lunedì, dicembre 15, 2008

Historia Ecclesiastica Anglorum, X

Ovvero: "Forse verrò frainteso se dico che con il suo amore per gli animali san Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca san Tommaso ci ha salvati dal platonismo." (G. K. Chesterton)


"San Tommaso d’Aquino è ricomparso recentemente nella cultura contemporanea delle università e nei salotti in un modo che anche solo una decina d’anni fa sarebbe stato sorprendente. È la reazione che ha prodotto è fuori di dubbio molto diversa da quello che aveva reso famoso san Francesco quasi vent’anni fa.

Il santo è un farmaco perché è un antidoto.
E per vero questo è un motivo per cui spesso il santo è un martire: viene scambiato per un veleno perché è un antidoto. In genere è uno che cerca di ricondurre il mondo alla ragione, mettendo in evidenza le cose che il mondo trascura che non sono certamente sempre le stesse nelle varie epoche.

Eppure ogni generazione cerca istintivamente il proprio santo e non si tratta di ciò che la mente vuole ma di quello di cui ha bisogno.
È questo il significato frainteso delle parole rivolte ai primi santi: “voi siete il sale della terra” che ha indotto l’ex Kaiser con affermare con grande solennità che i suoi robusti tedeschi erano il sale della terra, intendendo con ciò soltanto che erano i più grandi e grossi della terra e di conseguenza i migliori. Ma il sale condisce e conserva la carne, non perché è simile ad essa, ma perché è molto diverso.
Cristo non ha detto ai suoi apostoli che erano persone eccellenti o le sole persone eccellenti, ma che erano persone eccezionali, costantemente fuori dalla norma e incompatibili con la norma; e il messaggio circa il sale della terra è veramente acuto, pungente e gustoso come il sapore del sale. E questo perché quelle erano persone eccezionali che non dovevano perdere la loro eccezionalità.

“Se il sale perdesse il suo sapore, con cosa si potrebbe insaporirlo?” è un problema molto più significativo di qualsiasi lagnanza sul prezzo della cane migliore. Se il mondo diventa troppo mondano la chiesa può rimproverarlo, ma se è la chiesa a diventare troppo mondana il mondo non è certo in grado di rimproverarla per la sua mondanità.
Ne consegue che il paradosso della storia è che ciascuna generazione viene convertita dal santo che le si contrappone più nettamente.

San Francesco esercitava una misteriosa e quasi inquietante attrattiva sui vittoriani, cioè su quegli inglesi del XIX secolo che in apparenza erano oltremodo soddisfatti dei loro traffici e si affidavano al loro buon senso. Non soltanto un inglese abbastanza soddisfatto di se come Matthew Arnold* ma anche i liberali inglesi che lui criticava per il loro autocompiacimento cominciarono a scoprire a poco a poco il mistero medievale attraverso la straordinaria storia narrata dalle piume e dalle fiamme dei dipinti agiografici di Giotto.
C’era qualcosa nella storia di san Francesco che riusciva ad aprirsi un varco tra tutte le più famose e più futili caratteristiche degli inglesi, tra tutte quelle caratteristiche di umanità che gli inglesi tengono celate: un cuore sensibile, una mente vagamente poetica, l’amore per la natura e per gli animali. San Francesco d’Assisi è stato l’unico cattolico medievale a conquistarsi fama in Inghilterra per motivi propri. E questo perché i suoi meriti erano gli stessi che il mondo moderno aveva la sensazione di aver trascurato. Il ceto medio inglese aveva trovato il proprio unico missionario nella figura per cui nutriva maggior disprezzo: un mendicante italiano.

Quindi, come il XIX secolo si era aggrappato alla poetica francescana proprio perché aveva trascurato la poesia, così i XX secolo si sta già aggrappando alla teologia razionale tomista perché ha trascurato la logica.
In un mondo troppo statico il cristianesimo era ricomparso nei panni di un vagabondo, e in un mondo diventato troppo tumultuoso il cristianesimo era ricomparso nei panni si un maestro di logica.

Nel mondo di Herbert Spencer la gente cercava un rimedio contro l’indigestione; nel mindo di Einstein cerca un rimedio contro le vertigini. Nel primo caso aveva vagamente percepito il fatto ch era stato dopo un lungo periodo di digiuno che san Francesco aveva composto il cantico delle creature come inno alla terra prodiga di frutti. Nel secondo caso ha già vagamente percepito che anche solo per cominciare a capire Einstein prima era necessario capire come usare l’intelletto.
Si comincia a capire che, come il XVIII secolo si era identificato come l’età della ragione e il XIX secolo come l’età d buon senso, il XX secolo non più neanche lontanamente identificarsi come altro che l’età di una non comune mancanza di buon senso. In queste condizioni il mondo ha bisogno di un santo, ma soprattutto ha bisogno di un filosofo.

E, tanto per rendere giustizia al mondo, va detto che i due casi di cui sopra dimostrano che sa per istinto di che cosa ha bisogno.
La terra era veramente piatta per quei vittoriani che ripetevano a oltranza che era rotonda, e La Verna delle stigmate era l’unico monte che si ergeva su quella pianura.
Ma la terra è un terremoto, un terremoto senza sosta e apparentemente destinato a non finire mai, per i nostri contemporanei per i quali Newton è stato spazzato via insieme a Tolomeo. E per loro c’è qualcosa di più scosceso e di più inimmaginabile di una montagna: un pezzo di terreno veramente solido, o la posizione di una persona veramente equilibrata.
Ecco che ai nostri giorni i due santi anno affascinato due generazioni, quella dei romantici e quella degli scettici”.

(Gilbert Keith CHESTERTON; Saint Thomas Aquinas, 1933)

mercoledì, dicembre 10, 2008

LA DIVINA PASTORA [11]


Ovvero: "Ce ne han dette tante, o Regina degli apostoli, / Abbiamo perso il gusto per i discorsi / Non abbiamo più altari se non i vostri / Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice.
(Charles Peguy)


L'Eminentissimo Godfried Danneels dal 1979 Arcivescovo di Mechelen-Bruxelles, Cardinale di Sant'Anastasia dal 1983, ha partecipato al conclave del 2005 con la massmediatica nomea di "papabile" -o almeno di occulto manovratore- della fazione "progressista".
Grande esperto di "collegialità epicopale" sin da quando nel 1978 (ancorchè giovane vescovo di Anversa) il neoeletto Giovanni Paolo II lo designerà all'ingrato compito di conpresiedere il Sinodo olandese. Promosso a Primate del Belgio (e quale rappresentante della Conferenza episcopale belga) parteciperà al Sinodo dei vescovi del 1980, che aveva per tema la famiglia, e verrà eletto membro permanente del Segretariato Generale del Sinodo stesso. Giovanni Paolo II lo nominerà poi Relatore del Sinodo staordinario del 1985 in occasione dei vent'anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II.
Il Cardianal Godfried Danneels il 4 giugno 2008 ha ragiunto il compimento del fatidico settantacinquesimo anno di vita che lo ha obbligato, come ogni altro vescovo cattolico, ad inviare al Papa la lettera di dimissioni come previsto dalla legislazione canonica. L'Eminentisimo ha spedito la lettera di dimissioni con alcune settimane di anticipo sulla data del proprio genitliaco «che con le poste italiane non si sa mai». E, nell'attesa che Benedetto XVI accettate le dimissioni provveda alla nomina del successore, ha partecipato all'ennesimo Sinodo episcopale (l'ultimo cui prevedibilmente parteciperà) questa volta su un tema particolarmente caro al cardinale belga: la Bibbia.

Intervistato dalla rivista "30 Giorni" (Settembre 2008) il Cardinale Godfried Danneels ha tracciato un sapido sunto della propria trentenale esperienza pastorale:"...Il Papa negli ultimi tempi l’ha mandata come rappresentante pontificio alle celebrazioni giubilari di diversi santuari.
DANNEELS: Sono stato a Banneux, al santuario della Vierge des pauvres, poi a Valencienne, ed è stata la stessa cosa, veramente impressionante: cinquemila persone alla messa sulla pubblica piazza, la domenica mattina alle nove. E poi a Reims per san Remigio, e in Lussemburgo per san Willibrordo. È stato un anno in cui mi sono trovato immerso nella devozione popolare. Con grande sollievo. Quello lì è l’humus fecondo. Tutto il resto nella Chiesa vive solo se è piantato in questo humus. Sono le folle di cui parla il Vangelo.

L’unica indicazione pastorale che lei ha dato anche sul bollettino della diocesi, è stata quella di andare in pellegrinaggio ai santuari mariani, anche i più vicini. Come vescovo, lei non è uno che riempie di istruzioni i suoi fedeli. Qualcuno glielo rimprovera.
DANNEELS: Quando ero professore di Teologia, lavoravo su un registro che da me esigeva soprattutto chiarezza e rigore metodologico nel lavoro intellettuale. Da quando sono divenuto vescovo, è la carità pastorale che ha preso il sopravvento. Il teologo ha il diritto e anche il dovere di esprimere le proprie idee su qualsiasi tema. Per il vescovo è un’altra cosa. Non è così importante che esprima il suo pensiero teologico con perspicacia intellettuale.
Da vescovo, ci si accorge che nel mondo, lontano dalle biblioteche e dai libri, succedono tante cose. Si vedono le miserie degli uomini. Si vede la mescolanza sociale e culturale in cui viviamo immersi. È tutto diverso. Il teologo è istallato in un certo status ben definito.
Il pastore, invece, deve vivere una sorta di “bilocazione”: deve camminare davanti, a guidare il suo popolo. Ma deve stare anche in fondo, a chiudere la fila, perché se qualche agnello si ferisce, o si rompe una gamba, tocca a lui prenderlo sulle proprie spalle. Imitando, se possibile, quello che fa Gesù, l’unico pastore del gregge.

Riguardo ai vescovi, il Concilio aveva inteso valorizzare la figura del vescovo. A distanza di quarant’anni, alcuni registrano una specie di appiattimento, di “omologazione” nell’episcopato.
DANNEELS: Agli ultimi Sinodi cui ho partecipato, ho visto tante brave persone, ma il livello non è quello dei vescovi del Concilio. Tutti sono gentili e pieni di buone intenzioni, ma mi sembra che manchi un po’ d’intelligenza, che non guasta mai. Un’intelligenza del cuore.

