venerdì, marzo 31, 2006

Vite Parallele /6 [primo quadro]

Alfonso de'Liguori , fondatore e Rettor Maggiore della congregazione del SS. Redentore consacrato a Roma nuovo vescovo della diocesi di S.Agata dei Goti, l' 8 luglio 1762 si congedava dalla sua comunità di Pagani, passava per Napoli da dove l'11 partiva per fare solenne ingresso nella sua nuova diocesi.


Monsignor de'Liguori a sessantasei anni era precocemente invecchiato e con molti acciacchi. Arrivato in Cattedrale, nel bel mezzo della sua prima predica fu assalito da un violento attacco di tosse tanto che il più giovane dei canonici della catterale disse ai colleghi: "Signori miei, apparecchiamoci per ricevere l'altro vescovo, perchè se verra a monsignor Don Alfonso de Liguori un'altra tosse simile a questa lo perderemo certamente".
La cosa fu riferita all'orecchio del vescovo che rispose che prima di morire avrebbe visto rinnovarsi tutto il clero della cattedrale e così fu: comè come non è, il primo a morire fu il giovane monsignore spiritoso.

Il vescovo de'Liguori si riteneva personalmente responsabile della salvezza, o della dannazione, eterna dei suoi quarantamila fedeli. Questo peso gravoso se lo figurava plasticamente nella mole del monte Taburno che con i suoi 1394 metri dominava la cittadina di S.Agata. Intraprese da subito una "missione al popolo" chiamando predicatori da fuori della diocesi, iniziò a visitare, i malati, i carcerati, le parrocchie e le claustrali, e programmò ogni due anni, da maggio a settembre, la visita a tutta la sua impervia diocesi (certe località erano raggiungibili solo a piedi o a dorso di mulo).

Introdusse la pratica della "Vita Divota" cioè predicava giornalmente davanti al popolo radunato al Vespro per la benedizione con il Sacramento. La voce popolare era piena di ammirazione per gli sforzi del "vescovo santo" ma al contempo c'era apprensione su quanto avrebbe resistito la sua fibra: "Monsignore si ammazza da se stesso!" era l'unanime commento.

Nel febbraio 1770 Don Ercole de'Liguori, fratello di Sant'Alfonso, aveva voluto per il figlio Carlo dei funerali così solenni che qualcuno pensò che il il de'Liguori morto fosse il celebre vescovo e scrittore ascetico la cui fama era diffuso in tutta l'Europa cattolica. Fuori dal Regno di Napoli la falsa notizia fu universalmente presa per veritiera e si diffusero sulle gazzette i necrologi e molteplici furono le messe di suffragio come quella decretata dai canonici della cattedrale di Lucca cui sant'Alfonso fece pervenire una lettera di ringraziamento.

La notizia, per il vero, non poteva apparire priva di fondamento dato che il monsignore aveva settantacinque anni ed era di salute malferma e molti ecclesiastici napoletani cercavano per mezzo dell'influenza della Corte, o del Cardinale Arcivescovo o del Nunzio Apostolico, di farsi nominare successori dell'illustre infermo.

All'asma di cui soffriva sin dalla giovinezza si erano aggiunte, la malaria e la bronchite cronica, con crisi violente che tutti lo avevano più volte creduto in punto di morte e gli era stata amministrata l'Estrema Unzione. Ciclicamente tornavano ad acuirsi l'asma, la febbre terzana e e catarro; nel marzo 1768 s'era aggiunta un nuovo male: "dolori interni" che lo costringono a passare le giornate a letto.
A luglio, calata la febbre e calmatasi la sciatica, potè rialzarsi in piedi, celebrare messa, ed essendoci la siccità intraprese subito con sforzo sovrumano una serie di predicazioni per invitare i fedeli a fare penitenza e muovere la misericordia di Dio. Dopo otto giorni, nella festa di sant'Anna, finalmente scoppio un terribile diluvio.
Ma Alfonso da quella settimana di missione popolare ne uscì spossato. Ad agosto dovette mettersi a letto con la febbre, torturato da dolori all'intestino e da una forma reumatica generalizzato che gli impedivano di prendere sonno. Il 26 agosto monsignor de'Liguori ricevette il viatico, fece testamento e si preparò a morire.
Ma non morì.
La febbe passò ma si aggravò la sindrome reumatica, artrosi lombare e soprattutto artrosi cervicale che gli impesiva di tenere la testa dritta ma che piegava il capo ciondoloni sul petto:"un povero cionco" era l'espressione con cui da quel momento fino alla morte amò autodefinirsi.

