giovedì, maggio 22, 2008

Gran Rabbi nato /7

Sive: "Sequebatur autem Iesum Simon Petrus et alius discipulus.
Discipulus autem ille erat notus Pontifici et introivit cum Iesu in atrium Pontificis" (Gv.18,15)


Non ci erano ignote -oh lettori carissimi e dilettissimi- le dottrine variamente definite "lefevbriane" , "sedevacantiste" o "fatimidi" accomunate dalla convergente interpretazione del Concilio Vaticano II quale catastrofe teologica, causa di una vera e propria apostasia dalla "vera fede"; quale satanico capovolgimento delle più sacrosante ed inveterate dottrine insegnate costantemento dal Magistero ecclesiastico sino a tutto il pontificato di Pio XII.
L'"aggiornamento" auspicato dal buon Giovanni XXIII, pertanto, altro non sarebbe stato che un complotto criminale giudaico-massonico-satanista in cui il ruolo di freddo e spietato sicario sarebbe stato assolta dal "Servo di Dio" Paolo VI.

In tali esecrandi ambienti "refrattari", infatti, Papa Montini che dovette portare la croce di portare a termine il Concilio è assi più malvisto di Papa Giovanni che fortissimamente volle quel Concilio e quell'aggiornamento (ma che poi vestiva baroccamente, indossava il triregno e si dondolava pacioso sulla sedia gestatoria).
Sarebbe stato, quindi, Giovan Battista Montini che avrebbe trasformato il Concilio ed il Papato nella "sentina di tutte le eresie".
Paradigmatico di tali correnti di pensiero sono gli scritti di tale Daniele Arai che nel suo "sillabico" articolo " La libertà religiosa di Paolo VI" afferma che: "nel 1965 quasi tutti i padri del Vaticano II furono indotti da Paolo VI a sottoscrivere errori ed eresie già condannate dal Magistero. Alcuni ne erano coautori, ma la maggioranza cadde nell’abbaglio dell’«ubbidienza assoluta» a chi era in veste papale."
E poco dopo aggiunge:
"Paolo VI usò spesso in pubblico, l’«ephod» dei grandi sacerdoti, il simbolo di Caifa che condannò Gesù.
Un giorno si capirà meglio le ragioni per le quali ritenne d’inviare il messaggio di un Papa in veste di gran sacerdote al mondo. Per ora conosciamo solo i risultati giudaizzanti di tale iniziativa in Vaticano."
E altrove:
"Ora, il Vaticano II giustificando un’unità, una comunione e una libertà religiosa, contrarie alla fede cattolica, rappresenta una «perfidia» che, materialmente, supera in gravità quella del sinedrio giudaico.
Del resto, Paolo VI è apparso molte volte indossando l’Ephod di Caifas. Non era forse questo il mistero dell’iniquità profetizzato come segno precursore della fine dei tempi?"


Ignoravamo, infatti- oh miei cinque lettori-, che in tanto sottobosco pseudo-tradizionalista tanti severi moniti antiereticali portassero quale indegno corollario -in ossequio alla categoria logica detta del: "e cheste và pe' chelle"- la protestantica perversa dottrina del Papa quale manifesto Anticristo!
Papa Montini (e i suoi pseudo-successori: poichè essendo tutti eretici conclamati sarebbero papi solo "de facto" ma non "de iure"!), secondo tali apocalittiche ricostruzioni, per significare il capovolgimento della sana dottrina si sarebbe fatto confezionare blasfeme suppellettili sacre!

Come contenere il giusto sdegno di fronte a tanta sfrontata propaganda da cabalisti da strapazzo! Come resistere all'impeto di stracciarsi le vesti di fronte a tanta insipienza, se non ci sorreggesse la premura di non scoprire il fianco a chi non attende altro che trafiggerci il cuore con l'accusa di essere dei marrani giudaizzanti?

Tralasciamo di sottolineare più diffusamente che non può essere considerato degno di venerazione solo ciò che corrisponde ai canoni dell'orificeria e della sartoria barocca; sarebbe interessante indagare per quali angusti e tortuosi percorsi della mente non si riesca -da parte di assai eruditi fedeli cattolici!- a "ricapitolare in Cristo" i segni dell'Antica Alleanza come invece ci ammonisce di fare l'Apostolo!

I simboli più venerabili della Storia Sacra, che i Padri della Chiesa magistralmente si sforzarono di interpretare come segni e simboli dell'avvento di Cristo e della Chiesa, rimangono perciò un'oscura selva in cui intelletti tanto scopertamente fallaci non sanno fare di meglio che interpretare in riferimento a Satana, o a Dan Brown: come se solo la Cabbala, la Massoneria e il Satanismo avessero l'autorità di definire il significato simbolico delle cose!
La Chiesa “esperta in umanità” secondo la felice espressione di Paolo VI (usata durante la sua visita all'ONU) sin dall'età apostolica non ebbe alcun imbarazzo ad usare qualunque figura della sacra scrittura ma anche dalla cultura profana quale figura e profezia di "Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore": il pesce, l'ancora, il sole, Orfeo etc. Come disse in visione la voce a San Pietro: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano".

Ma prima di cercare di intellegere -oh già spazientiti miei quattro lettori!- gli arcani simbolismi bisognerà pur chiarire cosa fosse quell'oggetto, impropriamente detto "efod", che Paolo VI avrebbe spesso portato appeso al collo!
PARTE PRIMA
Ma che cos'è l'Efod?

"Ephod" (termine che in verità nella Bibbia viene usato per indicano tre vestimenti differenti) è uno degli abiti propri del Sommo Sacerdote della religione Giudaica. Viene descritto nel Libro dell'Esodo tra gli indumenti che Iddio comandò fossero realizzati per rivestire Aronne, il primo Sommo Sacerdote:
"Farai per Aronne, tuo fratello, abiti sacri, che esprimano gloria e maestà. Tu parlerai a tutti gli artigiani più esperti, ai quali io ho dato uno spirito di saggezza, ed essi faranno gli abiti di Aronne per la sua consacrazione e per l'esercizio del sacerdozio in mio onore.
Ed ecco gli abiti che faranno: il pettorale e l'efod, il manto, la tunica damascata, il turbante e la cintura. Faranno vesti sacre per Aronne tuo fratello e per i suoi figli, perché esercitino il sacerdozio in mio onore. Essi dovranno usare oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso.
Faranno l'efod con oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto, artisticamente lavorati. Avrà due spalline attaccate alle due estremità e in tal modo formerà un pezzo ben unito. La cintura per fissarlo e che sta sopra di esso sarà della stessa fattura e sarà d'un sol pezzo: sarà intessuta d'oro, di porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto.
Prenderai due pietre di ònice e inciderai su di esse i nomi degli Israeliti: sei dei loro nomi sulla prima pietra e gli altri sei nomi sulla seconda pietra, in ordine di nascita. Inciderai le due pietre con i nomi degli Israeliti, seguendo l'arte dell'intagliatore di pietre per l'incisione di un sigillo; le inserirai in castoni d'oro.
Fisserai le due pietre sulle spalline dell'efod, come pietre che ricordino presso di me gli Israeliti; così Aronne porterà i loro nomi sulle sue spalle davanti al Signore, come un memoriale." (Es28, 2-12)

L'efod vero e proprio perciò sarebbe una specie di grembiule legato ai fianchi da una cintura e su cui sono incastonare due pietre all'altezza delle spalle. ma l'oggetto causa della nostra indagine è invece quello che detto impropriamente "efod" in realtà è indossato sopra l'efod e pende sul petto del Sommo Sacertote: "il pettorale" appunto, detto anche "Pettorale di giustizia".
"Farai il pettorale del giudizio, artisticamente lavorato, di fattura uguale a quella dell'efod: con oro, porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto.
Sarà quadrato, doppio; avrà una spanna di lunghezza e una spanna di larghezza. Lo coprirai con una incastonatura di pietre preziose, disposte in quattro file. Una fila: una cornalina, un topazio e uno smeraldo: così la prima fila. La seconda fila: un turchese, uno zaffìro e un berillo. La terza fila: un giacinto, un'àgata e un'ametista. La quarta fila: un crisòlito, un ònice e un diaspro. Saranno inserite nell'oro mediante i loro castoni. Le pietre corrisponderanno ai nomi degli Israeliti: dodici, secondo i loro nomi, e saranno incise come sigilli, ciascuna con il nome corrispondente, secondo le dodici tribù.
Poi farai sul pettorale catene in forma di cordoni, lavoro d'intreccio d'oro puro. Farai sul pettorale due anelli d'oro e metterai i due anelli alle estremità del pettorale. Metterai le due catene d'oro sui due anelli alle estremità del pettorale. Quanto alle due altre estremità delle catene, le fisserai sui due castoni e le farai passare sulle due spalline dell'efod nella parte anteriore."(Es.28, 15-25)

Il pettorale, l'oggetto della nostra diatriba, è pertanto una specie di borsello all'interno del quale sono consevati due oggetti detti "Urim" e i "Tummim" (fino all'esilio di Babilonia il loro sorteggio servirà per interrogarre la volontà di Dio) mentre nella parte esterna è fissata una quadrangolare lamina metallica su cui sono incastonate dodici pietre simbolo delle dodici tribù di Israele: "Così Aronne porterà i nomi degli Israeliti sul pettorale del giudizio, sopra il suo cuore, quando entrerà nel Santo, come memoriale davanti al Signore per sempre. Unirai al pettorale del giudizio gli urim e i tummim. Saranno così sopra il cuore di Aronne quando entrerà alla presenza del Signore: Aronne porterà il giudizio degli Israeliti sopra il suo cuore alla presenza del Signore per sempre." (Es.28,29-30)

Ora, Paolo VI ha davvero (magari al posto della croce pettorale, come si vorrebbe subdolamente insinuare!) indossato appesa a due catenelle e pendente dul suo petto il "pettorale di giustizia" erroneamente detto "efod"?

Se si fa ben attenzione, in tutte le foto in cui dul busto di Papa Montini penzola una placca rettangolare con incastonate dodici pietre dure egli indossa anche una stola rossa, e sempre la stessa stola rossa.

A differenza di quanto noi profani possiano ritenere, vi sono stole di differenti fogge, non solo a causa dei differenti periodi storici e differenti riti liturgici e perciò anche nello stesso Rito Romano.
Vi è, ad esempio, la stola "dritta" cioè quella dello stesso colore liturgico (e confezionato con la medesima stoffa) del paramento liturgico indossata sopra il bianco camice, la quale viene legata con la funicella all'altezza sei fianchi ed è nascosta dalla sovrastante veste liturgica (dello stesso colore) e che viene indossata dal presbitero o dall'episcopo per la celebrazione della santa Messa.
Vi è poi un'altro tipo di stola detta "stola pastorale" che i preti, vescovi, cardinali e papi indossano sopra il proprio "abito corale", cioè per presiedere quelle celebrazioni religiose che si svolgono fuori dalla Messa (amministrazione dei sacramenti, benedizioni, liturgia delle ore, predicazioni al popolo, etc).