Lo stesso vale per il modo in cui vengono stabiliti i ruoli nella Chiesa…
DANNEELS: Per essere più elastici, bisognerebbe riprendere la distinzione tra potere d’ordine e di giurisdizione. Adesso, questi due poteri sono indissociabili. Il potere di giurisdizione può essere affidato solo a qualcuno che è ordinato. La teologia del Concilio Vaticano II ha reso ancora più forte questo nesso.
Eppure, nel Medioevo, erano le badesse dei grandi monasteri che concedevano ai preti la giurisdizione per ascoltare le confessioni. Chissà se adesso si permetterebbe di nuovo una prassi del genere."

martedì, dicembre 09, 2008

Pacco, contropacco e contropaccotto / 11

Ovvero:“La storia russa leggila come la vita dei santi”
(K.Aksako)



Per i russi la Russia è la “Santa Russia”, anzi, la “Santa Madre Russia” con una identificazone tra la Santa Chiesa Ortodossa e la “Madre Patria” che nemmeno un settantennio di persecuzione ateistica hanno potuto vincere, poiché qualunque storia della Russia avrà il suo inevitabile prologo nel battesimo del santo principe Vladimir –di tutta la sua famiglia, e tutto il proprio esercito, e di tutto il popolo di Kiev- nelle fredde acque del fiume Dniepr, per mano di ecclesiastici appositamente giunti da Costantinopoli, nell’anno 988.

Dalla “Grande Chiesa” bizantina i russi ricevettero, inscindibilmente con la fede, anche i riti liturgici e la disciplina ecclesiastica: questa obbedienza (e sottomissione) del clero russo al Trono Ecumenico consentiva al Patriarca di Costantinopoli di scegliere quale suprema autorità della Chiesa russa un ecclesiastico “greco” che si insediava nel Principato di Mosca col titolo di Metropolita di Kiev e di tutta la Rus’. Il titolo episcopale del capo della Chiesa russa non verrà modificato nemmeno quando dopo il 1326 il Metropolita di Kiev risiederà stabilmente a Mosca in seguito all’invasione polacca di quelle terre poi note come Ucraina.

L’Arcivescovo “greco” Isidoro in quanto Metropolita di Kiev , e in rappresentanza dell’Ortodossia moscovita, partecipò a quel Concilio di Firenze che aveva lo scopo religioso di mettere fine allo scisma tra Chiesa di Roma e Chiesa bizantina (e lo scopo politico di spingere gli Stati dell’Europa occidentale, che allora erano tutti cattolici, ad unirsi in una crociata per salvare Costantinopoli dall’invasione turca).
Premiato dal Papa Eugenio IV con la porpora per l’entusiastico appoggio all’unione delle Chiese, il Metropolita a e “Legato pontificio” in faccia al clero, aristocrazia e popolo moscovita schierati, lesse solennemente il decreto di unione che gli costò l’arresto immediato e l’accusa di alto tradimento. Fuggito dal monastero moscovita in cui era stato segregato, e dopo un rocambolesco viaggio, il cardinale Isidoro arrivava a Roma dove il nuovo Papa Nicolò V gli conferiva un secondo ingrato compito: celebrare solennemente l’unione tra Chiesa latina e Chiesa bizantina nella Basilica di Santa Sofia di Costantinopoli (che solo cinque mesi dopo verrà trasformata in moschea da Maometto II).


Poiché il Gran Principe di Mosca non poteva tollerare che la Chiesa russa fosse in alcun modo assoggettata a quella Chiesa costantinopolitana ormai caduta nelle grinfie dell’eresia latina, nel 1448 fece eleggere un ecclesiastico russo quale nuovo Metropolita. E non bastò che il nuovo Patriarca, di una Costantinopoli ormai capitale di un impero islamico, ripudiasse l’unione con Roma per riottenere la sottomissione canonica delle gerarchie russe poiché per Mosca era inammissibile che il clero della Santa Russia prestasse obbedienza ad un suddito, ed ostaggio, di un tiranno “pagano”.

Un concilio convocato a Mosca nel 1459 proclamerà solennemente la Chiesa russa “autocefala” cioè facente capo solo a se stessa, ovvero indipendente, e che pertanto in avvenire l’elezione del nuovo Metropolita non avrebbe avuto più alcun bisogno dell’ approvazione del Trono Ecumenico. Quando poi si dovette eleggere il nuovo Metropolita non fu più “di Kiev” ma “di Mosca e di tutta la Russia”.


Il cardinale Isidoro non era certo il solo illustre “greco” scampato alla conquista ottomana del 1453 che avesse optato per un dorato esilio romano: i più illustri bizantini che trovarono accoglienza presso la Corte Pontificia furono gli stessi ultimi eredi della corona imperiale. Nel 1462, portando in dono a Pio II la testa dell’apostolo Andrea, fecero il loro solenne ingresso in Roma Tommaso Paleologo, fratello dell’ultimo imperatore Costantino XI, ed i figli Andrea, Manuele e Zoe.
Nel 1472, per i buoni uffici di Sisto IV la principessa Zoe Paleologa verrà data in moglie al Gran Principe di Mosca Ivan III.
Avvenne così che proprio per mezzo dell’odiato Papa di Roma venisse data una legittimità dinastica alle pretese moscovite di essere erede della tradizione autocratica bizantina.

Se il principe moscovita rimaneva l’unico sovrano di un regno cristiano-ortodosso, sposando un’erede (seppur non erede diretta) dell’ultimo Cesare bizantino, accoglieva l’eredità imperiale di Bisanzio. Da quel momento Mosca dovrà essere la “Terza Roma” cioè la capitale di quel medesimo impero che dalle rive del Tevere l’imperatore Costantino aveva trasferito nella “Nuova Roma” fondato sul Bosforo e che i recenti luttuosissimi eventi avevano fatalmente nuovamente traslato sulle rive della Moscova.
L’aquila bicefala che fu simbolo dell’impero costantinopolitano diverrà il nuovo simbolo del sovrano moscovita per il quale essere un “Gran principe” è ormai troppo poco: egli è vero imperatore, è “Cesare”, è “C-zar”!


Coerentemente con la tradizione bizantina della “sinfonia” tra Stato e Chiesa, se lo C-zar di Mosca è l’erede dell’imperatore di Costantinopoli conseguentemente anche il Metropolita di Mosca dovrà essere l’erede del Patriarca di Costantinopoli. La qual cosa è ben difficile da ottenere perché sotto il tallone del Turco i Patriarchi di Costantinopoli non solo continuano a pontificare ma ricevono dal Sultano il potere d sottomettere tutti i cristiani ortodossi presenti dell’immenso impero ottomano: non solo gli ortodossi serbi, romeni e bulgari ma anche i patriarcati di Alessandria d’Egitto, Gerusalemme ed Antiochia.
Ma se i titolari degli antichi patriarcati sotto il giogo islamico hanno perso la loro libertà non hanno nessuna intenzione di rinunciare anche alla loro autorità e pertanto anche quando, nel 1592 riunitisi a Costantinopoli, ratificheranno solennemente la concessione all’arcivescovo moscovita del titolo di “Sua Santità” e “Patriarca di Mosca e di tutta la Russia” non benediranno affatto il mito della “Terza Roma” e nella gerarchia dei patriarcati non inseriranno Mosca subito dopo Costantinopoli, come invece pretendevano i russi. Alla Santità del Patriarca di Mosca verrà riservato il quinto posto: dopo Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

Tanto grande sarà in Russia l’autorità dei Patriarchi di Mosca durante il XVII secolo che non avranno imbarazzo ad usare la (ormai riconosciuta per falsa) Donazione di Costantino a Papa Silvestro per invocare la preminenza della loro autorità spirituale sull’autorità temporale degli C-zar. Alla morte del Patriarca Adrian avvenuta nell’anno 1700 Pietro “il Grande” riterrà quindi opportuno vietare l’elezione di un nuovo patriarca ed “ammodernerà” l’amministrazione del patriarcato russo sul modello delle Chiese di Stato dell’Europa protestante che professavano il principio luterano della sottomissione della Chiesa allo Stato e in cui il monarca era capo della Chiesa.
Continueranno ad essere nominati gli arcivescovi di Mosca ma essi non saranno più patriarchi e nemmeno conserveranno quel prestigio puramente onorifico che invece sarà tributato l’arcivescovo di San Pietroburgo la nuova capitale russa. Seppur umiliata da sovrani “illuminati” come Pietro e Caterina II la Chiesa considererà le guerre espansionistiche zariste come vere e proprie guerre sante ortodosse, e specialmente quelle miranti ad incamerare i dominii polacchi.
Ma sarà nel romantico XIX secolo, quando gli imperatori russi torneranno ad essere più pii ed innalzeranno sulla Piazza Rossa la nuova colossale cattedrale del Salvatore, che la volontà di potenza dello Stato russo sarà tutt’uno con l’affermazione del primato dell’Ortodossia russa sulle altre Chiese ortodosse.
Il lento ed inesorabile sgretolarsi dell’impero ottomano darà all’impero russo la possibilità di presentarsi come paladino dei legittimi moti indipendentistici dei popoli balcanici, fratelli nella comune fede ortodossa. E siccome per i greci, serbi, romeni e bulgari l’indipendenza politica dai turchi era tutt’uno dall’indipendenza ecclesiastica dal Trono Ecumenico, l’impero zarista si proclamò protettore nonchè vendicatore dei cristiani ortodossi sudditi della Sublime Porta.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale fece intravedere il miraggio di una storica rivincita dell’Ortodossia bizantina contro un Islam ricacciato definitivamente al di là del Bosforo, e di una Costantinopoli tornata ad essere capitale di un impero cristiano formato da tutte le nazioni slave ed ortodosse dell’Europa orientale sotto lo scettro dei Romanov; e di una Santa Sofia tornata cattedrale bizantina in cui avrebbe pontificato un Patriarca di Costantinopoli non più greco ma finalmente russo circondato da un Santo Sinodo slavo.


Se questi erano i piani della politica estera, tanto più in politica interna gli C-zar erano convinti che per russificare le minoranze etniche bisognasse costringerle a convertirsi alla Chiesa ortodossa russa, provocando per contrappasso il sorgere in quelle popolazioni di un sentimento nazionalistico. Quando durante la Prima Guerra Mondiale l’impero russo invase ed occupò militarmente la Galizia abitata in prevalenza da polacchi il Granduca Nicola comandante delle armate russe lamenterà che egli aveva atteso l’arrivo di treni carichi di munizioni ed invece erano arrivati dei treni carichi di pope (venuti a battezzare i polacchi e gli ucraini).
In questa indistricabile epopea della Chiesa e della Nazione russa l’anno 1917 rimane una data memorabile poiché, tra la rivoluzione di febbraio e la rivoluzione d’ottobre, la gerarchia ortodossa momentaneamente libera dal controllo politico ne approfittò per rieleggere, dopo oltre due secoli, un nuovo Patriarca nella persona di Tichon, Metropolita di Mosca.

