sabato, ottobre 04, 2008

gioia del "colle" [2]

Ovvero: LO SPIRITUALE E IL TEMPORALE



In una piovosa mattinata romana il cui cielo pare quasi si schiarisca solo per consentire una più felice e fausta salita al Palazzo del Quirinale, scortato dai Corazzieri; il sedici volte Benedetto nella solennità di San Francesco d'Assisi, Santo Patrono di quell'Italia di cui la sede quirinalizia ospita il Capo di Stato, è giunto in visita "di restituzione" al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo che questi s'era recato in visita ufficiale in Vaticano il 20 novembre 2006.

Pertanto, il quattro di ottobre dell'anno di nostra salute bismillesimo ottavo -nonché quarto anno di sacro principato ecclesiastico- il nove volte pio Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante, accolto con somma deferenza dall'undicesimo Sommo Magistrato della costituzionale Repubblica Italiana; indossata, sopra l'abito corale ancora estivo, una preziosa stola appartenuta al Beato Pio IX (decorata con le sacre immagini della Vergine Immacolata e della santa martire romana Agnese); è asceso a quei saloni dai voluttuosi ornamenti neo-rococò, decorati in ossequio al gusto della Real Casa savoiarda. Quattro sovrani sabaudi si susseguirono in quella che era stata per oltre due secoli la nobilissima ma austera residenza dei Romani Pontefici: San Giovanni Bosco lo aveva profetizzato -addirittura già nel 1855- che "la famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione"!



Nella sua allocuzione di fronte "alle illustri Personalità qui presenti" il piissimo Benedetto XVI ha evocato le figure dei "Pii" Braschi e Chiaramonti delle cui "prove e persecuzioni" il Quirinale fu teatro; non ha menzionato espressamente il "Pio" Mastai Ferretti, dei cui segni pastorali Papa Ratzinger s'è rivestito per l'occasione, ma ha citato quell'altro Pio che nel 1929 risolvette la questione Romana in modo "definitivo e irrevocabile" e per il quale (usando le parole del Poverello d'Assisi) la sovranità temporale sullo Stato della Città del Vaticano, accordata al Romano Pontefice con Trattato del Laterano, è "quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima".
«Sul finire del 1939, a dieci anni dal Trattato Lateranense, avvenne la prima visita compiuta da un Pontefice al Quirinale dopo il 1870.
In quella circostanza, il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, del quale ricordiamo in questo mese il 50° della morte, così ebbe ad esprimersi con immagini quasi poetiche:
"Il Vaticano e il Quirinale, che il Tevere divide, sono riuniti dal vincolo della pace coi ricordi della religione dei padri e degli avi. Le onde tiberine hanno travolto e sepolto nei gorghi del Tirreno i torbidi flutti del passato e fatto rifiorire le sue sponde dei rami d’olivo" (Discorso del 28 dicembre 1939).»

Non è mancata la citazione, in laude del Santo Patrono d'Italia, del venerato predecessore polacco che per ben tre volte fece visita all'inquilino del Quirinale!
Senza dimenticare, in queste litanie di santi pontefici quel Beato e buon Papa Giovanni; che andando in visita al Quirinale 11 maggio 1963 si compiacque di lodare la santa memoria di Pio IX; pellegrino ad Assisi il 4 ottobre 1962 esaltò il Soglio Pontificio quale somma gloria italica:
"Tu, Italia diletta, alle cui sponde venne a fermarsi la barca di Pietro - e per questo motivo, primieramente, da tutti i lidi vengono a te, che sai accoglierle con sommo rispetto e amore, le genti tutte dell'universo - possa tu custodire il testamento sacro, che ti impegna in faccia al cielo e alla terra"

Terminata la citazione "giovannea" il buon papa Ratzinger termina con l'esclamazione: "Iddio protegga e benedica l’Italia e tutti i suoi abitanti!" che suona anch'essa come l'eco delle parole di un altro papa di nome Giovanni (Mastai Ferretti): "Benedite, gran Dio, l'Italia e conservatele sempre questo dono di tutti preziosissimo, la fede. Beneditela con la benedizione che umilmente vi domanda, posta la fronte per la terra, il vostro Vicario".

E mentre, ammainato lo stendardo vaticano dal torrino del palazzo del Quirinale, il cielo nuovamente si incupiva, il corteo di corazzieri motorizzati facevano corona alla automobile del successore di tanti sì angelici e buoni pastori che lentamente procedeva, benedicente, verso il colle Vaticano.
Quando ormai il corteo papale raggiunto il ponte (Ponte Vittorio Emanuele II!) attraversava un Tevere le cui sponde parevano assai più vicine, ecco che, qual sommo segno dell'ira demoniaca per tanta "Santità" dentro al Quirinale -"il principe delle potenze dell'aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli" di cui parla l'Apostolo Paolo! (Efesini 2,2)- un fulmine è andato a scagliarsi fragorosamente contro il pennone da pochi minuti orbo della bandiera bianca e gialla ornata dalle chiavi di San Pietro: potere del temporale!

giovedì, ottobre 02, 2008

CASTRUM DOLORIS, XV

Ovvero: "Più che in ogni altra occasione, abbiamo avuto l'opportunità di sperimentare la grande compassione e la grande generosità di questo papa durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna speranza".
(rav Elio Toaff, in morte di Pio XII, ottobre 1958)


In un suo scritto dato alle stampe nel 1973, il celeberrimo vaticanista Carlo Falconi manifestava tutto il proprio cruccio per il fatto che una Stampa sempre pronta a gridare al sensazionalismo, nonché ormai disgraziatamente avvezza ad amplificare ad arte qualsiasi pettegolezzo ecclesiastico, non avesse invece giudicata degna di alcun interesse la rivelazione del fatto che papa Pio XII nel 1940 aveva comunicato al Governo Britannico, per mezzo di sir Francis D'Arcy Osborne (diplomatico inglese presso il Vaticano), il piano tedesco di attaccare la linea Maginot.
Papa Pacelli, quindi, nonostante le pubbliche dichiarazione di neutralità -in quanto padre spirituale che ama in egual modo tutti i suoi figli sull'uno e sull'altro fronte- in realtà poi, segretamente aveva parteggiato per uno dei due fronti, inviando al fronte alleato notizie riservate sui piani di guerra dell'esercito nazista!
Ma ecco che qualunque rivelazione di qualsivoglia atto della Santa Sede e di Papa Pacelli in persona non si adegui al canovaccio di un Pio XII e di una Chiesa cattolica connivente col Nazismo ma che, invece, possa essere interpretato più o meno quale sintomo di un -seppur blando- antinazismo viene lasciato cadere, scivola insignificante, cade negletto, privo di peso.

Le critiche velate durante gli anni cinquanta, quando egli era "gloriosamente" regnante, dopo la sua dipartita divennero -fuori e dentro la Chiesa cattolica- accuse esplicite e pubbliche: un "papa politico" che nel procedere delle barbarie della seconda Guerra mondiale si sarebbe limitato a rammentare ai belligeranti i doveri e le regole della diplomazia anteponendoli alla proclamazione dei superiori diritti umani ed anteponendo la politica ai principi evangelici: in una parola il famigerato "silenzio".
"Il silenzio di Pio XII" divenne addirittura proverbiale e divenne il titolo di un saggio storico del 1965 che a vent'anni anni dalla fine della guerra mondiale proprio Carlo Falconi dedicava all'analisi della politica vaticana durante i cinque anni di guerra, nonché, più in generale al contegno delle gerarchie ecclesiastiche nell'Europa occupata dai nazisti.

Pur giudicando irritanti le pubbliche difese a spada tratta dell'operato di Pio XII che, al principio del proprio pontificato -tra l'altro anche nel suo viaggio a Gerusalemme- fece Paolo VI (l'antico collaboratore di Pacelli in Segreteria di Stato), e seppur definisca demagogico il contemporaneo varo dei processi di beatificazione di due pontefici tanto diversi come Pacelli e Roncalli, Carlo Falconi -bontà sua!- nel 1973 sosterrà che:
"Prima o poi l'implacabile accanirsi del destino contro questa discutibilissima, ma in ogni caso imponente, personalità [...] finirà, come sempre accade dopo ogni eccesso, per far trionfare la giustizia.
Ho scritto nel mio Silenzio di Pio XII che, se lo storico non può non essere categorico nel condannare la responsabilità oggettiva del Pacelli, altrettanto categorico deve essere nel non attribuirgli una responsabilità soggettiva, perché la decisione di tacere fu da lui presa in coscienza dopo drammatiche lotte interiori: e sono tutt'ora di questo parere.

Pio XII non fu un pavido o una "creatura pusillanime" [...]. E basterebbe a dimostrarlo anche solo l'informazione fornita a sir Osborne il 6 maggio 1940, ma comunicata contemporaneamente anche ai governi dell'Olanda e del Belgio. Ben difficilmente infatti la resistenza di questi ultimi due Paesi avrebbe potuta far argine al dilagare delle colonne corazzate della Wermarcht e, se i loro archivi del ministero degli esteri e di quello della guerra, o anche solo qualche loro addetto, fossero caduti in mano agli occupanti, il segreto sarebbe stato irrimediabilmente svelato. In tal caso, non è davvero arduo immaginare quali ne sarebbero state le conseguenze personali per il papa e per la Santa Sede.

L'atteggiamento di Pio XII nei riguardi della Polonia invasa sette mesi prima era stato di un'estrema cautela e i gerarchi nazisti non potevano che esserne soddisfatti. Ma già nell'incontro dei ministri degli esteri italiano e tedesco nell'aprile 1941 a Firenze, il governo tedesco aveva chiesto a quello italiano di fare in modo che il papa lasciasse Roma "perché nella nuova Europa non dovrebbe esservi posto per il papato". Ciò perlomeno, era stato riferito al papa il 25 aprile e monsignor Tardini, Segretario della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, lo aveva registrato in un suo pro-memoria del 6 maggio. Un piano del genere può certo spiegarsi anche soltanto come un ovvio corollario dell'ideologia nazista, ma soltanto con essa o non piuttosto con ragioni più immediate e più gravi di carattere apertamente vendicativo?
E' accertato, infatti, che nel 1943 dopo che Roma era stata occupata dai tedeschi, reparti speciali dovevano attendere l'ora X per metter le mani anche sul Vaticano e soprattutto sulla persona del papa (l'ordine era stato dato personalmente da Hitler al generale delle S.S. Karl Wolf il 13 settembre alla presenza di Bormann)".

