuto del signore per tredici anni a portare il carico del vescovado; ma al presente mi vedo inabile a portaro.
Mi trovo in età cadente, giacchè nel mese di settembre entro negli anni ottanta. Oltre l'età ho molte infermità che mi minacciano da vicino la morte.patisco di mal di petto che più volte m'ha condotto all'estremo; patisco di palpiti di cuore, per cui anche più volte mi sono visto prossimo a finir la vita.
Di presente, patisco tal debolezza di testa che spesso mi fa stare come uno stolido.
Oltre di questi mali mi assaltano diversi accidenti pericolosi, ai quali debbo rimediare con salassi, vescicanti e altri rimedi; oltre tra questo tempo del mio vescovado, quattro volte ho preso il Viatico e l'Estrema unzione.
A' riferiti, aggiungo altri maliche mi impediscono di adempiere gli obblighi di vescovo.
Mi è mancato notabilmente l'udito; sicchè molto ne patiscono i miei sudditi che, volendo parlarmi in segreto, se non alzano la voce, non posso ascoltarli.
Mi si è avanzata la paralisi, in modo che non posso più scrivere un verso, e con istento fo la mia firma, ma così male che poco s'intende. Sono diventato così cionco che non posso più nemmeno dare un passo, e bisogna che due mi assistano per fare qualche moto.
Fo la vita mia o sopra del letto, o abbandonato sopra una sedia.
Non posso più tenere le ordinazioni, nè più predicare; e quello che più importa, non posso più girare per la visita, e la diocesi ne patisce positivamente.
Posto ciò, ho stimato, vedendomi vicino alla morte, supplicare V. santità ad accettare la rinunzia del mio vescovado, come fo positivamente con questa mia supplica; giacchè secondo lo stato in cui mi ritrovo, vedo che manco all'uffizio mio ed al governare delle mie pecorelle"


Papa Braschi non sapeva cosa decidere essendo incoraggiato a non accettare le dimissioni del De'Liguori da monsignor Guido Calcagnini ex Nunzio a Napoli che aveva da vicino visto ed ammirato l'operato del santo vescovo.

Due padri redentoristi, Luigi Capuano e Cipriano Rastelli, reduci da una missione popolare in Abruzzo decisero di passare da Roma per ottenere la benedizione dal nuovo papa. Il papa nuovo, ricevendoli in udienza chiese notizie sulla salute di monsignor de'Liguori: loro fondatore e Rettor Maggiore.
Appresa dalla loro viva voce la notizia dello stato compassionevole in cui si trovava l'ottantenne vescovo di S.Agata dei Goti, Pio VI disse a monsignor Calcagnini lì presente: "Essendo così non bisogna contristarlo".

Le dimissioni furono accettate con lettera datata 9 maggio 1775 ed ufficializzate nel concistoro del 17 luglio con grande gioia di Sant'Alfonso.
Qualcuno gli fece osservare che pareva essersi raddrizzato ed egli rispose con spirito che si era tolto dalle spalle il peso del monte Taburno.


L'unica paura era quella legata alla scelta del successore: "Temo però che non mi venga qualche 'milordo', giacchè tanti la pretendono, ed allora bisogna dire addio a tutte le fatiche fatte".

Monsignor de'Liguori prima di partire salutò tutte le comunità monastiche di Arienzo ma non potè recarsi dalle monache redentoriste di S.Agata perchè con la carrozza non si poteva attraversare il passo delle "Forche caudine". La madre superiora chiese al santo di lasciare per disposizione testamentaria il suo cuore al loro monastero.
Alfonso rispose: "Io ho tenuto sempre la Madre Raffaella per donna savia, ma mò ci ho perduto il conceto. Del mio cuore che ne vogliono fare soffritto! L'anima è quella che importa, che poi per il corpo, se mi vogliono bene, lo diano a mangiare ai cani".
Inviò come ricordo alla madre Maria Raffaella una croce in legno che teneva nella sala da pranzo.


La mattina del 27 luglio il vescovo salì in carrozza -per recarsi nella casa dei suoi redentoristi di Nocera- mentre il clero, la nobililtà e il popolo era in lacrime e Monsignore dovette pregarli, anch'egli con le lacrime agli occhi, di non seguirlo a piedi.
Si portò dietro solo il materasso e la poltrona a rotelle mentre tutto il palazzo vescovile venne depredato da prelati e popolino che volevano una reliquia di monsignore.

A mezzoggiorno la carrozza si fermò per la messa ed il pranzo al seminario di Nola dove un cieco che gli chiese una benedizione ottenne la vista.

L'arrivo a Nocera dei Pagani fu un ingresso trionfale, acclamato da tutta la popolazione. Entrato nella chiesa si prostrò di fronte al Santissimo Sacramento e mentre si cantava il Te Deum chi gli stava accanto sentì il suo sfogo: "Dio mio vi ringrazio, perchè mi avete tolto di sopra un si gran peso.
Gesù Cristo mio, non ne potevo più!"


giovedì, marzo 30, 2006

Sacra Conversazione /4

Ovvero: EL SEÑOR DE LA SENTENCIA


Abdul Rahman, l'afghano convertito al cristianesimo che rischiava la pena di morte per la sua nuova fede, è stato liberato la notte di lunedì 27 marzo dal penitenziario di Kabul. Il ministro della Giustizia afghano ha giustificato la scarcerazione, dovuta alle pressioni internazionali - principalmente di George W. Bush-, facendo riferimento alla perizia psichiatrica svolta nel carcere di Pol i Charki, dalla quale risulterebbe che Rahman non è completamente sano di mente: il mussulmano che diventa cristiano non può essere, infatti, se non un «pazzo».

