venerdì, marzo 09, 2007

Divina Enfermera [2]


Venerdì 2 marzo 2007 all'ospedale fiorentino di Careggi una donna incinta (al quinto mese di gestazione) si è sottoposta all'interruzione volontaria di gravidanza dopo che alcuni esami avevano segnalato una malformazione, un'atresia all'esofago, rivelatasi poi inesistente. Lo si è scoperto dopo l'aborto. L'intervento è terminato con la rianimazione del bambino, come previsto dalla legge 194 quando c'è la possibilità di salvare il nascituro.

Il direttore del dipartimento di ginecologia di Careggi, Gianfranco Scarselli, riferisce che la madre del bambino era «stata vista per la prima volta dalla diagnosi prenatale all'undicesima settimana di gravidanza e l'esame aveva fatto emergere alcuni dubbi su possibili malformazioni», poi fugati da una villocentesi eseguita subito dopo.
Dall'ecografia eseguita alla ventesima settimana non si riusciva a vedere lo stomaco. A una seconda ecografia si parlava del rischio di una atresia all'esofago. Ma, secondo quanto afferma il medico, si trattava ancora solo di dubbi che hanno indotto i sanitari a consigliare alla signora di sottoporsi a una risonanza e di consultare un chirurgo pediatrico.
A questo punto la donna si sarebbe rivolta a un professionista esterno per una consulenza privata. La decisione di abortire sarebbe stata presa senza aver fatto prima la risonanza consigliata a Careggi.
L'atresia dell'esofago è una malformazione che colpisce circa 1 bambino su 3.500. Si sospetta soprattutto quando nell'ecografia non si vede lo stomaco. Il problema è che questo organo è invisibile, sostengono gli esperti, su un feto ogni 100, cioè anche in casi in cui non ci sono problemi. E così chi valuta gli esami è indotto all'errore, cioè ad inciampare in un cosiddetto «falso positivo».

Una commissione mista del Dipartimento interaziendale materno-infantile dell'area fiorentina, diretto da Paolo Morello, di cui fanno parte la Asl Firenze, l'azienda ospedaliera universitaria di Careggi e l'azienda ospedale pediatrico Meyer ha concluso che «non c' è stato alcun errore nella refertazione ecografica né nella comunicazione alla coppia. Solo il rispetto della legge 194 e della libera volontà di una donna».

I sanitati dell'ospedale di Careggi hanno ripetutamente chiarito che «è stato seguito l'iter normale. Si è trattato di un'interruzione volontaria della gravidanza, la legge parla chiaro, è la madre a scegliere».
La legge 194 sulla depenalizzazione dell'aborto, infatti, non giustifica l' aborto a causa della malformazione del feto ma solo per la tutela della salute, anche solo psichica, della donna: la gestante in questione perciò, che desiderava diventare madre, quando dopo l' undicesima settimana le è stato riferito il primo sospetto di una possibile malformazione del nascituro ha scelto di sottoporsi all' aborto ormai alla ventiduesima, ovviamente, per preservare la propria salute psicologica.

Carlo Casini, presidente del "movimento per la vita"ha inviato una lettera al ministro della salute paventando la possibilità che nell'aborto terapeutico di Careggi (come in tanti altri casi simili) si violi la legge 194 poichè nel caso dell'aborto terapeutico la legge lo permette solo ed esclusivamente per evitare problemi di salute fisica (e non psichica!) alla gestante: l’ultimo comma dell’art. 7 della legge stabilisce che “quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto” l’I.V.G. può essere praticata solo “quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna”.
Tutti i commentatori hanno sottolineato che la “possibilità” è qualcosa di diverso dalla “probabilità”. Anche un evento che si verifica in una percentuale minima di casi è “possibile”, sebbene “poco probabile”.


Il feto abortito a Careggi, seppur per pochi giorni, è riuscito a sopravvivere dimostrando di possedere quella "vita autonoma" che ai sensi di legge impedirebbe alla madre di abortire e ai sanitari di praticarlo.


Il piccolo, nato di 22 settimane di gestazione , subito trasferito nel reparto di terapia intensiva neonatale dell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze, è morto nella notte del 7 marzo per complicazioni cardiocircolatorie.