Gli anni settanta, specialmente in quell'Italia in cui scrive Falconi, sono gli anni in cui il gergo dell'ideologia marxista ha conquistato l'intellighenzia "borghese" dell'Occidente laico ma anche il nuovo clero post-conciliare, perciò, continua il Nostro:
"Il mancato apprezzamento per questo coraggio di Pio XII stupisce però soprattutto in un tempo come l'attuale nel quale la parola "rivoluzione" è declinata in tutti i modi possibili e immaginabili e i mezzi per sostenerla e i pretesti per legittimarla come parola d'ordine sono ricercati ovunque e non di rado con più gratuita tenacia. Un papa che parteggia con l'aggredito contro l'aggressore con rischio personale e per la sua Chiesa non è davvero un fatto di tutti i giorni.
Ma c'è un episodio molto più audace, che rende quasi scandalosa l'ingiustizia del misconoscimento del coraggio di Pio XII soprattutto in un momento come l'attuale. Quello che fu rivelato per la prima volta dal suo segretario particolare, il gesuita Robert Leiber, un mese dopo la sua morte, nel profilo che questi gli dedicò sulla rivista "Stimmen der Zeit". Con appena una decina di parole, padre Leiber affermò che nella primavera del 1940 Pio XII diede il suo appoggio nientemeno che ad un complotto di alti ufficiali tedeschi che miravano alla deposizione di Hitler.
Pio XII cospiratore, Pio XII guerrigliero, ecco davvero un papa Pacelli totalmente inedito.

Gli storici possono anche rimanere abbastanza indifferenti. Di papi congiuranti e trafficanti con pugnali e veleni non scarseggia certo la storia dei vicari di Cristo in terra. I secoli bui della fine del primo millennio e quelli d'oro del Rinascimento ne offrono addirittura delle serie. Ma dopo di allora lo stile dei papi mutò notevolmente. L'ultimo esemplare di una notevole spregiudicatezza è forse Gregorio XIII [...].
Ebbene, Gregorio XIII approvò vari tentativi di assassinio di Elisabetta d'Inghilterra facendoli ampiamente giustificare dal suo segretario di Stato. Anche se non li promosse o non li appoggiò in modo concreto, con finanziamenti o altro [...] comunque dopo quattro secoli di una tradizione del genere è naturale che i non addetti al lavoro ignorino o conoscano in modo estremamente vago questi non gloriosi trascorsi del papato. Ma proprio per questo dovrebbero ancor più reagire con un autentico soprassalto di fronte alla rivelazione di Pio XII congiurato contro Hitler.

In parte almeno la colpa di ciò va attribuita a una relativa mancanza di particolari, soprattutto di colore, capaci di dare una carica adeguata al fatto. [...] il personaggio che fece da trait d'union tra il gruppo degli ufficiali tedeschi e padre Leiber: Joseph Müller, ufficialmente agente del servizio militare di spionaggio del Reich, ma nello stesso tempo principale emissario dei nuclei della resistenza militare anti-hitleriana. Cattolico di professione avvocato nella vita civile, egli era stato amico del Pacelli quando questi aveva ricoperto in Germania la carica di nunzio apostolico. Per anni durante la guerra riuscì ad informare il papa sulla situazione interna tedesca, specialmente su eventi di carattere militare (fu lui tra l'alto che lo preavvisò dell'imminente attacco alla Maginot) senza naturalmente entrare in contatto diretto con lui anche solo una volta. Suo unico tramite fu invece costantemente padre Leiber. Per mezzo suo Müller comunicò a Pio XII la richiesta dello status di governo alternativo a favore dei congiurati, richiesta che doveva essere trasmessa a Londra. Ovviamente i congiurati avevano bisogno di tale riconoscimento per il momento in cui, eliminato Hitler, avrebbero conquistato il potere.

Esiste un minuzioso rapporto di Osborne, datato del 7 febbraio 1940, relativo ai suoi contatti in proposito con il Vaticano. Vi si apprende tra l'altro che Osborne ebbe allora tre incontri personali con monsignor Ludwig Kaas, ex capo del Zentrum, il disciolto partito cattolico tedesco, ritiratosi a Roma sin dal 1933, dove funse da consigliere di Pio XII per i problemi tedeschi. Ma soprattutto vi si legge riferita tra virgolette, la parte centrale delle parole pronunciate dal papa: "Una parte dell'esercito tedesco è disposta a un cambiamento di governo che la liberi da Hitler: il quale si vanta che sarà al Louvre quest'estate...". L'eventuale governo anti-hitleriano sarebbe stato, secondo il papa, "una dittatura militare, ma temporanea, destinata poi a venir rimpiazzata da un governo democratico, moderato, decentrato e federale".
"Ci manca", aggiungeva il pontefice,"ogni garanzia sulla cui base stabilire se un governo tedesco del genere sarebbe più meritevole di fiducia o anche solo meno aggressivo di quello attuale". Ma "la mia coscienza non mi permette di ignorarlo: vi fosse anche solo una possibilità su un milione, non indietreggerei di fronte a nessuna soluzione che servisse allo scopo di risparmiare delle vite umane".
Anche in base alla mancanza di garanzie a cui accennava prudentemente Pio XII, gli alleati negarono il richiesto riconoscimento perché non si fidavano dei "nuovi capi", ritenendoli esponenti delusi della casta militare tedesca, preoccupati più che altro di perdere prestigio con la sconfitta.
Ma il fatto del passo pontificio rimane. E non perde nulla del suo peso e del suo significato, specialmente in vista delle conseguenze che poteva procurare a papa Pacelli se Hitler ne fosse venuto a conoscenza.
Non c'è molto da esitare, infatti, per catalogare una collaborazione del genere. Morale o materiale che fosse l'appoggio fornito dal papa, questo appoggio costituiva, sotto il profilo giuridico, un reato internazionale, traducendosi nell'appoggio dato da un capo di Stato a un complotto tendente alla eliminazione di un'altro capo di Stato col quale il primo non solo non era in stato di belligeranza, ma neppure aveva interrotto le relazioni diplomatiche e gli speciali rapporti concordatari.
[...]
Ebbene, se nonostante queste allarmanti previsioni e , si può aggiungere, nonostante i dubbi che egli stesso nutriva verso i promotori dell'impresa (dubbi che costituivano un'altra remora ad abbracciarla), egli ritenne di dover dare il proprio appoggio a i cospiratori, nessuno può negare l'impressionante temerarietà del suo gesto.
Certo si rimane perplessi, confrontando questo suo comportamento con quello posteriore dinanzi al dilemma se denunciare o no all'opinione pubblica mondiale, dopo aver esaurito ogni altro tentativo in privato, i crimini commessi o lasciati commettere dai nazisti durante il conflitto contro minoranze indifese e per lo più innocenti. Sembra impossibile infatti che lo stesso uomo abbia prima potuto mostrare tanto coraggio e poi almeno in apparenza, altrettanto debole."
(C. Falconi; Ritrattazioni;1973)

martedì, agosto 26, 2008

Historia Ecclesiastica Anglorum, IX

Sive: EX UMBRIS ET IMAGINIBUS IN VERITATEM


"Questa la storia: giorno dopo giorno vanno e vengono per la Hagley Road carrozze, omnibus, carri e veicoli; sul marciapiedi si aggirano avanti e indietro i pedoni; proprio a fianco del marciapiede si scorgono un giorno le fondamenta appena gettate di un edificio piuttosto grande. Studiata la cosa, si viene a sapere che si vuole erigere un edificio cattolico, anzi un monastero. Ne nascono grandi e accalorate discussioni, specialmente quando sulla superficie cominciano ad apparire i mattoni.

Nel frattempo l'architetto, che non sospetta di nulla, prende le misure e si rende conto che il terreno è tutt'altro che piano. Poi, siccome i cattolici preferiscono che i vari piani siano in orizzontale, decide che i mattoni del seminterrato dovranno elevarsi al di sopra del livello del terreno più da un lato dell'edificio che dall'altro. Infatti, volere o no, sul lato in questione c'è una specie di volta o cantina, cosa non del tutto fuori luogo visto che quella parte dell'edificio dovrà ospitare la cucina. Perciò, facendo di necessità virtù, fa scavare alcuni piedi di terra e crea diverse stanze adatte a vari scopi, sia sopra che sotto il livello del terreno.

Mentre l'architetto è intento al proprio lavoro sono occupatissimi anche i perdigiorno, i pettegoli, gli allarmisti. Girano intorno all'edificio, osservano i muri di mattoni del seminterrato, interessandosi specialmente degli scarichi. Intanto sputano sentenze sul papismo e sulla sua diffusione. Alla fine penetrano nello spazio riservato agli addetti ai lavori, scendono ad esaminare lo scheletro incompiuto, vedono quello che c'è da vedere e quello che non c'è se lo immaginano.

Ogni casa è costruita secondo un'idea; una residenza non la si costruisce come se fosse un ufficio pubblico, nè un palazzo come una prigione, una fabbrica come un capanno da caccia, nè una chiesa come un granaio. Analogamente le case religiose hanno una idea tutta loro; possiedono alcune peculiarità nella forma e nella sistemazione interna che sono indispensabili.
Certo, l'idea stessa di un oratorio* doveva essere alquanto imbarazzante per la mentalità protestante giacchè non si conciliava affatto con i principii protestanti della comodità e dell'utilità.
Perchè mai una stanza così grande qui? E una così piccola là?
Perchè un corridoio così lungo e largo?
E perchè un muro così lungo senza finestre?
Persino le dimenzioni della casa vanno spiegate.

Coloro che avevano avuto modo di esercitare la loro facoltà di giudizio intorno all'impegnativo argomento della gerarchia cattolica e della sua necessità non ebbero difficoltà ad emettere sentenze su stanze da letto e ripostigli.
Troppe cose davano adito a sospetti e spingevano l'intruso a dubitare di aver raggiunto il fondo.

