lunedì, gennaio 23, 2006

La prima enciclica di Romano Prodi



Ovvero: Francesco Agnoli, sul Foglio del 19 gennaio 2006, recensisce “INSIEME”: "un libro per cattolici(di quelli molto clericali)"

"Ai cattolici che sanno quanto sia difficile essere coerenti, rispetto a un modello come quello di Cristo, dovrebbe piacere la figura di san Tommaso Moro, il cancelliere di Enrico VIII. La sua vita non sembra certo brillare per coerenza.
Un suo celebre libello, l’Utopia, è infatti esempio eminente del tentativo dell’uomo di emanciparsi da Dio(...)Eppure Tommaso era, nella sua vita morale, e nella sua attività di magistrato, un uomo retto e sincero: per questo, di fronte a una scelta obbligata, fra il tradire la propria fede e la condanna a morte, rifiutò ogni compromesso. Per lui il bene aveva un’attrattiva tale da spingerlo a sacrificare, per esso, la vita, gli onori, l’amicizia con un re potente, che in fondo si sarebbe limitato a violare il sacramento del matrimonio in un solo caso, il suo.
Oggi ai politici cattolici, di cui Tommaso dovrebbe essere il protettore, nessuno osa chiedere più gesti simili. Del resto non ne sono capaci, se è vero che si firmò, da parte cattolica, una legge che si riteneva iniqua, solo per non perdere un governicchio, di quegli anni, poi, quando tutto durava lo spazio di un mattino.

Queste e altre riflessioni mi sovvengono leggendo il libro di Romano Prodi e di sua moglie, Flavia, intitolato, molto romanticamente, “Insieme” (San Paolo).
Si tratta di un testo fresco fresco, pre-elettorale, stampato ad hoc per un pubblico di cattolici. Nessuno infatti, che non avesse una fede di ferro, potrebbe leggerlo, senza provare crisi di rigetto anticlericale: è tutto un inno alla “assidua frequenza religiosa” dei protagonisti, alle loro vacanze familiari, organizzate come un “campo scuola”, con cappella e messa quotidiana; tutto un brulicare di don Ciotti e don Ruini, don Dossetti e don Milani, più il Concilio e i pellegrinaggi a Santiago (da san Giacomo, quello che chiede opere e non parole).
Poi, per cambiare, appaiono i figli della coppia esemplare, esemplari anch’essi come “educatori e catechisti”, e volontari, con i loro matrimoni con “liturgie curate nei canti e nelle letture insieme agli amici”, e tanto altro ancora.
Dopo un po’ di economia, ci sono un intero capitolo intitolato “Parrocchia e dintorni”, e un paragrafo dedicato agli “incontri con Giovanni Paolo II” (il tema è bissato più avanti)… si giunge così, faticosamente, al penultimo capitolo: “Radici cristiane e laicità”.


Provetta, pacs e radici cristiane
Qui, da un cattolico che sbandiera la sua appartenenza, e che si candida a governare,
ci si potrebbe aspettare qualcosa di concreto, almeno dopo i finanziamenti concessi dalla Commissione europea, di cui era presidente, ad associazioni accusate di praticare la sterilizzazione e gli aborti forzati in Cina.
Qualcosa di concreto potrebbe far dimenticare all’elettorato cattolico anche le dichiarazioni fatte a suo tempo sul referendum, e sui Pacs. Che venivano sistematicamente ritrattate, in parte e in modo confuso, ma solo presso un certo pubblico: cioè con delle lettere indirizzate non al Corriere o a Repubblica,
ma a Famiglia Cristiana. Ebbene, cosa dice nel suo libro il cattolicissimo Prodi alludendo a fecondazione artificiale, eugenetica, eutanasia, clonazione, e quant’altro?
Divaga e tergiversa: “Connesse con questo ampliamento del campo della scienza vi sono enormi speranze che riguardano il prolungamento della vita umana e il miglioramento della sua qualità, ma anche enormi preoccupazioni soprattutto sulle implicazioni a lungo termine delle nuove conoscenze scientifiche”.
Cosa dire, infine, dell’esclusione delle “radici cristiane” dalla Costituzione europea?
Anche qui, pur avendo letto l’intero libro, non è dato capire. O meglio: le radici cristiane non sono menzionate nella Costituzione, ma ciò non significherebbe alcun rifiuto delle stesse. Anzi, nella linea dell’evangelico “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, si può ben dire che l’omissione “in qualche modo è stato un ulteriore contributo del cristianesimo alla costruzione dello Stato moderno”.
Mirabili acrobazie, di un parrocchiano devoto".

Francesco Agnoli

dei Sepolcri, IV

Ovvero: i settecento anni di estenuante peregrinazione delle spoglie di Jacopo da Varagine.

"La venerata salma del beato Giacomo da Varazze, dopo il suo felice transito, nel 1299 venne tumulata, come lui stesso aveva disposto, nella chiesa di San Domenico in Genova, “dentro un’arca di marmo posta in choro, a sinistra dell’altare maggiore” (Piò).
Da questo sepolcro le venerate spoglie, in gran parte ridotte in cenere, vennero esumate, raccolte in cassa di legno e lastre di ardesia e quindi provvisoriamente custodite per un paio d’anni nella sacrestia di detta chiesa.
Nel 1616, con solenne cerimonia, vennero collocate sotto la mensa dell’altar maggiore.
Nel 1713, essendosi costruito un più ricco altar maggiore, le sacre spoglie del B. Giacomo vennero estratte da quello demolito e, dopo accurati esami e ricognizione da parte del delegato del Card. Arcivescovo Lorenzo Fieschi, vennero nuovamente ricollocate sotto la mensa di detto altare dentro cassa di piombo.
Nel 1798, in occasione della vandalica spoliazione e demolizione della chiesa e del Convento di San Domenico, i Padri Domenicani piamente trasportarono, quale sacro tesoro, le reliquie del B. Giacomo nell’altra chiesa genovese del loro Ordine che è S. Maria di Castello, collocandole nell’altare di San Paolo.
Finalmente nel 1885, nel tentativo di incrementare la devozione dei fedeli, i sacri resti furono, in parte, collocati sotto la mensa dell’altare di Santa Rosa, accanto ad un simulacro giacente del Beato e, in parte, divisi in varie borse di velluto rosso, furono rinchiusi in urna di cristallo. Questa venne trasferita a Varazze nel 1948, ma poi nuovamente restituita ad istanza della Curia Arcivescovile di Genova.
In data 2 ottobre 1974, (…) l’Arcivescovo di Genova ha ottenuto il rescritto (…) per la traslazione delle Sante reliquie del beato Giacomo da Santa Maria di Castello a Varazze. Pertanto (…) il giorno 6 dicembre 1974 alle ore 15 (…) rotti i sigilli e aperta la cassa, procedetti ad estrarre da essa i pacchi dei santi resti e tosto li passai nella nuova cassa in legno, foderata di metallo inossidabile e fasciata all’esterno di lamiere d’argento con scritte, ornati e fregi artistici. Vi ho pure rinchiuso il presente verbale firmato dalle persone in esso citate e autenticato dal sigillo Arcivescovile.
(Seguono le firme)
Genova, dalla Curia Arcivescovile, il 6 dicembre 1974".

(Tratto da B.T.Delfino, Varazze, 1983, cit. in G. Airaldi, Jacopo da Varagine tra santi e mercanti, Camunia, pp. 147 e ss.)

domenica, gennaio 22, 2006

Benedictus benedicat II



Dopo il 19 aprile 2005 qualcosa è cambiato nello sguardo di chi si aggira per la città dei Papi.
I pellegrini che visitano la Basilica di San Pietro sono ormai molto più interessati dal monumento di Pietro Canonica alla memoria di Benedetto XV (1914-'22),precedentemente tra i più negletti, così come il turista che arriva davanti a fontana di Trevi fa subito caso all'iscrizione "BENEDICTUS XIV PERFECIT" che troneggia sul monumento.
Anch'io aggirandomi per librerie credo di soffrire dello stesso tic, che mi fa notare in bella esposizione volumi, in tempi passati difficilmente appetibili ad un largo pubblico. Tipico esempio è questa bella ed un pò esosa opera storica sul Cardinale Lambertini.


Roberto Colombo.
Sacerdote, scienziato e docente dell’Università Cattolica.
Non di rado ha fatto sentire la sua voce nel dibattito attorno ai temi bioetici. Per rubare– ribaltandola – la battuta a Romano Prodi, un vero “cattolico adulto”.

“Anzitutto occorre chiarire che cosa s’intende per adulto’ e per ‘cattolico’”, dice. “L’adulto è chi si assume la responsabilità che la vita personale e sociale implica, mettendo in gioco la sua risorsa più importante: la libertà.
Non ogni maggiorenne è un adulto.
Ma la nostra libertà non è assoluta, indipendente da qualunque fattore. Un simile concetto di libertà è astratto. C’è sempre qualcosa o qualcuno da cui dipendo. La magna quaestio della vita è allora: nell’avventura personale e sociale, da chi accetto di dipendere?
C’è una sola dipendenza che rende liberi in ogni circostanza: la dipendenza da Dio. Lo ha riconosciuto con lucidità Sant’Ambrogio: ‘Guardate quanti padroni finiscono per avere quelli che non riconoscono un unico Signore!’ O, come dice il Vangelo, se non si serve Dio, si serve mammona, cioè il potere, la lussuria o il denaro”.
Ma il cattolico deve fare i conti anche con la Chiesa e la sua gerarchia, che fa sentire sempre più spesso il suo richiamo, anche in politica. Assistiamo a un ritorno di laicismo che critica pesantemente questo rapporto tra
i cittadini cattolici e la gerarchia…
La Chiesa ha una vocazione educativa, non politica.
Anche quando, nella sua storia passata, ha avuto un ruolo politico sul territorio italiano, lo ha vissuto in funzione della sua missione educativa: richiamare l’uomo alla realtà della sua dipendenza da Dio, che ci ama e ha dato la sua vita per ciascuno di noi.
Nell’ascoltare la voce del successore di Pietro e dei vescovi, il cattolico è più libero del laico, perché è difeso da quell’isolamento culturale e sociale in cui si può così facilmente venire strumentalizzati. L’uomo assolutamente libero è solo quello che dipende dall’Assoluto.
L’invadenza e la strumentalizzazione ecclesiastica può essere limitata solo da una cattolicità autentica, che educa la persona a valorizzare ogni accento di verità, ovunque essa si manifesti, perché riconosce in Cristo la verità di tutto ciò che esiste”.
Su alcuni temi, però, i cristiani non sono disposti a scendere a patti in politica: la bioetica, la famiglia, la scuola, l’immigrazione, la pace. Sono questioni non negoziabili?
“Ciò che noi abbiamo più a cuore di affermare è difendere la libertà religiosa, cioè la libertà di vivere e di aiutare la vita di ogni uomo secondo il disegno di Dio e non in funzione del potere economico, sociale o politico di qualsivoglia soggetto individuale o collettivo. Per questo la Chiesa non può rinunciare a far sentire la propria voce quando si decidono le sorti del nascere e del morire, del rapporto tra donna e uomo e tra genitori e figli, della scuola, della cura della salute, del lavoro, dell’accoglienza dei bisognosi, o della difesa della pace. Se tacesse, verrebbe meno all’unica ragione per cui esiste da duemila anni: l’educazione continua ad accogliere la ‘buona notizia’ del Vangelo e a vivere in funzione del Regno di Dio la vita personale e sociale”.
In questa prospettiva, le pare che vi siano differenze significative tra gli schieramenti politici?
“Quello che osservo anzitutto non sono delle differenze sulla questione fondamentale della vita e della libertà dell’uomo, ma un’astrattezza rispetto a essa.
In questa stagione, la politica difetta di realismo, a destra come al centro e a sinistra. Così, nella vita pubblica, si è sostituita la moralità dell’uomo (reale) con il moralismo sociale (ideologico), ovvero il conformismo dettato dal costume prevalente o dal potere dei media.
Occorre spegnere l’ideologia.
Ma per farlo serve un’educazione, cioè una apertura alla realtà che aiuti a non censurare il cuore dell’uomo.
L’educazione non è un affare privato, ma la questione sociale per eccellenza, da cui ripartire. E subito”.

