sabato, marzo 03, 2007

DEVOTIO MODERNA [3]


Le «Laudes regiae», sorte in ambito carolingio per affermare la derivazione divina del potere civile, nel XII secolo e con la lotta per le investiture diventano invece segno liturgico della teocrazia

Ovvero: Per la prima volta viene pubblicata in traduzione italiana la ricerca del medievista tedesco Kantorowicz sul «Christus vincit»: il canto sacro oggi noto quale sigla musicale della Radio Vaticana.


("Diventare re per una litania" articolo di Roberto Beretta ;Avvenire di sabato 3 marzo 2007).

Oggi le sue note fanno da refrain ai buchi di palinsesto della Radio Vaticana: «Christus vincit, Christus regnat, Christus Christus imperat!». Ma una volta questo ritornello era parte fondamentale delle «litanie cesaree», riservate all'incoronazione rituale di re e imperatori: senza di esse non si fece sovrano, dal Sacro Romano Impero in poi.
Erano le Laudes Regiae: e questo è appunto il titolo di uno «studio sulle acclamazioni liturgiche e sul culto del sovrano nel Medioevo» che il grande medievista tedesco Ernst Kantorowicz (scomparso nel 1963) ha dato alla terza opera della sua fondamentale trilogia, la meno fortunata dopo I due corpi del re e Federico II imperatore; così negletta che ha dovuto aspettare sessant'anni per essere tradotta la prima volta in italiano, oggi grazie a Medusa.

Dunque Kantorowicz - del quale Alfredo Pasquetti discute in introduzione le modalità di acquiescenza al Terzo Reich (in realtà lo studioso, di origine ebraica, chiederà il pensionamento dall'università per motivi razziali due anni soltanto dopo aver vinto la cattedra e nel 1939 lascerà la Germania per gli Usa) - esamina un elemento apparentemente minore, diciamo pure erudito: la presenza ed evoluzione del «Christus vincit» nei messali dall'VIII al XIII secolo. Ma, oltre a introdurre con ciò (e forse per primo) i libri liturgici tra le fonti della «grande storia», riesce a ricostruire sulla minuzia della sua analisi un affresco credibile della regalità medievale: il suo prediletto terreno di studio. Eccolo dunque rintracciare le origini dell'acclamazione nelle grida che il senato o il popolo e i soldati rivolgevano agli imperatori romani durante il trionfo; constatare poi il consolidamento della triade litanica nella Chiesa gallo-franca dell'VIII secolo, secondo un'andatura marziale di sicura derivazione militaresca; in seguito seguirne l'introduzione anche nella liturgia romana, con significative trasformazioni «imperiali» in uso fino al XII secolo; quindi ritrovarla come grido di battaglia per i crociati in Terrasanta; e ancora esaminarne l'apparizione (anche in lingua greca) su monete normanne dal XII secolo in poi...

«Una delle preghiere più virili, infiammate e potenti della Chiesa cattolica», le Laudes (la cui più antica versione risale al 785 circa, piena epoca carolingia) sono dunque invocazioni che - partendo dal Cristo vincitore e re - servivano ad acclamare in Lui i suoi vicari terreni, imperatori e sovrani dapprima, vescovi e papi poi. E infatti nel testo vengono spessi menzionati i nomi dei re in carica, per i quali si invoca sì assistenza dal cielo, ma di cui nello stesso tempo si colloca in excelsis la fonte dell'autorità. In pratica, con il mantra della ripetizione corale, la preghiera assumeva - oltre al ruolo liturgico - anche la funzione di confermare nell'inconscio popolare e nell'opinione pubblica la derivazione divina dell'umano potere: come lo scintillìo dorato della corona posta sul capo dell'erede al trono (non per niente le laudes sono spesso collegate all'incoronazione), tal quale all'unzione che lo consacrava re in eterno. La cosa curiosa è come sia stato proprio lo Stato il primo a sfruttare la liturgia cattolica per proclamare la sua preminenza o comunque emanciparsi dalla Chiesa. Lo nota lo stesso Kantorowicz: nei periodi in cui la monarchia era particolarmente forte (ad esempio con Carlo Magno), i formulari del Christus vincit allineavano prima i nomi del re e dei suoi santi patroni (la Madonna, gli arcangeli e Giovanni Battista), solo poi quelli del Papa e dei protettori collegati - gli apostoli. Ciò per dire che le varie versioni delle laudes regiae costituiscono quasi un termometro dell'evoluzione dei rapporti tra Papi e imperatori, della teocrazia o all'inverso del cesaropapismo; erano insomma una faccenda di «teologia politica», un «accompagnamento vocale» al «culto medievale del sovrano» prima, e più tardi della presa di sopravvento clericale. A parere dello storico tedesco, anzi, esse «si collocano tra le più antiche testimonianze della storia politica occidentale del tentativo di stabilire una somiglianza con la "città di Dio"». Così almeno fino all'XI-XII secolo. Ché poi avviene l'inversione della medaglia («Il diritto divino dei sovrani - scrive Kantorowicz - e il diritto imperiale dei pontefici sono manifestazioni diverse della stessa idea di fondo, in quanto entrambi derivavano dal modello del Cristo rex et sacerdos, che sia il re sia il vescovo emulavano»): la riforma del papato e la lotta per le investiture enfatizzano infatti la dimensione «temporale» del potere pontificale, anche il Papa cinge una corona (la tiara) e si guadagna le sue laudes, esemplate su quelle dell'imperatore - che da parte sua si è nel frattempo «laicizzato».