Alla fine gli balenò nella mente una domanda: cosa c'entrava questo edificio con gli scantinati?
Scantinati e monaci, qual è il loro rapporto reciproco?
I monaci quale uso fanno mai di fosse, buche, angoli, di dipendenze e tettoie?
Si creò uno scandalo che attirò altri curiosi.
Lo scandalo si allargò, diventò un'impressione, una convinzione; la verità era lì nuda e cruda; era nata una tradizione, fu ricavato un fatto che da allora in poi ebbe molti testimoni: gli scantinati erano celle.
Una volta che lo si era detto suonava così evidente! E tutti coloro che entravano nell'edificio o passavano da quelle parti diventavano in qualche modo testimoni oculari di ciò che si era letto nei libri ma che per molte generazioni l'Inghilterra non aveva, per sua fortuna, conosciuto: di carcerazioni, torture, di vittime lasciate morire di fame, immurate, assassinate; tutte cose quanto mai appropriate per un edificio monastico.

Ora sono tentato di fermarmi un po', per migliorare (come dicono i pulpiti evangelici) questa sensazionale scoperta. Perciò la analizzarò brevemente nei suoi vari capi: 1. L'ACCUSA; 2. I SUOI FONDAMENTI; 3. GLI ACCUSATORI; e 4. L'ACCUSATO.

L'ACCUSA. Eccola, che i cattolici, impegnati a costruire la casa in questione, perpetrano abitualmente omicidi.
Che questa fosse precisamente l'accusa è provato dal fatto che, se la tribuna scelta per lanciarla fosse stata diversa da quella che conosciamo, l'oratore avrebbe potuto essere incriminato per diffamazione. Queste le sue parole: Il coroner di solito non conduceva l'inchiesta se non là dove circolava la voce che un'inchiesta fosse necessaria; e come faceva la voce ad uscire dalle celle sotterranee dei conventi?
Proprio così, ripeteva, celle sotterranee: e lui aveva qualcosa da dire a proposito di questi luoghi. Proprio in quel momento, nella parrocchia di Edgbaston, nel distretto di Birmingham, stavano costruendo una specie di convento molto grande con sotterranei pieni di celle; e quelle celle a che cosa servivano?

I FONDAMENTI DELL'ACCUSA. Sono semplicissimi. Guardateli: 1.che l'edificio è orizzontale; 2.che il lotto di terreno su cui è costruito è più alto su un lato che sull'altro.

GLI ACCUSATORI. Anche questo getta luce sul carattere della tradizione protestante. Non solo gente debole e ignorante, non gente di secondo piano ma uomini istruiti, gentiluomini con ottimi contatti e di rango, uomini d'affari, uomini di carattere, componenti del corpo legislativo, uominio che conoscono benissimo il luogo, uomini che conoscono gli accusati per nome: questi sono gli uomini che deliberatamente, ripetutamente, anche dopo che sono stati sbugiardati, accusano certe persone di abbandonarsi a pratiche selvagge e barbare, di piacchiare, imprigionare, far morire di fame e ammazzare chi è a loro soggetto.

L'ACCUSATO. Provo un senso di vergogna, fratelli miei, apresentare davanti a voi il mio caso quando altri migliori di me hanno dovuto sopportare accuse più infamanti; ma ascoltatemi con pazienza.
Dunque l'accusato sono io .
E un gentiluomo irreprensibile, membro della contea, con i cui parenti prossimi ho rapporti di amicizia quasi fraterni da un quarto di secolo, che mi conosce di fama più e meglio (credo) di quanto non mi conosca chi si trova in questa stanza (a parte i miei amici personali): bene, costui accusa me -e altri con me- di deliziarmi del sangue, di godere delle grida e dei gemiti di dolore e disperazione, di sedere al posto d'onore in banchetti in cui si servono membra strappate, muscoli tremanti e facce impazzite per il terrore.
Ah, che mondo è mai questo!
Avrebbe potuto guardarci negli occhi e affermare una cosa simile? Avrebbe avuto il coraggio di dirlo se si fosse reso conto di chi stava parlando? Perchè chi siamo noi? Siamo vissuti in un angolo? Siamo usciti alla luce sbucando all'improvviso da sotto terra?

Per la maggior parte della nostra vita siamo stati nutriti al seno delle grandi scuole e università dell'Inghilterra protestante. Siamo stati figli adottivi dei vari Edoardo ed Enrico, dei Wykeham* e dei Wolsey* dei quali gli inglesi sono soliti menar vanto.
Siamo cresciuti tra centinaia di coetanei, ora sparsi per tutto il Paese, proprio in quelle classi sociali nelle quali entrano solo coloro che fanno parte del corpo legislativo.
Il nostro nome è noto alle classi colte del Paese più di qualsiasi altra persona non pubblica.
Inoltre, se ci sono al mondo uomini di cui si può dire che vivono in publico questi sono i membri dei college: la tavola comune, persino le sedie, i letti e la biancheria, le tazze e i piatti, il secchio per il carbone e le scope, tutto è proprietà comune, e appartiene ai loro vicini. Questo è il loro stilre di vita: qui nulla si può nascondere; ogni tratto caratteriale o stranezza di condotta diventa di domino comune.
Questa è stata la mia vita per un quarto di secolo sotto gli occhi di numerosissimi testimoni ben noti ai miei accusatori. E più o meno questa è la vita che noi tutti conduciamo fin da quando ci troviamo a Birmingham, dove la nostra casa è aperta a tutti e dove noi stessi siamo disponibili, per così dire, a tutte le ore.

Stando così le cose, considerando l'accusa e le prove, e l'accusatore, e l'accusato, quale illustrazione più eloquente possiamo noi cattolici augurarci di trovare di come si è formata e di quanto vale una tradizione protestante?

Lo dico a beneficio dei tempi che verranno; «se non per un'altra ragione -come dice un grande autore- almeno per questa: perchè i posteri sappiano che non abbiamo consentito col silenzio che certe cose svanissero come in un sogno, quanto segue dovrà rimanere a futura memoria».
In genere queste cose si dimenticano, perchè doverle ricordare è fastidioso e scomodo; e allora si consenta che dei molti esempi, che sono stati lasciati perire, su come è nata la tradizione anticattolica rimanga almeno quest'ultimo.

Certamente la favola è fallita sul nascere [...] ma avrebbe potuto prosperare: è morta perchè non è stata cresciuta bene. Avrebbe dovuto essere curata mentre si trovava in quegli scantinati sotterranei dove trasse il primo respiro finchè fosse stata in grado di sopportare la luce, finchè avesse sviluppato le membra e rinforzato la voce e finchè noi, a cui essa si riferiva, fossimo morti e ci fossimo presentati al giudizio. A quel punto avrebbe potuto alzare la testa senza paura e senza biasimo e avrebbe potuto asserire col suo magistero ciò che nessuno poteva negare.

Ma gli uomini sono tutti creature delle circostanze, sono trascinati verso una rovina che pure vedono ma non possono evitare: questo è quel che è successo alla tradizione di Edgbaston. Fu gridata dai tetti quando avrebbe dovuto essere sussurrata nei salotti, e lo sforzo le fu fatale.

Eppure, non dobbiamo dimenticarlo, avrebbe potuto avere un destino migliore. Avrebbe potuto ardere sommessa nella cenere e diffondersi fra una parte della gente di Birmingham. Avrebbe potuto sedimentarsi sul fondo oscuro dei loro ricordi e risalire di tanto in tanto fino a piosarsi sulla loro lingua. Avrebbero potuto esserci rapidi cenni, timori, dicerie, voci, pronte a ribadire che nei nostri sotterranei si rinnovavano di tanto in tanto gli orrori dell'Inquisizione."

JOHN HENRY NEWMAN; "Lectures on the Present Position of Catholics in England"; (traduzione italiana: "Discorsi sul Pregiudizio"; Ed. Jaka Book)

sabato, agosto 23, 2008

Historia Ecclesiastica Anglorum, VIII


EX UMBRIS ET IMAGINIBUS IN VERITATEM

Ovvero: dalle conferenze del cardinale John Henry Newman
"Sulla presente condizione dei Cattolici in Inghilterra"


"Vi leggerò il resoconto della benedizione col SS. Sacramento alla quale un protestante andò ad assistere nella cappella dei padri dell'Oratorio a Londra.

Cito le sue parole da una pubblicazione di quell'importante istituzione che è la British Reformation Society, fondata nel 1827 e sostenuta, credo, da molte persone eminenti, nobili, gentiluomini, e ministri di varie sette religiose. Il periodico di cui parlo si chiama The British Protestant, or Jurnal of the Religius Principles of the Reformation. Pare che sia una delle pubblicazioni ufficiali dell'Associazione perchè ne porta lo stemma sulla copertina. Nel numero 62, del febbraio 1850, ci vengono offerti gli «Extracts from the Jurnal of a Protestant Scripture Reader».

Questo gentiluomo, nel corso delle sue visite missionarie in varie zone di Londra, entro, martedì 8 gennaio , nella cappella cattolica di King William Street che -così inizia il suo racconto- «con quelle grosse rose di tutti i colori e con l'alloro», «assomigliava più ai negozi di fiori sul bancone principale di Covent Garden che a un luogo di culto».
Bene, aveva naturalmente il diritto, come qualunque altra persona, di dire quello che ne pensava; e non sarò certamente io a contestarglielo. E non dirò nulla neppure del suo resoconto sulla predica, che riguardava uno sei santi del mese di gennaio e sulla quale trova da ridire perchè non veniva mai nominato Gesù e non conteneva neppure una parola scritturale, non immaginando che subito dopo ci sarebbe stato un rito dove non solo noi ci inchiniamo davanti al Suo nome ma adoriamo la Presenza reale e sostanziale di Nostro Signore.

Non devo certo ricordare a voi, cari fratelli, che la benedizione col SS. Sacramento è uno dei riti più semplici della Chiesa.
I preti entrano e s'inginocchiano; uno di loro apre il Tabernacolo, prende il SS. Sacramento, lo mette in posizione verticale in un Ostensorio di metallo prezioso e lo colloca in alto sopra l'altare fra tante luci e candele, perchè tutti lo vedano. I fedeli danno inizio al canto; nel frattempo il prete incensa due volte il Re del Cielo, davanti al quale è inginocchiato.
Poi prende in mano l'Ostensorio e volgendosi verso i fedeli li benedice col Santissimo, facendo il segno della croce, mentre un accolito richiama l'attenzione di tutti suonando un campanello.
E' la solenne benedizione che Nostro Signore impartisce ai suoi fedeli come quando stendeva le manio sui bambini o quando benedisse i discepoli prima di salire al cielo dal Monte degli Ulivi.
[...]
Fra i riti della Chiesa è uno dei più belli, naturali e consolanti. Ma non per il nostro giovane biblista protestante al quale ora ritorno.