(IL FOGLIO, giovedì 19 gennaio 2006)

venerdì, gennaio 20, 2006

Benedictus benedicat


Un freddo mattino del gennaio 1922 si diffuse la, inattesa e per questo ancor più dolorosa, notizia della morte del sessantasettenne Papa Benedetto XV.

Il cardinale Mercier, primate del Belgio, dichiarò ad un giornalista:
"Benedetto XV è stato falciato prima di poter dare la sua messe. Leone XIII, morendo, poteva guardare al suo Pontificato come ad un'opera compiuta.
Pio X, salito al trono col proposito di istaurare tutto in Cristo, si può dire che l'abbia condotto a termine.Ma Benedetto XV è stato falciato prima del tempo.
Mi sembra che egli possa paragonarsi ad un artista rapito da morte mentre stava ancora intento all'opera sua.
Tutti hanno sentito questo e voi vi spiegate così come da ogni parte sono giunti a Roma telegrammi di cordoglio."

Tra gli indubbi meriti del papa meno famoso del XX secolo, c'è anche quello d'esser stato il talent scout dei suoi quattro successori.
Scelse Eugenio Pacelli per la Nunziatura di Monaco di Baviera e quale atto di personalissima stima lo volle personalmente consacrare vescovo nella Cappella Sistina, il 13 maggio 1917 (esattamente nell'ora in cui a Fatima la Madonna appariva a tre pastorelli; la qual coincidenza -è facile immaginarselo!- non potè non impressionare il futuro Pio XII). Monsignor Roncalli (futuro Giovanni XXIII) fu scelto per il delicato incarico di Nunzio Apostolico in Bulgaria, mentre l'immediato successore Achille Ratti (Pio XI) fu mandato quale Nunzio nella risorta Nazione polacca, portandosi dietro per segretario un giovanissimo "don Battista" Montini (futuro Paolo VI).
Proprio l'allora ventiquattrenne Giovanni Battista Montini, nelle lettere inviate ai familiari così racconta della morte del Papa:
"Carissimi,
questa mattina verso le nove la salma del S. Padre, dalla sala del Trono, che sta al secondo piano delle Logge, dove era stata trasportata ieri alle 15 […] su una portantina sorretta dai Sediari è stata portata in S. Pietro, accompagnata solo da dignitari della Curia e da alcuni prelati.
La sfilata che discendeva lenta e grave cantando il Miserere a verso a verso dev’essere stata solenne d’un misterioso cordoglio.
Poi in S. Pietro immenso fra canti d’infinita dolcezza, così mi dicono, il corteo ha deposto le spoglie del Papa nella Cappella del Santissimo.
I cancelli sono chiusi, e il popolo comincia a sfilare.
Piove, come piove a Roma, ma quest’oggi, alle due, tutti si va a S. Pietro. Non è manco possibile pensare a prendere un tram. La piazza è un esercito d’ombrelli, gregge nero accalcato, ammonticchiato contro i cordoni della truppa che divide in sezioni la Piazza perché la ressa sia meno disordinata.
Si è fermati alla gradinata e si sta sotto la pioggia che sembra singhiozzi da un cielo crucciato e implacabile. La folla curiosa, ciarliera, impaziente non cede.
C’è tra la gente qualche viso pacato di forestiero, qualche velo sdruscito di monaca; il resto è popolo, è Roma, popolo che sembra creato apposta per riflettere nel suo animo le emozioni di lutto oggi, di gioia domani che dal mondo confluiscono qua; popolo che nell’incalzante pressione verso le soglie del grande cenacolo dell’umanità, sembra alle spalle premuto da popoli lontani, oltre l’agro oltre le Alpi, oltre l’Oceano.
I soldati tengono a stento la fila anche nel tempio, che qualcuno desidererebbe fosse, per amor delle proprie costole, un pochino, solo un pochino più vasto. Poi finalmente si sfila; un’improvvisa impressione d’oltretomba passa sui visi, la curiosità si risolve in un indefinito senso di tristezza.
Il Papa, eccolo!


Dietro le sbarre chiuse della Cappella, sollevato all’altezza d’un uomo, in posizione obliqua, vestito cogli abiti pontificali rossi, e la mitra d’oro giace: un’unica maestà è rimasta, quella della morte.
La fisionomia, pallida, angolosa, smunta, conserva i suoi tratti caratteristici; i capelli nerissimi che appaiono sulle tempia dànno un risalto notevole al volto bianco, cereo.
E’ morto, e la mano, stanca di benedire, riposa sul petto augusto, inerte.
Si ha la percezione inconsapevole d’essere dinanzi a una morte simbolica. Perché il più grande enigma umano, la morte, viene finalmente a coprire anche Pietro che si dice vincitore della morte e padrone, testimonio dell’al di là.

Tutta questa folla che passa e contempla e non si sazia
pare voglia spiare attraverso le palpebre chiuse un qualche raggio nascosto dell’alba eterna; guarda e pensa lontano; e neppure prega, perché crede che la preghiera sia già consumata in un trionfo; e passa e non parla più, quasi per non
svegliare, il Dormente.
Pietro, perché dormi?
Ma donde mai questa certezza di saperlo vegliante e orante?
Eppure è morto anche Lui, ed era il Papa.
Già, qui sotto la cupola michelangiolesca anche S. Pietro è morto ed è sepolto, andiamo a pregare alla Confessione.
E finalmente colla fronte appoggiata sul marmo gelato si prega, e vien sulle labbra il Credo; il Credo, sulla tomba dell’Apostolo che piantò la Croce, il polo della umanità, dei secoli, della storia, qui dove egli morendo visse la verità della Fede.
O sublime dramma della vita e della morte qui avrai la catastrofe? […]
E lo si guarda ancora fra la penombra; con un ultimo slancio di tenerezza. Che tu sia Benedetto!

E poi si ritorna dall’ultima udienza; mentre piove; e si dominano collo sguardo le migliaia di persone che affluiscono ancora tra le braccia distese del colonnato, come per abbracciare il mondo.

Don Battista - Roma, 23 gennaio 1922"

(“Lettere ai familiari 1919-1943”.
A cura di Nello Vian.
Premessa di Carlo Manziana,
Brescia, Istituto Paolo VI, 1986)

mercoledì, gennaio 18, 2006

Gran Rabbi nato /2

Ricevendo - lunedì 16 gennaio - in privata udienza il dottor Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, il Sommo Pontefice "ccioiosamente regnante" ha tenuto una breve ma quanto mai intenza allocuzione che nei media è passata come un "volemose bbene" politically correct; in realtà si è trattato di un discorso epocale!
La linearità, la brevita, ma al contempo la profondità sono, infatti, i grandi pregi dell'oratoria ratzingeriana.
"E' stato un discorso religioso": è stato l'universale commento. E non capisco perchè avrebbe dovuto essere un discorso politico dato che l'illustre ospite non era un ambasciatore di uno Stato o un ministro ma un leader religioso.Il Papa non ha quindi nominato lo Stato d'Israele (cosa che invece ha fatto Di Segni), nè "intifada", nè la politica mediorientale, rendendo perciò quel bellissimo -breve- discorso poco appetibile alla pubblica opinione.
Invece la pubblica opinione dovrebbe scolpirsi a caratteri d'oro nelle propria cervella le elevatissime espressioni usate da Benedetto XVI, ad in questo son certo che il dottor Di Segni ne converrebbe.

Benedetto XVI ha improntato il suo indirizzo di saluto ai rappresentanti della comunità israelitica romana su un livello, squisitamente ed elevatamente religioso.