Il nuovo regime bolscevico volendo estirpare ogni fenomeno religioso farà della Chiesa ortodossa, non l’unico ma certamente il principale, oggetto della persecuzione anticlericale che si prefiggeva come scopo il totale annientamento del cristianesimo in Russia.
Nel 1922 oltre quaranta vescovi del patriarcato di Mosca furono fucilati e gran parte del clero venne deportato nei gulag mentre le chiese venivano chiuse, spogliate dei loro ornamenti, spesso distrutte e demolite. A fermare le persecuzioni non basteranno le pubblica attestazione di lealismo al governo bolscevico da parte del patriarca Tikhon e la sua presa di distanza dalla "controrivoluzione" interna ed estera. Nel 1925, sul letto di morte San Tikhon profeterà: “La notte sarà molto lunga e buia”.


Con l’avvento al potere di Stalin la precaria situazione della Chiesa non si stabilizza affatto ma tra le improvvise sparizioni e le esecuzioni capitali, o a causa dei maltrattamenti in carcere, nel periodo della “lunga notte” vengono meno 272 vescovi del Patriarcato di Mosca. La Chiesa Russa è condannata a scomparire esattamente così come la cattedrale moscovita del Salvatore che Stalin fa radere al suolo: in sua vece venne eretto un centro sportivo e con il marmo del demolito tempio venne pavimentata la nuova metropolitana di Mosca.

Alla morte del Patriarca Tikhon il metropolita Sergiej Stragorodskij, per il drammatico procedere degli eventi, di fatto ("de jure" solo dal 1936) si trovò nel ruolo di “Locum Tenens” patriarcale, intervallando la sua residenza forzata fuori Moca a periodi di carcerazione. Nel 1927 stilava una solenne “Dichiarazione” in cui la Chiesa Ortodossa riconosceva nell’Unione Sovietica la propria patria civile e giurava lealtà al Soviet Supremo. Tale politica lealista -che era la fedele continuazione di quella del defunto Tikhon- fu oggetto di aspre critiche, soprattutto da parte di quella porzione di clero e fedeli russi nella diaspora che, del resto, già dal 1920 avevano ricevuto da Tikhon la facoltà di crearsi un’amministrazione ecclesiastica autonoma.
Il metropolita Sergio per salvare il salvabile non poteva che affidarsi al più disincantato realismo: impossibile creare in Unione Sovietica una Chiesa clandestina -come molti auspicavano- proprio perché sarebbe stato impossibile sfuggire alle maglie della polizia e dello spionaggio per una gerarchia ecclesiastica organizzata capillarmente in tutto il territorio nazionale.


Nel 1939, quando Hitler invade la Polonia dando inizio al secondo conflitto mondiale, in tutta l’Unione sovietica i vescovi del Patriarcato di Mosca ancora “liberi” sono solo quattro! Stalin però sa che se ha distrutto la Chiesa ortodossa non è riuscito ad estirpare la fede ortodossa dal cuore e dalla mente delle masse. Seppur privato del clero e dei luoghi di culto il popolo continua privatamente nelle proprie devozioni e a celebrare le festività del calendario giuliano.

Quando nel 1941 Hitler dichiara guerra all’Unione Sovietica Stalin decide di mettere alla prova il patriottismo del metropolita Sergio.
Da buon ex seminarista qual è, il leader sovietico sa bene che nella storia della Russia il clero, brandendo le icone della Madre di Dio, ha fomentato il popolo conto gli ogni invasione della “Santa Russia”: contro i tartari, contro i polacchi, contro gli svedesi e contro Napoleone. Lo stesso giorno in cui giunge a Mosca la notizia che l’esercito nazista è penetrato in territorio sovietico, il Locum tenens patriarcale emanava prontamente una lettera pastorale indirizzata a tutti i fedeli ortodossi dell’Unione Sovietica spronandoli, in nome di Dio, ad opporsi all’invasore tedesco.
Ma se Stalin voleva una Chiesa che supportasse la propaganda nazionalistica avrebbe dovuto consentire che l’agonizzante ortodossia russa si riorganizzasse e così migliaia di monaci e di preti riapparvero dopo molti anni di segregazione nei gulag. Vennero ricostituite le 73 diocesi in cui era diviso il Patriarcato di Mosca nell’era prerivoluzionaria e di conseguenza consacrati i nuovi rispettivi vescovi.

L’8 settembre 1943 Stalin premiava il metropolita Sergio concedendogli l’elezione al soglio patriarcale. Quando pochi mesi dopo il Patriarca Sergio moriva Stalin acconsentiva che si procedesse all’elezione del successore nella persona del metropolita di Leningrado Alexij Simansky che si era eroicamente prodigato durante la resistenza leningradese all’assedio nazista.
Il 2 febbraio 1945 con la sua solenne intronizzazione cominciava il pontificato del Patriarca Alessio I.


Stalin non ha concesso al Patriarcato di Mosca altro privilegio se non solo quello di non essere annientato ma nonostante questo, o forse proprio per questo, nelle gerarchie ortodosse si innescò inesorabilmente una specie di “sindrome di Stoccolma” che fa credere possibile di ottenere per mezzo dell’atea Unione Sovietica quel ruolo di guida dell’ortodossia mondiale che non si era riusciti a raggiungere sotto l’autocrazia zarista. Esempio di “sinfonia” tra Stalin ed Alessio I fu la forzata sottomissione al Patriarcato di Mosca della Chiesa bizantina unita a Roma e maggioritaria dell’Ucraina occidentale (Galizia) inglobata nell’URSS con lo smembramento della Polonia.

Nel nuovo clima segnato dagli accordi di Yalta, Stalin cerca tramite il Patriarcato russo di estendere l’influenza sovietica sulle nazioni non ancora allineate; con la benedizione di Stalin e Molotov il neoeletto Alessio I ad appena poche settimane la sua investitura parte per un tour che tra l’aprile e il maggio 1945 toccherà Teheran, Bagdad, la Siria, il Libano, Gerusalemme e l’Egitto, al fine di promuovere presso le antiche Chiese orientali un orientamento filo-russo (sia religiosamente sia politicamente) in sostituzione dell’influenza della filo-occidentale Ortodossia “greca” del Patriarcato Ecumenico e della Chiesa ellenica. Avendo l’appoggio di Stalin e con un Patriarcato Ecumenico straziato a causa del disprezzo del Governo turco nei confronti di tutto quello che fosse greco, Alessio I ritenne che la situazione politico-ecclesiastica fosse la più propizia per sanzionare ufficialmente la preminenza sul Patriarca di Costantinopoli agognata da secoli e a tale scopo convocò a Mosca un concilio a cui invitò tutti i rappresentanti delle Chiese bizantine ma che la dura protesta del Santo Sinodo costantinopolitano, e del Santo Sinodo di Atene, costrinse il Patriarca Alessio a derubricare a semplice celebrazione per i cinquecento anni dall’ottenuta indipendenza (autocefalia) dal Patriarca di Costantinopoli.


Le manovre staliniane non sfuggirono affatto al Presidente americano Truman che costrinse l’alleato turco a permettere l’elezione di un nuovo Patriarca Ecumenico nella persona del capo della Chiesa greco-ortodossa in Nord America: il metropolita Athenagoras che, ad elezione avvenuta, nel 1949 metteva piede ad Istanbul scendendo la scaletta del “Number One” cioè l’aereo personale del Presidente degli Stati Uniti.
Nella Pasqua del 1950, il Patriarca Ecumenico Athenagora I con una enciclica rivolta a tutte le Chiese ortodosse riaffermava solennemente che criterio e discrimine per valutare e definire l’ortodossia di una Chiesa autocefala fosse la sua concordia ed unità con la Sede costantinopolitana, e per meglio significare il proprio ruolo primaziale cominciò con l’andare a far visita agli altri patriarchi mediterranei ed ai leader delle altre Chiese.
L’inatteso disgelo ecumenico di Giovanni XXIII sposterà le schermaglie tra Costantinopoli e Mosca anche sul campo del dialogo con Cattolicesimo romano.

Indirizzata ufficialmente dal buon Papa Giovanni la richiesta alle Chiese Ortodosse di inviare degli osservatori all’incipiente Concilio Vaticano, il Patriarca Ecumenico pensò che fosse opportuno rispondere univocamente e, dopo aver sentito il parere negativo di tutti i leaders ortodossi compreso quello di Mosca, con personale rammarico rendeva noto il rifiuto. Immediatamente dopo il Governo Sovietico annunciava che ecclesiastici del Patriarcato di Mosca avrebbero invece presenziato ai lavori del concilio papista: lo schiaffo al prestigio di Athenagora non poteva essere meglio assestato.

Il Patriarcato di Mosca aderisce al Consiglio ecumenico delle Chiese e partecipa a tutte quelle iniziative internazionali religiose e pacifiste che possando darle visibilità, anche perché gli anni della “distenzione” di Krusciov (uomo personalmente ignoranisimo in materia religiosa) sono anni di ripresa della persecuzione sistematica verso la Chiesa ortodossa la quale considererà la notorietà internazionale dei propri vescovi come l’unica garanzia di salvarsi dal pericolo di improvvisi arresti e sparizioni di cui furono invece vittime gli ecclesiastici degli anni Trenta.
Ultanovantenne Alessio I spira nel 1970.
Nel 1972 muore anche Atenagora.
I nuovi patriarchi Pimen di Mosca e Demetrio di Costantinopoli -che pontificheranno entrambi fino al 1990- pontificano in un'era che si apre assai grigia ed avranno personalità meno estroverse dei loro due predecessori (nonché dei loro due successori).
E mentre la Chiesa di Roma constata il raffreddamento delle ansie ecumeniche bizantine considererà assai più strategico intrattenere cordiali rapporti ufficiali col Patriarcato di Mosca mediante il -sempre calorosamente accolto in Vaticano- Metropolita Nikodim di Leningrado, responsabile patriarcale per i “rapporti esterni”.
La fine repentina ed imprevista della Ostpolitik montiniana è quasi simboleggiata dalla altrettanto repentina morte del metropolita Nikodim fra le braccia di Giovanni Paolo I.