Questo biblista protestante, come egli ama definirsi, entra dunque nella cappella convinto naturalmente di sapere tutto di tutto. Egli è la misura di tutto, o almeno di tutto quello che è papista.
Il papismo lo conosce alla perfezione, nella sostanza, nello spirito, nell'orientamento, nei risultati; sa interpretarne tutti i particolari non appena gli si presentano davanti, in base alla sua conoscenza previa ossia -per usare un termine teologico- «infusa».
Sa bene, e lo sa fin da bambino, che il papismo è un sistema di impostura, anzi un'impostura così sfacciata che è un prodigio anzi un miracolo che qualcuno possa venirne catturato -un miracolo, s'intende, di satana: senza la suggestione del maligno, infatti, è impossibile che anche una sola anima possa credere a quello che il biblista protestante chiama «frode così manifesta».

Biblista qual è, conosce benissimo il versetto undici del capitolo due della Seconda Lettera ai Tessalonicesi: «Perciò, qunque, Dio manda a questa gente una forza di inganno in modo che essi credano alla menzogna» e lo applica alla scena che si svolge davanti ai suoi occhi.
Sa che l'unico compito del prete è quello di imbrogliare la gente, e sa che la gente è così incredibilmente rozza che non c'è trucco per assurdo e grossolano con la quale non la si possa raggirare. Se il prete innalzasse uno spaventapasseri loro scapperebbero via come stupidi volatili, scambiando lo spaventapasseri per un uomo; basta che metta mano alle sue palline o alle sue carte e ci giochi con destrezza, e loro lo scambiano per un dio. Anzi, lo sappiamo tutti, darà a credere che è un dio per davvero, che può fare quello che vuole, ed è peccato dubitarne.

E la cosa più straordinaria e incredibile di questo papismo è che benchè il Parlamento sia impegnatissimo ad approvare delle leggi che lo combattano, come se fosse il tifo o il colera, è sempre la anzi si espande. Ma si sa, satana è il padre della menzogna e tanto basta.
Con questo grande principio impresso nella mente entra nella cappella, ben sapendo che vi troverà qualche trucco perciò la scena che si svolge davanti ai suoi occhi non lo sorprende affatto.
Osserva con calma, mentre i cattolici si inchinano e cantano e il prete incensa, e intanto stende il suo rapporto che suona così.

Dopo la predica, ci dice (cito direttamente dal diario), «fece il suo ingresso un altro giovane prete con in mano una bacchetta lunga che aveva in cima uno spegnitoio e una candelina e cominciò ad accenderne delle altre».
«Un altro giovane prete»; ovviamente pensa che nasciamo tutti preti; i «preti» sono una sorta di razza, degli animali in riproduzione, come i buoi o le pecore, e ci sono i preti giovani e i preti vecchi, preti bianchi e preti neri, e forse preti uomini e preti donne.
E dunque fece il suo ingresso questo «altro prete giovane» con una bacchetta. «Con una bacchetta»: evidentemente pensa che questo accenditoio e spegnitoio abbia qualcosa di religioso; è la bacchetta magica del prestigiatore; capirete subito che ho ragione a dire così.

«Poi la scena presenta quattro preti che si avvicinano all'altare» (come già detto sono tutti preti), «quattro preti e in mezzo a loro Gordon».
Qui si sbaglia e mostra un'imperdonabile maleducazione nell'usare il nome di uno dei padri dell'Oratorio di Londra, il mio caro confratello e amico il rev.do Philip Gordon: infatti non si trattava di lui e comunque lui non era prete. Ometterei volentieri il nome se non fosse che esso rende il tutto più efficace.

«Uno di loro», prosegue, «prese da un armadietto sull'altare» cioè il Tabernacolo, «una stella d'oro» -è la raggera dell'Ostensorio, dove si ripone il SS. Sacramento- «e la avvitò in cima ad un candeliere» cioè la base dell'Ostensorio, «e lo colloco in cima all'altare, sotto una specie di alveare sostenuto da quattro colonnine», cioè sotto il baldacchino.

Lui la raggera la chiama stella perchè è un cerchio circondato da raggi e pare che in qualche modo la colleghi alla stagione dell'anno, l'Epifania, quando la stella apparve ai Re Magi.
«La stella», continua, «sfavilava come un diamante, perchè aveva nel mezzo una lampada circolare». Suppongo si riferisca al vetro che protegge il SS. Sacramento e che riflette la luce. Vedrete chiaramente nel proseguo del racconto che secondo lui i fedeli adoravano proprio questa stella con la lampada.

«La stella sfavillava come un diamante, perchè aveva nel mezzo una lampada circolare; quando venne collocata sotto l'alveare i quattro preti si misero a bruciare incenso e intanto facevano oscillare una specie di grossa lanterna» (il turibolo) «in direzione della stella e s'inchinavano a baciare la base dell'altare davanti alla stella».

Ora, cari fratelli, non biasimo questa persona perchè non conosce un rito cattolico, che d'altra parte non ha modo di conoscere, ma perchè pensa di conoscerlo quando non lo conosce affatto, e perchè entra nella cappella con l'idea quanto mai bizzarra che il papismo sia una ridicola pagliacciata che un protestante con un po' di sale in zucca capisce subito, e perchè non si sorprende che quattro preti, un giovane prete con una bacchetta e un'assemble di fedeli adorino una stella d'oro sfavillante come un diamante con una lampada al centro!
Questo è quello che voglio dire quando utilizzo il termine pregiudizio.

Forse vi sarà difficile ammettere che io lo abbia interpretato in modo corretto; dunque consentitemi di continuare:
«Nella scena succesiva uno di loro andò a tirare giù la stella e a deporla sull'altare; intanto un'altro mise attorno alle spalle di Gordon una specie di scialle bianco».
Vero, si riferisce al velo che viene messo attorno alle spalle del prete prima che si volti col SS. Sacramento in mano.
«A questo punto Gordon afferra la stella con un lembo dello scialle attorno al candeliere mentre gli altri due preti, uno da una parte e uno dall'altra, tengono steso lo scialle: proprio una bella esibizione di magia».


Quello che rende il tutto assai divertente per il cattolico e che i gesti del prete sono descritti con accuratezza. E' la descrizione di uno che tiene gli occhi aperti e li usa molto bene ma che, mentre procede, ricoppre quello che vede con i suoi commenti assurdi. Osservate, parla di «magia»; vediamo dunque dov'è la magia e che cosa succede della stella, della lampada, e del candeliere con intorno lo scialle.

«Allorchè sollevò la stella, voltando le spalle a tutte le candele accese, Gordon rivelò con chiarezza il trucco papista: dentro il candeliere c'era un campanello».
Qui per la prima volta viene meno gravemente quanto ai fatti.
Non poteva guardare in due direzioni diverse nello stesso tempo: sentiva il campanello, che l'accolito suonava da una parte, ma non lo vedeva. Dove poteva essere? Il suo genio prontissimo, il genio cioè di questo straordinario pregiudizio nei nostri confronti, gli disse subito dove si trovava. Con la loro tradizionale astuzia, i preti l'avevano nascosto dentro la base del candeliere.
Ascoltate:
«Allorchè sollevò la stella, voltando le spalle a tutte le candele accese, Gordon rivelò con chiarezza il trucco papista: dentro al candeliere c'era un campanello che suonò tre volte per conto suo, per ingannare ancora di più quei poveri ciechi; e la luce che trapassava lo scialle era di così tanti colori mentre padre Gordon si muoveva; il campanello che suonava non potevano vederlo perchè il candeliere era coperto da un lembo dello scialle magico, sotto il quale lo manovrava il dito di Gordon».
Questo dunque il resoconto del rito della benedizione.

La sua ignoranza di tutto quello che ci riguarda è così crassa, e così assoluta la fiducia in quello che sa, che non si perita di far stampare la seguente rubrica per la celebrazione del rito in questione:

Innanzitutto, un prete giovane innalza una stella dorata, simile a diamante, contenente una lampada e la colloca in cima ad un candeliere, poi accende cinquanta candele per mezzo di una bacchetta che ha alla sua estremità uno spegnitoio e una candela di cera; poi quattro preti si inchinano, bruciano incenso e fanno oscillare una lanterna davantri alla stella; poi uno dei preti, avendo cura di tener nascosto quello che fa, con un grande scialle che gli ricopre le mani insieme alla base del candeliere solleva detto candeliere con la lampada e la stella d'oro che sfavilla come un diamante, e in segreto comincia a far tintinnare col dito un campanello nascosto dentro la base; al che l'assemblea dei fedeli si stupisce e adora smodatamente stella, lampada e candeliere.

Termina con la seguente perorazione: «Questo è il potere dei preti, sono i migliori attori di questa città. Sarei felice che questo mio resoconto venisse pubblicato perchè lo porterei da padre Gordon per vedere se gli riesce di contraddire soltanto una parola».
Sarebbe più giusto dire che questo è il potere del pregiudizio, per buona sorte scritto e consegnato al mondo come modello di ciò che, non documentato, avviene nella mente di parecchie migliaia di persone.
Proprio la sicurezza con cui si appella all'accuratezza della sua testimonianza mostra come il pregiudizio riesca a creare e a colorare anche là dove i fatti sono innocui o perfettamente naturali. Esso è superiore ai fatti, e vive in un mondo tutto suo.

E nel nostro caso non serve obbiettare che, anche se avesse conosciuto il vero significato del rito lo avrebbe comunque, anzi ancor di più, liquidato come manifestazione di idolatria.
La questione non è che penserebbe lui dei nostri riti se li comprendesse appieno, dal momento che non credo che il suo giudizio abbia un qualche valore, o che noi non possiamo avere ragione quanto ce l'averrebbe un biblista.
La questione non è come potrebbe giudicare ma che cosa abbia effettivamente pensato e come sia giunto a pensare così.