Forse questo potrebbe anche infastidire un poco qualche cattolico e qualche ebreo. C'è chi,infatti, auspicherebbe che dopo quasi due millenni in cui la "giudeofobia" è stata giustificata ed argomentata dai teologi cristiani, si vorrebbe che il "mea culpa" nei confronti dell'antisemitismo partisse da una "laica" presa d'atto del male arrecato, e che "solo" da ciò scaturisse "la ragione" di un nuovo atteggiamento improntato ad una "civile" concordia e collaborazione, abbandonando per sempre inutili e dannose controversie teologiche: "Non c’è più la gara per dimostrare chi è più potente magicamente, o chi è vero e chi è falso, chi vale ancora e chi è scaduto; ma ben venga una gara di dimostrazione di virtù al servizio degli altri, dei valori condivisi da testimoniare e applicare nella realtà quotidiana, ciascuno seconda la propria identità".
Questa tesi che a prima vista parrebbe legittima, la più ragionevole e sensata, non prende in considerazione invece che:
a) La propensione culturale di un Occidente che avalla le legittime rivendicazioni ebraiche (e dello Stato d'Israele in particolare) non scaturisce solo in base a considerazioni astrattamente razionali ma anche in nome di un sentimento di vergogna e di condanna (ed in un certo modo, quindi, di postumo risarcimento) per gli abomini compiuti contro gli ebrei dagli avi degli attuali popoli libertari e democratici dell'Occidente, obbrobri culminati nella follia antisemita del terzo Reich.
Bisogna cominciare a prendere coscenza che gli ebrei non potranno in eterno invocare la Shoà per provocare nel cristiano il senso di colpa per l'epilogo hitleriano di millenovecento anni di antigiudaismo cristiano, trovandosi a che fare con le nuove generazioni che non hanno il benchè minimo senso (tantomeno il culto!) della memoria storica.
Ed inoltre mi permetto la considerazione che il "senso di colpa" non è certamente il sentimento più sano sulla base del quale intessere una serena relazione col prossimo. Su questo l'ebreo Sigmund Freud avrebbe senzaltro qualcosa da dire.
b)Ogni decisione della Chiesa Cattolica deve avere fondamenti teologici. Ogni consuetudine tipica del cristiano, fosse anche annaffiare i fiori sul balcone di casa propria, rinvia ineludibilmente ad una valutazione teologica dell'identità ontologica della Chiesa e del suo sacramentale rapporto con il suo Divino fondatore Gesù Cristo.
Che vuol dire?
Vuol dire che se il disprezzo cristiano per il Popolo ebraico ha avuto delle legittimazioni teologiche basate sull'interpretazione della Bibbia, allo stesso modo la condanna da parte della Chiesa cattolica di ogni forma di antisemitismo e la proclamazione addirittura di uno speciale amore che la Chiesa nutre per gli ebrei deve necessariamente avere a fondamento e a legittimazione la stessa Parola di Dio. Questo Benedetto XVI lo sà perfettamente! Per questo nel suo interloquire con il rabbino Di Segni Benedetto XVI non ha parlato della necessità di una "civile" convivenza ma si è attenuto ad un linguaggio di livello ostentatamente teologico.

Non è sufficiente perciò alla Chiesa ammetter che quelle interpretazioni delle parole del Vangelo,che hanno nei secoli giustificato l'odio e la violenza contro gli ebrei, erano interpretazioni sbagliate?
Si, ma questa è appunto una operazione teologica.

Il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione "Nostra Aetate" ha voluto condannare una interpretazione pregiudizialmente antisemita dell'espressione: "il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli" contenuta nel vangelo di Matteo (Mt 27,25).

"Perchè si vuole oggi chiamarli innocenti di questo crimine? Si è fatto portare alla Chiesa fino ad oggi la responsabilità delle colpe commesse in altri tempi da alcuni suoi uomini (gli abusi dell'Inquisizione, la strage di San Bartolomeo, gli albigesi...); si fa portare a dei popoli la responsabilità delle colpe commesse in altri tempi dai loro avi o da alcuni loro capi. Perchè si vuole che gli ebrei non portino la responsabilità morale di un crimine commesso dai loro avi e dai capi della loro Nazione? E' forse per impedire che siano perseguitati? Ma non è per questo crimine che alcuni popoli li respingono oggi, è per ragioni sociali, raziali, economiche, politiche ecc... Oggi che il papa stesso sente il bisogno e la convenienza di non chiamare innocenti dalle colpe del passato gli uomini di Chiesa, perchè ci si tiene a chiamare ufficialmente gli ebrei innocenti del sangue di Gesù che hanno crocifisso?
Perchè ci si tiene a questa dichiarazione ufficiale della loro innocenza quando essi stessi per bocca dei loro avi, hanno detto nel vangelo: "Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli?" (la nostra posterità)?"

Queste sono le perplessità di una delle personalità più eminenti (ed incisive)parecipanti al Vaticano II: Sua Beatitudine Maximos IV patriarca greco-cattolico di Antiochia.

Perchè,si chiedeva il "leone del Concilio", proclamare solennemente che:"se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo"?

Perchè la costernazione e la condanna più totale della criminale e mostruosa ecatombe che è stata la Shoà non è in grado di smuovere di un millimetro una dottrina teologica!
Anzi! Se un cristiano è convinto che anche sugli ebrei a lui contemporanei si riversi la punizione del Padre Eterno per aver, i loro avi, fatto uccidere "il Figlio di Dio", allora, il fatto che non sono più i sovrani cristianissimi e cattolicissimi a perseguitare gli ebrei ma un regime che si dichiara anticristiano, questa potrebbe essere considerata la prova del nove di un'effettiva maledizione divina.
Questo non significa che un cristiano con una tale forma mentis possa giustificare la persecuzione hitleriana. Egli potrebbe benissimo essere un accanito antinazista e condannare ed agire contro ciò che ai suoi occhi è omicidio e sterminio inaccettabili, ma questo non implica che pur condannando il fenomeno storico egli non possa tranquillamente accettare l'idea che la causa ontologica e remota sia una divina maledizione.

Il terrificante orrore della Shoà non è allora sufficiente per provocare esso solo, nel cristiano, una riconsiderazione profonda dei rapporti tra Ebraismo e Cristianesimo?
Umanamente, si. Sociologicamente, si.
Spiritualmente, no.
Perchè tra quei cristiani che effettivamente salvarono la vita a migliaia di ebrei, a rischio della propria vita, sicuramente il pensiero dominante era: "Dio, non è giusto che tu continui a punirli così!": è questa la grande aberrazione - tutta teologica - che il Concilio Vaticano II ed il successivo Magistero pontificio hanno inteso guarire.
E quest'opera di purificazione può attuarsi solo ad un livello teologico e spirituale di cui l'istituzione della giornata del diaologo ebraico-cristiano è espressione.
Dialogo che se vuol essere incisivo deve essere innanzitutto spirituale! Fondato perciò sulla meditazione della comune Parola di Dio, e sul riconoscimento da parte cristiana, del legame del profondo che lega il Nuovo Testamento all'Antico che non si è ormai concluso, non ha perso di senso con l'avvento di Cristo ma come ammonisce San Paolo, la fede ebraica è la radice del Cristianesimo e se quindi la radice perisse perirebbero anche i rami:
"Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami. Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, essendo oleastro, sei stato innestato al loro posto, diventando così partecipe della radice e della linfa dell'olivo, non menar tanto vanto contro i rami! Se ti vuoi proprio vantare, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.(Rm 11,16-18)

martedì, gennaio 17, 2006

Gran Rabbi nato

Ovvero: Il saluto del Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni alla Santità di Papa Benedetto XVI nell'occasione dell'udienza accordatagli dal Sommo Pontefice "ccioiosamente regnante"
addì 16 Gennaio
dell'anno 2006 del Signore Nostro Gesù Cristo


"A pochi mesi dalla Sua elezione al soglio pontificio la Comunità ebraica di Roma ha desiderato questo incontro, che ci riporta nelle sale dove tre anni fa fummo ricevuti dal Suo predecessore, papa Giovanni Paolo II, il Papa che più di ogni altro ha dato un contributo decisivo al miglioramento dei rapporti tra Cristiani ed Ebrei. Ma noi sappiamo anche quale ruolo determinante abbia avuto, negli anni del precedente pontificato, il Suo pensiero, come guida e solido sostegno teologico dei più importanti momenti di definizione della dottrina. Per questo motivo, fin dai primi momenti del nuovo pontificato, è stata forte la convinzione che non solo non ci sarebbero stati passi indietro nel cammino intrapreso, ma che la strada segnata sarebbe continuata linearmente.

Questa nostra convinzione trova conferma nei Suoi atti già numerosi, nelle dichiarazioni, nella sensibilità dimostrata nella denuncia dell’antisemitismo passato e presente, nella condanna del terrorismo fondamentalista, nell’attenzione allo Stato d’Israele, che per tutto il popolo ebraico è un riferimento essenziale e centrale. La preghiera per Sion risuona tutti i giorni nelle nostre Sinagoghe.

La Comunità ebraica precede di quasi 180 anni l’arrivo dei primi Cristiani a Roma, all’inizio in gran parte essi stessi ebrei della terra d’Israele che venivano a predicare il messaggio cristiano proprio nelle Sinagoghe di questa città. Da allora e fino ad oggi, per un destino eccezionale e per noi non privo di significato provvidenziale, Ebrei e Cristiani sono rimasti qui insieme senza interruzioni.
Non è stata però una storia serena e il peso di secoli di umiliazioni e sofferenze
si fa ancora sentire. Eppure c’è stata sempre una speciale comunicazione, un modo di porsi verso l’altro consolidato da una tradizione, anche nella cornice di un rapporto non paritario. E un rapporto speciale esisteva anche tra sacerdoti e rabbini e in particolare tra il Vescovo di Roma e il Rabbino della città.

L’Oratorio di S. Silvestro della chiesa dei SS. Quattro Coronati a Roma mostra in una affresco la gara tra Papa Silvestro e un certo Rabbino Zamberi davanti all’imperatore Costantino, incerto nella scelta di una fede; la gara doveva dimostrare chi dei due fosse più potente nell’uso dei nomi divini.

A 17 secoli di distanza siamo ancora qui a confrontarci davanti al mondo.
Che da noi non si aspetta di sapere chi dei due è il rappresentante della vera fede, ma vuole sapere in che modo ognuno di noi sia coerente nell’impegno sacro che la sua tradizione gli impone davanti agli uomini.

Non c’è più la gara per dimostrare chi è più potente magicamente, o chi è vero e chi è falso, chi vale ancora e chi è scaduto; ma ben venga una gara di dimostrazione di virtù al servizio degli altri, dei valori condivisi da testimoniare e applicare nella realtà quotidiana, ciascuno seconda la propria identità.

La Roma ebraica e la Roma cristiana che si incontrano, si rispettano, convivono in pace, collaborano ma rimangono ciascuna fedele a sè stessa sono un esempio per il mondo travagliato da conflitti, spesso sostenuti da visioni religiose esasperate. Il passato di sofferenze e talora di orrori subiti, anche in questa città, non ci ha mai fatto perdere la fiducia, radicata nella nostra tradizione, nelle capacità e nel valore di ogni essere vivente: “L’hai reso di poco inferiore a Dio, coronato di gloria e splendore” perché possa dichiarare “Iddio nostro Signore, quant’è grande il Tuo nome in tutta la terra” (salmo 8 vv. 6,10).

Questo è un anno di importanti anniversari.
Sono stati ricordati da poco i 40 anni della Nostra Aetate.
Tra poco, ad Aprile, saranno compiuti venti anni dalla storica visita del Suo predecessore alla Sinagoga di Roma; un evento unico, ma nulla impedisce che sia ripetuto dal nuovo Papa, che è sempre il benvenuto.