Giovanni Paolo II conosce personalmente la sofferenza dei cattolici sudditi della dittatura sovietica e che i greco-cattolici ucraini sono stati la vittima sacrificale per ottenere cordiali rapporti tra il Vaticano e Mosca.
Papa Wojtyla con una sua lettera pontificia del 1979 indirizzata al cardinale ucraino Josyf Slipy vuole invece rendere pubblico omaggio alla chiesa martire dell’Ucraina nata con l’Unione di Brest nel 1591 ma le cui origini risalgono a quel battesimo del principe Vladimir di cui nell’ormai non lontano 1988 si sarebbe festeggiato il millenario.
Il patriarcato di Mosca rispondenva prontamente annullando l’incontro teologico bilaterale che doveva celebrarsi ad Odessa e tramite il nuovo responsabile per i rapporti esterni metropolita Juvenaly, si domandò al Pontificio segretariato per l’unità dei cristiani di spiegare “il significato esatto” delle parole del papa.

Giovanni Paolo II non solo a parole ma fattivamente si preoccupò della sopravvivenza di quella Chiesa ucraina fedele a Roma il cui Arcivescovo maggiore cardinal Slipy ormai ottantacinquenne viveva in esilio dal lontano 1963. Al fine di dare una chiara continuità storica e canonica alla Chiesa ucraina unita a Roma, nel 1980 convocava in Vaticano la gerarchia greco-cattolica nella diaspora per eleggere colui che alla morte di Slypy gli sarebbe dovuto succedere nella carica di Arcivescovo di Leopoli. Per non aggravare ulteriormente i rapporti con Mosca però Giovanni Paolo II rifiutò di assecondare la richiesta del Sinodo ucraino che insisteva affinchè la propria Chiesa –e il proprio capo- venisse elevata al rango patriarcale.
Ma, d'altro canto, l’insistere pubblico e reiterato di Giovanni Paolo II nel voler pubblicizzare il millenario del battesimo della Russia costrinse il governo sovietico -dopo il 1985 retto nelle mani di Gorbaciov- a consentire ufficiali cerimonie commemorative (in cui ci sarebbe stato quel che più si voleva evitare: l’affluenza popolare) dove al Patriarca di Mosca sarebbe spettato il ruolo di padrone di casa. Epperò il Santo Sinodo ebbe il sospetto (più o meno fondato), nonché il vivo terrore, che Gorbaciov tra gli ospiti internazionali da invitare ai festeggiamenti del 1988 includesse anche il Papa polacco. Il Patriarca Pimen dichiarò preventivamente che il Papa di Roma era assolutamente ospite non gradito poiché non si voleva in alcun modo consentire che si sollevasse nuovamente e pubblicamente la questione degli “uniati” ucraini che per il Patriarcato di Mosca dopo il 1946 esistevano soltanto nei libri di storia.

Se la caduta del muro di Berlino, e l’accelerazione della svolta democratica della poltica di Gorbaciov diede ai russi anche una autentica libertà di culto di cui il Patriarcato sul momento non seppe che farsene -e che prima ancora di consentire agli occidentali sia cattolici sia protestanti di esercitare sgradito “proselitismo”- che diede, invece, la libertà a milioni di ucraini di professarsi cattolici e a migliaia di preti e monaci di uscire in massa dall’obbedienza al Patriarca di Mosca per tornare all’obbedienza al Papa di Roma (mentre l’altra mezza ucraina ortodossa chiedeva anch’essa l’indipendenza ecclesiastica da Mosca).

Nell’anno 1990, mentre stava per crollare l’Unione sovietica ed al contempo minacciava di sgretolarsi l’unità del Patriarcato a causa delle rivendicazioni separatiste dei vari popoli ed etnie presenti nell’impero sovietico quasi a significare la fine di un'era moriva il Patriarca Pimen cui succedeva, quale quindicesimo Patriarca “di tutte le Russie” il giovane metropolita di Leningrado Alexij Ridiger.
A questo punto comincia un’altra storia: comincia la dolorosa e gloriosa storia dei diciotto anni di pontificato di Sua Santità Alessio II. Una nuova storia che è fatalmente la continuazione di una vecchia storia.
Per valutare il raggio d’azione in cui si è mosso Alessio II bisogna pertanto superare a ritroso non solo il muro di Berlino ma altri muri di separazione assai più duraturi che si sono sedimentati tra le pieghe della cultura russa, almeno negli ultimi cinquecento anni:
1) il presupposto implicito del carattere imperiale della Chiesa russa fatalmente ereditato dall’Impero romano d’Oriente;
2) la gelosa rivendicazione dell’eredità religiosa, culturale e civile del principato di Kiev;
3)l’invincibile diffidenza per l’atavico avversario polacco (nonché cattolico).

Sarebbe davvero opera di sciocchi e di sprovveduti –come del resto si è fatto ampliamente!- voler tracciare un seppur abbozzato profilo del “governo” di Alessio II limitandosi a contare gli abbracci che ha dato o che si è rifiutato di dare, o che non ha fatto in tempo a dare.

lunedì, dicembre 08, 2008

LA DIVINA PASTORA [10]


Ovvero: "HA GUARDATO ALL'UMILTA' DELLA SUA SERVA"

Nel suo secondo concistoro per la creazione di ventitrè nuovi cardinali, Benedetto XVI cooptò tra i membri del Sacro Collegio anche l’arcivescovo di Parigi, monsignor Andrè Armand Vingt-Trois. E poiché il cognome del suddetto prelato suona come il numero ventitrè in lingua francese ciò diede adito negli ambienti ecclesiastici ad allusioni umoristiche e divertiti calambour.

La creazione del cardinal Vingt-Trois in un concistoro in cui i cardinali erano esattamente “ vingt-trois” è stata davvero l’unica nota di vivacità nella biografia di un’Eminenza per molti versi assai grigia: parigino, ha frequentato il Seminario di San Sulpicio, laureatosi in teologia morale all'Institut Catholique per poi tornare a San Sulpicio quale professore di Morale e particolarmente edotto nelle problematiche della morale sessuale e della bioetica (quasi un Tettamanzi alla francese).

La sua fortuna fu di essere mandato a fare il viceparroco di monsignor Jean-Marie Lustiger e quando nel 1981, contro ogni previsione, Lustiger fu prescelto da Giovanni Paolo II quale nuovo arcivescovo della capitale francese lo volle suo "Vicario Generale" e poi Vescovo ausiliare.
Per i buoni uffici del suo patrono divenne membro di un dicastero della Curia Romana (il Pontificio Consiglio della famiglia) e nel 1999 fu elevato ad arcivescovo nella piccola ma prestigiosa cittadina di Tours; l’11 di febbraio del 2005, festa di Notre Dame de Lourdes, la Santa Sede annunciava che il vescovo Vingt-Trois da successore di San Martino diventava successore di Jean-Marie Loustiger del quale, dopo avergli dato personalmente l’estrema unzione, con il concistoro del 24 novembre 2007 ne ereditava anche il Titolo cardinalizio di San Luigi dei Francesi.
Presidente della Conferenza Episcopale francese, nonchè Ordinario militare di Francia, ha cercato di declinare al meglio la nuova dottrina Sarkozy sulla laicità “positiva”, ovvero sul benemerito contributo delle religioni alla costruzione dell’etica pubblica.


Il 6 novembre 2008 durante i lavori dell’Assemblea plenaria dei vescovi francesi, riunita a Lourdes in occasione del giubileo delle apparizioni, il ventitrè volte Presidente dei vescovi gallici è stato la causa di una polemica intra ecclesiale:“cherchè la fame”.
Se, infatti, il presidente Sarkozy ha rischiato di perdere il favore dei cittadini francesi a causa della passione per la bella “Carlà”, il presedente dei vescovi francesi è stato oggetto del giusto sdegno dei cattolici francesi a causa della propria misogenia; ai microfoni di una radio cattolica ha risposto negativamente intorno all’ipotesi del conferimento del sacerdozio alle donne con frasi del tipo: “non basta portare la gonna, bisogna avere qualcosa nella testa” ed “è difficile avere delle donne ben preparate”.

Probabilmente, primi e principali vittime di una cultura “presidenzialista” sono stati i corrispondenti dell’emittente cattolica i quali avranno ritenuto loro dovere -e fonte di salvezza- rendere edotti i fedeli ascoltatori sul “programma di governo” del "presidente dei cattolici francesi". Quasi che, intorno a decisioni su cui si è già, -più volte e diffusamente- solennemente espresso il magistero pontificio, il vescovo della ville lumiere abbia il potere di prendere decisioni più “illuminate”!
Il test sul tasso di progressismo o di integralismo presente nel sangue dei porporati è giochino idiota (e quanto mai inutile) che i giornalisti cattolici dovrebbero lasciar fare a quei commentatori cui l’orgoglio del proprio laicismo è pari solo alla propria ignoranza religiosa. Inoltre non si capisce che bisogno ci fosse nel tirare in ballo il sacerdozio femminile dato che l'argomento dibattuto in quei giorni dall'episcopato francese era la bioetica, o per meglio dire una maggior e migliore preparazione del clero e degli operatori pastorali in genere, nel pernicioso dibattito tra etica e progresso della tecnologia medica! A meno che l'intervistatore non partisse dal presupposto che una donna sia a priori più preparata su argomenti medici e ginecologici in paricolare, e di conseguenza, che per una donna avere un "padre spirituale" femmina sarebbe un gran vantaggio.

La risposta del porporato, per cui il diniego al sacerdozio femminile veniva giustificato da presunta congenita deficienza intellettiva muliebre (oltre che dar prova del pessimo senso dell’umorismo dell’eminentissimo Vingt-Trois), più che sintomo di misogenia è sintomatica dell’autocomprenzione e dell’autorappresentazione del clero francese: il clero gallico non si considera tanto una casta sacerdotale quanto piuttosto un club intellettuale (proprio questo ha impedito al cattolicesimo francese di essere una Chiesa di popolo).

Lo sdegno, lo scandalo ed il raccapriccio per le misogine dichiarazioni del cardinal Andrè Vingt-Trois si sono eloquentemente manifestati nelle migliaia di e-mail e telefonate di protesta che hanno subissato la redazione della radio così come l’arcivescovado parigino, costringendo a pubbliche prese di posizione di esponenti del mondo ecclesiale transalpino.
L’associazione cattolica "Le Reseaux des parvis" ha indirizzato all’Eminentissimo una lettera aperta per esecrare «il disprezzo nei confronti delle donne [che] mette in pericolo l’equilibrio di tutta la società, anche dietro la copertura dell’umorismo». Lo stesso portavoce dell’arcidiocesi di Parigi ha dovuto riconoscere che: «si tratta di una frase maldestra, è vero, ma non si può per questo accusarlo di misoginia». Al colmo dell'ignominia, mercè comunicato stampa, il medesimo Vingt-Trois pubblicamente si batteva il petto invocando il perdono per aver peccato contro l’altra metà del cielo.