Il suo pregiudizio ha interpretato le nostre azioni."

giovedì, agosto 21, 2008

Historia Ecclesiastica Anglorum, VII

Ovvero: da «La Montagna dalle Sette Balze»,
l'autobiografia spirituale di Thomas Merton.


"Studiavamo Cicerone e storia d'Europa, storia del secolo diciannovesimo, riversando su Pio Nono una certa misura di freddo disprezzo. Nei corsi d'inglese leggevamo La Tempesta, Il Racconto della Priora e Il Racconto del Penitenziere.
Buggy Jerwood il cappellano tentava di insegnarci la trigonometria. Con me non ebbe successo.
A volte tentava di insegnare anche un po' di religione, ma neppure qui aveva successo.
In ogni modo il suo insegnamento religioso consisteva in genere in osservazioni morali più o meno vaghe, in un'oscura mescolanza di buona educazione britannica e delle sue idee preferite in fatto di igiene personale. Tutti sapevano che la sua lezione sarebbe terminata con una dimostrazione pratica di qualche particolarità del canottaggio, egli si sarebbe seduto sulla cattedra per mostrarci come si maneggia un remo.
Non si faceva canottaggio a Oakham dato che non vi erano corsi d'acqua, ma ai suoi tempi, il cappellano era stato uno degli «azzurri» di Cambridge. Era un uomo alto, forte e di bell'aspetto, con i capelli appena un pò brizzolati sulle tempie, una larga mascella britannica e una vasta fronte liscia e frasi quali «Io sto per il gioco leale e per il vero spirito sportivo.»

Il suo sermone più noto era quello sul capo tredicesimo della Prima Lettera ai Corinti, che è in realtà un passo meraviglioso. Ma la sua esegesi era un po' strana, tipica però di lui e in un certo senso di tutta la sua Chiesa.
L'interpretazione di «Buggy» della parola «Carità» in questo brano (e anche in tutta la Bibbia) era che essa significasse semplicemente: «tutto ciò che s'intende quando si chiama qualcuno "gentleman"». In altre parole, la "carità" significava vero spirito sportivo, cricket, cose pulite, l'indossare abiti adatti, il non essere volgare nè maleducato.
Eccolo, ritto sul pulpito disadorno, levare il mento sopra quelle file di ragazzi in giacca nera e dire: «Si potrebbe rileggere questo capitolo di san Paolo e sostituire addirittura la parola "gentleman" ogni volta che si trova "carità".
Anche se parlassi con tutte le lingue degli uomini e degli angeli, se non sono un "gentleman", non sarei che un bronzo sonante e un tamburo squillante... Il "gentleman" è paziente e gentile;
il "gentleman" non invidia, non agisce con perversità, non è vano...
il "gentleman" non si smentisce mai... » E così via.
Non voglio ora accusarlo di terminare il capitolo con l'osservazione: «Rimangono ora la fede, la speranza e la "gentlemanliness", la "gentlemanliness" è la maggiore... »; sebbene questa fosse la conclusione logica del suo ragionamento.
I ragazzi ascoltavano con tolleranza simili teorie.
Ma credo che San Pietro e i dodici Apostoli sarebbero stati piuttosto sorpresi nell'apprendere che Cristo era stato flagellato e percosso dai soldati, insultato e incoronato di spine, sottoposto a indicibili umiliazioni e finalmente inchiodato alla Croce e lasciato là morire dissanguato perchè noi tutti potessimo diventare «gentleman».

sabato, agosto 16, 2008

LASCIA CH'IO PIANGA... [5]

Sive: MIRABILIA URBIS ROMAE


Apprendo con ritardo e pubblicamente esprimo la più sentita compartecipazione al cordoglio per l'irreparabile dipartita della storica gelateria romana di Piazza Cola di Rienzo.
Pertanto, faccio mie le doglianze ed i plorati così bene espressi nell'esequiale post estivo di quel veramente "Autorevole Guru informatico" che nel 2005 fu nominato (dal 'Sole 24 ore') quale "Camerlengo della Blogosfera" (ignoriamo se attualmente l'Illustrissimo -ac Reverendissimus- goda del medesimo titolo o nel frattempo sia stato fatto segno di qualche promozione, ut amoveatur):
IN MORTE DELLA GELATERIA PELLACCHIA

"La notizia è arrivata così, come un fulmine a ciel sereno. E me l'ha data una persona di origine polacca, anche lei frequentatrice di quella gelateria.

All'inizio, non volevo crederci.
Continuavo a dire a me stesso, "Non può essere, sicuramente si sbaglia". Forse ha capito male.
"No no, è tutto vero purtroppo. Hanno venduto a Damiani, il gioielliere. Ha chiuso", assicura.

La Gelateria Pellacchia a Via Cola di Rienzo. The best gelato. Dal 1900. Anzi, dal 1890, quand'era una latteria.

Nessun altro a Roma sapeva fare il gelato così: nemmeno S.Calisto, forse ecco giusto il cioccolato poteva rivaleggiare ma per il resto, nessun paragone; neppure Fassi ha mai avuto la stessa morbidezza e gusto, anche se ottimo; neanche Giolitti, sebbene ci si sia avvicinato molto, è mai riuscito ad uguagliarne la freschezza e la leggerezza.

Era un gelato da palato sopraffino, senz'altro, ma tutti riuscivano comunque a capire che era particolare. Bastava prendere la panna. Montata a mano, servita da un grande contenitore in acciaio, superbamente buona. O il pistacchio, divino. Qualsiasi gusto alla frutta corrispondeva ad un momento di felicità. Leggerezza e bontà in un connubio unico: chiunque era in grado di digerirlo, anche per questo era frequentato da persone di ogni età, dalla borghesia bene di Prati e da chi voleva assaporare QUELLO specifico impasto e non altri e si fermava proprio lì, mettendo regolarmente la macchina in doppia fila e rischiando multe e improperi per poter avere quell'attimo di beatitudine.

Quando qualche persona veniva da fuori ospite da noi, io avevo l'onore di portarla a via Cola di Rienzo. Ricordo ancora mia cugina, e tanti amici e parenti, e persone care [...]

I proprietari, senza figli, non hanno voluto continuare la tradizione, e non apriranno altre gelaterie.
Nessuno erediterà la ricetta, a quanto pare, e questa, tra le tante, è senz'altro la più triste delle notizie."

martedì, agosto 05, 2008

Rosa Mystica [2]


MARIA NEL FOLCLORE ARABO-PALESTINESE

(di EUGENIO PIO ZOLLI; "Da Eva a Maria", 1953)



Della flora purpurea palestinese fa parte l'elicriso sanguigno, di cui Virgilio si adornava per sfuggire alle male arti altrui. Questo fiore viene chiamato dagli arabi "Sangue di gazzella": nell'Oriente, come pure nel Cantico dei Cantici, la gazzella è legata alla simbologia dell'amore.

La correlazione tra le divinità e i fiori è quanto mai antica e diffusa. Ed è così che si spiega il rapporto tra tra la Vergine "el-Adra" (el àsdra, s dolce) e le rose.
La rosa richiama alla mente la "Rosa mystica".

Anche altri fiori, tra cui la Salvia trilobata, sono legati a Maria. Tale fiore viene detto, nelle province meridionali della Palestina, "Mirpmije". Tale pianta è dotata di qualità mediche.

A Gerusalemme si celebra il 15 del mese di 'Ab (Agosto) la festa del "transito della Nostra Signora Maria".
Ecco come si svolge la celebrazione.
Nella notte del dodici, alle ore tre, dopo un digiuno di 14 giorni, la Sacra Immagine viene trasportata al Convento di Maria alla Sua tomba nella valle del Cedron, dove rimane fino alle ore nove mattutine del 13.
Un catafalco con baldacchino viene posto tra la tomba e l'altare. Su di esso viene posta l'Immagine che si riflette in due placche di latta lucida poste ai fianchi di essa. I visitataori, uomini donne e bambini, baciano l'Immagine da una parte e poi, dopo esser passati curvi sotto di essa, rinnovano il loro omaggio dall'altra parte, vicino all'Immagine.

Il patriarca greco celebra il mattino del 14 il funerale.
Nel giorno precedente vengono erette delle tende per il patriarca, l'orchestra militare e per i visitatori. La calca di gente si muove alla luce dei lampionio accesi. I cibi che vengono consumati sono modesti e constano per lo più di sostanze vegetali.
La festa gaia viene celebrata il 15 del mese.
In tale giorno si usa presso gli Armeni di portare in chiesa uova e fichi per la benedizione, frutta che era matura già da una quindicina di giorni ma che viene ammessa alla tavola soltanto dalla festa in poi.
Il Dalman * trova un nesso tra l'antica festa ebraica del 15 di 'Ab con le danze nelle vigne, a cui si davano le vergini di Gerusalemme in quella occasione. Nelle vigne e nei giardini fruttiferi danzavano le vergini biancovestite cantando:
"Oh, giovane, alza gli occhi e guarda a quanto stati per scegliere! Non tenere conto della bellezza, guarda se la famiglia è buona! l'avvenenza inganna, un attimo dura la bellezza, una donna che teme Iddio è degna di lode! "
Si tratta quindi di una festa di vergini, di frutte fragranti, d'amore. Tutto ciò in unione alla Festa in onore di Maria.

Tornano alla mente le rime di Guittone d'Arezzo:
Ora vegna a la danza,
e con baldanza - danzi a tutte l'ore
che spera in voi, Amore
e di cui lo cor meo disia amanza.

Oh, quanto è dilettoso esto danzare
in voi laudare, - Beata Maria!

lunedì, giugno 30, 2008

giovedì, maggio 22, 2008

Gran Rabbi nato /7

Sive: "Sequebatur autem Iesum Simon Petrus et alius discipulus.
Discipulus autem ille erat notus Pontifici et introivit cum Iesu in atrium Pontificis" (Gv.18,15)


Non ci erano ignote -oh lettori carissimi e dilettissimi- le dottrine variamente definite "lefevbriane" , "sedevacantiste" o "fatimidi" accomunate dalla convergente interpretazione del Concilio Vaticano II quale catastrofe teologica, causa di una vera e propria apostasia dalla "vera fede"; quale satanico capovolgimento delle più sacrosante ed inveterate dottrine insegnate costantemento dal Magistero ecclesiastico sino a tutto il pontificato di Pio XII.
L'"aggiornamento" auspicato dal buon Giovanni XXIII, pertanto, altro non sarebbe stato che un complotto criminale giudaico-massonico-satanista in cui il ruolo di freddo e spietato sicario sarebbe stato assolta dal "Servo di Dio" Paolo VI.