Che il Signore continui a darLe forza e saggezza nell’esercizio della Sua ardua missione."

domenica, gennaio 15, 2006

In morte di Giorgio Spini



"Puo sembrare un paradosso che lo Stato assoluto, tra un protestantesimo, il quale è privo di un'autorità supernazionale visibile e quindi può consentire alla formazione di una chiesa di Stato, ed un cattolicesimo, il quale esalta l'autorità supernazionale del papato, a scapito magari dello Stato e del suo egoismo, faccia una simile scelta. Ma non è più un paradosso, se ci sforziamo di ragionare con la mente dei nostri antenati di quattro secoli fa.

Noi moderni siamo nutriti tutti di filologia, di scienza naturale, di sperimentalismo, di storia; i nostri avi, al contrario, avevano una mente formata sulla logica dell'Organon di Aristotele, sulla logica del diritto romano, sulla logica della sintassi latina. Noi siamo involontariamente degli inguaribili empiristi: essi erano degli stupendi ragionatori, avvezzi ad afferrare al volo tutte le conseguenze implicite in un'affermazione di principio. Se in quel tempo una questione di etichetta bastava per far sguanare le spade, o ad un cavillo giurisdizionalistico tra Stato e Chiesa bastava a fare spandere fiumi di inchiostro, non era perchè gli uomini avesero del tempo da perdere in sciocchezze. Era soltanto perchè erano dei logici e sapevano che se autorizzavano il conte A o l'arcivescovo B ad avere la precedenza in un corteggio, venivano implicitamente a riconoscergli dei diritti per l'avenire. Tanto valeva perciò mettere subito mano alla spada od alla penna, senza aspettare le conseguenze necessarie della premessa.

Orbene, se parto dal concetto cattolico dei rapporti tra Natura e Grazia, io ammetto che la Natura, benchè inferma, non è totalmente malvagia. Anche le differenze «naturali» tra ricchi e poveri, tra nobili e plebei, tra governanti e governati, non sono in sè un male e rappresentano degli ordinamenti «naturali», che possono essere conservati, se volti a fini di bene. Si capisce che la sovrannaturale verità cristiana mi insegnerà a correggere e migliorare questi dati della natura e quindi ad esortare il ricco ad essere caritatevole ed il povero ad essere pasiente. Ma non verrò per questo a scrollare i fondamenti «naturali» della società.

Se parto invece dal pessimismo calvinista, dichiaro che la Natura di per sè è malvagia e che la Grazia è assolutamente libera. Chi oggi è l'umile Davide, dunque, per Grazia divina può essere domani re al posto di Saul: il contadino potrebbedomani invocare la Grazia per sostituirsi al nobile. Il migliore dei regimi politici, anzi, sarà quello che meglio consente alla libera azione della Grazia di manifestarsi, cioè quello che pone minori inciampi all'ascesa dei predestinati.

Se affermo coi Riformatori che ogni professione è sacerdozio, debbo smettere di divider gli uomini in laici e clero e di ricordare ai primi di non presumer troppo di se perchè Iddio può fare di un artigiano il proprio profeta, e quindi - idealmente almeno - il ciabattino vale quanto un marchese od un arcivescovo.

Stando così le cose, è meglio bruciare subito il predicatore calvinista, che aspettar che si producano le conseguenze implicite nella sua predicazione. Ed è meglio affrettarsi ad accogliere il gesuita, il quale - se non altro - lascia ancora al re, al nobile od all'arcivescovo il loro «naturale» potere, apatto che si lascino guidare dal papa.

Ciò non vuol dire, ovviamente, che conflitti non possano sorger tra Stato e Chiesa, tra corona e papato, tra oliarchie aristocratiche e direttiva religiosa della Controriforma. dal punto di vista cattolico, anzi, se l'egoismo nazionale vuole opporre i suoi calcoliterreni ai suoi doveri verso il papato, è necessario calpestarlo e se il re si fa protettore di eretici, è legittimo invocare la sua deposizione e sciogliere i sudditi dai loro obblighi di fedeltà. La Controriforma, in più casi, non esiterà nemmeno davanti al tirannicidio, pur di sbarazzarsi del principe nemico della fede.
Nel complesso, tuttavia, il compromesso tra corona e papato, tra naturalismo dello Stato rinascimentale e supernaturalismo cattolico, sarà sempre incomparabilmente più agevole che tra repubblicanesimo calvinista od egualitarismo della Grazia, da una parte, e società gerarchica e dispotismo monarchico dall'altra."

(GIORGIO SPINI; Storia dell'età moderna, volume primo)

sabato, gennaio 14, 2006

Panoramica ratzingeriana 2

"Da cardinale passeggiava con il suo basco nero intorno al Vaticano, rispondendo al saluto dei passanti.
Oggi è divenuto quasi inaccessibile"
"Protestano gli artisti che si sono esibiti nel tradizionale concerto di Natale in Vaticano, perché Joseph Ratzinger non ha voluto riceverli"
"Si lamentano i nunzi"
"Spariti gli inviti per partecipare alla messa nella cappella privata alle 7 del mattino. Anche a pranzo e a cena Benedetto XVI preferisce non avere commensali.
Delusi i parroci romani quando hanno appreso che Ratzinger non avrebbe intenzione di visitare più di due parrocchie l'anno"

"«Sobrietà» è la parola chiave per descrivere il pontificato di Benedetto XVI"
"Basta guardare come sono cambiate le udienze generali del mercoledì...Dopo la benedizione, sono ammessi al baciamano solo pochi, selezionati ecclesiastici.
Tutti gli altri, autorità civili comprese, restano seduti al proprio posto. Uscendo, il Papa saluta gli ammalati e qualche gruppo di pellegrini nelle prime file. Nient'altro. Giovanni Paolo II lasciava invece che centinaia di persone si mettessero in coda per baciargli la mano e farsi fotografare con lui dopo l'udienza.

Eppure, il Ratzinger-style seduce anche i cattolici progressisti, come il giornalista Giancarlo Zizola, autore di un recente libro su Benedetto XVI: un «pudore quasi monastico» ha preso il posto del «trionfalismo papolatrico» di Wojtyla, commenta compiaciuto."
( Ignazio Ingrao)

Panoramica ratzingeriana 1


"Ratzinger ha iniziato a essere riconosciuto come il maestro di tutti" ha scritto Filippo Di Giacomo:
"Quanto i grandi temi del pontificato wojtylano fossero stati pensati dal cardinale Ratzinger appare sempre più chiaro man mano che Benedetto XVI ha modo di entrare nei settori dove la parola del papa è legge e magistero.
Ma dopo l'eruzione comunicativa e carismatica di Giovanni Paolo II, dopo l'epoca in cui i messaggi sono stati straordinariamente coperti dalle immagini e dai gesti, nella basilica vaticana la parola è tornata regina.
E forse questo è il primo, e anche il più facilmente avvertibile, segnale di discontinuità tra l'attuale e il precedente pontefice.

Uscito dal cono d'ombra nel quale ha vissuto durante i 24 anni di collaborazione con Papa Wojtyla, Benedetto XVI ha iniziato subito a manifestare quella specie di efficacissimo minimalismo comunicativo che continuiamo a seguire durante le sue omelie.

Sarà difficile ormai aggiungere l'icona del pontefice come plusvalore, quasi fosse una «guest star», ad avvenimenti presentati e gestiti con le stesse categorie dell'intrattenimento, diritti Siae compresi..."


Per Pietrangelo Buttafuoco: "i «compagni di strada» della sinistra di ieri sono diventati i compagni di processione di oggi...
Non ci sono più i mangiapreti di una volta perché questa volta il prete è fatto di una pasta elaborata, sofisticata, perfino ambita al punto di essere diventato un gioco di società «l'aver fatto un convegno col Papa»... dai Cacciari, dai Severino, dai Mieli, da Paolo Flores d'Arcais persino, il laico dell'eccellenza laicista, primo per virtù della sua prestigiosa rivista, Micromega, ad aver avuto confidenza con l'allora capo della Sacra congregazione per la fede.

Tutti amici del Papa per virtù intellettuale, alcuni gratificati dalla confidenza del darsi del tu. «Mi sento percorrere da brividi di commozione all'idea che Ratzinger possa diventare papa»: così diceva un altro amico dell'intelletto, ossia Marcello Pera"


Papa Ratzinger non solo sui temi teologici ed ecclesiali "ad intra", ma anche negli argomenti morali che coinvolgono la riflessione filosofica,l'etica laica e la vita politica, interviene con parsimonia ma con una chiarezza ed una fermezza che, colpiscono come stilettate gli uomini politici (poco abituati all'evangelico "Si si, no no"); gli intellettuali, seppur in dissenzo col pontefice "ccioiosamente regnante", gli riconoscono le "lettres de noblesse" di "professorone" e perciò, nei loro editoriali, lo trattano da "collega".
E questo non può non colpire positivamente la classe politica sempre alla ricerca dell'accaparramento dei voti dei moderati.

Alberto Melloni definisce «paradossale» l'effetto politico "della discrezione e del riserbo di Benedetto XVI:
«Fino a tempi recenti, i vescovi parlavano altrettanto ma la loro voce era, per così dire, riassorbita da quella del pontefice. Ora, mentre Benedetto XVI centellina i suoi interventi, sulla scena pubblica arriva solo l'effetto paradossale della sua discrezione, la voce dei vescovi sembra più rumorosa e la Chiesa italiana viene percepita come una specie di forte e agguerrita agenzia politica».
E, anche in questo, il modello agostiniano della spiritualità ratzingeriana conta, eccome. Spiega Melloni: «Abituato a guardare le cose politiche con gli occhi della sua sensibilità bavarese, Papa Ratzinger manifesta, non solo formalmente, anche per i politici italiani un grande rispetto. Convinto della caratura intellettuale e morale dei politici tedeschi, crede ancora che anche in Italia siano sempre e solo i primi della classe a fare politica».
Un buon motivo per non cercare di fargli cambiare idea."

Tolkien e Lewis

Stando al suo biografo Humphrey Carpenter, Tolkien, cattolico praticante, ebbe una parte non trascurabile nella conversione di Lewis al cristianesimo. Diversi nel carattere, negli atteggiamenti, i due scrittori e animatori del circolo degli Inklings lo furono anche negli esiti umani e letterari, e finirono col tempo per dividersi. Quel cenacolo di studiosi fu però anche un luogo di dibattito e di confronto sui temi della fede, cui gli interlocutori contribuivano partendo da esperienze diverse, alcune di esse, come avvertì a un certo punto lo stesso Tolkien, irriducibili e inconciliabili tra loro.
...


