lunedì, febbraio 28, 2005

figli di un "Gius" minore


OVVERO: la genesi della Comunità di Sant’Egidio.
IN PRINCIPIO FU CL

[…] il profilo cattolico della comunità di Sant'Egidio resta sfuggente. I suoi percorsi tortuosi. La sua data di nascita ufficiale è il 7 febbraio 1968. Ma a quella data non succede proprio niente di nuovo.
I futuri membri di Sant'Egidio fanno semplicemente parte di un raggio, di una cellula di Gs nel liceo Virgilio di Roma.
Gs è la sigla di Gioventù Studentesca, l'organizzazione fondata da don Luigi Giussani che più tardi, passata la bufera del Sessantotto, prenderà il nome di Comunione e Liberazione. Riccardi vi si era avvicinato negli anni di ginnasio, a Rimini. Dopo di che, tornato a Roma, aveva legato con i ´giessini´ del Virgilio, del Dante, del Mamiani. Tra quei compagni di liceo c'è già il nocciolo duro di Sant'Egidio d'oggi. Ma con loro ci sono anche Rocco Buttiglione e la sua futura moglie Maria Pia Corbò, che rimarranno con don Giussani. Se il gruppone si disfà, tre, quattro anni dopo, è perché se ne va via il prete che l'aveva tenuto assieme, Luigi Iannaccone.
È solo a quel punto, inizio 1972, che Riccardi e i suoi si mettono in proprio. Con astio nei confronti dei fratelli separati di Cl, che infatti spariranno per sempre, anche in memoria, dalle storie autorizzate di Sant'Egidio.[…]

24/02/2005 Per la morte di don Giussani
La Comunità di Sant'Egidio si unisce con amicizia ai tanti figli spirituali e a quanti sono addolorati dalla scomparsa di don Luigi Giussani, un uomo e un cristiano vero del Novecento, che si è speso senza riserve per comunicare lo stupore e la novità dell'incontro con Gesù, che ha indicato a tanti la via di cristianesimo vivo e tutto da vivere. Il prof. Andrea Riccardi e mons. Ambrogio Spreafico parteciperanno oggi ai funerali a Milano.


venerdì, febbraio 25, 2005

Ratione Peccati II

Don Giussani […] Allora io proporrei di sospendere il tema che ho dato stamattina e domandarci a bruciapelo: che cos’è per noi il cristianesimo.
[…] Proviamo anche a domandarci quando mai ci siamo posti questa domanda, non come spontaneamente frullata in testa, ma con una volontà sistematica: “sistematica” non nel senso scolastico del termine, ma nel senso vitale del termine, perché la vita è un organismo, è un sistema.
Se lo sentite come un cambiamento un po’ presuntuoso e pesante, ritorniamo al tema di prima. Ma io propongo questo cambiamento perché non mi sembra proprio un cambiamento. Casomai ci aiuterà a saltare dei passaggi inutili, perché a noi non interessa il movimento, per noi, è questa risposta alla vita. …
Forza, entriamo in medias res. Cos’è per noi il cristianesimo?

Intervento Sono stato richiamato a concepire questo luogo come il luogo della presenza del Signore, e quindi della mia verità, e non come luogo di gente che si ritrova perché la pensano tutti alla stessa maniera su un determinato punto. Ho capito che qui dentro, con questi volti, con queste persone, si gioca la mia salvezza.

Don Giussani E allora? Il tuo intervento – si vede che sono un po ottuso – che connessione immediata ha con la domanda che ci siamo posti?

Intervento
La connessione immediata è che è qui dentro…

Don Giussani Ma che cosa è il cristianesimo?

Intervento È la verità della mia vita.

Don Giussani
Tu hai usato anche un’altra parola: la parola “salvezza”.
Soltanto, ragazzi, che dobbiamo sfondare queste parole! Non si capisce una parola, se non in quanto se ne percepisce lo “spessore” – come dite voi -, lo spessore esistenziale. Una parola è come un indice: è un segno, segno di una realtà; un segno, proprio come c’è una freccia… Allora, non si capisce una parola, se non si percepisce la realtà che essa indica.
Per questo la domanda: “Che cos’è il cristianesimo?” è – a mio avviso – la domanda più urgente per noi che diciamo di esserci impegnati con esso. Ma lo è per tutto il mondo se – anche solo come ipotesi – il cristianesimo è inteso come la proposta della storia per una autenticità maggiore del cammino umano e per una sicurezza nei confronti del destino.

Allora della parola “salvezza”, come anche della parola “verità”, bisogna che si rompa l’involucro formale, perché qualsiasi cosa che l’uomo usi tende al formalismo. Qualsiasi rivoluzione e qualsiasi riforma – qualsiasi! – cadono immediatamente nel formalismo, nella standardizzazione, nello schematismo. C’è un peso d’inerzia dentro l’impeto umano per cui la ricchezza di tale impeto viene indirizzata verso la morte, subito! È il peccato originale, si dice.
Il peccato originale è la parola che sembra la più evacuabile dal nostro linguaggio – e, infatti, tanta teologia del postConcilio l’ha evacuata completamente -, perché non sembra, appunto, connettersi con nulla, sembra non coincidere con niente dell’esperienza, non avere aggancio a nessun fatto della vita; così tutto quanto il pensiero moderno la considera astratta e cerca di identificarla tutt’al più con un gap, con la distanza tra quello che l’uomo è e quello che deve essere. Perciò la parola “peccato originale” indicherebbe lo stadio inferiore di una evoluzione: il peccato originale sarebbe l’evoluzione che non è ancora avanti come dovrebbe. Mi spiego?
Invece no! Il peccato originale è un’idea essenziale dell’antropologia cristiana, e indica questo: qualunque sforzo, qualunque iniziativa che l’uomo prenda (intellettuale o pratica, di dottrina o affettiva), esistenzialmente scivola, tende a scivolare verso la morte, verso il formalismo, verso la sclerotizzazione totale.



Forse qualcuno ricorda il paragone che facevo a scuola, quello del filo: se io cammino su un filo a terra, ce la faccio bene. Ma prendete lo stesso filo e tiratelo su di cento metri: non ce la faccio più. Quindi, la capacità teorica, strutturale, di fare così, io ce l’ho, ma se la condizione esistenziale muta, non sono più capace di farlo: se voi me lo tirate su di cento metri, ci vuole un equilibrista.
È un paragone. La dottrina cattolica, del peccato originale dice questo: che l’uomo strutturalmente dovrebbe essere capace di fare certe cose, ma esistenzialmente si trova in una condizione tale – la sua situazione esistenziale - che è incapace di perseguire gli ideali che gli nascono dentro, e l’impeto ideale si corrompe in un rotolare verso la morte, subito!

È impressionante quanto questa idea cristiana, se la si fa agire nella propria esistenza, si riveli comprensiva dell’esistenza stessa.

Se uno non ha ancora sorpreso in se stesso questa corruzione dei suoi ideali più nobili come impeto originale (l’affezione alla donna, l’attenzione all’altro, la compassione per l’altro, la passione per la verità, il fascino che attira l’uomo verso la realtà e il cui volto immediato è la curiosità, il fascino travolgente della curiosità), se uno non ha ancora scoperto in se stesso la corruzione immediata che questi impeti nobili immediatamente assumono (è come se non stessero a galla, come se non riuscissero a stare all’altezza a cui l’impeto ci manda), non è ancora un uomo; è ancora un bambino.

[…]e quanto più uno pretende di crearsi da sé un sistema per correggere tale destinazione amara di quello che di più buono sente nascere in sé, tanto più genera una situazione illusa, che aggrava – alla fine – i termini della questione.
La presunzione dell’uomo di salvarsi da sé è all’origine di tutti i dispotismi, di tutti i terrorismi, di tutte le intolleranze, dalla società alla vita familiare, dalla vita consociata ai rapporti di amicizia.

Al cristiano a cui è stato portato l’annuncio della salvezza, viene tolta la disperazione e rimane questa tristezza illuminata e piena di speranza.


(Tracce Febbraio 2005)

venerdì, febbraio 18, 2005

“ e chinato il capo, spirò”

14 APRILE Lunedì di Pasqua.

La vigilia o l’antivigilia della sua morte, mi sembra fosse il lunedì di Pasqua, le dissi:
<< E allora, suor Marie-Bernard, siete un po’ risuscitata? >>
<< Oh, no, niente.Non conosco alcun sollievo. Il cappellano mi ha detto che il Signore vuolo farmi avere dei meriti fino alla morte. Mi devo rassegnare >>.
(suor Cecilie Pagès)

15 APRILE

Suor Marie-Bernard ebbe, come Gesù la vigilia della sua morte, un’agonia spirituale. Nella notte del lunedì si udiva ripetere più volte le parole:
<< Vattene Satana! >>
Martedì mattina mi disse che il demonio aveva cercato di spaventarla, ma che aveva invocato il santo nome di Gesù è tutto era scomparso.

Il martedì di Pasqua, dopo aver trascorso una notte molto agitata, fece ancora la santa comunione, ma nel corso della mattinata ebbe una crisi di oppressione molto forte. Mi fece chiamare e volle ricevere il sacramento della penitenza.
Poi le applicai l’indulgenza plenaria in articolus mortis.
(abate Fevre)

16 APRILE

La sua morte fu la morte di una santa, la sua pazienza nelle ultime sofferenze fu ammirevole, era felice di lasciare questa vita. Diceva:
<< Sono felice di rivedere la mia mamma del cielo >>.
(suor Gonzague Champy)

Verso le ore 13,30 e le 14
Qualche ora prima di esalare l’ultimo respiro, avendo udito una consorella dirle: << Sorella cara, in questo momento siete sulla croce! >>, ella stese le braccia in croce e un momento dopo esclamò.
<< Gesù mio,oh! Quanto lo amo! >>

Verso le ore 14,15
Un’ora prima della morte…
Bernadette chiese il foglio su cui era la benedizione speciale che papa Pio IX le accordava per l’ora della morte. Le risposero che bastava dirigere l’intenzione, pronunciando con fervore il nome di Gesù. Lo fece.