Le condizioni del bambino erano state definite poco prima «gravissime» dal direttore del dipartimento interaziendale materno-infantile Paolo Morello.
Il neonato pesava 500 grammi e aveva un'altezza di una ventina di centimetri. Non aveva la malformazione che era stata ipotizzata ma pativa di tutte le patologie possibili in un neonato (estremamente) prematuro.



Annalena Benelli (Il Foglio, venerdì 9 marzo) ben esprime le sue e le nostre "doglie":

..."Adesso non ce ne freganiente dei carabinieri, della malasanità, dell’inchiesta, delle dichiarazioni politiche,dell’errore tecnico, di Livia Turco,di Ignazio Marino, dello psichiatra che hafirmato il certificato, delle colpe impossibilida dare, dell’ospedale che fa le condoglianzealla famiglia e giura che è statofatto tutto il possibile per salvare il piccolo,dei titoli mostruosi sui giornali (“Sanità nella bufera per un aborto sbagliato”,la Stampa), non ce ne frega niente davveroed è completamente devastante anche solo l’idea che adesso su quel bambino minuscolo si faccia un’autopsia. Quelbambino che un momento prima di esseretirato fuori dalla pancia dava i calcetti,alla fine ha avuto anche un nome.

I genitori avevano deciso di rinunciare a lui perché era un fardello troppo insopportabile l’idea della malformazione, ma poi hanno visto che era forte, vivo e sano (il fatto è che sono sempre più numerosi i bambini che sopravvivono all’aborto terapeutico, anche perché sono sempre migliori le tecniche di rianimazione: è la scienza che va avanti e non solo nella diagnosi prenatale e nello studio dei geni, anche nelle possibilità di non morire, ma di questo non si tiene conto), allora hanno fatto il riconoscimento e gli hanno dato un nome.
Di certo hanno sperato, gridato scongiurato che ce la facesse, e che facessero, i medici, qualunque cosa. Anni fa nello stesso ospedale c’era stata una bambina piccolissima, troppo prematura, ce l’aveva fatta. Il loro bambino no, è morto di notte. Con molto scandalo e moltissimo dolore di tutti, perché era sano.
Se invece quell’esofago fosse stato anche solo minimamente malformato, ci si sarebbe potuti consolare, forse la notizia del tentativo di vincere la morte non sarebbe nemmeno arrivata. Ma era proprio il bambino che ogni madre desidera, e che ogni screening prenatale si augura di esaminare, solo che lo stomaco non si vedeva.

L’Osservatore Romano ha scritto della “lotta miracolosa” di questo bambino, e poi, però, ha scritto che “l’aborto è arrivato a compimento”. E’ andata così e non ci sono colpevoli da punire per sentirsi meglio.
I genitori sono distrutti per sempre, i medici costernati, impauriti, i legislatori imbarazzati ascoltano i neonatologi spiegare che sopra le ventidue settimane c’è ormai troppa speranza di vita per praticare ancora l’aborto terapeutico. La scienza ha rivelato ancora e ancora quanto è incerta e distratta, e il bambino è vissuto abbastanza per mostrarci quanto è stato più forte di noi e della nostra povera idea di potenza."

[...Angustia y Soledad]

2 commenti:

Duca De Gandia ha detto...

Articolo del FOGLIO di sabato 10 marzo 2007

Roma. “L’idea che non debbano essere prestate cure intensive al neonato di 22-23 settimane, perché a quell’età gestazionale si configurerebbe semplicemente un accanimento terapeutico, non è né acquisita né condivisa. Un documento con quella posizione, uscito un anno fa da un convegno a Firenze, è stato respinto ufficialmente dalla Società italiana di neonatologia, e mai è stato sottoscritto, a tutt’oggi, dalle società di ostetricia e ginecologia e di pediatria”.

Il professor Firmino Rubaltelli è il direttore della terapia intensiva neonatale all’ospedale fiorentino di Careggi, dove è nato vivo, dopo un aborto terapeutico alla ventiduesima settimana di gestazione, il piccolo morto giovedì scorso, dopo aver vissuto sei giorni.
Al Foglio, Rubaltelli dice che “su quella vicenda vanno puntualizzate alcune circostanze. Prima di tutto, quel feto di ventidue settimane e cinque giorni non è stato rianimato. Non ce ne è stato bisogno, perché venti minuti dopo aver visto la luce era ancora vivo, respirava, il suo cuore batteva senza aiuto. Dopo venti minuti i ginecologi che avevano praticato l’aborto ci hanno chiamato per assisterlo, ma era vivo per conto suo. Se non gli avessimo prestato tutta l’assistenza possibile, si sarebbe trattato di un omicidio”.