Il Romano Pontefice è l'unico a godere del privilegio di poter indossare la stola "pastorale" anche in cerimonie non religiose ragion per cui la stola pontificia non viene indossata in ossequio al colore liturgico del giorno ma è sempre rossa ornata d'oro (tranne durante le festività pasquali quando il cerimoniale prescrive il bianco).

Chi osservi la gran quantità di stole indossate da Benedetto XVI si accorgerà facilmente che, solitamente, proprio all'altessa del petto, dalla parte interna dei due lembi della stola partono due cordoncini dorati che unendosi, in una specie di nodo, terminano con una specie di piccolo pon-pon (o anche due).
I manuali di moda "prêtre a portè" confermano:
"Spesso più decorata delle altre stole perché più in evidenza, la stola pastorale presenta all'altezza del petto una pattina di stoffa, un nastro o un cordone generalmente terminante con ghiande o nappe, per riunire le due metà del paramento."

La stola rossa con catenelle che si congiungono in una placchetta rettangolare ispirato all'efod; così come un'altra assai simile stola bianca da cui partivano due catenelle che si congiungevano in una placca a forma di scudo su cui era raffigurato lo stemma araldico di Papa Montini; perciò è parte di una serie di vesti liturgiche create per il novello pontefice e secondo le sensibilità stilistiche dell'epoca, in ossequio al generale spirito di riforma liturgica.

Tra l'altro, se ben si osserva la formella metallica -a metà strada tra l'efod ed il cubo di Rubik-, le pietre sono disposte in modo che, al guizzo dell'intelleto del divoto fedele cattolico che osserva, dall'ornamento pontificio appaia una "croce latina": formata dalla seconda fila orizzontale (ovviamente partendo dall'alto) e dalla seconda fila verticale (che è formata da quattro pietre). Nell'ideale punto di intersezione vi è una pietra di colore più intenso delle altre.

PARTE SECONDA

Chiarito il primo arcano, e che quindi il cosiddetto "Efod" di Paolo VI aveva la funzione ornamentale di congiungere i due lembi di una stola pontificia (probabilmente quale ardita ispirazione alle placche artisticamente decorate dette "Razionale" che chiudono il piviale) rimane da rispondere a coloro che trovano oltremodo incresciosa l'appropiazione (seppur contingente) di in simbolo del Sommo Sacerdote del Giudaismo da parte del Sommo Pontefice del Cattolicesimo.

Ma davvero dobbiamo discettare dell'analogia tra Antica e Nuova Alleanza, tra il sacerdozio biblico ed il sacerdozio definitivo del Cristo Risorto di cui tratta la neotestamentaria Lettera "agli Ebrei"?

"Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli rivestito di debolezza; proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo. Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.
Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato.
Come in un altro passo dice: Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchìsedek." (Eb.5,1-6)

Davvero dei pii cattolici hanno bisogno che - noi misserrimo tapino- si parli loro del della "Economia" del sacrificio espiatorio, del significato dell'agnello sacrificale? Dell'analogia sottolineata e voluta da Cristo stesso tra il Tempio ed il proprio corpo, dell'analogia tra il Tempio e la vita (e la morte) di Cristo stabilita dagli Evangelisti, in special modo da Luca (e Giovanni)?

Sin dai tempi patristici, nella veste di lino e tessuta tutta d'un pezzo (sulla quale ai piedi della croce i soldati romani tirarono la sorte) di cui parla il Vangelo secondo Giovanni, gli esegeti viderono un voluto riferimento alla tunica cerimoniale con cui il Sommo Sacerdote nel "giorno dell'espiazione" doveva attraversare il velo del 'Santo dei Santi' portando -al cospetto di Dio- il sangue degli animali sacricati per ottenere il perdono delle colpe di tutto il popolo ebraico:
"Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso un Tabernacolo più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?
Per questo egli è mediatore di una Nuova Alleanza" (Eb.9 11-15)


San Luca, che aveva principiato la propria narrazione evangelica con l'apparizione angelica ad un sacerdote mentre celebrava all'interno del Tempio, conclude il suo Vangelo con l'Ascensione al cielo di Gesù il quale si stacca da terra mentre è intento a celebrare un rito di benedizione sui suoi discepoli. Luca utilizza una terminologia che richiama espressamente la figura del sommo sacerdote e sullo sfondo si sente come echeggiare un passo del Levitico: "Poi Aronne, alzate le mani verso il popolo, lo benedisse"(Lv 9,22).
La scena "liturgica" dei discepoli attorno al Cristo benedicente richiama le lodi del Siracide per il sommo sacerdote Simone:
"Il popolo supplicava il Signore altissimo
in preghiera davanti al Misericordioso,
finché fosse compiuto il servizio del Signore
e terminasse la funzione liturgica.
Allora, scendendo, egli alzava le mani
su tutta l'assemblea dei figli di Israele
per dare con le sue labbra la benedizione del Signore,
gloriandosi del nome di lui.
Tutti si prostravano di nuovo
per ricevere la benedizione dell'Altissimo." (Sir 50,19-21)

Gesù è sottratto alla vista degli apostoli a causa delle nuvole, così come il Sommo Sacerdote è sottratto alla vista degli altri leviti a causa del velo del Sancta Sanctorum. Infatti come dice l'autore della Lettera agli Ebrei:
"Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito"(Eb.8, 1-3).
"Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui" (Eb.9-24-24)
.

Ma l'obiezione che, a questo punto, un pertinace assertore della perversità satanica implicita nell'uso di un simbolo proprio del cerimoniale dell'Antica Alleanza da parte del Vicario di Cristo potrebbe avanzare è che, proprio come insegna la Lettera agli Ebrei, essendo il culto mosaico ombra e figura del sacrificio "perfetto" di Cristo esso avrebbe esaurito la sua simbolica valenza cristica proprio nel momento in cui veniva sacrificato sulla croce il vero 'agnello di Dio che porta su di se i peccati del mondo' e non solo degli israeliti; "Ed ecco che il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo" (Mt. 27, 51).

Tra l'altro -poichè Gesù di Nazaret appartiene alla tribù di Giuda e non a quella di Levi- l'autore sacro si compiace nel dimostrare che il sacerdozio di Gesù Cristo è di natura differente e superiore a quello di Aronne (e pertanto anche di Caifa!): Gesù è stato "proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek".
Misterioso Re ed insieme (evidentemente Sommo) Sacerdote della città che in futuro sarà Gerusalemme: "Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dalla sconfitta dei re e lo benedisse; a lui Abramo diede la decima di ogni cosa; anzitutto il suo nome tradotto significa re di giustizia; è inoltre anche re di Salem, cioè re di pace. Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno.
Considerate pertanto quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino." (Eb.7, 1-4)


Il Genesi dice che "Melchisedek offrì pane e vino", e pertanto Melchisedek sin dall'epoca apostolica è icona dell'offerta eucaristica della nuova ed eterna alleanza istituita da Gesù; come proclama lo stesso Canone Romano:"come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote.
Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina
".

Quindi usando indebitamente e dubdolamente le stesse parole dell'autore sacro: "Or dunque, se la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico - sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge - che bisogno c'era che sorgesse un altro sacerdote alla maniera di Melchìsedek, e non invece alla maniera di Aronne? Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della legge."
Quindi: se Papa Paolo VI, Vescovo di Roma e successore dell'Apostolo Pietro, "alla maniera di Melkisedek" è un sacerdote della "nuova ed eterna alleanza" perchè non trovò sconveniente abbigliarsi "alla maniera di Aronne"?

Si potrebbe rispondere gesuiticamente con un'altra domanda (Negli Esercizi Spirituali Sant'Ignazio nel sostenere che la prima apparizione del Risuscitato fu alla sua Madre Santissima ammonisce: "la Scrittura suppone che noi siamo intelligenti, come è scritto: Anche voi siete privi di comprendonio?").
Perchè allora -ribattiamo- se il nuovo ed eterno sacerdozio di Cristo "alla maniera di Melchisedec" non deriva assolutamente dal sacerdozio giudaico invece lo stesso autore della lettera agli Ebrei continuamente rappreasenta continuamente Gesù che misticamente agisce "alla maniera di Aronne"?

L'autore ispirato non sostiene che il sangue degli animali offerti in olocausto, ed i conseguenti riti espiatorii, non avessero efficacia che, invece: "se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo" (Ebr.9,13-14)

Ripetere che essi erano solo prefiguarzioni e profezie del "definitivo" sacrificio espiatorio di Cristo; contrapponendo il valore contingente del sacerdozio ebraico "alla maniera di Aronne" di contro al valore redentivo "eterno" del sacrificio della Croce; in realtà non coglie pienamente quelli che sono i due termini del paragone: non il sacerdozio ebraico contrapposto al sacerdozio di Gesù Cristo "alla maniera di Melkisedec" ma da una parte il sacerdozio levitico e dall'altra il sacerdozio cristiano!

Se i sacrifici espiatori dell'antico Israele avevano verace e reale valore santificante (come attesta l'autore della lettera agli Ebrei) questa "grazia santificante" derivava proprio dal loro essere profezia del sacrificio espiatorio di Cristo: "E ora, invece una volta sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso." (Ebr 9,26)
Il fatto che tali antichi riti dovessero essere ripetuti non toglie di per sè nulla alla loro efficacia propiziatrice altrimenti, se la ripetività dell'offerta sacrificale fosse indizio di aver a che fare con un sacrificio incompleto ed ad un culto non definitivo, allora si dovrebbe negare (come infatti fanno i protestanti!) la dottrina cattolica dull'Eucaristia: il rinnovarsi misticamente ed incruentemente della Morte in Croce di Gesù Cristo ad ogni Santa Messa.
Se giudichiamo i rituali dei sacerdoti del Tempio di Gerusalemme quali ombre e figure dell'eterno ed incomparabilmente unico sacerdozio di Cristo, quanto poi dovremmo giudicare inutile il sacerdozio cristiano poichè stridente con la dottrina del valore unico eterno (e perciò irripetibile) dell'atto espiatorio compiuto una volta per sempre in quel primo Venerdì Santo?