Insomma, niente di strano se il Christus vincit lascia le laudes regiae e durante la cattività avignonese penetra nel Pontificale romano. Dove però rimane a dormicchiare fino alla riscoperta, avvenuta per opera dei cultori del gregoriano alla fine dell'Ottocento, e al rilancio legato all'introduzione della festa liturgica di Cristo re (1925). Con una coda maligna, tuttavia: nel canzoniere dei piccoli balilla italiani, anno 1929, anche Benito Mussolini era salutato da un Christus vincit... Manco fosse Carlo Magno.
Ernst Kantorowicz
Laudes Regiae
Studio sulle acclamazioni liturgiche e sul culto del sovrano nel Medioevo
Medusa. Pagine 318. Euro 36

1 commento:

Duca De Gandia ha detto...

Ecco la recensione sul Foglio di sabato 10 marzo 2007:
Ernst Kantorowicz
LAUDES REGIAE
Medusa, 317 pp., euro 36

Strana davvero la vicenda biografica dello storico Ernst Kantorowicz,ebreo di Poznan, ardente patriota tedesco, volontario nell’esercito allo scoppio della Grande guerra, e poi, tra le rovine dell’Impero, combattente dei Freikorps contro gli spartakisti a Berlino e i Soviet a Monaco. Nel 1919, eccolo ad Heidelberg, nel cenacolo del carismatico Stefan George. E’ tra queste suggestioni intellettuali che nasce l’idea di scrivere una biografia di Federico II. L’opera esce nel 1927 e sprigiona un fascino particolare, perché non racconta solo un personaggio storico, ma evoca anche una figura mitica e stimola potentemente l’immaginario politico. Hitler e Göring plaudono convinti.

E’ indubbio: Kantorowicz e il suo maestro George solleticano l’estetica sacrale ed eroica della Germania “profonda”. E tuttavia, come avverrà per altri esponenti della destra intellettuale rivoluzionario-conservatrice (pensiamo a Jünger, a Spengler, a Benn ad Heidegger a von Salomon a Schmitt, ognuno con la sua storia di “emigrazione interna”), l’urto col sistema di potere hitleriano sarà inevitabile. Nel ’34, Kantorowicz (da due anni ordinario di Storia medievale a Francoforte sul Meno) rifiuta di prestare il giuramento imposto ai docenti universitari e chiede il pensionamento: successivamente, scampato per un soffio airicpogrom antisemiti della “Kristallnacht”, abbandona la Germania.

Prima per l’Inghilterra, poi per gli Stati Uniti: dal 1939 e per dodici anni insegnerà all’Università di Berkeley. Approfondendo quelle ricerche sulla regalità medievale che nel 1957 produrranno un altro celebre saggio come “I due corpi del Re”.
Tra le due opere si colloca “Laudes Regiae”, uscito nel 1946 e dedicato alle acclamazioni liturgiche e al culto del sovrano nel Medioevo. Il lavoro,come ricorda Alfredo Pasquetti nel suo profilo introduttivo, è stato “costantemente sottostimato, vuoi per la specificità dell’argomento che tratta, vuoi perché soffocato dalla debordante e peraltro meritata popolarità” delle due opere più famose.
Eppure, in tempi di revival kantorowicziano ( si pensi al recupero della metafora dei due corpi da parte di Foucault e al debito dichiarato da Le Goff nei confronti dello storico tedesco), le “Laudes” meritano particolare attenzione. Infatti Kantorowicz, attraverso lo studio approfondito delle litanie cesaree nate nella Chiesa franca dell’VIII secolo e cantate durante le cerimonie di incoronazione dei sovrani e le più importanti solennità liturgiche, ci offre “un fulgido esempio di erudizione storiografica” e ci ripropone uno dei temi più dibattuti della cultura medievale: quello del conflitto tra chiesa e Impero, tra l’Imperatore, in origine “rex et sacerdos a Deo coronatus”, e il Papa, destinato a diventare nel tempo unico “vicarius Dei”, con tanto di potere temporale.
(Mario Bernardi Guardi)