La mite sottomissione del porporato alla gogna mediatica non è bastato ad estinguere il fuoco dello zelo per la casa di Dio di un gruppo di devote intellettuali cattoliche che unitesi in un comitato battezzato acconciamente "Comitato in gonnella" ha chiesto che sia un tribunale a condannare il cardinale alle pubbliche scuse.
Ma poichè come ci ammonisce la Sacra Scrittura, la donna sà essere "Terribile come un esercito schierato per la battaglia", il tribunale a cui il "Comitato in gonnella" ha sporto denuncia non è un tribunale dello Stato francese ma il tribunale ecclesiastico dell'Arcidiocesi di Parigi! Il comitato delle pie filosofe e teologhe attende con fiducia che il tribunale ecclesiastico condanni il cardinal Vingt-Trois per aver esposto una dottrina contraria a quello che invece viene solennemente proclamato nei sacri canoni del Codice di Diritto Canonico, ovvero l'uguale dignità di tutti i fedeli cattolici:"che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo" (canone 204).

Ed in effetti, fossimo Noi i giudici del ventitrè volte grigio arcivescovo parigino, non potremmo far altro che condannare le sue dichiarazioni radiofoniche poichè la teologia cattolica ha sempre insegnato che: alle donne il sacerdozio è negato in quanto donne e non in quanto le donne siano meno intelligenti dei maschi o meno capaci di cogliere, assimilare e trasmettere le verità dogmatiche della fede cattolica. Anzi da un punto di vista che potremmo definire della "intelligenza della fede" lo stesso vertice del Magistero ecclesiastico ha definito solennemente che la dottina secondo cui l'autorità di pascere i fedeli è riservato per diritto divino agli Apostoli ed ai loro successori "non significa in nessun modo una minore stima della sublime missione che la donna ha in mezzo al Popolo di Dio.
Al contrario, la donna, entrando a far parte della Chiesa con il Battesimo, partecipa del sacerdozio comune dei fedeli, che la abilita e le fa obbligo di professare dinanzi agli uomini la fede ricevuta da Dio per mezzo della Chiesa. E in tale professione di fede tante donne sono arrivate alle cime più elevate, fino al punto che la loro parola e i loro scritti sono stati luce e guida dei loro fratelli. Luce alimentata ogni giorno nel contatto intimo con Dio, anche nelle forme più nobili dell’orazione mistica, per la quale San Francesco di Sales non esita a dire che posseggono una speciale capacità": così dichiarava solennemente il Papa Paolo VI nel 1970 proclamando Santa Teresa d'Avila, prima fra tutte le donne, Dottore della Chiesa Universale.

giovedì, ottobre 30, 2008

CASTRUM DOLORIS, XVII


"La cripta dei Cappuccini, via Veneto

Agli spagnoli, i siciliani, i leccesi, i messicani, gli a manti di Halloween di Dario Argento che magnificano le meraviglie del proprio barocco raccapricciante, i romani sono autorizzati a controbattere con lo spettacolo della cripta dei Cappuccini in via Veneto, compreso il sacello dove riposa Padre Mariano (1906-1972), il frate che parlava in televisione al tempo monocolore e monocanale, chiudendo i propri discorsi con l’inamovibile: “Pace e bene a tutti”. *
La cripta è infatti cosa davvero unica, forse nascosta rispetto all’occhio del visitatore ignaro o accecato soltanto dal binomio via Veneto-Dolce Vita, e dunque mignotte, cocaina e attori famosi, ma comunque degna di ogni possibile attenzione.

Se le catacombe palermitane, dove i morti sono attaccati alle nicchie con gli abiti del proprio mestiere, già viste nel film di Francesco Rosi Cadaveri eccellenti, vanno associati alla teatralità espressionistica per la loro ridondanza scenografica, nel caso della sede romana bisogna pensare piuttosto all’astrazione pura, Mondrian piuttosto che Munch, lì infatti le ossa umane sono utilizzate come nel lego, per realizzare una decorazione perietale. Ai cappuccini di via Veneto le vertebre, le costole , i bacini, i femori e quant’altro, cartilagini comprese, servono a comporre l’ornato delle cripte. Qualcuno infatti a suo tempo pensò a incollare, uno dopo l’altro, tanti pezzetti d’ossa alle pareti. Il discorso profondo che se ne deduce riguarda il libro dell’Eccesiaste, serve anzi a smentire i capisaldi di quel testo: non è vero che tu, da morto, non servi più a nulla, guarda bene qui e scoprirai che non si butta niente nella versione più gagliarda del barocco.

Nell’ordine troviamo la cripta della risurrezione, la cripta dei teschi, la cripta dei bacini con un grande baldacchino (di bacini, ovviamente) dal quale pende un fregio di vertebre più il rosone centrale della volta formato da sette scapole con pendagli di altrettante vertebre. La cripta delle tibie e dei femori con un tondo di mandibole ornato di nuovo di vertebre e due grandi fiori laterali formati da scapole con pendagli dempre di vertebre. La cripta dei tre scheletri, dove alcuni piccoli scheletri (amati defunti di casa Barberini) sorreggono con una mano un cranio alato.
Nel sito ufficiale www.cappucciniviaveneto.it, è possibile leggere: “Verso la metà del 1700, con interventi successivi fino al 1870, questo luogo di sepoltura, di preghiera e di riflessione per cappuccini –che vi scendevano ogni sera prima di andare a riposare- è stato trasformato in un’opera d’arte, per trasmettere il messaggio che la morte ferma ferma le porte del tempo e apre quelle dell’eternità”. Giovedì chiuso."

(FULVIO ABBATE; ROMA, guida non conformista alla città; Cooper 2007)



* [Il sarcastico Abbate, che a stento riesce a trattenere il raccapriccio per le manifestazioni del sacro di quella Roma pontificia assoggettata alla da lui definita "vermiglia pantofola chiodata", pone erroneamente il sacello del padre cappuccino Mariano da Torino nella cripta mentre quel gran Servo di Dio è sepolto nella Chiesa della Concezione, sotto lo sguardo del celeberrimo San Michele Arcangelo di Guido Reni, entrando, la prima cappella a destra.]

mercoledì, ottobre 29, 2008

CASTRUM DOLORIS, XVI


Ovvero: Lo spirituale ed il temporale

Vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli la sera di martedì 28 Ottobre 2008, nonchè cinquantesimo anniversario della elezione di Papa Giovanni, si trovava presso la tomba di quel Papa-Re Giovanni Maria compagno di beatificazione del Papa Buono, nella Basilica paleocristiana di San Lorenzo Fuori le Mura. Basilica presso la quale accorse Pio XII dopo essere stata colpita del bombardamento degli alleati anglo-americani che ridusse in cenere la sontuosa decorazione voluta da Pio IX. Papa Mastai Ferretti amava particolarmente la basilica patriarcale del Verano, dove decretò la propria sepoltura, e la volle affidare alle cure spirituali dei frati francescani cappuccini poichè i francescani minori e i francescani conventuali officiavano già rispettivamente le altre basiliche patriarcali del Laterano e del Vaticano.

Nella sobria navata dove le antiche colonne portano evidenti i segni delle bombe, Luigi Accattoli era giunto quale moderatore della tavola rotonda sui “Contenuti elementari del vivere umano”, con padre Giacobbe Elia, Flavio Keller, Tonino Cantelmi, Alessandro Meluzzi, Roberto Fornara, nell’ambito del convegno intitolato “La vita: fragilità e pienezza”, promossa dai padri Cappuccini e dall’Associazione "Identità e Confronti".

Scrive sul proprio blog il "giovanneo" Accattoli:
Prima è andata via la luce e la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura era ancora più bella, perchè finalmente la vedevi, senza più quei fari abbaglianti. Ma subito dopo è arrivata l’acqua: un fiume d’acqua che scorreva tra le navate, coprendo con le foglie dei platani e i foglietti della messa i mosaici del pavimento e salendo veloce al livello del primo gradino del presbiterio.
Era appena entrato in Basilica il sindaco Giovanni Alemanno e io l’avevo salutato a nome di tutti, essendo il coordinatore della tavola rotonda sulle “ragioni della vita”. Ed ecco Giancarlo Elena, uno degli organizzatori, che dice al microfono: “C’è un fatto nuovo, l’acqua entra nella Basilica, dobbiamo trasferirci nella sala superiore”.
Alla rinfusa transumiamo a centinaia verso quella sala, ma anche per raggiungere l’uscita che passa per la sacrestia dobbiamo camminare nell’acqua, che subito sulla nostra sinistra precipita a cascata nella cripta, scorrendo sotto la cancellata e scendendo a balzelloni per i gradini verso la tomba di Pio IX. Passando per un corridoio vediamo il chiostro allagato ancor più della Basilica.
Continuano i tuoni e lo scrosio dell’acqua.
Nella sala superiore, il padre Carmine De Filippis, ministro provinciale dei Cappuccini del Lazio, esclama: “Signor Sindaco, forse è un segno che tutto questo sia capitato mentre lei era qui: ci aiuti a salvare la Basilica! Sono 12 anni che frequento questo luogo e sarà già successo quattro o cinque volte un tale allagamento: noi viviamo nel terrore dell’acqua alta, come nella Roma dei secoli passati, dove la memoria delle generazioni era scandita dalle inondazioni del Tevere”.


E mentre il pensiero nostro segue, sgomento, lo scorrere dell'acqua piovana che dal cosmatesco pavimento della basilica medievale precipita giù per le scale che scendono alla cripta dove il beato corpo di Pio IX, dal giorno della Beatificazione del 3 settembre 2000 è felicemente esposto sotto il nuovo altare della sua interrata cappella funeraria che la devozione dei cattolici di tutto il mondo volle completamente e splendidamente decorata a mosaico, pare di sentire nuovamente attorno a Papa Mastai la eco della "pasquinata" trovata nella Basilica Vaticana il 17 settembre 1870, tre giorni prima della Breccia di Porta Pia: "Santo Padre benedetto, ci sarebbe un poveretto/ che vorrebbe darvi in dono/ questo ombrello. E' poco buono,/ ma non ho nulla di meglio./ Mi direte: "A che mi vale?"./ Tuona il nembo, Santo Veglio;/ e se cade il temporale?

martedì, ottobre 28, 2008

Vite Parallele /15

Sive: SUMMORUM PONTIFICUM CURA


“Ammiratori e avversari hanno esaurito tutte le loro risorse per rilevare l’antitesi totale che Giovanni XXIII avrebbe costituito col suo predecessore tanto nelle caratteristiche personali, fisiche e psicologiche, quanto nello stile e nei metodi di governo.
Un gioco anche troppo facile, se non altro per l’imporsi addirittura quasi violenta di certi contrasti, a partire da quello delle relative figure. Ma il cui torto peggiore è quello di voler dimostrare una tesi data per scontata, come se la sua contraria non avesse le minime chanches di farsi valere.