Che differenza allora tra i sacerdoti levitici ed i sacerdoti cattolici?
Ci risponde il Sacro Magistrero per mezzo del Caechismo:
"Il sacrificio redentore di Cristo è unico, compiuto una volta per tutte. Tuttavia è reso presente nel sacrificio eucaristico della Chiesa. Lo stesso vale per l'unico sacerdozio di Cristo: esso è reso presente dal sacerdozio ministeriale senza che venga diminuita l'unicità del sacerdozio di Cristo. « Infatti solo Cristo è il vero Sacerdote, mentre gli altri sono i suoi ministri ». (CCC n.1545)
"...il sacerdozio ministeriale [...] È uno dei mezzi con i quali Cristo continua a costruire e a guidare la sua Chiesa. Proprio per questo motivo viene trasmesso mediante un sacramento specifico, il sacramento dell'Ordine." (CCC n.1547)

Come si diceva in illo tempore , il sacerdote agisce "In Persona Christi". Il sacerdote ha ricevuto da Cristo stesso la vocazione e per mezzo della Chiesa l'autorità di partecipare al suo eterno sacerdozio. Un tempo le divote vegliarde insegnavano ai pargoli titubanti che quando il signor curato dice "Io ti assolvo dai tuoi peccati" in quel momento non è il signor curato a perdonarci ma è il buon Gesù stesso che parla. Il ministro ordinato esercita quindi, per la salvezza del popolo di Dio, la funzione che senza imbarazzo possiamo tranquillamente definire di "Vicario di Cristo", titolo di cui il Papa -quale Sommo Sacerdote del Cristianesimo- si fregia per antonomasia.

Il sacerdozio ministeriale con tutti i suoi riti e cerimonie sono perciò i "mezzi" escogitati dalla volontà divino-umana del Redentore, nell'ambito della "Economia della salvezza", per partecipare all'umanità l'infinito potere di santificazione scaturito dall'opera della redenzione.
Se pertanto nella "pienezza dei tempi" i sacerdoti cristiani operano la santificazione dei fedeli non per virtù propria ma "in persona Christi" analogamente dobbiamo dedurne che anche gli antichi sacerdoti israeliti, anche non ne avevano coscienza, agivano "in persona Christi", e perciò l'autore della lettera agli Ebrei presentare per analogia Cristo "in persona" di Aronne!
PARTE TERZA

Poichè -Oh mie sconfortati due lettori rimasti- il sacrificio espiatorio del Figlio di Dio fatto uomo ha un valore eterno giustificò anche i giusti vissuti prima dell'Incarnazione del Verbo poichè lo stesso e medesimo "Verbo della vita" che gli apostoli hanno "palpato" come dice San Giovanni è lo stesso "Verbo", la stessa "Parola" che Iddio rivolse ad Abramo ed ai patriarchi ed a Mosè ed ai profeti tutti. L'Ebreo Gesù di Nazaret è pertanto la stessa e medesima Sapienza che ha creato e governa l'universo! Per il cristianesimo nascente quindi ciò che aveva detto Iddio nell'antico Testamento non potevano essere in contraddizione con le parole di Gesù Cristo poichè colui che parlava nell'antico come nel nuovo Testamento è la stessa e medesima persona: "per mezzo di Lui tutte le cose sono state create e per noi uomini e per la nostra salvezza si è incarnato nel grembo della Vergine Maria e si è fatto uomo".
Non si comprenderebbe altrimenti come mai i Padri della Chiesa traevano sommo diletto spirituale nel commentare libri come il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio che altro non sono che interminabili elenchi di quei ritualismi e di quella precettistica tipicamente giudaici da cui Cristo Signore è venuto a liberare come dice san Paolo ai Galati: "Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità."

Ma come ammette san Paolo nella stessa lettera ai Galati:"la Legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo" e con questo atteggiamento i Padri della Chiesa leggevano la storia sacra cercando analogie e riverberi dei "misteri" della vita di Gesù e della Chiesa.

Ecco che, per rimanere nell'ambito del sacerdozio levitico, nell'immagine del Sommo Sacerdote Aronne che solo entra alla presenza di Dio si vide la profezia di Gesù Cristo: "Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1Timoteo 2,5). Il Sommo Sacerdote andava ad intercedere per il popolo avendo sulle spalle due pietre con incisi nomi delle dodici tribù di Israele, così come Gesù Cristo fu oppresso dal peso dei peccati dell'intero genere umano avendo sulle proprie spalle il patibolo della croce.

Nell'efod, poi, era simbolicamente riunivo strettamente popolo. Ponendo sul proprio cuore le dodici tribù di Israele il sommo sacerdote Aronne intercedendo per loro.
Il Pettorale di giustizia posto sul cuore di Aronne fu pertanto interpretato dagli antichi Dottori della Chiesa quale figura della della Chiesa scaturita dal costato di Cristo e della volontà di Cristo che la Chiesa fosse una ed i membri della Chiesa uniti fraternamente tra loto come ebbe accoratamente as pregare durante l'ultima Cena come enarra il Vangelo di Giovanni (Gv,17,21).
Nel Prologo l'evangelista proclama che Gesù è "la luce":
"Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio"
Il nome di Aronne significa proprio "Portatore di luce".

Tristitia Christi /6

Sive: "Pueri hebreorum portantes ramos olivarum..."

«Nella cittadina di Or Yehuda, in Israele, il vice-sindaco ha mandato gli allievi di una yeshiva a sequestrare nelle case Vangeli e testi di propaganda del gruppo Ebrei messianici, un piccolo gruppo ebraico, in tutto il paese meno di diecimila persone, che crede in Gesù Cristo e che è caratterizzato da un vivace proselitismo. Dopo il sequestro, i libri “sacrileghi” sono stati radunati in piazza e dati pubblicamente alle fiamme.

La notizia, rivelata dal quotidiano Maariv, ha creato emozione nel Paese. Ma anche tra chi ha condannato il rogo, si sono levate voci che chiedono di metter fine alla propaganda cristiana. Ma perchè preoccuparsi, in un paese libero e democratico come Israele, di un po’ di propaganda, a fin di qualche conversione?

Ma la cosa più grave è stata la modalità del fatto. Provate a pensare che qualcuno bussi alla vostra porta, chieda di vedere se avete in casa “libri sacrileghi”, e poi li sequestri per darli alle fiamme. Cose del genere sono accadute solo sotto i nazisti e nell’Iran dei Guardiani della Rivoluzione.

Nessuno di quei ragazzi, e certo non il vice-sindaco che li ha istigati, ha probabilmente mai sentito parlare di Heinrich Heine, il grande poeta ebreo tedesco, che diceva: “Si comincia con il bruciare i libri, si finisce con il rogo delle persone”. O forse, anche se lo hanno sentito, per loro è soltanto un ebreo “convertito”».
Anna Foa, storica

Brindisi per Benedetto XVI


Ovvero: Il successor del maggior Piero (Marini).

Dopo aver fedelmente scortato Benedetto XVI duarante il viaggio apostolico nalla "sua" Genova, monsignor Guido Marini "Maestro delle cerimonie liturgiche del Sommo Pontefice" è partito alla volta della Puglia: nelle giornate di lunedì 19 e martedì 20 maggio a Brindisi ha soggiornato una delegazione vaticana al fine di supervisionare i preparativi della visita pastorale di Benedetto XVI alle città di Santa Maria di Leuca e di Brindisi prevista per il sabato 14 e la domenica 15 giugno 2008.

La delegazione pontificia -una e trina- era formata dai cerimonieri pontifici, monsignor Enrico Viganò e monsignor Pier Enrico Stefanetti, capeggiati dal "Maestro" Guido Marini.
Essi hanno così familiarizzato con i luoghi in cui il sedici volte Benedetto dovrà pontificare e nella cattedrale brindisina hanno debitamente istruito i seminaristi del Seminario teologico regionale e quelli del Seminario minore arcivescovile di Brindisi, i quali saranno deputati al servizio all’altare durante il solenne pontificale.

Non di meno i cerimonieri hanno avuto premura di constatare le fasi di confezionamento dei paramenti liturgici che dovranno essere indossati da Benedetto XVI durante la Messa: il Ponfefice Massimo indosserà paramenti, ideati appositamente per la felice occasione, decorati con simboli che rimandano a Brindisi ed ai temi precipui di codesta visita pastorale.

Si è così rivelata priva di fondamento l'indiscrezione secondo cui in tale occasione il sedici volte Benedetto avrebbe potuto rivestirsi baroccamente della mitria e paramenti sacri- conservati nel museo diocesano della vicina Gravina- appartenuti al settecentesco omonimo papa pugliese e "servo di Dio" Benedetto XIII Orsini.

La nuova aveva prontamente trovato l'entusiastico avallo di monsignor Rocco Talucci vescovo di Brindisi che dichiarava: "Ovviamente, dovremo chiedere il nulla osta al maestro delle cerimonie liturgiche del Santo Padre, Monsignor Guido Marini, ma conoscendolo come uomo attento alla tradizione - basti pensare che con saggezza ha già riscoperto e fatto indossare al Papa paramenti liturgici che giacevano senza alcun senso nei vecchi armadi vaticani, -nutro buone speranze in una fumata bianca. Veda, il fatto che il Papa indossi la Mitria di Benedetto XIII darebbe un grande segnale di continuità con la gloriosa storia della Chiesa che molti, in questa epoca, vorrebbero cancellare. Sa cosa le dico? Parlerò e scriverò ufficialmente al Vescovo di Gravina in Puglia già in queste ore: l’idea che avete lanciato mi entusiasma, bravi!"
E invece: fumata nera.
La considerazione di mera convenienza estetica per cui per una celebrazione all'aperto i barocchi vestimenti pensati per essere indossati nella solennità di una basilica sarebbero apparsi decisamente "fuori luogo"? Forse il timore che tanto sfarzo avrebbe distratto e deviato l'attenzione mediatica dal messaggio spirituale. Monsignor Guido Marini, infatti, ha raccomandato ai "pretini" salentini di concentrarsi sulla preparazione spirituale oltre che tecnica affinché «venga trasmessa l’intensità dell’esperienza liturgica vissuta con il Papa».

lunedì, maggio 19, 2008

Rintrono papale

Sive: DEPOSUIT POTENTES DE SEDE ET EXALTAVIT HUMILES.



Sabato 17 Maggio 2008 vigilia della festa della Santissima ed individua Trinità, il sedici volte Benedetto, "ccioiosamente" regnante, ha compiuto una breve visita pastorale alla ligure cittàdina di Savona. Universalmente considerata come un insignificante prodromo alla ecclesiasticamente, politicamente e mediaticamente assai più rilevante visita pastorale di domenica 18 alla "superba" città di Genova ed al suo -anch'esso superbo- clero di formazione e di indole "siriana" di cui è paradigmatico esempio l' Eminentissimo Angelo Bagnasco, scelto da Benedetto XVI quale presidente della Conferenza Episcopale italiana.
Dell'arcivescovo Bagnasco è stato predecessore il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e di entrambi questi eminentissimi è stato segretario personale nonchè cerimoniere quel monsignor Guido Marini scelto oculatamente dal Pontefice Massimo del culto cristiano quale novello Maestro delle cerimonie pontificie!
La vespertina visita a Savona, pertanto, sarebbe "solo" un devozionale omaggio mariano al santuario diocesano di Nostra Signora di Misericordia Patrona di Savona, e uno stereotipato atto di cortesia alla città che diede i natali ai due rinascimentali papi "della Rovere" Sisto IV e Giulio II e che ai primi dell'Ottocento per tre anni ospitò, per volontà di Napoleone Bonaparte, l'esilio forzato di papa Pio VII Chiaramonti.

