mercoledì, marzo 07, 2007

De Obitu Theodosii


Ovvero: Si plauda alle condiderazioni del "divinus" Magister a proposito, dell'accettazione da parte del Pontefice sedici volte Benedetto, delle dimissione dell'Eminentissimo Ruini: per oltre tre lustri Presidente della Conferenza episcopale italiana.

Molti -e da molti mesi!- anelavano a ciò che con un breve dispaccio ha comunicato la Sala stampa vaticana la mattina di mercoledì 7 marzo nonchè anticipato dal Cardinal Segretario di Stato la sera prima di modo che i mass media hanno avuto tutto il tempo e la premura di commentare l'evento. Per alcuni fausto evento; poichè "Don Camillo" lascia l'agone ( cioè parrebbe che lasci l'agone) politico-mediatico; ma per molti è fonte di perplessità poichè Ruini in quindici anni, a volte contro l'opinione di gran parte dell'episcopato ma sempre con il fermo sostegno di papa Wojtyla e papa Ratzinger, ha delineato e determinato la linea interventista della Chiesa Cattolica in Italia. Una Chiesa che sostiene fortemente il proprio diritto e la propria libertà di educare,imbastire dialoghi con il mondo culturale e che non diniega il confronto serrato di una "battaglia culturale" poichè non consente a nessuno il diritto di porla in uno stato di minorità intellettuale. Perciò una gerarchia e una comunità eccesiale capace di proporre un "progetto culturale" dei cattolici italiani per i cattolici italiani senza la necessità della mediazione di una classe politica di sedicenti cattolici.

Dai commenti anche di quelli a cui Ruini non è mai riuscito simpatico (anche nel mondo ecclesiale!)- e Ruini direbbe che: molti nemici molto onore- si capisce che difficilmente si tornerà indietro.
Prima della presidenza di Ruini, la società italiana, la Chiesa, e il mondo intero avevano una configurazione ben precisa; nel ventunesimo secolo la geopolitica è radicalmente mutata, la struttura istituzionale italana è cambiata e il merito di Ruini è stato, se non quello di aver azzeccato il percorso- non sono quì per lodare Camillo ma per seppellirlo!- almeno di aver capito che la Chiesa non poteva permettersi di star ferma a guardare "il gran teatro del mondo" quale muto spettatore dispensatore automatico di sacramenti.


"Fulgido" esempio della coscienza che si è raggiunta dell'incisività della "Gestione Ruini" ne è segno manifesto l'ispirata "orazione" di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di mercoledì 7 Marzo 2007 di cui seguono l'incipit e il roboante finale:

"Nella storia politica italiana, fitta di rivoluzionari mancati, al momento dell’addio Camillo Ruini (Sassuolo, 1931) imprime il segno di una rivoluzione riuscita. Che l’ha portato a rafforzare l’influenza dei cattolici nonostante la morte della Dc.
L’ha portato a riprendere l’offensiva dei valori nonostante la secolarizzazione del Paese, a imporre nell’agenda del confronto parlamentare e intellettuale i temi della vita e della bioetica, a stravincere un referendum trent’anni dopo la disastrosa sconfitta del divorzio, a innovare la linea sulla missione in Iraq nell’ora più drammatica; in una parola, a ripristinare la coscienza identitaria della Chiesa italiana, e modificarne profondamente — nel bene o nel male, a seconda dei punti di vista—il rapporto con lo Stato e la società.

Nessuno dei suoi predecessori era stato tanto amato e criticato, blandito e temuto, al punto da diventare un personaggio centrale della politica, guadagnarsi in conclave il ruolo di grande elettore di Ratzinger, respingere numerose richieste di incontro da parte di segretari di partito (cui preferiva mandare appunto il segretario della Cei Betori), ispirare l’invettiva di una brava attrice di Rai3 (Eminenz!), portare in Senato una scienziata dell’Opus Dei affezionata alle mortificazioni, essere visto ora come un baluardo ora come un bersaglio come ha spiegato lui stesso domenica scorsa al Corriere: «Meglio criticati che irrilevanti ».