Verso le ore 14,30
In questo momento cercò di sollevarsi un poco, appoggiando la mano destra sul bracciolo della poltrona, alzò gli occhi al cielo e portò la sinistra alla fronte; i suoi occhi avevano un’espressione che colpiva, e rimasero alcuni istanti come fissi su un punto: i lineamenti esprimevano calma serenità e al tempo stesso una gravità melanconica. Allora, con un tono di voce indefinibile, che rivelava più la sorpresa che il dolore, uscì in questa triplice esclamazione:
<< Oh!, Oh!, Oh! >>
E tutto il corpo era scosso da un fremito.

Lasciò cadere lentamente la mano tremante sul cuore; abbasso gli occhi con voce ben chiara pronunciò affettuosamente queste parole:
<< Mio Dio, vi amo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze >>.
(abate Febbre)



Verso le tre del pomeriggio, la malata sembrava in preda alle torture di una sofferenza interiore inesprimibile.
Le sorelle infermiere, allarmate, si affrettano a prendere dell’acqua benedetta, ne aspergono più volte sulla morente e le suggeriscono pie invocazioni. La malata afferra il suo crocifisso, lo contempla un istante con amore, poi bacia lentamente, una a una,le ferite del Cristo.

Nello stesso momento suor X entra in infermeria e si avvicina alla morente che sembrava assorta nella contemplazione del suo crocifisso. A un tratto alza la testa, tende le braccia verso suor X, e fissando su di lei uno sguardo indefinibile, le dice:
<< Mia cara Sorella, perdonatemi… pregate per me… pregate per me >>.
Suor X e le due infermiere cadono in ginocchio per pregare. L’ammalata si unisce alle loro invocazioni che ripete a bassa voce.
Poi si raccoglie qualche istante, con la testa inclinata dalla parte della suora infermiera alla sua sinistra, e con un’espressione di dolore e di supremo abbandono alza gli occhi al cielo, stende le braccia in croce e getta un forte grido:
<< Dio mio! >>

Un fremito involontario,misto di rispetto e di paura si impadronisce delle tre religiose inginocchiate. Una di loro sosteneva le braccia della morente che le teneva ancora stese.
Infine, le lascia ricadere e si unisce nuovamente alle preghiere delle consorelle.

A queste parole dell’Ave Maria: “ Santa Maria, Madre di Dio” la morentesi rianima e con un accento tutto penetrato, che rivelava in questo momento supremo la sua profonda umiltà e la sua filiale fiducia nella Vergine Immacolata, ripete per due volte:
<< Santa Maria, madre di Dio, pregate per me, povera peccatrice >>.

La morte si avvicina.

Una lotta tremenda sembrava scatenarsi ancora in questa anima innocente e privilegiata, a cui senza dubbio Dio voleva donare qualche nuovo tratto di somiglianza con il nostro divino Salvatore mentre spirava sulla croce.

Qualche istante dopo la malata, con un gesto espressivo, chiede da bere; fa un grande segno di croce, afferra il recipiente con la bevanda fortificante che le è offerta, ne assume a due riprese qualche goccia e, reclinando la testa, rende dolcemente la sua anima verginale al Creatore, mentre le sue compagne ripetevano questa invocazione: << Gesù, Maria, Giuseppe, abbiate pietà di lei, proteggetela >>. Esse avevano esaudito , senza saperlo, un desiderio di suor Marie-Bernard, che aveva chiesto la grazia di morire ripetendo i dolci nomi di Gesù, Maria e Giuseppe.
(suor Nathalie Portat)

Bernadette Soubirous muore alle tre e un quarto del pomeriggio il mercoledì di Pasqua, 16 aprile 1879.

“Mio Dio…”
“Ho sete…”
“Erano le tre del pomeriggio”


“ e chinato il capo spirò”

giovedì, febbraio 17, 2005

Parigi val bene una messa melchita!



Se devo essere sincero, le CITY BOOK che il Corriere della Sera allega settimanalmente mi hanno lasciato perplesso. Una brutta copia delle guide illustrate Mondadori, le cui uniche qualità sono gli stradari e le visioni dall’alto di piazze monumentali e sezioni di cattedrali trafitte da freccette che indicano dov’è posizionato il tal monumento, senza spiegarti più di tanto di che si tratta, cosa rappresenti, chi sono gli artisti che vi hanno lavorato: il tipico strumento utile per orientarsi ai giapponesi e a chi ne vuol emulare gli eroici furori turistici. Ovvero per tutti coloro che; dopo aver speso i propri soldi per recarsi in una grande capitale culturale; trovano grande godimento nel controllare che la tal statua o la pala d’altare si trovi nel posto indicato, dopodiché, con la coscienza di aver arricchito il proprio bagaglio culturale, non curandosi di tutte le altre opere d’arte (perché non potrò mai credere che dentro Notre Dame a Parigi ci siano solo 10 cose da vedere!), si corre alla prossima meta turistica imperdibile: chiesa medievale o pasticceria, fa lo stesso.

La mia pluriennale esperienza romana è costellata di tristi immagini di turisti che entrati un po’ guardinghi nelle grandi e decoratissime chiese barocche del centro - e senza dover sborsare un soldo! - si fermano in fondo, dando un ampio sguardo d’insieme ed uscendo furtivamente.
La mia teoria era che, probabilmente, quelli erano di cultura protestante ed avendo il timore che dal fare o dal non fare qualcosa, un inquisitore appostato dietro una colonna, scoprisse che i nuovi arrivati non erano cattolici ma eretici, li scacciasse minacciando di consegnarli al braccio secolare. Ma dopo aver sbirciata la city book di Praga e Parigi credo di capire meglio il comportamento di tanti turisti “ignoranti” quali bellezze artistiche si nascondano dietro un laconico “decorazione barocca".

Una chicca eloquente di sciatteria turistica la trovo nella city book di Parigi:
St Julien le Pauvre

“Almeno tre santi possono essere considerati patroni di questa chiesa, ma il più probabile è San Giuliano Ospitaliere. La chiesa, insieme a quella di St-Germen-des-Pres, è una delle più antiche di Parigi e venne costruita tra il 1165 e il 1220. Le riunioni ufficiali dell’università si svolsero fino al 1524, allorché una protesta studentesca provocò tali danni che il parlamento le proibì.
Dal 1889 vi si ufficiano sevizi religiosi in rito cattolico melchita, una setta greco-ortodossa.
Oggi la chiesa ospita concerti di musica da camera e sacra.”

Precisando che per individuare a che santo è dedicata una chiesa, quando - ahinoi! - sul calendario ci sono più santi omonimi, si può indubbiamente ricorrere a degli strumenti più scientifici di “ambarabàciccìcoccò”; trovo vergognoso che il clero melchita del patriarcato greco-cattolico d’Antiochia, sia definito una setta!
E non credo che si tratti di un problema di semplificazione o di traduzione letterale perché dai miei seppur scarsi contatti con dei francofoni, è emerso chiaramente che nella lingua di Voltaire l’accostamento setta- religione non suona affatto neutro.

lunedì, febbraio 14, 2005

Portate in cielo tutte le anime...

...e specialmente le più bisognose della Vostra Misericordia.

Termina cosi la giagulatoria che a Fatima la "bella Signora" chiese di recitare, ai tre pastorelli, alla fine di ogni decina del rosario.
Suor Lucia del Cuore Immacolato mentre, pur da tempo debilitata, si preparava con le consorelle ad iniziare gli esercizi spirituali con la "visione" di the Passion, è morta.


Quando la Signora annunciò ai suoi cuginetti Francisco e Jacinta che presto sarebbero volati in cielo, la piccola Lucia si rattristò un poco perché,come disse l’Apparizione, sarebbe dovuta vivere un altro pò, allo scopo di diffondere la devozione al Cuore Immacolato di Maria: mi ha procurato sempre grande costernazione quanto nella realtà terrena fosse dilatato quel “ancora un poco” detto dalla Madonna.
E dopo quasi 80 anni di vita passata in convento, dopo 88 anni dalle apparizioni della bianca signora che si manifestava ad ogni giorno 13 del mese,dal Maggio all'Ottobre 1917,ecco che quel "poco" si è compiuto:il 13 del mese di febbraio 2005.
Questo è il sigillo!
La firma che Dio ha voluto porre ad una vicenda che dal 13 maggio '17 passa per il 13 maggio '81?

"Allora Giacobbe si svegliò dal sogno e disse: << È certo che il Signore è in questo luogo ed io non lo sapevo. >> Ebbe timore e disse: << Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo.>> (Gn28,16-17)"

Signore: vedi come è freddo questo mio cuore? Il pensiero della firma che hai apposto sull'ultimo respiro della pastorella della Cova d'Iria, dovrebbe con "timore e tremore" darmi maggior consapevolezza della tua presenza nella vita di ogni tuo figlio! Ma il mio cuore distratto, tu vedi come fugge davanti agli amorosi segni della tua provvidenza!