Accompagnato da un incombente diluvio, il successore di quel Pietro che gridò verso Gesù affinchè non lo lasciasse sprofondare nelle acque, ha omaggiato della rosa d'oro ed ha baciato quell'effige della Madre di Misericordia a cui, nei tristi anni della prigionia savonese, Pio VII con particolare devozione si rivolgeva invocandone la materna intercessione affinchè, nella sua infinita misericordia, Iddio si degnasse di salvare il Papato e la Chiesa Cattolica tutta dall'annichilimento cui stava soccombendo sotto la pressione di un potere dispotico imbevuto dell'ideologia giacobina.

Poi recatosi presso la cattedrale il pio successore del benedettimo Papa Chiaramonti, prima di visitarne le tre camere che ininterrottamente dal 17 agosto del 1809 fino al 9 giugno del 1812 ne sono state il carcere, ha presieduto la messa prefestiva della Solennità della Santissima Trinità davanti ad un mare ondeggiante di ombrelli, con cui i fedeli savonesi, radunati nella Piazza del Popolo, facevano scudo al flagello atmosferico.
Monsignor Vittorio Lupi, novello vescovo della diocesi di Savona-Noli, mentre il teutonico Pontefice indossati i sacri paramenti attendeva che principiasse la processione introitale, ha spiegato a Benedetto XVI che la grande cattedra lignea su cui poco dopo si sarebbe assiso due secoli prima era stata usata anche da Pio VII.
Il 'settanta volte sette' pio Benedetto ad un tale annunzio ha manifestato tutta la propria intima devozione esclamando "Ma io non ne sono degno!".
Poi, ha aggiunto, con spirituale compiacimento: "Ma credo che un'occasione come quella di oggi non capiterà più".

Il sedici volte Benedetto reggitore del soglio pontificio ha così accresciuto il numero delle cattedre, dei troni, dei tronetti e delle poltrone appartenuti ai propri antichi o recenti antecessori su cui ha avuto la "ccioia" di pontificare!

Per più fiate interrogato, monsignor Guido Marini ha spiegato che l'uso di paramenti e suppellettili sacre appartenute ai pontefici del passato ha lo scopo di significare la fede ecclesiale nella perenne continuità della successione apostolica.
Ma una tale pratica, di riflesso, ha anche un profondo effetto nella vita spirituale del regnante pontefice -come denota la commossa esternazione di Papa Ratzinger- che nel contatto con gli indumenti di tanti papi di santa memoria (indumenti che spesso sono vere e proprie "reliquie" di santi) trova spunto di meditazione spirituali e fulgidi exempla da imitare, come accadde al buon Papa Giovanni XXIII che nel dicembre 1958, scrivendo il proprio "Giornale dell'anima", confessava: "Io penso sem­pre a Pio IX di santa e gloriosa memoria; ed imitandolo nei suoi sacrifici, vorrei essere degno di celebrarne la canonizzazione".

La breve sosta savonese sulle orme dell'antico predecessore angustiato da un "tiranno" incensato dalla storia ufficiale è stata, pertanto: "Un pellegrinaggio che è anche memoria e omaggio al mio venerato predecessore Pio VII, la cui drammatica vicenda è indissolubilmente legata a questa città e al suo Santuario mariano.
A distanza di due secoli, vengo a rinnovare l’espressione della riconoscenza della Santa Sede e di tutta la Chiesa per la fede, l’amore ed il coraggio con cui i vostri concittadini sostennero il Papa nella sua residenza coatta, impostagli da Napoleone Bonaparte, in questa Città. Si conservano numerose testimonianze delle manifestazioni di solidarietà rese al Pontefice dai Savonesi, a volte anche con rischio personale. Sono vicende di cui i Savonesi oggi possono fare memoria con fierezza.
Come giustamente ha osservato il vostro Vescovo, quella pagina oscura della storia dell’Europa è diventata, per la forza dello Spirito Santo, ricca di grazie e di insegnamenti, anche per i nostri giorni. Essa ci insegna il coraggio nell’affrontare le sfide del mondo: materialismo, relativismo, laicismo, senza mai cedere a compromessi, disposti a pagare di persona pur di rimanere fedeli al Signore e alla sua Chiesa."

Così, quindi, come Pio IX e Leone XIII ormai orbi del potere temporale beatificavano e canonizzavano i papi "teocratici" e "crociati" del Medioevo; come Papa Pio XII beatificava Innocenzo XI, il papa della battaglia di Vienna dell'11 settembre 1683, assoldando così il seicenteco Papa Odescalchi nella pacelliana battaglia contro il comunismo e additando nell'Unione Sovietica "i nuovi turchi" che minacciano la cristianità; ecco perciò Benedetto XVI chiedere alla Chiesa del XXI secolo di avere il coraggio di trarre le conseguenze delle similitudini tra il giacobinismo e il relativismo:
"L’esempio di serena fermezza dato dal Papa Pio VII ci invita a conservare inalterata nelle prove la fiducia in Dio, consapevoli che Egli, se pur permette per la sua Chiesa momenti difficili, non la abbandona mai. La vicenda vissuta dal grande Pontefice nella vostra terra ci invita a confidare sempre nell’intercessione e nella materna assistenza di Maria Santissima."

E mentre Benedetto XVI vuol preparare i cristiani a star pronti a "combattere la buona battaglia" gli organizzatori dei suoi appuntamenti pubblici si sforzano di ideare gioconde coreografie ed orecchiabili cori da stadio.

Orbene: papa Ratzinger recandosi in Savona non ha solo voluto usare una diplomatica cortesia con quella cittadina che vanta arcaici e polverosi legami col pontificato romano ma, accettando pedissequamente il desiderio del vescovo locale ha ripercorso le orme di quel Pio VII di cui la Diocesi di Savona ha chiesto ed ottenuto di inoltrarne la causa di beatificazione, in deroga al diritto canonico (essendo Pio VII deceduto nel palazzo del Quirinale ed essendo sepolto in Vaticano).
In data quindici agosto 2007 con lettere del Cardinale Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi si annunziava a monsignor Domenico Calcagno, allora vescovo di Savona-Noli che: «Summus Pontifex Benedictus XVI declarat, ex parte Sanctae Sedis, nihil ostare quominus in Causa Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Pii VII Barnabae Gregorii Chiaramonti».
Si avverava così il desiderio di Monsignor Calcagno (nel 2008 chiamato in Vaticano nella Amministrazione dei beni della Sede Apostolica) antico discepolo del cardinale Giuseppe Siri che sin dal suo insediamento nel 2002 quale vescovo di Savona-Noli si prese a cuore di propagandare l'esempio santità di quel Papa Chiaramonti(che si oppose alla espropriazione dei beni della Sede Apostolica) -magistralmente interpretato da Paolo Stoppa nel film "Il Marchese del Grillo"- che di fronte all'attacco di un potere mondano che appariva umanamente invincibile oppose con umiltà e fermezza il suo: "Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo!"


Indipendentemente dai giudizi sulla santità di vita del "servo di Dio" Barnaba Chiaramonti (e dalla felice o meno conclusione dell'iter del processo canonico), sarebbe interessante valutare il perchè con tanti pontefici (di cui è stato già avviato il processo di santificazione) che posseggono tutte le caratteristiche dello strenuo difensore della sovranità, autonomia e libertà della Chiesa Cattolica (da Gregorio VII, a Pio IX), si sia voluto incoraggiare la canonizzazione di uno di quei pontefici che concordemente dagli storici viene giudicato "illuminato" e "progressista". Quindi, in caso di una eventuale sua elevazione agli altari, ci sarebbe un Papa finalmente che non darebbe adito a quelle moleste polemiche cui l'opinione pubblica viene sottoposta quando si tratta della santitificazione di molti altri santissimi pontefici (anche se - non sono profeta nè figlio di profeta- prevedo che l'incartamento della causa di beatificazione del benedettino Barnaba Chiaramonti andrà a giacere negletta nei secoli dei secoli in compagnia di quella del piissimo Benedetto XIII Orsini).

Vaticanisti in vacanza (della Sede Apostolica) /3

Ovvero: "SYRIANA"

Nell'articolo "La rivincita di Siri porta la firma di Benedetto" a firma del vaticanista Giacomo Galeazzi, sul quotidiano ‘La Stampa’ di lunedì 18 maggio 2008, a commento della visita pastorale del sedici volte Benedetto pontefice legittimamente regnante, si legge la seguente favola lefebrviana:

Secondo un sacerdote vietnamita, padre Khoat, Giuseppe Siri sarebbe stato legittimamente eletto Papa il 26 ottobre del 1958 nel Conclave successivo alla morte di Pio XII.
Le tesi di Khoat si basano sul fatto che, durante il Conclave del 1958, la sera del 26 ottobre, del fumo bianco si levò ininterrotamente per cinque minuti dal camino della Cappella Sistina, indicando che il nuovo Pontefidce era stato eletto, aveva accettato la nomina e aveva scelto il nome. Sempre secondo Khoat, Siri avrebbe assunto il nome di Gregorio XVII.
Quello stesso giorno, alle 18.00, la notizia venne annunciata con gioia dalla Radio Vaticana. Padre Pellegrino, speaker dell’emittente d’Oltretevere, disse: "Il fumo è bianco, non c'è alcun dubbio. Il Papa è stato eletto". Fu ordinato alle guardie svizzere di uscire dalla caserma e di prendere posizione per l'imminente apparizione del Papa alla loggia delle benedizioni.

Nonostante la folla in trepidante attesa in Piazza San Pietro, la finestra della loggia centrale della basilica non si aprì. Il principe Sigismondo Chigi, maresciallo del Conclave, telefonò allora al segretario del Conclave, monsignor Santoro, che era all'interno, per chiedergli in che modo dovesse essere interpretata la fumata. Santoro diede ordine al principe di notificare che "il fumo era bianco". Padre Pellegrino, mezz'ora dopo, ai microfoni della Radio Vaticana, commentò: "Non è possibile rimuovere l'impressione del fumo bianco in 300.000 persone, la causa dell'errore deve essere ricercata altrove". Alcuni minuti dopo la fumata divenne nera.

Secondo alcune indiscrezioni, Siri era stato eletto Papa al quarto ballottaggio del 26 ottobre, primo giorno di Conclave, elezione a cui seguì una violenta protesta da parte dei Cardinali riformatori, che si alzarono in piedi minacciando di voler costituire una Chiesa scismatica se l'elezione di Siri fosse stata annunciata pubblicamente. Siri, allora, avrebbe replicato: "Se non mi volete, eleggete un altro". Tale dichiarazione fu accolta come una volontà di abdicazione. Tuttavia, secondo il diritto canonico, l'abdicazione valida del Pontefice deve essere un atto libero. Di conseguenza, le dimissioni forzate dovrebbero essere considerate nulle.