Cominciò a vivere praticamente sempre seduto in poltrona. Durante una visita di uno specialista fatto venire da Napoli -probabilmente nell'ottobre 1768- ci si accorse che il continuo contatto della barba sul petto aveva provocato una piaga purulenta, già quasi incancrena. Il medico ordinò di farlo stare steso a letto il più possibile, prescrisse bagni d'acqua tiepidi per l'artrosi e gli diede un rimedio che quietò i dolori causati dall'ulcera.
"Si faccia l'ubbidienza al medico, e poi si muoia" era il commento umoristico di monsignor Alfonso al momentodi essere sottoposto alle cure prescritte.
Ma pur rimanendo confinato a letto, tranne che per l'impossibilità di celebrare la messa, per il resto nulla era cambiato nella vita del vescovo: "Io sono il Vescovo, Iddio a me ha costituito Vescovo, ed io debbo badare con modo speciale" rispondeva al Vicario che lo pregava di riposarsi e lasciare fare a lui.
Però Alfonso aveva coscienza del suo peggioramento tant'è che conservava nascosta nel suo armadio una lettera di dimissioni indirizzata al papa e non datata per ogni evenienza.Il suo cameriere la trovò, la lesse e disse tra sè: "Ennò Monsignore, non ci dovete lasciare!" e la fece sparire.

Venuta la bella stagione i medici gli prescrissero una passeggiata in carozza mattino e sera, ma il santo si oppose: "Quello che debbo spendere per la carrozza e mantenimento dei cavalli debbo levarli ai poveri". Perciò si comprò una carrozza sgangherata e due ronzini altrettanto mal messi. Iniziarono così le passeggiate di monsignor de'Liguori che molto presto si ridussero a quella serale per il troppo strapazzo che da quelle benefiche uscite ne pativa il fisico: pochi passi aggrappato al braccio dell'accompagnatore, due uomini per issarlo in vettura e poi la vera "via crucis" che gli causavano i continui scossoni della carrozza a causa delle strade sconnesse.
La gente commentava: "Monsignor vecchio, vecchio il cocchiere, vecchia la carrozza, vecchi i cavalli". Meta della pasaggiata era la visita ogni sera ad un ammalato diverso che immancabilmente non riusciva a frenare le lacrime vedendo monsignor vescovo molto più malato di se stesso. Al rientro ci si fermava mezzora in chiesa per la visita al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima e per un breve "fervorino" ai fedeli presenti.

La testa a penzoloni gli rendeva ormai difficoltoso il bere, gli venne proposto di usare una cannuccia d'argento ma il santo si oppose. Si usò una cannuccia di legno ma si ruppe, di ferrò ma il ferro si arrugginisce! Fu comprata di nascosto una cannuccia d'argento e si disse a monsignor de'Liguori che pareva argento ma era fatta di "stagno di Venezia".


L'8 agosto '79 scrive al padre Blasucci: "Sto bene colla testa; ma non posso camminare se non appoggiato ad un'altro, perchè non mi reggono le gambe, e già fa l'anno che non dico messa perchè il reumatismo mi ha totalmente torto il collo, che non posso alzarlo per sumere il Sangue... ho presi tanti rimedi e bagni e 'l collo sta sempre torto in una maniera... Io stò risoluto a lasciare il vescovado e venirmene a morire tra' miei nella mia Congregazione. Ora sto confuso solo circa al come e al quando".

