sabato, aprile 14, 2007

Gran Rabbi nato /4

Ovvero: Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret".(Gv I, 45)



Il libro "Gesù di Nazaret" del sedici volte Benedetto ha meritato la dotta presentazione dell'Eminentissino -ac Reverendissimum Dominum!- Christoph Schönborn Arcivescovo di Vienna che devotamente ha indicato nel libro scritto dal Pontefice "ccioiosamente regnante" il tributo d'amore al Signore Gesù Cristo di un semplice ed umile lavoratore nella Sua mistica vigna che per la timida indole ha sempre preferito non esibire la propria fervorosa devozione: "Egli è poco incline ad ogni soggettivismo, gli è estranea ogni forma di esibizione della propria interiorità personale. In modo simile a S. Tommaso d'Aquino, il fuoco della sua vita di fede è nascosto, non viene esposto alla curiosità dei biografi. In primo piano sta l'instancabile confronto intellettuale, la fatica del concetto, la forza degli argomenti, la passione della ricerca oggettiva della verità, lo sforzo di dare una risposta, a tutti coloro che chiedono e cercano, del motivo della propria speranza (cf. 1Pt 3,15)."

Della presentazione del libro a cura dell'austriaco cardinale "Portatore di Cristo" mi ha molto piacevolmente colpito il seguenta passaggio:

«Gesù, il rabbino e il papa

È, Gesù stesso, coerente, credibile?
Secondo la testimonianza personale di Papa Benedetto, uno degli impulsi a scrivere questo libro è stato l'incontro con il libro del "grande erudito ebreo Jacob Neusner"(p. 99) "Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù" (Piemme, Casale Monferrato 1996, originale: A Rabby Talks with Jesus: An Intermillennial Interfaith Exchange, New York 1993). Quello che Papa Benedetto dice a proposito di tale libro, è così essenziale per la comprensione del suo stesso libro su Gesù, che vorrei citare, a questo punto, un po' più per esteso. Jacob Neusner, dice il nostro autore, "si è, per così dire, inserito tra gli ascoltatori del Discorso della montagna e ha poi cercato di avviare un colloquio con Gesù… Questa disputa, condotta con rispetto e franchezza fra un ebreo credente e Gesù, il figlio di Abramo, più della altre interpretazioni del Discorso della montagna a me note, mi ha aperto gli occhi sulla grandezza della Parola di Gesù e sulla scelta di fronte alla quale ci pone il Vangelo. Cosi… desidero entrare anch'io, da cristiano, nella conversazione del rabbino con Gesù, per comprendere meglio, partendo da essa, ciò che è autenticamente ebraico e ciò che costituisce il mistero di Gesù" (p. 99).

A questo "trialogo" il cardinale Ratzinger pensava già allorché definì il libro del rabbino Neusner come "il saggio di gran lunga più importante per il dialogo ebraico-cristiano che sia stato pubblicato nell' ultimo decennio". Il suo libro su Gesù, ora pubblicato, adempie a questa promessa.

Più che le discussioni sui metodi esegetici, a lui sta a cuore il colloquio con il rabbino. Le prime appartengono, in un certo modo, ai preamboli, ai preliminari. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI li chiarisce, rapidamente e sinteticamente, nella prefazione, indicando i meriti e i limiti degli approcci storico-critici a Gesù. Ma già dall'introduzione, da "un primo sguardo sul mistero di Gesù", egli è là, al centro, dove è posta la Persona stessa di Gesù. Qui, nel cuore della sua meditazione su Gesù, il rabbino gli è di decisiva importanza.