Penso alla vecchia suor Lucia e ripenso a mia nonna, con tra le mani un rosario dai grani neri, che ripeteva con un tono di voce che esprimeva il sentimento di grande familiarità verso il Redentore: Gesù mio, perdona le noste colpe! Preservaci dal fuoco dell'inferno! Portate in cielo tutte le anime...specialmente le più bisognose della Vostra Misericordia.

sabato, febbraio 12, 2005

Tristitia Christi


Dice il Saggio:
"Lo tsunami non è un castigo di Dio e il card(n)in(v)al Lehmann non è un pagliaccio."

giovedì, febbraio 10, 2005

Simpatico umorista/5

- Scusate! - io e Virginia de Leiva ci mettiamo sull’attenti, e sorridiamo deferenti – Scusate… L’ultima informazione, poi non vi disturbo più.
- Non si preoccupi: è il nostro servizio. Prego, mi dica.
- Quell’affresco…Vede tutti quei punti rossi?
- Vuol dire le piaghe?- pausa - Quelle sono le ferite della flagellazione.
- Ah sii?- pausa ed imbarazzo - Non mi era mai capitato di vedere un’immagine simile… Io avevo pensato che potessero avere un qualche significato simbolico…
- Assolutamente no! Quelle sono le pi-a-ghe della flagellazione.
E mentre cerco di scandire le parole, con la mano destra mimo di colpirmi ripetutamente le spalle con una frusta.
Il mio interlocutore sembra sul punto di convincersi che anche nei secoli passati si avevano notizie della passione di Cristo.
- Mel Gibson non ha inventato nulla.
Aggiungo per mettere una pietra tombale su ulteriori domande del gentile interlocutore: e ci riesco.
Scuotendo desolata il capo, interviene Virginia, che cercando lo sguardo del visitatore curioso, tenta di tranquillizzarlo sul mio conto:
<< È che cerca di essere spiritoso ma non ci riesce!>>.

mercoledì, febbraio 09, 2005

<< Orandum est, flectuis genuis, ut non sit Conclave nefastus Ecclesiae Universae. >>


Tre giorni dopo il ricovero del papa al policlinico Gemelli, le ferme rassicurazioni sul miglioramento delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II, hanno indotto i corrispondenti di France 2 ad intervistare un prete polacco che - a pochi metri da piazza San Pietro - cura la promozione in Italia del cracoviano culto alla Divina Misericordia, chiedendogli se – lui e chi per lui: i preti? I polacchi? Bo? - credeva veramente che il papa se la sarebbe cavata come rassicuravano laconicamente i bollettini della sala stampa vaticana.
Il monsignore ha risposto, senza indugio, che sicuramente il Santo Padre sarebbe guarito e sarebbe tornato in Vaticano, perché ci sono tanti fedeli che hanno una infinita fiducia nella Misericordia di Dio, e con questi sentimenti si sono rivolti al Signore chiedendogli questa grazia. Gesù Misericordioso non può non ascoltare chi lo invoca sicuro del potere della Sua Misericordia Divina;
commentava con bonario cipiglio il propagatore della devozione più cara al cuore del papa polacco.
Sicuramente i giornalisti avranno sghignazzato sotto i baffi, compiaciuti nell’aver registrato un capo d’opera d’integralismo cattolico.

Il papa ricoverato concelebra tutti i giorni la messa del suo segretario, e prega.
Probabilmente prega per poter sopportare questa croce, e prega affinché i cattolici riescano a capire il motivo per cui lui non pensa sia giunto il tempo delle possibili dimissioni.
Scrive Giovanni XXIII nel Giornale dell’anima: << … la coscienza del Papa che si sente investito della presenza, della grazia, della luce di Cristo ed a lui si affida in tutto, pensieri ed operazioni, nelle molteplici espressioni della sua attività apostolica. Basta la cura del presente (…) Il Vicario di Cristo sa che cosa il Cristo vuole da lui (…). Regola fondamentale della condotta del Papa è questa di accontentarsi sempre del suo stato presente, e di non imbarazzarsi del futuro, aspettandolo invece dal Signore, senza farci sopra conti o provvedimenti umani, e guardandosi persino dal parlarne con sicurezza e con facilità con chicchessia. >>

Il papa prega affinché sia compresa la sua profonda convinzione che la Chiesa non si governa con criteri umani, e che se si acclama il Vicario di Cristo nell’andare per il mondo predicatore girovago come il Nazareno, non ci si può dimenticare che colui di cui Giovanni Paolo II si considera rappresentante finì il suo peregrinare inchiodato, impossibilitato a parlare, immobilizzato dalla sofferenza: solo nell’immobilità della croce diede un valore immortale alla propria parola.

Il papa prega affinché gli stessi Eminentissimi non si scandalizzino nel vederlo immobilizzato sul Calvario della sua vecchiaia.
Prega affinché nel nostro guardare all’estrema fragilità fisica del “dolce Cristo in terra”, ci venga concesso dalla Misericordia di Dio di scorgere l’intangibile pulchitudine di un’anima che si è ormai abbandonata fiduciosamente alla volontà di un Dio che chiede la crocifissione di colui che 25 anni fa chiamavamo con compiacimento “l’atleta di Dio”.

Giovanni Paolo II è chiamato giorno per giorno ad accettare questa “estrema Sapienza” che Maria Vergine, pur essendo vissuta costantemente unita alla volontà divina, dovette comunque imparare sul Golgota: accettare la croce di Cristo.


C’è il dito di Dio nel faticoso tramonto di Giovanni PaoloII?
C’è forse una misteriosa misericordia in questa mesta transizione di un pontificato?
C’è forse un progetto di purificazione delle coscienze distratte dalla basilare dimensione ultraterrena che a parole il credente professa?

Dopo il Giubileo, mancandogli sempre più le forze, Giovanni Paolo II ha concentrato la sua azione pontificia nel richiamo alla presa di coscienza del primato della vita interiore, della realtà soprannaturale, e quindi il richiamo al cristiano della necessità di vivere nella dimensione della preghiera. Lo sforzo di creare un clima generalizzato di preghiera lo ha spinto a formulare 5 nuovi misteri del Rosario e ad indire un anno del Rosario al fine di implorare da Dio, per intercessione di Maria, il dono della pace. Dopo aver scritto una enciclica sull’importanza del culto eucaristico - quindi nella fede della reale presenza di Cristo nell’ostia consacrata - di fronte alla superficiale e distratta reazione, in primis del clero, ha pubblicato un ulteriore documento sull’Eucaristia, indicendo un “anno eucaristico”. Il fatto che l’anno del Rosario abbia coinciso col suo venticinquesimo di pontificato, e che allo stesso modo l’anno dell’Eucaristia è iniziato anch’esso ad ottobre, nell’anniversario della sua elezione e di conseguenza si concluderà anche nell’ottobre 2005, denota la volontà del pontefice di sacralizzare il tempo, di vivere liturgicamente il resto della sua vita, come se questa sua estrema vecchiaia sia da lui vissuta come una di quelle famose, lunghe, e sofferte messe che padre Pio da Pietralcina celebrava con la certa consapevolezza della dimensione soprannaturale di ogni gesto e di ogni parola prescritti dal sacro rito.

In grandi settori della cattolicità c’è, seppur sommersa, il desiderio di chiudere al più presto la pagina Wojtila, anelando ad un papa “giovane” che possa vigorosamente governare la Chiesa: forse che l’estrema vecchiaia di Giovanni Paolo II debba essere una spada che, si, trafigge lui, ma“affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”? (Lc:2,35)

Passando sopra al fatto che, disquisire sulla necessità di un papa vigoroso, è un argomentare poco cristiano, un simile ragionamento è umanamente molto ingenuo: l’empatia e la sensibilità umana, la fine intelligenza, e la santità personale, non sono di tutti i papi.

Questo tempo dovrebbe servire alla Chiesa intera, che con somma pena contempla il suo fragile pastore, e agli eminentissimi Padri in particolare, ad interrogarsi su quali debbano essere le peculiarità che rendono degno un successore di Pietro, oltre alla capacità di parlare dieci lingue visto che alla fine questa capacità, quasi prodigiosa, può estinguessi miseramente.

Come scriveva il cardinal Roncalli nel suo diario intimo, dopo aver assistito alla sepoltura, in triplice cassa, delle spoglie di Pio XII:

“Bisogna pregare a ginocchia piegate affinché il conclave non sia nefasto alla Chiesa universale.”

Giovanni Paolo II, penso che abbia già cominciato ad invocare la Misericordia di Dio su quella gran porzione della Chiesa che di tutto il peso del suo cuore non si avvede:
<< Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? >> (Mt:26,40)

sabato, febbraio 05, 2005

Lascia ch'io pianga...ancora



Preghierina:
Signore,
s’ignora la tua imperscrutabile volontà!
Ma credo che i commentatori di Shangri-Là ignorino pure che è di cattivo gusto il commentare un POST commemorante un lutto.

Grazie perché mi dai lume di scrivere cose incommentabili!
E così sia.

mercoledì, febbraio 02, 2005

martedì, febbraio 01, 2005

Simpatico umorista/4



Stavo ad una simpatica cena tra pochi intimi (non sono un prodotto per le masse!) e rispondendo ad una mia battuta, insinuante una possibile venalità del mio interlocutore, lui sorridendo ribatte:
- Ah! Non parlare di soldi con me! Ah!Ah! Tu solleciti le mie origini livornesi!
- Ah si? Livornese come Aldo Montano?
Rispondo io, ammiccante al gossip.

Il mio scelto uditorio si fa presto serio e corrucciato.
Si guardano in faccia cercando soccorso nello sguardo altrui, finalmente il mio interlocutore ,prende il coraggio a due mani e, facendosi voce del turbamento generale, chiede:
-Montano chi?. [Ops!]
-Nessuno…nessuno…Vabbe, veniamo ad argomenti più importanti. Dunque…
Che bello! Penso tra me e me: frequento proprio delle personcine cosi …
“a modo”…

venerdì, gennaio 28, 2005

In Festo Divi Thomae Aquinatis

OVVERO: PACATA ESPOSIZIONE AI NEOFITI,DEI BASILARI“RODIMENTI” DEL CATTOLICESIMO.

Pur avendo la nomea d’essere un fiero controriformato, sostengo altresì l’importanza della libertà religiosa.
Ogni uomo deve essere libero di aderire o meno a quei valori, ideali e speranze che la propria coscienza gli indica essere giusti e veraci. È da noi considerata alta conquista della dignità umana, quella libertà di astenersi o meno dal professare un culto nei confronti del Numinoso, che i regimi democratici ci garantiscono.