Pur nelle continue sofferenze era in piena attività e niente era cambiato nell'attività della diocesi ed in quella del Palazzo vescovile in Arienzo tranne per il fatto che monsignore non celebrava più la messa. Sfogandosi di questa intima pena in una udienza al priore degli Agostiniani quest'ultimo si stupì che un uomo di così grande cultura come monsignor de'Liguori non fosse a conoscenza che per i sacedoti malati erano previste deroghe e indulti! Poteva celebrare seduto e bevendo al calice con una cannuccia.
Alfonso pieno di gioia il giorno appresso, domenica, celebrò messa dopo quasi un anno esatto.


Le voci che la diocesi di Sant'Agata dei Goti fosse ormai allo sbando a causa del vecchio vescovo immobilizzato a letto crescevano sempre più a Napoli così che Alfonso s'era deciso di chiedere le dimissioni a Clemente XIII, ma essendo quell'anno 1769 un "annus orribilis" nelle relazioni tra Regno di Napoli e Santa Sede monsignor de'Liguori desistette certo che, per ripicca al papa, la corte napoletana avrebbe rifiutato di concedere l'exequatur al nuovo vescovo che il papa avrebbe nominato, lasciando la diocesi per molti anni priva di vescovo. Morto Clemente XIII ed eletto Clemente XIV si decise a presentare le dimissioni essendo universalmente noto che i Borboni, e di Francia, e di Spagna e di Napoli, avevano favorito l'elezione del francescano cardinale Ganganelli.
Ma papa Ganganelli respinse le dimissioni dicendo:
"Mi contento che governi la Diocesi di sopra al letto. Vale più una sua preghiera da dentro al letto che se girasse per cento anni l'intera Diocesi".


I Redentoristi chiesero al loro fondatore di insistere, che forse il papa non aveva ben capito la gravità delle sue condizioni di salute ma Alfonso rispondeva: "La voce del Papa è voce di Dio per me, e muoio contento se per volontà di Dio io muoia oppresso sotto il peso del vescovado".
Una volta che i Redentoristi insistevano il santo rispose: "Questo [papa] è monaco capo tuosto, se lo fo, non l'accetta; pazientiamo, ed aspettiamo l'altro Papa, che viene appresso". Questa frase fu interpretata come battuta umoristica e provocò l'ilarità generale essendo Clemente XIV in ottima salute e di 9 anni più giovane di Alfonso che invece aveva un piede nella fossa.
Ma la querelle sulla soppressione dei Gesuiti che il papa fu costretto a decretare nel 1773 provocò in Clemente XIV una prostrazione spirituale che lo portò sulla soglia della disperazione, provocando un tracollo fisico che nel settembre 1774 lo porterà alla tomba.

Alfonso ripresentò le dimissioni a Pio VI.
"Beatissimo Padre, rappresento alla V. Santità come io fui fatto vescovodi S.Agata de'Goti, nel Regno di Napoli, in età avanzata di sessantasei anni. Ho tirato, con l'aiuto del signore per tredici anni a portare il carico del vescovado; ma al presente mi vedo inabile a portaro.
Mi trovo in età cadente, giacchè nel mese di settembre entro negli anni ottanta. Oltre l'età ho molte infermità che mi minacciano da vicino la morte.patisco di mal di petto che più volte m'ha condotto all'estremo; patisco di palpiti di cuore, per cui anche più volte mi sono visto prossimo a finir la vita.
Di presente, patisco tal debolezza di testa che spesso mi fa stare come uno stolido.
Oltre di questi mali mi assaltano diversi accidenti pericolosi, ai quali debbo rimediare con salassi, vescicanti e altri rimedi; oltre tra questo tempo del mio vescovado, quattro volte ho preso il Viatico e l'Estrema unzione.
A' riferiti, aggiungo altri maliche mi impediscono di adempiere gli obblighi di vescovo.
Mi è mancato notabilmente l'udito; sicchè molto ne patiscono i miei sudditi che, volendo parlarmi in segreto, se non alzano la voce, non posso ascoltarli.
Mi si è avanzata la paralisi, in modo che non posso più scrivere un verso, e con istento fo la mia firma, ma così male che poco s'intende. Sono diventato così cionco che non posso più nemmeno dare un passo, e bisogna che due mi assistano per fare qualche moto.
Fo la vita mia o sopra del letto, o abbandonato sopra una sedia.
Non posso più tenere le ordinazioni, nè più predicare; e quello che più importa, non posso più girare per la visita, e la diocesi ne patisce positivamente.
Posto ciò, ho stimato, vedendomi vicino alla morte, supplicare V. santità ad accettare la rinunzia del mio vescovado, come fo positivamente con questa mia supplica; giacchè secondo lo stato in cui mi ritrovo, vedo che manco all'uffizio mio ed al governare delle mie pecorelle"