La notizia dell'elevazione al papato di Siri, corredata da un'ampia documentazione, venne inserita in un dossier compilato dal Federal Bureau of Investigation il 10 aprile 1961, dossier rimasto segreto fino al 1994. Il primo a leggere quel dossier fu Paul Williams, ex consulente dell'FBI, che pubblicò un fascicolo intitolato "The Vatican Exposed", nel quale documentava di aver esaminato alcuni rapporti dell'FBI che confermavano la notizia secondo la quale l'intelligence USA era al corrente che Siri era stato eletto Papa il 26 ottobre 1958 e che aveva assunto il nome di Gregorio XVII. Secondo questo rapporto, Siri venne legittimamente eletto Papa, accettò la nomina e scelse il nome, ma i Cardinali dell'Europa dell'Est imposero a Siri di rinunciare al papato in quanto la sua elezione "avrebbe causato gravi disordini e l'assassinio di diversi vescovi dietro la Cortina di Ferro".

Der Papst "Cciofane" /5


"E’ bello essere giovani ed oggi tutti vogliono essere giovani, rimanere giovani, e si mascherano da giovani, anche se il tempo della giovinezza è passato, visibilmente passato.
E mi domando – ho riflettuto – perché è bello essere giovani? Perché il sogno della perenne giovinezza?

Mi sembra che ci siano due elementi determinanti. La gioventù ha ancora tutto il futuro davanti a sé, tutto è futuro, tempo di speranza. Il futuro è pieno di promesse.
Ad essere sinceri, dobbiamo dire che per molti il futuro è anche oscuro, pieno di minacce. Non si sa: troverò un posto di lavoro? troverò una casa? troverò l’amore? che sarà il mio vero futuro?
E davanti a queste minacce, il futuro può anche apparire come un grande vuoto. Perciò oggi, non pochi vogliono arrestare il tempo, per paura di un futuro nel vuoto. Vogliono subito consumare tutte le bellezze della vita. E così l’olio nella lampada è consumato, quando comincerebbe la vita.

Perciò è importante scegliere le vere promesse, che aprono al futuro, anche con rinunce. Chi ha scelto Dio, ancora nella vecchiaia ha un futuro senza fine e senza minacce davanti a sé.

Quindi, è importante scegliere bene, non distruggere il futuro. E la prima scelta fondamentale deve essere Dio, Dio rivelatosi nel Figlio Gesù Cristo, e nella luce di questa scelta, che ci offre allo stesso tempo una compagnia nel cammino, una compagnia affidabile che non mi lascia mai, nella luce di questa scelta si trovano i criteri per le altre scelte necessarie.

Essere giovane implica essere buono e generoso. E di nuovo la bontà in persona è Gesù Cristo.
Quel Gesù che voi conoscete o che il vostro cuore cerca. Lui è l’Amico che non tradisce mai, fedele fino al dono della vita in croce.
Arrendetevi al suo amore!


Come portate scritto sulle magliette preparate per questo incontro: “scioglietevi” davanti a Gesù, perché solo Lui può sciogliere le vostre ansie e i vostri timori e colmare le vostre attese. Egli ha dato la vita per noi, per ciascuno di noi.

Potrebbe mai tradire la vostra fiducia? Potrebbe Egli condurvi per sentieri sbagliati?
Le sue sono le vie della vita, quelle che portano ai pascoli dell’anima, anche se salgono verso l’alto e sono ardite.
E’ la vita spirituale che vi invito a coltivare, cari amici.
Gesù ha detto: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5).

Gesù non fa giri di parole, è chiaro e diretto.
Tutti lo comprendono e prendono posizione.
La vita dell’anima è incontro con Lui, Volto concreto di Dio; è preghiera silenziosa e perseverante, è vita sacramentale, è Vangelo meditato, è accompagnamento spirituale, è appartenenza cordiale alla Chiesa, alle vostre comunità ecclesiali.

Ma come si può amare, entrare in amicizia con chi non si conosce?

La conoscenza spinge all’amore e l’amore stimola la conoscenza. E’ così anche con Cristo. Per trovare l’amore con Cristo, per trovarlo realmente come compagno della nostra vita, dobbiamo innanzitutto conoscerlo. Come quei due discepoli che lo seguono dopo le parole del Battista e dicono in modo timido: “Rabbì, dove abiti?”, vogliono conoscerlo da vicino.

E’ lo stesso Gesù che, parlando con i discepoli, distingue: “Chi dice la gente chi io sia”, riferendosi a coloro che lo conoscono da lontano, per così dire, “di seconda mano”, e “Chi dite voi chi io sia?”, riferendosi a coloro che lo conoscono “di prima mano”, avendo vissuto con Lui, essendo entrati realmente nella sua vita personalissima fino ad essere testimoni della sua orazione, del suo dialogo con il Padre.
Così anche per noi è importante non ridurci semplicemente alla superficialità dei tanti che hanno sentito qualcosa di Lui - che era una grande personalità ecc. - ma entrare in una relazione personale per conoscerlo realmente. E questo esige la conoscenza della Scrittura, dei Vangeli soprattutto, dove il Signore parla con noi. Non sempre sono facili queste parole, ma entrando in esse, entrando in dialogo, bussando alla porta delle parole, dicendo al Signore “Aprimi”, troviamo realmente parole di vita eterna, parole vive per oggi, attuali come lo erano in quel momento e come lo saranno in futuro.

Questo colloquio con il Signore nella Scrittura deve essere sempre anche un colloquio non solo individuale, ma comunionale, nella grande comunione della Chiesa, dove Cristo è sempre presente, nella comunione della liturgia, dell’incontro personalissimo della Santa Eucaristia e del sacramento della Riconciliazione, dove il Signore dice a me “Ti perdono”.

E anche un cammino molto importante è aiutare i poveri bisognosi, avere tempo per l’altro.
Ci sono tante dimensioni per entrare nella conoscenza di Gesù. Naturalmente anche le vite dei Santi [...] che ci aiutano a trovare il vero volto di Gesù.

Solo così, conoscendo personalmente Gesù, possiamo anche comunicare questa nostra amicizia agli altri. Possiamo superare l’indifferenza. Perché anche se appare invincibile – in effetti, qualche volta l’indifferenza sembra che non abbia bisogno di un Dio - in realtà, tutti sanno che qualcosa manca nella loro vita.
Solo avendo scoperto Gesù, si rendono conto: “Era questo che aspettavo”. E noi, quanto più siamo realmente amici di Gesù, tanto più possiamo aprire il cuore anche agli altri, perchè anche loro diventino veramente giovani, avendo cioè davanti a sé un grande futuro.
[...]
Andate, carissimi giovani, negli ambienti di vita, nelle vostre parrocchie, nei quartieri più difficili, nelle strade!
Annunciate Cristo Signore, speranza del mondo.
Quanto più l’uomo si allontana da Dio, la sua Sorgente, tanto più smarrisce se stesso, la convivenza umana diventa difficile, e la società si sfalda.
State uniti tra voi, aiutatevi a vivere e a crescere nella fede e nella vita cristiana, per poter essere testimoni arditi del Signore.
State uniti, ma non rinchiusi.
Siate umili, ma non pavidi.
Siate semplici, ma non ingenui.
Siate pensosi, ma non complicati.
Entrate in dialogo con tutti, ma siate voi stessi.

Restate in comunione con i vostri Pastori: sono ministri del Vangelo, della divina Eucaristia, del perdono di Dio. Sono per voi padri e amici, compagni della vostra strada.
Voi avete bisogno di loro, e loro – noi tutti – abbiamo bisogno di voi.
Ciascuno di voi, cari giovani, se resta unito a Cristo e alla Chiesa può compiere grandi cose.
E’ questo l’augurio che vi lascio come una consegna."


BENEDICTUS PP XVI

venerdì, aprile 25, 2008

Tristitia Christi /5

"La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni.
E se lo volete accettare, egli è quell'Elia che deve venire.
Chi ha orecchi intenda!
Ma a chi paragonerò io questa generazione?
Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che gridano ai loro compagni e dicono:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
abbiamo cantato lamenti e non avete pianto."
(Mt XI, 13-17)



Ovvero: la solita "pizza" (ebraica)!

Lo avevo prennunciato di non essere profeta -nè figlio di profeta-; ed infatti con grande rammarico debbo constatare che, pur essendo giunto il tempo in cui oltre che in latino hanno imparato a leggere anche l'italiano, le autorità ebraiche hanno continuato, imperterrite, a dichiarare (contro ogni evidenza!) di non riscontrare nella "Preghiera per gli ebrei" del post-conciliare "Messale di Paolo VI" le medesime cause scatenanti di quei moti di tristezza, delusione, irritazione e protesta che invece sono stati provocati dalla lettura della corrispondente orazione latina del "Messale di san Pio V" non solo prima, ma anche dopo la revisione decretata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI in data 4 febbraio 2008.

La colpa di tanto malumore ed incomprensione di fronte al Motu Proprio del 7 luglio 2007 da parte degli ebrei (e protestanti ma anche da parte di tanti cattolici) deve essere imputata alla stessa Curia Vaticana che all'epoca di Papa Montini volle presentare ai non cattolici la riforma liturgica quale "icona" del più generale aggiornamento della Chiesa Cattolica. Ma questa forma di propaganda "ad extra" in realtà ha finito per plasmare "ad intra" gran parte della forma mentis del cattolicesimo post-conciliare per cui solo nel perenne riformismo, aggiornamento ed adattamento dei rituali liturgici si troverebbe la cartina di Tornasole della vitalità del Cattolicesimo stesso!

Di conseguenza, di fronte al'idealistica epopea delle liturgighe "magnifiche sorti e progressive", ecco che venendo al caso particolare del continuo "progresso" della preghiera "pro Judaeis - dalla dichiarazione Sacra Congregazione dei Riti del 16 agosto 1948, alla rifoma dei riti della Settimana Santa approvata definitivamente da Pio XII nel 1955, giungendo all'eliminazione dell'agettivo "perfidus" da parte di Giovanni XXIII nel 1959, al Messale "provvisorio" del 1965 in cui Paolo VI eliminava il "velamen" dagli occhi degli ebrei- fino alla riformulazione completa della "Preghiera per gli ebrei" del Nuovo Messale Romano approvato da Paolo VI nel 1969, appare perciò insensato, reazionario, se non addirittura foriero di sciagure, la riproposizione del Messale di San Pio V.
Per il rabbino Di Segni, vittima eccellente di tale pseudo-ermeneutica: "Si pone un problema serio di credibilità e affidabilità: se la Chiesa è stata capace di tornare indietro su questo punto, ciò può avvenire su qualsiasi cosa. E il passato non è certo un buon modello".