Or bene.Se un uomo – con tanto di profilassi democratica – ritenendo di essere bisognoso dell’“eterna salute delle anime”, abbraccia la Fede Cattolica; poiché la ritiene strumento della incorporazione a Gesù Cristo: “presso il quale abbondante è la redenzione”; è obbligato – dalla coscienza - ad aderire, in tutto, a quello che “Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere”.

Che cosa è la fede? Dice il più grande genio del secondo millennio che << Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà - mossa da Dio per mezzo della grazia - da il proprio consenso alla verità divina. >>

La fede è una virtù “teologale”, cioè che ha per oggetto Dio; il credere in Lui, credere in quello che ha rivelato. Quindi, implicitamente, si accetta la possibilità stessa che esistano canali di comunicazione tra il divino e l’umano, ed altresì accettare che ci siano delle “cose” a cui noi non avremmo mai pensato lontanamente e che sappiamo invece perché Dio stesso ce le ha volute rivelare: i misteri della fede.
“ Dobbiamo credere i misteri, perché li ha rivelati Iddio, il quale essendo Verità e Bontà infinita, non può ne ingannarsi ne ingannare” (Catechismo di S.PioX n871)
Tali “misteri della fede” quali: l’unità e trinità di Dio; l’incarnazione della seconda persona della santissima Trinità e sua conseguente morte e resurrezione; il battesimo “per la remissione dei peccati”; “la risurrezione della carne” e “la vita eterna”; sono l’oggetto della fede e in tale campo non c’è alcuna democrazia!

(Mi permetto - per inciso - una piccata osservazione: non capisco come non provino almeno un leggero imbarazzo coloro che vanno per i campi della dogmatica cattolica a cogliere il proprio bouquet di verità in cui credere. In base a quale principio logico ci viene pacifico accettare le decisioni di fede del concilio di Nicea o di Calcedonia, mentre storciamo un po’ il naso al solo sentir nominare Trento e Pio IX? Forse che il dogma della Trinità sia stato definito con un linguaggio più evangelico di quello dell’infallibilità pontificia? )

Le verità di fede sono state fissate nelle definizioni dogmatiche sancite lungo i secoli dai gerarchi della Chiesa, la quale – per dogma di fede - anch’essa è infallibile, come si suol dire: stiamo in una botte di ferro!

Il benevolo lettore potrà pensare che tutto questo insistere sui dogmi sia svilire l’essenza del Cristianesimo la cui “fonte sorgiva” sono le Sacre Scritture. Questa è una ingenuità che io non perdono agli eresiarchi cinquecenteschi e tanto meno – avendo noi a disposizione una vastissima documentazione storica – ai contemporanei. La vera questione non è filologica: la questione in gioco è l’autorità della Scrittura.
La Bibbia si è imposta forse da sola quale fonte di autorità? Non sono state delle autorità ecclesiastiche a stabilire quali libri erano ispirati da Dio? Chi ha dato tanta autorità alla Bibbia? E da dove l’autorità dei chierici di stabilire quale libro è sacro e quale no?
Se il paziente lettore si fosse mai intrattenuto ad una messa, saprà che alla fine delle letture bibliche vien detto: “Parola di Dio” (al che l’assemblea risponde – per il vero con malcelato scarso entusiasmo – Rendiamo grazie a Dio).
Vorrei far notare che la sottolineatura che quella appena proclamata è “la” parola di Dio è sancita dall’autorità della Chiesa che – come direbbe Fiorello nella fastosa parodia di Ignazio La Russa – “molto de-mo-cra-ti-ca-men-te” inculca tale dogma al fedele.

Non vorrei che il mio argomentare potesse, in alcun modo, amareggiare l’eventuale mio lettore postconciliare; il mio verecondo intento è di mostrare l’arbitrarietà di qualunque contrapposizione tra le nobili sorgenti della Scrittura e la – postuma e “ristagnante”- Tradizione ecclesiale. Noi, qualunque siano le nostre convinzioni religiose, non ci rapporteremo mai asetticamente nei confronti della Bibbia, dopo duemila anni che – lo ribadisco: dalla Chiesa! – viene posta su piedistalli marmorei, baciata ed incensata dai ministri del culto.
Non credo che il cattolico di oggi abbia maggior fede nella divina ispirazione della Bibbia rispetto ad un cattolico di mille anni fa: oggi, a differenza che per lo passato, c’è maggiore familiarità del cristiano comune con il testo sacro (così si spera).
Gli scritti di tutti gli autori medievali – bolle di Bonifacio VIII in testa – trasudano di citazioni delle Sacre Scritture; la Bibbia era “la” cultura e compito precipuo dell’intellettuale era il commentarla.
Ciò che il Concilio Vaticano II ha voluto fare mettendo il vangelo in mano al volgo, non è stato quello di trasformare i cattolici in pseudo Testimoni di Geova, pronti a citarti a menadito questo o quel versetto acconcio alla circostanza, ma è stato quello di incrementare nei fedeli – o molto più spesso creare ex novo! – la devozione verso la Sacra Scrittura. Scopo della traduzione della Bibbia in vernacolo non è accrescere la fede nella divinità delle Scritture ma fare della Scrittura uno strumento di preghiera, oggetto di meditazione su quelle verità a cui bisogna credere fermamente e che ti sono state già esposte precedentemente dai vari Catechismi e documenti affini.

Scopo di questa mia ESTENUANTE esposizione è stata quella di evidenziare meglio, il comune errore di confondere il concetto di FEDE e di DEVOZIONE.

Per FEDE si intende accettare il “Credo”. Le formule di fede quindi già ci stanno, la fede di un cattolico consiste nell’aderire a quel corpus sedimentato della “fede della Chiesa”. Avvisa il beato Pio IX, proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione che << Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa >>.

Ma una cosa è credere al dogma dell’Immacolata Concezione, altra cosa è nutrire devozione per l’Immacolata.
Certo, è impossibile aver devozione senza aver fede, ma è possibilissimo avere fede senza provare devozione.
Il cristiano DEVE credere nell’efficacia redentiva della dolorosa Passione di Cristo, ma altra cosa è sentire devozione verso “le Cinque Piaghe” o solo per “il Sacro Costato”; per la “Santa Piaga della Sacra Spalla”o per il “Preziosissimo Sangue”. In questo campo la Chiesa ha sempre lasciato quasi illimitato spazio all’effusione dei sentimenti umanissimi con cui i fedeli volevano tradurre i contenuti della fede. Ed in tale campo più che la teologia, contano i temperamenti dei popoli, le mentalità del periodo storico, la geografia,etc: quindi spesso si assiste a delle vere e proprie devote “mode”per questa o quella Madonna – con bambino al seguito o senza – per questo o quel santo.
Se la chiesa proclama un santo, i fedeli sono tenuti a credere che l’anima, della persona elevata agli altari, si trovi veramente in Paradiso ma nessuno sarà obbligato mai a rivolgergli preghiere.

Vorrei, quindi, riaffermare anch’io l’alto valore della democrazia nelle questioni di DEVOZIONE: chi vuole venerare, veneri. Chi non vuole, si astenga.

giovedì, gennaio 27, 2005

Ciò che la Natura ha sottratto agli occhi umani, è ricoperto da un'eterna notte

E’ tempo che Alessandro si arresti dove si arrestano anche il mondo e il sole.
<< HO CONQUISTATO TUTTO CIÒ CHE CONOSCEVO; ORA DESIDERO CIÒ CHE NON CONOSCO >>.
Quali popolazioni furono tanto selvagge che non si siano prostrate per adorare Alessandro?
Quali monti furono tanto inaccessibili che il soldato vincitore non ne abbia calcato le vette?
Ci siamo fermati al di là dei trofei del padre Libero.
Noi NON CERCHIAMO UN MONDO, MA LO PERDIAMO
(...).
Seneca il Vecchio (Suasoriae 1,2.)

Una tra le mie più commosse letture di fanciullo.
Rannicchiato tra le mie cose.
Lacrimando per quell’ ombra che silente mi scrutava dal futuro.



ALEXANDROS
I
– Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,
l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda
dentro la notte fulgida del cielo
.

II

Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.
Montagne che varcai! Dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.
Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:
il sogno è l’infinita ombra del Vero
.

III

Oh! più felice, quanto più cammino
m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!
Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.
A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole, il sole che tra selve nere,
sempre più lungi, ardea come un tesoro
.

IV

Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:
soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare
.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…
ma il canto passa ed oltre noi dilegua.–

V

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.
Che si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.
Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell’immenso piano
come trotto di mandre d’elefanti.

VI

In tanto nell’Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte
.

(G.PASCOLI)

domenica, gennaio 23, 2005

ADVERSUS HAERESES IV


Del Trafugamento Del Corpo Di San Marco Evangelista in ALESSANDRIA d'Egitto

giovedì, gennaio 20, 2005

"PAUSANIA" Time-OutLand


E sono andato a vedere ALEXANDER.
Ascoltando i commenti di chi usciva dal cinema – molte distinte coppie ultrasessantenni di cui almeno uno esser dovea, un reduce dal Classico – nessuna voce si accodava allo scalpore americano per l’omosessualità, gli unici commenti perturbati (e non) erano per i “labbroni” di Angelina Jolie.

- Ma poi, quell’attrice! Sempre così acida, con quei labbroni! Recita sempre protendendo avanti quei canotti!

Quindi mi avvio a prender il meraviglioso posto assegnatomi; ringraziando mille volte Dio che la vecchia matta “puzza di alcol e di piscio” si sia alzata dalla mia fila; gentilmente scacciata da una borghesissima – e, Deo gratias, profumatissima – coppia che reclamava le esatte poltrone segnate sul biglietto; andandosene brontolando verso i sopraggiunti un sommesso “rotti in culo!”: un propedeutico indizio sulla vicenda biografica del re macedone?