Papa Braschi non sapeva cosa decidere essendo incoraggiato a non accettare le dimissioni del De'Liguori da monsignor Guido Calcagnini ex Nunzio a Napoli che aveva da vicino visto ed ammirato l'operato del santo vescovo.

Due padri redentoristi, Luigi Capuano e Cipriano Rastelli, reduci da una missione popolare in Abruzzo decisero di passare da Roma per ottenere la benedizione dal nuovo papa. Il papa nuovo, ricevendoli in udienza chiese notizie sulla salute di monsignor de'Liguori: loro fondatore e Rettor Maggiore.
Appresa dalla loro viva voce la notizia dello stato compassionevole in cui si trovava l'ottantenne vescovo di S.Agata dei Goti, Pio VI disse a monsignor Calcagnini lì presente: "Essendo così non bisogna contristarlo".

Le dimissioni furono accettate con lettera datata 9 maggio 1775 ed ufficializzate nel concistoro del 17 luglio con grande gioia di Sant'Alfonso.
Qualcuno gli fece osservare che pareva essersi raddrizzato ed egli rispose con spirito che si era tolto dalle spalle il peso del monte Taburno.


L'unica paura era quella legata alla scelta del successore: "Temo però che non mi venga qualche 'milordo', giacchè tanti la pretendono, ed allora bisogna dire addio a tutte le fatiche fatte".

Monsignor de'Liguori prima di partire salutò tutte le comunità monastiche di Arienzo ma non potè recarsi dalle monache redentoriste di S.Agata perchè con la carrozza non si poteva attraversare il passo delle "Forche caudine". La madre superiora chiese al santo di lasciare per disposizione testamentaria il suo cuore al loro monastero.
Alfonso rispose: "Io ho tenuto sempre la Madre Raffaella per donna savia, ma mò ci ho perduto il conceto. Del mio cuore che ne vogliono fare soffritto! L'anima è quella che importa, che poi per il corpo, se mi vogliono bene, lo diano a mangiare ai cani".
Inviò come ricordo alla madre Maria Raffaella una croce in legno che teneva nella sala da pranzo.


La mattina del 27 luglio il vescovo salì in carrozza -per recarsi nella casa dei suoi redentoristi di Nocera- mentre il clero, la nobililtà e il popolo era in lacrime e Monsignore dovette pregarli, anch'egli con le lacrime agli occhi, di non seguirlo a piedi.
Si portò dietro solo il materasso e la poltrona a rotelle mentre tutto il palazzo vescovile venne depredato da prelati e popolino che volevano una reliquia di monsignore.

A mezzoggiorno la carrozza si fermò per la messa ed il pranzo al seminario di Nola dove un cieco che gli chiese una benedizione ottenne la vista.

L'arrivo a Nocera dei Pagani fu un ingresso trionfale, acclamato da tutta la popolazione. Entrato nella chiesa si prostrò di fronte al Santissimo Sacramento e mentre si cantava il Te Deum chi gli stava accanto sentì il suo sfogo: "Dio mio vi ringrazio, perchè mi avete tolto di sopra un si gran peso.
Gesù Cristo mio, non ne potevo più!"


2 commenti:

Pandreait ha detto...

Visse a in quella comunità ancora 12 ( dodici ) lunghi anni, sino al 1787, e ancor oggi, se non gli innumerevoli testi di preghiera, meditazione, morale, spiritualità e teologia, ne ricordiamo le parole cantando a Natale........

Duca De Gandia ha detto...

Mi pento e mi dolgo di non essere riuscito a far emergere il parallelismo che a me interessava proporre al lettore: lo sforzo e la sofferenza di un pastore d'anime nel vedersi impossibilitato ad agire.