"Cerchiamo ora di riprendere l'essenziale di questo colloquio per conoscere meglio Gesù e comprendere più a fondo i nostri fratelli ebrei" (p. 136). Il rabbino Neusner, "nel suo dialogo interiore, aveva seguito Gesù per tutto il giorno e ora si ritira per la preghiera e lo studio della Torah con gli ebrei di una cittadina, per poi discutere le cose sentite - sempre nell'idea della contemporaneità attraverso i millenni - con il rabbino del luogo" (p. 136). Essi ora paragonano gli insegnamenti di Gesù con quelli della tradizione ebraica. Il rabbino chiede a Neusner "se Gesù insegni le stesse cose di costoro". Neusner: "non precisamente, ma quasi". "Che cosa ha tralasciato?" "Nulla". "Che cosa ha aggiunto allora?" "Se stesso". Questo il dialogo immaginario. Proprio questo è il punto, di fronte al quale Neusner, nel suo incontro così pieno di rispetto con Gesù, indietreggia spaventato. Egli esprime il suo spavento nella frase che Gesù dice al giovane ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che hai e dallo ai poveri; vieni e seguimi" (cf. Mt 19,20). Tutto dipende, dice Neusner "da chi si intenda con questo mi " (Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, p. 114). E il nostro autore completa: "questo è il motivo centrale per cui (il rabbino Neusner) non vuole seguire Gesù e rimane fedele all''Israele eterno' " (p. 137). "La centralità dell'Io di Gesù nel suo annuncio" è dunque il motivo per cui, come scrive il rabbino Neusner nella prefazione al suo libro, egli non si sarebbe unito alla "cerchia degli apostoli di Gesù", se fosse vissuto "nel primo secolo in terra d'Israele" (op. cit., p.7). Ed egli avrebbe preso questa decisione, "per motivi buoni ed importanti", l'avrebbe ragionevolmente motivata "con argomenti e con fatti", così dice il rabbino Neusner, già nelle prime righe del suo libro (ibidem, p. 7). Questo suo No a seguire Gesù, formulato in maniera così rispettosa e comprensiva, ma tuttavia ben chiara, è motivato in Neusner, primariamente, da motivi di fede o da motivi di ragione? Tutte e due le cose sembrano essere vere. Il no all'equiparazione di Gesù con Dio è per lui un'evidenza di fede, la cui ragionevolezza è spiegabile anche "con argomenti e con fatti". Sono sia motivi religiosi che sociali a giustificare il cortese no di Neusner. Quello che Gesù richiede dai suoi seguaci "può richiederlo solo Dio da me" (Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, p. 70). E quello che egli esige, porta infine a mettere in pericolo la forma sociale di Israele, così come la prescrive la Torah: "Sul Discorso della montagna non si può costruire nessuno Stato e nessun ordine sociale" (p. 146). Il rabbino Neusner è così importante per il libro di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, proprio perché egli oppone un netto rifiuto a tutti i tentativi di scindere il Gesù storico dal Gesù del dogma della Chiesa. Non è stata la Chiesa, e neanche l'apostolo Paolo ad innalzare un predicatore ambulante della Galilea, mite, liberale, profetico, apocalittico o come altro sia, al rango di Figlio di Dio, ma egli stesso accampa una pretesa, in tutto il suo fare e dire, che spetta solo a Dio. È questa la tematica centrale del libro. Si tratta della domanda di Gesù a Cesarea di Filippo: "Ma voi, chi dite che io sia?" (Mt 16, 15).»

1 commento:

Duque de Gandìa ha detto...

Il Foglio (sabato 14 aprlile 2007) non poteva esimersi dal pubblicare per intero le dotte parole dell'eminentissimo Schoenborn ma ha anche pubblicato un sapido riassunto dell'evento titolato: "La lezione di cristianesimo di Cacciari alla Curia"

Qui sotto l'articolo cui premetto alcune rade mie considerazioni:
1) mi compiaccio vivamente nello scoprire che assieme alle "classiche" traduzioni esca anche l'edizione in greco con tutti i risvolti ecumenici che il fatto sottintende.E speriamo bene!

2) E' un pò troppo "facile" oggi fare il protestante in Italia, sbandierare di essere il secondo valdese in Vaticano dopo quelli scomunicati e mandati al rogo nel Medioevo.
A parte il fatto che non credo che i discepoli di Pietro Valdo furono ricevuti in Vaticano ma sicuramente nell'aula concilii del patriarchio lateranense, non credo che nell'ultimo quarantennio lo "spirito del concilio" abbia latitato nell'anticamera pontificia e che pastori valdesi non siano mai stati cortesemente ricevuti!
2) E' bene dingraziare Iddio che oggidì un protestante può entrare in Vaticano e poter dire "papale papale" che ciò che ha scritto il papa non gli va a genio senza essere per questo messo al rogo... ma si consenta anche ai cattolici di ringraziare Iddio di non essere più nell'epoca in cui i protestanti mandavano al rogo i cattolici!

3)Dire che il libro di Benedetto XVI è troppo apologetico probabilmente per papa Ratzinger suonerà come un complimento poichè (come stà evidenziando nelle sue catechesi sui Padri della Chiesa) sin dalla fine del primo secolo dopo Cristo gli intellettuali cristiani se presero la penna in mano fu proprio per difendere la fede cristiana da ingiurie e mistificazioni che anche oggidì non mancano, come ha sottolineato l'Eminentissimo di Vienna!