Per ripicca all’affronto subito la “disturbata” và a cercare posto in tutt’altra direzione dove i “sullodati” non possano darle fastidio. Meno male. Quell’odore di putrefazione nelle vicinanze, avrebbe reso iperrealistiche - e quindi insopportabili - le lunghe scene di cruenta battaglia.
Ma dove avrà trovato sette euro e cinquanta per venire al cinema: sotto ad una bottiglia di maraschino? Per me si è infiltrata dalle porte d’uscita… Vabbè, cerchiamo di concentrarci sull’“evento”. Qui la gente è accorsa aspettandosi qualcosa di… importante.

Mi guardo intorno: che bel pubblico! Molte coppie ornano i seggi della “Candida Rosa”. La giovane supplente di latino occhialuta con filo di perle al collo e con fidanzatino – papillon munito - al braccio; presso sta la tipica cinquantenne professoressa di Lettere e marito di sinistra. Alcuni gruppuscoli di (3 massimo 5) maschi quattordicenni, con la voglia di ottimizzare il tempo fra una serata tra amici e la speranza di saltare a piè pari lo studio d’un capitolo di storia.

Me la immagino la scena:
- La battaglia di Gaugamela?
Allora professorè, ce stava sto Alex a cavallo di Furia cavallo del West, che nel deserto aizzava l’esercito prima della battaglia, no? Che poi sti greci prima de andà a la “guera” erano un po’ come i calciatori, cioè andavano in ritiro prepartita… ma si, professorè che ha capito benissimo! Cioè come Totti obbligato a stà senza Illary… anche se in questo caso Efestione e Hilary hanno solo il taglio di capelli in comune…però questo Alexander non è proprio frocio frocio, perché quando invade l’Afganistan si sposa con una cubana da paura! Vabbè , dunque…
Alexander dà la carica ai greci contro i persiani che in realtà sono gli antichi turchi mussulmani tant’è vero che il loro capo è sputato a quel “Raz de can” di Osama Bin laden che si è fatto cotonare la barba…

Si accomodano nella fila avanti, delle cinguettanti mogli di professionisti, elettrizzate perché pur essendo ignorantissime di storia sentono che i loro mariti le hanno condotte ad un appuntamento culturale. Adunque si principi l’epopea!

Comincia la visione, anzi: comincia la “versione”!
A scuola ho fatto solo versioni di latino, ma comunque mai più di due ore…Oliver Stone se ne è prese tre: ma alla fine devo dire che, se fosse stato mio compagno di classe la mia prof, maneggiando la matita rossa e blu, avrebbe definito la creazione del regista, una traduzione “ad sensum”.
Detto da lei era un gran complimento, era importante se eri riuscito a trovare il bandolo della matassa in una storia degli antichi.

martedì, gennaio 18, 2005

Dialogo Ebraico- Cristiano/bis

In Italia, la Chiesa Cattolica ha scelto il 17 gennaio; giorno che precede l’inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; come giornata del dialogo ebraico-cristiano.
Dialogo a livello teologico: si fissa un tema “alto”quale: la giustizia divina; il perdono; il perchè del dolore e della morte; ed altre facezie dello stesso calibro su cui piace dire la propria ai teologi di ogni osservanza.
In tale occasione c’è sempre il giornalista di turno che pone l’asettica domanda di rito alla personalità ebraica – più o meno competente – che gli capita sotto mano:
A che punto sono i rapporti tra ebrei e cristiani?
Che fantasia!
Anche i fratelli maggiori non è che brillino per originalità;la risposta è una diplomatica lamentazione.
Con il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha dato una svolta radicale al millenario pregiudizio antiebraico cancellando l’ignobile accusa di deicidio; c’è da parte ebraica la volontà di un dialogo sereno, ma!

C’è sempre nell’ultimo anno trascorso qualche “magagna” a carico del Vaticano – una beatificazione, o il non aver messo all’indice un film di Gibson,o il continuare ad insegnare ai fedeli che Gesù è il Figlio di Dio – che segna un doloroso passo indietro rispetto alla “Nostra Aetate”- qualcuno che la cita, l’ha letta mai veramente?- che riporta “pericolosamente”la Chiesa Cattolica su posizioni preconciliari.

Quest’anno la vigilia di tale data non poteva avere prologo migliore:la polemica sui bambini ebrei sottratti all’epoca della shoà da cattolici che si sarebbero rifiutarono di restituirli ai parenti, con tanto di benedizione di Papa Pacelli; polemica divampata con la pubblicazione sul Corriere della sera dopo un articolo dello storico Alberto Melloni in data 28 dicembre: commemorazione liturgica dei Santi Innocenti. A me personalmente la data ha molto colpito e mi chiedo se il cattolico –mah!- Melloni non abbia cercato volutamente il parallelismo tra l’antico Erode e “l’agghiacciante”- dice lui - atteggiamento di PioXII.Ho troppa fantasia?
Il dubbio che gli ebrei centrino poco in questo discorso, e che invece si sia trattato di una polemica intracattolica al fine di provare l’esistenza di una Chiesa “matrigna” a cui si contrappone la Chiesa buona, animata da uno“spirito” democratico, parlamentare e terzomondista, nessuno potrà togliermelo dalla capoccia; ma tutti scrivono che Melloni è un uomo d’onore!

lunedì, gennaio 17, 2005

Dialogo Ebraico-Cristiano

<< Il convento di Sant’Alessio.
È situato sull’Aventino accanto alla basilica di Santa Sabina. Tra i conventi di Roma non c’è centro di più alta spiritualità, poiché è lo stesso spirito di Cluny che lo anima. Vi abitano molti pii Padri e grandi e santi Vescovi ne sono usciti; celebri teologi e studiosi della Sacra Scrittura fioriscono in essa. Uno di questi è Padre Egidio che conosce e legge tutti gli scritti dell’Antico Testamento nella lingua degli ebrei e spiega le profezie col compimento che esse hanno avuto nel Nuovo Testamento.

Il convento di Sant’Alessio.
La chiesa del convento ha un campanile giallognolo, sottile e slanciato verso il cielo come come quelli di S. Giorgio in Velabro e di Santa Maria in Schola greca. Dalla sua cima le rondini si lasciano cadere verso il Tevere e ne sfiorano le acque bionde con le loro ali scure giù giù fino al Pons Judaeorum, sparendo poi per un momento tra i tetti degli Ebrei.

Quando Padre Egidio diceva agli sguardi del piccolo Pietro Pierleoni di volar via dal muro del giardinetto del convento come quelle rondini, se ne andavano anch’essi come quelle nella stessa direzione. Ed il Padre non tralasciava mai allora di far osservare al ragazzo che il ghetto se ne stava laggiù presso il fiume così piccolo e nascosto nella grande Roma come il cestello di vimini in cui un giorno la figlia del Faraone trovò il piccolo Mosè e aggiungeva che anche il piccolo Pietro era stato, come Mosè, salvato, liberato cioè dal destino degli altri bimbi ebrei. Poi lo conduceva su fino alla chiesa di Santa Sabina. Là c’è quella gran porta di legno di cipresso che si chiama “la porta alta” ed è intarsiata con disegni che rappresentano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Padre Egidio mostrava al ragazzo il passaggio del Mar Rosso dei figli d’Israele e la miseranda fine dell’esercito del Faraone; gli mostrava i grandi miracoli dell’acqua scaturente da una rupe, della manna, del serpente, operati tutti nel deserto, per la forza di Dio, da quello stesso Mosè ormai diventato uomo. Anche lui, Pietro, concludeva il Padre, era destinato a compiere grandi cose per il regno di Dio e precisamente al servizio della Santa Chiesa che era stata per lui la figlia del Re, salvatrice come la figlia del Faraone per Mosè.

Una volta che il Padre gli andava di nuovo ripetendo tutto ciò, il ragazzo, fissando attentamente il passaggio del Mar Rosso, ribattè:<< Ma per il popolo della figlia del Faraone Mosè diventò non salvezza ma rovina >>.

Il pio Padre trasalì e si sgomentò davanti all’acutezza del ragazzo che distruggeva così, crudamente, il bel paragone che gli aveva proposto; ma preferì non contraddirlo. >>

(GERTRUD VON LE FORT, Il Papa del ghetto)

venerdì, gennaio 14, 2005

il "GRANDE FRATE"


“Meno tre, due, uno, in onda: Ave Maria, piena di grazia…”

Oddio, non è che le immagini siano appassionanti, per chi non ama il genere: Come in certi mortali film d’avanguardia l’obbiettivo è inchiodato infatti, senza la più piccola variazione, sulla tomba che contiene le spoglie del frate… La tomba, la cappella, la gente intorno: fine.

Una specie di << Grande Fratello >> mariano, funebre e giagulatorio. Ma si sa come vanno queste cose: sempre televisione è. E …per molti è un’attrazione irresistibile.

Ed ecco che un giorno hanno cominciato ad affacciarsi per il rosario i ragazzi del paese che non vedevano l’ora di dire agli amici: mi hai visto in tivù? Poi è stata la volta dei politici locali, assai solleciti nel titillare la venerazione degli elettori per il monaco con le stimmate. Finchè la notizia che con la trasmissione “Santo Rosario in diretta dalla cripta di San Pio di Pietrelcina” l’emittente “Tele Radio Padre Pio” (canale 856) quadruplicava gli ascolti e aveva un tale successo da convincere Sky a inserire la piccola televisione tra le “Top Ten”, ha raggiunto i protagonisti della politica.
…Il telefono del santuario ha incominciato a squillare per prenotare visite private da parte di importanti personaggi politici nazionali.