Nel momento in cui si chiede l’intervento dei neonatologi, prosegue Rubaltelli, “questi sono tenuti a fare tutto quanto è in loro potere per salvare la vita del bambino. Altrimenti perché chiamarli, per lasciar loro il colpo di grazia? Se così fosse, perché la responsabilità morale e giudiziale di questo non se la prendono i ginecologi?”.
Rubaltelli era presente in ospedale quando si è verificata l’emergenza e, racconta, “con i due bravi colleghi che avevano materialmente effettuato la prima assistenza al piccolo, vista la mancanza di posti al Careggi abbiamo predisposto il trasporto all’ospedale pediatrico Meyer”. Lì quel bambino di ventidue settimane e cinque giorni (“ma l’età gestazionale non è mai certa. Potrebbe essere stato anche di ventitrè o di ventiquattro settimane, perché l’errore, in questo campo, è possibile, e noi dobbiamo tenerlo sempre presente”) è vissuto per sei giorni, “cosa comunque impensabile, se si fosse trattato di un feto scarsamente vitale”. Parla il professor Rubaltelli “Non l’ho rianimato, respirava da solo. Non assisterlo era omicidio” Il neonatologo dell’ospedale cita il caso di un’altra bambina di 22 settimane nata a Careggi: “Oggi ha due anni”

Decidere noi? La vita era sua

Il professor Rubaltelli dice che non gli piace “il vizio italiano di emettere sentenze senza prove. Dicono che a ventidue settimane di gestazione i neonati muoiono comunque, che provare a salvarli è accanimento terapeutico. Una bambina nata da noi alla ventiduesima settimana e cinque giorni, proprio come il piccolo che non ce l’ha fatta, ha appena compiuto due anni, e qualche sabato fa correva e chiacchierava in televisione, invitata con i genitori a una trasmissione sulla seconda rete Rai”.
Lei, però, “non era una sopravvissuta a un aborto terapeutico, ma una bambina voluta fortemente e immensamente amata dai genitori, che ci hanno detto di fare di tutto per salvarla. Non è certo l’unico caso. In Giappone, dove la neonatologia è all’avanguardia, è frequente che bambini sopravvivano alla ventiduesima settimana gestazionale”.

Sul Corriere della Sera, la ginecologa romana Giovanna Scassellati ha raccontato che nell’ospedale dove lavora, il San Camillo, a chi chiede un aborto terapeutico tardivo si chiede di firmare il “consenso informato” di rinuncia alle cure intensive, se il bambino sopravvive.
A questa singolare procedura andrebbe obiettato che la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza prevede chiaramente, all’articolo 7, che “quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto (…) il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”.
Non cure palliative o compassionevoli, quindi, ma misure di salvaguardia della vita, “tanto che a Torino, per esempio, sono stati incriminati alcuni ginecologi che non avevano assistito feti nati vitali dopo l’aborto. Ma l’aspetto fondamentale – conclude il professor Rubaltelli – mai abbastanza sottolineato, è che il neonato non appartiene ai genitori. Nel momento in cui è nato è una persona a sé, che appartiene a se stessa”. E ieri, a dar ragione a Rubaltelli, è intervenuto Vincenzo Carpino, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri.
A proposito dell’uso del “consenso informato” al San Camillo, ha detto che “il medico ha il dovere di fare tutto il possibile per tenere in vita un neonato così come una persona adulta”. (Nicoletta Tiliacos)

Duca De Gandia ha detto...