In tali esecrandi ambienti "refrattari", infatti, Papa Montini che dovette portare la croce di portare a termine il Concilio è assi più malvisto di Papa Giovanni che fortissimamente volle quel Concilio e quell'aggiornamento (ma che poi vestiva baroccamente, indossava il triregno e si dondolava pacioso sulla sedia gestatoria).
Sarebbe stato, quindi, Giovan Battista Montini che avrebbe trasformato il Concilio ed il Papato nella "sentina di tutte le eresie".
Paradigmatico di tali correnti di pensiero sono gli scritti di tale Daniele Arai che nel suo "sillabico" articolo " La libertà religiosa di Paolo VI" afferma che: "nel 1965 quasi tutti i padri del Vaticano II furono indotti da Paolo VI a sottoscrivere errori ed eresie già condannate dal Magistero. Alcuni ne erano coautori, ma la maggioranza cadde nell’abbaglio dell’«ubbidienza assoluta» a chi era in veste papale."
E poco dopo aggiunge:
"Paolo VI usò spesso in pubblico, l’«ephod» dei grandi sacerdoti, il simbolo di Caifa che condannò Gesù.
Un giorno si capirà meglio le ragioni per le quali ritenne d’inviare il messaggio di un Papa in veste di gran sacerdote al mondo. Per ora conosciamo solo i risultati giudaizzanti di tale iniziativa in Vaticano."
E altrove:
"Ora, il Vaticano II giustificando un’unità, una comunione e una libertà religiosa, contrarie alla fede cattolica, rappresenta una «perfidia» che, materialmente, supera in gravità quella del sinedrio giudaico.
Del resto, Paolo VI è apparso molte volte indossando l’Ephod di Caifas. Non era forse questo il mistero dell’iniquità profetizzato come segno precursore della fine dei tempi?"


Ignoravamo, infatti- oh miei cinque lettori-, che in tanto sottobosco pseudo-tradizionalista tanti severi moniti antiereticali portassero quale indegno corollario -in ossequio alla categoria logica detta del: "e cheste và pe' chelle"- la protestantica perversa dottrina del Papa quale manifesto Anticristo!
Papa Montini (e i suoi pseudo-successori: poichè essendo tutti eretici conclamati sarebbero papi solo "de facto" ma non "de iure"!), secondo tali apocalittiche ricostruzioni, per significare il capovolgimento della sana dottrina si sarebbe fatto confezionare blasfeme suppellettili sacre!

Come contenere il giusto sdegno di fronte a tanta sfrontata propaganda da cabalisti da strapazzo! Come resistere all'impeto di stracciarsi le vesti di fronte a tanta insipienza, se non ci sorreggesse la premura di non scoprire il fianco a chi non attende altro che trafiggerci il cuore con l'accusa di essere dei marrani giudaizzanti?

Tralasciamo di sottolineare più diffusamente che non può essere considerato degno di venerazione solo ciò che corrisponde ai canoni dell'orificeria e della sartoria barocca; sarebbe interessante indagare per quali angusti e tortuosi percorsi della mente non si riesca -da parte di assai eruditi fedeli cattolici!- a "ricapitolare in Cristo" i segni dell'Antica Alleanza come invece ci ammonisce di fare l'Apostolo!

I simboli più venerabili della Storia Sacra, che i Padri della Chiesa magistralmente si sforzarono di interpretare come segni e simboli dell'avvento di Cristo e della Chiesa, rimangono perciò un'oscura selva in cui intelletti tanto scopertamente fallaci non sanno fare di meglio che interpretare in riferimento a Satana, o a Dan Brown: come se solo la Cabbala, la Massoneria e il Satanismo avessero l'autorità di definire il significato simbolico delle cose!
La Chiesa “esperta in umanità” secondo la felice espressione di Paolo VI (usata durante la sua visita all'ONU) sin dall'età apostolica non ebbe alcun imbarazzo ad usare qualunque figura della sacra scrittura ma anche dalla cultura profana quale figura e profezia di "Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore": il pesce, l'ancora, il sole, Orfeo etc. Come disse in visione la voce a San Pietro: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano".

Ma prima di cercare di intellegere -oh già spazientiti miei quattro lettori!- gli arcani simbolismi bisognerà pur chiarire cosa fosse quell'oggetto, impropriamente detto "efod", che Paolo VI avrebbe spesso portato appeso al collo!
PARTE PRIMA
Ma che cos'è l'Efod?

"Ephod" (termine che in verità nella Bibbia viene usato per indicano tre vestimenti differenti) è uno degli abiti propri del Sommo Sacerdote della religione Giudaica. Viene descritto nel Libro dell'Esodo tra gli indumenti che Iddio comandò fossero realizzati per rivestire Aronne, il primo Sommo Sacerdote:
"Farai per Aronne, tuo fratello, abiti sacri, che esprimano gloria e maestà. Tu parlerai a tutti gli artigiani più esperti, ai quali io ho dato uno spirito di saggezza, ed essi faranno gli abiti di Aronne per la sua consacrazione e per l'esercizio del sacerdozio in mio onore.
Ed ecco gli abiti che faranno: il pettorale e l'efod, il manto, la tunica damascata, il turbante e la cintura. Faranno vesti sacre per Aronne tuo fratello e per i suoi figli, perché esercitino il sacerdozio in mio onore. Essi dovranno usare oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso.
Faranno l'efod con oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto, artisticamente lavorati. Avrà due spalline attaccate alle due estremità e in tal modo formerà un pezzo ben unito. La cintura per fissarlo e che sta sopra di esso sarà della stessa fattura e sarà d'un sol pezzo: sarà intessuta d'oro, di porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto.
Prenderai due pietre di ònice e inciderai su di esse i nomi degli Israeliti: sei dei loro nomi sulla prima pietra e gli altri sei nomi sulla seconda pietra, in ordine di nascita. Inciderai le due pietre con i nomi degli Israeliti, seguendo l'arte dell'intagliatore di pietre per l'incisione di un sigillo; le inserirai in castoni d'oro.
Fisserai le due pietre sulle spalline dell'efod, come pietre che ricordino presso di me gli Israeliti; così Aronne porterà i loro nomi sulle sue spalle davanti al Signore, come un memoriale." (Es28, 2-12)

L'efod vero e proprio perciò sarebbe una specie di grembiule legato ai fianchi da una cintura e su cui sono incastonare due pietre all'altezza delle spalle. ma l'oggetto causa della nostra indagine è invece quello che detto impropriamente "efod" in realtà è indossato sopra l'efod e pende sul petto del Sommo Sacertote: "il pettorale" appunto, detto anche "Pettorale di giustizia".
"Farai il pettorale del giudizio, artisticamente lavorato, di fattura uguale a quella dell'efod: con oro, porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto.
Sarà quadrato, doppio; avrà una spanna di lunghezza e una spanna di larghezza. Lo coprirai con una incastonatura di pietre preziose, disposte in quattro file. Una fila: una cornalina, un topazio e uno smeraldo: così la prima fila. La seconda fila: un turchese, uno zaffìro e un berillo. La terza fila: un giacinto, un'àgata e un'ametista. La quarta fila: un crisòlito, un ònice e un diaspro. Saranno inserite nell'oro mediante i loro castoni. Le pietre corrisponderanno ai nomi degli Israeliti: dodici, secondo i loro nomi, e saranno incise come sigilli, ciascuna con il nome corrispondente, secondo le dodici tribù.
Poi farai sul pettorale catene in forma di cordoni, lavoro d'intreccio d'oro puro. Farai sul pettorale due anelli d'oro e metterai i due anelli alle estremità del pettorale. Metterai le due catene d'oro sui due anelli alle estremità del pettorale. Quanto alle due altre estremità delle catene, le fisserai sui due castoni e le farai passare sulle due spalline dell'efod nella parte anteriore."(Es.28, 15-25)

Il pettorale, l'oggetto della nostra diatriba, è pertanto una specie di borsello all'interno del quale sono consevati due oggetti detti "Urim" e i "Tummim" (fino all'esilio di Babilonia il loro sorteggio servirà per interrogarre la volontà di Dio) mentre nella parte esterna è fissata una quadrangolare lamina metallica su cui sono incastonate dodici pietre simbolo delle dodici tribù di Israele: "Così Aronne porterà i nomi degli Israeliti sul pettorale del giudizio, sopra il suo cuore, quando entrerà nel Santo, come memoriale davanti al Signore per sempre. Unirai al pettorale del giudizio gli urim e i tummim. Saranno così sopra il cuore di Aronne quando entrerà alla presenza del Signore: Aronne porterà il giudizio degli Israeliti sopra il suo cuore alla presenza del Signore per sempre." (Es.28,29-30)

Ora, Paolo VI ha davvero (magari al posto della croce pettorale, come si vorrebbe subdolamente insinuare!) indossato appesa a due catenelle e pendente dul suo petto il "pettorale di giustizia" erroneamente detto "efod"?

Se si fa ben attenzione, in tutte le foto in cui dul busto di Papa Montini penzola una placca rettangolare con incastonate dodici pietre dure egli indossa anche una stola rossa, e sempre la stessa stola rossa.

A differenza di quanto noi profani possiano ritenere, vi sono stole di differenti fogge, non solo a causa dei differenti periodi storici e differenti riti liturgici e perciò anche nello stesso Rito Romano.
Vi è, ad esempio, la stola "dritta" cioè quella dello stesso colore liturgico (e confezionato con la medesima stoffa) del paramento liturgico indossata sopra il bianco camice, la quale viene legata con la funicella all'altezza sei fianchi ed è nascosta dalla sovrastante veste liturgica (dello stesso colore) e che viene indossata dal presbitero o dall'episcopo per la celebrazione della santa Messa.
Vi è poi un'altro tipo di stola detta "stola pastorale" che i preti, vescovi, cardinali e papi indossano sopra il proprio "abito corale", cioè per presiedere quelle celebrazioni religiose che si svolgono fuori dalla Messa (amministrazione dei sacramenti, benedizioni, liturgia delle ore, predicazioni al popolo, etc).