Mentre leggevo mi son detto: "Devotio Moderna". Ma si, ogni epoca ha il suo modo di ritualizzare la religiosità e tra l’alto quindi, anche una particolare maniera di ostendere le reliquie dei santi.
Chi confezionando preziosi reliquiari d’argento, chi ponendo il corpo del santo in preziosissime urne di cristallo di rocca, o chi lo espone sotto l’occhio di una telecamera fissa: secolo che vai venerazione che trovi. C’è chi a Padova si delizia rimirando attorno alla donatelliana arca marmorea di sant’Antonio, a Colonia ammira lo scrigno-reliquiario dei re magi, a Catania lo stabiliante busto di sant’Agata tempestato di pietre preziose. Nella nostra epoca una telecamera di Sky impreziosisce un’aureola più dell’oro massiccio.
E comunque per esperienza personale posso dire che si può passare molto tempo ad osservare quella cripta, e non solo perché ad una cert’ora quella liscia lastra di marmo nero è molto più espressiva dì Gigi Marzullo.

Dall’articolo, "Il telerosario dei politici" di G.A.Stella sul Corriere del 13 gennaio ’05, estraggo inoltre questo ironico “Flos Florum”:

Silvio Berlusconi ci tiene a far cadere l’occhio degli ospiti sul santino di Padre Pio che tiene appoggiato su una credenza della sua villa di Arcore.Il suo cardinale camerlengo Sandro Bondi tiene l’immaginetta del caro monaco nel reliquiario che più gli è prezioso: appiccicato sulla foto della sacra famiglia berlusconiana dominata da Madonna Veronica

Pier Luigi Castagnetti precisa:<< Il leader del centrosinistra? Lo sceglieremo quando sarà il momento…e quando sarà il momento ci assisterà padre Pio >>

Francesco Forgione, che porta lo stesso nome con cui nacque padre Pio ma è un deputato di Rifondazione Comunista, confida:<< è bello chiamarsi come lui, si, non mi dispiace affatto…tutti e due abbiamo fatto una scelta di campo evangelica: quella degli ultimi, anche se io dal punto di vista di Marx>>.

Il massimo però lo Ha dato Irene Pivetti…
<< Padre Pio è mio fratello e mi guida in tivù >>


Devotio Moderna!

giovedì, gennaio 13, 2005

simpatico umorista/3

Dopo una cena tra amici ci troviamo a passeggiare per via Condotti, sfilando davanti alle vetrine griffate .
La simpatica "Avventizia del settimo giorno"(aspirante dell'assunzione), fermandosi davanti ad una vetrina commenta:
-Devo dire che negli ultimi anni Versace è migliorato!
-Cioè da quando è morto?

sabato, gennaio 01, 2005

Now Is Mine

My past, my future, my disease
Perhaps collapse to make me seize
A moment just a breeze
Greatful, humble I allow
These words to be the past somehow
I wonder
Am I here now
Am I here now
I feel, hear, see and it confuse me
I am wrong
I am here now
Is mine
I’ll take it all around the world
Take my future past it’s fine
But now is mine.
...
K’s Choice

venerdì, dicembre 31, 2004

LEONE

Il mese scorso un fanatico religioso di Taiwan ha deciso di rivolgersi ad un gruppo di pagani che fino a quel momento aveva trascurato. È saltato nella gabbia dei leoni dello zoo e ha cercato di convertire le belve alla fede cristiana. L’esortazione che ripeteva più spesso era: “Gesù vi salverà!”. I leoni si stavano innervosendo e solo gli sforzi eroici dei guardiani sono riusciti a salvare a salvare il crociato dal martirio.
Tu puoi usarlo come antimodello di riferimento per il 2005, Leone. Impegnati con zelo per diffondere le tue buone intenzioni; sii coraggioso nel promuovere i tuoi ideali; spingi il tuo potere di persuasione a un livello superiore; ma non perdere tempo cercando di convincere bestie stupide, ascoltatori distratti e dogmatici di vedute ristrette.
(L’INTERNAZIONALE: oroscopo dal 24 al 30 dicembre)

domenica, dicembre 26, 2004

ADVERSUS HAERESES III

Vigilia di Natale, Canale5 manda in onda la registrazione del “ XII concerto di Natale in Vaticano”.
‘Apre le danze’ la nota cantante israeliana Noa: nota per partecipare tutti gli anni al concerto di Natale in Vaticano.
Per trasportare l’uditorio nella più tradizionale atmosfera natalizia, alla splendida voce di Noa viene affidata l’esecuzione di 'Silent night' (Stille nacht); come ci tiene a precisare con entusiasmo la presentatrice Cristina Parodi, Noa ha modificato il testo per adattarlo alla sua cultura e alla sua sensibilità religiosa: Noa è ebrea.
Io mi domando se il lavoro di cantante non dovrebbe consistere nell’interpretare le canzoni anziché reinterpretarne, cioè modificarne il testo in base alle, seppur legittime, convinzioni personali? Mi domando se Noa avesse dovuto cantare”Siam tre piccoli porcellin”, si sarebbe sentita a disagio a prestare la voce ad un animale impuro e lo avrebbe sostituito con qualche animale incontestabilmente kosher del tipo: ‘ siam tre piccoli caprettìn’.

Noa come ogni ebreo non crede che in quella notte santa sia nato nessun ‘Pargol divin, mite agnello Redentor’ ma lei è una cantante, ed un certo rispetto filologico glielo avrebbero dovuto inculcare a scuola di canto! Ciò che si chiede ad un cantante non è di essere convinto intimamente delle parole che pronuncia, ma che con la sua arte riesca a rendere manifesti i sentimenti dell’autore. Nessuno ascoltando Katia Ricciarelli che canta l’ Ave Maria pretende che lei in privato continui a sciorinare rosari, e un cantante lirico può partecipare al verdiano “Don Carlos” pur sapendo perfettamente che la storia della monarchia spagnola è differente da quella descritta da un librettista romantico.

Forse Noa ha pensato a tutto questo, ma poi ha concluso che Astro del Ciel non è esattamente lo Stabat Mater di Pergolesi e che nessun melomane si sarebbe stracciato le vesti per il suo glissare ogni riferimento al tema ‘Incarnazione’ in una canto natalizio.

Avrebbe dovuto fare "obiezione di coscienza" e rifiutare di dar voce ad un canto marcatamente cristiano, proponendo qualcosa in cui la sua sensibilità culturale si poteva riconoscere pienamente; ad esempio i salmi come il salmo 129 (De profundis)o il salmo70 (Miserere) o il salmo 21: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

venerdì, dicembre 24, 2004

Abbassò i Cieli e discese

"trattandosi di questi argomenti, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità; oppure scoprirla da se medesimi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare fra i ragionamenti umani quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio della traversata del mare della vita; a meno che si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, ossia affidandosi ad una divina rivelazione"
(PLATONE)

domenica, dicembre 19, 2004

Ratione Peccati

“Si tace per tutta la vita dei fatti più essenziali. Di questo silenzio a volte si muore. A volte si ha la possibilità di parlare… e in questi casi non si può, non è ammissibile che si continui a tacere. Credo che anche il peccato originale di cui parla la Bibbia debba essere stato un silenzio del genere. Nella vita esiste una specie di menzogna primordiale; ci vuole tempo prima che ce ne rendiamo conto”.

Sandor Màrai “L’eredità di Ezter”
Biblioteca Adelphi373

sabato, dicembre 18, 2004

Turris eburnea

Sul Foglio (venerdì 17 dicembre 2004), una DURA INVETTIVA CONTRO LA TORRE SCINTOISTA CHE INSIDIA LA MADONNINA a firma dell’orrido Langone.


“Arata Isozaki e Milano. A Firenze no, la decadutissima Firenzina qualche anticorpo ce l’ha ancora e così la pensilina degli Uffizi progettata dall’architetto giapponese è stata respinta”

“Per fortuna che c’è Milano.Per fortuna dell’architettura senza luogo, in mezzo, in mezzo alla pianura lombarda esiste una città che dal 1926 (anno della copertura del naviglio) è abituata ad essere carne di porco, e ogni volta che viene macinata da architetti e urbanisti nemmeno si lamenta. Anzi applaude. Forse perfino gode.”
“..riusciranno a trovare qualcosa di buono anche in Isozachi e nella sua nuova torre di Babele, 210 metri di velleità. Tutto nasce dall’idea … di competizione fra grandi città basata sul raffinato parametro di chi c’è l’ha più lungo. Milano ce l’avrà sempre più corto, il grattacielo, qualunque sforzo faccia. I grattacieli, fatta salva una parentesi americana aperta a Chicago a fine Ottocento e chiusa a New York sappiamo quando, sono un prodotto tipicamente asiatico, dalla torre di Babele (nell’odierno Irak, si è visto come gli ha portato fortuna) fino al Taipei101 (101 piani, 508 metri)”

“Bisogna essere un po’ asiatici e un po’ dispotici per fare i grattaceli, ci vogliono grandi numeri, grandi ricchezze nelle mani di pochi, e miliardi di abitanti, meglio se poco opinanti. Bisogna essere un po’ scintoisti, come Isozaki, forse un po’ comunisti o un po’ confuciani, ma certo non cristiani. Il grattacielo nella sua superbia, nella sua dismisura disumana, è l’edificio più spiacente a Cristo che si possa immaginare.”

“ E poi la Madonnina. Se un cattolico non assegna alla Madonna una posizione preminente io non lo riconosco come tale.”
“ Formigoni questi pensieri non li ha mai pensati, visto che lui all’ultimo piano del Pirellone ci stà benissimo, e si crede ancora cattolico anche se umilia di molti metri la Madonnina situata sulla guglia del Duomo.
A Monaco di Baviera, che non è un paesello periferico e romantico ma una grande città sede di aziende come la BMW e la Siemens molto più importanti e più vitali di qualsiasi azienda milanese, in seguito ad un referendum locale hanno proibito la costruzione di edifici più alti dei campanili della Frauenkirche. A battersi contro i grattaceli è stato un esponente del Spd, uno di sinistra quindi, e non un esponente del partito cattolico, non un Formigoni bavarese. Non è un casto e puro, Georg Kronawitter, perche se aspettavamo i casti e i puri la Frauenkirche l’avrebbero venduta alla Warner per farci una multisala.”