Una missione condotta con uno stile molto personale: schivo macostretto a un ruolo pubblico, taciturno ma deciso a non lasciarsi mai zittire, Ruini non ha ceduto alla tentazione della vanità e alla scorciatoia della vetrina televisiva.
[...]
La forza asciutta che ha deluso molti laici ed è forse spiaciuta anche a qualche cattolico ha finito, nel tempo, con l’alimentarne il carisma, e ha contribuito a scriverne il ruolo nella storia recente d’Italia, che ora prosegue come vicario di Roma. E quando si sarà sopito il clamore del mondo — la polemica quotidiana, le richieste d’udienza dei segretari di partito, l’urlo della Littizzetto, il cilicio della Binetti —, anche la politica saprà fare, nel tempo, quello che alla Chiesa riesce più facile, fermarsi ameditare, individuare gerarchie di valori, restituire le cose alla loro dimensione; e allora si comprenderà appieno che all’inizio della primavera del 2007 si è consumato l’addio di un grande."

1 commento:

Duca De Gandia ha detto...

A dire il vero l'epicità l'ha indubbiamente raggiunta Giuliano Ferrara nel suo editoriale sul FOGLIO di martedì 6 marzo 2007:
Venerati maestri,eminenze reverendissime:
Noterelle sparse sul contributo di Camillo Ruini alla cultura italiana

"Sua Eminenza ha sconfitto i Venerati maestri.
Sul paesaggio culturale italiano da almeno tre decenni, coincidenti con il tramonto delle ideologie, restava sospesa una nube di valium, un’atmosfera miorilassante, al punto che in un ironico ritratto borghigiano-chic, qualche anno fa, la ridente cittadina di Capalbio era stata promossa ad Atene d’Italia per alcuni dialoghi filosofici da spiaggia di cui non resta memoria, a parte le cronache mondane.
Nelle università si moltiplicavano i corsi malfamati di scienza delle comunicazioni, nelle scuole si faceva allegra e meno allegra socializzazione. A parte qualche tema significativo, come la revisione critica del nostro rapporto con il fascismo, per le case editrici era vita grama, un tran tran malmostoso fatto di rimasticature, riscoperte, riproposte e riciclaggi.
La vecchia cultura accademica, quella della terza pagina, parlava esclusivamente con se stessa, salvo pregevoli ma rare eccezioni. I grandi politologi continuavano a chiedersi e a richiedersi se avessero ancora senso destra e sinistra, e perché. L’intimismo dominava il cinema del film carino all’italiana, il repertorio si mangiava il teatro, i maîtres-à-penser del pensiero debole disquisivano con tormentata severità del nulla, Eco giocava con il quiz e l’esoterismo letterario, Calvino con la leggerezza, insomma esercizi di stile e niente più.
Poi è arrivato Camillo Ruini, un intellettuale di tipo nuovo, come avrebbe scritto Antonio Gramsci in un suo quaderno a noi contemporaneo.

Ruini non è un letterato, non è un filosofo né un semiologo, è un vescovo, anzi è stato per sedici anni il capo dei vescovi italiani. Ma ha rivitalizzato, e per dir questo non c’è bisogno di sposare né il suo stile personale di pensiero né il quadro pastorale o teologico in cui ha sviluppato la sua azione, la cultura italiana, le ha restituito una sua parte di ricchezza perduta.
La mobilitazione del pensiero cattolico, visibile nel giornale della Cei, nell’editoria, nella predicazione, nella sensibilità diffusa del paese e nella scoperta e proposta di vecchie e nuove idee in vecchie e nuove forme è indiscutibilmente, anche per chi la contrasta con laicismi e anticlericalismi di vario conio, il fatto preminente degli ultimi tempi.

Eravamo abituati a porci soltanto domande esili, per ottenere risposte plurali e tutte relative, ma con Ruini, che lavorava alla luce di due papi formidabili, abbiamo reimparato che esistono anche domande radicali e risposte univoche. Generazione, nascita, vita, educazione, famiglia, amore, eros e morte sembravano parole scomparse dietro il recinto di un incomprensibile dibattito fra eticisti e filosofi morali, e invece sono riemerse come problemi della società, oggetti del pubblico interesse.

Ruini non è stato solo un riordinatore della chiesa italiana, un costruttore di politica nel senso meno ovvio e meno politicante del termine, è stato soprattutto un agitatore, ai limiti del sovversivismo intellettuale, di acquerugiole stagnanti, un provocatore e un facitore del nuovo pluralismo di cultura di cui avevamo bisogno per sfuggire alle costrizioni del pensiero unico e corretto, che non ci sorprendeva più e da tempo ci provocava una disperata noia."