Misurare il progressismo o il conservatorismo del Magistro della Chiesa Cattolica dalla lunghezza del pizzo nelle vesti liturgiche, dall'altezza o meno delle mitre vescovili, dal fatto che un prete che celebra l'eucarestia guardando verso i fedeli sia l'immagine di una Chiesa aperta al mondo moderno mentre se celebra dando le spalle all'assemblea simboleggia una Chiesa reazionaria: è un'impostazine del tutto irreale, insensata e profondamente ignorante! Tale impostazione avrebbe più senso se si stesse giudicando una nuova realtà religiosa nata da uno scisma e che abbia voluto modificare la propria liturgia per sottolineare la propria peculiarità e differenza; eppure è proprio con un simile criterio che gli acattolici (ma anche i cattolici) hanno guarato alla "nuova" Chiesa uscita dal Vaticano II.
Le gerarchie cattoliche -e vaticane in primis- in questi quarantennali "ludi ecumenici" hanno tenuto una atteggiamento "reticente" (come direbbe Riccardo Di Segni) quando si è trattatodi di spiegare all'ecumenico interlocutore quali siano i limiti teologici invalicabili da qualsivoglia "aggiornamento" e qualsivoglia concilio ecumenico. Tale diplomatica "reticenza" che si è voluta erroneamente chiamare "ecumenismo" e "dialogo" ha dilagato nelle pubbliche allocuzioni dei sacri pastori -forse per il sincero desiderio di condividere "le gioie e le speranze di ogni uomo" o forse per calcolarto gattopardismo- finendo per "inpregnare" le menti del gregge con l'idea che ogni seppur vaga esortazione al "volemose bbene" sia più cristiana dell'esortazione di San Pietro che invita a "dare ragione della speranza che è in voi". Lo disse papale papale il cardinale Giacomo Biffi nell'aprile 2005 in faccia a tutto il Sacro Collegio schierato:
«Vorrei dire al futuro Papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i 'piccoli'».
«Qualche giorno fa ho ascoltato alla televisione una suora anziana e devota che così rispondeva all’intervistatore: 'Questo Papa, che è morto, è stato grande soprattutto perché ci ha insegnato che tutte le religioni sono uguali'. Non so se Giovanni Paolo II avrebbe molto gradito un elogio come questo».

«Infine vorrei segnalare al nuovo Papa la vicenda incredibile della Dominus Iesus: un documento esplicitamente condiviso e pubblicamente approvato da Giovanni Paolo II; un documento per il quale mi piace esprimere al cardinal Ratzinger la mia vibrante gratitudine. Che Gesù sia l’unico necessario Salvatore di tutti è una verità che in venti secoli – a partire dal discorso di Pietro dopo Pentecoste – non si era mai sentito la necessità di richiamare.
Questa verità è, per così dire, il grado minimo della fede; è la certezza primordiale, è tra i credenti il dato semplice e più essenziale. In duemila anni non è stata mai posta in dubbio, neppure durante la crisi ariana e neppure in occasione del deragliamento della Riforma.
L’averla dovuta ricordare ai nostri giorni ci dà la misura della gravità della situazione odierna.
Eppure questo documento, che richiama la certezza primordiale, più semplice, più essenziale, è stato contestato. È stato contestato a tutti i livelli: a tutti i livelli dell’azione pastorale, dell’insegnamento teologico, della gerarchia».


Così accade che quando la dottrina cattolica viene espressa con diplomatici giri di parole e circonvolute perifrasi non desta quelle protesta e quelle "preoccupazioni" che invece provoca subitanea la medesima dottrina cattolica quando (vedi la "Dominus Jesus") viene esposta con preposizioni brevi e linerai:
«sull'argomento della conversione degli ebrei c'era una certa reticenza, cioè non se ne parlava. Ma questo atteggiamento è stato interrotto bruscamente dalla nuova formula della preghiera per gli ebrei».
Così si angustia Riccardo di Segni!

Quel che sorpende, infatti, nelle allarmate lamentazioni del Rabbino Capo di Roma, e del collegio rabbinico italico tutto, di fronte ad una nuova orazione "pro Judaeis" per il "vecchio" rito di San Pio V è: non che la Chiesa abbia espresso apertis verbis la propria dottrina ma che lo abbia fatto con una terminologia giudicata meno "reticente" rispetto alla preghiera presente del Novus Ordo!

Speculare l'atteggiamento della Chiesa Valdese che all'inizio del Grande Giubileo del 2000 si rifiutò categoricamente di partecipare alla cerimonia ecumenica di apertura della Parta Santa della Basilica di San Paolo fuori le Mura per protestare contro una Chiesa Cattolica rea di non aver ancora fatte proprie la dottrina contro le indulgenze di Martin Lutero, mentre le "pretesse" e le "vescovesse" rappresentanti di ogni più stramba denominazione protestante varcavano piamente la Porta Santa della Basilica Ostiense.
Ora, essendo quella delle indulgenze dottrina costantemente insegnata dalla Chiesa cattolica, a ragion di logica, chi voglia protestare il proprio attacammento alle "tesi" di Lutero dovrebbe farlo non solo ad ogni venticinquennale apertura di Anno Santo ma dovrebbe rifiutarsi perennemente di partecipare ad ogni incontro ecumenico, poichè la così tanto detestabile dottrina romana delle indulgenze è in vigore perennemente e non solo ogni venticinque anni ma anzi: persino le preghiere per l'unità dei cristiani, come tutte le preghiere, sono indulgenziate!

Parimenti non si comprende come mai il rabbino Di Segni nel gennaio 2005, abbia rifiutato di partecipare all'atto commemorativo del quarantesimo della dichiarazione conciliare sulla "Nostra Aetate" a causa del fatto che il relatore vaticano era il Cardinale Jean-Marie Lustiger, un ebro convertito.
Ora, non si pensi che io sia eccessivamente "candido" da non capire il perchè per il rabbino Di Segni la scelta di un cardinale ebreo è parsa "inopportuna" e "preoccuante".
Vorrei solo poter avere risposta al seguente quesito: in che modo avrebbe influito negativamente sull'interpretazione del documento conciliare la presenza di un cardinale ebreo quando il testo della Nostra Aetate già a monte dichiara che per la Chiesa Cattolica: "Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata"?

La Nostra Aetate infatti non è un "concordato" - o meglio ancora un "trattato di non aggressione"- siglato tra la religione cattolica e la religione ebraica ma è un documento unilaterale della Chiesa Cattolica in cui si proclama infondata ed erratta l'accusa di "deicidio": la tesi teologica secondo cui tutti gli ebrei sono oggetto di punizioni e castighi da parte di Dio in quanto discendenti di quegli ebrei che non hanno riconosciuto in Gesù il Messia.
Ma per il fatto che agli ebrei contemporanei non può essere imputata nessuna colpa ( e pertanto nessuna punizione!) per la crocifissione di Gesù non significa certo che la Chiesa Cattolica, a seguito delle dichiarazioni conciliari contenute nella Nostra Aetate, debba rinunciare- o che perfino abbia per sempre rinunciato- ad insegnare che: "Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata"!

Non si può certo rimproverare da parte ebraica ad un singolo papa, ad un singolo cardinale, ad un singolo fedele cattolico di professare quella dottrina che però poi i medesimi ebrei non ritengono degna di biasimo quando la trovano formulata nella Preghiera per gli ebrei del "più ecumenico" Messale di Paolo VI:
“Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio Nostro che li scelse primi tra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza.

“Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione”.


Preghiera che, nonostante ciò che possa dire Di Segni, è, e rimane, una preghiera per la conversione degli ebrei. Esattamente come lo è anche la nuova versione approvata per l'antico rito (che non è una preghiera che inviti il singolo fedele cattolico ad insistere "opportune et importune" e fare pressioni di qualunque sorta; fosse anche utilizzare infidamente i dialoghi interreligiosi come "aggiornate" prediche coatte affinchè il singolo ebreo accetti il battesimo, come di voluto insinuare):
"Preghiamo per i Giudei, affinché Dio Nostro Signore illumini il loro cuore, affinché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti di gli uomini.”
“Onnipotente eterno Dio, che vuoi che tutti gli uomini siano salvi e giungano al riconoscimento della verità, concedi propizio che con l’ingresso della pienezza delle genti nella Tua Chiesa tutto Israele sia salvo.”


Anche la preghiera del Messale di Paolo VI è una preghiera in cui si chiede a Dio di convertire -perchè è Dio che solo ha il potere di converte!- tutto il popolo ebraico affinchè "possa giungere alla pienezza della Redenzione".
Ora, in cosa consista questa "pienezza" e di cosa trattavano "le promesse" fatte ad Abramo lo sappiamo benissimo sia io, sia Riccardo Di Segni sia Benedetto XVI, sia tutti gli ebrei e sia tutti i cristiani: l'avvento del Messia.

Perciò il rabbino Di Segni si duole di tanta mancanza di reticenza teologica e auspicherebbe che i cristiani pregassero affinchè gli ebrei possano giungere "alla pienezza della redenzione" ma solo al momento della fine dei tempi, cioè così come lo predisse Gesù a Caifa: "vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo".
Anche in quel caso, però, si tratterebbe della riproposizione della stessa e medesima dottrina cattolica sulla necessità salvifica, e per tutti gli uomini di tutti i tempi, della mediazione dell'Uomo-Dio Gesù (seppur contestualizzata in un futuro il più futuribile possibile) ma che, comunque, per nulla rassomiglierebbe a quella dottrina della "salvezza parallela" come l'ha vagheggiata Riccardo Di Segni:
"I cristiani dovrebbero arrivare ad ammettere che gli ebrei, in virtù della loro elezione originaria e irrevocabile, e del possesso e dell'osservanza della Torà, possiedono una loro via autonoma, piena e speciale verso la salvezza che non ha bisogno di Gesù. Non basta dire, come si è fatto proprio recentemente e con un lodevole sforzo di elaborazione dottrinale, che la nostra "attesa non è vana" perché serve a stimolare i cristiani; bisogna dire che noi valiamo in quanto tali e nessuno deve giustificare la nostra fede in funzione di altre."

Delle post-conciliari continue e reiterate manifestazioni cattoliche di rispetto e stima per l'ebraismo non rimane pertanto che l'irrazionale accusa ai cattolici ,che scaturisce dalla atavica paura per i battesimi "forzati", che il "dialogo" sia solo una scusa per arrivare alla "soluzione finale" con altri mezzi.

