venerdì, ottobre 24, 2008

Non è bene che un profeta muoia fuori da Gerusalemme /3

Isaac Herzog Ministro per gli Affari Sociali del Governo israeliano, che ha anche l’incarico dei rapporti con le comunità cristiane, in un'intervista rilasciata al quotidiano Haaretz ha bollato come «inaccettabile» l’intenzione della Santa Sede di procedere alla ratifica del decreto sulle virtù eroiche esercitate dal Servo di Dio Eugenio Pacelli: «Durante il periodo dell’Olocausto – ha detto Herzog – il Vaticano sapeva molto bene quello che stava accadendo in Europa». E «Non c’è ancora nessuna prova di alcun provvedimento preso dal Papa, come avrebbe dovuto suggerire la statura della Santa Sede. Il tentativo di canonizzarlo è uno sfruttamento dell’oblio e una mancanza di consapevolezza. Invece di agire in base al versetto biblico “Non coopererai alla morte del tuo prossimo”, il Papa è rimasto silenzioso e forse ha fatto anche di peggio».

Isaac Herzog è il figlio di Chaim Herzog che fu Presidente della Repubblica di Israele dal 1983 al 1993, nonchè omonimo nipote di Isaac HaLevi Herzog che fu Gran rabbino ashkenazita di Gerusalemme il quale, omonimo nonno, il 9 ottobre 1958, in morte di Papa Pacelli, ebbe a dichiarare:
«La morte di Pio XII è una grave perdita per tutto il mondo libero.
I cattolici non sono i soli a deplorarne il decesso».

1 commento:

Duque de Gandia ha detto...

"Pio XII nell'inverno del terrore"


Ovvero: estratto della recensione di ARRIVO LEVI al libro di Andrea Riccardi sul biennio dell'occupazione nazista dell'Urbe:

"...Gli ebrei romani catturati, quasi tutti morti nei lager, furono fra i due e i tremila. Quelli che sopravvissero nella città furono fra i dieci e i dodicimila, di cui più di 4 mila ospitati nei conventi e sedi ecclesiastiche. Vale per Roma, forse anche in maggior misura, ciò che vale per il resto d'Italia, il fatto cioè che i sacerdoti d’ogni rango e tutto il mondo cattolico ebbero una parte preponderante per la salvezza degli ebrei italiani: «Il rifugio nei conventi e nelle case religiose, l’aiuto dei parroci nei piccoli centri, la disponibilità e il soccorso prestato da esponenti o iscritti ad Azione Cattolica fu di tale proporzione da assumere un aspetto corale» (cito da uno scritto di Liliana Picciotto, forse la maggiore studiosa della materia).

Quanto alla questione Pio XII, alcuni fatti sono evidenti e indiscutibili.
Il primo è il silenzio del Papa: Pio XII non denunciò pubblicamente la razzia del ghetto, o la strage delle Fosse Ardeatine, o la sconfinata tragedia della Shoah.
Il secondo è che la Santa Sede compì ripetuti passi diplomatici, fidandosi, a torto, dell’ambasciatore tedesco, minacciando una protesta pubblica del Papa se la deportazione fosse continuata.
Il terzo è che non solo a Roma ma in tutta Italia l’apertura dei conventi e l'organizzazione del salvataggio degli Ebrei e di altri perseguitati da parte del clero ebbe dimensioni tali da rendere certo, anche per molte testimonianze, che il Papa avesse dato il proprio assenso (anche se non per iscritto: sarebbe stato follia) a questa azione corale.

Posso aggiungere che nei primi tempi dopo la fine della guerra le espressioni di gratitudine di Ebrei alla Chiesa e al Papa furono numerosissime.
A noi Levi parve importante che due mie zie si fossero salvate a Modena rifugiandosi al Convento del Buon Pastore, e che un altro zio fosse stato accolto col figlio in Vaticano (o al Laterano: dove si rifugiarono, protetti dalla extraterritorialità della sede del vescovo di Roma, non solo ebrei ma l’intero Cln centrale, con Nenni, Saragat, Ivanoe Bonomi, De Gasperi, Meuccio Ruini e altri ancora: gli ospiti del Laterano furono in totale più di 40 mila). Certo che il Papa sapeva! Tacque sulla Shoah, per prudenza, nel timore del peggio.

Fossi cattolico, potrei anche dolermi che Pio XII, andando con la croce in mano nella sua bianca veste al ghetto il giorno della razzia, non abbia dato alla Chiesa una schiera gloriosa di martiri. Come ebreo, mi associo a Toaff nella lode della «grande compassionevole bontà del Papa durante gli infelici anni della persecuzione», e giustifico il suo silenzio, senza il quale molte altre migliaia di ebrei sarebbero finiti nei forni crematori.

Questa divagazione non mi lascia spazio per dare un più giusto ed ampio resoconto del bellissimo e tremendo affresco che Riccardi, storico e cronista, ci offre dell’inverno del terrore a Roma, come dell'esultanza del popolo romano, e della indubbia gratitudine al Papa di cattolici ed ebrei, nei giorni della liberazione.

Forse la storia, per essere veridica, deve davvero essere raccontata con gli occhi del cronista contemporaneo, non con quelli di uno storico in ritardo sui fatti di qualche decennio."

© Copyright La Stampa, 26 ottobre 2008