Il Romano Pontefice è l'unico a godere del privilegio di poter indossare la stola "pastorale" anche in cerimonie non religiose ragion per cui la stola pontificia non viene indossata in ossequio al colore liturgico del giorno ma è sempre rossa ornata d'oro (tranne durante le festività pasquali quando il cerimoniale prescrive il bianco).

Chi osservi la gran quantità di stole indossate da Benedetto XVI si accorgerà facilmente che, solitamente, proprio all'altessa del petto, dalla parte interna dei due lembi della stola partono due cordoncini dorati che unendosi, in una specie di nodo, terminano con una specie di piccolo pon-pon (o anche due).
I manuali di moda "prêtre a portè" confermano:
"Spesso più decorata delle altre stole perché più in evidenza, la stola pastorale presenta all'altezza del petto una pattina di stoffa, un nastro o un cordone generalmente terminante con ghiande o nappe, per riunire le due metà del paramento."

La stola rossa con catenelle che si congiungono in una placchetta rettangolare ispirato all'efod; così come un'altra assai simile stola bianca da cui partivano due catenelle che si congiungevano in una placca a forma di scudo su cui era raffigurato lo stemma araldico di Papa Montini; perciò è parte di una serie di vesti liturgiche create per il novello pontefice e secondo le sensibilità stilistiche dell'epoca, in ossequio al generale spirito di riforma liturgica.

Tra l'altro, se ben si osserva la formella metallica -a metà strada tra l'efod ed il cubo di Rubik-, le pietre sono disposte in modo che, al guizzo dell'intelleto del divoto fedele cattolico che osserva, dall'ornamento pontificio appaia una "croce latina": formata dalla seconda fila orizzontale (ovviamente partendo dall'alto) e dalla seconda fila verticale (che è formata da quattro pietre). Nell'ideale punto di intersezione vi è una pietra di colore più intenso delle altre.

PARTE SECONDA

Chiarito il primo arcano, e che quindi il cosiddetto "Efod" di Paolo VI aveva la funzione ornamentale di congiungere i due lembi di una stola pontificia (probabilmente quale ardita ispirazione alle placche artisticamente decorate dette "Razionale" che chiudono il piviale) rimane da rispondere a coloro che trovano oltremodo incresciosa l'appropiazione (seppur contingente) di in simbolo del Sommo Sacerdote del Giudaismo da parte del Sommo Pontefice del Cattolicesimo.

Ma davvero dobbiamo discettare dell'analogia tra Antica e Nuova Alleanza, tra il sacerdozio biblico ed il sacerdozio definitivo del Cristo Risorto di cui tratta la neotestamentaria Lettera "agli Ebrei"?

"Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli rivestito di debolezza; proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo. Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.
Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato.
Come in un altro passo dice: Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchìsedek." (Eb.5,1-6)

Davvero dei pii cattolici hanno bisogno che - noi misserrimo tapino- si parli loro del della "Economia" del sacrificio espiatorio, del significato dell'agnello sacrificale? Dell'analogia sottolineata e voluta da Cristo stesso tra il Tempio ed il proprio corpo, dell'analogia tra il Tempio e la vita (e la morte) di Cristo stabilita dagli Evangelisti, in special modo da Luca (e Giovanni)?

Sin dai tempi patristici, nella veste di lino e tessuta tutta d'un pezzo (sulla quale ai piedi della croce i soldati romani tirarono la sorte) di cui parla il Vangelo secondo Giovanni, gli esegeti viderono un voluto riferimento alla tunica cerimoniale con cui il Sommo Sacerdote nel "giorno dell'espiazione" doveva attraversare il velo del 'Santo dei Santi' portando -al cospetto di Dio- il sangue degli animali sacricati per ottenere il perdono delle colpe di tutto il popolo ebraico:
"Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso un Tabernacolo più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?
Per questo egli è mediatore di una Nuova Alleanza" (Eb.9 11-15)


San Luca, che aveva principiato la propria narrazione evangelica con l'apparizione angelica ad un sacerdote mentre celebrava all'interno del Tempio, conclude il suo Vangelo con l'Ascensione al cielo di Gesù il quale si stacca da terra mentre è intento a celebrare un rito di benedizione sui suoi discepoli. Luca utilizza una terminologia che richiama espressamente la figura del sommo sacerdote e sullo sfondo si sente come echeggiare un passo del Levitico: "Poi Aronne, alzate le mani verso il popolo, lo benedisse"(Lv 9,22).
La scena "liturgica" dei discepoli attorno al Cristo benedicente richiama le lodi del Siracide per il sommo sacerdote Simone:
"Il popolo supplicava il Signore altissimo
in preghiera davanti al Misericordioso,
finché fosse compiuto il servizio del Signore
e terminasse la funzione liturgica.
Allora, scendendo, egli alzava le mani
su tutta l'assemblea dei figli di Israele
per dare con le sue labbra la benedizione del Signore,
gloriandosi del nome di lui.
Tutti si prostravano di nuovo
per ricevere la benedizione dell'Altissimo." (Sir 50,19-21)

Gesù è sottratto alla vista degli apostoli a causa delle nuvole, così come il Sommo Sacerdote è sottratto alla vista degli altri leviti a causa del velo del Sancta Sanctorum. Infatti come dice l'autore della Lettera agli Ebrei:
"Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito"(Eb.8, 1-3).
"Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui" (Eb.9-24-24)
.

Ma l'obiezione che, a questo punto, un pertinace assertore della perversità satanica implicita nell'uso di un simbolo proprio del cerimoniale dell'Antica Alleanza da parte del Vicario di Cristo potrebbe avanzare è che, proprio come insegna la Lettera agli Ebrei, essendo il culto mosaico ombra e figura del sacrificio "perfetto" di Cristo esso avrebbe esaurito la sua simbolica valenza cristica proprio nel momento in cui veniva sacrificato sulla croce il vero 'agnello di Dio che porta su di se i peccati del mondo' e non solo degli israeliti; "Ed ecco che il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo" (Mt. 27, 51).

Tra l'altro -poichè Gesù di Nazaret appartiene alla tribù di Giuda e non a quella di Levi- l'autore sacro si compiace nel dimostrare che il sacerdozio di Gesù Cristo è di natura differente e superiore a quello di Aronne (e pertanto anche di Caifa!): Gesù è stato "proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek".
Misterioso Re ed insieme (evidentemente Sommo) Sacerdote della città che in futuro sarà Gerusalemme: "Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dalla sconfitta dei re e lo benedisse; a lui Abramo diede la decima di ogni cosa; anzitutto il suo nome tradotto significa re di giustizia; è inoltre anche re di Salem, cioè re di pace. Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno.
Considerate pertanto quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino." (Eb.7, 1-4)


Il Genesi dice che "Melchisedek offrì pane e vino", e pertanto Melchisedek sin dall'epoca apostolica è icona dell'offerta eucaristica della nuova ed eterna alleanza istituita da Gesù; come proclama lo stesso Canone Romano:"come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote.
Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina
".

Quindi usando indebitamente e dubdolamente le stesse parole dell'autore sacro: "Or dunque, se la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico - sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge - che bisogno c'era che sorgesse un altro sacerdote alla maniera di Melchìsedek, e non invece alla maniera di Aronne? Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della legge."
Quindi: se Papa Paolo VI, Vescovo di Roma e successore dell'Apostolo Pietro, "alla maniera di Melkisedek" è un sacerdote della "nuova ed eterna alleanza" perchè non trovò sconveniente abbigliarsi "alla maniera di Aronne"?

Si potrebbe rispondere gesuiticamente con un'altra domanda (Negli Esercizi Spirituali Sant'Ignazio nel sostenere che la prima apparizione del Risuscitato fu alla sua Madre Santissima ammonisce: "la Scrittura suppone che noi siamo intelligenti, come è scritto: Anche voi siete privi di comprendonio?").
Perchè allora -ribattiamo- se il nuovo ed eterno sacerdozio di Cristo "alla maniera di Melchisedec" non deriva assolutamente dal sacerdozio giudaico invece lo stesso autore della lettera agli Ebrei continuamente rappreasenta continuamente Gesù che misticamente agisce "alla maniera di Aronne"?

L'autore ispirato non sostiene che il sangue degli animali offerti in olocausto, ed i conseguenti riti espiatorii, non avessero efficacia che, invece: "se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo" (Ebr.9,13-14)

Ripetere che essi erano solo prefiguarzioni e profezie del "definitivo" sacrificio espiatorio di Cristo; contrapponendo il valore contingente del sacerdozio ebraico "alla maniera di Aronne" di contro al valore redentivo "eterno" del sacrificio della Croce; in realtà non coglie pienamente quelli che sono i due termini del paragone: non il sacerdozio ebraico contrapposto al sacerdozio di Gesù Cristo "alla maniera di Melkisedec" ma da una parte il sacerdozio levitico e dall'altra il sacerdozio cristiano!

Se i sacrifici espiatori dell'antico Israele avevano verace e reale valore santificante (come attesta l'autore della lettera agli Ebrei) questa "grazia santificante" derivava proprio dal loro essere profezia del sacrificio espiatorio di Cristo: "E ora, invece una volta sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso." (Ebr 9,26)
Il fatto che tali antichi riti dovessero essere ripetuti non toglie di per sè nulla alla loro efficacia propiziatrice altrimenti, se la ripetività dell'offerta sacrificale fosse indizio di aver a che fare con un sacrificio incompleto ed ad un culto non definitivo, allora si dovrebbe negare (come infatti fanno i protestanti!) la dottrina cattolica dull'Eucaristia: il rinnovarsi misticamente ed incruentemente della Morte in Croce di Gesù Cristo ad ogni Santa Messa.
Se giudichiamo i rituali dei sacerdoti del Tempio di Gerusalemme quali ombre e figure dell'eterno ed incomparabilmente unico sacerdozio di Cristo, quanto poi dovremmo giudicare inutile il sacerdozio cristiano poichè stridente con la dottrina del valore unico eterno (e perciò irripetibile) dell'atto espiatorio compiuto una volta per sempre in quel primo Venerdì Santo?