È una battaglia fra Cristo e Shinto, tra occidente e oriente (l’oriente non è solo islam, l’oriente non è solo est, l’oriente è tutto ciò che non ha scala umana)”

Si capisce che “l’orrido” Langone non voglia orridi grattaceli, ma mi chiedo quanto siano sincere queste battute di “spirito” cristiano (cristianista)

A proposito di architetture modernissime.Ho una mia personalissima ipotesi sul calvario della risistemazione dell’Ara Pacis a Roma.
I lavori non si concludono, oltre che per l’orrido progetto Meier,per il fatto che probabilmente, a piazza Augusto Imperatore l’ara pacis non ci sia più: durante questi anni di cantiere, zitto zitto qualcuno l’ha rubata smontandola pezzo per pezzo.
Sarebbe un ottimo soggetto per il prossimo romanzo di quel “sola” di Dan Brown.

mercoledì, dicembre 15, 2004

ADVERSUS HAERESES II

sive: TU SOLA UNIVERSAS HAERESES INTEMERISTI


Ogni buon parroco, ogni anno ad ogni festa comandata pronuncia immutabilmente la medesima omelia dell’anno prima, certo della eterna validità dei divini precetti ed anche perché su certi argomenti è assai difficoltoso trovare qualcosa di originale.

Anche Leonardo – in solemnitate Immaculatae Conceptionis – ritira fuori il suo post “della Madonna”; da buon prevosto del weblog, avrà avuto fede nella perenne efficacia di tutto ciò che si dice e si scrive per magnificare le “glorie di Maria” Santissima!

Si tratta di un intelligente ed ironico e a suo modo devoto, compendio della cultura mariana di ogni buon (quindi pessimo) cattolico italiano, che Leonardo postò l’8 dicembre ’02 e che, con costanza ascetica, ha riproposto nei due anni successivi.

“Benché il problema abbia affascinato teologi ed esegeti fin dall'antichità. La Bibbia, come al solito, mantiene un omertoso silenzio. I teologi ci hanno litigato sopra per 19 secoli, finché Pio IX non taglia la testa al toro e scrive la bolla Ineffabilis Deus: Dio è Ineffabile, cioè non ti spiega quasi mai perché fa quello che fa (Giobbe ne sa qualcosa). Per fortuna che c'è l'autorità papale a chiarire i punti controversi: Maria è nata senza peccato originale. Punto.”

Questo è il pezzo che preferisco per sagacità ed al contempo, aderenza alla realtà storica e che meriterebbe una citazione in ogni serio trattato di mariologia.Ma non sempre nello stesso post Leonardo riesce a compendiare ironia e correttezza storica.

Io adesso non voglio fare il censore ecclesiastico della situazione, anche perché, vorrei far notare che nel dicembre ’03, ci pensò un autorevole guru informatico a proporre alcune postille. Ciò prova che anche il più misero cristiano della domenica, dopo anni ed anni in cui sente dall’ambone, vuoi per la Concezione o vuoi per l’Assunzione, ripetere alcune basilari nozioni sulla Santa Vergine,magari riesce pure a capirle!

Posso solo enunciare il pio desiderio che il buon Leonardo, questo devoto obbligo di rettificare l’errore sulla concezione cattolica dell’Assunzione, lo “assuma” almeno il prossimo 15 agosto.

giovedì, dicembre 09, 2004

about a boy/3

Virginia de Leiva in visita al padre si sente domandare:
-Come ti trovi a lavorare in una chiesa?
-Bene, bene.
-E il tuo collega di lavoro com’è?
-Ah!Un santo!

simpatico umorista/2

Me ne stavo bel bello in fondo alla “mia”chiesa, con sul petto il mio cartellino -che mi abilita a sorridere ai turisti- leggiucchiando un sontuoso tomo da cui trarre una epitome immaculatista.

Una colta vecchia signora milanese, con guida Mondatori al seguito, mi chiede dove si trova “la” cappella decantata dai sacri turistici testi. Io mi alzo dal tavolino, chiudo il libro, e faccio strada alla turistica dama. La signora, guarda la copertina del libro:
- Ma questo è un libro del cardinal Newman?
- No, signora: il libro è il mio.

martedì, dicembre 07, 2004

Immaculate Collection

‘AD INCREMENTUM SCONCERTATIONIS’... di chi incautamente si imbatte nella lettura di codesto blog(che i più ingenui bollano cattolico), vorrei regalare un florilegio di uno dei testi più meravigliosamente sconcertanti della Fede Cattolica.
Vorrei inoltre che fosse causa di riflessione per coloro che stanno tentando –riusciranno senza meno- di ottenere un lapalissiano mio parere sull'evoluzionismo e sulla creazione di Adamo.


PIUS EPISCOPUS

"INEFFABILIS DEUS… Dio ineffabile, le vie del quale sono la misericordia e la verità; Dio, la cui volontà è onnipotente e la cui sapienza abbraccia con forza il primo e l'ultimo confine dell'universo e regge ogni cosa con dolcezza, previde fin da tutta l'eternità la tristissima rovina dell'intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo. Avendo quindi deciso, in un disegno misterioso nascosto dai secoli, di portare a compimento l'opera primitiva della sua bontà, con un mistero ancora più profondo – l'incarnazione del Verbo – affinché l'uomo (indotto al peccato dalla perfida malizia del diavolo) non andasse perduto, in contrasto con il suo proposito d'amore, e affinché venisse recuperato felicemente ciò che sarebbe caduto con il primo Adamo, fin dall'inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendola a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto di esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, la ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi – dell'abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all'infuori di Dio, può abbracciare con la propria mente.
Era certo sommamente opportuno che una Madre degna di tanto onore rilucesse perennemente adorna degli splendori della più perfetta santità e, completamente immune anche dalla stessa macchia del peccato originale, riportasse il pieno trionfo sull'antico serpente.”

“Gli stessi Padri e gli scrittori ecclesiastici erano pienamente convinti che l'Angelo Gabriele, nel dare alla beatissima Vergine l'annuncio dell'altissima dignità di Madre di Dio, l'aveva chiamata, in nome e per comando di Dio stesso, ‘PIENA DI GRAZIA’, insegnarono che con questo singolare e solenne saluto, mai udito prima di allora, si proclamava che la Madre di Dio era la sede di tutte le grazie divine, era ornata di tutti i carismi dello Spirito Santo, anzi era un tesoro quasi infinito e un abisso inesauribile di quegli stessi doni divini.”

“I Romani Pontefici” “mentre impiegavano tutta la loro sollecitudine per accrescere il culto della Concezione, si preoccuparono anche di chiarirne e di inculcarne con ogni mezzo l'oggetto e la dottrina. Insegnarono infatti, in modo chiaro ed inequivocabile, che si celebrasse la festa della Concezione della Vergine e respinsero quindi, come falsa e assolutamente contraria al pensiero della Chiesa, l'opinione di coloro che ritenevano ed affermavano che da parte della Chiesa non si onorava la Concezione ma la santificazione di Maria. Né ritennero che si potesse procedere con minore decisione contro coloro che, al fine di sminuire la dottrina sull'Immacolata Concezione della Vergine, avendo escogitato una distinzione fra il primo istante e il secondo momento della Concezione, affermavano che si celebrava sì la Concezione, ma non quella del primo iniziale momento.”

“Lo stesso concilio di Trento, quando promulgò il decreto dogmatico sul peccato originale, nel quale, sulla scorta delle testimonianze della Sacra Scrittura, dei Santi Padri e dei più autorevoli Concili, stabilì e definì che tutti gli uomini nascono affetti dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in quel decreto, e nell'ambito di una definizione così generale, la Beata ed Immacolata Vergine Maria Madre di Dio.
Con tale dichiarazione infatti i Padri Tridentini indicarono con sufficiente chiarezza, tenendo conto della situazione del tempo, che la Beatissima Vergine fu esente dalla colpa originale. Indicarono perciò apertamente che dalle divine Scritture, dalla tradizione, dall'autorità dei Padri, niente poteva essere desunto che fosse in contrasto con questa prerogativa della Vergine.”

“La beatissima Vergine fu, per grazia, immune da ogni macchia di peccato ed esente da qualsivoglia contaminazione del corpo, dell'anima e della mente. Unita in un intimo rapporto e congiunta da un eterno patto di alleanza con Dio, non fu mai preda delle tenebre, ma fruì di una luce perenne e risultò degnissima dimora di Cristo, non per le qualità del corpo, ma per lo stato originale di grazia.”

“ Sfuggita ai dardi infuocati del maligno, entrò nel mondo, bella per natura e assolutamente estranea al peccato nella sua Concezione Immacolata, come l'aurora che spande tutt'intorno la sua luce.

Non era infatti conveniente che quel vaso di elezione fosse colpito dal comune disonore, perché assai diverso da tutti gli altri, di cui condivide la natura ma non la colpa. Al contrario era assolutamente conveniente che come l'Unigenito aveva in cielo un Padre, che i Cherubini esaltano tre volte santo, avesse sulla terra una Madre mai priva dello splendore della santità.”

“La beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa”

Dato a Roma, presso San Pietro, nell'anno dell'Incarnazione del Signore 1854, il giorno 8 dicembre, nell'anno nono del Nostro Pontificato.

venerdì, dicembre 03, 2004

pacco contropacco e contropaccotto/2

In principio fu Paolo VI, anzi Atenagora.