SIMONELLI: La posizione inequivocabilmente cattolica di Tolkien è tutta nella percezione del sacramento come una cosa reale, nel suo confessarsi tutte le volte che si accostava alla comunione. Nelle lettere al figlio Christopher durante la Seconda guerra mondiale, mentre questi era al fronte, ripete sempre: mi raccomando, frequenta i sacramenti, recita almeno un’Ave Maria al giorno, e quando puoi, vai in una chiesa francese; non importa se non capisci quello che dicono, se trovi confusione, preti che tirano su col naso e bambini che strillano, ma frequenta il sacramento. E non bisogna dimenticare che Tolkien si è accostato al cattolicesimo grazie alla testimonianza della madre. Ha visto le sue sofferenze, il ripudio da parte dei parenti per la sua conversione. Non ha avuto cioè un approccio “spiritualeggiante” alla fede, mentre per Lewis, per quanto possa essere stata reale la sua conversione, il cristianesimo resta una metafora intellettuale.

Tolkien rimprovera a Lewis questo approccio?

SIMONELLI: Non esplicitamente. Ma nelle loro discussioni c’è sempre un punto in cui i due opposti atteggiamenti confliggono. Una sera, ad esempio, durante uno degli incontri degli Inklings venne fuori il tema della cremazione. Il fratello di Lewis, non capendo perché la Chiesa cattolica fosse contraria, pone la questione a Tolkien. Tolkien risponde che il corpo è tempio dello Spirito Santo e per questo non può essere distrutto.
«Ma devi ammettere che è un tempio abbandonato» gli replica Lewis.
«Ma questo significa forse che è giusto distruggerlo? Se una chiesa deve essere abbandonata per un qualunque motivo, tu non la farai saltare immediatamente in aria e neppure la raderai al suolo appiccandole fuoco».
«Lo faresti» risponde Lewis «per impedire che venisse usata, diciamo, dai comunisti? In quel caso preferiresti vederla distrutta?».

Qual è il punto di conflitto fra i due atteggiamenti?

SIMONELLI: Quello di Lewis è un ragionamento perfettamente plausibile dal punto di vista intellettuale. Se la chiesa è un simbolo, tanto vale che sia tu stesso a distruggerla per evitare che, cadendo nelle mani del nemico, diventi un simbolo negativo.
Ma Tolkien risponde: «No, non lo preferirei».
«E perché no?» domanda il fratello di Lewis.
Tolkien allora porta un altro esempio: «Se tu sapessi che un calice sta per essere usato da uno stregone, come in quella storia di Williams, per questo considereresti tuo dovere distruggerlo?».
Lewis dice: «Penso di sì».
E Tolkien: «Allora saresti mentalmente colpevole se lo facessi. Il tuo compito è soltanto quello di riverirlo». Perché questa risposta? Perché, comunque, per Tolkien, il calice rimane qualcosa in cui c’è stato il sangue di Cristo, vero, reale, e nessun uomo può distruggerlo. Invece, per chi ha un approccio più che altro simbolico-intellettuale, occorre impedire che qualcun altro usi quel simbolo.
Per Tolkien, tu devi fare il tuo dovere di cristiano, che è onorare quel calice. Il resto non sta a te. ...


mercoledì, gennaio 11, 2006

VOS ET IPSAM INTERNET BENEDICIMUS

"In secoli passati gli scambi culturali tra giudaismo ed ellenismo, tra mondo romano e mondo germanico e mondo slavo, come anche tra mondo arabo e mondo europeo, hanno fecondato la cultura e favorito le scienze e le civiltà. Così oggi dovrebbe essere di nuovo, ed in maggior misura, essendo di fatto le possibilità di scambio e di reciproca comprensione assai più favorevoli. Per questo ciò che oggi si richiede è, anzitutto, che si tolga ogni ostacolo all’accesso all’informazione a mezzo della stampa e dei moderni mezzi informatici"
BENEDETTO XVI

L'allodola di Frisinga /6


"...nel Battesimo ciascun bambino viene inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai nella vita e nella morte, perché questa compagnia di amici è la famiglia di Dio, che porta in sé la promessa dell'eternità. Questa compagnia di amici, questa famiglia di Dio, nella quale adesso il bambino viene inserito, lo accompagnerà sempre anche nei giorni della sofferenza, nelle notti oscure della vita; gli darà consolazione, conforto, luce.Questa compagnia, questa famiglia gli darà parole di vita eterna. Parole di luce che rispondono alle grandi sfide della vita e danno l'indicazione giusta circa la strada da prendere. Questa compagnia offre al bambino consolazione e conforto, l'amore di Dio anche sulla soglia della morte, nella valle oscura della morte. Gli darà amicizia, gli darà vita. E questa compagnia, assolutamente affidabile, non scomparirà mai. Nessuno di noi sa che cosa succederà nel nostro pianeta, nella nostra Europa, nei prossimi cinquanta, sessanta, settanta anni. Ma, su un punto siamo sicuri: la famiglia di Dio sarà sempre presente e chi appartiene a questa famiglia non sarà mai solo, avrà sempre l'amicizia sicura di Colui che è la vita."

martedì, gennaio 10, 2006

Legenda /4

Ovvero:
"Paolo Guzzanti, il Lupo Grigio e gli scheletri nell'armadio"



( Il Giornale lunedì 9 gennaio 2006)

dei Sepolcri, III

"Guy, non avevi ancora 17 anni e te ne sei già andato.
Domenica sera ci hai fatto ridere e ora noi facciamo ridere te.
"



("Pronto chi è morto?"; Il Giornale, venerdì 6 gennaio 2006)

lunedì, gennaio 09, 2006

Gesù visto da Oriente


...
"La difficoltà
Per un musulmano, richiamarsi alla figura di Gesù è motivo di una duplice difficoltà. Da una parte, si tratta di presentare una visione “altra”, “diversa” di un argomento che, per alcuni, è l’essenza stessa della loro fede e, quindi, della loro vita. (...) La difficoltà sta nel fatto di dover parlare di questa verità in maniera diversa. È questo il primo aspetto del problema.
D’altra parte, parlare di Gesù, per un musulmano che vive la sua fede in maniera critica, comporta una rilettura dell’interpretazione musulmana dei versetti coranici dedicati a Cristo. Il patrimonio musulmano, nel suo stato attuale, è, a mio giudizio, incapace di parlare dell’altro in maniera coerente, tanto più, quindi, è in grado di avviare un dialogo islamo-cristiano che cancelli l’esclusivismo e l’isolamento.
Ecco perché alla domanda: “Chi è per voi Gesù?”, si impone una duplice risposta. Da una parte bisogna esporre come Gesù si presenta nel Corano, ma bisogna anche situarlo al centro della principale problematica islamica, e cioè della questione dell’altro e della differenza nel pensiero monoteista.
Così Gesù, per un musulmano impegnato nel dialogo interreligioso, è nel contempo l’altro, il differente, ma è anche l’altro non eliminabile, perché parte integrante della sua identità religiosa. Gesù dunque è “altro che è mio”.
...

(Hmida Ennaïfer professore di Teologia dogmatica musulmana all’Università di Tunisi)



La figura di Cristo nell’islam...

"...Va anche precisato che un cristiano e un musulmano, con il termine “rivelazione” non intendono la medesima cosa.
Per noi [mussulmani]la rivelazione è il messaggio inviato da Dio altissimo a sua maestà Maometto. In stato di estasi, il nostro profeta esprimeva la Parola proveniente da Dio altissimo così che queste parole formano il nostro Libro sacro. Orbene, la rivelazione cristiana non è la medesima cosa. I detti e gli atti di Gesù Cristo furono redatti più tardi e quindi trasformati in libro dagli autori dei Vangeli (il Nuovo Testamento).
In questo senso, quello che noi chiamiamo “hadit” e “sunna”, cioè l’insieme delle parole e degli atti del profeta, sono considerati dai cristiani come “rivelazione”. Gesù Cristo non aveva al suo fianco scribi che trascrivessero all’istante la rivelazione che egli riceveva. Erano invece apostoli, evangelisti, coloro che più tardi misero per iscritto quanto avevano visto o sentito. Si capisce, perciò, perché si abbiano diversi Vangeli, il cui contenuto essenziale è senz’altro il medesimo, ma formulato in maniera differente dagli autori, per quanto tutti fedeli all’essenziale. Ispirati da Gesù Cristo, questi autori hanno tuttavia fatto delle aggiunte. Lo stesso san Paolo, che non aveva mai visto Gesù Cristo, ha contribuito alla redazione del Nuovo Testamento.
In altri termini, il concetto cristiano di rivelazione non si fonda sull’estasi di Gesù mentre entra in comunicazione con il divino e detta, di conseguenza, la parola divina agli scribi, dei quali invece non vi è neppure traccia nei testi tradizionali islamici. Il santo Corano, invece, parla esplicitamente di apostoli.
Sarebbe quindi improprio dire che la “sunna” e la “hadit” musulmane equivalgono a ciò che la religione cristiana chiama rivelazione. ... "

(professor Niyazi Oktem, Università di Istambul)

Le cronache del segretario di C.S. Lewis

"...Lei era anglicano ed è diventato cattolico. Come è avvenuta la sua conversione? Lewis, che era anglicano, l’ha aiutata in questo passaggio? È curioso il fatto che anche Thomas Howard (tra i massimi esperti di Lewis) abbia abbandonato la Chiesa evangelica per approdare al cattolicesimo.
C’è forse qualcosa di cattolico in Lewis?


Passai alla Chiesa cattolica nel 1988, dopo decenni di lungo travaglio. Convertirsi dall’anglicanesimo al cattolicesimo, in terra anglosassone, ti crea un sacco di problemi. Infatti persi tutti gli amici. Saggiamente il Vescovo a cui mi ero rivolto mi è aveva consigliato di farlo negli Stati Uniti, dove il clima culturale era diverso. E così feci. Finalmente mi sentii felice, accolto. La solitudine che da sempre avvertivo cominciava a dissolversi.
Dopo anni di tentativi di salvare la Chiesa d’Inghilterra, avevo deciso di permettere che la Chiesa cattolica salvasse me. Sì, perché nella Chiesa anglicana di quegli anni vedevo una grande confusione: negli anni 60 c’era stato il Sinodo dove veniva messa ai voti la dottrina della Chiesa (e in questo modo si voleva affrontare anche l’ordinazione delle donne). Il clero stesso aveva perso la sua fede dogmatica, e questo è diventato evidente quando un paio di anni fa la rivista Spectator ha intervistato molti vescovi: non ce n’è stato uno che ha dichiarato di credere nella resurrezione.
Lewis, nel saggio Il cristianesimo così com’è, descriveva il cuore della fede, senza porre l’accento sulle varie differenze, ma valorizzando il patrimonio comune. Ma mi rendevo sempre più conto che gli unici a credere e a capire ciò che Lewis dice in questo libro erano i cattolici. Le cose avevano raggiunto uno stadio tale che quasi tutto ciò che Lewis difendeva lo si poteva trovare soltanto nella Chiesa di Roma.

