martedì, agosto 23, 2005

IMPERA D'OCCIDENTE /2

"… Se la democrazia liberale è un valore, allora, come ogni valore, ha bisogno di una giustificazione, un'argomentazione, una teoria, o - perché no? - una fede che la sorregga.
Democrazia e libertà non fanno eccezione.
Lasciarle a se medesime, senza presupposti solidi, significa sperare nel buon Dio che ce le conservi.

Non mancano intellettuali che la pensano diversamente.
Uno - cimentatosi nell'impresa difficile di rendere chiaro un pensiero di Jürgen Habermas - ha scritto che «lo stato liberale è autosufficiente e indipendente da tradizioni religiose o metafisiche di ogni genere». Ma questa non è soltanto mancanza di cultura storica e filosofica, è anche assenza di immaginazione. Basta un piccolo esperimento mentale per capirlo. Provate a toccarglielo - questo Stato liberale che è stato conquistato anche a loro beneficio, sebbene con pochi loro sforzi - e vedrete che questi intellettuali si ricrederanno presto. Provate a chiedergli come lo difenderebbero - se mai dovessero e volessero difenderlo - e vedrete che, alla fine, anch'essi finirebbero per appellerarsi a fondamenti metafisici, morali o religiosi, come la "ragione", la "natura umana", i "diritti universali", lo "stato di natura", la "religione della libertà", il "velo d'ignoranza", eccetera.

I fondamenti morali (…) non si definiscono in astratto, a tavolino, li fornisce la storia, sul campo. I fondamenti morali li offrono le tradizioni.
E qui non intendo spendere una parola in più rispetto a quanto ho detto tante volte.

La nostra storia, la storia dell'Europa e dell'Occidente, è storia giudaico-cristiana e greco-romana. Scendiamo da tre colline: il Sinai, il Golgota, l'Acropoli. E abbiamo tre capitali: Gerusalemme, Atene, Roma. Questa è la nostra tradizione.
Da qui sono nati i nostri valori.
Senza le leggi di Mosé, senza il sacrificio del Cristo, non avremmo quel sentimento morale che ci fa sentire tutti - credenti e non - fratelli, uguali, compassionevoli. Senza la ragione dei Greci e il diritto delle genti dei Romani, non avremmo quelle forme di pensiero che sorreggono le nostre istituzioni pubbliche.
Lo so che, scesi da quelle colline, lasciate quelle capitali, abbiamo fatto tanto cammino grazie anche a tanti altri apporti. Ma lo abbiamo fatto a partire da lì, nutriti con ciò che abbiamo imparato lì, convinti che il senso della strada fosse ancora lì.
Chi rinnega queste origini tradisce la propria storia e perde la propria identità. Noi non dovremo consentirlo.
Già, ma "noi" chi? "Noi" non siamo soli.
Come rapportarci agli "altri", quando, immigrando, vogliono entrare nella nostra comunità? E come difenderci dagli "altri", quando, violando le nostre leggi, ci vogliono distruggere?

Sul problema della convivenza e dell'integrazione, l'Europa ha dato una risposta sbagliata e una risposta ingenua.
La risposta sbagliata - più democratica che liberale - è quella del multiculturalismo, cioè la protezione delle culture e delle comunità anziché degli individui. Il risultato di questa politica è stato quello di gruppi etnici che, nel migliore dei casi, si ignorano, e, nel peggiore, si dimostrano ostili.(…)
La risposta ingenua - più liberale che democratica - è quella della tolleranza. Con un grave malinteso: che la tolleranza, così come è intesa e praticata da noi, è una virtù passiva, che confina con l'indifferenza e la sopportazione. Dopo tanti fallimenti delle nostre politiche di integrazione, questo equivoco dovrebbe essere eliminato. Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno non è la tolleranza così concepita, ma, l'ho detto più volte, il rispetto, che, a differenza della tolleranza, è una virtù attiva.

Ma il rispetto comincia da casa nostra.
Non possiamo chiedere rispetto, e nessuno ci rispetterà, se non cominciamo a rispettare noi stessi. Se, alla domanda: "sei tu ebreo e cristiano?", rispondiamo come Pietro, che rinnegò. O se, alla domanda: " credi nel valore della tua tradizione?", ci atteggiamo come Pilato…"

2 commenti:

Duca De Gandia ha detto...

Prima di essere più papista del Papa e più ciellino dei ciellini, il figlio del vecchio ferroviere insofferente alla rigidità coerente dei binari è stato il più giustizialista dei giustizialisti («Il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso») e poi il più laicista dei laicisti («Per esser anticlericali bisogna sentir la dignità della propria identità») e il più garantista dei garantisti. E poi il più fiero avversario dell'inserimento delle radici cristiane nella carta UE («Non dobbiamo infilare Dio nella Costituzione europea o inseguire su tutto le posizioni della Chiesa») e il più fiero fustigatore di chi non l'aveva infilata: «Abbiamo rimosso la nostra identità giudaico-cristiana». E l'accanito teorico della fecondazione assistita («Davvero monsignor Sgreccia vuol farci credere che prelevare il seme in un modo o un altro è moralmente rilevante? La morale dipende da come si eiacula?») e poi l'accanito censore dei referendari sconfitti «che hanno provato a dare un violento colpo di forbice ai valori e sono ancora lì che si accarezzano la guancia per lo schiaffo ricevuto».

E insomma ha offerto ai suoi critici tutte le prove per accusarlo, carta canta, di aver detto tutto e il contrario di tutto, a seconda di come gli girava al momento.

Fedele, in fondo, solo all'idea che aveva proposto anni fa a un giornale. Quella di avere una rubrica dove «scrivere ciò che mi passava per la testa». Propose pure il titolo: «Discorsi a Pera».

Gian Antonio Stella

Anonimo ha detto...

Al maestro magro non far sapere quant'è buono il cacio con le Pere.
I.