Che differenza allora tra i sacerdoti levitici ed i sacerdoti cattolici?
Ci risponde il Sacro Magistrero per mezzo del Caechismo:
"Il sacrificio redentore di Cristo è unico, compiuto una volta per tutte. Tuttavia è reso presente nel sacrificio eucaristico della Chiesa. Lo stesso vale per l'unico sacerdozio di Cristo: esso è reso presente dal sacerdozio ministeriale senza che venga diminuita l'unicità del sacerdozio di Cristo. « Infatti solo Cristo è il vero Sacerdote, mentre gli altri sono i suoi ministri ». (CCC n.1545)
"...il sacerdozio ministeriale [...] È uno dei mezzi con i quali Cristo continua a costruire e a guidare la sua Chiesa. Proprio per questo motivo viene trasmesso mediante un sacramento specifico, il sacramento dell'Ordine." (CCC n.1547)

Come si diceva in illo tempore , il sacerdote agisce "In Persona Christi". Il sacerdote ha ricevuto da Cristo stesso la vocazione e per mezzo della Chiesa l'autorità di partecipare al suo eterno sacerdozio. Un tempo le divote vegliarde insegnavano ai pargoli titubanti che quando il signor curato dice "Io ti assolvo dai tuoi peccati" in quel momento non è il signor curato a perdonarci ma è il buon Gesù stesso che parla. Il ministro ordinato esercita quindi, per la salvezza del popolo di Dio, la funzione che senza imbarazzo possiamo tranquillamente definire di "Vicario di Cristo", titolo di cui il Papa -quale Sommo Sacerdote del Cristianesimo- si fregia per antonomasia.

Il sacerdozio ministeriale con tutti i suoi riti e cerimonie sono perciò i "mezzi" escogitati dalla volontà divino-umana del Redentore, nell'ambito della "Economia della salvezza", per partecipare all'umanità l'infinito potere di santificazione scaturito dall'opera della redenzione.
Se pertanto nella "pienezza dei tempi" i sacerdoti cristiani operano la santificazione dei fedeli non per virtù propria ma "in persona Christi" analogamente dobbiamo dedurne che anche gli antichi sacerdoti israeliti, anche non ne avevano coscienza, agivano "in persona Christi", e perciò l'autore della lettera agli Ebrei presentare per analogia Cristo "in persona" di Aronne!
PARTE TERZA

Poichè -Oh mie sconfortati due lettori rimasti- il sacrificio espiatorio del Figlio di Dio fatto uomo ha un valore eterno giustificò anche i giusti vissuti prima dell'Incarnazione del Verbo poichè lo stesso e medesimo "Verbo della vita" che gli apostoli hanno "palpato" come dice San Giovanni è lo stesso "Verbo", la stessa "Parola" che Iddio rivolse ad Abramo ed ai patriarchi ed a Mosè ed ai profeti tutti. L'Ebreo Gesù di Nazaret è pertanto la stessa e medesima Sapienza che ha creato e governa l'universo! Per il cristianesimo nascente quindi ciò che aveva detto Iddio nell'antico Testamento non potevano essere in contraddizione con le parole di Gesù Cristo poichè colui che parlava nell'antico come nel nuovo Testamento è la stessa e medesima persona: "per mezzo di Lui tutte le cose sono state create e per noi uomini e per la nostra salvezza si è incarnato nel grembo della Vergine Maria e si è fatto uomo".
Non si comprenderebbe altrimenti come mai i Padri della Chiesa traevano sommo diletto spirituale nel commentare libri come il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio che altro non sono che interminabili elenchi di quei ritualismi e di quella precettistica tipicamente giudaici da cui Cristo Signore è venuto a liberare come dice san Paolo ai Galati: "Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità."

Ma come ammette san Paolo nella stessa lettera ai Galati:"la Legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo" e con questo atteggiamento i Padri della Chiesa leggevano la storia sacra cercando analogie e riverberi dei "misteri" della vita di Gesù e della Chiesa.

Ecco che, per rimanere nell'ambito del sacerdozio levitico, nell'immagine del Sommo Sacerdote Aronne che solo entra alla presenza di Dio si vide la profezia di Gesù Cristo: "Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1Timoteo 2,5). Il Sommo Sacerdote andava ad intercedere per il popolo avendo sulle spalle due pietre con incisi nomi delle dodici tribù di Israele, così come Gesù Cristo fu oppresso dal peso dei peccati dell'intero genere umano avendo sulle proprie spalle il patibolo della croce.

Nell'efod, poi, era simbolicamente riunivo strettamente popolo. Ponendo sul proprio cuore le dodici tribù di Israele il sommo sacerdote Aronne intercedendo per loro.
Il Pettorale di giustizia posto sul cuore di Aronne fu pertanto interpretato dagli antichi Dottori della Chiesa quale figura della della Chiesa scaturita dal costato di Cristo e della volontà di Cristo che la Chiesa fosse una ed i membri della Chiesa uniti fraternamente tra loto come ebbe accoratamente as pregare durante l'ultima Cena come enarra il Vangelo di Giovanni (Gv,17,21).
Nel Prologo l'evangelista proclama che Gesù è "la luce":
"Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio"
Il nome di Aronne significa proprio "Portatore di luce".

Tristitia Christi /6

Sive: "Pueri hebreorum portantes ramos olivarum..."

«Nella cittadina di Or Yehuda, in Israele, il vice-sindaco ha mandato gli allievi di una yeshiva a sequestrare nelle case Vangeli e testi di propaganda del gruppo Ebrei messianici, un piccolo gruppo ebraico, in tutto il paese meno di diecimila persone, che crede in Gesù Cristo e che è caratterizzato da un vivace proselitismo. Dopo il sequestro, i libri “sacrileghi” sono stati radunati in piazza e dati pubblicamente alle fiamme.

La notizia, rivelata dal quotidiano Maariv, ha creato emozione nel Paese. Ma anche tra chi ha condannato il rogo, si sono levate voci che chiedono di metter fine alla propaganda cristiana. Ma perchè preoccuparsi, in un paese libero e democratico come Israele, di un po’ di propaganda, a fin di qualche conversione?

Ma la cosa più grave è stata la modalità del fatto. Provate a pensare che qualcuno bussi alla vostra porta, chieda di vedere se avete in casa “libri sacrileghi”, e poi li sequestri per darli alle fiamme. Cose del genere sono accadute solo sotto i nazisti e nell’Iran dei Guardiani della Rivoluzione.

Nessuno di quei ragazzi, e certo non il vice-sindaco che li ha istigati, ha probabilmente mai sentito parlare di Heinrich Heine, il grande poeta ebreo tedesco, che diceva: “Si comincia con il bruciare i libri, si finisce con il rogo delle persone”. O forse, anche se lo hanno sentito, per loro è soltanto un ebreo “convertito”».
Anna Foa, storica

Brindisi per Benedetto XVI


Ovvero: Il successor del maggior Piero (Marini).

Dopo aver fedelmente scortato Benedetto XVI duarante il viaggio apostolico nalla "sua" Genova, monsignor Guido Marini "Maestro delle cerimonie liturgiche del Sommo Pontefice" è partito alla volta della Puglia: nelle giornate di lunedì 19 e martedì 20 maggio a Brindisi ha soggiornato una delegazione vaticana al fine di supervisionare i preparativi della visita pastorale di Benedetto XVI alle città di Santa Maria di Leuca e di Brindisi prevista per il sabato 14 e la domenica 15 giugno 2008.

La delegazione pontificia -una e trina- era formata dai cerimonieri pontifici, monsignor Enrico Viganò e monsignor Pier Enrico Stefanetti, capeggiati dal "Maestro" Guido Marini.
Essi hanno così familiarizzato con i luoghi in cui il sedici volte Benedetto dovrà pontificare e nella cattedrale brindisina hanno debitamente istruito i seminaristi del Seminario teologico regionale e quelli del Seminario minore arcivescovile di Brindisi, i quali saranno deputati al servizio all’altare durante il solenne pontificale.

Non di meno i cerimonieri hanno avuto premura di constatare le fasi di confezionamento dei paramenti liturgici che dovranno essere indossati da Benedetto XVI durante la Messa: il Ponfefice Massimo indosserà paramenti, ideati appositamente per la felice occasione, decorati con simboli che rimandano a Brindisi ed ai temi precipui di codesta visita pastorale.

Si è così rivelata priva di fondamento l'indiscrezione secondo cui in tale occasione il sedici volte Benedetto avrebbe potuto rivestirsi baroccamente della mitria e paramenti sacri- conservati nel museo diocesano della vicina Gravina- appartenuti al settecentesco omonimo papa pugliese e "servo di Dio" Benedetto XIII Orsini.

La nuova aveva prontamente trovato l'entusiastico avallo di monsignor Rocco Talucci vescovo di Brindisi che dichiarava: "Ovviamente, dovremo chiedere il nulla osta al maestro delle cerimonie liturgiche del Santo Padre, Monsignor Guido Marini, ma conoscendolo come uomo attento alla tradizione - basti pensare che con saggezza ha già riscoperto e fatto indossare al Papa paramenti liturgici che giacevano senza alcun senso nei vecchi armadi vaticani, -nutro buone speranze in una fumata bianca. Veda, il fatto che il Papa indossi la Mitria di Benedetto XIII darebbe un grande segnale di continuità con la gloriosa storia della Chiesa che molti, in questa epoca, vorrebbero cancellare. Sa cosa le dico? Parlerò e scriverò ufficialmente al Vescovo di Gravina in Puglia già in queste ore: l’idea che avete lanciato mi entusiasma, bravi!"
E invece: fumata nera.
La considerazione di mera convenienza estetica per cui per una celebrazione all'aperto i barocchi vestimenti pensati per essere indossati nella solennità di una basilica sarebbero apparsi decisamente "fuori luogo"? Forse il timore che tanto sfarzo avrebbe distratto e deviato l'attenzione mediatica dal messaggio spirituale. Monsignor Guido Marini, infatti, ha raccomandato ai "pretini" salentini di concentrarsi sulla preparazione spirituale oltre che tecnica affinché «venga trasmessa l’intensità dell’esperienza liturgica vissuta con il Papa».