Per Lewis Cristo era un fatto: «Cristo è sì un mito, ma un mito realmente accaduto» afferma in una lettera. Per lui l’incarnazione, la resurrezione, i miracoli, gli angeli, il diavolo, l’inferno e il paradiso erano veri, realmente esistenti. Mi ricordo una volta, mentre ero a casa con lui, mi disse. «Povero Lazzaro, è dovuto morire due volte!». Io pensavo che parlasse di un parente, o di un vicino di casa, poi ho chiesto: «Ma stai parlando del Lazzaro della Bibbia?». «Certo! Ma guarda che lui non sapeva di essere biblico!».

Lewis aveva una confidenza, una certezza rispetto ai contenuti della fede esattamente come quella degli apostoli. Anche l’accusa di Lewis al relativismo in campo etico è qualcosa che sento fortemente nella Chiesa cattolica. In Il veleno del soggettivismo scrive: «Se non viene posto uno standard immutabile il progresso è impossibile, se il bene è un punto fisso almeno è possibile avvicinarci sempre più ad esso, ma se il terminale è tanto mobile quanto il treno, come è possibile che il treno possa avvicinarsi sempre più a questo punto terminale?»...."

domenica, gennaio 08, 2006

La Croce di un piccolo blog.

L'antiateo devoto

Ovvero: il Tractatus giocosus teologicus

Bernardo "il (blog) Venerabile" si diletta, e ci diletta, con un trattatello in due tomi ( di cui questo ne è il 1° e più frizzante; questo il 2° che più si sofferma su temi teologici) sbertucciando, per mezzo della sana dottrina filosofica, le tesi degli atei militanti.
Come, infatti, sapientemente egli afferma: "Si tenga presente innanzitutto che l’ateo, in presenza di un fedele, è sempre convinto della propria superiorità intellettuale: nella sua mente obnubilata il credente gli appare sempre come uno sprovveduto coi calli alle ginocchia e un’opaca vita sessuale.
Tale opinione non dev’essere smentita troppo presto al fine di rendere l’effetto sorpresa più devastante. Giocate, dunque, col vostro ateo, assecondandone all’inizio il pregiudizio."

sabato, dicembre 31, 2005



Non avendo avuto molti riscontri polemici dai miei peregrini lettori, tenterò una breve (non imparziale) classifica di dodici mesi di miei inutili post.

Innanizi tutto debbo ringraziare la gentilissima Edi che durante la Sede Vacante mi ha eletto a suo vaticanista di fiducia.
Al 5° posto metto dunque i miei post dell'aprile 2005 fra i quali simbolicamente "ritira il premio" questa lettera aperta all'allora Cardinal Decano.

Spesso ho avuto gusto a postare solo immagini con un titolo lapidario a commento. Non so, invero, quanto i miei parchi lettori li possano apprezzare (o magari li capisco solo io).
Eleggo perciò 4° classificato questo post della suddetta specie.

3° classificato, a furor di popolo, questo - a mio insindacabile giudizio- ignobile post che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto sprizzare ilarità ed invece è stato preso e diffuso quasi fosse un manifesto xenofobo.

questo post a lode e gloria di Simone Cristicchi.

Col senno di poi, mi congratulo con me stesso per aver scritto, in tempi non sospetti, questo post sul tramonto del pontificato wojtyliano, e lo giudico degno della medaglia d'oro.

legenda 3

Trovo che ci sia un'allarmante mancanza di senso del ridicolo tra i componenti di un'intelighenzia, sedicente laica, la quale dall'alto delle colonne dei loro quotidiani, quasi stiliti postmoderni, si scaglia con zelo demolitore, contro "Le cronache di Narnia".
Film che viene accusato dalle menti illumimate di voler corrompere le candide ed innocenti anime dei pargoletti del XXI secolo con il deleterio veleno dei valori cristiani.

Un giorno sulla prospettiva Nevskij non v’incontrai Igor Stravinsky (Perché-è-morto!)

Ovvero: "Tutti i battiti del mio cuore"
per le "Bambole russe"



Cioè: la grande incompiuta.

Il lungo testo di questo post era stato ideato (e scritto) a fine ottobre 2005 ma a causa della prematuira morte del mio computer (i più ipotizzano si sia trattato di suicidio!), ho risparmiato all'universo Mondo la puntuale narrazione del perchè e del per come sono accorso a vedere il sequel dell' Appartamento spagnolo, nello stesso cinema, e nella stessa sala, e,per quanto possibile, dalla stessa poltrona.
Perchè, dovete sapere che, ci sono film che si và a vedere per "devozione", cioè per un senso di riconoscenza verso quel regista e quegli attori che ti regalarono tante risate all'epoca delle scorribande barcellonesi di Xavier e dei suoi colleghi di Erasmus.
Meglio sarebbe dire che è dolce il ricordo di com'eri tu, di quello che provavi e sognavi tu quando ti divertiva tanto la spensierata trama de "l'appartamento spagnolo".

Uno dei film più belli da me visti nel 2005 è sicuramente un'altro film francese "Tutti i battiti del mio cuore" anch'esso con protagonista il bravo Romain Duris. Film in cui l'attore francese molto meglio che in "Bambole russe" tratteggia il prosaico epilogo del grande sogno di una giovinezza.

E che Iddio abbia pietà di noi.

venerdì, dicembre 30, 2005

a sagra famìlia

Ovvero:
"Kakà, il cristiano di San Paolo rigorosamente sposato e griffato


Venerdì 23 dicembre nella Chiesa evangelica “nata a nuova vita in Cristo” del quartiere Cambuci di San Paolo il signor Ricardo Izecson do Santos Leite ha sposato la signora Caroline Celico, figlia della signora Rosangela Lyra, amministratore delegato della filiale brasiliana di Christian Dior.
“I giornali di cronaca rosa”, ha tenuto a precisare il signor Diogo Kotscho, addetto stampa dello sposo, “avevano creato la falsa aspettativa di nozze da mille e una notte. Invece, c’era sì tanta gente, ma tutto si è svolto all’insegna della massima semplicità, della Bibbia e del gospel”.
Non a caso Ricardo, convinto assertore della verginità preconiugale, aveva detto di aver scelto la sposa “perché è una persona che piacerebbe anche a Gesù”.
“Se Deus è brasileiro, o Papa è carioca”, disse scherzando Giovanni Paolo II a un’assemblea festante durante la sua visicorrenteta in Brasile. E se il calcio è, assieme al cristianesimo nelle più svariate forme, il collante che tiene unita una nazione grande come un continente, Dio deve necessariamente amare il pallone, guardare dal cielo le partite, se non tutte, almeno i big match e nel profondo tifare per il Ricardo.
In Italia lo amano per le magie da extraterrestre del pallone, in Brasile lo venerano come extraterrestre perennemente in bilico fra le serpentine terrene e quelle del cielo.

Il signor Ricardo, che a 17 anni aveva rischiato di rompersi l’osso del collo cadendo a testa in giù sul fondo di una piscina, è una delle icone dell’universo pentecostale che ruota attorno al cattolicesimo brasiliano.
Un’icona trasversale, che sovrasta le diatribe delle frammentazioni settarie, nonostante abbia, come tutti, un suo specifico, ovvero i modelli di vita e di fede propagandati dalla Igreja Renascer em Cristo, una corrente ecclesiale, che si ispira alla tradizione e al rigore più assoluti.
Un’icona perfetta, con quella faccia da bravo ragazzo cosmopolita e il pedigree borghese. Un’icona, di cui non esistono fotografie, mentre bambino a torso nudo palleggia davanti alla propria favela, come è avvenuto per Ronaldinho, ma che è nata a Brasilia e ha conosciuto la Bibbia nel più bel quartiere di San Paolo, Perdizes, prima di trasferirsi in quello esclusivo per eccellenza di Morumbi.
Narrano le cronache che il signor Ricardo Izecson do Santos Leite indossasse un abito grigio di Armani, della cui linea Jeans è testimonial.
Il padre Bosco, ingegnere civile, era in blu come il fratello minore Rodrigo, anch’egli a tempo perso calciatore. La madre Simone, insegnante di matematica, aveva scelto un lungo in satin d’oro.

La sposa, che appena maggiorenne faceva nell’occasione il suo ingresso ufficiale in società,era fasciata in un abito bianco, che le lasciava
scoperte le spalle. “Era meravigliosa”, ha detto un ospite all’agenzia Reuters.
C’erano l’allenatore della nazionale brasiliana Carlos Alberto Parreira, i colleghi calciatori Seedorf, Dida, Cafu, Serginho, Ronaldo, Robinho, Julio Baptista, Roberto Carlos, il direttore generale del Milan Ariedo Braida, il talent scout Leonardo. C’era persino il prefetto di San Paolo. Tutti a cantare e lodare il Signore.

In aggiunta ai testi sacri, il coro ha intonato una canzone scritta da Ricardo per la moglie. I coniugi si sono poi trasferiti in elicottero all’Hotel Hyatt, dove si è tenuta la festa. Assolutamente off limits per fotografi, giornalisti e cineoperatori.
Il matrimonio è sacro per tutti. Figuriamoci per gli adepti della Igreja Renascer em Cristo.
Gesù non l’avrebbe perdonata al Ricardo.
Il signor Ricardo ci tiene molto al suo nome, ma è più noto come Kakà."

(Il Foglio , martedì 27 dicembre 2005)

legenda 2

Vorrei segnalare ai miei parchi lettori le cronache malefiche della "strega bianca" Natalia Aspesi sconfitta dal sapientissimo piccolo "Leone" Zaccheo.

giovedì, dicembre 29, 2005

Lettere dogmatiche (bis)

"...nel sinodo dello scorso ottobre, l’arcivescovo di Agana, nell’isola di Guam, Anthony Sablan Apuron, presidente della conferenza episcopale del Pacifico, ha chiesto che si estenda l’uso di far la comunione seduti, perché “se l’eucaristia è un banchetto, questa è la postura più adatta”.