Questo il processo:

"Due sole udienze e Abdul Rahman è stato condannato a morte, per aver abbandonato l'Islam. Solo dopo la Corte suprema è intervenuta annullando il processo e aprendo la strada alla sua scarcerazione....

«Lo confesso, sono un cristiano, ma non un apostata ­ sostiene Rahman in tribunale ­. È vero, mi sono convertito dall'Islam arrendendomi a Dio. Credo in Giovanni, nello Spirito Santo e in Gesù».
Quarantun anni, magro, capelli a spazzola e volto scavato, il cristiano afghano si difende da solo. Il giudice Ansarullah Maoulawizadah non gli permette di sedersi, e attacca subito chiedendogli: «Sei nato nella casa di un musulmano. Tuo padre ti ha denunciato, ma perché ti sei convertito?».

Rahman risponde difendendo il cristianesimo:«Signor giudice, non si tratta di una cattiva religione. Ho fatto la mia scelta grazie alla benevolenza di Dio. Penso che tutti devono poter scegliere. Rispetto chiunque abbia una fede. Credo in Gesù e nella libertà di religione». .
A questo punto denuncia «maltrattamenti, pestaggi e insulti da parte del procuratore». Non solo durante gli interrogatori, ma anche nel centro di detenzione di Kabul sarebbe stato minacciato e preso a schiaffi per la sua scelta di fede. Indica anche le guardie facendo dei cenni con il capo

Il giudice taglia corto e chiede all'imputato di raccontare la storia della sua conversione, che è avvenuta a Peshawar, in Pakistan, il giorno di Pasqua di 16 anni fa grazie a Interlet, un'organizzazione non governativa per cui lavorava, diretta da un americano. Gli fa presente che è stato denunciato non solo da suo padre, ma da tutta la famiglia, compresa la moglie e le figlie. «Sono vittima di un complotto ­ sostiene -. Una volta mia madre ha addirittura bruciato la Bibbia, spinta dall'odio».

Il giudice gli mostra la Bibbia sequestrata chiedendogli di cosa si tratta, e Rahman risponde orgoglioso: «È il libro sacro in cui credo». Allora il magistrato replica: «Questo vuol dire che non credi nel Corano?», cercando di farlo cadere nella trappola dell'apostasia. Lui se ne rende conto e risponde: «Non ho nulla contro l'Islam. Sto solo dicendo che prima ero musulmano e ora sono cristiano».

Interviene il procuratore, Wasih Khan, un ometto vestito di grigio con la camicia bianca senza cravatta e la barba spruzzata d'argento.Spiega il fondamento dell'accusa, ovvero il fatto che Abdul Rahman creda nel Taslis (il Padre, il Figlio e lo Spirito santo) e che abbia «partecipato a cerimonie religiose del cristianesimo diventando apostata».
Il procuratore invita più volte Rahman a pentirsi e a tornare ad abbracciare l'Islam. «Purtroppo non ha mostrato timore e non ha voluto accettare la realtà rimanendo un eretico ­ spiega il pubblico accusatore ­. Per questo motivo deve essere punito secondo la legge islamica». Questo è il momento più grave,in cui il pubblico ministero si appella a una shura del Corano e cita le parole del profeta Maometto secondo il quale «chi si converte deve essere ucciso».
Secondo Wasih Khan, «la punizione per il tradimento è la pena di morte, e un apostata è un traditore che insulta Allah e il suo Profeta violando la legge di 1,6 miliardi di musulmani nel mondo»....

Rahman si difende con coraggio: «Accetto la decisione della Corte, anche se dovesse essere la sentenza capitale, ma non sono un infedele, sono un cristiano». L'imputato coinvolge anche alcuni esponenti in vista del nuovo potere afghano spiegando di aver deciso di tornare dalla Germania,dove viveva in esilio, dopo aver ascoltato alla radio l'appello del presidente Hamid Karzai rivolto ai rifugiati. «Gente come Yahya Massoud (numero due dell'ambasciata afghana in Svizzera, nda) fratello di Ahmad Shah (il famoso comandante anti-talebano ucciso da Al Qaida due giorni prima l'11 settembre, nda) e il viceministro degli Esteri, Haider Reza (appena nominato ministro del Commercio e dell'Industria, nda), sono credenti come me e figure di spicco» sostiene Rahman.
L'udienza in cui è stata chiesta la condanna a morte è del 16 marzo.
Pochi giorni dopo Rahman è di nuovo in aula. Il giudice Maoulawizadah lo invita a rinnegare il cristianesimo e Rahman rifiuta ancora. Allora il giudice emette la sentenza: «Se non si pente della sua conversione non resta che punirlo con la morte»."


(Fausto Biroslavo da Il Giornale del 30 Marzo 2006)

mercoledì, marzo 29, 2006

Segni della fine del mondo /3

Carlo Caffarra arcivescovo di Bologna è stato creato Cardinale del "Titolo" di San Giovanni Battista dei Fiorentini.