Imposto sul trono patriarcale per espresso volere di Truman -convincendo il governo turco che fosse l’uomo giusto per contrastare la strategia del Soviet supremo di sfruttare a fini politici la volontà di egemonia del patriarcato di Mosca-, “Athenagoras il Grande” nel 1949 –dopo essere stato eletto nel ’48 (mi si perdoni l’espressione) in contumacia- sbarca, dal “number one” presidenziale, all’aeroporto di Istanbul, dopo un ventennio negli Stati Uniti.

Nato in un villaggetto sperduto sui monti a nord della Grecia, li dove si confondeva l’identità greca, albanese, macedone e bulgara, stando negli USA, non prese parte alla stagione dell’odio etnico che caratterizzo il crollo dell’impero turco, ma apprezzò moltissimo il pluralismo culturale americano che gli ricordava sorprendentemente, in versione democratica, l’impero ottomano della sua giovinezza.
La lezione americana – per cui si viveva a stretto contatto con cattolici e protestanti- faceva di Atenagora, uno dei pochissimi vescovi ortodossi che non avesse terrore di tutto ciò che fosse occidentale, soprattutto non aveva la paura degli eretici, tipica invece della -ancor oggi- perdurante mentalità“bizantina” di considerarsi perennemente sotto assedio.

Convinto, come poi Giovanni XXIII, che più che i dibattiti teologici, servissero gli incontri fraterni; pur in una situazione disastrosa per il patriarcato a causa della politica antigreca di Ankara; Atenagora intraprese negli anni ’50 una serie di incontri e dialoghi, sia con gli altri capi ortodossi; e quindi anche con quelle Chiese ortodosse non bizantine( armeni, copti, siriaci etc), che gli altri patriarchi greco-ortodossi consideravano Chiese ortodosse di serieB, se non addirittura mezze eretiche; sia con le altre confessioni cristiane, in primis con quella Anglicana.

Il patriarcato costantinopolitano entra quindi nel “Consiglio Mondiale delle Chiese”, seguito a ruota da tutte le altre Chiese ortodosse (che andavano alla ricerca di quella visibilità che il Comunismo negava a casa loro), dando cosi statura veramente ecumenica ad una istituzione che prima raccoglieva solo protestanti.
Atenagora cercò di organizzare un Concilio delle chiese ortodosse, progetto che, ripreso più volte dai due successori (Demetrio I e Bartolomeo I), non si riesce ancora a realizzare; cercò di convincere Pio XII ad organizzare un incontro di tutti i cristiani e per breve tempo si illuse che il concilio indetto da Giovanni XXIII fosse la risposta alla sua idea.

Era convinto che l’ecumenismo fosse, non un mezzo per ottenere visibilità al suo “Trono Ecumenico”, meschino pensarlo, ma, un grande progetto d’unione pancristiano che dovesse legittimamente stare a cuore a (leggi: essere “cavalcato da”) una antica autorità religiosa come il suo patriarcato costantinopolitano che a differenza delle altre Chiese ortodosse, non ha un carattere nazionale, etnico, ma ha una storia imperiale, in questa accezione va letto l’appellativo di “Patriarca Ecumenico”cioè sovranazionale, quindi di portata mondiale. Un titolo altisonante che stride con la realtà di vescovo di una striminzita diocesi turca, con non più di duemila fedeli, e senza alcun potere di coercizione sugli altri capi ortodossi.

Nell’Epifania del 1964 Paolo VI incontra Atenagora a Gerusalemme: dulcis in fundo anche il papa di Roma si era convertito alla politica degli abbracci. Quelle immagini che fecero il giro del mondo, resero Atenagora familiare a milioni di persone che ignoravano l’esistenza stessa di Costantinopoli e degli ortodossi. Fino al ’72 (anno della morte di Atenagora) il Trono Ecumenico godette di una esposizione mediatica, di una popolarità e di una autorità -mediatica- insperata. Grandi speranze e grande simpatie si nutriva verso quello che da noi occidentali veniva visto come una specie di papa degli ortodossi, mentre alla stregua del persecutorio governo turco, molti capi ortodossi con in testa l’arcivescovo di Atene e il patriarca di Mosca, non avrebbero versato molte lacrime per il definitivo tracollo della sede costantinopolitana.


Il 7 dicembre 1965, vigilia della definitiva chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI nella basilica di san Pietro in Vaticano e Atenagora I nella cattedrale di san Giorgio al Fanàr, procedettero alla cancellazione delle scomuniche lanciate l’una contro l’altra chiesa a partire dal 1054.
Sembrava cadere un muro di incomprensioni vecchio di mille anni.
Quale pegno della sospirata unità Paolo VI aveva autonomamente deciso la “restituzione” del cranio dell’apostolo Andrea: evangelizzatore dell’Ellade e quindi presunto (e preteso) fondatore della comunità cristiana della città di Bisanzio (futura Costantinopoli) –sant’Andrea era fratello di san Pietro: importante ricordarlo ai fini della voluta simbologia- ; reliquia portata in occidente dalla famiglia imperiale bizantina in esilio, dopo la conquista ottomana del 1453, e donata a papa Pio II Piccolomini che diede asilo al santissimo cimelio in Vaticano, a pochi metri dalla tomba dell’altrettanto santo fratello.

Comunque è da notare che la reliquia non tornò da dove era venuta: cioè a Costantinopoli (che ritiene Sant’Andrea suo primo vescovo) ma (archeologicamente più correttamente) all’arcivescovo ortodosso di Patrasso:città del Peloponneso (quindi Grecia), luogo del martirio.
In Grecia la Chiesa ortodossa è “Autocefala” cioè indipendente da Costantinopoli e decisamente poco ecumenica: ciò evidenzia ancor di più la strategia diplomatica di papa Montini.

La sottolineatura del fraterno rapporto tra cattolicesimo e ortodossia fu rimarcato da altri due incontri -mediaticamente sensazionali come quello di Gerusalemme- tra i vescovi delle due capitali dell’impero romano: a Istanbul nel luglio ’67 e a Roma nell’ottobre dello stesso anno. Quest’ultimo culminò con l’ingresso solenne in S.Pietro dei due sommi gerarchi mano nella mano.

“L’incontro di Istanbul è tuttavia in un certo senso più significativo, soprattutto per mettere in evidenza l’ardimento ecumenico di Paolo VI, anche se di fatto, nonostante il colore con cui venne truccato, fu senz’altro il meno ecumenico dei tre. L’obbiettivo perseguito da papa Montini col suo inatteso viaggio in Turchia non fu infatti l’incontro col patriarca ortodosso, allo scopo di accelerare le trattative di riunione tra le due Chiese, bensì quello con gli uomini politici del Paese per perorare presso le autorità turche la salvezza del patriarcato costantinopolitano minacciato da esse in modo ultimativo. Ciò avrebbe dovuto essere evidente a degli osservatori meno superficiali, tanto più che il papa non fu affatto ospite del patriarcato del ‘piccolo Vaticano’ del Fanar, bensì del governo e che all’aeroporto non fu accolto da Atenagora, ma dalle autorità governative. D’altra parte è un fatto che il suo viaggio non era stato ipotizzato nemmeno da Atenagora, il quale non aveva chiesto a Paolo VI un intervento personale sul posto – anche perché non riteneva che il papa accettasse, per ragioni di prestigio, di muovere il primo passo verso di lui- ma semplicemente di effettuare dei passi diplomatici più pressanti ed incisivi di quelli fatti in passato. Fu merito di papa Montini di aver intuito l’eccezionalità dell’occasione che gli si porgeva di presentarsi agli ortodossi (quando ciò avrebbe potuto esser noto) come il salvatore del più famoso patriarcato e come colui che aveva preso per primo l’iniziativa dell’incontro recandosi a Costantinopoli, anziché pretendere prima la visita di Atenagora a Roma, dimostrando così alle Chiese separate quanto fosse infondato il pregiudizio che addebita al papa una rivendicazione sterilmente orgogliosa del proprio prestigio primaziale.”( Carlo Falconi 1968)

Indubbiamente il dialogo ecumenico cattolico ha notevolmente sollevato il ruolo del “Trono Ecumenico” ,visto che lo scisma fu uno scontro teologico e forse ancor più personale tra i vescovi della antica e della nuova Roma; per cui ogni sforzo della sede petrina per cercare una possibile unione con le Chiese ortodosse (ognuna indipendente e sovrana) deve obbligatoriamente avere come interlocutore il massimo rappresentante dell’ortodossia,ciò per il compiacimento dell’arcivescovo di Costantinopoli ma che provoca la stizzita reazione degli altri patriarchi che ci tengono a far presente di essere altrettanto pii, fedeli e ortodossi, e di essere a capo di Chiese nazionali che contano milioni di fedeli, rivendicando un peso geo-politico, oltre che teologico.

Così il gesto “profetico” (come direbbero quelli che parlano bene) di consegnare la testa di sant’Andrea agli ortodossi, fu la scusa per una serie di continue rivendicazioni di restituzionie di 'corpi santi', e che quindi fallì nello scopo di suscitare negli ortodossi la fiducia nei confronti dei papisti, come dimostrò nel 1969, l’increscioso fatto della distruzione del prezioso reliquiario del capo di sant’Andrea, da parte di un giovane monaco greco, allo scopo di costatarne il contenuto,convintosi che Paolo VI -come si suol dire- avesse fatto “il pacco”.

Il fatto che Atenagora “andasse arabescando devote fantasie, colorando sogni, vaticinando rosei futuri di unità, imponendo abbracci e baci di pace persino ai più scettici dei suoi intervistatori, e che poi non muovesse un sol passo, se non turistico, verso la meta del suo cuore, non prova nulla contro la sua sincerità. Era doppiamente prigioniero: del governo turco – che però sarebbe stato entusiasta di poterlo rimettere in libertà oltre confine – (ed era la prigionia più sopportabile) e dell’immobilismo dei suoi confratelli vescovi, del suo clero e dei suoi fedeli, mai così fieri come di essere se stessi e solo se stessi: << l’ortodossia >> (certamente più opprimente)." (C. Falconi1973)