Gli ha fatto eco il vescovo polacco Zbigniew Kiernikowski, di Siedice, secondo cui, per evidenziare che la messa è un banchetto, “il pane dovrebbe avere l’aspetto di un cibo” e “il calice dovrebbe essere dato per berne”.

Entrambi questi vescovi hanno portato come esempio da seguire il modo di celebrare la messa in uso tra i neocatecumenali.
...

Ebbene, su tutto questo Benedetto XVI ha scritto la parola fine.

A metà dicembre i fondatori e dirigenti del Cammino Neocatecumenale – gli spagnoli Kiko Argüello e Carmen Hernandez e il sacerdote italiano Mario Pezzi – hanno ricevuto una lettera di due pagine dal cardinale Francis Arinze, prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, con un elenco di “decisioni del Santo Padre” alle quali dovranno ubbidire.
"

Parola del"divinus" Magister che pubblica il testo della lettera "riservata".

mercoledì, dicembre 28, 2005

about a boy /11



Dopo una settimana, in cui ho pressantemente supplicato alcune anime buone di voler condividere con me la visione delle Cronache di Narnia, mi sono arreso e ci sono andato da solo.

Quanto mi sono dovertito! Ho pianto dall'inizio alla fine.

La guerra dei miti


Ovvero:
"Metti Narnia, King Kong ed Harry Potter dentro e fuoti i sensi della vita. Vedere per credere

... In tempi di guerre dell’immaginario cultural religioso basta sbagliare a infilare la porta di un armadio a Oxford e ti trovi a Narnia, tra streghe e leoni che sembrano Gesù. Nei territori del fantasy religioso a elevato quoziente letterario ideato da C. S. Lewis per rispondere da par suo al novecentesco tempo “degli dei falsi e bugiardi”, l’ateismo e la scienza, in cui si trovò a vivere.
Basta invece infilare la porta del produttore sbagliato sulla Broadway degli anni Trenta, come capita a un bocconcino “just wanna have fun” ante litteram come Naomi Watts per ritrovarsi nel mondo perduto di King Kong e dei dinosauri, tra effetti speciali che sono un incubo grande come tutti gli incubi americani di ieri e di oggi. E senza bisogno di essere l’allegoria dantesca di nessuno.
Ora, al di là del fatto, già di per se stesso piuttosto fantastico, di aver trasformato la Nuova Zelanda in un set privilegiato – lì è girato il “Signore degli anelli” del neozelandese Peter Jackson, che ora firma “King Kong”, e in Nuovaù Zelanda è girato pure “Le cronache di Narnia” di Andrew Adamson – è evidente che ci siano due mondi fantastici in competizione. Dal supermercato delle religioni si è passati direttamente al supermercato del fantasy e delle sue differenti mitologie. King Kong in fondo è un mito figlio del cinematografo e degli anni Trenta; ma reca con sé un’ascendenza culturale laico-scientista (...). Invece Narnia affonda i suoi algidi artigli in un neogotico da professori oxfordiani e in una nozione forte di Tradizione che fa riferimento alla simbologia cristiana nascosta sotto “il velame delli versi strani”. Ce n’è abbastanza per il famoso
dibattito.
In America sono stati lanciati appelli affinché lo si faccia vedere nelle parrocchie, come un catechismo figurale. Mentre sul Guardian l’ineffabile Polly Toynbee si è scatenata in un’invettiva degna probabilmente di miglior causa: il film è un irricevibile atto di propaganda religiosa, ma grazie al cielo lo potranno capire
soltanto i bambini che hanno genitori born again christian e che vanno già al catechismo. Tutti gli altri, tutte le altre immacolate anime agnostiche dell’occidente, si annoieranno e basta.


Binario in fuga

Intanto però c’è ormai un’intera generazione di ragazzini che più globalizzati non si
può che hanno infilato un’altra porta ancora.
Basta prendere il treno al binario sbagliato,
e salire sul binario 9 e 3/4 di King’s Cross per ritrovarsi tra le guglie e gli alambicchi di Hogwarts, territorio incontaminato della fantasia di Harry Potter, di cui il 6 gennaio uscirà la traduzione italiana del sesto e penultimo libro, “Harry Potter e il principe mezzosangue”, quello che lanciato in contemporanea mondiale, mentre il Big Ben suonava la mezzanotte, ha venduto in 24 ore cinque milioni di copie.
E per quanto sia dubbio che il cardinale Ratzinger abbia perso il suo tempo ad anatemizzare il Maghetto, è pur vero che molte associazioni cristiane, le stesse che oggi ringraziano la Disney per Narnia, cercarono di metterlo all’indice come maligna icona di paganesimo irrazionalista. Mentre il simpatico Harry, in tanta deriva fantasy, è un teenager che ha invece un’indubbia e sana nozione della realtà, del bene e del male..."


(Il Foglio martedì 27 dicembre 2005)

Le pseudo cronache di Narnia (di William Ward)


Narnia, peana fiabesco all’eroico Leone Blair in Europa


Da mesi i guerrieri culturali stanno affilando i coltelli sulla disputa di Natale, che riguarda “Le Cronache di Narnia – Il Leone, la Strega e l’Armadio”, film ispirato al romanzo di C.S. Lewis.
E’ o no un’elaborata metafora del cristianesimo romantico ma “muscoloso” anglicano con il Leone Aslan nei panni di Gesù e la Strega in quelli del diavolo, con il fiabesco regno di Narnia come allusione alla cristianità e nessuna menzione della Madonna né dei santi cari al cattolicesimo?
La prossima annunciata battaglia delle “culture wars”, che già vede in America cattolici (fan del caro Tolkien) contro protestanti anglofili, cristiani di ogni tipo contro gli atei, gli agnostici e i multiculturalisti credenti e no che difendono sempre le religioni non cristiane (nei libri successivi dei sette delle “Cronache di Narnia” Lewis spara contro un popolo che ad alcuni sembra similmusulmano), non s’ha da fare.

Il film, infatti, non è altro che un peana fiabesco alla carriera politica di Tony Blair, alle prese con le sue tante trattative in Europa. Con il premier britannico nei panni dell’eroico felino e Bruxelles in quelli della Strega bianca, che regna sul trono di Narnia, cioè l’Europa a Venticinque.
“Da oltre un secolo” Narnia è coperta da una fitta coltre di neve (“è sempre inverno ma non arriva mai Natale”, si dice nel film), allusione agli effetti della Politica agricola comune, caldeggiata dalla Francia, sul bel territorio del regno.
La Strega Jadis (che sembra il nome dell’ultimo modello della Renault o della Citröen) vive in un castello di ghiaccio disegnato da Alfred Eiffel, è fasciata da un attillato vestito rubato dalla collezione di Azzedine Alaia, impreziosito dai giganteschi diamanti dell’imperatore Bokassa. Jadis – che secondo gli animali-cittadini della foresta si è autoproclamata “regina” – vive nel terrore dell’arrivo di Aslan, che vuole liberare i popoli di Narnia dal regime che li tiene soggiogati ora con i lacci e lacciuoli delle complicate leggi della “Magia profonda” (come gli sterminati documenti della Commissione europea), ora con il terrore della polizia dei paurosi lupi. Aslan-Tony s’avvale dell’arrivo di quattro ragazzi inglesi piombati a Narnia attraverso uno strano guardaroba per combattere il potere della Strega francofila.

L’amorevole cura che Aslan ha verso i quattro ragazzi (Peter, Susan, Edmund e Lucy) è metafora di quella di papà Tony per i suoi figlioli.
Non sfuggono poi i tanti riferimenti ironici a Finchley, anonimo quartiere della periferia londinese, da cui sono sfollati nel 1940 i quattro ragazzi, ma che per gli inglesi è sinonimo di Margaret Thatcher: è stato per quasi 40 anni il suo seggio elettorale.
Singolare anche il significato del “lukum” consumato nel film da Edmund: in inglese, “lukum” si dice “delizia turca”, accenno al prossimo ingresso della Turchia nell’Unione, avversato dalla francosfera.
Il tempismo del film non lascia dubbi.
E’ uscito in perfetta sincronia con i lavori a Bruxelles in occasione del vertice finale della presidenza britannica, terminato con un difficile accordo conquistato da Blair. Nel film, la strategia e la tattica del premier sono rappresentate con accuratezza. La Strega si presenta davanti alle tende colorate dell’esercito
di Aslan per esigere i diritti storici di fare quello che le pare, tanto simili ai codicilli dell’inciucio del 2002 fra Chirac e Schröder per mantenere l’inverno-senza-Natale – i privilegi della Pac – fino al 2013. Jadis- Chirac entra nella tenda di Aslan-Tony per un’interminabile discussione: quando ne escono, l’accordo c’è. Ma non si sa a quale prezzo. Poi, l’orrenda scoperta. Per strappare l’accordo, Aslan deve sottoporsi al supremo sacrificio sulla “pietra quadrata”: l’umiliazione in mondovisione pur di salvare lavita di uno dei ragazzi.
Nel momento più atroce del film, Jadis e il suo esercito di mostri festeggiano le torture al Leone buono, così come hanno fatto i giornali parigini conl’“umiliante sconfitta di Blair a Bruxelles”. I produttori americani del film, però, fanno il tifo per il Leone, che ritorna spiegando che “chi dà la sua vita in sacrificio per una causa nobile non può che rinascere”.
Ecco fatto: Aslan-Blair torna in campo, alla testa del suo potente esercito per strappare una splendida vittoria finale. Cioè accettare di perdere persino la vita come politico inglese pur di arrivare a una vittoria finale, quando l’inverno glaciale si scioglie a Narnia, liberando il popolo della dittatura, come Aslan Blair intende fare nel 2008, quando darà di nuovo battaglia alla francosfera per riscrivere tutte le regole dell’Ue e togliere questo dannato inverno delle incrostazioni burocratiche napoleoniche.

(Il Foglio 23 dicembre 2005)

martedì, dicembre 27, 2005

Santità, dica trentatrè!


Le principali notizie giornalistiche sul Natale 2005 sono state: la drastica diminuzione delle lingue con cui Benedetto XVI ha fatto gli auguri di Buon Natale all'universo Mondo : 32 lingue più l'augurio in latino (conclusosi con un rutilante "Gaudeamus!");e che il Papa avrebbe detto: chi smanetta troppo con la tecnologia fa peccato, e magari diventa pure cieco!