Il FOGLIO, sabato 10 marzo 2007

Il professor Pardi, “ateo non devoto”, dice che bisogna aiutare le madri ad accettare l’imperfezione
"Abortista pro life"

Roma. Il professor Giorgio Pardi, oggi direttore del Dipartimento per la salute della donna, del bambino e del neonato alla clinica Mangiagalli di Milano, è stato il primo ginecologo italiano a effettuare un’interruzione di gravidanza dopo l’introduzione della legge 194. Ci tiene a dichiararsi “ateo per niente devoto, nonché fermamente convinto della bontà della 194. Legge ottima, basta saperla leggere e interpretare correttamente”.
Oggi alla Mangiagalli “facciamo circa 1.800 aborti l’anno”, dice Pardi, ma i pro choice accaniti ce l’hanno con lui da quando ha deciso che accanto al consultorio della Mangiagalli può benissimo starci anche un Centro di aiuto alla vita. Con il Foglio, commenta la vicenda del piccolo fiorentino sopravvissuto per sei giorni all’aborto terapeutico, “con una premessa necessaria: la popolazione che abortisce in Italia oggi è completamente diversa da quella che abortiva nel 1978, quando è stata introdotta la 194. Allora le donne erano assolutamente consapevoli, determinate, convinte che l’aborto fosse un diritto, e forse a quei tempi era davvero così.
Trent’anni dopo, le donne che chiedono di abortire sono completamente diverse. Nella mia clinica, per esempio – spiega il professore – la metà è composta da extracomunitarie, ed è sufficiente un po’ di aiuto economico per consentir loro di proseguire felicemente la gravidanza”.
E mentre nel 1978 “un Centro di aiuto alla vita accanto al consultorio non avrebbe avuto senso, perché le donne erano così determinate che l’avrebbero vissuta come un’aggressione, ora non è così. Dare un’opportunità di portare a termine la gravidanza a donne che non aspettano altro è qualcosa che qualunque ateo deve considerare con favore. Qualunque ateo pro life, naturalmente, ma sfido chiunque a non esserlo”.

Per quanto riguarda il tema dell’aborto terapeutico, Giorgio Pardi si dice convinto che “il problema cruciale, da parte della donna e della coppia, è quello dell’accettazione dell’imperfezione.
Fino a quando non si riuscirà a capire che la perfezione non è umana, casi come quello di Firenze continueranno ad accadere”.

Il professor Pardi dice di “non voler certo negare a una donna che ha un bambino Down in pancia la possibilità di abortire. Per me è un omicidio, sia pure per legittima difesa, ma lo giustifico.
Siamo sicuri, però, che quella donna riceve, prima di decidere, un’informazione che le spieghi davvero che cosa si potrebbe fare se non abortisse? Come aiutare il bambino, farlo crescere, curarlo?”. Ma soprattutto, prosegue Pardi, “bisogna mostrare alla donna che chiede un aborto terapeutico, senza ricatti etici o tentativi di sbilanciare la sua decisione, la possibilità di accettare l’imperfezione”. Qualcosa sempre più difficile da fare. Lo sa bene il professore, visto che da lui “arrivano donne che chiedono l’aborto perché dall’ecografia risulta che il bambino ha sei dita in un piede”.

La colpa, secondo lui, va divisa tra i medici e i media, “che avallano quella ricerca di perfezione e il rifiuto delle patologie, addirittura di quelle che potrebbero essere facilmente curate. Il cosiddetto ‘piede torto’, per esempio, si guarisce subito dopo la nascita, ma arrivano coppie che chiedono l’aborto se la diagnosi prenatale evidenzia quel problema”.
In tutto ciò i principi assoluti non c’entrano, insiste l’ateo professor Pardi, “c’entra invece l’uso della razionalità. E non dobbiamo dimenticare che la vera indicazione dell’aborto terapeutico non è la gravità di una malformazione (saremmo all’eugenetica nazista) ma la salvaguardia della salute fisica e psichica della donna”.

Ma come si può sostenere che un piede con sei dita, operabile dopo la nascita, comprometterebbe la salute mentale della madre?

“Ho fatto i casi ai due estremi per gravità, la sindrome di Down e l’esodattilia, ma ci sono un’infinità di situazioni intermedie, per affrontare le quali è necessaria una nuova cultura, medica e della società, che rifiuti il culto irrazionale della perfezione”.
E guai a parlare a Pardi di “consenso informato”. Lo considera una finzione sempre, “e figuriamoci nel caso in cui si chiede a qualcuno che è lì per un aborto di accettare che il feto non venga rianimato, se è vitale. Quella richiesta non serve né alla donna né al feto, ma solo a tutelare il medico che non lo rianima”. (nicoletta .tiliacos.)