4) Cacciari si diverte per essere stato recentemente additato quale un Anticristo dall'apocalittico Antonio Socci.
Però non è di oggi la testimonianza di chi lo sentì sbraitare perchè Giovanni Paolo II di ostinava a fare il "Katecòn" cioè di impedire la manifestazione dell'anticristo. Cacciari è un dotto filosofo appassionato di spiritualità, peccato che anche Satanasso sia parte del mondo spirituale: unicuque suum!

Città del Vaticano. “Questo libro è un appello, un appello drammatico rivolto ad ogni uomo, credente o non credente, un appello a decidersi” Così termina il suo discorso Massimo Cacciari presentando il libro di Benedetto XVI “Gesù di Nazareth” che da lunedì, con 350 mila copie di tiratura invaderà le librerie italiane (insieme a quelle tedesche, polacche e greche).
Cacciari è il terzo dei relatori invitati a parlare di questo volume di 400 pagine che, già si intuisce da queste prime battute, è destinato a far parlare di sé. Prima di lui ha aperto le danze il cardinale Schoenborn, seguito da Daniele Garrone, decano della facoltà di Teologia valdese e presidente della Società Biblica Italiana prima di lasciare il testimone al filosofo ribattezzato di recente “Anticristo” (e la battuta è ritornata spesso nelle quasi tre ore di presentazione).

Entrambi, Garrone e Cacciari, hanno elogiato e insieme criticato il libro del Papa, sentendosi “liberi di contraddirlo” come lo stesso Pontefice ha invitato a fare nell’introduzione del volume, mettendosi in dialogo con la lezione del cardinale arcivescovo di Vienna, allievo e amico di BenedettoXVI che potete leggere in questa pagina.

Il più apertamente critico è stato Garrone che ha esordito dichiarandosi “grato a Dio per il tempo in cui viviamo, in cui in Vaticano vengono chiamati a commentare il libro del Papa un teologo valdese e un filosofo non credente”. Se da una parte Garrone apprezza molto “questa meditazione profonda del Papa che si pone come un semplice credente e che invita se stesso e tutti i lettori ad andare a scuola di Dio da Gesù”, dall’altra avverte il rischio dell’apologia e la cosa lo lascia perplesso.

Riprendendo il tema del paradosso già accennato da Schoenborn, Garrone si dichiara invece favorevole a una rinuncia all’apologia e, se pur apprezza la vis polemica che anima queste pagine papali, ricorda il rischio insito nell’atteggiamento di chi vuol convincere tutti a tutti i costi: quello di ingabbiare Dio nelle proprie proiezioni. Fa bene il Papa a ricordare l’Anticristo di Soloviev, dice Garrone, ma è sempre valida la provocazione di Dostoevskj e del suo Grande Inquisitore: il nemico più insidioso per la cristianità è quello interno.

Poi prende la parola l’Anticristo dei nostri giorni, Cacciari che invece preferisce parlare dello scandalo, altro tema trattato già da Schoenborn, e porta la discussione sul suo terreno, quello della filosofia.
Il Cristo che a lui (e, secondo Cacciari, anche al Papa) interessa è quello di Giovanni, il Cristo che si proclama la Via e la Verità. Aletheia, questa parola sconosciuta per i vangeli sinottici, rappresenta a un tempo la sfida inaudita del cristianesimo e il dramma che attraversa la filosofia occidentale da due millenni a questa parte.
Nella sua dotta lezione di cristianesimo (forse non molto gradita da tutti i prelati presenti in sala) Cacciari si è dichiarato a più riprese del tutto d’accordo con l’autore del libro (anche se “Ratzinger è spesso frettoloso con la filosofia moderna”), libro che ha molto apprezzato (pur rilevandone i molti passi evangelici mancanti, che il professore cita anche in latino) soprattutto perché va all’essenza del cristianesimo: la pretesa che Cristo accampa della sua divinità e la richiesta, esigentissima, rivolta ai suoi di essere “perfetti come il Padre mio”. Di fronte a questa pretesa l’uomo è chiamato a rispondere. La novità del cristianesimo è nella sua fiducia nell’uomo, che è “capax Dei”, capace di accogliere la grandezza infinita di Dio, di dire sì all’appello impossibile di Dio.
“Un cristiano non crede solo in Dio” ha concluso Cacciari, “ma anche nell’uomo. Il non credente, come me, non riesce a fare questo drammatico salto”. (a.m.)