In data 10 aprile 2008 il cardinale Walter Kasper Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha risposto diplomaticamente al generale quanto immotivato stracciamento delle vesti rinnovando le solenni dichiarazioni di rispetto per l'Ebraismo, come sono enunciate nella Nostra Aetate:

"Diversamente dal testo del 1970, la nuova formulazione del testo del 1962 parla di Gesù come il Cristo e la Salvezza di tutti gli uomini, quindi anche degli ebrei. Molti hanno inteso questa affermazione come nuova e non amichevole nei confronti degli ebrei. Ma essa è fondata sull'insieme del Nuovo Testamento (cfr 1 Timoteo, 2, 4) e indica la differenza fondamentale, nota ovunque, che permane sia per i cristiani, sia per gli ebrei.
Anche se non se ne parla esplicitamente nella Nostra ætate, né nella preghiera del 1970, non si può estrapolare la Nostra ætate dal contesto di tutti gli altri documenti conciliari e nemmeno la preghiera del Venerdì Santo del Messale del 1970 dall'insieme della liturgia del Venerdì Santo che ha come oggetto appunto quella convinzione della fede cristiana. La nuova formulazione della preghiera del Venerdì Santo del Messale del 1962, quindi, non dice nulla di veramente nuovo, ma esprime soltanto ciò che già finora era presupposto come ovvio, ma evidentemente, in tanti dialoghi, non era stato tematizzato a sufficienza".

"La riformulata preghiera del Venerdì Santo esprime questa speranza in una preghiera di intercessione rivolta a Dio. Con questa preghiera la Chiesa ripete, in fondo, l'invocazione del Padre nostro "Venga il tuo regno" (Matteo, 6,10; Luca, 11,2) e l'acclamazione liturgica protocristiana "Maranà tha": Vieni, Signore Gesù, vieni presto (1 Corinzi, 16,22; Apocalisse, 22,20; Didachè, 10,6).
Tali preghiere per la venuta del Regno di Dio e per la realizzazione del mistero della salvezza, secondo la loro natura, non sono un appello rivolto alla Chiesa a compiere un'azione missionaria verso gli ebrei. Anzi, esse rispettano tutta la profondità abissale del "Deus absconditus", della Sua elezione per grazia, dell'indurimento, come della Sua misericordia infinita.
Con la sua preghiera la Chiesa, dunque, non assume la regia della realizzazione del mistero imperscrutabile. Non lo può affatto."

Conclude il Cardinal Kasper:
"Un dialogo sincero tra ebrei e cristiani, infatti, è possibile solo, da un lato, sulla base della comunanza nella fede nell'unico Dio, Creatore del cielo e della terra, e nelle promesse fatte ad Abramo e ai Padri, e, dall'altro, nella consapevolezza e nel rispetto della differenza fondamentale che consiste nella fede in Gesù quale Cristo e Redentore di tutti gli uomini."

Va notato che, nella sua millenaria sapienza, la Santa Sede, per mezzo dell'eminentissimo Kasper, ha risposto alle lamentazioni rabbiniche solo dopo la celebrazione del Triduo Pasquale ,come a voler comprovare con la prova dei fatti che la proclamazione della nuova-vecchia orazione in nulla aveva incrinato i rapporti amichevoli dei cattolici nei confronti degli ebrei.

Basterà? Mi sovviene alla mente quella domanda di Gesù:
“Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?”.
Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia che tu, che sei uomo, ti fai Dio”.(Gv X, 32-33)

giovedì, aprile 24, 2008

domenica, aprile 20, 2008

Der Papst "Cciofane" /4


Ovvero: "About a Boy"

"I miei anni da teenager sono stati rovinati da un regime infausto che pensava di possedere tutte le risposte; il suo influsso crebbe – penetrando nelle scuole e negli organismi civili come anche nella politica e addirittura nella religione – prima di essere pienamente riconosciuto per quel mostro che era. Esso mise Dio al bando, e così diventò inaccessibile per tutto ciò che era vero e buono.

Molti dei vostri genitori e nonni vi avranno raccontato l’orrore della distruzione che seguì. Alcuni di loro, infatti, vennero in America proprio per sfuggire a tale terrore.
Ringraziamo Dio, perchè oggi molti della vostra generazione sono in grado di godere le libertà che sono emerse grazie alla diffusione della democrazia e del rispetto dei diritti umani.
Ringraziamo Dio per tutti coloro che si battono per assicurare che voi possiate crescere in un ambiente che coltiva ciò che è bello, buono e vero: i vostri genitori e nonni, i vostri insegnanti e sacerdoti, quelle autorità civili che cercano ciò che è retto e giusto. Il potere distruttivo, tuttavia, rimane. Sostenere il contrario significherebbe ingannare se stessi. "
["Discoso ai giovani cattolici americani"; Seminario di Saint Joseph, Yonkers, New York; Sabato, 19 aprile 2008]

Si è detto di Benedetto XVI che abbia voluto presentarsi agli statunitensi come un papa "tocquevilliano"; dal suo discorso alla Casa Bianca ma ancor più dal breve inciso autobiografico del discorso ai giovani cattolici newyorkesi, appare tutto il rispetto e l'ammirazione per quella "giovane" America che con la forza della fede nel valore trascendente della dignità dell'essere umano (e del riconoscimento del diritto alla libertà e alla felicità!) salvò l'Europa -ed ancor più la ormai tetra Germania- dalla lucida follia nazista.

Sin dall'epoca dei Padri Pellegrini durante le guerre di religione in Europa, così come per gli ebrei europei durante la seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti si sono configurati come uno spazio di libertà, uno spazio "pubblico" in cui veniva riconosciuto a tutti e a ciascuno il proprio inalienabile diritto "naturale" alla libertà. Di contro nella "Vecchia Europa" si era affermata la dottrina hegeliana -che la Chiesa Cattolica prontamente anatenizzò!- secondo cui invece la persona umana non ha valore "in sè" ma "tutto ciò che l'uomo è, lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza" (Hegel); pertanto: "Lo Stato, come quello che è origine e fonte di tutti i diritti, gode un certo suo diritto del tutto illimitato" (Syllabo, proposizione XXXIX). "Filosofia del Diritto" che è stata madre dell'ideologia del Reich nazista e del socialismo reale sovietico.

Dal punto di vista esistenziale per l'ex giovane tedesco scampato alla follia del totalitarismo hitleriano la democrazia non è un valore di per sè ma è il campo in cui viene riconosciuta, proclasmata, e difesa, la libertà dell'essere umano. E' prima di tutto difesa della libertà "dello spirito" umano che, in ultima istanza, è la libertà di ricercare "la verità" stessa. Verità la quale, come la libertà, precede ogni positivo "contratto sociale", fosse anche stabilito in nome di una divina rivelazione!
Il "senso religioso" innato dell'uomo, pertanto, precede qualsiasi religione "rivelata"; la riflessione su ciò che deve essere considerato vero, buono e giusto sono presenti nell'intimo di ogni uomo e presso tutti i popoli; e poichè in in tutte le culture umane l'uomo ha manifestato l'anelito ad una perfezione morale e spirituale "La medesima Santa Madre Chiesa professa ed insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza al lume naturale della ragione umana attraverso le cose create; infatti, le cose invisibili di Lui vengono conosciute dall'intelligenza della creatura umana attraverso le cose che furono fatte"("Dei Filius"; Concilio Vaticano, 1870).
Non stupisca, infatti, che il famigerato discorso di Ratisbona, in cui (da buon bavarese controriformato) "der professor" Ratzinger accusava la riforma luterana di aver -assolutizzando il principio del "Sola Scriptura"- mortificato la dignità della umana Ragione, sia stato considerato un attacco alla umma islamica.

CASTRUM DOLORIS, XIV


"American Gothic"

Ovvero: Epitome della "edificante" omelia pronunziata in anglico idioma dal sedici volte Benedetto -sabato 19 aprile 2008- durante "the celebration of the Holy Sacrifice of the Mass" nella neoeboracense neogotica Saint Patrick's Cathedral:

"Sono particolarmente lieto che ci siamo radunati nella Cattedrale di san Patrizio. Forse più di ogni altra chiesa negli Stati Uniti, questo luogo è conosciuto ed amato come “una casa di preghiera per tutti i popoli” (cfr Is 56,7; Mc 11,17).

Ogni giorno migliaia di uomini, donne e bambini entrano per le sue porte e trovano la pace dentro le sue mura. L’Arcivescovo John Hughes che – come ci ha ricordato il Cardinale Egan – è stato il promotore della costruzione di questo venerabile edificio, volle erigerlo in puro stile gotico. Voleva che questa cattedrale ricordasse alla giovane Chiesa in America la grande tradizione spirituale di cui era erede, e che la ispirasse a portare il meglio di tale patrimonio nella edificazione del Corpo di Cristo in questo Paese.

Vorrei richiamare la vostra attenzione su alcuni aspetti di questa bellissima struttura, che mi sembra possa servire come punto di partenza per una riflessione sulle nostre vocazioni particolari all’interno dell’unità del Corpo mistico.

Il primo aspetto riguarda le finestre con vetrate istoriate che inondano l’ambiente interno di una luce mistica. Viste da fuori, tali finestre appaiono scure, pesanti, addirittura tetre. Ma quando si entra nella chiesa, esse all’improvviso prendono vita; riflettendo la luce che le attraversa rivelano tutto il loro splendore.

Molti scrittori – qui in America possiamo pensare a Nathaniel Hawthorne – hanno usato l’immagine dei vetri istoriati per illustrare il mistero della Chiesa stessa.

È solo dal di dentro, dall’esperienza di fede e di vita ecclesiale che vediamo la Chiesa così come è veramente: inondata di grazia, splendente di bellezza, adorna dei molteplici doni dello Spirito. Ne consegue che noi, che viviamo la vita di grazia nella comunione della Chiesa, siamo chiamati ad attrarre dentro questo mistero di luce tutta la gente.

Non è un compito facile in un mondo che può essere incline a guardare la Chiesa, come quelle finestre istoriate, “dal di fuori”: un mondo che sente profondamente un bisogno di spiritualità, ma trova difficile “entrare nel” mistero della Chiesa.

Anche per qualcuno di noi all’interno, la luce della fede può essere attenuata dalla routine e lo splendore della Chiesa essere offuscato dai peccati e dalle debolezze dei suoi membri. L’offuscamento può derivare anche dagli ostacoli incontrati in una società che a volte sembra aver dimenticato Dio ed irritarsi di fronte alle richieste più elementari della morale cristiana."
[...]
"Ciò mi conduce ad un'altra riflessione sull’architettura di questa chiesa. Come tutte le cattedrali gotiche, essa è una struttura molto complessa, le cui proporzioni precise ed armoniose simboleggiano l’unità della creazione di Dio. Gli artisti medievali spesso rappresentavano Cristo, la Parola creatrice di Dio, come un “geometra” celeste, col compasso in mano, che ordina il cosmo con infinita sapienza e determinazione.