Gioco per gioco, ma con la speranza che non sia altrettanto futile, vorrei individuare se, nonostante le opposte e così vistose apparenze, essi avevano invece qualche elemento in comune o addirittura, nonostante tutto, una certa affinità. […] ho preso come punti di riferimento quattro caratteristiche fondamentali del modo di essere di papa Pacelli: l’impassibilità, la chiarezza delle idee e delle scelte, il senso di autorità e la ieraticità. Esse possono benissimo essere valide nel confronto essenziale che mi limiterò ad abbozzare.

Quanto all’impassibilità, trovo che il termine lascia molto a desiderare e che potrebbe meglio essere sostituito da quello di imperturbabilità. La impassibilità è più una dote fisica che morale, al contario dell’imperturbabilità. Ora ammetto che non sarebbe facile un discorso sull’impassibilità di Giovanni XXIII, mentre non è affatto arduo quello sulla sua imperturbabilità; ma anche il discorso su Pio XII riesce non solo più agevole ma anche più adeguato e preciso nel secondo caso. […]
Parlando del Pacelli infatti, veniva più spontaneo porre l’accento su quella caratteristica traduzione esterna, fisica, della sua interiore imperturbabilità che definivo la statuarietà o la marmorizzazione della sua figura. Lo stesso stato interiore, invece in papa Roncalli si traduceva non già in un’impassibilità immobilistica, ma, al contrario, in una mobilità contenuta ma significativa e a volte persino in vivacità.
Quello che conta è che ambedue i pontefici vivessero il loro ruolo di papi con una profonda tranquillità di spirito, senza turbamenti e senza ansie interiori, o con turbamenti e ansie subito fugati, senza agitazioni o oscillazioni d’animo. Ciò che in un’indole più fredda e dominata da una prevalente determinazione della volontà come quella di Pacelli, si traduceva in un self-control naturale il cui risultato era appunto l’imperturbabilità esteriore, e cioè l’impassibilità; in un’indole invece più sentimentale ed effusiva, come quella di Roncalli, si traduceva in una serenità rivelatrice di quiete e persino di gioia interiore, donde addirittura gli sfoghi di buonumore di letizia, ecc.

E perché la chiaroveggenza e la sicurezza delle scelte, sia teoriche che pratiche, tipica di Pio XII, non si accorderebbe idealmente, fino ad identificarsi nel suo nucleo primordiale, con la sicurezza intuitiva di Giovanni XXIII?
Quello che per l’uno era deduzione irresistibile e cristallina per via di ragione, per l’altro era percezione per così dire intuitiva; comunque sia nell’uno che nell’altro caso ne derivava per i due pontefici un senso intimo di sicurezza, di solidità, di saper appoggiare le proprie vedute e le proprie decisioni sulla roccia e non sulla sabbia. Senso si sicurezza fondamentale, per capi come essi erano, che li assisteva nell’assunzione delle responsabilità di governo e che si trasmetteva anche nei loro sudditi i quali si aspettavano da loro una guida sicura, senza tentennamenti e senza pentimenti.

Anche il senso di autorità emanante da Pio XII non può essere messo in sostanziale contrasto con quello di Giovanni XXIII, al contrario. Se il primo naturalmente lo rivestiva delle note caratteristiche del proprio temperamento autocratico e assolutista, e il secondo invece di quelle proprie del suo temperamento democratico ed egualitario, esso era però sostanzialmente identico nella sua convinzione interiore, nella sua efficacia, nella sua influenza. Solo aveva un fascino e un’attrazione diversa, l’autorità del Pacelli essendo qualcosa che fondeva, per così dire, le qualifiche del suo altissimo ruolo con le doti della sua eccezionale personalità e quella del Roncalli presentandosi con l’incontro tra la virtù evocatrice del profeta e l’ansia scrutatrice delle moltitudini, il cui istinto vitale non fallisce se toccato da autentiche virtù taumaturgiche.

Infine la ieraticità di Pio XII non contraddiceva in nulla la semplicità del suo successore. Pacelli, infatti, al sentirsi papa univa uno sforzo di concentrazione e un’acquisizione di consapevolezza interiore che si traducevano in un’assunzione di atteggiamenti esteri conformi alle funzioni eccezionali del suo ruolo; il Roncalli, a sua volta, viveva il proprio ufficio per se stesso e non in funzione della propria persona, ciò che mentre eliminava le complicazioni di intrusioni personali, faceva emergere in tutta la sua purezza il significato e l’essenza della sua funzione di sommo pontefice…”

[CARLO FALCONI, Ritrattazioni, 1972]

venerdì, ottobre 24, 2008

Non è bene che un profeta muoia fuori da Gerusalemme /3

Isaac Herzog Ministro per gli Affari Sociali del Governo israeliano, che ha anche l’incarico dei rapporti con le comunità cristiane, in un'intervista rilasciata al quotidiano Haaretz ha bollato come «inaccettabile» l’intenzione della Santa Sede di procedere alla ratifica del decreto sulle virtù eroiche esercitate dal Servo di Dio Eugenio Pacelli: «Durante il periodo dell’Olocausto – ha detto Herzog – il Vaticano sapeva molto bene quello che stava accadendo in Europa». E «Non c’è ancora nessuna prova di alcun provvedimento preso dal Papa, come avrebbe dovuto suggerire la statura della Santa Sede. Il tentativo di canonizzarlo è uno sfruttamento dell’oblio e una mancanza di consapevolezza. Invece di agire in base al versetto biblico “Non coopererai alla morte del tuo prossimo”, il Papa è rimasto silenzioso e forse ha fatto anche di peggio».

Isaac Herzog è il figlio di Chaim Herzog che fu Presidente della Repubblica di Israele dal 1983 al 1993, nonchè omonimo nipote di Isaac HaLevi Herzog che fu Gran rabbino ashkenazita di Gerusalemme il quale, omonimo nonno, il 9 ottobre 1958, in morte di Papa Pacelli, ebbe a dichiarare:
«La morte di Pio XII è una grave perdita per tutto il mondo libero.
I cattolici non sono i soli a deplorarne il decesso».

DEVOTIO MODERNA [12]

Ovvero: Come avvenne che un bambino genovese battezzato nella confessione della Fede Cattolica, per inappellabile decreto della Suprema Corte di Cassazione della Repubblica Italiana, debba assumere il gloriosissimo nome di un Santo Pontefice Romano.


Quando il 3 settebre dell'anno di Nostra Salvezza bismillesimo sesto, nella "superba" Genova i neo genitori Roberto e Mara -gestori di un bar nella centralissima Piazza Caricamento- si recarono all'Anagrafe per registrare la nascita della propria creatura si sentirono opporre dell'addetto preposto il metto rifiuto di obbedire alla genitoriale volontà di imporre all'ignaro infante il nome "Venerdì".
E spiegando agli increduli genitori che "Venerdì" era nome improprio per un bambino, l'impiegato dell'Ufficio Anagrafe ha, quindi, seduta stante registrando il neonato con il nome del santo menzionato sul calendario in data 3 settembre, ovvero: del Santo pontefice Gregorio Magno.

Il Tribunale di Genova ha ratificato l'operato del Comune e motivato il diniego del nome "Venerdì" ai sensi dell’art. 34 del Dpr 396 del 2002 in base al quale «è vietato imporre al bambino nomi ridicoli e vergognosi». Il nome di Venerdì, diceva la motivazione della sentenza, «evocava il personaggio romanzesco creato dallo scrittore Daniel Defoe nell’opera "Robinson Crusoe", una figura umana caratterizzata dalla sudditanza e dall’inferiorità che non raggiungerebbe mai lo stato dell’uomo civilizzato». Di qui il diniego in previsione di un futuro «disagio per il bambino e il futuro adulto, facilmente esposto al senso del ridicolo, in ragione di quel richiamo al personaggio letterario».

Roberto e Mara non si sono dati per vinti appellandosi alla Cassazione, portando ad esempio dell'infondatezza della sentenza del Tribunale di Genova il caso concreto di nomi altrettanto "inappropriati" come "Chanel" (la figlia di Francesco Totti e Ilary Blasi) o Oceano (rampolla di Lavinia Borromeo e Jaki Elkann). Ma per la inappellabile sentenza 25452 del 23 ottobre 2008 la Suprema Corte di Cassazione ha decretato che «il ricorso non ha precisato quale sia stato il fatto controverso in relazione al quale assumono rilievo le censure relative alla motivazione della decisione impugnata». Cioè: la Cassazione ha praticamente confermato e ratificato la decisione del Tribunale di Genova per cui il primogenito dei signori Roberto e Mara, nato a Genova il 3 settembre 2006, in nome della democratica Repubblica Italiana dovrà essere chiamato "inappellabilmente" Gregorio.

Immaginabile la costernazione dei genitori che, ancora inceduli e trasecolati, hanno dichiarato ai giornalisti: «il bimbo a gennaio è stato battezzato in chiesa e nemmeno il sacerdote ha avuto nulla da ridire».

lunedì, ottobre 20, 2008

Logos spermatikòs /2

Ovvero, quando il Diavolo profetizza:
Ratzinger e i casalesi: abortiamo subito ogni "leggenda nera"
"Non pensiate che il Ratzinger abbia taciuto per strafottenza o per pavidità. Se a Pompei non ha detto neanche una parola sulla camorra, se non ha fatto neanche un lontano cenno a stragi di senegalesi e incendi di campi rom, è stato solo per evitare ritorsioni al suo gregge. Anche soltanto una parola sarebbe stata inutile e forse controproducente, chessò, i camorristi avrebbero preso di mira le cassette delle offerte, o avrebbero preteso dai preti il pizzo sulle messe cantate, o peggio.
Il Ratzinger ha scelto la prudenza. Con intima sofferenza, probabilmente.
Come Pacelli coi nazisti, insomma. Sputato, direi.
Vedrete che, quando si tratterà di farlo santo, non mancheranno prove in suo favore: nel cassetto aveva una enciclica contro i casalesi, mai pubblicata per ragioni di superiore opportunità."

sabato, ottobre 18, 2008

LA DIVINA PASTORA [9]


SIVE: VOS ET IPSAM BLOGOSFERAM BENEDICIMUS!