Ma la mia convinzione è che Dio è "troppo" buono con gli uomini, facendo sovrabbondante grazia, concedendo voci che riverberino messaggi arcani e sublimi che il più delle volte sono accolti con indifferenza, e ci scivolano addosso, ma che, in quell'attimo di smarrimento personale, o di naufragio dell'identità di una collettività, hanno da essere agognata scialuppa di salvataggio.

"Dove compare la gloria di Dio, là si diffonde nel mondo la luce. “Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre”, ci dice san Giovanni (1 Gv 1,5). La luce è fonte di vita.

Ma luce significa soprattutto conoscenza, significa verità in contrasto col buio della menzogna e dell'ignoranza. Così la luce ci fa vivere, ci indica la strada. Ma poi, la luce, in quanto dona calore, significa anche amore. Dove c'è amore, emerge una luce nel mondo; dove c'è odio, il mondo è nel buio. Sì, nella stalla di Betlemme è apparsa la grande luce che il mondo attende. In quel Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria – la gloria dell'amore, che dà in dono se stesso e che si priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell'amore. La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti i secoli ha toccato uomini e donne, “li ha avvolti di luce”. Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è sbocciata anche la carità – la bontà verso gli altri, l’attenzione premurosa per i deboli ed i sofferenti, la grazia del perdono. ...

...
Il Bambino che Isaia annuncia è da lui chiamato “Principe della pace”. Del suo regno si dice: “La pace non avrà fine”. Ai pastori si annuncia nel Vangelo la “gloria di Dio nel più alto dei cieli” e la “pace in terra…”. Una volta si leggeva: “… agli uomini di buona volontà”; nella nuova traduzione si dice: “… agli uomini che egli ama”. Che significa questo cambiamento? Non conta più la buona volontà? Poniamo meglio la domanda: Quali sono gli uomini che Dio ama, e perché li ama? Dio è forse parziale? Ama forse soltanto alcuni e abbandona gli altri a se stessi? Il Vangelo risponde a queste domande mostrandoci alcune precise persone amate da Dio. Ci sono persone singole – Maria, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna ecc. Ma ci sono anche due gruppi di persone: i pastori e i sapienti dell'Oriente, i cosiddetti re magi.
Soffermiamoci in questa notte sui pastori.Che specie di uomini sono?
Nel loro ambiente i pastori erano disprezzati; erano ritenuti poco affidabili e, in tribunale, non venivano ammessi come testimoni. Ma chi erano in realtà? Certamente non erano grandi santi, se con questo termine si intendono persone di virtù eroiche. Erano anime semplici. Il Vangelo mette in luce una caratteristica che poi, nelle parole di Gesù, avrà un ruolo importante: erano persone vigilanti. Questo vale dapprima nel senso esteriore: di notte vegliavano vicino alle loro pecore. Ma vale anche in un senso più profondo: erano disponibili per la parola di Dio. La loro vita non era chiusa in se stessa; il loro cuore era aperto. In qualche modo, nel più profondo, erano in attesa di Lui. La loro vigilanza era disponibilità – disponibilità ad ascoltare, disponibilità ad incamminarsi; era attesa della luce che indicasse loro la via. È questo che a Dio interessa. Egli ama tutti perché tutti sono creature sue. Ma alcune persone hanno chiuso la loro anima; il suo amore non trova presso di loro nessun accesso. Essi credono di non aver bisogno di Dio; non lo vogliono. Altri che forse moralmente sono ugualmente miseri e peccatori, almeno soffrono di questo. Essi attendono Dio. Sanno di aver bisogno della sua bontà, anche se non ne hanno un’idea precisa. Nel loro animo aperto all’attesa la luce di Dio può entrare, e con essa la sua pace. Dio cerca persone che portino e comunichino la sua pace. Chiediamogli di far sì che non trovi chiuso il nostro cuore.
...

“...In questo giorno solenne risuona l’annuncio dell’Angelo ed è invito anche per noi, uomini e donne del terzo millennio, ad accogliere il Salvatore.
Non esiti l’odierna umanità a farlo entrare nelle proprie case, nelle città, nelle nazioni e in ogni angolo della terra! E’ vero, nel corso del millennio da poco concluso e specialmente negli ultimi secoli, tanti sono stati i progressi compiuti in campo tecnico e scientifico; vaste sono le risorse materiali di cui oggi possiamo disporre. L’uomo dell’era tecnologica rischia però di essere vittima degli stessi successi della sua intelligenza e dei risultati delle sue capacità operative, se va incontro ad un’atrofia spirituale, ad un vuoto del cuore. ...

A Natale l’Onnipotente si fa bambino e chiede aiuto e protezione. Il suo modo di essere Dio mette in crisi il nostro modo di essere uomini; il suo bussare alle nostre porte ci interpella, interpella la nostra libertà e ci chiede di rivedere il nostro rapporto con la vita e il nostro modo di concepirla.
L’età moderna è spesso presentata come risveglio dal sonno della ragione, come il venire alla luce dell’umanità che emergerebbe da un periodo buio. Senza Cristo, però, la luce della ragione non basta a illuminare l’uomo e il mondo...

Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui!...

... Accettare questo paradosso, il paradosso del Natale, è scoprire la Verità che rende liberi, l’Amore che trasforma l’esistenza. Nella Notte di Betlemme, il Redentore si fa uno di noi, per esserci compagno sulle strade insidiose della storia. Accogliamo la mano che Egli ci tende: è una mano che nulla vuole toglierci, ma solo donare.

Con i pastori entriamo nella capanna di Betlemme sotto lo sguardo amorevole di Maria, silenziosa testimone della nascita prodigiosa..."

"... In effetti, sulla mangiatoia di Betlemme già s’allunga l’ombra della Croce.
La preannunciano la povertà della stalla in cui il Bambino vagisce, la profezia di Simeone sul segno di contraddizione e sulla spada destinata a trafiggere l’anima della Vergine, la persecuzione di Erode che renderà necessaria la fuga in Egitto.
Non deve stupire che un giorno questo Bambino, diventato adulto, chieda ai suoi discepoli di seguirlo sul cammino della Croce con totale fiducia e fedeltà.
Attratti dal suo esempio e sorretti dal suo amore molti cristiani, già alle origini della Chiesa, testimonieranno la loro fede con l’effusione del sangue. Ai primi martiri ne seguiranno altri nel corso dei secoli fino ai giorni nostri. Come non riconoscere che anche in questo nostro tempo, in varie parti del mondo, professare la fede cristiana richiede l’eroismo dei martiri? Come non dire poi che dappertutto, anche là dove non vi è persecuzione, vivere con coerenza il Vangelo comporta un alto prezzo da pagare?..."

PapaRatzi (regia di Neri Parenti)

Nella ormai famosa udienza generale di mercoledì 21 dicembre, in cui Benedetto XVI ha indossato il quanto mai prima sbeffeggiato camauro, ed in cui ha concesso una specialissima benedizione al dimissionario Antonio Fazio, parmi essere sfuggito ai cronisti la presenza in piazza san Pietro di Cristian De Sica!
Un atroce interrogativo m'assale: vuoi vedere che Cristian De Sica s'è presentato all'udienza papale per trovare nuovi spunti per il prossimo film di Natale? Dopo "Natale a Miami" dobbiamo attenderci a dicembre 2006 "Natale in Vaticano"?
E con Benedetto XVI al posto di Massimo Boldi?

meglio "tecnòn" che teocon

Ovvero: quando il Papa predica ai "sanpietrini"

...Mi è venuto in mente che nel Nuovo Testamento, come professione del Signore Gesù prima della sua missione pubblica, appare la parola "tecton", che di solito noi traduciamo "falegname", perché allora le case erano sostanzialmente case di legno. Ma, più che "falegname", è un "artigiano" che deve poter fare tutto quanto è necessario per la costruzione di una casa. Così, in questo senso, siete "colleghi" di Nostro Signore, avete proprio realizzato quanto Egli aveva fatto volutamente, secondo la sua scelta, prima di annunciare al mondo la sua grande missione. Il Signore ha voluto mostrare così la nobiltà di questo lavoro.
Nel mondo greco solo il lavoro intellettuale era considerato degno di un uomo libero. Il lavoro manuale era lasciato agli schiavi. Totalmente diversa è la religione biblica. Qui il Creatore - che secondo una bella immagine, ha fatto l’uomo con le sue mani - appare proprio come l’esempio dell’uomo che lavora con le mani, e, così facendo, lavora con il cervello e con il cuore.
L’uomo imita il Creatore perché questo mondo datoci da Lui sia un mondo abitabile. Questo appare nella narrazione biblica sin dall’inizio. Ma infine, in modo forte, nel fatto che Gesù era "tecton", "artigiano", "lavoratore", appare la nobiltà e la grandezza di questo lavoro.
...

domenica, dicembre 25, 2005

"Expergiscere, homo: quia pro te Deus factus est homo". ("Ridestati, uomo: perchè per te Dio s'è fatto uomo!")


"Chiamiamo Natale del Signore il giorno in cui la Sapienza di Dio si manifestò in un bambino e il Verbo di Dio, che si esprime senza parole, emise vagiti umani.
La divinità nascosta in quel bambino fu tuttavia indicata ai Magi per mezzo di una stella e fu annunziata ai pastori dalla voce degli angeli.
Con questa festa che ricorre ogni anno celebriamo dunque il giorno in cui si adempì la profezia: La verità è sorta dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo (Sal 84,12).
La Verità che è nel seno del Padre è sorta dalla terra perché fosse anche nel seno di una madre. La Verità che regge il mondo intero è sorta dalla terra perché fosse sorretta da mani di donna. La Verità che alimenta incorruttibilmente la beatitudine degli angeli è sorta dalla terra perché venisse allattata da un seno di donna. La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia.
Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo. Ridestati, uomo: per te Dio si è fatto uomo. Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà (Ef 5,14).
Per te, ripeto, Dio si è fatto uomo. Saresti morto per sempre se lui non fosse nato nel tempo. Mai saresti stato liberato dalla carne del peccato, se lui non avesse assunto una carne simile a quella del peccato. Ti saresti trovato sempre in uno stato di miseria, se lui non ti avesse usato misericordia. Non saresti ritornato a vivere, se lui non avesse condiviso la tua morte. Saresti venuto meno, se lui non fosse venuto in tuo aiuto.
Ti saresti perduto, se lui non fosse arrivato."

Sant'Agostino (Discorso 185)