Una simile immagine non ci fa forse venire in mente il nostro bisogno di vedere tutte le cose con gli occhi della fede, per poterle in questo modo comprendere nella loro prospettiva più vera, nell’unità del piano eterno di Dio? Ciò richiede, come sappiamo, una continua conversione e l’impegno di “rinnovarci nello spirito della nostra mente” (cfr Ef 4,23), per acquistare una mentalità nuova e spirituale.

Esige anche lo sviluppo di quelle virtù che mettono ciascuno di noi in grado di crescere in santità e di portare frutti spirituali nel proprio stato di vita. Non è forse questa costante conversione “intellettuale” altrettanto necessaria quanto la conversione “morale” per la nostra crescita nella fede, per il nostro discernimento dei segni dei tempi e per il nostro contributo personale alla vita e la missione della Chiesa?

Una delle grandi delusioni che seguirono il Concilio Vaticano II, con la sua esortazione ad un più grande impegno nella missione della Chiesa per il mondo, penso, sia stata per tutti noi l’esperienza di divisione tra gruppi diversi, generazioni diverse e membri diversi della stessa famiglia religiosa. Possiamo andare avanti solo se insieme fissiamo il nostro sguardo su Cristo!

Nella luce della fede scopriremo allora la sapienza e la forza necessarie per aprirci verso punti di vista che eventualmente non coincidono del tutto con le nostre idee o i nostri presupposti. Così possiamo valutare i punti di vista di altri, siano essi più giovani o più anziani di noi, e infine ascoltare “ciò che lo Spirito dice” a noi ed alla Chiesa (cfr Ap 2, 7). In questo modo ci muoveremo insieme verso quel vero rinnovamento spirituale che voleva il Concilio..."

"Cari amici, queste considerazioni mi conducono ad un’ultima osservazione riguardo a questa grande cattedrale in cui ci troviamo.
L’unità di una cattedrale gotica, lo sappiamo, non è l’unità statica di un tempio classico, ma un’unità nata dalla tensione dinamica di forze diverse che spingono l’architettura in alto, orientandola verso il cielo. Anche qui possiamo vedere un simbolo dell’unità della Chiesa che è unità – come san Paolo ci ha detto – di un corpo vivo composto da molte membra diverse, ognuno con il proprio ruolo e la propria determinazione. Anche qui vediamo la necessità di riconoscere e rispettare i doni di ogni singolo membro del corpo come “manifestazioni dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12,7). Certo, nella struttura della Chiesa voluta da Dio occorre distinguere tra i doni gerarchici e quelli carismatici (cfr Lumen gentium, 4). Ma proprio la varietà e la ricchezza delle grazie concesse dallo Spirito ci invitano costantemente a discernere come questi doni debbano essere inseriti in modo giusto nel servizio della missione della Chiesa. Voi, cari sacerdoti, mediante l’ordinazione sacramentale siete stati conformati a Cristo, Capo del Corpo. Voi, cari diaconi, siete stati ordinati per il servizio di questo Corpo. Voi, cari religiosi e religiose, sia contemplativi che dediti all’apostolato, avete consacrato la vostra vita alla sequela del Maestro divino nell’amore generoso e nella piena fedeltà al suo Vangelo.

Tutti voi che oggi riempite questa cattedrale, così come i vostri fratelli e sorelle anziani, malati o in pensione che uniscono le loro preghiere e i loro sacrifici al vostro lavoro, siete chiamati ad essere forze di unità all’interno del Corpo di Cristo. Mediante la vostra testimonianza personale e la vostra fedeltà al ministero o all’apostolato a voi affidato preparate la via allo Spirito. Poiché lo Spirito non cessa mai di effondere i suoi doni abbondanti, suscitare nuove vocazioni e nuove missioni e di guidare la Chiesa – come il Signore ha promesso nel brano evangelico di stamattina – alla verità tutta intera (cfr Gv 16, 13).

Volgiamo dunque il nostro sguardo in alto! E con grande umiltà e fiducia chiediamo allo Spirito di metterci in grado ogni giorno di crescere nella santità che ci renderà pietre vive nel tempio che Egli sta innalzando proprio adesso in mezzo al mondo."

"Le punte delle torri della cattedrale di san Patrizio vengono di gran lunga superate dai grattacieli del profilo di Manhattan; tuttavia, nel cuore di questa metropoli indaffarata esse sono un segno vivo che ricorda la costante nostalgia dello spirito umano di elevarsi verso Dio..."


[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]

sabato, aprile 19, 2008

CASTRUM DOLORIS, XIII

Sive: "DE DELICTIS GRAVIORIBUS"


"Benedetto XVI non si è limitato a parlare del tema drammatico degli abusi sessuali compiuti da sacerdoti, ma ha anche voluto compiere un gesto significativo da molti atteso ma pur sempre difficile e delicato: incontrare personalmente alcune delle vittime.
Giovedì pomeriggio [17 aprile 2008, ndr], infatti, prima di lasciare la nunziatura per gli altri incontri previsti dal programma ufficiale, il Papa si è recato nella cappella dove si trovava ad attenderlo un piccolo gruppo di persone, vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero, accompagnato dal cardinale arcivescovo di Boston, Sean Patrick O'Malley, da un sacerdote e una signora responsabili delle attività di cura spirituale e psicologica per tali situazioni nell'arcidiocesi.

L'incontro, molto semplice, è iniziato alle 16.15 ed è stato introdotto da un momento di preghiera comune guidato dall'arcivescovo che ha poi brevemente spiegato il significato spirituale dell'incontro.

Le parole del Papa, ispirate non solo al profondo dolore per i fatti avvenuti, ma anche all'incoraggiamento e alla speranza, hanno creato un clima di grande confidenza spirituale così che i singoli presenti si sono poi avvicinati a lui, a uno a uno, esprimendogli i loro racconti, i loro sentimenti, la loro gratitudine per la sua comprensione e anche la ritrovata fiducia di unirsi spiritualmente con lui e con la Chiesa.
Per ognuno Benedetto XVI ha trovato una parola di conforto, tenendo strette le mani dei suoi interlocutori, assicurando le sue preghiere per le loro intenzioni, per le loro famiglie e per tutte le vittime di abusi sessuali. Infine la benedizione.
Il cardinale O'Malley ha anche voluto consegnare al Pontefice un libro contenente i nomi di circa 1.500 persone (i nomi soli, non accompagnati dal cognome), vittime di abusi sessuali nel corso dei decenni passati perché li ricordasse nella sua preghiera.
Poco più di venti minuti di commozione intensissima per tutti i presenti. Ma un lungo passo nel cammino di risanamento spirituale e di purificazione della Chiesa.

Dalla pagina del dolore e della vergogna si passa così alla pagina della speranza. La Chiesa in America e tutta la Chiesa saranno molto grate al Papa di questo suo aiuto così determinato e spiritualmente efficace [...] Benedetto XVI ha anche voluto fare questo gesto che, attraverso le poche persone fisicamente presenti, in realtà ne ha raggiunte moltissime proprio con un messaggio concreto di speranza cristiana, secondo il tema di questo viaggio: Cristo è la nostra speranza."

[Dall'articolo di padre Federico Lombardi SJ:
"Le mani nelle mani;Il Papa incontra le vittime di abusi sessuali";
©L'Osservatore Romano di sabato 19 aprile 2008]

venerdì, aprile 18, 2008

Dictatus Papae, II

Ovvero: "Solo il Romano Pontefice può essere giustamente chiamato universale."


"Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dall’uomo.

Se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali.

L’azione della comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dell’ordine internazionale, non deve mai essere interpretata come un’imposizione indesiderata e una limitazione di sovranità. Al contrario, è l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale. Ciò di cui vi è bisogno e una ricerca più profonda di modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione.

Il principio della "responsabilità di proteggere" era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati: nel tempo in cui il concetto di Stati nazionali sovrani si stava sviluppando, il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli. Ora, come allora, tale principio deve invocare l’idea della persona quale immagine del Creatore, il desiderio di una assoluta ed essenziale libertà.

La fondazione delle Nazioni Unite, come sappiamo, coincise con il profondo sdegno sperimentato dall’umanità quando fu abbandonato il riferimento al significato della trascendenza e della ragione naturale, e conseguentemente furono gravemente violate la libertà e la dignità dell’uomo.
Quando ciò accade, sono minacciati i fondamenti oggettivi dei valori che ispirano e governano l’ordine internazionale e sono minati alla base quei principi cogenti ed inviolabili formulati e consolidati dalle Nazioni Unite.
Quando si è di fronte a nuove ed insistenti sfide, è un errore ritornare indietro ad un approccio pragmatico, limitato a determinare "un terreno comune", minimale nei contenuti e debole nei suoi effetti.

Il riferimento all’umana dignità, che è il fondamento e l’obiettivo della responsabilità di proteggere, ci porta al tema sul quale siamo invitati a concentrarci quest’anno, che segna il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Il documento fu il risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la persona umana essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza.

I diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti umani servono tutte quali garanzie per la salvaguardia della dignità umana. È evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l’interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti.
Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.

La vita della comunità, a livello sia interno che internazionale, mostra chiaramente come il rispetto dei diritti e le garanzie che ne conseguono siano misure del bene comune che servono a valutare il rapporto fra giustizia ed ingiustizia, sviluppo e povertà, sicurezza e conflitto.
La promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza. Certo, le vittime degli stenti e della disperazione, la cui dignità umana viene violata impunemente, divengono facile preda del richiamo alla violenza e possono diventare in prima persona violatrici della pace. Tuttavia il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con l’applicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti.

Il merito della Dichiarazione Universale è di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Oggi però occorre raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne l’intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari.
La Dichiarazione fu adottata come "comune concezione da perseguire" (preambolo) e non può essere applicata per parti staccate, secondo tendenze o scelte selettive che corrono semplicemente il rischio di contraddire l’unità della persona umana e perciò l’indivisibilità dei diritti umani.

L’esperienza ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia quando l’insistenza sui diritti umani li fa apparire come l’esclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere. Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al contrario, la Dichiarazione Universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante delle proclamazioni internazionali. Tale aspetto viene spesso disatteso quando si tenta di privare i diritti della loro vera funzione in nome di una gretta prospettiva utilitaristica. Dato che i diritti e i conseguenti doveri seguono naturalmente dall’interazione umana, è facile dimenticare che essi sono il frutto di un comune senso della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà fra i membri della società e perciò validi per tutti i tempi e per tutti i popoli. Questa intuizione fu espressa sin dal quinto secolo da Agostino di Ippona, uno dei maestri della nostra eredità intellettuale, il quale ebbe a dire riguardo al "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te" che tale massima "non può in alcun modo variare a seconda delle diverse comprensioni presenti nel mondo" (De doctrina christiana, III, 14).
Perciò, i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori."
Benedictus Papa XVI

["Discorso ai membri all’Assemblea Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite"; New York, venerdì 18 aprile 2008, ]