Qualcuno aveva velatamente lamentato che le uditrici, le teologhe e le bibliste presenti al dodicesimo Sinodo dei Vescovi (che se si chiama "dei vescovi" ci dovrà pur essere un motivo!) non avevano proferito verbo nell'aula in cui gli alti prelati interloquivano della Parola di Dio.
Poi martedì 14 ottobre, fra tutte le donne, ha parlato la signora Agnes Kam Leng Lam.
Cinese di Hong Kong docente universitaria, invitata al Sinodo "sulla Parola di Dio" in quanto Presidente dell'Associazione Cattolica Biblica di Hong Kong, la signora Agnes Lam: "ha lanciato la sua proposta per portare il Vangelo alla gente, in Cina e altrove, in quello che ha definito “un metodo semplice per un mondo complesso”.

La Chiesa, ha detto Agnes Lam, “dovrebbe rispondere al modello comportamentale della gente di oggi, compiendo degli aggiustamenti al suo modo di far conoscere la parola di Dio, così che la gente di oggi giunga a conoscere Gesù Cristo e a seguirlo, trovando in lui il destino della sua vita”. I suoi esempi di “metodo semplice” sono una piccola lista. “leggere la Bibbia è come mangiare – ha detto Agnes – una zuppa preparata in casa con tempo e amore è deliziosa, mentre il ‘fast food’ non ha nessun gusto”. E allora bisognerebbe insegnare alle persone a leggere la Bibbia, in quella che è detta “Lectio Divina”, cioè lettura, meditazione e applicazione pratica dei passi sacri.

E poi è necessario “invitare il Santo Padre ad aprire un blog, in molte lingue, per guidare come un pastore il mondo di oggi”.
Nel blog dovrebbero essere presenti ogni giorni brevi brani della Scrittura, “con una riflessione semplice, un testo breve e parecchi immagini”. In questo modo, creando anche un “kit di sopravvivenza” su una conoscenza di base della Bibbia, si potrebbe rispondere ad alcune esigenze della gente di oggi: velocità, interazione, varietà e un tocco di vita, “per stimolare un interesse stabile nella lettura della Bibbia per i laici”.
Papa Benedetto ascoltava con attenzione, e ha abbozzato un sorriso alla fine dell’intervento.
"(Marco Tosatti)

venerdì, ottobre 17, 2008

DEVOTIO MODERNA [11]

Ovvero, amplio stralcio dell' articolo -nell'edizione del 17 Ottobre 2008 dell'Osservatore Romano- nel quale la storiografa Barbara Frale avanza la suggestiva ipotesi:
"Sant'Ignazio di Antiochia. Un Papa in incognito?"


"Sulla fine d'estate dell'anno 107 dell'era cristiana giungeva a Roma da Brindisi uno strano convoglio. Aveva risalito la penisola italiana lungo la via Appia, ma il viaggio era cominciato alcune settimane prima molto più lontano, a Oriente, nella grande metropoli di Antiochia in Siria (oggi in Turchia). Dieci guardie scelte erano state mobilitate dall'imperatore Traiano per sorvegliare e impedire la fuga di un uomo solo, un vecchio vicino agli ottant'anni in un'epoca in cui la vecchiaia cominciava a sessanta. Il vecchio si chiamava Ignazio ma curiosamente usava presentarsi con un secondo nome, Teoforo (in greco "portatore di Dio"), che era piuttosto un soprannome.
[...]
In Antiochia il giovane Ignazio conobbe di persona san Pietro ed entrò nella sua cerchia; più tardi Pietro lo scelse come suo successore prima di lasciare la città.

Fino a questo punto la vicenda di Ignazio non è molto diversa da quella di altri personaggi che furono tra i seguaci di Gesù Nazareno della seconda generazione; ma il prosieguo della storia ha caratteri davvero unici.

In un anno che molti storici credono essere il 107, l'imperatore Traiano condanna a morte l'anziano vescovo con una delle forme di supplizio più crudeli: ad bestias, essere sbranato dalle belve nell'anfiteatro.
Dieci guardie hanno il compito di recarsi nella metropoli di Siria, arrestare il vecchio e trasferirlo addirittura fino a Roma, luogo prescelto per l'esecuzione pubblica: un viaggio di settimane che avrebbe praticamente attraversato il Mediterraneo.
Legato a questi soldati che egli chiama "leopardi", Ignazio parte da Antiochia e arriva a Smirne, dove riceve il vescovo Policarpo: qui scrive tre lettere pastorali dirette rispettivamente alle Chiese delle città di Efeso, di Magnesia sul Meandro e di Tralli, e le consegna personalmente nelle mani dei loro vescovi Onesimo, Dama e Polibio che sono venuti fino a Smirne con una delegazione dei fedeli locali per salutarlo e rendergli omaggio.
Poi scrive ai cristiani di Roma: alcuni membri di quella Chiesa, persone influenti che possono accedere alla cerchia dell'imperatore, vogliono cercare di salvargli la vita; però Ignazio li frena: non è il caso di esporsi a rischi gravissimi per evitare la morte di un uomo molto vecchio, destinato comunque a morire in breve; inoltre egli crede che il suo martirio stia giungendo in un momento molto propizio, e gli darà occasione di consolidare con il suo gesto la comunità dei cristiani che vive un momento di confusione.
Si definisce "frumento di Dio": infatti Dio lo sta usando per alimentare la fede di tutti gli altri.

Partiti da Smirne, Ignazio e i suoi guardiani arrivano a Troade: qui il vecchio scrive e spedisce altre tre lettere alla Chiesa di Filadelfia, a quella di Smirne che ha appena lasciato e un'altra a Policarpo, per comunicargli che lo ha eletto vescovo della sua Antiochia.
Da Troade Ignazio è condotto via mare fino a Neapolis, nella regione della Macedonia, poi a Filippi, e da qui il convoglio risale l'antica via Egnatia fino al porto di Durazzo (o di Apollonia). Laggiù si imbarcano fino a Brindisi, poi sbarcati in Puglia risalgono via terra fino a Roma.
Secondo la tradizione il supplizio avvenne il 17 ottobre.

Il contenuto della vicenda, che gli autori antichi non hanno mai messo in discussione, sotto il profilo storico è quanto mai eccezionale. Innanzitutto non si capisce come mai l'imperatore Traiano, sotto il regno del quale ci fu un'ondata violentissima di persecuzioni contro i cristiani, si dette la pena di inviare fino alla remota Antiochia di Siria un drappello di soldati al puro scopo di scortare fino a Roma questo vecchio, che poteva benissimo essere giustiziato laggiù.

La vicenda è un vero unicum nella storia del cristianesimo antico; infatti conserviamo un solo caso del genere: quello del fariseo convertito Saulo di Tarso, più noto con il soprannome di Paolo, che dalla Palestina fu tradotto fino a Roma per subire la pena capitale. San Paolo però ebbe questo singolare "privilegio" perché aveva la cittadinanza romana [...]. Si era appellato a Roma, ne aveva legalmente il diritto e fu trasferito nella capitale.
Il caso di Ignazio è completamente diverso: lui non possiede la cittadinanza romana, altrimenti avrebbe avuto diritto a subire la decapitazione, che era un supplizio più decoroso, rapido e molto meno atroce.
I motivi di questa singolarissima scelta vanno cercati altrove.

Anche il numero delle guardie che lo sorvegliano è veramente alto: dieci soldati sono davvero troppi per impedire la fuga a un povero vecchio. Il modo con cui li soprannomina, cioè "leopardi" potrebbe essere una spia interessante: infatti la pelle di leopardo era usata dai soldati dell'esercito romano che appartenevano a un'unità speciale: i signiferi, coloro che avevano il sommo onore di portare in guerra le insegne militari. Erano coperti sin dalla testa dalla pelle di un animale potente e feroce, che aveva un significato simbolico e dava loro un aspetto impressionante. I rappresentanti delle legioni usavano generalmente pelli di lupo e d'orso, mentre i grandi predatori felini come il leone e il leopardo erano prerogativa dei pretoriani, membri della temibile, potentissima guardia personale dell'imperatore.
Se davvero Traiano mandò laggiù anche solo uno di questi soldati (figuriamoci dieci!), allora decisamente Ignazio non era un uomo qualunque, bensì un sorvegliato speciale sotto il potere personale dell'imperatore: il che spiega bene l'eccezionalità assoluta del suo caso.
Forse questo strano viaggio verso il martirio possedeva un volto istituzionale che dobbiamo riscoprire completamente: infatti il contenuto delle lettere di Ignazio presenta degli aspetti che sembrano confermare questo sospetto.

Il vecchio riceve delegazioni delle Chiese locali che sono venute per onorarlo e avere istruzioni da lui. Nomina vescovi, scrive encicliche: nella lettera a Policarpo dice espressamente che aveva intenzione di scrivere a tutte le Chiese ma non ha fatto in tempo perché i soldati l'hanno costretto a imbarcarsi all'improvviso.
Ignazio ha preoccupazioni ecumeniche che trascendono i compiti e le responsabilità di un semplice vescovo locale. Si rivolge a una comunità di fedeli che chiama Chiesa cattolica, cioè "universale", ed è il primo a coniare questa denominazione. Esorta tutti a mantenersi uniti e obbedienti nella fede e soprattutto a tenersi lontani dall'eresia degli gnostici, i quali vanno diffondendo un'idea di Gesù diversa da quella di Pietro e dei vangeli.
Circa la figura di Gesù Cristo, Ignazio esprime una posizione netta su questioni teologiche fondamentali come la sua nascita a opera dello Spirito Santo e la sua divinità. Alcune espressioni che usa sono sorprendenti e anticipano di secoli gli sviluppi futuri della teologia: per esempio di Cristo dice "procedendo dal Padre", e con ciò intende che Gesù non fu creato bensì generato da Dio, un'idea che precede di due secoli il "generato, non creato" sancito nel Credo del concilio di Nicea dell'anno 325.

Infine afferma che la Chiesa di Roma ha un primato spirituale su tutte le altre, fatto decisamente molto strano visto che a quel tempo le Chiese di Gerusalemme, Alessandria e Antiochia (la sua Antiochia) possedevano una dignità pari alla sede romana. Insomma, quest'uomo si comporta proprio come se fosse un Papa (diremmo oggi). Anche le Chiese che lo vengono a omaggiare si aspettano da lui consiglio e direttive spirituali.
L'idea che Ignazio fosse ben più che un vescovo al pari di altri, che cioè avesse un ruolo guida nella Chiesa del tempo, spiegherebbe pienamente il suo stranissimo destino.
Se davvero quest'uomo fu per un certo tempo il capo dei cristiani, allora si capisce perché Traiano volle prendersi la briga di farlo viaggiare per metterlo a morte fino a Roma: la sua esecuzione doveva essere eclatante e spettacolare, doveva essere un monito per tutti. L'imperatore poteva raggiungere chiunque, e decapitare quella setta togliendone di mezzo il capo in qualunque angolo dell'impero si trovasse nascosto.

Il periodo in cui avvenne il supplizio di Ignazio è anche uno di quelli per cui sappiamo meno in assoluto sulla società cristiana e sulla successione apostolica.
Il primo catalogo dei vescovi di Roma sembra fosse scritto dallo storico Egesippo nell'anno 160, dunque decenni dopo i fatti narrati, e in ogni caso le prime attestazioni concrete che possediamo risalgono solo all'anno 354 (il cosiddetto Catalogo Liberiano) o addirittura al vi secolo (la lista dei Papi contenuta nel Liber Pontificalis).
Sappiamo che la successione apostolica avveniva nei primi tempi in maniera diretta, per scelta personale: Pietro nominò Lino come suo successore, e Lino pare nominasse Cleto (o secondo altri autori antichi un certo Anacleto). Poi venne Clemente Romano, il quale continuò la lotta di Pietro contro l'eresia gnostica scrivendo una famosa lettera alla Chiesa di Corinto: è lo stesso tipo di impegno nel quale si adopererà anche Ignazio di Antiochia, che dunque prosegue la tradizione pastorale di Pietro e di san Clemente.

Clemente morì nell'anno 97, esiliato in Oriente e, secondo la tradizione, gettato in mare con al collo una pesante ancora. Gli successe Evaristo, riguardo al quale sappiamo davvero poco: secondo lo storico Eusebio di Cesarea, vissuto sotto Costantino, il pontificato di questo Papa era avvenuto fra l'anno 99 e il 108 ed era durato otto o nove anni. La durata dei nove anni è confermata anche dal Liber Pontificalis, ma se questo periodo si aggiunge alla morte di Clemente (avvenuta nel 97) si arriva appena all'anno 106, ovvero un anno prima della morte di Ignazio.

Il livello di informazione che le fonti antiche presentano non ci permette di essere più precisi, però salta subito all'occhio che un pontificato molto breve (di un anno se non addirittura mesi) poteva sfuggire benissimo a chi molti decenni più tardi dovette raccogliere le tradizioni per compilare le prime liste dei Papi. E questo in special modo se per qualche motivo, dinanzi a una situazione del tutto anomala, il Papa in quei mesi non aveva abitato in Roma.

Di fatto non sappiamo nulla circa la fine di Evaristo, anche se è estremamente probabile che morisse martire dato il tenore dei tempi. La sua scomparsa nel nulla fa pensare che fu eliminato dalle autorità romane in maniera diversa da un'esecuzione ufficiale, di quelle che lasciavano una traccia forte nella memoria collettiva, come nel caso di altri vescovi o santi.

Se davvero Evaristo un giorno "sparì" dalla circolazione senza aver avuto il tempo di nominare un successore, la Chiesa di Roma si trovò in grave difficoltà perché la successione apostolica rischiava d'essere interrotta. Per evitarlo non c'era che un modo, cioè ricorrere a un uomo che fosse stato scelto da Pietro in persona: così la continuità si manteneva inalterata grazie (per così dire) a un ramo collaterale uscito dalla stessa radice.
Agli inizi del ii secolo l'anziano Ignazio, stando a quanto sappiamo, era l'ultimo vescovo ancora vivo ad aver ricevuto la consacrazione direttamente da Pietro; se così fu, la scelta era obbligata, e la città di Antiochia rappresentava un rifugio abbastanza sicuro trovandosi lontana da Roma.

Possiamo pensare a Ignazio di Antiochia come a un "Papa in incognito", una persona che guidò la comunità dei cristiani in maniera diversa dal solito in un frangente di particolare emergenza?

Quando si rivolge alla Chiesa di Roma, Ignazio non fa il nome di alcun vescovo, proprio come se in quel momento un Papa non ci fosse (oppure si trattasse di se stesso).
Anche il fatto di usare un nome in codice, cioè Teoforo, è qualcosa di unico e la dice lunga sul bisogno che aveva quest'uomo di proteggere la sua identità.
È difficile dire se Ignazio tenesse una specie di reggenza della Chiesa o avesse solo assunto la guida spirituale dei cristiani per ragioni di necessità; forse le due cose non si escludono, perché la Chiesa a quel tempo non aveva certo l'assetto istituzionale che assumerà poi. Lo studio più analitico delle fonti sta dando risposte interessanti e altre darà ancora.
Sta di fatto che nella tradizione cristiana la figura di Ignazio è stata sempre considerata in maniera speciale.

Nell'anno 861 san Cirillo trovò in un'isola della Grecia i resti di Papa Clemente; le ossa furono trasportate a Roma, e Papa Adriano II (867-872) volle che venissero sepolte vicino ai resti di sant'Ignazio di Antiochia. Forse perché i due famosi Padri della Chiesa erano stati anche "colleghi"?
Non lo sappiamo con certezza, però c'è una cosa su cui non abbiamo dubbi: al tempo di Papa Adriano II la Chiesa di Roma possedeva ancora tanti documenti antichi che oggi sono per noi irrimediabilmente perduti."
(©L'Osservatore Romano - 17 ottobre 2008)


[Unica pecca - come suol dirsi in quei lidi: "unicuque suum"!- della giovane storica dell'Archivio Segreto Vaticano sta nel confondere la data in cui "secondo la tradizione" è avvenuto il martirio del Santo antiocheno con la commemorazione liturgica fissata dal (nuovo) Calendario Romano al 17 ottobre che invece deriva dalla commemorazione liturgica della traslazione delle reliquie nella basilica romana di San Clemente.
"Secondo la tradizione" egli morì sbranato dalle fiere il 20 dicembre dell'anno 107:
"Sant'Ignazio, Vescovo di Antiochia e Martire, il quale subì gloriosamente il martirio il 20 Dicembre nella persecuzione di Traiano, fu condannato alle fiere, e spedito legato a Roma, dove alla presenza del Senato, prima fu afflitto con crudelissimi supplizi, poi fu gettato in pasto ai leoni, da cui denti sbranato, divenne ostia di Cristo..."
"Il 17 dicembre la Traslazione di sant'Ignazio, Vescovo e Martire, il quale fu il terzo che, dopo il beato Pietro Apostolo, governò la chiesa di Antiochia. Il suo corpo da Roma fu trasportato ad Antiochia, ed ivi riposto nel cimitero della chiesa, fuori della porta Dafnitica; in quella occasione san Giovanni Crisostomo fece un discorso al popolo. In seguito le sue reliquie furono di nuovo trasportate a Roma, e con somma venerazione riposte nella chiesa di san Clemente, insieme al corpo del medesimo beatissimo Papa e Martire."
Martirologio Romano,1956]

sabato, ottobre 11, 2008

Non è bene che un profeta muoia fuori da Gerusalemme /2

Sive: Vox clamantis in deserto

Il rabbino capo ashkenazita di Haifa Shear Yshuv Cohen, invitato al Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio al fine di dilettare l'eletto uditorio con una lectio magistralis intorno ai legami d'amore che vincolano ogni pio ebreo ai rotoli delle Sacre Scritture, ha ritenuto opportuno esternare ai Padri sinodali le sue lamentazioni sui pericoli derivanti dell'antisemitismo.
Nell'allocuzione tenuta nel pomeriggio del 6 ottobre 2008 all'assemblea di vescovi e cardinali provenienti da tutto l'Ecumene (che probabilmente il rabbino avrà giudicato erroneamente essere una sessione a camere riunite dei deputati e senatori dello Stato del Vaticano), il rabbino ashkenazita ha ricordato il dovere d'ogni civile consesso umano nel deprecare i costanti attacchi alla sopravvivenza dello Stato di Israele, solleticando in tal modo il senso di colpa nei cristianissimi uditori:
«Noi ebrei non possiamo dimenticare il triste e doloroso fatto di come molti, inclusi grandi capi religiosi, non levarono una voce nello sforzo di salvare i nostri fratelli, ma scelsero di rimanere in silenzio e di aiutarli in segreto».

Uscito poi dal sacro recinto sinodale il rabbino Cohen non ha avuto più remore -davanti ai microfoni dei giornalisti- a disvelare che l'oggetto "principe" della sua lamentazione in seno all'episcopato era la figura del "servo di Dio" papa Pio XII.

«Siamo contrari alla beatificazione Pio XII» ha dichiarato il rabbino capo di Haifa. Quanto di più opportuno da parte ebraica che solennizzare il cinquantenario della morte del Pastor Angelicus con le dichiarazioni di uno dei rabbini più importanti dello Stato d'Israele:
«Crediamo che non dovrebbe essere beatificato o preso come modello chi non ha levato la sua voce, anche se ha cercato segretamente di aiutarci; resta il fatto che non ha parlato, forse perché aveva paura o per altri motivi suoi, e questo noi non possiamo dimenticarlo».

Dobbiamo ritenere che anche il sedici volte Benedetto Ratzinger "non ha dimenticato" se, proprio due giorni dopo le esternazioni del rabbino Cohen, nell'omelia pronunziata nella Basilica Vaticana durante la messa in commemorazione dei cinquantesimo della morte del "servo di Dio" Eugenio Pacelli, tra le miriadi di attestazioni di gratitudine a Pio XII provenienti dal mondo ebraico ( sia da parte di singoli individui, sia da parte di associazioni ed istituzioni), Benedetto XVI ha scelta di citarne volutamente una sola, e cioè: quella che proprio cinquant'anni prima era stata la dichiarazione ufficiale dello Stato Ebraico in morte di Pio XII per tramite del «Ministro degli Esteri d’Israele Golda Meir, che così scrisse: "Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime", concludendo con commozione: "Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace".»